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4 aprile 2008

La banda (Eran Kolirin, 2007)

La banda mi ha lasciato un sapore amaro, con un lieve retrogusto dolciastro, difficile da esprimere, semplice da sentire, forse la stessa sensazione provata da tanti altri spettatori. Una storia interessante su cui potremmo discutere a fondo: arabi che fanno amicizia con israeliani, storie semplici che ci avvicinano incredibilmente a quel mondo, storie che ci rendono consapevoli dell’universalità dei sentimenti umani. Eppure non è questo aspetto (pur essendo importante) che mi interessa. Quanti film dalle tematiche simili sono miseramente falliti restituendoci “messaggi” ridondanti e retorici? È un vecchio vizio di un certo cinema che conosciamo bene, perché il confine tra il cliché e l’immagine dinamica (nel senso che riesce a scorrerti nelle vene) a volte può essere molto labile. E può essere anche questione di fotogrammi e dialoghi, fotografia e movimenti del corpo. Kolirin ci sa fare. Riduce al minimo i dialoghi sempre puntuali e imbevuti di “significanza”, mentre le immagini dense e costruite mi sembrano anche calcolate, mostrate come fossero nate da una ingente mole di fotografie colte nell’attimo del proprio abbrivo. Gli attori si muovono con una pacata naturalezza allo scopo di convogliare il senso quotidiano delle piccole beghe familiari e delle prime esperienze amorose nell’assoluta e irreversibile caverna (1). Allora la mano di un ragazzo che si posa sul ginocchio di una ragazza in lacrime, oltre a trasportare l’aspetto comico sulla superficie del fotogramma (il ragazzo israeliano esegue la lezione impartita dal giovane suonatore della Banda egiziana), produce un’inversione, trascinando “nostre” esperienze simili (vissute in prima persona o tramite altri racconti) dentro gli sguardi dei tre personaggi seduti ai bordi di una misera sala da ballo di Bet Hatikva. Per ottenere questo c’è bisogno di una capacità nella cura dei particolari, di una conoscenza e di uno studio degli aspetti più “fotografici” del cinema. Il profilmico si allontana lasciando emergere dal quadro la fotografia. È per un attimo, mi rendo conto (altrimenti saremmo davanti a qualcosa di incredibilmente insuperabile, tipo Il miliziano che cade di Robert Capa) perché le esigenze filmiche devono riprendere il sopravvento. Secondo il mio gusto eccessivo (anche troppo) per la fotografia, adoro quando la posa, la plasticità dei corpi e degli oggetti prende il sopravvento a discapito dello story board. La foto in sé che “scavalca” il fumetto. Ma non fateci caso: è una mia mania. Gli “equilibri” e le simmetrie all’interno delle immagini si ripercuotono anche nel sintagma; pertanto oltre a una cura dell’immagine (atta a sottolineare sentimenti dei personaggi, espressioni mimiche, scambio di informazioni ed esperienze), Kolirin non si dimentica di essere un regista di cinema e chiarisce la sua poetica con una cura dei rapporti tra scena e scena “riportando” sempre elementi dinamici di una immagine nell’immagine che segue, ma non come espressione del classico campo/controcampo, bensì come marcatura classica che si ripercuote ugualmente “differente” nell’inquadratura che segue. Esempio: 1) la scena dell’arrivo all’aeroporto della Banda musicale: i componenti della banda ripresi in campo lungo mentre una ragazza in campo medio attraversa l’immagine da destra verso sinistra spingendo un carrello; 2) la scena della fotografia: mentre i musicisti sono allineati davanti all’obbiettivo di un turista per una foto, un inserviente che spinge un carrello delle pulizie passa loro davanti da sinistra verso destra. Potremmo divertirci a scovare tutte queste simmetrie “sintagmatiche” (ce ne sono diverse nel film). Kolirin tiene molto anche ai movimenti degli attori sul set, sempre precisi e mai “casuali”, quasi come se i personaggi eseguissero una lenta e inesorabile danza, immobilizzandosi spesso in pose teatrali come per colmare la “carenza” dei dialoghi e rimarcare l’idea che l’uomo in fondo si sta muovendo in un acquario caotico e inosservabile (2). Bravissima Ronit Elkabetz che riesce a caratterizzare un personaggio con minimi movimenti del corpo, una sorta di dondolio isterico, riuscendo a far trasparire la noia e l’angoscia della sua vita, nonché il desiderio di mondo, attraverso una pacata lussuria resa tramite vibrazioni impercettibili fluttuanti sul suo corpo e sul suo volto. Magnifica! Questi risultati ritengo siano stati ottenuti attraverso uno studio approfondito del corpo e dei suoi movimenti in uno spazio non prospettico, ma inteso come luogo che frena lo slancio naturale delle vibrazioni corporee, causando un attrito tanto necessario quanto deprimente.

(1)Mi riferisco al Mito della caverna di Platone.
(2)Mi è piaciuto il primo piano di Tewfiq che telefona all’aeroporto di Tel Aviv con sfondo fuori fuoco. Ecco, mi sono obbligato a fissare la parte dell’immagine sfocata (che occupa uno spazio di poco superiore all’immagine in pp di Tewfiq ) e mi è parso di vedere un acquario ove si muovono faticosamente colorate parvenze ectoplasmatiche.