Riflessi rotulei femminili e Gasparri con doppio dispositivo.

Sulle chat dove scrivevo da donna con pseudonimo che avete imparato a conoscere — attività che richiede più disciplina di un concorso parastatale e più pazienza e remissività di una zoccola di call center sotto attacco — a un certo punto succedeva sempre la stessa cosa: saturazione.

Troppa esposizione all’altrui immaginario, diciamo così. Perchè ok convincerlo di tutta una serie di drammi e risultare credibile, il maschio dall’altra parte, ma quello dopo vuole ciurlare e non puoi giocarti i contatti e sputtanarti – che quelli sono infami e si passano le info e se passi per quella che non la da la gente ti scansa.
Troppa richiesta, troppa insistenza, troppa roba che ti passa addosso mentre tu devi restare educata, morbida, plausibile. Anche se Casalinga devi passare sempre e comunque da ZoccolaBorghese – che l’odio sociale ha a che fare spesso con lo sperma.

E allora uscivo. Respiravo. Rientravo.

Con un altro nome.

NiKola44.

Sì, il 44 era d’obbligo ma non ho una idea chiara a riguardo. Quella K piazzata lì invece magnificava il cazzo duro di profilo e la gamba poggiata in relax.

E questa cosa della K, del cazzo duro e della gamba — che è già corpo, già gesto — mi ha sempre fatto pensare a un altro mistero irrisolto: il riflesso rotuleo femminile applicato a contesti non ortopedici.

Perché esiste. Ed ha a che fare con lingua e riflesso faringeo, secondo me.
Fateci caso.

Ci sono donne che mentre baciano sollevano il ginocchio con una precisione che neanche un test neurologico. Tu baci, di solito in un vicolo, fuori da un portone, in un posto buio e loro alzano il ginocchio. Non sai perchè ma sai che succederà. E se non succede ci sono chiaramente problemi neurologici.
Mirano e colpiscono lì, sempre nello stesso punto. Alzano il destro e colpiscono Evaristo, quello appeso a sinistra sotto il trattino diagonale alto della K cioè il cazzo.
Sempre lì, sempre nello stesso punto, come se qualcuno avesse collegato bocca e gamba con un cavo diretto, senza passare dal cervello.

E poi c’è la versione avanzata: letto, posizione rilassata pancia in sotto lei e pancia in sopra lui, apparentemente tutti fermi… e invece sotto parte un movimento. Bocca di lei lì, impegnata. Bocca di lui più su, libera, ma impegnata di solito a dire cose senza un senso apparente.
Andiamo, è normale, è natura, è anche amore, magari, ma è la posizione di studio di questo riflesso più comoda e diffusa per cui cercate su uno dei tanti siti e ditemi.
O se siete fortunati frugate nei cassetti della memoria, se ci avete prestato attenzione perchè magari, come me, siete fans sfegatati della pratica e dunque molto attenti a tutto quel che succede mentre – così fate mindfulness e durate di più.
Polpacci di lei che si animano, piedi che si tendono, caviglie che entrano in una specie di trance coreografica. Più la situazione si intensifica, più gli arti inferiori vanno in modalità indipendente, come se la bocca avesse un telecomando nascosto e avesse premuto “shuffle”.
Le ginocchia si piegano, i piedi vanno in su, gli stinchi si incrociano.
Succede sempre.
E se le cose si fanno davvero profonde, i piedi finiscono posseduti. E le coppie di tibie e peroni paiono lampeggiare in raggi X nella grossa decima (cit.) famosa della bandiera pirata.

Ora, io non sono un medico, ma qui c’è chiaramente un corto circuito tra faringe e sistema motorio. Una roba da studiare. Una roba che meriterebbe finanziamenti europei.

E voi le donne che leggete, cazzo, non fate le preziose e spiegateci perchè succede. Almeno la faccenda del letto e dei pompini che tanto ai baci con la ginocchiata tra le palle abbiamo fatto l’abitudine.

Ma torniamo a NiKola.

Perché NiKola entrava in pubblica e faceva ordine. Soprattutto su due categorie.La prima: quelli che usano verbi a caso, senza piano industriale dietro – ma l’abbiamo già spiegato altrove o lo spiegheremo presto.

La seconda: i comunisti relazionali.

Questi ultimi sono affascinanti.
Condividono tutto. Anche quello che non dovrebbe diventare materia di logistica. Tipo la moglie. Soprattutto la moglie. Appartengono alla corrente cuckold dei comunisti, almeno, così si professano. E sono molto allegri nel condividere nell’ordine il corpo della moglie, le prestazioni della moglie, il tappeto persiano del salotto, il letto matrimoniale, il divano. E le imbottite vecchie o i plaid usati – da riusare per incontrare le mogli – prima che finiscano nel bidone giallo degli abiti usati – non lavati – per i poverelli della Caritas.

E soprattutto hanno sviluppato questa cosa del Tributo, ma con “doppio dispositivo”. Che già solo il nome sembra un protocollo di riconoscimento a doppio canale. Uhm, sì, canale!

Funziona così: un device per la visione, uno per la documentazione. Loro ti mandano una foto della moglie, con viso visibile e soprattutto corpo visibile senza vestiti. Tu assicuri che la guardi bene, ti ispiri e ti fai una roba con la manina guardando quella foto e dicendo cose possibilmente volgarissime e laide alla proprietaria di quella immagine e dei diritti su quella immagine – tranquilli, quasi sempre se scrivono cuck di coppia sono consapevoli, attenzione a quelli che scrivono aspirante perchè con la moglie devono ancora parlarci e magari passate guai tipo revenge por con la impronta digitale della foto successiva (ci arriviamo!). Una catena produttiva dove il momento dell’apprezzamento liquido e seminale deve essere certificato, archiviato, restituito al mittente come prova di gradimento (sì, la foto della foto di lei, sullo schermo del Device, tutta cromata e cremata dal vostro tributo, avete capito bene!).
Ecco le foto a cui stare attenti: sono quelle scattate con il secondo dispositivo, cellulare, e ritraggono il primo dispositivo, tablet, tutto seminato che restituisce la foto zozza della moglie del comunista.

E io lì, sempre con garbo:
“State sottovalutando l’impatto.”
“Abbiamo già perso troppe tastiere, non allarghiamo il cimitero.”
“Ma guarda che dopo lo dai a tuo figlio per guardare i cartoni, quello!”

Io non giudico. Io prevengo.

E in tutto questo ho capito una cosa più grande.

Che il troll non è uno che disturba.
È uno che osserva, interviene e poi si gode il risultato.
Ed è lì che entra l’invidia.

Perché ci sono persone — anagraficamente blindate o istituzionalmente corazzate — che hanno portato questa cosa a livello olimpico.

Gente come Trump.
Gente come Feltri.
Gente come Gasparri.

Che possono dire qualsiasi cosa, letteralmente qualsiasi, e il giorno dopo il mondo è lì a scannarsi su quella frase, a interpretarla, a difenderla, a demolirla, a costruirci sopra editoriali, thread, guerre civili da tastiera.

E loro?

Loro guardano.

Forse ridono. Forse no.
Ma sicuramente sanno.

Sanno di aver lanciato il sasso in uno stagno pieno di carpe isteriche.
E soprattutto sanno che nessuno gli farà niente.
Perchè tutti sono convinti che un vecchio arteriosclerotico e sicuramente affetto da demenza senile che amplifichi i suoi già curiosi pensieri sulla razza umana e sul mondo e sulla morale non meriti il “letto senza cena” se scrive mattane sul suo social – certe volte addirittura di proprietà. Oppure che un tizio con decine di anni di impunità parlamentarenon è pazzo, è solo uno che detesta le mamme. Quelle degli altri. O le sogna la notte ma c’ha il fetish di monetizzare i rapporti.

Ma sono i primi pure a sapere che loro non ci credono, in quello che scrivono. Ma lo scrivono così perchè è troppo bello quello che succede.

Ecco, quella è la vetta.

Il troll perfetto non è quello che scrive tanto.
È quello che scrive poco e fa scrivere tutti gli altri.

Io, nel mio piccolo, sto ancora alla fase artigianale: entro, sistemo due cose, salvo qualche dispositivo, studio i riflessi rotulei e potrei anche prendere in considerazione di offrirmi alla causa se ci fossero donne interessate a capire perchè succede sta roba delle ginocchia e poi esco.

Però confesso: se avessi quella immunità lì, quella libertà da fine carriera, quella certezza di impunità anagrafica…

Sarebbe una stagione di capolavori.
Fattuali!