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martedì 14 aprile 2020

The trees of the mind are black.



This is the light of the mind, cold and planetary.
The trees of the mind are black. The light is blue.
The grasses unload their griefs on my feet as if i were God,
Prickling my ankles and murmuring of their humility.
Fumy, spiritous mists inhabit this place
Separated from my house by a row of headstones.
I simply cannot see where there is to get to.

The moon is no door. It is a face in its own right,
White as a knuckle and terribly upset.
It drags the sea after it like a dark crime; it is quiet
With the O-gape of complete despair. I live here.
Twice on Sunday, the bells startle the sky -
Eight great tongues affirming the Resurrection.
At the end, they soberly bong out their names.

The yew tree points up. It has a Gothic shape.
The eyes lift after it and find the moon.
The moon is my mother. She is not sweet like Mary.
Her blue garments unloose small bats and owls. - Sylvia Plath. The Disquieting Muses.


I wanted this so much, I waited for so long.
And now that I have it, it's hard to believe it actually is.
The pages of other books tell about the grace and courage with which other women live.
But it's not my life. I live on the edge.
My world is made of fog, dark figures, awful scenarios…
The pastel monotone depress me.
So I have to look off the books.
But I don't want to.
I'll stay here.

🎧 Eclipse. Wooden Shjips.

venerdì 25 maggio 2012

fil rouge


Nessun dolore nel mio corpo. Raddrizzandomi, vedevo il mare azzurro e vele.

Drizzo la penna, e butta gemme e foglie, si ricopre di fiori,
spudorato è il profumo di quest'albero,
perché là nel mondo reale
alberi così non crescono, ed è come un affronto
fatto alla gente che soffre il profumo di quest'albero.
C'è chi trova rifugio nella disperazione, dolce
come un tabacco forte, un bicchiere di vodka
bevuto nell'ira della perdita.
Per altri c'è la speranza degli stupidi
rosea come un sogno erotico.

Su un foglio lasciato nel cassetto s'intende sia stato scritto il concetto. Un amaro pensiero, uno scenario attuale. Tratto in avanti, dopo tanti scossoni, non può più tenere quelle poesie, orfane del suo poeta. Povero. Atrocemente perduto dietro la speranza o la sua ombra, il suo nome si ripropone con rinnovata potenza, spazzando via l'oscurità e l'atmosfera nebbiosa di un'epoca e della sua barbarie, liberato dalle catene urticanti della censura e dagli umori pestilenziali di un catenaccio orribile che serra pace e libertà con guerra, razzie, violenza.
Ce l'ho; è mio.
Come quella volta in cui scostando polvere e appunti sparsi urto un gran volume in cima alla pila che veglia sui miei sonni quietando quegli agitati e abietti e sostenendo in volo quelli dolci e coraggiosi. Si schiude di colpo su un volto incorniciato da rocce, tre cime le fanno corona e il sorriso disegna una valle verdissima, immagino, giacché quelli che vedo sono sbiaditi bianchi e neri, uno scatto felice e consunto, tra le pagine consumate da mani curiose e giovani. Il tempo si è fermato, ma ha continuato a incidere nella coscienza di chi a turno legge, ereditando e ripetendo, come in un sacro salmodiare asciutto e senza inutili fronzoli.
Lo ripeto; è mio.

Ti do me stessa
le mie notti insonni
i lunghi sorsi
di cielo e stelle - bevuti
sulle montagne,
la brezza dei mari percorsi
verso albe remote.
Ti do me stessa,
il sole vergine dei miei mattini
su favolose rive
tra superstiti colonne
e ulivi e spighe
...
E tu accogli la mia meraviglia
di creatura,
il mio tremito di stelo
piegato al vento
limpido - della bellezza.

Oh rifammi tu degna di te, poesia che mi guardi.


I versi: quelli iniziali sono del poeta Milosz Czeslaw; quelli finali sono della poetessa Antonia Pozzi

sabato 30 aprile 2011

riflettori


Ma sei troppo giovane. Non sei arrivata. Ne devi fare ancora di strada. Ma possibile che sia regola? Io voglio esser eccezione. Bastevole a se stessa. All'emersione di una sorpresa, di una novità si pensa subito a trovar somiglianza, con un pizzico di vecchia perfidia, si cercano punti di contatto, si studiano eventuali analogie come ad ammirare la copia di un celebre dipinto. No. È tutto originale, sono io. Alle aridità della vita contrappongo sogno e sorseggio un balsamo che dia pace e calmi gli eccessi di tosse, i latrati che ammutoliscono la fantasia e l'identità e lo stile. È un afrodisiaco, è una camomilla, è un digestivo, è un brandy ad alta gradazione alcolica si lascia bere seduti di fronte a un bel fuoco; riscalda il bicchiere e scaldati il cuore prima di ingollarlo, potresti rimaner strozzato o vorresti averne ancora, ancora… Difficile, impossibile, you can't run and hide… blind. Pensa a salvarti da solo o se vuoi, veramente, raggiungimi. Impara ad amarmi. Impara a tenermi la mano mentre balliamo questo sogno, muovi i piedi insieme a me, sussurrami una carezza, soffiami il battito, cosicché io lo assimili al mio. Smetti di farti pubblicità. Quelle insegne luminose non hanno senso, sono allarmi fastidiosi, i tuoi stupidi lamenti lampeggiano ma lasciano buio. Got to be slow. Simple to talk about love. But I want to know. Ecco cos'è. Miele dorato o bruno che fluisce morbido, affilato o denso, scorre e placa, malinconico si perde sulle ciglia pesanti e si distende sugli occhi di ghiaccio. Tac… si dischiudon teatralmente le valve e carica di promesse si consegna al mondo, perla nera in corpo bianco. Falla finita. Hard coming, love… coming, love.

Passi tratti da Hard coming love - The united states of america

a tutti coloro che se la menano… (inteso anche in vernacolo), lamento o auto-infliggimento pene!

mercoledì 1 settembre 2010

danza per me

È esposto su una parete nera. Una tempera. Sanguina in verticale e sgocciola fin sul pavimento. È così preziosa quella luce, incisiva e vivida la colorazione, ho creduto per un attimo di poterlo bere quel fluido, di farmelo arrivare giù in tortuose spirali, di esserne vivificata. Tu sai quanto ne senta la necessità, sono obbligata a farlo. Devo. Chissà quanto acido, forse dolce o piccante. Non importa. Voglio rileggere questi ultimi eventi in chiave mondo. Ricami e intersezioni magicamente straniere, una percussione forte come su cornice del tamburo e non direttamente sulla pelle, le tue mani producono un fruscìo come di suono animale, liscia e turbina, accarezzami e stimolami, continua… ad ogni latitudine, continua. Non sai quanto sia immensa la curiosità espressiva e quanto impegnativo l'affinamento della tecnica. Io mi applico. Ti applico. Aderisco e decoro, non mi sottraggo allo sforzo, seppure debilitata la mia personale corrispondenza ai normali canoni dell'attività. Acqueforti le mie. Litografie le tue. Conquisti la mia ispirazione in una splendida serie di esposizioni innovative e sempre diverse. Io ammiro. Mi ammalo. Rispondo all'invito. Partecipo. Finché ne avrò forza, finché ne avrò vita, poi continuerai da solo, finirai il lavoro, la penultima pennellata, l'ultimo respiro, il passo terminale.

lunedì 19 luglio 2010

scorretta


/ma forse… dai/ no, ma per carità/ sicuramente, hai capito male/
S'insinua nelle pieghe dei ragionamenti, nelle vecchie bugie, nelle soluzioni dimenticate. Pensavamo di aver chiuso a chiave un discorso e invece la chiarezza non è mai troppa. Ci sono ancora cavi scoperti, prese malmesse, sfrigolano e pungono, alla luce dei nuovi avvenimenti li ritroviamo lì, dove li avevamo lasciati. A suon di botte avresti dovuto raddrizzarlo, ora che vuoi? È cresciuto storto, era debole ed ora lo è ancor più e tale rimarrà per sempre.
Fallirai, è inutile. Nemmeno il tuo corso di decoupage ti verrà in soccorso, non riprenderà mai la forma originaria, corre veloce la frattura, s'evidenziano le crepe all'interno, una lesione tragica e inevitabile. Picchia inesorabile, cade copiosa, scioglie e ricopre, immagini sovrapposte che si mescolano e si compongono a definitiva forma di oracolo, a monito e a simbolo di quello che avresti potuto diventare… una possibilità che non potrai mai più verificare, in mezzo come un ponte sospeso fra il fato ineluttabile e la scelta personale…
Ti giri e rigiri come su uno spiedo, vaghi tra emozioni e fragilità ostentando sicurezza e fermezza, non sai quanto io veda, sappia, comprenda le tue grandi falcate a sferzare l'aria, il tuo innalzarti e abbassarti, in un moto perpetuo che non sposta un solo granello di polvere, non andrai da nessuna parte, rimarrai lì a rinfrescarmi, sotto le tue fronde, la tua chioma rinvigorita dalla energia insufflata dalle mie labbra, si apre e sprigiona un pensiero, lieve scende fino alla radice e da quella si gonfia e mi sazia, sapienza da condividere, da trasmettere.
Inutile contraddirti, anche se volessi, non potrei, seguirò la direzione che mi indichi con l'arto più spoglio, quello giusto e saggio a cui far capo, a cui appoggiarmi in equilibrio, far mille giravolte e poi ritornare stanco a scoprire un nuovo orizzonte, galleggiavo, traevo nutrimento e assaporavo il frutto. Sì è la mia salvezza, quel margine d'ironia che mi permette di non dar molto peso al futuro, da esso traggo nutrimento, gesti lievi e incompiuti, come quelle cattedrali gotiche che a me piacciono tanto, davanti alle quali rimango a bocca aperta come a farle entrare tutt'intere, guglie, archi ogivali, le navate oscure, le accese vetrate… ci stanno? sì le ho già deglutite e io cresco, al tuo tocco ardito, folle chiave di volta del tutto, confusione e orgia di pietra, bianco abbacinante fuori, buio purgatoriale dentro, un difetto amabilissimo che non correggerò e senza il quale non può esistere perfezione…

Ciò che rendeva possibile la correzione era anche ciò che la condannava all’insuccesso.