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venerdì 6 settembre 2013

Chitarre con chiappe e ricotta



Non per voler essere volgare a tutti i costi e lungi da voi scambiarmi per cannibale, ma dovete sapere che dalle mie parti i pomodori secchi, sapientemente preparati durante l'estate, si chiamano chiappe di pomodoro! Non bisogna scatenare troppo la fantasia per capirne il motivo, ma a me questo nome ha sempre fatto sorridere. Vedere nelle case di campagna questi lunghi tavoloni di legno con sopra i pomodori aperti a metà ad asciugarsi con le chiappe al sole, non può che catturare l'attenzione e suscitare qualche sorriso. In realtà i pomodori secchi in questo formato sono parecchio diffusi in Sicilia, anche se la preparazione richiede parecchia pazienza. I pomodori vanno esposti di giorno, coperti con teli di lino e ritirati la sera per almeno 10-15 giorni (dipende dal meteo). Ci sono due nemici importanti che possono comprometterne la riuscita: gli insetti e l'umidità. Ma se l'impresa dovesse riuscire, il risultato è davvero soddisfacente per tutto l'anno. I pomodori possono essere conservati sott'olio con l'aggiunta di qualche aroma (vedi qui per la preparazione) oppure utilizzati per la preparare salsine e condimenti per pasta asciutta. Il sapore è un po' fortino, ma se il vostro palato regge, il gusto è più che assicurato :)

martedì 31 luglio 2012

Pomodori secchi sott'olio


Qui in Sicilia tutto diventa unico quando fa parte della tradizione popolare, forse non tanto per i prodotti in sé, anche se su questa affermazione potremmo aprire una parentesi, tanto per i modi con cui vengono fatte le cose. Allora la vendemmia va fatta durante una notte di luna piena, la tuma va persa nei campi per una giusta maturazione, la salsa va fatta in pentoloni di rame sul fuoco a legna e il pomodoro deve essere messo a seccare su teli di lino lungo la strada durante il giorno e deve essere ritirato durante la notte. Ecco, proprio li volevo arrivare. Prendiamo un rappresentante tipico dell’estate, il pomodoro, rosso come la passione, succoso come un agrume d’inverno, popolare come la tarantella. Prendiamo le possibili declinazioni culinarie del pomodoro: davvero tante. Togliamo chi vorrebbe eliminare questo prodotto dalla cucina: chef famosi e amatori.. cosa ne viene fuori? Un mondo, una galassia! Già, perché il pomodoro, antichissimo nelle sue origini, in realtà, in Sicilia è davvero difficile non ritrovarselo dentro il piatto d’estate. E per chi dovesse soffrire di nostalgia durante il resto dell’anno, questo post potrebbe essere un piccolo suggerimento per conservarlo al meglio e assaporarlo magari durante una fredda e piovosa serata d’inverno.


mercoledì 27 aprile 2011

Pomodori secchi ripieni



Questi pomodori appartengono all'antica tradizione della cucina povera siciliana. Ancora oggi, in estate per le strade di molti paesi non è raro vederli essiccare accanto all'uscio di casa poggiati su una tavola di legno o di canne intrecciate o addirittura sulle sedie. Sono ottimi come antipasto e “comodi” perché dopo l'essiccazione si possono conservare per un periodo di tempo anche lungo e consumare all'occorrenza.

mercoledì 3 novembre 2010

Anelletti al forno


Un primo diffuso, fino a qualche tempo fa, rigorosamente sulle tavole da pranzo domenicali dei siciliani, un piatto ben condito che si mangia in porzioni abbondanti, tanto da diventare, talvolta, piatto unico. Una, anzi, LA  pasta al forno esclusivamente preparata con gli anelletti, non conosce stagioni, la si può vedere fumante sul piatto del servizio buono ma anche fredda, consumata come cibo da asporto sulla spiagge estive. E se chi la sta mangiando in riva al mare, ha accanto anche un’anguria, magari insabbiata per metà nel bagnasciuga, allora non ci saranno dubbi: si tratterà di un palermitano! :). Ogni provincia ha la sua variante: chi mette l’uovo sodo, chi le melanzane fritte, chi il formaggio a pezzi, ecc.. ma la pasta al forno sempre e ovunque, calda o fredda, resta il nostro classico intramontabile.

Ingredienti per 4 persone: 350 g di pasta anelletti, 250 g di polpa di vitello tritata, 200 g di piselli sgranati, 7 dl di passata di pomodoro, 1 foglia di alloro, 1 cipolla, 1 carota, 1 cuore di sedano, 1 ciuffo di prezzemolo, 1 ciuffo di basilico, 50 g di caciocavallo grattugiato, 100 g di provolone tagliato a dadini, vino bianco secco, olio evo, burro, pangrattato, zucchero, sale e pepe.

1. Trita finemente la cipolla, la carota, il sedano e il prezzemolo e fai appassire il tutto in una casseruola con un filo d’olio e una noce di burro. Aggiungi la foglia d’alloro, la carne tritata e falla rosolare, poi bagna con il vino e quando sarà  evaporato, unisci i piselli. Versa la passata di pomodoro e condisci con sale, pepe, foglie di basilico e un pizzico di zucchero.  Fai cuocere a fuoco dolce per 40 minuti rimestando spesso e aggiungendo poca acqua calda se la salsa dovesse restringersi troppo. A fine cottura elimina la foglia d’alloro.

2. Preriscalda il forno a 200°C. Lessa la pasta in acqua bollente salata e scolala al dente. Condiscila con il ragù preparato, il caciocavallo e il provolone tagliato a cubetti, lasciando da parte un cucchiaio di formaggio grattugiato e qualche cubetto di provolone. Versala in una teglia imburrata e cosparsa di pangrattato, livellando la superficie. Ricopri con alto pangrattato, il formaggio messo da parte e cuoci in forno già caldo per 30 minuti circa. Prima di servire cospargi la superficie di basilico fresco.




domenica 26 settembre 2010

Sfincione


Continuando il filone della cucina tradizionale regionale, ritorno nella mia isola e nella mia cucina per preparare un piatto tipico palermitano lo sfincione. Si tratta di una pizza spugnosa e alta, condita tradizionalmente con salsa di pomodoro, mollica, cipolla, caciocavallo e acciughe ma che può prestarsi a diverse varianti per incontrare il gusto di tutti (con e senza acciughe, con e senza formaggio, con e senza salsiccia) l’importante è che sia rigorosamente infornato nel forno a legna. A Palermo lo sfincione, che in passato costituiva il cibo tipico delle feste natalizie e della festa della Madonna, è diventato onnipresente e fa parte del cosiddetto “mangiare di strada” poiché viene folcloristicamente venduto, oltre che in rosticceria, da venditori ambulanti che, a bordo delle loro lambrette Ape (qui note come a lapa o anche u lapinu) ne pubblicizzano e ne offrono la vendita decantandone, con l’abbanniata (cioè a voce alta) le qualità “chi ciavuru! Uora uora u sfurnavi! Tu u culuri c’ha taliari! Vossia ven’ a mancia! sunnu cuosi ra bella vieru!!...” (che profumo! Proprio adesso l’ho sfornato! Devi guardare il colore! Vossignoria venga a mangiare! Queste sono cose fatte bene!). È ovvio che senza il “pruvulazzu” (polvere) raccolto dal lapino nei vari quartieri, mancherà quel sapore di città, valore aggiunto, e che se non  siete forniti di forno a legna il risultato non sarà uguale a quello dello sfincionaro, ma potete comunque provare a prepararlo nel forno di casa a una  temperatura piuttosto alta.

Ingredienti per due teglie da 6 porzioni:
Per l’impasto: 500 g di farina 0, 500 g di farina di grano duro rimacinata, 20 g di lievito di birra, ½ litro di acqua tiepida, ½ bicchiere d’olio, 1 cucchiaio di zucchero, 1 cucchiaio di sale.
Per il condimento: 2 cipolle, 700 g di pomodoro pelato a pezzetti, 400 g di caciocavallo fresco a cubetti, 300 g di caciocavallo semi-stagionato grattugiato, 8 filetti di sarde salate, 300 g di salsiccia, 100 g di pane grattugiato, origano, sale.

1. Versa le farine su un piano da lavoro e unisci lo zucchero, il lievito sminuzzato e un po’ d’acqua tiepida. Impasta con le mani fino ad ottenere un impasto compatto e aggiungendo poco alla volta pizzichi di sale, olio e acqua tiepida. Lavora l’impasto energicamente, sollevandolo e ruotandolo sul piano da lavoro fino ad ottenere una palla compatta ed elastica. Appena vedrai nella pasta le bollicine di lievitazione, trasferisci l’impasto in una ciotola capiente infarinata e coprilo con un plaid. Dopo un tempo di riposo di circa 2 ore al calduccio, la pasta sarà raddoppiata di volume, segno dell’avvenuta lievitazione. 
2. Pulisci, affetta le cipolle e soffriggile nell’olio caldo, unisci il pomodoro pelato, regola di sale e fai cuocere per circa 15 minuti. Quando sta per terminare il tempo di lievitazione accendi il forno alla temperatura massima (250°- 300°C), in modo che si riscaldi per bene.
3. Sciacqua le sarde e spezzettale. Ungi con l’olio 2 teglie rettangolari e spolverizza il fondo con un po’ di pangrattato. Dividi l’impasto lievitato in due parti e adagiale nelle rispettive teglie spingendolo verso i bordi (ci vorrà un po’ di pazienza, perché l’impasto tenderà a convergere verso il cento) e considerando un’altezza di 2 cm. Punzecchia la pasta con i rebbi di una forchetta e condiscila con la salsa, una buona manciata di origano, il caciocavallo a cubetti, le sarde, pezzetti di salsiccia e infine il pangrattato, il caciocavallo grattugiato e un filo d’olio. Lascia che la pasta lieviti per altri 15-20 minuti, poi inforna e fai cuocere per 20-25 minuti e sentirai… “ chi ciàvuru”!



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