Visualizzazione post con etichetta sociale. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta sociale. Mostra tutti i post

mercoledì 25 novembre 2020

All thoughts fly

Painting Leave a Mark.
🎧 Hammers. Nils Frahm.

His hands are like hammers. Twenty-one million times he got to swing those hammers. On my skin. And below. And it wouldn't be enough. All thoughts fly: hands rubbing against each other, hands that close, hands that open, hands caressing, strong hands that come into the mouth, hands that trace the scars on back… Any fluent perception or clear meaning is made impossible for several minutes, but eventually things come together in a gesture: the shaking of two hands. I can still remember the feelin' of his hand on my skin. But not enough for me anymore. All thoughts fly.

venerdì 7 febbraio 2014

rumore dentro

E non sanguino. Sarà un'illusione. No, lo sto avvertendo ancora, in questo preciso istante. Prima era debole e lontano; non identificabile la provenienza. Segue una pausa lunga. Poi si ripresenta. A ripetizione, più chiaro e prolungato, con conseguente eco, battente, impertinente, libero di assordare, privo di buona educazione e perciò da nessuno desiderato. Non è una buona musica. Non sono nemmeno parole lievi o suoni delicati. No, son tremiti improvvisi, cigolii sinistri, trilli estenuanti, voci segrete. Ma possibile che lo senta solo io? Questo fruscio di carta da lettera senza mittente. Un messaggio cifrato lasciato in bella vista, ma in brutta copia. Tento, senza esito, di farlo individuare anche a te. Ma tu pur in ascolto riconosci solo il suono della vuota sorpresa. Mi son persa tra i più forti, mormorio in mezzo alle urla, lamento solitario in mezzo alla moltitudine, elemosinante in mezzo alla folla indifferente. Sono in piedi sul ciglio della strada. Le strisce son scalini ora in salita, poi a scendere. Basso mi giunge un saluto dall'altro marciapiede. Eccolo. Mi attraversa. Mi lascia esanime. E se ne va. Senza corpo.


martedì 19 novembre 2013

a lezione




Bello sguardo dimmi cosa vedi al di là di quell'orizzonte. Occhio sinistro t'interrogo perché vorrei che tu m'illuminassi sul futuro, sul mio destino, sul nostro amore. Abbi fiducia. Ora scriverò su un bigliettino cosa ti servirà: l'essenza e la giovinezza, raccogline abbastanza e fai un piccolo bagaglio. Con un secchio vuoto riuscirai a prender più quota, e volerai al di sopra di tutto, e se ne trovassi poca, potresti riversarne. Quale miglior cura? La ricetta giusta questa, la ricerca della leggerezza come reazione al peso di vivere. Veloce, mano destra, unisciti alla mia, concisa, breve stretta, magica presa circolare che m'ha legato a te per sempre. Disegna nell'aria come un'unica tappa, riepilogo di una storia, sintesi perfetta dell'unione di due menti, giovane e vecchia, acerba e matura, fulmineo percorso dei circuiti mentali che collegano e catturano punti lontani dello spazio e del tempo. Care labbra cosa volete, perché mi tormentate, mordendovi e sanguinando? Nitide odo parole spingersi sulla punta della lingua e giù, scandite e precise, libere e rigorose, le riconoscerei tra miliardi. Son le mie si allineano e marciano in completo elegante ed essenziale. Qualunque sia la cosa che si vuole dire, esiste solo un sostantivo per descriverla, un verbo per animarla e un aggettivo per qualificarla. Fantasia, pensiero cangiante, progetto colorato, penso per immagini e le stendo cambiando tono, attingendo al significante, mescolando le espressioni. È forse questo il senso e il modo, ubiquo e necessario, attuale e chiaro. Ti sussurro visioni. Sta a te ricomporle o lasciarle confuse lì nel paesaggio da esplorare. Volevo anche che quel destinatario riuscisse a immaginare la traiettoria che descrive nella mente - o nell'anima? - una parola prima di andarsi a poggiare sulla punta della lingua, sui polpastrelli della mano o sul ciglio del padiglione dell'orecchio. E quello che fa? Non ascolta… si ritrae per dilatarsi ancor più, si restringe e poi esplode in una striscia lunghissima che si srotola per accogliere quante più espressioni, quante più vibrazioni, tante, infinite, spruzzate e tuffate in quel secchio immenso, dal volume senza fine, in cui ci si perde in un luogo labirinto gigantesco, garanzia di una verità mai parziale: Quella che prende forma nei grandi romanzi del XX secolo è l'idea d'una enciclopedia aperta potenziale, congetturale, plurima. Com'è iniziata? Ho smarrito la parola iniziale. Nella molteplicità degli incipit dov'è il collegamento? Ti ho qui, finalmente, giovane vecchia storia d'amore per la scrittura e la sua lettura, alla tua conquista io m'impegno, a te mi dono, simbolo di trasmutabilità incessante, relazione di elementi in continua proliferazione, non mi deluderai, no, mai.

Grazie a un grande Italo.

lunedì 29 ottobre 2012

chiodo fisso

Chiude fremente il libro dei re e lo scaraventa lontano… avevo dei dubbi, ma ora sono sicuro non terminerò questi maledetti studi e non farò l'esame. Ha oscillato per mesi su questa pericolosa decisione, faccio il salto finale su questo enorme buco nero, dimentico di tutte le promesse, i giuramenti; probabile che si cacci in altri guai, ma dico e faccio basta. Profeta del mio futuro. Infedele protagonista di un tempo indefinito. A volte sente d'essere solo un personaggio, gli altri gli girano intorno, deridendolo e additandolo, gli ricordano, sempre, che le sue battute sono frammentarie, poche, sussurrate, pronunciate a malapena o non ricordate per nulla. Qualche riga nelle infinite pagine bianche, pochissimi secondi per dire la mia.
Con ironia, certo, ché è brutto piangersi addosso. E già nel mio immaginario non riesco a intravedere uno spiraglio, figuriamoci l'impaccio delle lacrime, lo spreco dei singhiozzi… bisogna risparmiare su tutto, anche sulle emozioni del mondo che sta a sentire: l'unica aspirazione è sopravvivere decorosamente e togliersi uno sfizio, qualsiasi, l'importante via di fuga. E invece non c'è scampo: nessuna dignità, nessuna forza di reazione, disponibili, come si è, ad accettare qualsiasi ruolo e l'unica sacrosanta voglia di cercare svago a tempo indeterminato come per tratteggiare rabbiosi un'ipotetica, arbitraria rivalsa contro lo sfruttamento, i ricatti, la frustrazione, la necessità, le furbate criminali. Travolto dalla vertigine delle tante telefonate da fare, degli appuntamenti da prendere, delle dimostrazioni, delle convinzioni, dei giochi, dei sorrisi, delle firme, ha quasi dimenticato la sensazione di appartenenza, di aderenza a un progetto, a un sogno, a una fantasia, preso com'è dal parossismo quotidiano di una vita ammalata, inutile, persa, precaria…




… vorrebbe avere tanto un passato tragico: giustificherebbe il suo presente.
Vanni Santori



mercoledì 30 maggio 2012

greed

e questi sono i generali con le loro mitragliatrici, e sono i cimiteri
con le loro tombe, e sono le casse di risparmio con le loro cassette
di sicurezza, e sono i libri di storia con le loro storie
ma se volti il foglio, Alessandro, non ci vedi niente…

Una pellicola frastornante. Il nulla, in realtà, ben più grande e potente di tutto il resto; il grande niente che smette di nascondersi e interpreta se stesso con la gestualità tipica dell'afferrare, dello stringere, del negare. Il meccanismo è semplice: l'oro degrada al rosso, s'incancrenisce e si fa nera violenza, oscura volontà di distruzione. Le mani che prima si cercavano con passione ora non si riconoscono più, estranee e nemiche, si staccano, si separano, si dividono; si trascinano in una bestiale spirale, nella quale, dapprima luminosa, il turbine prezioso, eleva ma poi con una spinta altrettanto forte precipita in basso, seppellendo e schiacciando, tante, pesanti, cumulo giallo, sonanti monete, tolgono aria e luce e forza alle dita che le adoravano, e ora se avessero la fortuna di venir fuori… e nel mentre si scarnificavano a forza di lucidarle, di contarle, di amarle… suggevano tragedia e trasmettevano sventura. L'atmosfera è resa da campi medi o lunghi, atmosfere pioventi, grigie e invernali, l'ossessione e il pathos, sono immortalati in primi e primissimi piani, profondità di campo e di natura che tratteggiano in maniera convincente gli stati d'animo alternanti, le doppiezze, le tinte fosche e le tensioni trattenute, ma avvertite come imminenti, che poi sfociano e concludono memorabilmente nella scena abbagliante, calda, infuocata.




i razzolatori malefici




Passo tratto da Purgatorio de l'inferno - Edoardo Sanguineti

martedì 10 aprile 2012

psyché




Cosa preferisci? C'è zucchero di canna grezzo, chiaro, bianco raffinato… Hai del miele? Sì un millefiori e… di castagno, tarassaco, lampone. Vada per il lampone. Ma quanto ne metti? Ho bisogno di dolce. Devo riempire questo stramaledetto occulto buco. Ormai è un crescendo. Innescato, inesorabile, da oltre un mese, sta abusando della mia pazienza, il sordido. Si è consolidato in pianta stabile e gira indisturbato, imponendosi e scavando. Sono un bel rifugio. Perché dovrebbe abbandonarmi? È arrivato zitto, zitto, usandomi come momentaneo appoggio, il turista in cerca di divagazione, scatenando un cortocircuito improvviso e imprimendosi poi in livida permanenza, giocando a raggiungere per primo tutti gli interni, intimi angoli… occupato! Io lo lascio fare. Ho deciso di farmi carico della disgrazia universale. Lo vedi? Io sì. Grazie a lui. Registro ogni singolo istante della mia esistenza ormai in tutta la nudità e crudezza, senza sottrarmi, senza fuggire, nessun accanimento. Zappetto. Innaffio. Irroro. E lui affiora. Si rituffa. Ritorna in superficie e si sbraccia, espressione tra il sarcastico e il partecipato: io e lui, sodalizio indecente e ormai coronato da una stupenda coralità nello smisurato e sordo universo. M'invita a lasciarmi andare, non ostacolarlo, e io, mai domata, sembro capire finalmente, devo aver trovato, attraverso una tortuosa via, l'esile filo della mia personale rettitudine. Sei sempre stata impossibile, ricordo la sollecita voce… Ora si può, lui è lì, seguo quella traccia, senza fretta, la diagnosi a termine in tasca, godendomi ogni singolo fotogramma con un'unica intenzione, per me la migliore e più valida: l'ultimo agguato al destino da parte della mia anima, gli sbatterà in faccia una caricatura a carboncino e un messaggio preciso, dal nulla nel nulla col sorriso precipitato, la mia ultima fuga prospettica, niente punto focale… no.



Life is just what happens to you
while you're busy making other plans.
John Lennon

sabato 3 marzo 2012

musica e pesca




È che tutto s'inceppa. Di continuo. Seguo la traccia. Preciso. Ma il percorso si fa accidentato, permanentemente fosco, grigio. È o no un breve tratto di strada? Sì, impiegherei un quarto di solitaria traversata… sì e no. Ma, mistero e accidente, sbaglio, buco, esplodo. Ogni volta che incrocio la realtà, quella vomita fuori tutto il suo strazio, si sporca. Quant'è brutto accorgersi di non essere autosufficienti. Puliscila. Parla per lei. Chi, io? Io in continua sindrome di mancanza di me stessa? Io che m'aggrappo alle parole e scivolo sempre più? Io anoressica e bulimica, io svuotata e piena. Vivo di scrittura e segni. Ne ho ingeriti talmente tanti e non riesco a restituirli impacchettati in ordine. Son tutti sparsi nella comunicazione confusa e mai traducibile. Usa lo sguardo - rimbrotti. Foto a ripetizione. Soggetto: invisibile, macchia. Dacci un taglio - consigli. Follia. La cura è peggiore del male. Sono in crisi di astinenza. Non ascolto. Non parlo. Rifiuto l'espressione dopo l'ingorgo dei significati. Mi ricreo, quel che mi resta è ironia. L'ho ritrovata come segnalibro alla pagina 1982 del libro mio preferito, quello con la copertina ghiaccia, dove il freddo ha cristallizzato e spaccato, riducendomi in tanti frammenti, silenzioso e asciutto. Troverai le istruzioni più avanti, le rintraccerai quando avrai riadattato l'ambientazione così come in sogno… quella sì che è una terra incantata, il paese ideale nel quale l'immaginazione può distorcere e annullare e brecciare e realizzare! Stai meglio - in un fiato. Sì, che hai capito o, hai fatto finta. Son nata nel trauma e mi salverò, adagiandomi e addormentandomi. Fantoccio in mezzo al frastuono.


avrei preferito della ottima Baby Dee You'll find your footing.. ma non è più disponibile su tubo

martedì 31 gennaio 2012

trascorsi

Se roca intridi d'estasi la voce
per ricamarmi addosso umidi baci
versami sospirose ragnatele
che brividi si saldino alle vene…

Sono un passaggio obbligato. A volte sfuocato, spesso emblema del più sguaiato pestaggio. Nero, violaceo, m'ha lasciato i segni del suo amore sfogatomi addosso insieme alle sue frustrazioni e alla sua eterna insoddisfazione. Io non appartengo a me stessa. Ma non sono nemmeno sua. Trasfigura e brucia. Sono il suo tizzone, su di me si piega, si ravviva, sputa fuori tutta la sua rabbia e mi rabbonisce in un continuo crescere di mania incendiaria e successivo pentimento, struggente e malinconico, in cerca di redenzione. Io non sono in questo corpo, ci son finita per sbaglio. E non serve inchiodarmi in croce, incoronarmi coi rovi, scorticarmi per trovare una via di scampo. È tutto inaspettato. Si deve solo aspettare di invecchiare, nudi stesi sul pavimento, con un libro in mano, leggi e volta, ricomincia daccapo, termina, finalizza. Troverò tra le righe la perfezione tanto a lungo cercata, la ricchezza intellettuale di cui ho veramente bisogno. Ragiono, penso e m'ostino; mi lacero fino a diventar nulla: un raffinatissimo pegno con il quale ripagare le sue continue rapine e i suoi abusi.

… arroventando pelle alla mia pelle
sfogliami comprovando i miei dinieghi
così che me ne scenda vinta infine
e vittoriosa accolga le catene


i versi sono estratti da Passo nel fuoco di Rita R. Florit

venerdì 16 dicembre 2011

pensiero stupendo

In questi primi giorni di freddo, nei quali la cosa migliore è scrivere o disegnare, schizzo su un foglio una folla in movimento, con cancellature e bagliori improvvisi, lingue di cammino distorte sui loro volti, calore di fiato fuso con ghiaccioli d'indifferenza. Ogni tanto mi fermo e parlo con loro. Qualcuno mi racconta la sua vita, io spiego che devo ancora terminarlo e ricomincia la corsa verso grandi magazzini, la metro e i tram, indico le fermate e i capolinea. Ce n'è uno che mi fa cenno di seguirlo. Io gli rispondo che ho capito, mi volto le spalle e prendo a camminare insieme a lui che mi ringrazia per la fiducia. Non è da tutti, dice, accogliere l'invito di un fumetto. Figurati, rispondo io, tratto a parte, mi sei venuto bene. Ci fermiamo un attimo sul marciapiede. Non passa nessun autobus, c'è un vigile, mentre continua a multare i furbastri parcheggiati sul marciapiede, con un guanto levato in alto chiama un taxi che inchioda proprio davanti ai nostri piedi. Lo prendiamo al volo. Nell'abitacolo, troppo caldo, troppo comodo, non parliamo, non ci scambiamo nemmeno uno sguardo. Comincio a sentirmi a disagio. Ma c'è la radio accesa: tanta musica, brani a ripetizione tra i quali riconosco una voce splendida di grande suggestione che ci trasporta in un'altra dimensione, ancora un'altra… disorientati, perdiamo ogni contatto con la realtà terrena. Io fluttuo fuori e dentro, in trance; lui, non distante da me, sul suo ginocchio sta continuando il mio disegno con matite colorate. Ne risulta un quadretto delizioso, metà in bianco-nero, metà a colori. E sul retro una piantina. La consegna al tassista. Vedo sfilare attraverso il finestrino del mio lato la moltitudine nelle strade. Sfumano, sfocano. Mi ritrovo tra le dita un pezzetto di foglio, del mio. M'ha lasciato una poesia. Non m'ero nemmeno accorta m'avesse sfiorata, né che mi avesse dato la mano.
E chissà, forse, era un clandestino.


Saluto

Io lascerò il mondo con furia.
Non importa quel che apparentemente succeda,
se dolcemente mi ritiro.
Di fatto in quel momento
si staranno strappando da me
radici così profonde
quanto questi cieli brasiliani.

In un frastuono di genti e venti forti
occhi che ho amato
volti amici pomeriggi ed estati vissute
staranno gridando
perché io resti.
Non piangerò.
Non c'è singhiozzo più grande che salutare la vita.

Ferreira Gullar

dal 1993, (Milano - Dicembre)

mercoledì 23 novembre 2011

smarriti

Stiamo sprofondando. In mano lo scettro. Dito sul pulsante. Pigiamo più volte per farli fuori. No. Li stiamo solo scacciando l'intervallo breve per ritornare sul canale duecentosessantatre. Ritorno al futuro. Si parte. Metti insieme un po' di notizie ché le si spara nello spazio. Immagini e lettere. Articoli e inviti. Verifica. Significato. Pensa. Che impegno è? Non esprimiamo più nemmeno un buon proposito al mattino quando usciamo di casa. Quelli che seguono normalmente gli stravizi festivi. Paura. Diffidenza. Ipocrisia. Silenzio. Digiuniamo ed evitiamo di inferocirci. Ci sfilano davanti a orde e noi non proviamo nemmeno un tantinello di sana vergogna. Io non li capisco quando parlano. Cazzo ha detto quello? Immetto il modulo traduzione simultanea. Ah, ecco ha detto, ha osato dire che questo non è un paese buono. Dietro come sfondo c'è una baracca, un ammasso di stracci. Ma se siamo tanto ospitali. Braccare, catturare, metterli in gabbia. Son gabbie dorate. E scappano pure. Conciliamoci colla pelle nera del divano. Siamo ossessionati dalla fotografia di noi stessi. Ebbasta! Nessuno vuole rubarci nulla. Eliminiamo i dubbi, fissiamo le certezze. Troviamo il tempo per porci qualche domanda. Potremmo scovare, chissà, qualche ricordo e avere anche il coraggio di ringraziarli, loro che son fuggiti come nubi e come onde son approdati, increspando e piovendo e bagnando, l'arida e brulla terra nostra.



tutto ciò che nasce su questa terra ha questa terra…

sabato 11 giugno 2011

nell'aria inquieta


Guardalo quel fiore, campanelle pesanti, cariche di vita, figure femminili vestite di un vivido e livido fluido vivificatore, nutrici, madri, piantano e fissano le proprie radici della grande e calda cultura in un suolo spesso arido, sempre mangiato dal vento secco, ributtato dall'umida folata. Che fatica vuoi che faccia una pianta nel tracciare e sprofondare nella terra a culminare nella storia, a far germogliare le nuove linee etiche, spezzate e folte, melodiche e confuse, intricate e volte al sole, quel fuoco che brucia, beve dalla terra e crea la grande sete? Si fatica più a cercare di coesistere, smussare e conformarsi, quando sarebbe così facile, giusto, accettare orgogliosi le diverse tonalità, metterle in rilievo, dare colore dove serve, distribuire luce e ombra in un'equa composizione dei contrari, bianco-nero, in una omogenea complementarietà, generare una grande fusione di opposti, perché la differenza intesa come crescita ci fornisca una via d'uscita: un chiaroscuro che annulli i contrasti. Quale guerra potrebbe mai risolvere il grande dilemma della distanza, quale scontro vorrebbe mai guarire l'enorme ferita ancora aperta? Le due anime percorreranno quelle fratture lunghissime, la palma fresca inserirà la linfa vitale, il dorso scuro inciderà sugli squarci aperti, i piedi carichi di suoni, rumori, odori segneranno impronte fugaci, giusto il tempo di essere riseppellite dalla sabbia, le mani si stringeranno e si trasmetteranno la comunicazione del passato e l'incontro dei proverbi… la più grande battaglia è della bocca.

Non ci sono stagioni in Africa?
Diciamo che oggi è qui la primavera
venuta a far due passi con noi
giù da Harare o da Bulawayo.
La sua brezza benevola vi consoli
le narici con l'aroma
di abbondante flora in boccio,
spalanchi le vostre braccia ad accogliere
il soffio recente di libertà
attraverso le città e i villaggi sfiancati dalla guerra,
e afferri i coriandoli di porpora che fluttuano e cadono
su marciapiedi alberati, tetti ed automobili;
un festival di fiori oggi in Harare,
primavera è venuta in Zimbabwe per restare:
la jaracanda è in piena fioritura.
Seboni Barolong

in gemellaggio artistico e poetico con quella ligure di Adriano Maini

lunedì 23 maggio 2011

democrazia?


Ho trovato un amore
che brillava d'innocenza
nel cuore scuro del ghetto

Bello che ci sia una mescolanza di colori, esprime una moltitudine, traduce una solidarietà e una riconoscenza non misurabili, è un gesto d'amore collettivo. Brava. E io pensavo di aver fatto solo un buon ritratto. Mah… Praticamente non voluto. Assolutamente non cercato. Appena l'ho visto, gli ho chiesto: vuoi posare? Semplice. Immediato. Sillaba: sì. È leggero. È sporco di petrolio. Non pretende di esser ripulito. Si mette comodo e aspetta. Io sistemo tutto il materiale, inclino un po' il cartone su cui ho deciso di lavorare e comincio. Dopo appena cinque minuti, comincia a muoversi. Si sposta. Mi guarda in tralice. Traballa. Ma fiero, cerca di mantenersi in piedi, giocando su un accurato espediente, destro, sinistro, destro sinistro. Un ripido e fugace raggio risalta l'inferno. Una traccia. Ora la vedo. Nella dolcezza degli occhi, pericolosa, spinge verso l'esterno la rabbia e una domanda: vuoi salvarti? Sofferta. Orrore. Non ho l'ardire di rispondere e il risultato della mia vigliaccheria è una pennellata crudele sui suoi pensieri. Ma quelli non si cancellano, anzi, sotto l'ala spenta e scura sembrano sottolineati e acuita è la ferita dello spirito. Spruzza fuori un fiotto di verde intenso. Ribrezzo. Dolore. Differenza incolmabile, vuoto deprimente. Resisto. Rispetta. Colpevole. Innocente. Oppone. Questa volta attacca per primo: vuoi giustificarti? Sub-cultura. Imperante. Il ritratto non è finito. Stacca ed asportate il cancro che avete esportato.

versi di Barolong Seboni

giovedì 14 aprile 2011

sali-scendi



Ogni inizio contiene una magia

che ci protegge e a vivere ci aiuta.

Appena ci avvezziamo ad una sede

rischiamo d'infiacchire nell'ignavia:

sol chi e' disposto a muoversi e partire

vince la consuetudine inceppante

Quando la vita chiama, il cuore

sia pronto a partire ed a ricominciare



ohhhh! che fai? sistema le reti, ora cominciano a cascare, non vorrai che si perdano? Ho quasi finito e ti aiuto. Fammene tirar giù ancora. Le ultime parole pronunciate. Le ultime immagini vive. Il colore e il suono di una montagna. L'ordine e la scelta del movimento. Il più grande panorama mai visto. Era l'applicazione di un concetto, lo svolgimento di una formula, la specificazione di un teorema, nome e cognome dati a una dimensione precisa, semplicissima. Lavoro + Amore = Legge di Vita. Le sfumature un compito da svolgere affidato ad altri, a noi. Guardare, imparare, proseguire, in alto, in basso, fare esperienza, prendere coscienza di sé, percorrere i vari gradi, arrampicarsi sui tanti gradini, scivolare e ricominciare, ma non fermarsi, se non per spiluccare succosi momenti di piacere. Chiudo gli occhi e lo dipingo: è ritornato in cima e pettina i rami delicatamente, accarezza dolcemente e le plasma, e le parole cadono al suolo, leggere, come vuote. Ora è in bilico sull'ultimo gesto, poco decifrabile allucinazione e proiezione di sé, a consegnarmi il succo, senza panico, con mitezza e coraggio. Non ho nemmeno un appiglio visivo, trascuro ogni dettaglio e tutto si svolge in sequenza, non distinguo quale sia l'inizio, quale potrà essere la fine. M'investe morbosa la schizofrenia, l'ansia. E da tutta la mescolanza ecco si genera il mutamento. Dubbio latente a mezz'aria. Aspiro all'ascesa. Salgo anch'io. Raggiungo il degno docente. Son più complicate le dinamiche, più sfocato il sogno. Agisco attraverso lui. Ho paura. Fallisco. Debole, forte, severo, ammiccante, depresso, attivo. Opposto, uguale, contrario. Realtà fantasia, desiderio di agire come mai avrei fatto, divenire ciò che mai avrei potuto essere.


“gli è meglio fare e pentirsi che non fare e pentirsi”


Passo iniziale tratto da 'Gradini' Hermann Hesse - Massima finale di Niccolò Machiavelli

lunedì 14 febbraio 2011

fammi vedere del male



Sembra che abbia un terzo occhio. Ma non quello caldo, amico e buono, no, uno gelido, violento e sadico. Mi fissa secondo uno schema ben preciso, intransigente e scioccante, da subdolo e consolidato predatore. Già dai titoli di testa so già come andrà a finire. Ma non è prevedibilità e mancanza di originalità… anzi, il fatto è che uno così non può diventare gentile, non deve, non vorrebbe mai, non saprebbe in assoluto. È una convinzione la mia. Bella e buona. L'avvertimento immediato e preparato della coscienza, prima terrorizzata e nascosta, poi venuta fuori, configura la sfida e l'accetta. Ognuno ha un ruolo, io quello della vittima, lui quello del rasoio. In mezzo tra me e quell'occhio si sviluppa e si riscrive ogni giorno la dichiarazione di guerra sopra una colonna sonora dolce e melliflua, che asseconda e riverisce, in contrasto, il masochista gioco, dà vita ad uno spettacolo mai accomodante, sempre inquietante. Il ragno tesse una intricata trama di compromessi e di tranquillità si nutre, dondolando cattivo su quelle infinite linee, mi risucchierà nel vortice dell'alienazione quotidiana e mi spingerà con metodo, estenuante, estremo, irrimediabile, verso le fauci dell'assuefazione. La più ingenua, una volta resasene conto, soccomberà senza alcuna possibilità di smascherare il mostro… era suo marito, il suo amante, il suo uomo, ora è un brutale torturatore, spento, impassibile, vuoto. Non è amore il tuo! Non scusarti, non lo sopporto. Ho giustiziato l'ultimo barlume di dignità, ogni parvenza di moralità; aspetto, osservo dall'esterno, assisto alla mia personale tragedia, convinta della mia estraneità. Sarebbe troppo indigesto e lacerante coinvolgermi e riconoscermi, esco dallo schermo, mi chiamo fuori in maniera anticipata rispetto alla parola fine… quella che stai colpendo non son io. No.

Deh, mentre chì'io mi lagno e giorno e notte,
o fere o sassi, o orride ruine,
o selve incolte, o solitarie grotte,
ulule, e voi del mal nostro indovine,
piangete meco a voci alte interrotte
il mio più d'altro miserando fine.

Isabella Morra

venerdì 4 febbraio 2011

round and round

The stars are not wanted now: put out every one;
Pack up the moon and dismantle the sun;
Pour away the ocean and sweep up the wood;
For nothing now can ever come to any good.
W.H. Auden


Settembre mi fa venir sete di vendetta sul sole, ed è un'attesa incerta, m'opprime e incombe sulla mia testa; una soffocante aria, gonfia e carica di minaccia cupa e oscura, pesa, interroga e diffonde quella risposta ormai pronta a schiudersi: sta per piovere. Lampi, a dieci precisi secondi, tuoni vecchi e spettrali risuonano a decretare la fine dell'equivoco. Ne ho raccolte e accumulate, mitiche e atemporali, si rincorrono e si sviluppano, sospese e gravide di eventi e conseguenze. Non distinguo più attorno a me i confini geografici e realistici della mia culla natia, mi rinchiudo, tutt'una con la corazza del destino fragile, della mia età, lontana e vicina, tragedia umana valida in ogni epoca, in ogni luogo del mondo, sono io stessa allegoria, simbolo e metafora. Il tempo non aspetta. Non posso più fuggire. I miei occhi vedono il cambiamento, sentono la nuova posizione, scelgono e risaltano il ruolo e le decisioni, sopprime l'incongruenza e il paradosso, mutando finalmente il corso degli eventi. Eccola. Arriva, dilaga e si propaga, bagna e colora, macchia e purifica, riconcilia e vivifica. Sciolta e trasfigurata. Aspersa e benedicente. Accade, ma non ancora… tutto confuso, tutto nuovo e ricreato. O Amore apre il cerchio e buca nel nero uno spiraglio di luce, si riapre la vita e s'imprime in una nuova direzione non ancora battuta.

dal 2006 (Loco - Settembre)

venerdì 17 settembre 2010

non ritorno

Non leggono tanto, ma scrivono molto! Tante frasi, alcune filosofiche altre meno, verità e bugie, corrette, comicamente errate, messaggi d'amore, invettive violentissime, disegni, quadri, animazioni. Alcuni, lo ammetto, sono dei capolavori. Del resto miei amici-colleghi, quello fanno oggi. Graffitano un po' qui, un po' là. Beati loro, mi verrebbe da dire. On the road, free & poor? Forse no. Dio c'è, ascoltalo. Un tizio beve coca, l'altro la tira. Avanzo sospettosa, mi avvicino a una panchina e sento puzzo di bruciato. Intorno carte, cartoni, una coperta a brandelli… non è una quadrata scozzese di lana! Passa un ciclista notturno. Sta fischiando un ritornello che conosco, ma non ricordo. Ora son attenta a un gruppetto di ragazzi che urlano più in là, il petrolio ci salveràààààà. Sferraglia l'undici e per un attimo mi distoglie. L'autista mi interroga con lo sguardo, ma passa oltre. Mi chino, scosto l'ammasso di polvere e cenci, e scopro, trabocca fuori una lacrima, seguita da un'altra e un'altra ancora… Un occhio franco e minaccioso in buona scrittura mi fissa, sta inquadrando il collo della bottiglia secondo uno schema preciso, ma la pellicola è finita, in programma c'era un appuntamento, cocci, vetro rovesciato, arti calpestati e battuti, carbone, vino versato, simposio mancato, maleficio a conferma della tradizione epica che presagiva la tragedia futura. Mi faccio l'autopsia. Intervengo sull'ultimo che ho visto prima di girare l'angolo: Vive! Boia io! M'impongo lo stesso giaciglio. Mi adagio e veglio. Brindiamo. Dio c'è, forse sì, che sia troppo comodo e non si smuova?

mercoledì 8 settembre 2010

arrivo

O tu che sei del cielo, e ogni pena e ogni dolori acquieti,
e ricolmi di consolazione chi è due volte mistero,
ah, io sono stanco di tutto questo affannarsi.
A che serve tanto dolore, e tanta gioia?
Dolce pace, vieni, ah, vieni, nel mio petto…

Vorrei vedere… l'utopia che ho in mente. L'incubo smarrisce l'uomo buono, è lo spazio che raccoglie l'infima natura, è lo spettro che rende le differenze peggiori e disperde le identità. Ho sentito addormentarsi la città, ho visto morire il parco. Nove colpi di scure non son riusciti a troncare il collo, ereditiamo quel viaggio, quell'anima evanescente e quei vestiti pesanti che calano troppo caldo sugli occhi, vittime e carnefici dell'eterno presente. Non riuscirai a mercificare i sogni. Io vedrò quello sfondo, vedrò quella luce che arrivi a catturare il drago kitsch che non si decide a rapirmi. Lasciami qui, su questo scoglio… il buio non m'impedisce di scandire e fissare il mio regalo sull'intimità delle mie visioni: scene quotidiane e stanze segrete e virtuali. Son tutti frammenti della mia memoria storica, nascita abortita prematuramente all'esperimento urbano di un altro luogo, non conforme alle tradizioni, non adatta agli equilibri ristabiliti dalla logica disonesta. Io indugio, resto inebetito sullo scalino, fuori dalla mia casa, guardo fuori, apro all'ordine appena affrescato sul verde assediato, sul pulsare delle relazioni malsane, attendo che la sensibilità del bello, delle radici sintetizzi in poche parole l'alternativa vera e semplice all'ingombrante risvolto della nera fede… son pochi istanti, m'assale una tremenda insicurezza a ritmi insostenibili. L'allarme suona, minaccia sventura e indifferenza. L'uomo alle spalle scippa e dilania la pluralità delle mie immagini, ne rimane una sull'asfalto, accanto a me, un dettaglio smarrito, l'ultima mia identità, uomo, mortale, non uno sfondo che assorbe, ma il soggetto che impegna.


E allora, a cosa serve l'utopia? A questo: serve per continuare a camminare. Eduardo Galeano

a Vassallo

martedì 31 agosto 2010

donna


Ricordo come sorridevi,
come benedicevi quelli che avevi attorno,
me, il cielo verdastro,
la città, i passanti…

Quando faccio per rialzarmi, un altro masso, più pesante del primo, mi inchioda e spinge, deciso, contro l'angolo… penso tra me a quanto sia inutile tutto ciò, avreste potuto stringermi una corda al collo o spararmi alla nuca. Questa è la fine che merita una meretrice, e devi guardare le pietre che arrivano, devo sentirle tutte, come frecce scagliate con odio, su pelle, occhi e bocca. Non crediate che si possa strappare così una confessione, o un rimpianto, non crediate di aver vinto, solo perché un tale, insieme ad altri, seppellirà col fracasso di un colpo il sangue dell'innocente. Ah, un giorno, ho pregato che fossi felice, prima che quello sguardo si facesse pianto, ho alzato gli occhi e ho chiesto che gli uomini insegnassero al dio a bagnarsi sotto la pioggia, a camminare in mezzo al vento, a precipitarsi insieme alle stelle, qui sulla terra con noi mortali, a baciarci, a ricever e ricambiar carezze, ma la pagina sacra mi ha restituito uno schiaffo e un pugno, ha rifiutato il gentile invito, mi ha negato il piacere di servire un té nel mio miglior servizio e m'ha relegato in uno stanzino buio… arriva la voce dentro l'orecchio e una minaccia che m'ordina di guardare, ma io son rivolta al cielo a chieder i perché di un no…

Mes yeux regardent
un autre ciel

qui n'est pas d'ici
de là-bas…

… celui qui plevait
pour mon arbre

et qui me promettait
des ailes
pour ne pas m'apprendre
à voler.

venerdì 30 luglio 2010

in sella


Ciò che per alcuni uomini, in società non illuminate, è il colore, la razza, la religione, il sesso lo è per tutte le donne: un'esclusione radicale da quasi tutte le occupazioni onorevoli. J.S. Mill (1806-1873)
È un nodo che non si riesce a sciogliere. Una differenza che è un fatto, non naturale, ma storico. Una misura che si può calcolare in consistenza, traendone conseguenze politiche e implicazioni sociali. C'è tanta di quella ricchezza di stimoli e di spunti che bisogna per forza di cose e per necessità continuare o riprendere l'analisi e la riflessione sulla questione. Poco s'è fatto e troppo male. Una tavola e una tovaglia, un gioco con regole stabilite a casaccio. Da una parte gli uomini, dall'altra le donne, non collaborazione, non comunicazione, non obiettivi comuni. Una domanda su tutte: come evitare di far la guerra? Intesa come conflitto tra religioni, culture e sessi. Ecco perché ritornare a discorrere di un mondo globale, soggetti differenti, di incontro e convivenza nel rispetto della dignità e della libertà reciproca. Oh, Virginia, Virginia! Tu ti interroghi, tu usi metafore, tu entri nell'uomo, ti fai donna, registri androgine consistenze, semplici dimensioni, differenti implicazioni e trai analogici dati per redigere un bel manifesto che dia indicazioni su diverse tematiche di grande attualità e rilevanza per questioni di genere e non. E noi oggi riflettiamo su te, immaginiamo una scuola che educhi e che formi una cittadinanza piena, priva di esclusioni e con pari opportunità per tutti.



E invitiamo a leggere, ad andare al cinema e a teatro, a coltivare le più belle e stimolanti e feconde occupazioni dell'animo umano. Sono attività insostituibili per la formazione del cittadino in una società moderna e democratica e libera. Come dice Mario Vargas Llosas, in un suo saggio sul romanzo, Letteratura è denominatore comune dell'esperienza umana grazie alla quale tutti gli esseri umani si riconoscono e comunicano tra loro a prescindere dalle loro storie e dai loro orizzonti geografici e intellettuali. Arte è arma unica contro le xenofobie, il razzismo, le ottusità localistiche e del settarismo religioso e politico, quella che fonda la sua efficacia, valida ad ogni latitudine sull'uguaglianza sostanziale di uomini e donne e vuol sconfiggere l'ingiustizia rappresentata dallo stabilire tra loro forme di sfruttamento e discriminazione. Non solo scienza e tecnica quindi, sì, esse portano benefici e progresso, ma, con la specializzazione, determinano anche frammentazione dell'insieme in innumerevoli rivoli e compartimenti stagni. Usiamo la letteratura per riconoscere quelle differenze e dare un differente valore a tali fondamentali modi di vedere il mondo uguale, ma con occhi diversi, un nuovo modo per intendere la cultura e la libertà di pensiero che servirà a noi per prevenire la guerra: non è di ripetere le vostre parole e seguire i vostri metodi, ma di trovare nuove parole e inventare nuovi metodi. Ho tre ghinee, son sicura basteranno… Facciamo un viaggio… in noi. Non si dovrebbe dare mai un noi per scontato quando si tratta di guardare il dolore degli altri. Susan Sontag

mercoledì 28 luglio 2010

no-invictus


Son sincera… ho tifato sì e no, una partita, e… mezza! Le altre le ho viste su blob, godendo delle azioni prive di commento e sommerse dalle vuvuzelas. E poi ho seguito la cerimonia di chiusura e dopo ch'è finito, dopo balletti, cantanti, l'ancheggiante e snodata Shakira, il collegamento ri-richiesto per mostrare le immagini del presidente (per me l'unico) del Sudafrica, sorridente ma evidentemente a disagio su una macchinetta elettrica che percorreva in lungo e… basta lo stadio! Immagini proposte, riproposte e ri-riproposte! Ha ceduto, lo ha accontentato il rompi-platter! Ha rotto il periodo di lutto silenzioso e distaccato ed è apparso. Emozionante sì, ma non perché lì a sollevare la mano alternativamente, sotto le indicazioni della donna al suo fianco, ma perché non era dove aveva scelto di essere, a casa sua, a riposo meritato dopo una vita spesa per la libertà altrui e poco per la sua materiale, avendo trascorso 26 anni dietro le sbarre! Lì sicuro, è diventato un simbolo ed è cominciata la storia della sua invincibilità. Sì, l'avvocato che forniva assistenza legale gratuita o a basso costo a molti neri, l'uomo che aveva compreso l'importanza dello sport come sollevatore di coscienze schiacciate dalla povertà e dalle differenze razziali, il vecchio oppositore dell'apartheid, non gode oggi forse dei normali benefici riservati ai vecchi come lui? Il nonno può ora dedicare gli anni della sua pensione a prender per mano nipoti, pronipoti e tutti i bimbi d'Africa per permettere loro di far bene quanto lui? Guardando Mandela, mi sia permesso chiamarlo anch'io Madiba, mi son commossa, ed è stato anche pianto di comprensione fastidioso il mio, mi chiedevo, ma è possibile che gli obblighi di rappresentanza non finiscano mai? È permesso a un uomo, che tanto ha lottato, starsene a casa sua e non sentir premere perché senza lui non si può e non si deve andar avanti? Ho timore nel rispondere… semplicemente, naturalmente, c'è colui o colei che possa succedergli? Esiste la volontà di continuare a combattere strenuamente contro ogni forma di razzismo in qualunque modo si manifesti e a qualunque costo? Eroe o non eroe, viene il momento di andarsene, e bisogna pensarci. Si è più tranquilli se nel proprio testamento si è lasciato un pezzettino di sé e si sa a chi sia giusto trasmetterlo! Anche la 46664 che qualcun altro indosserà, o sia pronto a farlo…