Era inginocchiata nel primo banco, quello a sinistra dell’altare. Una donna giovane con le spalle strette nel cappotto e i capelli lunghi sulla schiena. La chiesa odorava di candele e pentimenti, io stavo dietro, con la stola che mi segava il collo. Pensavo che Dio, certe mattine, pesa come un macigno.
La guardavo senza guardarla, occhiate rapide, furtive, come si fa con il fuoco quando hai paura di bruciarti. Ne osservavo le forme, il movimento del respiro, le mani in preghiera. Non era solo carne, ma una promessa muta, subdola, una geografia segreta che il mio corpo ancora sapeva leggere.
Difficile essere uomo ed essere prete.
Faticoso.
A volte mi sento un animale al circo che sbatte contro le sbarre della gabbia e si ferisce da solo, mentre la gente guarda e ride.
Allora mi sono detto che la mia era solo decenza.
Sono pudico, me lo ripeto ogni mattina davanti allo specchio, con l’armadio aperto su una fila di vestiti neri. La mia castità è una camicia stirata, pulita, presentabile. Pronta per ogni occasione.
Ma sotto, nascosta, la pelle suda domande.
Le mani, ad esempio. Le mie addestrate a benedire. Le sue, simili a conchiglie chiuse.
Ho pensato al ventre, al posto caldo dove la vita si inventa ed esplode. Ho provato una vergogna antica, ereditaria, come chi porta addosso il peccato di altri uomini.
Pregavo e intanto negoziavo con me stesso. Dio da una parte, il corpo dall’altra. Carne e spirito, e io il mediatore che aveva perso tutto.
Ho capito che la femminilità non mi tenta, tuttalpiù mi smaschera. Mi costringe a vedere il difetto, la crepa sotto l’abito, la fame sotto la disciplina.
Quando si è alzata, il rumore del legno ha fatto tremare il silenzio. Ho pensato all’impronta calda lasciata sulla panca, lei mi è passata accanto senza guardarmi e in quel momento ho desiderato essere invisibile. Ho chiuso gli occhi e ho pronunciato l’amen più difficile della mia vita. Non quello di chi è salvo, ma quello di chi resiste.
Sono rimasto così, uomo e prete, cuciti male nella stessa talare.
Pudico, irreprensibile, contrito.
Forse incolpevole. Perché, in fondo, incolpevoli lo siamo tutti.
Guido Mazzolini
In fondo siamo tutti non colpevoli…mi piace il finale del racconto, poi però penso che invece qualcuno molto colpevole c’è, volontariamente e senza dubbio. Forse quel prete si sbaglia, o no? Elena.