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domenica, luglio 10, 2011

Sardegna del sud: la terra dei Fenici - miniera di Montevecchio, catacombe di Sant'Antioco, Carloforte e Girotonno

Venerdì 3 giugno (pomeriggio)

La nostra seconda esperienza con l'entroterra non si rivelerà più fortunata della prima. Dopo il tempio di Àntas decidiamo di percorrere un'altra ora di tortuosissima strada fino alla miniera di Montevecchio che nel passato era una delle più grandi miniere di piombo e zinco d'Europa e oggi è tutelata dall'Unesco come patrimonio di archeologia industriale. Giunti in loco raggiungiamo quello che sembra essere il centro abitato. Immaginiamo che la biglietteria possa essere lì. e invece ci troviamo immersi in uno scenario a metà strada tra le vie di un paesino italiano nel primo pomeriggio di un ferragosto afoso e la scenografia de I sopravvissuti.
Tutto è deserto, cadente, arrugginito. Sembrerebbe quasi di essere in un paese disabitato, se non fosse per qualche costosa automobile parcheggiata sotto le abitazioni e per gli spazi a scacchiera - vuoti ma appena ridipinti - per le affissioni elettorali. Anche il bar sembra in funzione ma è chiuso.
Dopo alcuni giri a vuoto riusciamo finalmente a trovare una signora che ci dice che le visite alla miniera avvengono solo in giorni prestabiliti e che oggi non è uno di quei giorni.
Diamo uno sguardo al compendio minerario da fuori
e poi decidiamo di ripercorrere a ritroso le due ore di tortuosissima strada e tornare a Sant'Antioco dove visitiamo la Basilica di Sant'Antioco Martire. La visita parte con l'addetto che ci mostra il sarcofago che un tempo avrebbe dovuto contenere il corpo del protomartire Sant'Antioco. L'uomo ci introduce poi nello gnommero di catacombe ricavato dai primi cristiani collegando tra di loro le tombe della preesistente necropoli fenicio-punica. Siamo gli unici due visitatori e l'ambiente è vagamente inquietante. Sembra che la maggior parte della necropoli non sia stata ancora scavata e che i fondi che erano stati destinati allo scopo furono ridiretti verso il G8 della Maddalena. G8 che poi non ebbe luogo, ma nonostante ciò i fondi non tornarono. Questo è almeno ciò che ci dice l'addetto ecclesiastico.

Alle 19:30 prendiamo il traghetto per Carloforte (isola di S. Pietro) dove la festa Girotonno è già in corso. Dopo un giro per le bancarelle e per il settore internazionale che ospita Messico e Brasile diamo anche uno sguardo al cibo distribuito nell'ambito della festa. Non mi convince molto. Decidiamo così di cenare nell'Osteria della Tonnara. La scelta si rivela ottima. Un aspetto interessante dell'isola di S. Pietro è che il suo primo insediamento stabile cominciò a partire dal 1736, anno in cui Carlo Emanuele III concesse l'isola ad un nucleo di liguri discendenti dalla comunità genovese di Tabarqua in Tunisia. Comunità presente a Tabarqua sin dal 1540. I tabarchini liguri fondarono così Carloforte. Anche la fondazione di Calasetta sull'isola di Sant'Antioco ha una storia sostanzialmente identica. Sembra che l'identità genovese si sia mantenuta nei secoli anche nei dialetti. Dico sembra in quanto durante tutto questo viaggio non ho mai sentito parlare né la limba sarda né alcun altro idioma locale. Ammetto che il fatto mi ha un po' deluso. Ad ogni modo anche wikipedia conferma che il dialetto dell'isola è il tabarchino.
Tuttavia una contaminazione sardo-genovese l'abbiamo osservata e sperimentata. L'Osteria della Tonnara ci ha infatti proposto un'ottima lasagna con tonno e pesto.

Sabato 4
In mattinata ci sdraiamo su una spiaggia all'estremità meridionale dell'isola consigliataci dall'albergatrice. Data l'assenza di un bar più tardi ci spostiamo nella spiaggia del paese sotto la torre di Calasetta. Questa seconda spiaggia ci piace molto di più della prima.
Alle 19:30 ci imbarchiamo di nuovo per Carloforte. Stasera il programma di Girotonno prevede il concerto del cantante preferito della mia infanzia: Edoardo Bennato. Visitiamo qualche ristorante, ma non troviamo posto in nessuno. Ci dobbiamo quindi rassegnare all'incolonnamento nella lunga fila per la distribuzione dei piatti festaioli. L'impressione del giorno precedente è confermata: difficilmente si sarebbe riusciti a fare di peggio.
Ripartiamo alle 22:30 quando Bennato non è ancora entrato in scena. Il cantante mito della mia infanzia rimarrà tale.
La mattina successiva ripartiamo per la nostra patria nordica d'adozione. Dove l'Esterichia Coli ci attende impaziente.

giovedì, luglio 07, 2011

Sardegna del sud: la terra dei Fenici - museo archeologico di Sant'Antioco, Calasetta e tempio di Antas

Dopo il Monte Sirài raggiungiamo la quarta isola italiana: Sant'Antioco. Fin dai tempi dei romani è possibile raggiungere l'isola con mezzi terrestri. I nostri antenati avevano infatti sfruttato la presenza di quattro isolotti e con un sistema di cinque ponti erano riusciti a collegare Sant'Antioco alla Sardegna. L'ultimo ponte romano è ancora in piedi, ma a causa degli interramenti successivi oggi c'è solo terra sotto l'antico ponte.
Raggiunto il paese di Sant'Antioco andiamo a visitare il museo archeologico. La visita comincia bene. Siamo gli unici visitatori e l'archeologa è a nostra disposizione. L'unica limitazione è che non possiamo scattare fotografie.
Ma dopo pochi minuti si unisce a noi un'orda di romani in gita organizzata. Assistiamo a diverse scenette divertenti. Tra cui quella della madre della bimba fotografante (nonostante il divieto) che fraintendendo le parole dell'archeologa dice alla figlia:

- Ma pensa te!? Quelle so' le maschere schiaccia spiriti.
- Schiaccia spiriti!? E come funzionano.
- Zitta, t'oo dico dopo!

Salutiamo l'orda che fortunatamente non ha comprato il biglietto per il tofet e proseguiamo con l'archeologa. La ragazza ci conferma il superamento dell'ipotesi dei sacrifici e ci spiega che le tombe della necropoli si estendono sotto tutto l'abitato intorno alla torre dei Savoia. Addirittura alcune tombe vengono tuttora usate come cantine e altre sono state abitate fino agli anni '70.
Lasciato il paese di Sant'Antioco ci spostiamo nel secondo comune dell'isola, Calasetta, dove si trova il nostro secondo albergo: Cala di Seta. L'albergatrice ci informa che nella vicina isola di S. Pietro si è appena aperta la festa di quattro giorni dedicata alla più tradizionale e caratteristica attività della zona: la pesca del tonno. Sembra che questa sia la settimana centrale del breve periodo in cui si pescano i tonni migliori. La festa si chiama Girotonno. L'albergatrice è simpatica, ma non è dotata di tutte le attenzioni delle colleghe di Villa del Borgo.
A cena andiamo da Pasqualino. Prendiamo kus kus (così si scrive nell'isola) e fregula con pesce. Niente male.

Venerdì 3 giugno ci rimettiamo in viaggio verso Carbonia: il primo capoluogo della provincia.
Oltrepassato anche il secondo capoluogo, Iglesias, ci fermiamo al tempio di Antas dove visitiamo
il villaggio nuragico, la piccola necropoli dell'età del ferro con statua del dio dei Sardi, Sardus Pater Babai,
e il tempio punico-romano dedicato al dio stesso.
Percorrendo un sentierino silvano di una decina di minuti raggiungiamo questa bella quercia sugheraia.
Guardandola mi son detto: ma come fa a sopravvivere senza corteccia?
È da quando sono bambino che sento dire che per uccidere un albero basta eliminare una striscia anulare di corteccia. Poi a casa ho trovato la spiegazione su Wikipedia:
"Il taglio del sughero si pratica manualmente con i metodi tradizionali, usando apposite accette. L'operazione si esegue da maggio a luglio e richiede perizia ed esperienza in quanto il taglio deve arrivare al fellogeno senza interessare gli strati più interni della corteccia (felloderma e libro). Tagli male eseguiti infatti compromettono la vitalità della sughera."

lunedì, giugno 20, 2011

Sardegna del sud: la terra dei Fenici - Montessu, Carbonia e Monte Sirài

Giovedì due giugno lasciamo il nostro primo albergo per spostarci verso il secondo albergo sull'isola di Sant'Antìoco. Lungo il tragitto visitiamo la necropoli neolitica prenuragica di Montessu.
Il responsabile della biglietteria è molto gentile.
Tra le altre cose ci spiega anche che gli asini bianchi che popolano la zona di accesso alla necropoli sono venuti dall'Asinara. Sostanzialmente degli immigrati venuti a togliere il lavoro ai quadrupedi locali. E si sono addirittura mescolati con gli autoctoni dando luogo ad una genia meticcia in cui l'elemento estraneo del bianco prevale.
Per raggiungere la necropoli percorriamo per una decina di minuti una stradina che si inerpica sulla collina attraverso il bosco: mirti, alloro, qualche fico d'india e olivastro (sottospecie spontanea dell'olivo).
La necropoli è posizionata quasi alla sommità: nel punto in cui la collina si apre a mo' di teatro. E noi ne siamo gli unici spettatori.
Alcune delle tombe della necropoli neolitica prenuragica conservano decorazioni collegate alla dea Madre e al dio Toro.
La tappa successiva è Carbonia. Prima di entrare in città la presenza di diversi eucalipti, assenti dal resto del paesaggio sardo visitato finora, anticipa l'identità mussoliniana della fondazione della città.
Identità che si manifesta in tutta la sua altisonante interezza quando si arriva al centro della città.
 Lasciata Carbonia visitiamo la fortezza fenicio-punica del Monte Sirài. Parte della sua storia è simile a quella di Nora: occupazione fenicia (VIII sec. a.C.) e dominio cartaginese (VI sec. a.C.). Le differenze si rilevano nella fondazione nuragica e nello spopolamento prima dell'arrivo dei romani (I sec. a.C.).
L'inclinazione spontanea di quest'ulivo dà un'idea di quanto siano ventose queste coste.
La giovane archeologa ci mostra il tofet con i suoi strati di pentole-sarcofago per i bambini e ci spiega che l'ipotesi che vedeva i tofet come luoghi per i sacrifici infantili è oramai superata e la quasi totalità degli archeologi, supportata da analisi scientifiche, concorda che i tofet non fossero altro che cimiteri per bimbi nati morti o morti prima del rito di ingresso nella comunità.
In una delle tombe l'archeologa ci mostra anche questo simbolo del dio Moloch. La cosa interessante è che questo è l'unico caso in cui il simbolo è stato tracciato in questa posizione. Di solito si trova ruotato di 180°.

venerdì, giugno 10, 2011

Sardegna del sud: la terra dei Fenici - museo archeologico, Armungia, Chia, Capo Spartivento e mare

Martedì 31 maggio torniamo a Cagliari per visitare il museo archeologico.
La giovane archeologa di Nora ci ha detto lì è conservata la stele di Nora: il primo documento in cui compare il nome "Sardegna".
Il museo è organizzato molto bene. Mi piace molto la sezione dedicata alla scrittura.
Nel pomeriggio ci rimettiamo in viaggio. Vogliamo visitare la Sardegna "vera": quella dell'entroterra. Dopo quasi due ore di stradine tortuose, valli, gole e picchi panoramici raggiungiamo la nostra meta: 
Armungia. Un paesino di 500 abitanti sede di un raro esempio di nuraghe ben conservato e parte dell'abitato del paese.
Peccato che il nuraghe del XVI sec. a.C. sia stato reso invisibile a meno di accedere al piccolo museo etnografico, che ovviamente è chiuso.
Per cena andiamo nella trattoria Da Angelo a Domus de Maria. Stupefacenti sono le liste di attesa per poter mangiare in questa trattoria. Ma forse quella è l'unica cosa stupefacente di questo locale. Al Mirage troverete cibo e servizio migliori senza dover consultare agende e calendari per trovare un posto.
La giornata di mercoledì primo giugno la dedichiamo al mare.
Ci sdraiamo sulla bellissima spiaggia poco a est di Torre di Chia. Vinta la riluttanza iniziale mi decido a farmi una nuotata. L'acqua è fredda, ma penso che come al solito il movimento mi riscalderà.
Dopo una nuotata di quaranta minuti circa torno a riva. Con una certa sorpresa mi accorgo che le dita della mia mano destra sono estremamente pallide e piuttosto insensibili. Saranno necessari una decina di minuti di sabbiature calde per riattivare la circolazione della mia mano.
Dopo avere recuperato la funzionalità della mia mano destra decidiamo di avventurarci per la tortuosa strada costiera.

Attraversiamo chilometri di coste incantevoli e incontaminate fino a giungere ad una curva oltre la quale troviamo questa ecooscenità.
Da questa distanza si può ammirare l'ecooscenità in tutta la sua armonica consonanza con il paesaggio.
La recezionista dell'albergo ci dice che per qualche tempo i lavori sono stati bloccati ma ora sembra che stiano riprendendo.

Riprendiamo la strada tortuosa fino a raggiungere Capo Spartivento.
Su cui troneggia il vecchio faro trasformato di recente in un costosissimo albergo accessibile solo attraverso una quasi impercorribile strada sterrata. Strada che noi percorriamo a piedi.

lunedì, giugno 06, 2011

Sardegna del sud: una vacanza nella terra dei Fenici - Cagliari, Pula, Nora e Chia

L'unica vera isola italiana, recita la nostra guida. Ed era anche l'unica regione italiana dove non avevo mai messo piede.
Il viaggio comincia domenica 29 maggio con un'esperienza per noi nuova. Dopo esserci godute la geografia corsa e quella sarda, quando il nostro aereo stava planando sull'aeroporto di Cagliari e si trovava oramai a una decina di metri dal suolo, i motori riprendono a rombare e il velivolo comincia a riprendere quota. Dopo un paio di minuti ci informano che la decisione è stata presa a causa del vento troppo forte. Il ri-decollo è seguito da un piacevole sorvolo panoramico del golfo e dello stagno di Cagliari con conclusivo e definitivo atterraggio accompagnato da strombettamento ryanairesco autocelebrativo.

Dopo fila autonoleggio e recupero automobile partiamo per la visita al castello (Castéddu 'e susu) di Cagliari. È domenica. La città vecchia è piuttosto deserta.
Cominciamo con la scalata alla torre dell'Elefante. Lì mi accorgo di aver lasciato la macchina fotografica a casa. Dovrò quindi rassegnarmi all'uso dell'iFonio per il resto della vacanza.
Per passare poi alla cattedrale di S. Maria. E quindi all'anfiteatro romano che troviamo però chiuso.
Nel tardo pomeriggio raggiungiamo il nostro albergo nella campagna a ovest di Pula: Villa del Borgo. L'albergatrice si mostra subito molto gentile e ci fornisce una serie di indicazioni sui luoghi e di suggerimenti gastronomici che si riveleranno tutti molto validi.
La prima cena è al ristorante Bacchixeddu a due-trecento metri dall'albergo. Non è niente male. Il pane carasau che fa da letto alle cozze è un'ottima trovata che poi vedremo ripetersi in altri ristoranti. Anche il bianco della casa è insolitamente buono.
Percorrendo a piedi il pezzo di strada tra l'albergo e il ristorante ci accorgiamo di segnali che ci inquietano un po'. L'albergatrice poi ci spiegherà che tutta l'area era di proprietà di un'azienda olandese che usava le serre per produrre pomodori per il mercato nordeuropeo. In seguito l'azienda fallì lasciando una ricca eredità ai locali: qualche centinaio di serre di eternit da smaltire.

Il lunedì mattina visitiamo gli scavi di Nora: un sito archeologico splendidamente posizionato sulla piccola penisola del capo di Pula.
I resti vanno da quelli più antichi della fondazione fenicia (VIII sec. a.C. - più o meno ai tempi di Omero), a quelli successivi del dominio cartaginese (VI sec. a.C.), fino a quelli (la maggior parte) del periodo romano (I sec. a.C. - V sec. d.C.). La maggior parte delle rovine visibili risale al periodo romano.
Mosaici
Quartiere di abitazioni
Terme in opus latericium.
Strana forma d'albero.

Molto interessante è anche il complesso di Esculapio costruito sul precedente edificio dedicato al dio cartaginese della medicina Eshmun.

Nel pomeriggio girovaghiamo un po' per Pula dilettandoci in qualche spesetta gastronomica: pecorino, pane, dolci al mosto e fregula. Torniamo quindi in albergo per goderci un po' i dibattiti sui risultati elettorali di Pisapia e De Magistris e scopriamo che anche a Cagliari hanno trionfato i mangiabambini dopo 20 anni di domuslibertari.
Verso le 17 ci spostiamo sulla spiaggia di Chia (Domus de Maria): una lingua di sabbia tra mare e laguna che si trasforma estendendosi in dune coperte di arbusti mano a mano che la laguna si estingue.
Per cena andiamo al Mirage. Mi rendo conto che il nome non fa una buona impressione. O almeno così è stato per noi. Nonostante ciò lo consiglierei vivamente: sia per il cibo che per l'eccellente servizio. Ottimi gli antipasti e gli spaghetti con i ricci. Buoni gli spaghetti con l'astice, anche se il crostaceo era un po' duro. Al Mirage assaggio per la prima volta le Seadas. Mi piace, ma non rientra nella mia concezione personale di dolce.