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martedì 26 novembre 2013

sorda

Mezzo uomo vai avanti, in ogni direzione.




Finché senta. Negli alti e bassi attraverso il mondo. Ad ondate pregne di frustrazione e rabbia, alterno furore maturo, orgoglio solenne. Non mi controllo, sragiono; trasmetto impazzita, declamata come un canto sospeso, mi abbatto come un coro a cappella maligno, terrorizzante. Traspare un profondo senso di urgenza. Chiaro parte come un fruscìo. S'infuoca in fischio acuto, penetrante. Si sovrappongono e creano spessore, una barriera che è inutile cercar di bucare, né tanto meno scalfire. È come avere di fronte, dietro a destra e sinistra altre me, nei tentativi vani e continui di entrare, sostano fuori e osservano e imitano le varie espressioni. Era un gioco che facevo da bimba: parlavo e non muovevo le labbra. Lo rifaccio ma non ricevo riscontro. Il suono è contorto, disturbato dalla durezza delle parole. Ho impiegato anni per non farmi comprendere. Ora che vorrei solo dire semplicemente sono atterrata da smorfie crude, disilluse visioni, fiamme interiori, strade deserte e dittatori e ventriloqui orribili: quelli che guardo muovere la bocca, ma non odo. Non avrei mai immaginato peggior scenario apocalittico. Eppure l'assenza di speranza è stato il mio brutto inizio. Il salice cresceva affianco a me. Ne avvertivo la fronda ombrosa, ad esso mi poggiavo quand'ero stanca, ma non ne ricavavo sollievo, anzi, debole, filiforme, più confuso di me, di me si nutriva, in me si insinuava lentamente, indelebilmente. È inesorabile. Nessuna tregua. Si diffonde la rassegnata coscienza che presto io non possa seguir traccia, mi rimarranno le code strumentali, le percussioni forti, tattili e visive. Ipnotizzarmi. Appiccicarmi al mio padiglione, sprofondare fino ad afferrare lo scricchiolante e ossessionante urlo muto, moltiplicato all'infinito, strapparlo via e soffocarlo. Lo spettro. L'incubo. Il rumore grigio. La nebbia sonora. Il sabba estraneo. Leggi per me.
Affinché non senta.




Ci prendiamo noi cura di te.
Einstürzende Neubauten

Estragone Cosa abbiamo fatto ieri?
Vladimiro Cosa abbiamo fatto ieri?
Estragone Sì.
Vladimiro Bé… per seminare il dubbio sei un campione.
Estragone Io dico che eravamo qui.
Vladimiro Forse il posto ti sembra familiare?
Estragone Non dico questo.
Vladimiro E allora?
Estragone Ma non vuol dire.
Vladimiro Però, però… Quell'albero…

Aspettando Godot

venerdì 29 marzo 2013

we are improving - everyday.



So organizzare una fuga? Son maestro in fantasie represse, studio dei dettagli immaginifici, messa in opera della evasione incompiuta. Le vedi quelle dita veloci, guarda quel dondolio sfrenato, ascolta il movimento sordo della lingua? Quasi un sospirato passo in avanti verso la nota successiva. Il futuro della interpretazione. Il pezzo mancante, originale, diverso. Oltre quelle listarelle mobili perennemente abbassate c'è il mondo: la città fremente, gambe nervose, vortici di pensieri e di azioni e di abbaglianti. Tu scatola vuota potresti contenerne tutta la varietà, te ne nutri fino alla nausea e nel momento in cui potresti liberartene, finalmente, ricacciandola fuori, la reingurgiti, perché non vuoi privartene, non vuoi rimanere solo, vuoto... Il deserto incombe, arido secco immenso. Il buio attende che tu lo penetri, che riesca a raggiungere la proiezione del tuo essere, ad aprirlo all'altro, a permettere che visiti e si fermi se vuole, se può. Non sa restare, non interessa, non condivide. Vicini, stretti, liquidamente congiunti, ma estranei, solidamente freddi, fisicamente alieni. Sorrido per circostanza reiterata e compulsiva, ripeto ossessivamente gli stessi gesti, mi accaloro e mi gelo, mi anniento e mi moltiplico nell'apparente fugace intreccio passionale. Son bravo a uscire di scena, consapevole tristemente della mancanza, della perdita, ma intrinsecamente slegato dalla dolcezza di un vero abbraccio, segnato dalla lacrima rivelatrice, sorpresa inaspettata: scelgo di non essere, so lasciarmi andar.. via...



it's a shame on me

domenica 13 gennaio 2013

fame


Un grande movimento di corpi scarnificazione con iniziale implosione interna. Poi come per malvagia magia si sentono rumori spaventosi, cigolii sinistri e si verifica l'impensabile, il mai augurato, sferraglia, si piega, si contorce e dal blu benevolo si scatena l'inferno e la devastazione. Un grande urlo muto scaturisce e si propaga dalla voragine aperta, come il lamento del cetaceo ferito a morte, sordo richiamo di un'intera umanità dimenticata e abbandonata. E l'umanità è femmina che ripulisce e si netta del peccato a cui è tentata e alla beatitudine a cui aspira. Respira violenza, attrae buio, emana luce asfittica. Non è che un atto, debole, veloce come un soffio, gelido come il metallo a cui si aggrappa, dolce come l'ultimo ricordo piacevole. Eppure la deflagrazione che ne consegue è strepito e scheggia, maestosa manifestazione di grandezza e di potere l'uno sull'altra: un'opera con orchestra al completo, magnifica, commovente, solenne celebrazione, vita e morte unite da un'unione indissolubile, e allo stesso tempo, brevissima. L'amaro pianto che sgorga, mormorato, marciato lentamente, corrode i corpi su cui scorre, sembrano stille di sudore e invece son lacrime sacre, umettanti, salvifiche, riflesso di cielo all'imbrunire quando le divinità non vorrebbero congedarsi da noi mortali.. insolito rituale, dormi con me giorno, veglia su di me notte.

Ho comprato una pelle
per sentire meno
questo scricchiolio
sottile disturbo
tra me e me

Ho comprato una pelle
per vedere meno
quella mano nuda
maldestra o malsinistra
quella mappa malposta
tra me e me

Ho comprato una pelle
per andare in giro
in un guanto

Eva Taylor


Opera: Erotism André Martins De Barros



venerdì 28 settembre 2012

dell'aria che ti mantiene e le catene



Il mio volto mi fa paura, la maschera mi fa ancora più terrore. Finale straziante di favola sinistra. Diciamo che i miei occhi han sempre visto quei confini, ma li hanno sempre nascosti nei solchi, diventati cicatrici, chiare, indurite. Stratificate immagini sotto pelle. Un deposito che non ha valore ché spinto a sommarsi in maniera incoerente non fa che rendere più poveri, più soli, schiavi dell'immagine, vecchi nelle proprie fotografie, disgustosi nell'apparenza, sempre più lontani dalla realtà, sempre meno conformi alla forma… vera. I miei occhi non sono vetro: stupiti e separati dal corpo impagliato, si dibattono, vorrebbero scucirlo, venirne fuori. Simboli e segni potrebbero spavaldamente evidenziare la bruttezza, separarsi dalla confusione e venire a galla illuminando e muovendo l'originale visione. Ma quella foga diventa ossessione: che non si perda in movimenti inutili e, esaurito ed esausto, non si astragga ancor più, balbettante e poco funzionale, intimo, onanista discorso.

titolo da 'La piel que habito' di Pedro Almodovar
passo iniziale da 'Les yeux sans visage' di Georges Franju, 1959



in immagini sottospecie i Sallusti, le Porcherini

giovedì 12 luglio 2012

breath

Bisognerebbe fare come le due lepri; quando cala il colpo, cadere follemente come morti, raccogliersi e riprendere coscienza, e, se si è ancora in grado di respirare, scappare a tutta forza. La forza dell'angoscia e della felicità sono la stessa cosa.



Soffro di un eccesso di ispirazione e non smetto di sporcare tutto ciò che mi circonda; non lo senti questo intenso odore di acido? Inchiostro, china, tempera, olio, acrilico esalanti da tutte le pagine. Instancabile annoto sui muri, frasi riportate dalla memoria, traghettate da terre lontane approdano sulla bianca calce… le lettere storte, inclinate, percorrono lunghi tratti sorpassandosi, saltando tra le crepe e le fessure, si rituffano, tra spruzzi e alte onde si rifrangono sulla parete altissima, scoscesa e ripida, si articolano in contorte ventose o in sottili grazie terminali, raggiungono e afferrano le tue caviglie a bagno oscillanti e ignare. Puoi anche mordermi. È così forte e dolce la tua vorace bocca all'apice dei miei pensieri. In me trovi varietà e abbondanza, ma non rimarrò fino al dessert, già m'agito, allungo il secondo tentacolo, ti stringo il polso, col quinto ti solletico il lobo, coll'ottavo, e ultimo, ti scompiglio i capelli. Sbalzo via dalla presa e riprendo lo spazio che mi spetta, la contraddizione che mi è propria, l'ebbrezza e l'umore alterno, sole, pioggia, roccia, mare, vento, quiete, disubbidiente fino alla confusione patologica, discontinuità, irrazionalità. Non è pazzia… se mi guardi, riconoscerai te stesso, e tutto ciò che ci circonda, le radici e però anche l'esasperazione e l'agitazione. Cos'è l'equilibrio che invochi? Il quieto vivere, il tacito piegarsi alla tradizione? Non è forse più bello che io ti scandisca il tempo, ti cuocia coi miei baci, ti rinfreschi con le mie carezze… e ora abbandoniamo la terraferma, fuggiamo il caldo e, giù, celebriamo l'elegia del mare. Immersione. Abisso. Profondità. Visione ondivaga, fluttuante, respiro increspato che si frammenta in miliardi di particelle, infinite sequenze, bolle d'aria, nelle quali espando e contraggo l'esistenza, lui mi circonda, mi abbraccia, mi sostiene, mi sprofonda, immenso, è l'unico ambiente, elemento originario, in cui la mia ansiogena grevità si fa leggera giocosità liquida e azzurro finale sublime.

passo tratto da Minima moralia - T.W. Adorno

sabato 23 giugno 2012

nel paese delle meraviglie





Bocca racconta la storia di margini, di sogni decapitati, di ricordi svuotati… dalla finestra io osservo, impotente, non fuggo, non mi scosto, partecipo… in una posa di intenso ascolto, non intervengo, dipinta e immersa nell'oscuro sfondo. Oh, vedi di illuminarmi… penso, ma non lo dico; e tu mi domandi: a che pensi? Alla luce. È difficile. Lo so. Difficile crearla, impossibile riconoscerla. Ma quando ci riesci, quella si estrinseca, la lanci avanti e quella fa un buco enorme, la sposti indietro, perdi l'equilibrio, ci cadi dentro, e cominci a scavarci in mezzo. Ho una gestualità tutta mia, io. Alzo il gomito come per grattare sulle corde con l'archetto, permetto al nonsense di avere un suo perché, tocco leggero e reazione accennata; vigoroso arpeggio ed emozione vivissima. Il taglio è profondo. Quel che ne sgorga è un insieme di ovvietà, di convinzioni infondate, sentimenti poco sottolineati, citazioni inutili… sì, perché più uno cita, meno opina; cosa? Le opinioni, dico, difettano, sono assenti. Dubbi, non so, non sono sicura. Mi piacciono più che So tutto io. Cose intelligenti ce ne sono, ma quando ipocritamente ne cerchi e non ti riesce di trovarne, considerati esonerato. Meglio la noia delle proprie assenze, che l'adagiarsi sulle non presenze altrui. In sostanza… pausa, sosta. Continuo a guardare, attraverso quel tondo, dal buio spruzzato ad arte, una bella cioccolata calda, un rinfrescante tè verde o un caffè elettrizzante: resa debole e allo stesso tempo concreta, mi emoziono, mi piace, mi commuovo, mi lascio possedere e forse, me ne sto rendendo conto, diventa possibile - sinapsi ricucita - l'illuminazione. Mi faccio trascinare a bordo di quelle stupende pagine e parto. Recupererò le chiavi e aprirò in quel delirio d'onnipotenza, in quel mostruoso sdegno, nello sconforto mio al cospetto del fallimento della coscienza. Si può sopportare per anni tale miseria? L'ho sperimentata così da vicino, ho creduto che fosse un punto fermo al quale aggrapparmi, e invece, son precipitata nella desolazione più cupa. Bocca parla di me… cosa? chi? No! Lei! Messinscena sublime, drastica sostanza. Devo caricarmi di coraggio, catturare l'assurdo e orientarmi attraverso gli schermi e per mezzo di nuovi schemi. Sono cambiata, non son più brulla, fasulla e chiusa. Bocca sono ravveduta. Bocca sono io… No, non io!



Passi tratti da Non io - Samuel Beckett, 1973

venerdì 8 giugno 2012

uno dei possibili

continua…



Ho soggiogato quel quadrante, ho afferrato le lancette, sgusciato ed eviscerato tempo e modi, da brava massaia raccogliendo ingredienti espedienti e inclinazioni, mi accomodo e ti cucino ben bene non ignorando la quantità, esaltando la qualità. Non mi dilungherò in particolari poco interessanti, andrò subito alla carne soda, sezionandola, insaporendola, lasciandola in intingolo con bacche di ginepro e robusto vino rosso; sprigionerà un profumo intenso, rilascerà umori e ne assorbirà altri... una deliziosa tortura per le mie mani, una piacevole sorpresa per il tuo palato. C'è una segreta abilità ascosa ai più: quella prodigiosa attitudine a creare immagini dal nulla, alterarne natura e gusto, farne nutrimento, trasferirlo in un universo parallelo nel quale celebrare in liturgia suprema la forza e la potenza dell'energia vitale che ne scaturisce. Non è forse questo il paradiso? I sensi. Non sono ancora sazia. Ho spiluccato, ho intinto il tuo taglio più remoto nella percezione pura e intima. Guido ora la mia lama a incidere sull'omero e lì la mia papilla si scatena, scaltra, infida, indaga e rimuove ogni tuo ultimo indugio. Cosa mi trattenga dallo sferrare il successivo attacco è la precisa volontà di sperimentare sulla piega del tuo accavallamento un'ipotesi di percorso, una tattica di tortura, uno spartito lungo le cui linee si muoia e si rinasca adagio, veloce, allegro, molto allegro, io chiave di sol, poggiata lieve sulla seconda a sottolineare a riempire a muovere la notazione un'ottava sopra, un'ottava sotto, preda, predatore, si inseguono, si confondono, si infondono, si compenetrano, si smarriscono, si ricongiungono, ricomponendo una corrispondenza tra il dentro, il fuori, lo smarrimento interiore, un fugace e dilatato desiderio di sperimentazione sulla superficie. È tutto così disturbante, niente è più evidente, i ruoli si sono invertiti, il carnefice nella costruzione artefatta viene sbalzato su un piano inferiore, a coprire o ad attutire i rimbalzi, soccombe, la vittima cangiante sovrasta e si perde e fluttua, congelata e perennemente sospesa nell'infinitamente, indecifrabile, l'emblema a forma di spirale nella quale convergono a scandire le cinque armonie. Uno schermo piatto, ma malleabile, oscuro e riflettente si pone tra i due: i loro profili si congiungono, le loro proiezioni felici, cozzano, si scontrano, s'intersecano, s'insegnano l'incastro, a far scaturire la scintilla della creazione di un nuovo universo fatto di acqua e calda luce vivificante. Il mio punto generatore, il suo impulso. Si avvicina. Lo imploro, lo raccolgo e il ventre levitato sussulta, riempito, grato. Il piede, impazzito, s'attorciglia e rilascia, il ginocchio si avvita, memorizza, compie un giro attorno al fianco, il bacino batte il ritmo e suda, scioglie, la lacrima, la fatica impiantando le radici nelle fossette. Si allontana…





Credo nella bellezza di tutte le donne, nella perfidia della loro immaginazione che mi sfiora il cuore, nell'unione dei loro corpi disillusi con le illusorie sbarre cromate dei banconi dei supermarket, nella loro calda tolleranza per le mie perversioni
James G. Ballard

domenica 13 maggio 2012

geni repressi




Sì che vi accorgete dell'esistenza di un autore quando gli viene attribuito un premio. Avreste potuto averlo accanto per decenni e non avreste nemmeno subodorato la sua grandezza, ma ora sì, ora sì che diventa meritevole della vostra considerazione..

 

lunedì 7 maggio 2012

les reves




Devo proprio? Non si potrebbe posticipare un pochettino? Tanto quanto basta per riprendere il filo del capolavoro appena interrotto, riposizionarmi nella cronologia perfetta, ricollocandomi sul fragile piano ondulato, ridirigermi verso la sua faccia di bronzo e ridecidermi: piantargli un pugno sul naso, o giocare alla sensuale e alla fine stampargli un bacio mozzafiato sulle labbra ancora aperte e urlanti. Mi piace proprio riconfondermi. Sono a mio agio nelle riproposizioni, e il risultato, sempre ripetuto, è quello: reinstallazione fallita, si prega di reinserire il codice, r r r r r rimango, rigioco, mi riaddormento. Rimarco, e stavolta son decisa ad esaudirmi, le richieste, ritorno a consultarle, ad una una, riconsiderandone l'ordine di ricezione, si sono accumulate, ne ho una cartella ricolma. Sono il mio vanto e la mia disperazione, son sempre meno riposata, ma felice, la mente, quella gran p p p p p potente manipolatrice, è riuscita a convincere le gambe a sollevarsi, a spostarsi e a vagare in maniera incontrollata. Rivoluziono l'ambiente intorno a me, trasloco oggetti e sensazioni, spietata e precisa. Il mio lato oscuro più luminoso di tutti, un'identità creativa spiccatissima, una matura volontà a sbilanciarsi in una diversa dimensione: oniricamente persa, realmente prigioniera. Mi consigli, amico caro, di non esagerare, di non accentuare il difetto di pronuncia, di correggere la postura, di riallinearmi... s s s s s singhiozzo, eccesso d'aria fritta, contenimento esaurito - pericolo interruzione - richiesta continuazione trasmissione inevasa - riconduzione alla realtà - risveglio. L'ordine è perentorio: si effettui il controllo di tutte le facoltà percettive, si conduca un serio studio dei sintomi, si giunga a conclusioni precise e dettagliate, si stili una diagnosi interpretativa e conclusiva. Meccanica. Pratica. Funzionale. L'ho sempre rifuggite. Stanca e delusa impaludata e risucchiata, mi risputo volontariamente, tirata di peso dalle mie stesse braccia, afferrata e stretta angosciosamente dalle mie stesse dita. Gareggio col mio tormento, su uno schermo gigante, piccolo mostro da abbattere, b b b b b bum. E invece risalto fuori, nei colori forti di un antico videogiochi, in mano un piccolo bisturi con cui disseziono con grazia e maestria le apparenze e le congiungo inconsapevolmente dando vita a deliziosi cartoni infantili animati da cordoncini e macchiati di sugo e cioccolato. Anch'io priva di muscoli e scorretta nei miei movimenti fluttuo, vacillo, ondeggio. Nel mio caos riesco, rivivo, risolvo. Ora in groppa a un meraviglioso bruno cavallo, ora sbuco da un oblò tra i flutti, ora saltellante su uno scenario di crateri e rossa atmosfera, ora scrivo e abbozzo ad arte un effetto speciale. La nota a margine è chiara e semplice: non suonate quell'infernale aggeggio e lasciatemi con la testa fra le nuvole.


sabato 24 marzo 2012

certo? incerto!

È un cuore, un muscolo paralizzato, come un orologio fermo. Non ti impressionava quando lo potevi sentir battere nel petto di lei, nel polso. E allora, sì, era davvero spaventoso. Ne potevano uscire cose spaventose: il destino di un uomo, e anche di più. Anche la verità assoluta e vendicativa si fabbricava là.


Agustina: se lo sai, dimmelo, altrimenti taci per sempre. E lei tace, portandosi sotto la coltre di terra emozioni e sintesi, essenziale e dettagli. Scelgo di rivolgermi a Camilla, le chiedo ragioni, la prego di spiegarmi la realtà, di placare la mia maledetta curiosità, di concertare il dramma dell'assenza, di esibire e sviscerare i principi fondamentali della sostanza e del mondo visibile. Non ne ha, ha appena esordito e rimane congelata tra luce e ombra, in sosta vietata sul mistero perenne e in bilico tra Antonio e José, il ricco e il povero. Me lo confida, non dispone di risposte, lei, potrebbe fornirmi immensità di dubbi… E io accetto. Sarebbe un buon punto di partenza, il tentativo di scoprire, l'opportunità di provare quella combinazione, girare la chiave, spostarsi sulla preziosa scacchiera, se non fosse per quel sole accecante che fa capolino da dietro le loro spalle e spara strali di terribile, luttuosa e tramontata fiducia. È una partita persa. La storia più assurda e artificiosa che io abbia mai letto e, vista rappresentata, ancor peggio; sembrerebbe un gioco al massacro, raffinatissimo, sì, ma oscenamente girato, percorso, sottotraccia, vincolato e tirato energicamente da un filo rosso, ed è sangue, elegante, sì, ma grottesco. A chi, ora, domandar soccorso? Chi può spegnere l'ardore dell'angelo e troncare il volo del diavolo? Io sono ormai vinta, abbattuta, in terra, dissanguata dal tramonto acceso nel quale si stagliano nere e pungenti due pupille, l'una cinica, l'altra perduta. Le scorgo, orride, simulo e mi inabisso in quell'oscuro e immenso labirinto di corridoi, di geometrie disperate, di ombre che si rincorrono e incrociano la mia fuga, istanti eterni di vizio, trame infinite di capriccio, racconto e dipinto tratteggiato con sapienza dell'immoralità pratica e teorica; il mio percorso si fa indeterminato, incerto, indistinto tra l'artificio e la vita, il tempo, un'eco sfolgorante e straniante che graffia e irretisce, stritolata nelle spire del crudele pugno che incrocia e intesse e inchioda, sudo, brucio. Lì mi sciolgo… forse.

Sono stata convinta, non sedotta, la seduzione dura meno della convinzione.


Eccolo l'ambiguo mio novantenne, colui che non riesce, non sa, non vuole giungere a una conclusione, che si avvita e si perde nelle sue ellissi magiche, nelle oscurità immense, nelle geometrie mirabili e non fornisce mai una spiegazione logica ed esauriente della realtà comune ma ne costruisce una continuamente sfuggente, prostrata alla superiorità femminile, ai capricci della donna che impersona il bene e il male, occhio scaltro e magnificamente diabolico. Io non posso far altro che aderire alla sua visione, non fosse altro che per una mia innata e peculiare caratteristica, quasi una patologia, ormai nota a tutti: nel teatro dell'assurdo ci sto a meraviglia, nell'orologio che ha perso le lancette e batte il tempo in maniera indefinita e disarticolata sono naturale ingranaggio, dell'insofferenza e del distacco da qualsiasi impegno impellente ho fatto sregolatezza personale, con l'illusione e l'eterno disattendere ad ogni promessa vado a nozze (le uniche dei miei desideri), sul governo delle passioni e delle perversioni baso tutto il mio racconto e il mio credo... che dire? Questo portoghese con me non è avaro di doni e sorprese, mi spiazza ad ogni frase, mi ghiaccia ad ogni silenzio, mi infiamma ad ogni sguardo. Contorto, sottile, elegante gioco in cui mi perdo e mi desto; passatempo ed enigma privo di disciplina e di conformità ad alcuna legge.
Si fa donna il mio vecchio. Graffia e incide. Ricama e civetta. Complotta e si diverte alle spalle nostre... cos'è l'equilibrio? Non lo so e continuo a ignorarlo. Pratica indeterministica. Principio di incertezza. Obrigado (recensione presso casa di RobyDick de O principio da incerteza).

Donne! Non era ancora tempo di ricorrere a loro per consacrare le illusioni senza nome di cui gli uomini erano fatti! Ora volevano solo condividere gli stessi momenti, quel vuoto del cuore in cui c'era posto per tutte le promesse del mondo.
Agustina Bessa Luís

mercoledì 14 marzo 2012

segni o segnali?

Dio promette la vita eterna, disse Eldritch… Si fa un salto triplo in avanti, la mia fantasia slitta e va a sbattere violentemente su un muro, via calcinacci e in mezzo, da una larga fessura si crepa, si allarga a diventare una voragine… giù mi lascio trascinare giù, e più precipito, più m'allucino, e in avanti, avanzo o indietreggio, bucando quel muro, sfasciandolo come fosse legno marcio, innalzandomi sulle braccia di baldi diavoli che mi offrono felici un passaggio gratis, mi rassicurano, saprai ripagarci diversamente! La lunga salita mi toglie il fiato, ho un appuntamento in orbita, innestandomi in un rovesciamento di prospettiva, intanto suona, la musica più aliena che io abbia mai ascoltata… straniante assai, sembra riassumere una fuga tra le vie desolate, pericoli ad ogni angolo, lo spacciatore che ti insegue per la dose cattiva non ritirata, la coppia di sbirri che s'affanna dietro lui e te… impreco, mi faccio largo, vengo vomitata fuori dal ciclone, l'ultimo scivolone mi spinge su un pungolo, mi condanna definitivamente alla confessione perpetua, non posso rimanere, grazie, scusate il disturbo, troppo complicato, consultare quella tavola, pedissequamente inutile: l'enumerazione infinita, la carenza di fenomeni a testimonianza, l'indeterminatezza di quei pochi meriti, le grandi omissioni, l'analisi dei pro e dei contro, con supremazia dei secondi, la bellezza delle mancanze e la conseguente poca attrattiva dell'obbedienza, l'assuefazione… no, meglio ritornare alle mie sculture di nuvole, i circoli viziosi, i giochi degli schermi, con quelli sì che riesco a non soffrire di intolleranza, di rimorsi, di colpa. Torno ora da un bel substrato, anzi ho fatto di meglio, ho creato una realtà personale, incauto sogno di anormalità, sinistra dea dei grandi punti interrogativi, profana e indegna proprietaria di molteplici chiavi di lettura, apro e chiudo il mio quando il mondo mi stia troppo stretto. Ci posiziono i personaggi, parti e frammenti di una complessa storia, li accompagno e m'assistono, essi stessi animati dallo stesso bisogno del dubbio e dall'angoscia di trovar risposte. Nella traslazione dev'esser accaduto qualcosa alle mie mani, alle mie ginocchia e al mio fianco. Fitte e rosse, acuto e lacrimevole odore di vernice; apparenti o reali. Oltre le nubi cerulee un tuonante clacson annuncia la venuta: il carico ordinato, a bordo di un meraviglioso, mastodontico truck. Non credo che tu sappia, ma credo ne sia valsa la pena, non ho trovato ciò che m'era stato promesso, ma in compenso credo e nego, vivo per l'affrancamento dal dokos e morirò vigile, cosciente e a tariffa zero, su sottofondo ipnagogico.
… Io posso fare di meglio; posso metterlo in commercio.





passi tratti da The three stigmata of Palmer Eldritch
Philip K. Dick

martedì 17 gennaio 2012

in viaggio


Son rimasta ferma troppo tempo… ho finito per incartapecorirmi. Dov'è finito l'anfibio che si dibatteva nella vertigine dei giochi d'aria e si combinava col respiro sconfinato? Ho giocato troppo con la visione rigida, ho rincorso per secoli il contraddittorio. Chi credevo d'essere? Evidentemente questa sensazione carezzevole e allo stesso tempo rischiosa di appendersi e rimanere preda della ragnatela tesa rende con un'esattezza impressionante le prospettive ingannevoli, orribili. C'era un'iniziale miniata a segnare la partenza e qui il primo paradosso: l'inchiostro termina. Minuziosa amanuense, sperimento nuovi accostamenti, penso a rivoluzionare, creando una scrittura di tipo extra letterario. Incrocio, sospendo, punteggio di immagini, di musiche. Quando ho raggiunto la mia meta? Mai. Non c'è dimensione temporale che inquadri il mio favoloso pellegrinaggio, né un modello di riferimento che possa consumare la peregrinazione. Incombe e soccombe. Ne scruto ogni minuscolo particolare e scopro un mondo a sé e allo stesso tempo avverto come mie le crepe e gli interstizi di un grande mosaico in cui ogni tessera componga l'insieme, ma viva di vita propria, s'estenda e invisibilmente cresca, incastonandosi, come un cancro pulsante in un corpo, sospeso sull'abisso. Li guido io. Sanno che più di tanto la rete non regge. La conosco la periferia di me stessa: punteggiata di significati, ad ogni pagina, paragrafo, giro di frase. Li invito nel mio labirinto, ma non offro assicurazione alcuna. Si potrebbe non uscirne dopo tanto vagabondare. Insegnerò a non averne paura. Il quadro spaventoso si capovolgerà, la fantasia avrà la meglio sull'orrore, il sogno sull'incubo. Cos'è che m'avvolge e mi protegge? L'enigma verbale, l'esperienza futura, l'invisibile presente.

Scrivere mobilita un importante segmento del corpo: è un'applicazione fisica del pensiero. Da qualche settimana so che provocherò un disastro aereo, e lo organizzo. La novità è che adesso lo scrivo. Ebbene, scriverlo è molto più forte che il solo concepirlo nella propria testa.
Amelie Nothomb - Il viaggio d'inverno


sù: Balthus La dormeuse

venerdì 11 novembre 2011

una metà



La superficie è umida. Ha piovuto tanto e non è riuscito ad asciugarsi. È tutto impastato: sabbia, erba, dita, capelli, velo. La scrivo, la mia iniziale, ci riesco. Sarà l'introduzione, sarà il prologo, l'ultimo granello di interesse si sta perdendo dopo essersi aggrappato tenacemente nelle mie unghie e forse non terminerò nemmeno quel discorso intimo, l'autoanalisi, la consapevolezza che ci sia qualcosa che non va, non procede, non sfocia, non trova l'alveo suo naturale. Può accadere. Non si è tutti uguali.
C'è chi semplifica e chi deprime lo scoramento, chi perde la capacità d'amare e chi spalanca al delirio, affronta a viso aperto o segue con lo sguardo la linea lontana dell'orizzonte e a cuore in mano decide di chiudere, fermarsi e contemplare, appollaiata su una pila di sedie, le figure in movimento: la posizione privilegiata di chi sceneggia, dirige e assiste, suggerisce, legge e traduce le proprie sensazioni.
La mia opera, completata o no, s'è già resa nota, ermetica metafora, eredità di tante pagine che han messo a nudo e han vestito, il dono essenziale, il più apprezzato, il più saturo, il più appagante. Ne conservo l'impronta, ma l'ho già riciclato. Altri ne godranno più di me.
A me basta un distillato, che sia sincera essenza del dopo che già dipingo, del prima che è già accaduto, dell'ora che si emancipa dal comune, dall'abitudine di esagitare il proprio sapere e di esporlo su una mensola a prender polvere, dalla speranza che lo si apprezzi e lo si elogi e non lo si critichi… cosa morta da piangere e da seppellire. Incipit per nulla rassicurante. Chi crede di sapere s'irretisce delle proprie capacità di terminati, s'annoia e rimane immobile; chi sa di sapere si avventura tra i tableaux vivants e si perde nelle note e ignote, calpesta i frammenti, si slega dalle rigide strutture e vomita: l'apparenza mesta, il sorriso di circostanza, la vacuità dei rituali, le illusioni, le tradizioni, le costrizioni.
Il cumulo si dissolve alla luce di una lucidità estrema che si materializza, ingloba e precipita nel colore, si ciba di drammi quotidiani e nutre un unico quadro, passione pura, e come tale brucia, distrugge, ricrea.
A volte è facile essere me.

mercoledì 15 giugno 2011

l'altrui…



… bellezza, solo quello. S'infrange, ticchetta, gorgoglia, incessante e mai doma. Muta e rimane sempre se stessa. La congeli, cosicché puoi esaminarla e fotografarla. Cristalli diversi che mutano di struttura e, sensibili nastri, registrano… musica, vibrazioni, messaggi. L'ambiente comunica con lei e lei ingloba informazioni ed energia, restituendo a me, a noi bellissimi disegni o mostruosi scarabocchi. Dipende dal tono dei tuoi sentimenti, dalla forma della tua voce. Parlale, dolcemente, e avrai cristalli bellissimi. Schiaffeggiala e ti sputerà in faccia forme amorfe e disarmoniche. Guarda come cambia, inconsapevole e potente, femmina, maschio: fonte impagabile, confine inesistente tra materia ed impulsi sonori, immensità languida su cui navighiamo e tempesta della quale c'inebriamo, fluido in cui penetriamo, linguaggio universale. Tu non puoi decifrarlo, ti sfuggono alcune sfumature della monumentale utopia così come accadeva in un altro tempo, tu fra i dementi che bombardano, stimolano, stabiliscono la conquista o aspirano ad essa. Mentre tu t'affanni alla ricerca di una risposta tangibile e fisica, passo e m'attraverso, esco e tento un contatto interiore, me ne innamoro follemente e da esso mi lascio travolgere e naufragare. Egli è oceano che t'affanna e ti distruggerà. M'accosto allo sterminato colosso, mai smaniosa, mai finita… Egli è segreto che m'interessa e mi nutrirà. Egli è noumeno. Per nulla percepibile, mistico e solitario. Attendo e continuo ad orbitare. Non è cecità mistica, non è rassegnazione. È vita. Uomo, t'aspetto, non tardare… ma persistevo nella fede irremovibile che l'epoca dei miracoli crudeli non fosse ancora finita.

Stanislaw Lem



all'acqua, energia pura e suono mutevole

giovedì 26 maggio 2011

assaggio


Non sai eppure sei obbligato a porti la domanda. Tu in primo piano. A studiare il suo animo, ad animare il suo già morto desiderio di vita o a seppellire il suo intento. A vivificarne o ad abbatterne definitivamente essenza e simbolismo. Hai un ruolo fondamentale e te ne rendi conto solo alla fine, quando stai per scomodarti e abbandonare l'evidenza specifica: un reale che apre e si apre nell'immagine. L'albero che cede il suo frutto e salva in fine, col gusto della natura, della semplicità; la terra che accoglie materna e ripulisce, ricopre, riappacifica. Ripensi. Rivivi. Ritorni. Riscopri così una vitalità mai sperata, quasi immaginata e mai realizzata. Cosa era avvenuto prima? Non vuoi saperlo? Cosa succederà? Non sei in grado di vederlo? Perplesso, interrogativo, alla ricerca di ascolto e di contatto, è l'uomo, sei tu che non rinunci al dubbio e non sei capace di scegliere la conclusione ideale. Potrei aggiungere altra storia, io padrona della trama, riempire ogni interstizio, accettare l'invito e accostare un'altra portata. Ma decido di sposare l'essenzialità della sua arte, limpida e pura, cristallina e silente e scatto l'ultimo fotogramma, senza rimuovere e contornare, lasciando che viva senza cornice a tutto fondo, su una tela che si innesti alla perfezione nel circostante, una pellicola priva di nero e buchi, una sequenza unica che continui a trasmettere vita, cinema, poesia…

mercoledì 27 aprile 2011

A.A.A. cercasi


dopo decenni di confusione, caos, esperienze atipiche, furibonde lotte col sub e tragico inconscio ancora un sacco di animali da incontrare, nulla sempre più incombente, traslochi di cuore e sempre sempre più di prima cervello dissociato, disoccupato, ingannato, illuso e rubato. Inutile dire: da domani si cambia. Tutte cazzate. Continuo a sbarellare. Un'auto color cielo percorre le strade di questo mondo. Dal finestrino socchiuso vien fuori un urlo spaventoso: delusione solidificata e aerea che si scontra e rimbalza, rinviata al mittente senza ricevuta di avvenuto ricevimento, l'indifferenza è così indifferente. Ora le telefono. No, meglio andar là. Sarà abbastanza allucinata da leggermi e fare una veloce sintesi. Ma c'è qualcuno che sappia metter ordine? Uno qualsiasi che organizzi e dia corso a orientamento e segnaletica su sofferenza e pena. Voglio i dettagli. Voglio il miracolo. Una zolletta di solubile comprensione da sciogliere nella vasca, insieme ai sali per rinvenire, micidiale, faticosa vita, quale altro sacrificio pretenderesti perché mi sia concessa la tanto agognata salvezza? Non risponde nemmeno al telefono. Non lavora nessuno in quel maledetto ufficio? Case, cucine, letti, divani, tappeti, lavatrici. Entra pure. Si dà inizio al rito dell'accoglienza. Io sto fuori. Come un balcone. Ora vado a prendere il cobra. Chiedo a lui. Lui sa come captare i messaggi subliminali, diretto e veloce. Voglio sentire quel che ha da dire. Se capisce, se vuol fumare. Quello guarda la tele. Mano diritta e rattrappita mentre sgranocchia qualcosa. Chi? Chi muore non ha neppure un nome.

domenica 13 marzo 2011

black blood


Ha due volti, ricoperti di nero liquido vischioso odio, ugualmente pesanti, entrambi malefìci spietati che pretendono di costruirla e di muoverla. Al contrario rimane piantata in quel foro e continua a bruciare, a bruciare e ad emanare puzzo denso e cupo fumo… tutto fumo, nessuna sostanza. Chi ti trivellò per primo? È una macchina infernale, nel buio spicca subito all'occhio dell'e.t. in volo, scava e succhia, senza sosta, piattaforma sempre in fiamme, palco ideale per dar vita e rappresentare una oscura vicenda, dai contorni confusi, dalle tracce perdute nella sabbia che soffia e include tutto ciò che la vuole vincere, alleata invincibile dell'infinita forza che muove e demolisce. Rimane impressa e la si ricorda con spaventevole ammirazione, succubi della misantropia, della crudeltà e dell'ambizione per nulla occultate ma rappresentate in maniera eccelsa. Si è fatta da sola. Abituata alla fatica, alle rinunce, alle delusioni, ai dinieghi ed è lei medesima, arrogante e muta. Emerge raramente dal suo silenzio potente e condensato ad elaborare un suo personale pensiero, soffermandosi mai su particolari e dettagli che possano far intendere di cosa stia realmente parlando… passo ampio, tacco, punta, ipnotico, assordante, basso, più basso, profondo, sordo, violenza tribale, in estasi; bloccata sulle statuarie gambe si volta stizzita a fulminare ed incenerire chi, stupito e interrogativo, abbia l'ardire di chieder ragione o spiegazioni! È formale. È norma. Se lo mangia in un sol boccone, aprendo in maniera mostruosa le enormi fauci. Instancabile e in continuo movimento, annoiata dalla sua noia, frenetica, maniacale e lenta nel respirare, con meno enfasi ama e si lascia riamare, pronta ad esplodere solo se toccata e fuga. Son sicuro, dalle sue vene scorrerebbe petrolio…



La notte era notte e solo notte. Ed era una notte che regolarmente durava, compresi i crepuscoli, una dozzina di ore. L’oscurità era profonda. Takaità non aveva luna, o se per caso ce l’aveva, quella era una notte senza luna.
Pier Paolo Pasolini

lunedì 17 gennaio 2011

illeggibile


Fuori dai Crismi! :)

Disobbedisco. Diserto. Troppo difficile. Rumorista, fascinato, legittimo depositario di linguaggio sincretico ho sempre creduto nell'immediatezza della comprensione o nell'avanguardia incomprensibile. Sommariamente: sono alla deriva del tuo ordine, repello il sistema, escludo a posteriori la mia partecipazione a tutto ciò che riguarda il controllo mentale e il complottismo al servizio dei regimi assoluti, e mi abbevero alla dissetante alta cultura del partigianesimo viscerale e spontaneo, quell'originale commistione che dà vita a codici, due linee, un punto, tratto lungo, tiiii-ta-tiiiii. Io giro, giro, svolgo, ruoto, sposto, ma nessuna mia faccia coincide con le tue, maledetto cubo di rubik, stavo veleggiando tranquilla, quando tu hai preso quell'aggeggio infernale e hai cominciato a giocarci, ma non è un passatempo, e io ora sprofondo tra gli interstizi, nel liquame in devoluzione, nelle tue continue provocazioni oscene. Fai cassa di risonanza di questi paesi in guerra, e io un giardino sconosciuto, profondo, nello spirito antagonista, solitario, sempre in divergenza di opinioni, mi ci chiudo, e riapro il misantropico vialetto ghiaioso, via, uno strappo di vite: salta la polvere rugginosa del retaggio antico e puzzolente di stantio. Proiezione pura, scandisce il ritmo, si fa intelligibile, si esibisce in tutta la sua luminosità, intinge nell'espressionismo e dipinge ottimismo sovrapponendolo a dense pennellate su noia e cattiveria, canta forte come carica, a coprire la marcia militaresca, facendo a brandelli le atmosfere plumbee e pesanti, rumoreggia e sconnette, che buffo è il suono del carro armato che procede ebbro. Si deve attendere. Non potrebbe essere ora? Pazienta. Il tempo è galantuomo. Sì, gli strizzo l'occhio. È anche stanco morto. Pur contempla il mondo di quassù, bello e innocente, suggestione e sangue, attraverso quello squarcio, l'ultimo regalo dell'urlo marziale, sconnesso e orrendo, ne ha smontato un pezzettino e giace in una discarica radioattiva. Montatura senza vetro destro, sinistro scheggiato. Alienato, come in una stanza imbottita d'ovatta, centro e confine frastagliato, scudiscio e abisso dimenticato, c'è sempre un muro spesso e alto che sprigiona un tanfo di cadavere putrefatto. Guarda oltre. Rassegnato, impregnato di tensione e inquietudine sembra confuso sulla direzione da intraprendere. Troppo rumore, eterogeneo e pericolosamente interrogativo. Basterà che abbandoni l'intento come concepito e pianificato, sarà sufficiente scucirsi di dosso quel distintivo incompiuto. Avanti, solo profumo di croco e mughetto nella mia aiuola, solo chiare venature di panni stesi al vento, giochi di bimbi con berretti diversi, solo un abbozzo di pace, lancia l'amo, vedrai che abboccano.

mercoledì 27 ottobre 2010

Offro

Un albero svettante, alto, sottile, forte. Dove sei? Son qui. Lo reggo, ti sostengo. Tu mi porgi una coppa con del sangue e io ne bevo. Immobile attendo che ne prenda e partiamo con in mente la bellezza di un fermo immagine. Non è un dettaglio, è un chiaro indizio. Guarda, dici, guarda le mie lacrime, guarda a me, cuore e occhi piangono a te amaramente. Abbozzi un sorriso, ma so, quanto soffri e quanti pochi giorni hai da vivere. Due giorni fa ho saputo di te e della tua anima che sta lasciando da mesi il tuo corpo e nulla puoi… Cara, cosa posso io? Nulla, rispondi, i committenti han deciso. La tela è pronta, e passano a ritirarla! È un'offerta, lo faccio volentieri. E tu non dovrai far altro che ringraziare tutti, baciare per me quelli che voglio che vengano, e consegnar loro quello che son stata e immaginare quel che avrei potuto diventare. Sei un'opera incompiuta, un abbozzo, troppo giovane e singolare, tratteggiata ma così evidente, manifestazione e meditazione molto profonda, per nulla banale. Ti stagli in forte contrasto su un cielo grigio plumbeo, tutt'uno con l'acqua e con la curva erbosa, le radici ti inclinano, ikebana grande e meraviglioso, non hai più chioma e i rami due o tre appena, sono ritti e fiochi, ma tu riluci sulla superficie caliginosa. Tanto silenzio e aria immota mi congelano. Son seduto sull'erba, la schiena a farti da base, o io m'appoggio a te? Ehi… ohhh! Hai sete, ho dell'acqua. Son serio, non scherzare… ma tu non rispondi, te ne sei andata zitta, zitta col buio e io? Che ci faccio con questo secchio in mano? Te ne lascio un po', in dono, è pesante, ma cos'è un dono senza sacrificio?

dal 2007 (Milano - Marzo)

venerdì 8 ottobre 2010

meccanismi


Sta per scattare. È un congegno preciso. Orologeria. Minuteria. Gioielleria. Dramma e comicità nel contempo. Incipit e conclusione che danno tono e senso; sconosciuta tragicità che mi strappa un sorriso e mi toglie il fiato. Mi ha staccato di netto l'innocenza, ghigliottina del passato, speculare evento nel corso della rivoluzione del mio pensiero. Vent'anni fa avrei pensato male, causa tabù e larghissimo senso di colpa, oggi militante della resistenza ad oltranza contro ogni tipo di tirannia, inauguro felicemente la seconda metà della mia rassegna filmosofica. Devastante e crudele per il mio senso d'orgogliosa inappetenza cinematografica estiva. Mi infilo di soppiatto e sfilo schierandomi dalla parte dei soliti sospetti, diventando l'ostaggio dallo sguardo vuoto, assumendo l'aspetto del condannato, quello della foto-tessera segnaletica inespressiva e inquietante. Ciak, riciak, decimo ciak, ventesimo… Operazione conclusa, film consegnato alla distribuzione in sala. I critici per forza rimangano fuori. Ne ho destinati tanti nelle spedizioni oltregalassia, anni luce lontani, fuori dalle stelle. È tempo di operare, somministrare un bel sedativo alle burocrazie inutili e dannose. Mi rifiuto di piegarmi, ho un dolore lancinante zona lombare, non crediate che io non possa scegliere la posizione che più mi si confà, ho passato l'adolescenza a studiare, bacio il mio primo uomo per fargli dimenticare il brutto mestiere che fa: il becchino, procamùrt, si dice al mio paese, sottofondo musicale manco a dirlo I'm old fashioned di Coltrane; mi faccio toccare per la prima volta durante la rassegna di fuochi d'artificio, bel botto; mi lascio andare definitivamente e con passione, durante un film, di Antonioni, e non erano ancora arrivate le scene imputate di provocata estasi; era scritto nel mio DNA, dalla non aspettare!