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Ti fa il culo, Sal!

Non fare incazzare Sal. Ti fa il culo, Sal!

E già qui dovremmo fermarci un attimo, perché Quel pomeriggio di un giorno da cani è un cazzo di film.
Di quelli che dovrebbero stare tra i capisaldi assoluti del genere umano e invece sono finiti in quel Postalmarket clandestino delle cose che tutti hanno visto ma nessuno ha le palle di dirlo, che sembra una malazione. Un film su uno che vuole fare il criminale ma non lo è fino in fondo, e quindi sbaglia tutto con una coerenza poetica.
E quella frase sta qui per tre motivi, ma non li elenco perché odio le liste quanto odio chi le legge come se stesse studiando per un concorso. La durata di lettura del post è di 4 minuti, quindi, stronzo, anche se hai smesso di fare lo stronzo, impegnati.

Il primo è che da oggi, di là, parte una stagione che si chiama Una primavera di un anno da cani, e dentro ci stanno gessi, ortopediche infedeli, scritte sbagliate sui gessi e relazioni tossiche. Non tossiche perché relazioni, ma perché lei era completamente fulminata, tipo lampadina al tungsteno di quelle vietate oggi dall’economia green, sostituite con quei led da tre watt che fanno molta coscienza frocia e pochissima luce reale. Che poi sono esattamente quelli che uso nel mio studio, quindi evidentemente qualcosa non torna nemmeno nella mia coerenza esistenziale – non sono gay, comunque.

Il secondo motivo è che la gente di cui parliamo oggi ha una fama ben precisa: poco per bene, poco colta, difficilissima da trattare, con competenze professionali discutibili e una tendenza alla nefandezza culturale che farebbe impallidire anche certi talk del pomeriggio sul 4 cioè tv del dolore, cioè pronografia di lacrime e sangue, ma senza cazzo nel culo che giustificherebbe a crudo la cosa.
Ed è proprio per questo che sono interessanti, perché il mondo vero non è fatto di persone che funzionano, ma di persone che funzionano male in modo spettacolare.

Il terzo motivo è che uno dei protagonisti, suo malgrado, si chiama davvero Salvatore.
Per gli amici, Sal Da Vinci.
E qui succede una cosa curiosa: se non avesse vinto Sanremo, nessuno parlerebbe di lui. Invece adesso lo dileggiate, lo trattate come l’incarnazione del trash, dell’illetterato, del neomelodico che rovina la musica italiana.

Senza aver capito assolutamente nulla di quello che sta succedendo.

Perché quello che non avete capito sui neomelodici è molto semplice: comandano il pianeta. E pure il frigorifero di casa vostra. Apritelo adesso, se non ci credete, e vedete se non parla forcellese stretto mentre cercate lo yogurt e vi bestemmia i morti con la voce della De Crescenzo e l filtro per gli occhi.
Oppure vi fa sentire le offerte della pescheria del marito della pescivendola più bella d’Italia che è bellissima anche senza filtro e guai a toccarla, qua sopra, maiali!
I neomelodici comunque…
Comandano perché sono comunisti seri, non quelli da aperitivo con il Campari e i discorsi che sembrano sempre iniziare ma non arrivano mai a una conclusione.

Comunisti veri, quelli che prima di dichiararsi hanno già occupato tutto. Non come i comunisti iraniani che inneggiavano a Khomeini e poi quello gli ha tagliato a tutti, computisticamente, la testa. Un comunista serio non ci ragiona con un religioso serio, gli dice di preparare il cappotto pesante per Novosibirsk. Anche perché il religioso serio, pure se si crede barbalunga e islamico, è al fondo uno stronzo sionista dunque uno brutto, cattivo e sporco – lo vedete BenGviur che ancora razzola nel troiaio (dicesi porcile)?

E il modo in cui ci sono arrivati a comandare il mondo è perfetto.

Non è successo all’improvviso. Hanno fatto avvicinamenti progressivi, intelligenti. Prima mandi Geolier, giovane, sacrificabile, uno che può permettersi di dire cose sconvenienti. Un trapper.
La gente pensa “ha vinto uno spacciatore” e intanto il dialetto napoletano entra sotto pelle. Poi mandi il volto rassicurante, quello con la mascella giusta e i testi puliti, roba che puoi far passare in tv senza problemi, che sa di famiglia, di ordine, di patria senza dirlo troppo forte.
No proprio Dio, Famiglia e pure Patria che è pieno di sì e funziona meglio in chiave referendaria dei discorsi di Nordio che sanno di Campari.

E quello vince. (Non so chi vince il referendum perchè sto programmando il post in data 18 marzo, dicevo Sal!) (Aggiornamento, ha vinto il no e soccontento).

E lì capisci che il capolavoro non è la canzone, ma il sistema.

Perché i neomelodici hanno una cosa che voi non avete capito e probabilmente non capirete mai: hanno una canzone per tutto.

Non nel senso che raccontano quello che succede. Nel senso che, se non succede, lo fanno succedere loro.
Scrivono canzoni sui killer, sui tradimenti con la vicina bona, sugli amori contrastati con il figlio del panettiere che non ha studiato ma ha un pesce enorme — e duemila anni fa uno con pani e pesci qualcosa ci ha fatto, quindi un filo logico c’è.
Fanno canzoni sui latitanti, che poi sono pure quelli che stanno in malattia e fanno cose prima delle cinque. Se non ci sono eventi li inventano: baby shower, gender reveal, roba che fino a ieri non esisteva e oggi se non la fai sei socialmente morto. E c’è la canzone “Stamm’ steppando a te!” a testimoniarlo ma che cazzo ne sapete voi!

E sopra ci costruiscono un mercato, un rituale, una colonna sonora.

Nel frattempo fanno canzoni sui matrimoni e aprono le sale ricevimenti dove quelle canzoni vengono suonate. Fanno canzoni sull’amore eterno e le infilano come sottofondo nei programmi televisivi giusti, quelli che entrano nelle case e restano accesi mentre si cucina, mentre si vive, mentre si decide senza accorgersene cosa è giusto e cosa no. Tipo i programmi del vedovo di Costanzo. E le figlie imparano le parole. E i figli pure, solo che fanno finta di no. E poi arrivano le canzoni sulle ragazze bone, le dediche d’amore, e in napoletano fidanzarsi si dice in un modo solo: “fa l’ammore”. Che in italiano diventa “fa le robe”. E quindi i preadolescenti si riempiono di quella roba lì, di quel linguaggio, di quell’immaginario, e tu pensi che sia folklore. Chissà, dopo si chiava?

Non è folklore.

È un sistema.

E tu a un certo punto torni a casa, tua moglie canta Gigi D’Alessio, guarda Real Time, canale 30, Il boss delle Cerimonie e tua figlia sa le parole e ti chiede il pre-filmino del pre-diciottesimo e tu capisci una cosa sola: i piani quinquennali esistono ancora.
E hanno funzionato.

Hanno vinto loro. E non te ne sei accorto, perché il comunismo fatto bene si fa sempre così: entra nelle abitudini, nelle cose piccole, nelle canzoni che non ti sembrano importanti.

Come essere napoletani, in fondo.

E io lo sono.

Comunista e napoletano sebbene sia nato e viva a Bari.
E vi sto entrando sotto pelle. Non conosco le donne, ma magari potrei pure pensarci in senso adamitico, i maschi no, ripeto, non sono gay.
Nel frattempo vi entro nel cervello, da comunista serio.
E le canzoni neomelodiche non le ascolto per studio sociologico e perchè sono la colonna sonora della fauna che studiandola mi fa mettere il pane a tavola.
Le ascolto perché mi piacciono davvero.
Da sempre. Soprattutto quelle più sporche, più sbagliate, più difficili da difendere.

Tipo Julio Iglesias. Che non è neomelodico, non è napoletano, ma vi assicuro che centra. Soprattutto coi contrabbandieri e coi boss vecchio stampo.

E sì, lo so. Questa cosa prima o poi ve la devo spiegare.

Short term pain for a long term benefit…

When Gregorian calendar adoption replaced the old Julian calendar, new year moved from april to january , and people who still celebrated in april were mocked as “april fools.”

Quando il calendario gregoriano sostituì il vecchio calendario giuliano, il capodanno si spostò da aprile al 1° gennaio, e chi continuava a festeggiare ad aprile veniva deriso e chiamato “pesce d’aprile”. Ve lo siete scordato ?! 😕

…. LA PACE. UNA PACE DURATURA SIA IN CIELO CHE IN TERRA . (…e anche nello “spazio” )

sorridi, cazzo” “…fucking humans “

Kant, imperativi categorici, “Non è un mezzo/strumento” ma è un Fine (che poi secondo il dizionario dei sinonimi e contrari è pure uno Scopo, quindi, voce del verbo scopare significato esteso).

C’è una cosa che, se l’avessimo presa davvero sul serio, probabilmente ci avrebbe risparmiato una quantità imbarazzante di piccole e grandi porcate morali.
Una di quelle frasi nette, pulite, senza scappatoie.
La firma è di Immanuel Kant e la sostanza — dentro quel sistema rigidissimo del “devo perché devo” — è questa: tratta ogni essere umano come un fine e mai come un mezzo.

Detta così, è inattaccabile.
Non usare le persone, non piegarle ai tuoi bisogni, non trasformarle in strumenti. Vivici insieme, semmai. Elevati insieme.
E infatti il problema non è Kant.
Il problema siamo noi. Quando ci viviamo troppo vicini e vicino ci stanno le tentazioni.
Perché se vivessimo vicini ma senza tentazioni, saremmo probabilmente migliori. Più corretti, più puliti, più lineari.
Ma saremmo anche — diciamolo senza ipocrisia — infinitamente più noiosi.
Senza piccole cattiverie, senza sadismi quotidiani, senza quelle vigliaccherie relazionali che ci portiamo dietro come un marchio.
E soprattutto senza quella zona grigia, vischiosa e umanissima dove accadono le cose più sporche, più contraddittorie, più vive: le zozzerie. Massimamente fuori del matrimonio o delle relazioni stabili perchè, lo sappiamo, pornografia e marito e moglie raramente fanno rima e quando lo fanno è già passato troppo tempo e di solito è solo un tentativo che andrà male di restare assieme.
Le zozzerie, comunque. Le tentazioni delle persone di fianco con cui vorresti farci zozzerie.

Io c’è stato un tempo che proprio ero tentabilissimo.
Anche perchè tipo vivevo una relazione di merda in cui io provavo a lasciare e chi mi stava di fianco usava i miei sensi di colpa, tutti, scientificamente, per non farsi lasciare.

Ed è qui che entra in gioco la nostra vera specialità – perchè io non sono così peggio di voi, sia chiaro – ossia: trovare la scappatoia.

Non rompere la regola — sarebbe troppo semplice — ma piegarla, stirarla, riformularla fino a farla diventare qualcos’altro. E in questo esercizio la lingua italiana è un’arma micidiale ed è una solidissima alleata – ti vai a mettere contro al lingua italiana?!

Non tanto per le parole, ma per i sinonimi. Perché i sinonimi non sono equivalenti: sono scivoli.

Prendiamo la frase.
Smontiamola. “Essere umano”, “fine”, “mezzo”.
“Essere umano” lo sistemiamo subito: persona, individuo, uomo, donna trans— chiamateli come volete, basta non fare i cretini e basta sapere che di solito li chiamate come fa comodo al vostro senso di colpa ma andrebbero chiamate e chiamati come a loro piace.
“Mezzo” è altrettanto semplice: il sinonimo più diretto è “strumento”. E già qui la frase inizia a cambiare consistenza.

Ma è su “fine” che succede il disastro.

Perché “fine” è elegante, filosofico, alto. Ma il suo sinonimo più comune, più usato, più didatticamente corretto è “scopo”.
E allora, senza accorgercene, abbiamo già riscritto Kant. 
Tratta ogni essere umano come uno scopo e mai come uno strumento.

Ora fermiamoci un attimo e lasciamo lavorare la lingua.
Scopo.
Scopo.
In italiano è un attimo, guardate.
Da sostantivo filosofico a verbo è un salto minimo, quasi inevitabile.

Scopo — voce del verbo scopare. Prima persona quindi IO, indicativo quindi CERTAMENTE, presente cioè QUI e ORA.

E a quel punto il corto circuito è completo, irreversibile, perfino elegante nella sua oscenità.

Il fine è scopo.
Lo scopo è lieto.
Il fine, no, meglio, LA fine (che da sostantivo femminile è anche il termine o la conclusione in inglese è END) è lieta.
Happy ending.
Lo spruzzo, che i tedeschi chiamano Spritz (se non ci credete aprite su xhamster un qualsiasi porno tedesco e chiedete la generazione dei sottotitoli e vedete che dicono quando gli esce tutto il coso bianco di fuori)
E in tutto questo, l’altro — l’essere umano che non doveva essere mezzo — diventa esattamente quello: lo strumento attraverso cui raggiungi lo scopo. Cioè scopi per arrivare all’happy ending cioè a sburrare.
Non lo stai usando, no.
Stai applicando un principio.
Stai seguendo una logica.
Stai rispettando — tecnicamente — la struttura della frase.

Poichè qui entrano in gioco tutte le altre cose che sappiamo usare benissimo quando ci conviene: la proprietà commutativa, per cui cambi l’ordine e fai finta che il senso resti intatto; gli assiomi, per cui se una cosa è vera allora lo è anche la conseguenza; la logica elementare, quella da “if, then” che ti costruisce una giustificazione in due passaggi.

Se lo scopo è buono – e di solito lo è, anche solo per una manutenzione ordinaria delle tubature – il mezzo si assolve.
Se il fine è lieto, tutto il resto diventa accettabile.

Capite quanto è facile?
Capite quanto è pericolosamente semplice quando sai “pestare la merda bene” costruirsi un impianto filosofico apparentemente solido per giustificare comportamenti che, detti in maniera molto meno nobile, sono semplicemente usare gli altri per il proprio piacere?

Io l’ho fatto.
Per anni.
Con una coerenza quasi ammirevole.
Frequentazioni vorticose, mai monogame, una gestione delle relazioni che definire creativa è un modo gentile per non dire altro. E quando arrivava l’accusa — perché arriva sempre — la risposta era pronta, persino compiaciuta.
Io sto seguendo un imperativo categorico.
Devo farlo. Devo perché devo.

Kant, probabilmente, si sarebbe girato nella tomba con una certa decisione. Ma il punto non è questo. Il punto è che questo meccanismo funziona. Funziona perché la lingua lo permette. Funziona perché i principi, quando incontrano il desiderio, si deformano.
E funziona perché tra l’idea di essere giusti e la voglia di fare quello che ci pare, spesso vince la seconda.
E funziona perchè siamo italiani. E siamo umani.
E l’essere umano italiano è il più prodigioso principio di contraddizione totale che esista., Dalla lingua, alla legge, alla morale, passando sempre per un paio di orifizi.