Aveva cinquant’anni e si alzava ogni mattina con una calma che non sapeva spiegare. Non era entusiasmo, non era euforia. Era una pace asciutta, normale, pulita come una stanza in ordine. Apriva gli occhi, ascoltava il rumore del frigorifero in cucina, il traffico lontano, e si sentiva bene. Senza motivo.
Viveva in un bilocale in periferia, una cucina, un divano rosso, un letto e una finestra che dava sul cortile. Niente fiori, niente fotografie, niente ricordi alle pareti. Non perché non ne avesse, ma perché preferiva tenerli dentro, in ordine, al sicuro.
Lavorava in un magazzino, spostava scatoloni tutto il giorno. Non gli piaceva, ma nemmeno lo detestava. Era un lavoro e basta, lo stipendio alla fine del mese era sufficiente a giustificare la fatica.
I colleghi lo trovavano strano. Uno che sorride senza motivo è più inquietante di uno arrabbiato, scontento, che bestemmia ogni cinque minuti. Uno che sorride senza motivo o è ricco, o è pazzo. E non era nessuna delle due cose.
Qualcuno gli chiedeva che cosa avesse da essere così sereno. Lui scrollava le spalle e non rispondeva. Il suo silenzio lasciava insoddisfatti. La gente non si accontentava, voleva storie, amori, soldi e miracoli. Vite straordinarie, solo quelle hanno il diritto alla felicità.
Lo chiamavano “lo scemo del reparto” e ridevano alle sue spalle. Lui non si offendeva. Anzi, li capiva. Erano persone tristi, abituate a soffrire, a correre, a pretendere sempre di più.
La sua giornata preferita era il mercoledì. Dopo il turno passeggiava fino al fiume, si sedeva su una panchina e guardava l’acqua, le foglie che passavano, le barche lontane.
E respirava.
Non aveva un grande passato, e non si aspettava un grande futuro. Aveva soltanto il presente, e gli bastava. Dormiva bene, mangiava poco, parlava quando serviva, ascoltava quando poteva. La sua era una resa tranquilla alla vita, senza dolore.
Un giorno gli domandarono: «Se potessi cambiare qualcosa, cosa cambieresti?»
Lui ci pensò, poi rispose: «Niente, sto bene così».
E gli altri restarono turbati. Perché la felicità, quando è semplice e senza pretese, fa più paura di tutto il resto.
Guido Mazzolini
Ma davvero può far paura la felicità? E&P