“Io penso che l’uomo si erga necessariamente contro se stesso e che egli non possa riconoscersi, non possa amarsi fino in fondo, se non è oggetto di una condanna” (Georges Bataille, La letteratura e il male, SE p. 37).
La sequenza più forte, ove la tensione drammatica raggiunge il suo apice, attesa sin dall’incipit, è arrivata puntuale, prevista. Sotto questo aspetto niente di interessante, film ineccepibile, ma prevedibile almeno nella scelta del risultato. L’epilogo, l’ultima sequenza, ripensandoci, ha attenuato il senso di prevedibilità che avevo intravisto. Infatti il doloroso pugno nello stomaco non è stato sferrato dalla rabbia insulsa di quei “bravi” cittadini della middle class messicana, ma al contrario dalla vita rassegnata degli infimi abitanti degli slum o delle fatiscenti case popolari, una vita senza futuro, relegata ai margini della storia dal film di Rodrigo Plà. La zona è un limbo di “perfezione” che non afferra il contesto culturale dello sguardo sul mondo, non collabora con la ricerca del dolore che riposa nello sguardo di un ragazzino di sedici anni, colpevole solo di avere oltrepassato un confine. L’epilogo che ci riporta all’incipit sancisce l’inestinguibile potenza del bisogno di male che neppure il Cinema può estirpare. Secondo Bataille il Male può essere colto solo attraverso la rarefazione del Bene. Ossia la meraviglia e il piacere inesprimibile della felicità è tale proprio perché la felicità è cosa rara. Se fosse una qualità standardizzata della vita, sarebbe un giocattolo ignorato. La zona non è un luogo idilliaco proprio perché la rarefazione del Bene e della giustizia scivola lungo le mura ripiegandosi e inclinandosi verso le squallide baracche dei diseredati. La zona è un bubbone imploso da tempo nelle menti dei suoi abitanti. Per questo è la storia di una disperazione riflessa, è l’allarme suonato la notte dal fischietto di un bambino o l’alt intimato all’auto per fare attraversare una scolaresca se il fischietto è suonato di giorno.
Il problema mi sembra più che altro da ricercare nella diegesi. Voglio dire che quel blocco di “bellezza classica” che segue i canoni innati dell’immaginario non è pertinente. La bellezza è un concetto troppo evanescente e appartiene a tutte le culture e a tutte le epoche e pertanto non può essere inquadrata, coordinata, strutturata. Non è la prospettiva, non è l’armonia delle forme o delle sequenze assemblate seguendo un certo ritmo o una certa “logica” dell’autore. O per lo meno non è solo questo ma anche altro. Il quartiere dei benestanti è uno sguardo immoto di coerenze logiche imposte. E lo dimostra il fatto che per destrutturare questa nave in bottiglia è stato sufficiente un cartellone caduto sul muro, in modo da aprire un varco. La bellezza secondo me sta nel varco aperto, nel passaggio, nel movimento in fieri dei disperati che “invadono” o penetrano nella sequenza sbagliata, nel tentativo di destrutturare il concetto mentale, difficile da corrodere, di Bellezza. La zona è un film sbagliato (non il film di Plà ma il quartiere perbenista e infestante) che purtroppo reagisce all’azione “destrutturante” del taglio, al dolore provocato dal tentativo di montare un altro film. La mente cerca invano di capacitarsi, di resistere all’azione corrosiva del materiale ridondante che si accumula nelle immagini, che penetra negli interstizi squassando le comode consapevolezze, abilitando il germe infestante dello sguardo allungato sul multiverso. Non un universo quindi, ma un agglomerato casuale di universi. Il cinema può solo assemblare, coagulare, mostrare la sua stessa incapacità di formare la differenza, evidenziare l’innocenza di un’immagine ripresa da una telecamera di sorveglianza, una innocenza che però trova la sua eterna dannazione nella rielaborazione ecfrastica del Condominio. L’odio per la differenza porta a idealizzare un’armonia anomala di forme precostituite che il filmico non può sostenere (certo cinema purtroppo sì), porta ad avere paura e la paura è la strada maestra che trascina nel gorgo atrofizzante della superficie. In questo caso sarebbe stato possibile allentare e scolorire la funzione mimetica dell’ékhprasis (il racconto, le descrizioni delle immagini?) per lasciare andare alla deriva il medium visivo (il quartiere dei benestanti, i loro volti, i loro sguardi, come altre possibili scelte iconiche?) Il tentativo c’è stato eccome (lo facessero molti registi italiani!), ma non è stato dirompente o almeno non abbastanza penetrante, perché, a parte molte sequenze ormai scontate (l’effrazione, il conformismo, il poliziotto corrotto e altre che non sto a citare), l’eversione forse non era da ricercare nella manutenzione dell’ordinario (le case pulite e lussuose, le siepi, le strade vuote…) ma in una maggiore capacità di elargire immagini di fuga, di libera circolazione mentale. In altri termini l’immagine in cui si vede Alejandro fuori dalla zona intento a mangiare davanti a un chiosco, pur essendo illuminate ed emozionante, non mi ha abbagliato o accecato come avrebbe dovuto. Forse perché ha solo abbozzato un anelito alla libertà o ha elargito una misera consolazione o speranza. Ma nel mondo la speranza esiste. È invece nella zona che non è mai esistita mentre la fuga delle immagini (come