Archivio per gennaio, 2026

Era inginocchiata nel primo banco, quello a sinistra dell’altare. Una donna giovane con le spalle strette nel cappotto e i capelli lunghi sulla schiena. La chiesa odorava di candele e pentimenti, io stavo dietro, con la stola che mi segava il collo. Pensavo che Dio, certe mattine, pesa come un macigno.
La guardavo senza guardarla, occhiate rapide, furtive, come si fa con il fuoco quando hai paura di bruciarti. Ne osservavo le forme, il movimento del respiro, le mani in preghiera. Non era solo carne, ma una promessa muta, subdola, una geografia segreta che il mio corpo ancora sapeva leggere.
Difficile essere uomo ed essere prete.
Faticoso.
A volte mi sento un animale al circo che sbatte contro le sbarre della gabbia e si ferisce da solo, mentre la gente guarda e ride.
Allora mi sono detto che la mia era solo decenza.
Sono pudico, me lo ripeto ogni mattina davanti allo specchio, con l’armadio aperto su una fila di vestiti neri. La mia castità è una camicia stirata, pulita, presentabile. Pronta per ogni occasione.
Ma sotto, nascosta, la pelle suda domande.
Le mani, ad esempio. Le mie addestrate a benedire. Le sue, simili a conchiglie chiuse.
Ho pensato al ventre, al posto caldo dove la vita si inventa ed esplode. Ho provato una vergogna antica, ereditaria, come chi porta addosso il peccato di altri uomini.
Pregavo e intanto negoziavo con me stesso. Dio da una parte, il corpo dall’altra. Carne e spirito, e io il mediatore che aveva perso tutto.
Ho capito che la femminilità non mi tenta, tuttalpiù mi smaschera. Mi costringe a vedere il difetto, la crepa sotto l’abito, la fame sotto la disciplina.
Quando si è alzata, il rumore del legno ha fatto tremare il silenzio. Ho pensato all’impronta calda lasciata sulla panca, lei mi è passata accanto senza guardarmi e in quel momento ho desiderato essere invisibile. Ho chiuso gli occhi e ho pronunciato l’amen più difficile della mia vita. Non quello di chi è salvo, ma quello di chi resiste.
Sono rimasto così, uomo e prete, cuciti male nella stessa talare.
Pudico, irreprensibile, contrito.
Forse incolpevole. Perché, in fondo, incolpevoli lo siamo tutti.

Guido Mazzolini

In fondo siamo tutti non colpevoli…mi piace il finale del racconto, poi però penso che invece qualcuno molto colpevole c’è, volontariamente e senza dubbio. Forse quel prete si sbaglia, o no? Elena.

La notte a Firenze ha il passo di un animale che annusa gli angoli, piscia e cambia strada. Clara cammina, le mani in tasca, le dita attorno a un biglietto stropicciato, un pezzo di carta letto una volta che non ha il coraggio di leggere ancora. Una sola frase, una manciata di parole che lui ha scritto prima di sparire. Da quella volta Clara vive sospesa in un fruscio, ogni giorno è un giro di carte dove non sai se uscirà rosso o nero, o se il mazzo resterà girato sul tavolo.
Abita in un monolocale così piccolo che solo il silenzio sembra ingrandirlo. Una coperta sul letto, la televisione sempre accesa, la giacca di lui appesa alla seggiola. Da giorni, il suo odore è svanito, Clara l’ha capito annusandola.
All’angolo della piazza c’è un forno già aperto all’alba. Dall’altra parte della vetrina cornetti gonfi, focacce, e il pane in attesa di essere inciso e messo a cuocere. Il panettiere ha le spalle appoggiate al vetro, le braccia infarinate. Fuma una sigaretta e sbadiglia.
«Notte lunga?» chiede.
Clara annuisce.
«Lunghissima. Di quelle che non finiscono.»
«Le notti finiscono sempre,» le risponde, «siamo noi che ci restiamo dentro più del necessario».
Clara cammina fino al ponte, dove l’Arno porta via ogni cosa, foglie, pezzi di legno, lattine e segreti. I brutti pensieri del mondo, tutti in fila, tutti verso il mare. Appoggia i gomiti al parapetto e apre il biglietto. Lo legge una volta, strizza gli occhi per non piangere, poi lo legge ancora. Sono parole che feriscono, ma non hanno più la forza di farle male. Forse, se lo tieni abbastanza a lungo, il dolore si addomestica. Diventa un brutto animale che ti dorme accanto, poi non ci fai più caso.
Strappa il foglio. In due, poi in quattro. Coriandoli di nulla cadono nel fiume e in un istante spariscono nell’acqua.
Sente l’aria entrare, uscire.
Un ritmo. Un canto. Una possibilità.
Ritorna verso casa e compra un paio di cornetti per la colazione. Ha voglia di caffè, dolcezza e novità. Ancora non ci crede, ma un respiro, un gesto, una piccola dose di coraggio, a volte assomigliano a un inizio.

Guido Mazzolini

Oggi mi sento un po’ Clara, anche io ho avuto un biglietto in tasca, ma forse davvero il dolore si addomestica se lo tieni abbastanza a lungo. Forse….. Elena

Ero seduto al tavolo della cucina quando Marta disse che se ne andava. Come se niente fosse, o come se stesse parlando del tempo.
Pioveva da ore, la finestra era appannata, io avevo una tazza di caffè davanti e un posacenere pieno.
«Quando?» le chiesi.
«Tra poco», rispose.
Aprì il frigo, guardò dentro ma non prese nulla. Lo richiuse e il motore cominciò a ronzare.
Avrei voluto dirle qualcosa di perentorio, indimenticabile. Invece restai zitto e pensai a quando avevamo comprato il frigorifero, a quando avevamo dormito per terra perché il letto non arrivava.
A tutte le domeniche passate senza parlare.
A noi.
Marta si sedette e iniziò a piegare uno scontrino del supermercato, come sempre quando era a disagio.
«Non è per qualcun altro,» disse, «e non sei nemmeno tu. Sono io il problema».
Annuii, anche se non avevo pensato a quello.
La pioggia cominciò a battere più forte. Si sentivano i tuoni e l’acqua che scrosciava nelle grondaie. Marta guardava il calendario appeso. Non avevamo più cambiato il foglio e marzo era rimasto appeso al muro, anche se eravamo a novembre.
«Ti ricordi quando non avevamo niente?» le dissi.
«Sì», rispose. «Eppure ci bastava.»
Si alzò e andò in camera. Sentii la valigia che strisciava sul pavimento, poi rumore di cassetti aperti e passi affrettati. Restai seduto, guardai le mie mani e mi accorsi che tremavano. Quando tornò aveva il cappotto addosso. Si fermò sulla porta.
«Mi dispiace. Davvero.»
Non risposi. La guardai uscire. La porta si chiuse, senza scatto. Mi alzai a spegnere la luce e accesi la radio. Bill Evans insieme al rumore della pioggia, li ascoltai finché non sembrarono uguali al silenzio.
Pochi minuti dopo qualcuno bussò. Aprii. Era Marta, aveva le chiavi di casa in mano.
«Dimenticavo di darti queste.»
Restò sulla soglia, guardandomi come se aspettasse altro.
Le presi.
«Grazie.»
Non dissi di più. Lei sorrise, immobile, come chi ha già capito tutto.
Se ne andò per la seconda volta. Tornai a sedermi.
Ancora oggi non so perché, ma il calendario cadde da solo, si staccò dal muro e scivolò sul pavimento, aprendosi sul mese di dicembre.
Un mese che non avremmo mai vissuto.

Guido Mazzolini

Amore che vieni, amore che vai….anche se il protagonista del racconto non sembra soffrire così tanto.
E voi quanto avete sofferto per amore?
PS: Noi tantissimo (….So’ pianti inutili…. cit. Maria De Filippi).
Elena&Paola.
PPSS: Di nuovo Buon Anno a tutti!

Auguri BEFANE/I

Pubblicato: gennaio 6, 2026 in Uncategorized

A tutte le befane e i befani, tanti auguri! Noi siamo temporaneamente in montagna per qualche giorno di riposo, tra neve, polenta, canederli, strudel, grassi saturi e non, etc. etc. Ma torneremo presto, perché sappiamo che vi manchiamo da morire, vero????


Elena & Paola

BUON ANNO!!!!!!!

Pubblicato: gennaio 1, 2026 in Uncategorized

A tutti un caro augurio per un anno meraviglioso e pieno di belle novità. Che i vostri sogni si avverino, che le vostre paure scompaiano, che la vita sia vita davvero. Un abbraccio, un bacio, e grazie di esserci. BUON 2026!

Elena&Paola