Archivio per novembre, 2025

Aveva cinquant’anni e si alzava ogni mattina con una calma che non sapeva spiegare. Non era entusiasmo, non era euforia. Era una pace asciutta, normale, pulita come una stanza in ordine. Apriva gli occhi, ascoltava il rumore del frigorifero in cucina, il traffico lontano, e si sentiva bene. Senza motivo.
Viveva in un bilocale in periferia, una cucina, un divano rosso, un letto e una finestra che dava sul cortile. Niente fiori, niente fotografie, niente ricordi alle pareti. Non perché non ne avesse, ma perché preferiva tenerli dentro, in ordine, al sicuro.
Lavorava in un magazzino, spostava scatoloni tutto il giorno. Non gli piaceva, ma nemmeno lo detestava. Era un lavoro e basta, lo stipendio alla fine del mese era sufficiente a giustificare la fatica.
I colleghi lo trovavano strano. Uno che sorride senza motivo è più inquietante di uno arrabbiato, scontento, che bestemmia ogni cinque minuti. Uno che sorride senza motivo o è ricco, o è pazzo. E non era nessuna delle due cose.
Qualcuno gli chiedeva che cosa avesse da essere così sereno. Lui scrollava le spalle e non rispondeva. Il suo silenzio lasciava insoddisfatti. La gente non si accontentava, voleva storie, amori, soldi e miracoli. Vite straordinarie, solo quelle hanno il diritto alla felicità.
Lo chiamavano “lo scemo del reparto” e ridevano alle sue spalle. Lui non si offendeva. Anzi, li capiva. Erano persone tristi, abituate a soffrire, a correre, a pretendere sempre di più.
La sua giornata preferita era il mercoledì. Dopo il turno passeggiava fino al fiume, si sedeva su una panchina e guardava l’acqua, le foglie che passavano, le barche lontane.
E respirava.
Non aveva un grande passato, e non si aspettava un grande futuro. Aveva soltanto il presente, e gli bastava. Dormiva bene, mangiava poco, parlava quando serviva, ascoltava quando poteva. La sua era una resa tranquilla alla vita, senza dolore.
Un giorno gli domandarono: «Se potessi cambiare qualcosa, cosa cambieresti?»
Lui ci pensò, poi rispose: «Niente, sto bene così».
E gli altri restarono turbati. Perché la felicità, quando è semplice e senza pretese, fa più paura di tutto il resto.

Guido Mazzolini

Ma davvero può far paura la felicità? E&P

Apro gli occhi, sempre un attimo prima della sveglia, come se sapessi che il dovere non aspetta. Il mattino porta addosso quell’odore di ferro, sigaretta e caffè che mi rimette in riga. E ogni volta gli stessi gesti, doccia tiepida, barba; poi camicia scura, pantaloni e una giacca sempre pronta.
Non ho scelto il lavoro che faccio, ma lui ha scelto me e da anni mi muove le gambe, le braccia, i pensieri. Mi riempie i polmoni, mi tiene sveglio quando il mondo dorme.
Il mio è un lavoro da duro. Eppure, quando ci penso, mi dico che non sono cattivo. Anzi. Sono educato e rispetto gli impegni presi. Un povero cristo che paga le bollette e mantiene due mogli e tre figli. Ecco cosa sono. Un uomo che non scappa mai.
Ho imparato a non farmi domande. Le domande sono di chi può permettersi il lusso di fermarsi. Io invece mi muovo. E penso che non ci sia nulla di eroico nel rispettare gli impegni, nel farsi venire l’ulcera per mantenere la parola data. Solo che senza quella responsabilità addosso, senza quella pressione sulle costole, mi sembrerebbe di non essere io.
Qualcuno dice che il lavoro nobilita.
Cazzate.
Io dico che ti consuma, ti invecchia fino a farti a pezzi, ma in cambio ti dà una direzione. E la direzione di oggi è una strada senza uscita, in periferia. Un appartamento anonimo e un pavimento che odora di detersivo.
Il tipo ha smesso di tremare. Era uno preciso, dicevano, cercava di spiegare, di trattare. L’ho ascoltato fino a quando aveva senso. Poi sono tornato al mio dovere, al mio metodo, al mio lavoro.
Mi guardo le mani, sono ferme, pulite, affidabili. Per questo mi cercano, e mi chiamano anche quando altri direbbero di no.
Io non dico mai di no. Mai.
Chiudo la porta dietro di me. L’aria della città mi scivola addosso, come tutto il resto.
Il telefono suona. Rispondo. Dall’altra parte una voce anonima.
«Tutto a posto?»
«Come sempre.»
«E lui?»
«Andato.»
«Ben fatto. Troverai i soldi al solito posto.»
Il lavoro è finito.
Il tipo, anche.
E io, come sempre, sono stato puntuale.

Guido Mazzolini

Un nuovo racconto. Tutto da leggere! Ciao e buona domenica! Elena&Paola

Lui arrivò una notte d’autunno, aveva il trucco sbavato e una valigia di cartone. Disse a tutti di chiamarsi Antonio, ma da quando lo videro lo chiamarono Schizzo, solo perché sembrava pazzo e rideva sempre, senza motivo. Il circo Minerva lo accolse come si fa con i cani randagi, con un po’ di diffidenza e un tozzo di pane.
Leda, invece, viveva lì da sempre. Era giovane e bella, danzava nell’aria, sospesa al trapezio con il vuoto sotto. Senza paura, lieve come una farfalla.
Ogni sera, Schizzo si nascondeva dietro il tendone e la guardava volare. La faccia bianca, il naso rosso, e la paura che nessuno avrebbe mai potuto amarlo con quella maschera addosso. Leda invece lo aveva notato. Gli sorrideva quando scendeva dal trapezio, con le spalle ancora tremanti e i capelli sudati.
«Non hai paura di cadere?» le chiese una volta.
«Sì, ma è la paura di cadere a tenermi viva» rispose lei.
Cominciarono a parlarsi di notte, tra gabbie di leoni addormentati, fumando sigarette sporche di segatura. Lui le raccontava dei posti dove aveva lavorato, degli ubriachi che non ridevano mai, oppure delle risate che non erano sue. Lei gli parlava di quando da bambina voleva essere aria, libera, leggera.
E si amarono così, con la fame dei sopravvissuti, teneri e disperati.
Una sera, durante lo spettacolo, Leda mancò la presa. Il trapezio le sfuggì di mano, il pubblico urlò, ma Schizzo corse e la prese al volo. Per salvarla si spaccò le braccia, la schiena e il cuore. Lo trovarono con il sorriso dipinto e una lacrima nera che colava sulla guancia.
Da quel giorno, Leda non salì più sul trapezio.
Ogni sera, prima dello spettacolo, si siede nel buio e parla da sola. Ha un naso rosso appeso al collo, legato a una corda. Dice che sente ancora la risata di Schizzo tra le assi del palco, il suo passo, il cuore che batte più piano.
Quando soffia il vento, il tendone respira. Per un attimo, sembra che i due si ritrovino, lei sospesa nell’aria, lui sotto che l’aspetta a braccia aperte, tra il sogno e il dolore.
E la gente, senza saperlo, applaude ancora.

-Guido Mazzolini-

Sì, ma è la paura di cadere a tenermi vivaL’amore disposto a morire pur di prenderti al volo quando cadi. Che bello… Leggetelo dai. Elena&Paola

Chissà chi sei, adesso.
Forse un nome cancellato dal citofono,
un volto smarrito in un giorno di vento,
una voce che non trova la gola.

Ti penso, io, come si pensa a una febbre,
quando il corpo ricorda ciò che la mente nega.
Eri carne – lo giuro –
avevi mani che sapevano ferire,
occhi che non guardavano due volte.

Forse hai imparato a ridere piano,
a piegare i pantaloni sulla seggiola
a coprirti di normalità per nascondere le cicatrici.
Forse ami chi non sa nulla di te,
e lo baci con grazia, e ti penti subito dopo.

Io vivo qui, nel disordine del ricordo,
a seminare versi nel deserto
a enumerare il tempo che non ti ha visto tornare,
a chiedermi se oggi sei più vera, o solo più lontana.

Chissà chi sei,
se hai imparato a dormire senza colpa,
se mi porti addosso come una macchia sul bavero.

Io, spesso, ti ritrovo in un volto sbagliato,
nella voce di chi mente bene,
nel silenzio che morde più forte.

E tutto mi ritorna addosso.
Il tuo passo, la tua assenza,
quella ferita che chiamavamo amore.

Guido Mazzolini

Il giardiniere di Giorgia

Pubblicato: novembre 9, 2025 in Uncategorized

Arrivava ogni santa mattina, prima del sole.
Apriva il cancello, infilava i guanti e si inginocchiava tra le rose.
Le potava adagio, come si accarezza una pelle che non ti appartiene.
Lei passava tra i vetri della veranda, era una macchia di seta bionda, un profumo che non si poteva toccare.
Giorgia era una donna importante. Una politica di quelle che vedi in televisione, che parlano di riforme e diritti con voce ferma e mani immobili. In casa non c’era quasi mai, sempre in giro per il mondo a causa di impegni istituzionali.
Ma a volte tornava, arrivava con la scorta e l’auto scura, qualcuno apriva la portiera, poi restava solo il rumore dei tacchi sul vialetto, breve come un colpo di tosse.
Lui sapeva tutto di quel giardino.
Sapeva dove la terra era più stanca, dove le radici bevevano troppo, dove i petali cadevano prima.
Ma di lei, niente. Solo le tracce dei passi nel vialetto, dopo la pioggia.
A volte la sentiva ridere. Una risata tagliente che gli si piantava dentro come una zappa nella terra. Altre volte lei usciva con un bicchiere in mano, guardava le piante e diceva: “Stanno bene?” lui rispondeva con un cenno, perché la voce gli moriva in gola
A mezzogiorno si sedeva sotto il ciliegio, mangiava un panino, beveva da un thermos. Guardava la casa e immaginava Giorgia stesa su lenzuola bianche, con la luce che disegnava il profilo del suo viso. Immaginava di poterle dire qualcosa: che i gerani avevano bisogno di più ombra o che la notte sognava i suoi passi sul prato.
Un giorno trovò una rosa spezzata, sembrava un corpo lasciato lì, dopo una festa. La raccolse e la mise nel secchio, poi ci ripensò, la prese e la posò sul muretto vicino alla porta. La sera, la rosa non c’era più. Al suo posto, i soldi della settimana e un biglietto piegato in due con scritto: “Domani non venga. Il giardino riposerà.”
Non ci tornò più. Ma ogni volta che passava da quella strada, rallentava il passo.
Il cancello era sempre chiuso, le rose più alte, più selvagge.
E lui pensava che forse Giorgia non aveva mai saputo nulla.
O forse sì, e per questo aveva fatto riposare il giardino.

Guido Mazzolini

La notte sembra non passare mai. Lenta, pesante, si trascina adagio come un cane ferito.
Odore di pioggia in arrivo, dalla cucina la luce intermittente del televisore e le voci di mamma e papà.
Stanche, spezzate come ossa sotto la neve, come chi parla per non crollare.
«Hanno bombardato ancora…»
«Dove?»
«Vicino alla scuola… sono morti tanti bambini…»
Le parole cadono per terra. Arrese, vuote. Nina le sente rompersi sul pavimento. Matteo invece gioca con una macchinina rossa, facendola correre sull’ombra che la finestra proietta sul letto.
«Che cos’è la guerra?» le chiede.
Nina ci pensa un po’, poi risponde: «È quando i grandi litigano. E non fanno pace. I grandi possono essere molto cattivi, sai?»
Nel corridoio, la luce taglia il buio a metà. Poi un lampo nel cielo e un tuono lontano. Matteo si stringe alla sorella.
«È la guerra? È già arrivata?»
«No, è solo un temporale. È il cielo che prova a spaventare chi non dorme.»
Restano alla finestra a guardare le case e i lampioni accesi, rannicchiati in attesa della pioggia. Il vento soffia tra le antenne, porta voci lontane di altri bambini. Le stesse domande, le stesse paure.
Gli stessi silenzi.
Nina mette la testa fuori dalla porta. Sporge come un passero dal nido. In cucina vede suo padre, ha una sigaretta in bocca e il volto rigato dalla luce. La mamma invece prepara il caffè. I grandi sembrano forti, ma in realtà sono solo abituati a tremare senza piangere.
Matteo lascia la macchinina sul davanzale.
«Così può scappare se succede qualcosa.»
Nina non risponde. Gli passa un braccio intorno per proteggerlo e sente il suo cuore che batte come un tamburo rotto.
Poi il tempo si ferma, sospeso tra un respiro e l’altro, nel rumore del mondo che cerca di non cadere a pezzi. Lentamente, la voce della televisione tace.
Nina e Matteo rimangono svegli, nel silenzio che segue le notizie del telegiornale, prima della pubblicità e del programma serale. E in quel momento, i bambini capiscono che la paura ha il suono di un temporale lontano, e cresce insieme a chi la vuole ascoltare.

Guido Mazzolini