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mercoledì, ottobre 28, 2015

Dialetti italiani

Da SB Language Maps.
Il mio dialetto lo hanno classificato, giustamente, tra i dialetti sabini. Ma poi la sottoclasse sarebbe... non ho capito bene se il poggiomoianese o il palombarese. E lì avrei qualcosa da ridire...
Vabbè, intanto godetevi la mappa.






martedì, giugno 18, 2013

Michelangelo Faggioli

L'ho scoperto di recente. Michelangelo Faggioli: "uomo di legge presso i tribunali civili ed ecclesiastici, Faggioli è noto per le sue composizioni. La sua La Cilla, rappresentata per la prima volta nel 1706 presso il palazzo di Fabrizio Carafa è considerata la prima opera buffa in napoletano."
E sentite che bella sta cantata barocca in napoletano.

sabato, marzo 10, 2012

Frittura come ammazzacaffè


Oggi finalmente, dopo un paio di decenni, ho provato anch'io l'ebbrezza delle proverbiali gesta - ma non di certo eguagliandole - di un mio caro amico.
Mi scusino i non-sabinofoni, ma questa cosa la devo dire in dialetto: me só magnatu 'n frittéllu dopp'o caffè.
Li ho cucinati per il pranzo con gli ospiti. Li abbiamo mangiati come antipasto. Poi abbiamo gustato le fettuccine di Zucchero, i suoi involtini con contorno di piselli e funghi, la mia mousse scientifica al cioccolato e il caffè.
Alla fine, dopo che i graditissimi ospiti ci avevano lasciato, ho cominciato a riordinare la tavola. E alla vista di quei fiori avanzati, con quella pastella decentemente riuscita, non ho saputo e non ho voluto resistere.

sabato, gennaio 08, 2011

Dialetti italiani

Secondo questa mappa il sabino sarebbe parlato in ben due regioni e quattro province. Non immaginavo una tale diffusione linguistica. Penso che questo elenco debba essere aggiornato!

Mappa con risoluzione migliore

giovedì, agosto 07, 2008

Bilinguismo italico 4: Pronuncia e Proverbi

Breve introduzione alle pronunce

La pronunica della "z" dialettale, a differenza dell'italiano, è unica. Risulta essre una via di mezzo tra la pronunica della "s" di "sale" e quella della "z" di "pizza".

Il suono della "c" dialettale sta tra quello della "c" e quello della "g"; e quello della "t" dialettale sta tra quello della "t" e quello della "d".




Proverbi

Da una parte u mmastu a da penne!

Traduzione: Da una parte il basto deve pendere!

Modalità d'uso: in risposta a qualcuno che vorrebbe avere due cose che sono mutuamente esclusive.

Esempio pratico:
Come risposta all'affermazione: "Ho una macchina che consuma poco, però ha poca ripresa."


Sopra u mortu se canta u miserere.

Traduzione: Sul morto si canta il miserere.

Modalità d'uso: in risposta a qualcuno che si preoccupa per qualcosa di poco prevedibile e/o lontano nel tempo. (Ogni tanto me lo diceva mia madre quando era impaziente e programmavo eventi lontani)

Esempio pratico:
Come risposta all'affermazione: "Il prossimo anno la mia festa la facciamo da noi o dai miei?"


Vó 'nsegna' u credo all'apostoli!?

Traduzione: Vuoi insegnare il Credo agli apostoli!?

Modalità d'uso: in risposta a qualcuno che cerca di spiegarti qualcosa che per te è pane quotidiano.


Eh sse tutti i cillitti cunuscissiru o ranu!!

Traduzione: Eh se tutti gli uccelli conoscessero il grano!!...

Modalità d'uso: rivolto a qualcuno che si rifiuta pregiudizialmente di provare/fare qualcosa che probabilmente gli produrrebbe beneficio (secondo il punto di vista dell'interlocutore).


A compete co te è còme a ff'a corse coi lépiri!

Traduzione: Competere con te è come voler gareggiare in una corsa con le lepri.

Modalità d'uso: rivolto a qualcuno che vuole avere sempre ragione.


T'ha repióvitu a'nnà pulenta!

Traduzione: Ti è ripiovuto sul campo seminato a granturco.

Modalità d'uso: sottolinea la fortuna apportata all'interlocutore da un evento casuale che a prima vista sarebbe anche potuto sembrare sfavorevole.


Quanno Pasqua vè de maggiu a ficora fiurisce e mula parturisce.

Traduzione: Quando Pasqua viene a maggio il fico fiorisce e la mula partorisce.

Modalità d'uso: usato per sottolineare ironicamente l'impossibilità di un evento.

Esempio pratico:
Come risposta alla domanda: "Qunado mi offri una cena?"


Ha voglia a dagli l'orzu coll'orzella
quann'è de cattiva razza la(*) cavalla!


Traduzione:
Hai voglia a dargli l'orzo con l'orzella
quando è di cattiva razza la cavalla!

Modalità d'uso: usato per sottolineare l'assenza di una qualche qualità dalla profonda natura di una persona. Evidenzia l'inutilità di qualsiasi sforzo atto a cambiare lo stato delle cose.


Va all'acchiesa e portate u runciu

Traduzione: Vai in chiesa e portati la roncola.

Modalità d'uso: esortazione a non abbassare mai la guardia.


V'a fa der bene all'asini
che te tiran'e zampate!


Traduzione:
Vai a fare del bene agli asini
che ti prendono a zampate!

Modalità d'uso: per sottolineare l'assenza di riconoscenza da parte di una persona a cui si è fatto un favore.
Esiste anche un'altra variazione sul tema:
Doppo fattu bene a lu(*) conventu,
zampate 'n culu a Padre Guardianu.



A regina che è regina
ha bisognu d'a vicina


Traduzione:
La regina che è regina
ha bisogno della vicina.

Modalità d'uso: sottolinea la necessità di aiuto e/o contatto umano insita in tutti gli umani, indipendentemente dal ceto, dall'origine, dalla cultura ecc.


A mamma pe lu(*) figliu
se lu(*) leva u vuccuncillu
u figliu pe la(*) mamma
pija e schiaffa tuttu'n canna


Traduzione:
La mamma per il figlio
se lo toglie il bocconcino
il figlio per la mamma
manda tutto giù per il gozzo

Modalità d'uso: sottolinea l'unilateralità delle privazioni per amore.


Alloggia quann'alloggia la(*) gallina
e quanno canta u gallu tu cammina


Traduzione:
Rientra a casa quando lo fa la gallina
e quando canta il gallo tu cammina

Modalità d'uso: più che un proverbio è un aforisma che condensa lo stile di vita della vecchia cultura contadina.


Quanno e cóse au da i male moccecanu pure e pecora

Traduzione: Quando le cose devono andar male mordono pure le pecora

Modalità d'uso: per sottolineare le situazioni in cui tutto va male e si verificano anche eventi negativi molto improbabili.


Proverbi che mi piacciono ma che appartengono ad altri dialetti

Questo l'ho sentito da Sugarpapà per descrivere una nostra recente situazione: ci si adattava proprio a pennello. Non conoscendo l'arcese lo traduco nel mio dialetto.

Au pover omo non si gli coce mai a pizza
e quanno se coce s'abbrucia


Traduzione:
Al pover uomo non gli si cuoce mai la pizza
e quando si cuoce si brucia

Modalità d'uso: chiosa le situazioni in cui si è aspettato il verificarsi di un evento per molto tempo, ma quando l'evento finalmente si verifica, lo fa nel modo sbagliato.


Proverbio romano

Come me sòni te ballo.

È la mia massima nei rapporti sociali.


(*): Gli aritcoli in dialetto sono "u" e "a", ma nei proverbi a volte per motivi eufonici e di metrica si usano "lu" e "la".

domenica, luglio 27, 2008

Bilinguismo italico 3: genere neutro

La scoperta più interessante è però sicuramente quella che nel mio dialetto (così come probabilmente in molti altri dialetti italiani mediani) il genere neutro si è conservato. Mentre nell'italiano si è perso.
Sono giunto a questa conclusione osservando che in dialetto ci sono tre articoli determinativi: "u", "ó" e "a"; e mentre risulta molto facile trovare un collocazione per il primo e l'ultimo (corrispondono a "il" e "la" rispettivamente), mi risultava invece difficile collocare "ó". Inizialmente avevo pensato che si usasse come "lo" in italiano, ma mi resi subito conto che la cosa non funzionava trovando questi controesempi: "lo gnocco" ad esempio si dice "u gnoccu" e "lo zio" si dice "u ziu"; mentre "il pane" si dice "ó pa'".

Poi leggendo questi due articoli (1, 2) che parlano del neutro nel dialetto napoletano mi resi conto che l'articolo determinativo: "ó" non era altro che l'articolo di genere neutro.
Deuduzione confermata anche da questo articolo

Ho verificato quindi con grande interesse che effettivamente il neutro si è conservato per alcuni nomi che avevano il genere neutro in latino ("o pa'": lat. PANE, "o sangue": lat. SANGUEM, "o caciu": lat. CASEUM).

Altri esempi di neutro: "o sale", "o pepe", "o zuccaro", "o stabbiu".

Ancora più interessante ho trovato il fatto che a volte lo stesso sostantivo può avere genere neutro o maschile a seconda che si riferisca ad una categoria astratta o ad un oggetto concreto. Ad esempio se ci si riferisce al ferro da stiro si usa "u férru", maschile, ma se ci si riferisce al ferro come metallo in generale si dice "o férru". "La stupidità" si dice "o stupidu", ma se ci si riferisce ad una persona, "lo stupido" si dice "u stupidu".
"Questo è il bello di casa" (riferito a una persona) si dice "vistu è u béllu de casa", mentre in senso atratto: "Questo è il bello di codesta storia" si dice "Vesto è o béllu de ssa storia".
Dalla precedente frase si deduce che il neutro è anche presente nei pronomi dimostrativi:


Tavola dei pronomi dimostrativi.
Nota: Non riesco a capire perché, ma la tabella viene visualizzata molti "a capo" più giù.

























Italiano MDialetto MDialetto NDialetto F
questovistuvestovesta
codestovissuvessovessa
quellovilluvellovella

giovedì, luglio 17, 2008

Bilinguismo italico 2: Ricchezza espressiva del dialetto

Prima di tutto è necessaria una bella dimostrazione di una narrazione nel mio dialetto. Attentione! Il linguaggio - per chi riuscirà a capirlo - è piuttosto scurrile e blasfemo.



Alcune osservazioni sui comportamenti linguistici mi hanno portato a registrare che molti miei compaesani si esprimono più propriamente ed in un modo più ricco di dettagli e sfumature nel momento in cui parlano in dialetto. Quando poi traducono gli stessi pensieri nella ligua di Dante, semplificano, approssimano e spersonalizzano.

Cito qualche esempio.
Nel mio dialetto "affettare il pane" si dice "fetta' o pa'". Sono però sicuro che il 99% dei miei compesani tradurrebbe con "tagliare il pane", perdendo la bella sfumatura dell'azione di produrre delle fette.
C'è un detto del mio paese che recita: "da 'na parte u mmastu a da penne". Che è un po' l'equivalente di volere la botte piena e la moglie ubriaca. "mmastu" sta per "basto", ma anche in questo caso sono sicuro che il 99% dei miei compesani lo tradurrebbe impropriamente con "sella".

Altro esempio.
Chi usa più ormai il pronome dimostrativo "codesto"? Eppure in dialetto esiste ed è ancora vivo. Solo che purtroppo suona molto diverso. "Questo", "codesto" e "quello" si traducono in "vistu", "vissu" e "villu" ("stu", "ssu" e "llu" quando usati come aggettivi dimostrativi). "Vissu", allo stesso modo di "codesto", viene usato per riferirsi ad un oggetto che si trova vicino al nostro interlocutore.

Esempio pratico
- "Passami 'm bo' ssu cortellu che hó da fetta' o pa'?!"
- "Quale cortellu vó? Vistu c'a seghetta o villu c'a lama liscia?"
- "No, voglio vissu che té esso 'nnanzi all'ócchi!"

- "Potresti passarmi codesto coltello ché voglio (devo) affettare il pane?!"
- "Quale coltello vuoi? Questo seghettato o quello con la lama liscia?"
- "No, voglio codesto che hai costì davanti agli occhi!"


"Vissu" viene usato correntemente, ma poi quando si passa all'italiano lo si traduce impropriamente o con "questo" o con "quello".
Stesso discorso per gli avverbi "qui", "costì" e "lì" che si traducono con "ecco", "èsso" e "loco". Anche in questo caso "èsso" viene usato correntemente, ma poi quando si passa all'italiano lo si traduce impropriamente o con "qui" o con "lì".

Per quanto riguarda i suddetti avverbi esistono addirittura delle sfumature che in Italiano mancano proprio: "eccuci", "essuci" e "locuci" significano "qui intorno", "costì intorno" e "lì intorno".

Il pronome dimostrativo "codesto" sopravvive nella lingua parlata probabilmente solo in Toscana in quanto parte del dialetto toscano. Suppongo che tale promome esista anche in quasi tutti i dialetti centro-meridionali. Il problema è che il suono di queste versioni dialettali non somiglia neppure un po' al suono di "codesto": basti pensare al suono di "vissu"!
Mi sono però accorto che molti miei compaesani sentono comunque l'esigenza di usare la precisione di tale pronome anche quando parlano italiano e a volte coniano all'occorrenza dei vocaboli sostitutivi come "quesso", che somiglia a "vissu", ma suona più italiano.
Io sono dell'opinione che, se invece di criminalizzare il dialetto, come è avvenuto per decenni, lo si fosse valorizzato nel modo giusto, ad esempio introducendo ai bambini del mio paese, al momento dell'apprendimento dei pronomi dimostrativi, il pronome "codesto" come una traduzione di "vissu", senza perdersi in inutili e incomprensibili spiegazioni, si sarebbero mantenute più vive le radici linguistiche e meno traumatico e depauperante il passaggio alla lingua italiana.

giovedì, luglio 10, 2008

Bilinguismo italico - 1: introduzione

Questo è il primo post di una piccola serie.

Io mi considero un po' bilingue. L'altra lingua oltre l'italiano non è però né l'inglese tanto meno il tedesco è un dialetto. Individuabile nell'albero delle lingue nel seguente ramo:

Indoeuropee
Italiche
Romanze
Italo-orientali
Mediano
Sabino

In famiglia i miei parlavano il dialetto tra di loro, ma con me non lo parlavano. Si comunicava in una sorta di romano italianizzato e con forti contaminazioni sabine. Quando frequentavo l'asilo - stranamente i miei tre neuroni custodiscono molte memorie di quel periodo - tutti i miei coetanei si esprimevano invece in dialetto e mi facevano sentire un diverso: un "romano". Arrivato quindi alla prima elementare cominciai a parlare in dialetto anch'io con i miei compagni, ma non in famiglia. Questo mi creò non poche difficoltà di espressione quando mi trovavo in ambienti misti.

Negli anni successivi il mio interesse verso il dialetto che parlavo è andato crescendo. Ho cominciato ad interrogarmi sul suo uso e a sviscerarne le particolarità. Qualche anno fa, durante una delle mie letture frittatesche, scoprii che i dialetti italiani sono classificati in Italo-orientali ed Italo-occidentali. La linee di demarcazione sarebbe approssimativamente l'appennino tosco-emiliano.
Il toscano apparterrebbe quindi ai dialetti Italo-orientali. Per questo mi viene un po' da ridere quando qualcuno mi dice che l'italiano corretto è quello parlato a Milano: basti pensare alla pronuncia delle vocali nella lingua meneghina e alla quasi assenza del passato remoto dalla stessa.