
Scrive
Indro Montanelli in
Storia dei greci:
La decadenza della filosofia, ridottasi oramai alla ricerca soltanto di norme morali e di condotta, favorƬ la scienza, che infatti ebbe in questo terzo e secondo secolo la sua massima fioritura.
In effetti con l'avvento della meccanica quantistica e della teoria della relativitĆ generale, mentre gli scienziati andavano accettando e quindi usando queste due teorie, la filosofia si trovava un po' persa. Non ĆØ un caso se di filosofi della scienza se ne ricorda, e nemmeno molto bene (almeno tra i fisici che ho frequentato), uno solo nel XX secolo, quel
Karl Popper che pretendeva di interpretare (o rinnovare) un metodo scientifico che, invece, nell'uso dei metodi statistici trovava il suo vero rinnovamento, in una situazione in cui le deviazioni dalla media non solo non erano considerate prove di falsificazione, ma potevano anzi essere conferme tanto quanto risultati all'interno della media.
E la filosofia, infatti, subƬ una netta scissione. In effetti i filosofi dell'antica grecia erano sostanzialmente dei
tuttologi, che si occupavano un po' di tutto il campo del sapere, basti immaginare ad
Aristotele o a
Crisippo da Soli. E poi, secoli, dopo, venne
Leibniz, il matematico che, non contento del calcolo infinitesimale, si occupò anche della logica, di fatto costruendo il formalismo di base utilizzato ancora oggi nella così detta logica classica. I filosofi, quindi, iniziano a diventare scienziati, ma è il XX secolo che da il colpo di grazia, a mio giudizio, grazie a
Wittgenstein e
Godel, due logici di così gran livello che è facile confonderli con i filosofi.
In un certo senso, dunque, la matematica ha fatto i conti con la filosofia ed è in un certo senso semplice tracciare il percorso che la lega alla logica. Altrettanto, però, si può fare per la fisica. Uno dei filosofi più noti,
Democrito, infatti, fu il primo
fisico atomico, in un certo senso, perchƩ fu il primo a chiedersi se la materia fosse indefinitivamente divisibile o meno, deducendo alla fine che doveva esistere una sorta di
quanto fondamentale di materia che chiamò proprio
atomo. Ed ĆØ proprio dalla filosofia greca che prende le mosse il grande
Werner Heisenberg per parlare del rapporto tra
Fisica e filosofia.

Nella prima parte del suo saggio Heisenberg ha il primo obiettivo di convincere il lettore che la fisica è figlia e quindi erede della filosofia, e quindi con essa lo sono anche i moderni sviluppi della disciplina, ovvero relatività e teoria dei quanti. Il passo successivo è quello di tracciare i rapporti con le altre discipline, chimica su tutte, in quanto la più vicina alla fisica (in fondo il modello dell'atomo di Bohr è uno dei punti di partenza della meccanica quantistica). I maggiori problemi in questo discorso sono con la biologia, poiché al tempo di Heisenberg ancora non c'era alcun rapporto evidente con la fisica (oggi, ad esempio, si fanno largo descrizioni del dna che prendono in considerazione la fisica dell'
entanglement). Il fisico, premio Nobel nel 1932, però si vedeva come possibilista almeno per la scoperta di una descrizione fisica di un sistema biologico, ma non sembra molto ottimista riguardo la scoperta di una qualsivoglia teoria definitiva. E in un certo senso il risultato di Godel di una decina di anni più tardi (se non ricordo male) sull'incompletezza della matematica sembrerebbe dare ragione a Heisenberg. Ad ogni modo, proprio come l'altro padre della teoria dei quanti,
Schrodinger, anche Werner traccia la linea verso le ricerche interdisciplinari che oggi sempre più spesso stanno ottenendo attenzione e fondi.
Un altro punto fondamentale nella dissertazione di Heisenberg, a parte il capitolo dedicato alla relativitĆ , ĆØ la
difesa dell'interpretazione di Copenaghen, ovvero quella secondo cui la funzione d'onda rappresenta la densitĆ di probabilitĆ di trovare la particella in una data posizione.