Non v’è dubbio che l’aspetto narrativo del film sia preponderante, fondamentale, coinvolgente. Le vicende della piccola Marjane in un Iran occidentalizzato prima e della Marjane divenuta donna in un paese islamizzato poi, sono “raccontate” con ironia, senza mai cadere nella retorica o nella propaganda, ma coinvolgendo lo spettatore nelle avventura di una donna iraniana che deve fare i conti con i drammatici eventi del suo paese. Persepolis ha il merito di mostrare la ricerca di “normalità”, il desiderio di vivere e scoprire le proprie emozioni anche quando sembra che tutto lo impedisca, quando sembra che gli eventi conducano all’annichilimento della personalità, soprattutto di quella femminile. Allora, constatata l’impossibilità della ribellione (in un mondo ormai conformatosi ai “desideri” di élite che decidono senza consenso e contravvenendo al rispetto dei più elementari diritti umani), anche l’esposizione di un oggetto proibito, o meglio di una parte del corpo, può servire a liberare la rabbia che cova nell’animo, per affermare l’urlo della mente: “io esisto e ho bisogno”. Mostrare una ciocca di capelli sotto il chador o portare vesti vagamente più attillate, rischiando anche il carcere, diventa il simbolo della resistenza ad ogni regime (di qualsiasi tipo in qualsiasi latitudine). Un film che emoziona, che trascina dentro il racconto visto attraverso gli occhi di una bimba prima e di una ragazza poi, che coinvolge perché il filtro del quotidiano avvicina
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27 marzo 2008
Persepolis (Marjane Satrapi e Vincent Paronnaud, 2007)
Non v’è dubbio che l’aspetto narrativo del film sia preponderante, fondamentale, coinvolgente. Le vicende della piccola Marjane in un Iran occidentalizzato prima e della Marjane divenuta donna in un paese islamizzato poi, sono “raccontate” con ironia, senza mai cadere nella retorica o nella propaganda, ma coinvolgendo lo spettatore nelle avventura di una donna iraniana che deve fare i conti con i drammatici eventi del suo paese. Persepolis ha il merito di mostrare la ricerca di “normalità”, il desiderio di vivere e scoprire le proprie emozioni anche quando sembra che tutto lo impedisca, quando sembra che gli eventi conducano all’annichilimento della personalità, soprattutto di quella femminile. Allora, constatata l’impossibilità della ribellione (in un mondo ormai conformatosi ai “desideri” di élite che decidono senza consenso e contravvenendo al rispetto dei più elementari diritti umani), anche l’esposizione di un oggetto proibito, o meglio di una parte del corpo, può servire a liberare la rabbia che cova nell’animo, per affermare l’urlo della mente: “io esisto e ho bisogno”. Mostrare una ciocca di capelli sotto il chador o portare vesti vagamente più attillate, rischiando anche il carcere, diventa il simbolo della resistenza ad ogni regime (di qualsiasi tipo in qualsiasi latitudine). Un film che emoziona, che trascina dentro il racconto visto attraverso gli occhi di una bimba prima e di una ragazza poi, che coinvolge perché il filtro del quotidiano avvicina 19 novembre 2007
The man with the beautiful eyes (Jonathan Hodgson, 1999)
Animazione realizzata da Hodgson e tratta dall'omonimo poema di Charles Bukowski, in cui un gruppo di ragazzini scova una strana casa con un giardino incolto in cui possono giocare. Nonostante i loro genitori li avessero avvertiti di non avvicinarsi mai a quel posto, i bambini ne vengono attratti finché un giorno incontrano il padrone di casa, un alcolista, che li saluta in modo cordiale. I bambini lo vedono come un personaggio romantico in netto contrasto con i loro genitori, ossessivamente orgogliosi della propria casa. Tutto qui!Quello che ne scaturisce riguarda l’eterna lotta tra i benpensanti e gli “sperimentatori”, tale contrasto inizia già nell’età della fanciullezza quando sentiamo quell’innata necessità di creare qualcosa di nuovo, qualcosa di mai esplorato e di mai provato. Presto o tardi questi moti devono soggiacere ad un certo tipo di EDUCAZIONE, che qualcuno ama definire come il metodico conferimento di principi intellettuali e morali, validi a determinati fini, in accordo con le esigenze dell’individuo e della società. Tale definizione rende gli adulti, che vi restano meccanicamente intrappolati, delle persone sospettose, piene di pregiudizi e con il costante timore del “diverso”; contrariamente i bambini possono ancora vedere luminose meraviglie attraverso le pessime cose.
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