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dicembre 09, 2019

A Natale i dolci la fanno da padrone, comparendo sulle tavole it senza lattosioaliane e riempiendo subito di festa tutti i commensali.


Non importa quanto si è mangiato tra antipasti, primi, secondi e contorni vari... la golosità prende il sopravvento e per il dessert c'è sempre spazio.


Una raccolta tutta da visitare per scoprire le ricette di tutti i dolci tradizionali del Natale, dalle tipicità regionali a quelle nazionali.



La Ricetta.

Un tipico dolce della tradizione sarda, che nella versione tradizionale viene fatto con gli albumi . Questa è una versione
senza uova, che non deluderà.


Ingredienti.

per 4 persone


285 g mandorle pelate
15 g armelline (mandorle amare)
70 g sciroppo di riso
150 g acqua
1 limone
q.b. zucchero di canna
q.b. mandorle a scaglie


Preparazione .

30'
  • Tritare finemente le mandorle e metterle in una ciotola assieme alla scorza grattuggiata di 1 limone.
  • In un’altra ciotola unire lo sciroppo di riso con l’acqua e allungarlo per bene, aggiungere anche il succo di mezzo limone per esaltare il gusto.
  • Versare il liquido ottenuto nella ciotola con la farina di mandorle e impastare bene tutto con un cucchiaio di
    legno, finchè non si ottiene un composto sodo e ben amalgamato.
  • Preriscaldare il forno a 160° e foderare una teglia con carta da forno Inumidirsi i palmi delle mani, fare delle palline.
  • Passarle nello zucchero e disporle sulla carta da forno appiattendole delicatamente con le dita Infine per decorare disporre su ogni dolcetto qualche scaglia di mandorla.


Cottura


30’’


  • Infornare a 160° per 20 minuti, poi abbassare a 140° e procedere la cottura per altri 10 minuti
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gennaio 30, 2016

Ricetta per persone n. 4

Ingredienti:
    250 g di farina 00
    80 g di zucchero
    80 g di burro
    sale
Per il ripieno:
    1/2 l di sapa (mosto di uva bianca)
    150 g di semola di grano duro
    100 g di mandorle
    1 arancia
    40 g di cacao amaro
    confettini colorati
    burro per la placca
    farina per la placca
tiliccas

    La tradizione dolciaria sarda si lega principalmente a due alimenti tipici della gastronomia locale: la saba e le mandorle. Entrambi gli ingredienti compaiono in un dolce che quasi dispiace mangiare vista la maestria che è necessario dimostrare per il suo confezionamento. Parliamo delle Tiliccas. Si tratta di finissime sfoglie di pasta candida,  ricolme di saba ( resa dalla cottura del mosto ), e di mandorle aromatizzate con della gradevole scorzetta di limone e arancia.

    Preparazione:  1 ora più il tempo di riposo + 1 ora e 20’ di cottura.
    • Mettete le mandorle in acqua bollente e lasciatele per circa 2 minuti, poi scolatele e distribuitele sulla placca.
    • Passatele in forno a 150 °C e fatele asciugare, senza farle tostare, quindi pelatele e tritatele finemente.
    • Pelate l’arancia ricavando solo la parte colorata della buccia; tritatela e unitela alle mandorle.
    • Versate la sapa in una casseruola e portatela a ebollizione, quindi unite la semola lasciandola cadere a pioggia, il cacao, il trito di mandorle e arancia e proseguite la cottura a fuoco dolce per 30 minuti, fino a quando il composto si sarà addensato.
    • Togliete dal fuoco e fate raffreddare.
    • Preparate la pasta: setacciate la farina sulla spianatoia insieme con un pizzico di sale, fate al centro la fontana e unite lo zucchero e il burro, ammorbidito e tagliato a pezzetti.
    • Lavorate bene il tutto incorporando l’acqua necessaria a ottenere un impasto omogeneo.
    • Formate con l’impasto una palla, avvolgetela in un canovaccio e fatela riposare per circa 30 minuti.
    • Tirate la pasta ottenendo una sfoglia molto sottile e ricavatene dei dischi di circa 10 cm di diametro usando la rotella dentata.
    • Distribuite al centro dei dischi un cucchiaio di composto di sapa, quindi rialzate i bordi ottenendo un orlo festonato.
    • Disponete i dolci su una placca imburrata e infarinata, poi passate in forno caldo a 170 °C per 30 minuti.
    • Sfornate, guarnite con i confettini colorati, fate raffreddare e servite.

    Vino consigliato: abbinate a questa preparazione il Monica di Cagliari dolce o il Recioto della Valpolicella.

    monica-di-sardegna-santamaria-della-palma-2009


    La zona vinicola che interessa la produzione del vino sotto la denominazione di origine controllata Monica di Cagliari comprende tutto il Campidano, nella parte sud occidentale dell'isola fino alla Piana di Terrealba.
    La zona ha un clima mediterraneo mite, interessato da venti carichi di salsedine, con suoli molto variegati a seconda della micro area interessata.
    L'area si è originata da una fossa tettonica con sedimenti di calcare e marne. La zona è relativamente pianeggiante con piovosità scarsa.
    La cultura della vite risale alla dominazione di Cartagine sull'isola, sostituita poi dalla Roma repubblicana e passata ancora di mano nei secoli successivi fino ai giorni nostri.
    La parte meridionale dell'isola però fu più influenzata dalla dominazione spagnola nella scelta dei vitigni piuttosto che dall'occupazione piemontese del settecento che a nord importò il Barbera e il Trebbiano.
    È quindi una zona a coltivazione prevalentemente autoctono e verace, dove si coltivano viti robuste e basse per proteggere i raccolti dai venti caldi e marini del sud, che spazzano questa parte del mediterraneo senza incontrare ostacoli naturali quali montagne e alte zone collinari..
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novembre 22, 2015

Il papassino è un dolce tipico della Sardegna, chiamato anche papassìno, pabassino, papassinu (al singolare) e papassini, pabassinas, pabassinos, papassinos (al plurale).
Ingredienti: per 6 persone
pasta sfoglia surgelata g 500
rabarbaro g 400
crema pasticcera g 300
panna fresca g 150
rum g 50
burro g 35
3 lime
zucchero a velo, semolato e greggio
uovo per pennellare

Papassinos

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novembre 20, 2015

Ingredienti: per 10 persone

Per l'anello:
latte g 600
panna da montare g 200
zucchero semolato g 170
5 uova e 5 tuorli
vanillina

Per completare:
un kiwi
una banana
una mela
un fico
una pesca
2 albicocche
zucchero semolato
limone

Per la salsa:
lamponi g 100
zucchero semolato g 80

anello alla vaniglia con frutta


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maggio 23, 2015

  • Ingredienti: per 6 persone

500 g di mandorle sgusciate
100 g di gherigli di noci
500 g d'uva passa
5 dl di saba (mosto d'uva cotto)

 

Le origini della mandorla si trovano nell’Asia minore: lo testimonia la ricchezza delle ricette a base di questo profumatissimo frutto.

L’uso a scopi alimentari si è diffuso presto in tutto il bacino dell’area mediterranea fin dai tempi antichi: in Italia le mandorle regalano vere e proprie perle gastronomiche come confetti, biscotti, pasticcini, marzapane.

Il papassino è un dolce tipo della Sardegna, chiamato anche papassìno, pabassino, papassinu (al singolare) e papassini, pabassinas, pabassinos, papassinos (al plurale). Tradizionalmente sono preparati per la ricorrenza di Ognissanti. Sono fatti da un impasto di pasta frolla e uva passa, mandorle, noci, scorza di limone (o arancia) grattugiata e miele, e cotti al forno ad una temperatura di 200°. Gli ingredienti tipo sono: farina 00, uva sultanina, zucchero, uova fresche, vino cotto (sapa), margarina vegetale, mandorle, latte e lievito chimico.

Il nome deriva dal vocabolo papassa o pabassa che in lingua sarda significa uva sultanina. Ogni paese dell'Isola prepara il dolce in diversi modi e gli ingredienti variano a seconda della regione storica ma sempre con la costante presenza dell'uva passa. La loro preparazione è legata alle ricorrenze autunnali, periodo nel quale l'uva passa raggiunge la maturazione.

Nella parte meridionale dell'Isola sono aromatizzati con ingredienti quali cannella e vaniglia mentre nella parte settentrionale prevalgono le scorze di arancio e di limone insieme ai semi di finocchio selvatico. L'area di maggiore diffusione è la Sardegna centrale.

Papassinos

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maggio 12, 2015

  • Ingredienti: per 4 persone

150 g di pane carasau
300 g di semola
3 uova
1 dl di latte
4 cl d'acqua tiepida salata
olio per friggere q.b.
miele q.b.


Il Pane carasau è un prodotto tipico della gastronomia sarda dalle origini antichissime, tanto che ne sono stati trovati dei resti all’interno dei famosi nuraghi.

Caratterizzato dalla lunga conservabilità, un tempo il pane carasau veniva preparato dalle donne sarde per i pastori che se ne portavano dietro diversi fogli durante i loro viaggi verso i pascoli.

La preparazione di questo pane, che è rimasta ancora oggi quella tradizionale, è molto spettacolare da vedere: dopo aver preparato l’impasto, infatti, questo viene steso in dischi sottilissimi che vengono quindi cotti ad altissima temperatura nel forno a legna, gonfiandosi e prendendo le sembianze di una sorta di palloncini.

Una volta estratte dal forno, queste forme di pane, vengono tagliate longitudinalmente con grande maestria, ottenendo così dei sottilissimi fogli di pane che vengono poi nuovamente infornati per conferirgli la tipica croccantezza del pane carasau.

Lo sapevate che...

Il pane carasau è conosciuto anche come “carta musica” a causa della sua somiglianza con le pergamene su cui venivano scritte le musiche sacre?

Frittelle di pane carasau

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febbraio 11, 2015

  • Ingredienti: per 6-8 persone

Per le castagnole:

Farina 200 g
Fecola 200 g
Strutto 25 g
Ricotta di pecora 150 g
Zucchero 70 g
Buccia di limone grattugiata 1
Noce moscata 1 pizzico
Uovo 1
Lievito per dolci 5 g
Olio per friggere q.b.

Per la farcia:

Ricotta setacciata 250 g
Zucchero a velo 50 g
Mirto bianco 2 cucchiai
Zucchero semolato q.b.

 

Le castagnole fritte, un classico di Carnevale in una versione golosa e arricchita al sapor di Sardegna: ecco la ricetta delle castagnole di ricotta con mirto.
Castagnole di ricotta al mirto di sardegna

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febbraio 10, 2015

Molta, sia fresca che secca, è usata commercialmente come cibo, mangiata fresca o in marmellate e confetture o altri tipi di conserve.

Spesso la frutta è anche un ingrediente per vari piatti, specialmente i dolci. Se fresca, in genere, viene mangiata a fine pasto, anche se questa è più che altro solo un'abitudine comune.

È consigliabile inoltre sostituire la merenda pomeridiana con della frutta fresca. Il consumo di frutta, nei Paesi mediterranei, è tradizionalmente più alto rispetto ai Paesi più nordici.

È provato scientificamente che un abbondante consumo di frutta (e verdura) fresca, riduca notevolmente l'insorgere di numerose malattie.

Cachi gratinati con pistacchi e ricotta cremosa

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febbraio 07, 2015

  • Ingredienti:

Per la sfoglia:

Farina 300 g
Uova 2
Tuorli 2
Strutto 30-40 g
Zucchero 2 cucchiai
Limone, la scorza 1

Per il ripieno:

Mandorle tritate 150 g
Zucchero 150 g
Aroma di fiori d'arancio q.b.
Albumi 3
Zucchero a velo 250 g
Zucco di limone q.b.
Pasta di zucchero q.b.
Ghiaccia reale q.b.

Dolci di Pasqua tipici della tradizione sarda, i pistoccheddu prenu vengono preparati durante il periodo pasquale appunto, ma anche in occasione di cerimonie e ricorrenze speciali. Friabili e golosissimi, grazie alla sfoglia croccante e al ripieno a base di mandorle e fiori di arancio.

pistoccheddu prenu

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giugno 14, 2014

Ingredienti: per 8 persone

    amaretti morbidi g 150
    zucchero a velo g 120
    crema alla nocciola g 80
    scorza di arancia g 70
    farina di mandorle g 60
    noci sgusciate g 50
    8 datteri
    8 fichi secchi
    8 albicocche secche
    8 prugne secche
    albume
    cannella in polvere

    La frutta secca, a causa dell'essiccazione, perde una buona percentuale di acqua e parte delle vitamine ma ha un'alta concentrazione di zuccheri, sali minerali, proteine e fibre; per questo motivo la frutta secca, in generale, è un alimento molto calorico.
    frutta secca ripiena

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aprile 15, 2014

Ingredienti: per 4 persone

250 g di farina 00
80 g di zucchero
80 g di burro
sale

Le tiliccas, dette anche Caschettas, sono una tipica ricetta della vecchia tradizione sarda. Bisogna risalire al rito propiziatorio che veniva fatto in onore di San Antonio Abate dalla comunità di mamoiadina, gli abitanti del paese di Mamoiada, situato nel cuore della Barbagia di Ollolai, dove le donne preparavano i dolci per poi donarli alle famiglie in lutto.

tiliccas

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febbraio 28, 2014

Ingredienti: per 4 persone

200 g di zucchero
100 g di maizena
1 l di latte
1 dl di acqua di fiori di arancio
2 limoni non trattati
1 rametto di menta


Il biancomangiare non era una ricetta specifica, ma una preparazione medievale basata sulle presunte qualità del colore bianco, simbolo di purezza e ascetismo. Cibo destinato alle classi superiori, prese il nome dal colore degli ingredienti che prevalevano nella sua elaborazione, come petto di pollo, latte, mandorle, riso, zucchero, lardo, zenzero bianco, ecc. Si ritiene che abbia avuto origine in Francia per la frequente presenza negli antichi ricettari di termini come blanche mangieri, balmagier, bramagére.

Biancomangiare alla sarda

Preparazione: 15’ più tempi aggiuntivi + 15’ di cottura

  • Lavate e asciugate i limoni e prelevatene la buccia con il rigalimoni.
  • Ponete la maizena in una casseruola e diluitela con poco latte freddo versato a filo, mescolando continuamente per evitare che si formino grumi.
  • Aggiungete l’acqua di fiori di arancio, lo zucchero, la buccia di uno dei due limoni e incorporate poco alla volta il latte rimasto.
  • Ponete la casseruola su fiamma media e cuocete il composto finché si sarà addensato, mescolando continuamente.
  • Eliminate la buccia di limone filtrando il composto attraverso un colino a maglie fitte e versate la preparazione in uno stampo bagnato di acqua fredda; lasciate intiepidire, quindi ponete il budino in frigorifero a raffreddare per almeno 3 ore.
  • Sformate sul piatto da portata, decorate con la buccia del limone rimasto e con alcune foglioline di menta lavate e asciugate e servite in tavola.

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agosto 18, 2013

Ricetta per persone n.

4

Ingredienti:


    250 g di farina 00
    80 g di zucchero
    80 g di burro
    sale

Per il ripieno:

    1/2 l di sapa (mosto di uva bianca)
    150 g di semola di grano duro
    100 g di mandorle
    1 arancia
    40 g di cacao amaro
    confettini colorati
    burro per la placca
    farina per la placca


tiliccas

La tradizione dolciaria sarda si lega principalmente a due alimenti tipici della gastronomia locale: la saba e le mandorle. Entrambi gli ingredienti compaiono in un dolce che quasi dispiace mangiare vista la maestria che è necessario dimostrare per il suo confezionamento. Parliamo delle Tiliccas. Si tratta di finissime sfoglie di pasta candida,  ricolme di saba ( resa dalla cottura del mosto ), e di mandorle aromatizzate con della gradevole scorzetta di limone e arancia.

 

Preparazione:  1 ora più il tempo di riposo + 1 ora e 20’ di cottura.

 

  • Mettete le mandorle in acqua bollente e lasciatele per circa 2 minuti, poi scolatele e distribuitele sulla placca.
  • Passatele in forno a 150 °C e fatele asciugare, senza farle tostare, quindi pelatele e tritatele finemente.
  • Pelate l’arancia ricavando solo la parte colorata della buccia; tritatela e unitela alle mandorle.
  • Versate la sapa in una casseruola e portatela a ebollizione, quindi unite la semola lasciandola cadere a pioggia, il cacao, il trito di mandorle e arancia e proseguite la cottura a fuoco dolce per 30 minuti, fino a quando il composto si sarà addensato.
  • Togliete dal fuoco e fate raffreddare.
  • Preparate la pasta: setacciate la farina sulla spianatoia insieme con un pizzico di sale, fate al centro la fontana e unite lo zucchero e il burro, ammorbidito e tagliato a pezzetti.
  • Lavorate bene il tutto incorporando l’acqua necessaria a ottenere un impasto omogeneo.
  • Formate con l’impasto una palla, avvolgetela in un canovaccio e fatela riposare per circa 30 minuti.
  • Tirate la pasta ottenendo una sfoglia molto sottile e ricavatene dei dischi di circa 10 cm di diametro usando la rotella dentata.
  • Distribuite al centro dei dischi un cucchiaio di composto di sapa, quindi rialzate i bordi ottenendo un orlo festonato.
  • Disponete i dolci su una placca imburrata e infarinata, poi passate in forno caldo a 170 °C per 30 minuti.
  • Sfornate, guarnite con i confettini colorati, fate raffreddare e servite.

 

Vino consigliato: abbinate a questa preparazione il Monica di Cagliari dolce o il Recioto della Valpolicella.

 

monica-di-sardegna-santamaria-della-palma-2009

La zona vinicola che interessa la produzione del vino sotto la denominazione di origine controllata Monica di Cagliari comprende tutto il Campidano, nella parte sud occidentale dell'isola fino alla Piana di Terrealba.

La zona ha un clima mediterraneo mite, interessato da venti carichi di salsedine, con suoli molto variegati a seconda della micro area interessata.

L'area si è originata da una fossa tettonica con sedimenti di calcare e marne. La zona è relativamente pianeggiante con piovosità scarsa.

La cultura della vite risale alla dominazione di Cartagine sull'isola, sostituita poi dalla Roma repubblicana e passata ancora di mano nei secoli successivi fino ai giorni nostri.

La parte meridionale dell'isola però fu più influenzata dalla dominazione spagnola nella scelta dei vitigni piuttosto che dall'occupazione piemontese del settecento che a nord importò il Barbera e il Trebbiano.

È quindi una zona a coltivazione prevalentemente autoctono e verace, dove si coltivano viti robuste e basse per proteggere i raccolti dai venti caldi e marini del sud, che spazzano questa parte del mediterraneo senza incontrare ostacoli naturali quali montagne e alte zone collinari..

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Ricetta per persone n.

4

Ingredienti:

200 g di mandorle
2 albumi
200 g di zucchero
1 bustina di vanillina
burro per la placca
farina per la placca

 

Fra le numerose leccornie che imbandiscono la tavola di Natale in Sardegna non possono mancare i suspirus, caratteristiche palline zuccherate avvolte nella carta velina colorata. La preparazione di questi dolci è semplice e prevede l’utilizzo di alimenti sani e gustosi, quali lo zucchero le mandorle e l’essenza di fiori d’arancio.

suspirus

Preparazione:  40’ più il tempo di riposo + 20’ di cottura.

  • Mettete le mandorle in acqua bollente e lasciatele per circa 2 minuti, poi scolatele e distribuitele sulla placca.
  • Passatele in forno a 150 °C e fatele asciugare, ma non tostare, quindi pelatele e tritatele finemente.
  • Montate a neve ben ferma gli albumi, unite lo zucchero, la vanillina e le mandorle, mescolando delicatamente per non smontare il composto, quindi proseguite a lavorare il tutto fino a ottenere un impasto ben legato.
  • Distribuite il composto di mandorle a cucchiaiate sulla placca imburrata e infarinata, formando dei mucchietti tondi ben distanziati, in quanto durante la cottura tenderanno a gonfiarsi.
  • Passate la placca in forno a 160 °C per circa 30 minuti.
  • Sfornate, fate raffreddare su una gratella e servite.

Vino consigliato: con questo dolce amarognolo servite l’intenso Girò di Cagliari Rosso o il Moscato di Noto.

 

moscato di noto

La tradizione vitivinicola dell’ area sud-orientale della Sicilia è ben viva nella memoria della gente del luogo, qui la coltivazione della vite è stata per lungo tempo l’attività agricola prevalente. Il territorio di Pachino ha svolto per parecchi anni il ruolo di centro di produzione di mosti e vini prevalentemente impiegati per il taglio di vini più blasonati, acquistati dal nord Italia e dalla Francia in grandi quantitativi. La Marabino si pone come obbiettivo di riqualificare una zona che oggi è centro di grande interesse e di valorizzazione sotto il profilo commerciale, grazie a caratteristiche pedoclimatiche tali da permettere di ottenere vini di grande pregio. La nostra attenzione è rivolta alla cura del territorio, per questo abbiamo scelto di usare esclusivamente prodotti naturali che seguono i principi dell’agricoltura biodinamica, per aiutare la vigna a trovare e mantenere l’equilibrio in sintonia con la natura e per far esprimere finalmente al vino la profondità del carattere della propria terra.
Il Moscato di Noto si produce nella Sicilia orientale, nei comuni di Noto, Rosolini, Pachino e Avola, in provincia di Siracusa. E’ ottenuto con le uve di Moscato bianco, localmente denominato Moscato giallo o Moscatella, e, in base al disciplinare, può essere naturale, spumante e liquoroso. Il riconoscimento della Doc risale al 1974 (GU n. 199/74) e il Moscato di Noto, insieme e quello di Siracusa e all’Eloro rosso, rientra nel Consorzio tutela vini del Siracusano. Dopo il picco produttivo del 1993, quando ha superato i 1.100 ettolitri, il Moscato di Noto ha registrato un drastico calo dei volumi. Nel 1999 in particolare si è tenuto sotto i 200 ettolitri.

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agosto 17, 2013

Ricetta per persone n.

4

Ingredienti:

170 g di semola di grano duro
1 uovo
10 g di burro
300 g di Pecorino Sardo freschissimo
1 limone
100 g di Miele di Corbezzolo
olio di oliva per friggere
sale

Sebadas

Le seadas (in sardo logudorese) o sebadas (in sardo campidanese) (chiamate anche, secondo la zona, seattas, sevadas - singolare è "seada" o "sebada"), sono un piatto tipico della tradizione sarda a base di semola, formaggio e miele.

Piatto di origine spagnola (significa separata), vengono prodotte ormai in tutta l'isola, ma quelle artigianali si continuano a fare prevalentemente nelle zone con economia pastorale. Esistono varie interpretazioni della ricetta base ma le tipologie sono sostanzialmente due: con formaggio cotto e con formaggio crudo (quest'ultima detta "a sa mandrona", ossia "alla maniera della poltrona", nel senso di "pigra"). Da qualche anno si stanno diffondendo anche versioni 'commerciali' reperibili nelle grandi catene di distribuzione.

Ogni anno viene indetto da Laore, agenzia per l’attuazione dei programmi regionali in campo agricolo e per lo sviluppo rurale appartenente alla Regione Sardegna, un ambìto premio per la migliore seada artigianale.

 

Preparazione:  30’ più il tempo di riposo + 20’ di cottura.

 

  • Sulla spianatoia setacciate la farina e formate la fontana, unite un pizzico di sale e, al centro, sgusciate l’uovo.
  • Aggiungete il burro portato a temperatura ambiente e tagliato a pezzetti, quindi impastate fino a ottenere una pasta liscia e soda.
  • Raccoglietela formando una palla, copritela con un canovaccio e fatela riposare in luogo fresco per 30 minuti.
  • Nel frattempo grattugiate il pecorino e unitelo alle bucce finemente grattugiate dell’arancia e del limone, dopo averle lavate bene.
  • Stendete la pasta in una sfoglia sottile e ricavatene tanti dischi di circa 8 cm di diametro.
  • Stendete su metà di questi il composto di formaggio, copriteli con gli altri dischi di pasta e premete bene i bordi per sigillarli.
  • Fate scaldare l’olio e, quando sarà molto caldo, friggete le sebadas, lasciandole dorare bene da entrambi i lati.
  • A mano a mano che saranno pronte scolatele con il mestolo forato su carta assorbente da cucina e tenetele in caldo.
  • Scaldate il miele a bagnomaria e versatelo sulle sebadas ancora calde e servitele immediatamente. 
  • Vino consigliato: per questo “dolce non dolce” provate a stappare la Malvasia di Bosa abboccato o l’Orvieto abboccato.

orvieto abbocato

La zona di produzione dell’Orvieto abboccato comprende, tutto o in parte, il territorio di Orvieto, Allerona, Alviano, Baschi, Castel Viscardo, Ficulle, Guardea, Montecchio, Fabbro, Montegabbione, Monteleone d'Orvieto, Porano, in provincia di Terni; Bagnoreggio, Castiglione in Teverina, Civitella d'Agliano, Graffignano, Lubriano, in provincia di Viterbo, nel Lazio. L'Orvieto è uno dei bianchi italiani più conosciuti nel mondo e da solo rappresenta circa tre quarti della produzione a denominazione di origine dell'Umbria. La tradizione vinicola dell'Orvietano ha radici antiche. Gli Etruschi avevano scavato cantine nel massiccio tufaceo, che caratterizza la zona, e nel fresco di queste grotte la fermentazione si completava solo dopo parecchi mesi, lasciando al vino un residuo zuccherino che contribuì non poco a decretarne il successo, mentre i Romani lo esportarono fin nelle Gallie.

Nel Medioevo e nel Rinascimento fu uno dei vini preferiti dalla Corte pontificia (Paolo III Farnese ne era particolarmente ghiotto, Gregorio XVI volle che il suo corpo fosse lavato con questo vino prima di essere inumato); fu lodato da poeti, artisti e uomini insigni, tra cui il Pinturicchio, il quale, quando dipinse in Orvieto, pretese per contratto che gli fornissero 'tanto vino quanto fosse riuscito a berne'. Addirittura il vino ha avuto un ruolo significativo nella costruzione del Duomo di Orvieto: tra il 1347 e il 1349, i Maestri che lavoravano nella cava di Monte Piso per estrarre e sbozzare la pietra di travertino ne acquistavano periodicamente delle quantità, insieme alle ciotole e panatelle per berlo; ma ricordi più clamorosi sono quelli dei 'rumori' sollevati ad Orvieto come in altre città dalle maestranze per averne gratis delle quantità. Gli orari di lavoro infine prevedevano delle soste a metà mattina e a metà pomeriggio destinate alle bevute del 'mistu' forse acqua e vino. Oggi predomina la versione secca, ma continua la tradizione della produzione di Orvieto abboccato, amabile e dolce. Alcuni produttori della zona classica ne elaborano eccellenti versioni da uve sovramature attaccate dalla muffa nobile, la Botrytis cinerea, che gli conferisce caratteri unici di concentrazione ed eleganza. Nelle mattinate di autunno, generalmente, si forma una fitta nebbia che favorisce lo sviluppo sui grappoli di questa muffa particolare che si nutre dell'acqua contenuta nella polpa degli acini e che dilata i pori della buccia senza romperla, provocando così l'evaporazione quando i grappoli si riscaldano ai raggi del sole. I mosti che si ottengono sono quindi molto zuccherini, ricchi di glicerina che conferisce al vino una particolare 'untuosità', con concentrazione di tutti i componenti aromatici. La raccolta di queste uve avviene con molto ritardo ed è eseguita in più tempi successivi, al fine di ottenere il completo verificarsi del fenomeno.

Circa la metà del raccolto va a scomparire sotto forma di acqua evaporata, ma la qualità vuole i suoi sacrifici. Nell'ambito della zona di produzione della denominazione di origine sono due i principali tipi di terreno presenti, di cui uno di origine vulcanica derivato da lave e tufi l'altro di origine sedimentaria formato da ciottoli e sabbie plioceniche o da argille plioceniche. Nel secondo tipo di terreno, insieme con le sabbie e i ciottoli si trovano spesso interessanti sedimenti fossili.

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Ricetta per persone n.

6

Ingredienti:

    400 g di farina 00
    80 g di burro o strutto
    olio di oliva
    sale

Per il ripieno:

    400 g di ricotta
    4 uova
    200 g di zucchero semolato
    80 g di farina 00
    1/2 bustina di Zafferano di Sardegna
    1 limone non trattato
    sale
    olio di oliva per la placca

Pardulas

Le pardulas, in sardo sulcitano e campidanese, o casatinas, in sardo nuorese, casgiaddina o formaggelle in Sassarese e logudorese , sono un  .Sono piccole tortine con ripieno di ricotta o di formaggio, molto delicate e gustose.A seconda della zona si possono vedere in una versione dolce o salata, all'aroma di arancia o limone e, più rara, una versione con l'uvetta.

Nonostante la preparazione identica, il gusto tra le pardulas di ricotta, delicatissime, e quelle di formaggio (formaggio fresco), che hanno un sapore più deciso, è molto diverso.

Preparazione:  40’ più il tempo di riposo + 20’ di cottura.

 

  • Preparate la pasta: impastate sulla spianatoia la farina con una presa di sale e l’acqua tiepida necessaria a ottenere un impasto piuttosto sodo; lavoratelo a lungo, quindi incorporate, poco alla volta, il burro (o lo strutto) fuso.
  • Fate riposare per circa 30 minuti, quindi stendetela in una sfoglia sottile e ricavate dei dischi servendovi di un tagliapasta del diametro di circa 10 cm.
  • Preparate il ripieno: con una forchetta lavorate in una terrina la ricotta, poi unite le uova, lo zucchero, la farina, la scorza del limone grattugiata, lo zafferano e una presa di sale.
  • Amalgamate bene gli ingredienti mescolando con un cucchiaio di legno.
  • Mettete una grossa noce di ripieno al centro di ogni disco di pasta, sollevate l’orlo e pizzicatelo in alcuni punti in modo da ottenere un contorno ondulato.
  • Adagiate le pardulas sulla placca leggermente unta, quindi passatele in forno a 150 °C per circa 15-20 minuti, fino a quando il ripieno avrà assunto un colore dorato scuro.
  • Sfornate i dolcetti, staccateli delicatamente e fateli raffreddare completamente prima di servirli.
  • Vino consigliato: è un dessert di dolcezza contenuta, che richiede una Malvasia di Cagliari, dall’abboccato all’amabile, o un Prosecco di Valdobbiadene Dry.

malvasia_di_cagliari

Il Malvasia Di Cagliari è parte della famiglia dei bianchi ed è prodotto in maggioranza in Sardegna dove il Malvasia Di Cagliari ha trovato un clima ed una condizione ideali per la sua maturazione.

Il Malvasia Di Cagliari viene prodotto principalmente nei comuni di Soleminis, Seriana e nella zona DOC Malvasia Di Cagliari, esso viene estratto non solo da Malvasia Di Cagliari ma anche da ed è valutato un tipo di vino DOC.

Il Malvasia Di Cagliari presenta peculiarità uguali agli altri vini di color bianco i quali relativamente alla tipologia possono andare da un colore giallo oro all'ambrato ed in alcune varianti come in quelli dei vini giovani possono presentare dei riflessi verdolini.

Aggiuntiva tipicità dei vini bianchi è la tipologia di odore che di norma può presentare una prevalenza di aromi di fiori bianchi e gialli di erba appena tagliata e frutta fresca non ancora matura e quest'ultima tipicità diventa più forte con l'intensificazione della colorazione. I vini bianco/dorati che di norma hanno sapori morbidi e caldi invece i vini bianchi che hanno un colore ambrato hanno un'aroma più analogo alla liquirizia e cannella.

I vini bianchi si differenziano anche riguardo il bicchiere in cui devono essere serviti, infatti in base alla tipologia sono idonei calici, flute, bicchieri panciuti o coppe. La coppa è idonea per il moscato dolce ed aromatico contrariamente per i vini importanti, affinati in barrique o Champagne millesimati è utilizzato un bicchiere panciuto.

Il calice è idoneo in maggioranza per i vini bianchi freschi contrariamente per i vini frizzanti è consigliato l'uso della flute. Si sa che il singolare vino abbia una sua conservazione e inerentemente i vini bianchi devono essere consumati entro un anno dalla vendemmia, contrariamente per quanto riguarda gli spumanti e gli Champagne non millesimati che hanno durata breve. Se state pensando che si è sempre detto che il vino più vecchio è e più diventa pregiato allora state parlando dei vini detti millesimati i quali dopo un paio di anni e più di conservazione prendono maggiori caratteristiche organolettiche. Per concludere le caratteristiche dei vini bianchi possiamo dire che la temperatura idonea vale a dire circa 7° C in bottiglia e nel bicchiere tra i 9 e 11° C.

Ricette consigliate con Malvasia Di Cagliari.

E' noto che la regione Sardegna vanti di una rigorosa tradizione culinaria, un po' come accade per il resto della penisola e per tale ragione il Liquoroso Dolce Naturale Bianco Dolce Riserva presenta dei precisi abbinamenti con le ricette della nostra tradizione culinaria, il che significa che ognuno può abbinarlo come meglio crede ma se vogliamo esaltarlo proprio all'ennesima potenza allora va associato a seadas, bigne' di miele, torta ai pistacchi, tortino di ricotta e miele. Un'ultima precisazione che dobbiamo fare sul Malvasia Di Cagliari Liquoroso Dolce Naturale Doc è che nonostante sia prodotto da varie etichette, come tutti i vini presenta numerosi produttori d'eccellenza.

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agosto 15, 2013

Ricetta per persone n.

6

Ingredienti:

250 g di farina 00
130 g di zucchero semolato
120 g di burro
2 uova
70 g di gherigli di noce spelati
70 g di uvetta
70 g di mandorle, sgusciate e spelate
100 g di zucchero a velo
sale
farina di mandorle per la placca
confettini colorati per guarnire

 

Preparazione: 40’ più il tempo di riposo + 30’ di cottura.

Pabassinas nuoresi

Le Pabassinas, dal vocabolo "papassa" che in dialetto sardo significa “uva sultanina”, sono un dolce tipico della Sardegna centrale a base, appunto, di pasta frolla e uva passa, preparato secondo un’antica ricetta dalle massaie in autunno, quando l’uva raggiunge la maturazione, in particolare per la ricorrenza di Ognissanti. Ogni regione storica ha la sua ricetta che varia soprattutto nella scelta degli aromi. La ricetta che proponiamo è tipica della provincia di Nuoro.

  • In una terrina lavorate a crema i tuorli con lo zucchero fino a ottenere un composto soffice e chiaro.
  • Quando sarà perfettamente omogeneo, incorporate la farina setacciata e il latte tiepido versandolo a filo.
  • Trasferite il tutto in una casseruola e ponetela su fuoco dolce mescolando in continuazione con la frusta, fino a quando la crema si addenserà raddoppiando di volume.
  • Versatela subito in una ciotola fredda per fermarne la cottura e unite il burro, gli stimmi di zafferano.
  • Incorporate perfettamente questi ingredienti, profumate con qualche goccia di essenza di mandorla, mescolate ancora e lasciate raffreddare la crema in frigorifero per almeno 2 ore.
  • Al momento di servire, suddividete la crema in quattro bicchierini di vetro, accompagnandola con biscottini di pasta di mandorla. 

 

Vino consigliato: Il dessert richiede la dolce e zuccherina Malvasia di Bosa o il Vino Santo Trentino.

Malvasia_di_Bosa_RARE_dessert_white_wine_from_Italy

Esiste per questo vino una "letteratura", remota e recente, sia nella tradizione popolare e poetica in "limba" sia "culta" di viaggiatori, esperti del settore e scrittori di grande firma, come Luigi Veronelli e Mario Soldati, che alla Malvasia di Bosa hanno dedicato pagine di alto pregio. Ovunque le testimonianze scritte e orali ne decantano la raffinatezza, la soavità e il valore simbolico, nel contesto di forte identità sociale e culturale della zona di produzione.

Dalle genti che abitano la Planargia la Malvasia è sempre stata considerata un vino nobile ed elitario, un vino particolare da riservare per circostanze e persone speciali, perpetuando in questo modo un consolidato rituale sociale. La Malvasia è un vino "chi cheret chistionadu!", esclamazione questa di gradimento e al tempo stesso complimento al cantiniere-produttore all'atto della degustazione. E' il vino della mattina, non perchè leggero o di poco conto, ma perchè la domenica, dopo la messa, gli uomini fanno il giro delle cantine e si scambiano pareri e saperi sulle sue qualità. La Malvasia è il simbolo dell'amicizia e dell'ospitalità, e la si offre alle persone a cui si tiene particolarmente; è il vino della festa, e non tanto per le caratteristiche organolettiche della classificazione ufficiale dei sommellier, quanto perchè privilegiata nelle ritualità festive, in cui più che altrove si esplicitano lo scambio simbolico e le relazioni di reciprocità.

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agosto 14, 2013

Ricetta per persone n.

6

Ingredienti:

150 g di zucchero
4 tuorli
60 g di farina
5 dl di latte
25 g di burro
1 cucchiaino di stimmi di Zafferano di Sardegna
essenza di mandorle dolci

Preparazione: 1 ora più il tempo di riposo + 1 ora e 10’ di cottura.

Crema allo zafferano

Lo zafferano è una spezie molto costosa proprio perché deriva dalla lavorazione necessariamente manuale dei fiori. Occorre dosarlo con attenzione perché in quantità eccessiva conferisce uno stucchevole sapore amarognolo. Si presta a essere impiegato sia nella cucina salata sia in pasticceria e conferisce alle preparazioni un piacevole colore solare.

  • In una terrina lavorate a crema i tuorli con lo zucchero fino a ottenere un composto soffice e chiaro.
  • Quando sarà perfettamente omogeneo, incorporate la farina setacciata e il latte tiepido versandolo a filo.
  • Trasferite il tutto in una casseruola e ponetela su fuoco dolce mescolando in continuazione con la frusta, fino a quando la crema si addenserà raddoppiando di volume.
  • Versatela subito in una ciotola fredda per fermarne la cottura e unite il burro, gli stimmi di zafferano.
  • Incorporate perfettamente questi ingredienti, profumate con qualche goccia di essenza di mandorla, mescolate ancora e lasciate raffreddare la crema in frigorifero per almeno 2 ore.
  • Al momento di servire, suddividete la crema in quattro bicchierini di vetro, accompagnandola con biscottini di pasta di mandorla. 

zafferano di sardegna

Nobile spezie capace di dare colore e sapore a molte pietanze, lo zafferano ha trovato terreno fertile in Sardegna, tanto che l’isola ne è il maggiore produttore nazionale. Oltre ad Abruzzo, Toscana, Umbria, Emilia-Romagna e Liguria, la Sardegna è infatti una delle poche regioni italiane in cui l’“oro rosso” riesce a crescere, concentrandosi soprattutto nel comprensorio di San Gavino Monreale, in provincia di Sassari.
Gli stimmi che contengono il prezioso prodotto appartengono ai caratteristici fiori violetti del croco. La raccolta dei pistilli si effettua rigorosamente a mano per una durata di 10-15 giorni, dalla fine di ottobre agli inizi di dicembre, secondo l’andamento stagionale, e avviene nelle prime ore del mattino, quando i fiori sono ancora chiusi. Una volta raccolti, da ciascun fiore si estraggono i tre stimmi che vengono poi tostati e in buona parte macinati. Di altissima qualità, lo zafferano sardo si distingue per il sapore delicato e persistente.

Vino consigliato: servite la crema con l’intensa Malvasia di Bosa dolce o il Valdichiana Vin Santo amabile. .

Malvasia_di_Bosa_RARE_dessert_white_wine_from_Italy

Esiste per questo vino una "letteratura", remota e recente, sia nella tradizione popolare e poetica in "limba" sia "culta" di viaggiatori, esperti del settore e scrittori di grande firma, come Luigi Veronelli e Mario Soldati, che alla Malvasia di Bosa hanno dedicato pagine di alto pregio. Ovunque le testimonianze scritte e orali ne decantano la raffinatezza, la soavità e il valore simbolico, nel contesto di forte identità sociale e culturale della zona di produzione.

Dalle genti che abitano la Planargia la Malvasia è sempre stata considerata un vino nobile ed elitario, un vino particolare da riservare per circostanze e persone speciali, perpetuando in questo modo un consolidato rituale sociale. La Malvasia è un vino "chi cheret chistionadu!", esclamazione questa di gradimento e al tempo stesso complimento al cantiniere-produttore all'atto della degustazione. E' il vino della mattina, non perchè leggero o di poco conto, ma perchè la domenica, dopo la messa, gli uomini fanno il giro delle cantine e si scambiano pareri e saperi sulle sue qualità. La Malvasia è il simbolo dell'amicizia e dell'ospitalità, e la si offre alle persone a cui si tiene particolarmente; è il vino della festa, e non tanto per le caratteristiche organolettiche della classificazione ufficiale dei sommellier, quanto perchè privilegiata nelle ritualità festive, in cui più che altrove si esplicitano lo scambio simbolico e le relazioni di reciprocità.

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1

Ricetta per persone n.

6

Ingredienti:

400 g di farina 00
150 g di zucchero
80 g di burro
100 g di mandorle
1 arancia
1/2 l di sapa
150 g di semola di grano duro
1 bustina di vanillina
50 g di miele
confettini colorati
sale
burro per la placca
farina per la placca

Preparazione: 1 ora più il tempo di riposo + 1 ora e 10’ di cottura.

Coricheddos

Questi "coricheddos", cuoricini in sardo, sono dei dolci del nuorese che venivano preparati in occasione di festività speciali, un po' come per il pane artistico della Sardegna, e in queste occasioni le donne si impegnavano a "ricamare" la pasta a mo' di filigrana, sbizzarrendosi con la loro fantasia, facendone dei veri e propri capolavori. Ora le donne sarde non hanno abbastanza tempo per preparare questi dolci perchè vanno lavorati uno ad uno ed è anche per questo motivo che hanno un costo abbastanza elevato.

  • Mettete le mandorle in acqua bollente per circa 2 minuti; scolatele e distribuitele sulla placca.
  • Passatele quindi in forno a 150 °C e fatele asciugare, poi pelatele e tritatele.
  • Sbucciate l’arancia ricavando solo la parte colorata della buccia e facendo attenzione a eliminare quella bianca amara; tritatela e unitela alle mandorle.
  • Versate la sapa in una casseruola e portatela a ebollizione, quindi unite la semola lasciandola cadere a pioggia, la vanillina, le mandorle, il miele e l’arancia e fate cuocere a fuoco dolce per 30 minuti, fino a quando il composto si sarà addensato.
  • Setacciate la farina sulla spianatoia insieme con un pizzico di sale, fate al centro la fontana e mettete lo zucchero e il burro ammorbidito e tagliato a pezzetti.
  • Lavorate bene il tutto incorporando acqua a sufficienza per ottenere un impasto omogeneo e setoso.
  • Formate una palla, avvolgetela in un canovaccio e fatela riposare per circa 30 minuti.
  • Tirate la pasta in una sfoglia molto sottile e ricavatene con l’apposito tagliapasta dei cuoricini.
  • Distribuite al centro di metà dei cuoricini un cucchiaio di ripieno, quindi richiudete con gli altri cuoricini.
  • Con i tipici stampini tipici sardi create sulla superficie un motivo decorativo.
  • Disponete i cuoricini su una placca imburrata e infarinata, poi cuocete in forno a 180 °C per 40 minuti.
  • Sfornate, completate con i confettini colorati, fate raffreddare e servite. 

Vino consigliato: il sapore complesso di questo dolce merita un vino raro e di forte carattere, come il Girò di Cagliari Dolce o il Moscato di Scanzo.

Donna Jolanda Girò di Cagliari a D.O.C.

La Doc Girò di Cagliari si ottiene dall'omonimo vitigno, coltivato soprattutto nella parte meridionale della Sardegna. Di origine spagnola, il Girò fu portato sull'isola nella prima metà del Settecento. La sua coltivazione proseguì con ottimi risultati fino all'epidemia di fillossera della seconda metà dell'800. Successivamente, i viticoltori preferirono impiantare vitigni più produttivi, ma con il riconoscimento della denominazione di origine controllata, il Girò è ritornato agli antichi fasti, essendo un vino fra i più eleganti della categoria 'vini liquorosi'.

Il Girò di Cagliari Doc si abbina a preparazioni dolci a pasta non lievitata; in particolare è ottimo con pasticceria a base di mandorle, crostate ai frutti rossi o frutta secca e formaggi pecorini maturi. Va degustato in calici di media capacità a tulipano, a una temperatura di 10-12 °C. Nella versione Liquoroso, sia esso dolce o secco, va abbinato a pasticceria da forno e crostate con confetture di frutta. Il calice consigliato è quello di piccola capacità a tulipano; la temperatura ideale è fra i 12 e i 14°C.

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agosto 13, 2013

Ricetta per persone n.

6

Ingredienti:

4 albumi
100 g di zucchero semolato
100 g di zucchero a velo
succo di 1/2 limone
zucchero a velo per spolverizzare
confettini colorati per guarnire
burro per la placca
farina per la placca

Preparazione: 30’ + 3 ore di cottura.

bianchitus

I Bianchittus sono un dolce tipico della tradizione della cucina sarda, sono dolcetti perfetti per i bambini, da preparare per qualche festa oppure se i loro amici vengono a fare i compiti a casa vostra, vedrete che saranno troppo felici di vedere voi in arrivo con un bel vassoio di Bianchittus! Per tutti i non sardi, come me, i Bianchittus sono meringhette di mandorla preparati a base di albume d’uovo, zucchero e mandorle, sono di media difficoltà come le normali meringhe, ma se con queste siete ferrate non avrete nessun tipo di problema!

 

  • Con una frusta montate a neve ben ferma gli albumi, quindi incorporate lo zucchero semolato e il succo filtrato del limone.
  • Lavorate l’impasto con un movimento regolare fino a quando apparirà ben compatto e lucido.
  • Aggiungete lo zucchero a velo amalgamandolo con un cucchiaio di legno; e lavorate sempre molto delicatamente per non smontare gli albumi.
  • Foderate la placca con carta da forno, imburratela e infarinatela leggermente, quindi distribuite cucchiaiate di composto e spolverizzatele di zucchero a velo.
  • Passate i bianchittus in forno a 110 °C e fateli cuocere per 3 ore.
  • A 20 minuti dalla fine della cottura, sfornate la placca e distribuite sulle meringhette i confettini colorati.
  • Quando i bianchittus saranno pronti sfornateli e lasciateli intiepidire, passateli quindi su una gratella a raffreddare del tutto e serviteli, avvolgendoli a piacere in fogli di carta velina colorati.
  • Se volete, potete insaporire questo dolce unendo al composto, prima della cottura, mandorle o nocciole sgusciate, pelate e grossolanamente spezzettate.
  •  

Vino consigliato: con questo dessert “aereo” servite un vino dolce come il Moscato di Cagliari o il Greco di Bianco.

moscato_di_cagliari

Il vino Moscato di Cagliari si presenta alla vista con un colore giallo dorato brillante che appaga lo sguardo e deriva dalla qualità degli uvaggi utilizzati. All'olfatto il vino Moscato di Cagliari si dimostra intenso, mentre in bocca ciò che si evidenzia risulta essere un gusto squisitamente dolce e vellutato.

Tra i vitigni coltivati nel Campidano di Cagliari e nella provincia di Oristano si trova pure il Moscato bianco con le cui uve si produce un prelibato vino dolce nelle due tipologie:

Dolce Naturale – ha colore giallo dorato, brillante; odore intenso, aroma caratteristico; sapore squisitamente dolce, vellutato che ricorda l’uva.

Gradazione minima: 15°.

Affinamento obbligatorio: cinque mesi.

Uso: da fine pasto.

Liquoroso Dolce Naturale – con alcolizzazione del vino base o del mosto; ha le stesse caratteristiche del vino precedente ma con maggiore finezza nell’odore e nel sapore ed un più spiccato aroma.

Gradazione minima: 17,5°.

Uso: da dessert.

Affinamento obbligatorio: cinque mesi. Con un invecchiamento di almeno un anno, questo vino può essere qualificato “riserva”.

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