Tutti gli articoli di aure1970

Sono un uomo molto fortunato. Sprecatore di tempo, riempitore di spazi, scopritore di inezie, raccontatore di silenzi. E' un piacere fare la tua conoscenza.

Non chiudete quella porta

Dopo le avventure di Gianmarcello Berteggia e di Pier Tullio Bramboggi, su LaChimicaDelleLettere ho raccontato dei triboli del giovane Edgardo Maria Mammelli.

Su cortese invito di Coulelavie lo ripropongo anche qua, sperando di fare cosa gradita a tutti o a quasi tutti o almeno a qualcuno.

La porta da aprire, per poter leggere l’articolo è questa:

Buona lettura e buon weekend.

Libro letto e libro che sto leggendo

Ho appena finito un libro alto quattro dita, che parla principalmente della crudeltà, degli ideali, dell’amicizia e di un copione maledetto, sbaragliato dopo i tre quarti, mandando il protagonista lì invece che là.

Adesso invece sto leggendo un libro che è la trascrizione di alcune lezioni tenute ad Harvard da un tizio che fece scandalo, e che è citato in una canzone di uno dei miei gruppi preferiti, lezioni a proposito di quel libro di cui sopra che, a quanto pare, è un classico.

Ve lo consiglio? Sì ma.

Se parliamo del primo armatevi di pazienza, che quattro dita sono quattro dita, e armatevi di ancora altra pazienza, perché l’autore si ricorda di voler bene al suo personaggio solo alla fine, quando gli regala la morte.

In realtà lo fa morire per suo interesse, quindi no: non gli ha mai voluto bene.

E il lettore? Può voler bene a quel personaggio? Perbacco se può! Ma non perché è divertente, come si pensa quando di questo libro se ne conosce solo il sentito dire: gli si vuol bene perché si soffre con lui, pagina dopo pagina, l’indicibile miseria umana. E si vuol bene anche a quell’altro perché, come il primo, ci assomiglia: un po’ vittima e un po’ carnefice.

Ma ci vuole pazienza.

Il secondo libro va letto solo se vi piace smontare i libri, per vedere con che carburante marciano, quanti pistoni hanno e di che lega hanno gli ingranaggi. Altrimenti no.

L’autore di questo secondo libro doveva essere un tizio brillante: mi sarebbe piaciuto ascoltare le sue lezioni, per il singolare angolo di tiro da cui guarda la questione e l’ironia che traspare dalle sue pagine.

Purtroppo lui è morto troppo presto (o io sono nato troppo tardi) per potermi permettere tale incontro.

Ciò detto: buona lettura.

E buon anno nuovo a tutti

A volte vorresti dare una mano, darla sinceramente e con tutto il cuore, ma quella mano è l’unica che avete in tre e ti tocca rispondere che non puoi, lo so che lo vedi che almeno una mano ce l’ho, ma proprio non te la posso dare, credimi non posso. Non insistere: mi serve. Ci serve.

Non mi dilungherò in questa sede sulle doverose argomentazioni a favore e contro la generosità, l’altruismo, il dono e sulla liceità o meno di dire quel no di cui sopra. Non mi dilungherò perché odio le lungaggini e, soprattutto, perché non ho gli argomenti.

Ho solo fatto una foto ad un pezzo di legno intagliato, in una città piena d’acqua di cui non posso fare il nome, e mi faceva ridere questo terzetto senza mani tranne una: tutto qua.

Poi mi sono detto: dovrei mangiare meglio.

Subito dopo: potrei scrivere qualcosa.

Interesserà a qualcuno? Non importa.

Vorrei dirvi

perché se non ce le si dice alla fine dell’anno poi ci si dimentica e si rimanda, e poi magari muori e non lo dici più, che io in questo blog ci sto bene.

Perché:

  1. Vi sono stato invitato e questo per me è un onore speciale che merita rispetto.
  2. Perché è popolato di creature strane: ci accomuna un personale modo di essere strampalati.
  3. E’ un luogo ove si respira l’autoironia, che di questi tempi è più preziosa dell’ossigeno.

In conclusione, concludo.

Vi saluto salutandovi.

Aurelio

Alfonso

Capita di incontrare, a chi passa per quell’incrocio, un tizio alto e curvo, dalle larghe spalle, coperte da un logoro cappotto spigato marrone. Tiene sotto braccio un vaso con dentro una giovane pianta di avocado e porta un copricapo militare con lo stemma dell’armata rossa.

Generalmente tiene gli occhi bassi, a fissare le scarpe consunte, e borbotta fra sé e sé qualcosa che si perde nel rumore del traffico, specialmente nell’ora di punta.

Qualcuno si dice convinto che si chiami Alfonso, altri sostengono che sia un discendente di nobili decaduti. L’hanno visto dormire sotto il Ponte di Sotto, ma anche uscire dalla porta di servizio del Grand Hotel. Il barista in piazza conferma che comunque il caffè e il cornetto, tutte le mattine, li paga regolarmente. Nessuno, a dispetto del suo povero andare, lo ha mai visto chiedere la carità.

Mi è capitato oggi di aspettare la corriera per il Capoluogo, unico sotto la pensilina, e di vederlo caracollare, armato del suo avocado, verso di me. Mi si è fermato a fianco, a due centimetri. Profumava di lavanda.

“Con quello che costa. E’ l’unica cosa da fare.” diceva. E dopo poco lo ripeteva e ripeteva ancora.

Io ho taciuto per le prime quindici volte, poi mi sono sentito in dovere di chiedere: “Cosa costa così caro?”

Alfonso si è zittito e, lentamente, si è voltato verso di me.

“Dice a me?”

“Certo. Mi chiedevo… cosa costa così caro?”

Ad Alfonso non è sembrato vero: ha raddrizzato un po’ le spalle, con gli occhi improvvisamente pieni di luce e mi ha risposto: “Ha fatto caso al clima? Si sta TRO-PI-CA-LIZ-ZANDO. E sa perché? Certo che non lo sa: nessuno lo sa. Eppure sta succedendo. E noi? Noi cosa facciamo? Andiamo avanti come niente fosse, continuiamo a radere al suolo le foreste, così i fiumi esondano, le città si allagano e con chi ce la dobbiamo prendere se non con noi stessi?

Continuiamo ad usare la carta. Si rende conto? Ogni anno in questa nazione consumiamo DUECENTOCINQUANTATREMILA TON-NEL-LA-TE di carta igienica. Non contenti di disboscare senza pietà, per pulirci il culo paghiamo un prezzo sempre più alto. Ha presente quanto costa la carta igienica? No che non ce l’ha: glielo si legge in faccia”

Io ho taciuto, non sapevo come replicare, non sapendo in effetti il prezzo corrente della carta igienica.

“L’unica cosa da fare, mi dia retta…” e qui si è messo a bisbigliare come se mi stesse per riferire un segreto “l’unica cosa da fare… è smettere di cagare!”

Avrei voluto rispondere, ma Alfonso non me ne ha dato il tempo: “Non c’è MA e MA! SMET-TE-RE di CA-GA-RE! E’ l’unica cosa da fare. Arrivederla”

Poi se ne è andato.