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domenica 19 ottobre 2025

Di' solo una parola

"Alzati, anch'io sono un uomo" (Philip Galle)

20 ottobre: San Cornelio centurione, il primo pagano convertito (I secolo)

Cornelio potrebbe essere stato il primo cristiano non circonciso. Prima di lui, forse era capitato a un funzionario etiope, un eunuco incontrato dal discepolo Filippo sulla strada da Gerusalemme a Gaza; Filippo aveva notato che sul suo carro cercava di leggere Isaia, senza capirlo (del resto, scrollare un papiro su un carro con le sospensioni del primo secolo...) e ne aveva approfittato per attaccare bottone, spiegando che il Messia promesso da Isaia era appunto Gesù Cristo. Non è però chiaro se l'eunuco, prima di essere battezzato, fosse da considerare già ebreo, una religione che in Etiopia aveva fatto proseliti: il fatto che cercasse di leggere Isaia è un forte indizio in tal senso. Magari avrebbe voluto esserlo, ma in quanto eunuco poteva essergli impossibile circoncidersi. Si tratta insomma di un caso abbastanza particolare (documentato nell'ottavo capitolo degli Atti degli Apostoli), laddove il battesimo di Cornelio è presentato con tutti i crismi di un precedente storico e fondativo: da Cornelio in poi, tutti i pagani possono essere battezzati, senza previa circoncisione (grazie, Cornelio!)

Prima, no. La "Via", la confraternita dei seguaci di Gesù di Nazareth, era una setta ebraica, basata per lo più a Gerusalemme e definita da credenze che avevano un senso solo per la comunità ebraica (anche se piuttosto eterodosse): Gesù era il Messia, il salvatore che Dio aveva promosso al popolo ebraico tramite i profeti. Ma Cornelio non è un ebreo, anzi è un esponente delle forze di occupazione: si tratta di un centurione romano "della Coorte detta Italica" di stanza a Cesarea di Palestina, capitale della provincia romana Giudea. È però, già prima della conversione, un uomo "timorato di Dio", che prega e dona i suoi averi ai poveri, perché a raccontare la sua storia è Luca, sempre negli Atti (cap. 10), e Luca ai poveri ci tiene più di ogni altro evangelista. In effetti l'angelo che finalmente appare Cornelio lo dice ben chiaro: "Le tue preghiere e le tue elemosine sono salite dinanzi a Dio ed egli si è ricordato di te". Forse se Cornelio avesse pregato di meno (o donato di meno) il cristianesimo sarebbe rimasta una varietà particolare di ebraismo; i proseliti sarebbero rimasti per lo più in Palestina prima della diaspora, e poi chissà. Ma Cornelio evidentemente aveva qualcosa da chiedere al Signore, e così il Signore gli propone di mandare a prendere Pietro, che in quel periodo si trovava a Jaffa e aveva appena risuscitato una discepola. Mentre i servi di Cornelio si mettono in strada per cercarlo, Pietro a Jaffa ha quello che a volte viene chiamato un sogno, ma è più propriamente una visione estatica: una tovaglia nel cielo, piena di animali commestibili ("In essa c'era ogni sorta di quadrupedi, rettili della terra e uccelli del cielo") ma impuri, non koscher. "Coraggio, Pietro, uccidi e mangia!", dice una voce fuori campo. Pietro rispose: Non sia mai, Signore, non ho mai mangiato nulla di profano o di impuro". La voce gli risponde: "Ciò che Dio ha purificato, tu non chiamarlo profano". È l'abolizione delle impurità alimentari, uno dei momenti fondativi del cristianesimo: questa religione con tanti vincoli, ma forse per la prima volta nella storia puoi mangiare davvero qualsiasi cosa, non sono previsti tabù alimentari. Non è un sogno, Luca ci tiene a notare che Pietro era sveglio su un terrazzo (quindi stava davvero guardando il cielo) dove era salito a pregare in attesa, dettaglio realistico, che gli cucinassero il pranzo. Pietro non sa bene come interpretare la visione – è tornato il Pietro ottuso dei vangeli, che doveva sempre farsi spiegare le parabole – ma è lo Spirito stesso ad avvisarlo che tre uomini lo cercano: "Alzati, scendi e va' con loro senza esitazione, perché io li ho mandati". Sono ovviamente i servi di Cornelio. Pietro si reca subito con loro a Cesarea, dove Cornelio si inginocchia davanti a lui; al che risponde imbarazzato che non vale la pena, è solo un uomo come Cornelio. Discutendo col centurione, Pietro capisce il significato della sua visione: "In verità sto rendendomi conto che Dio non fa preferenza di persone, ma accoglie chi lo teme e pratica la giustizia, a qualunque nazione appartenga". L'intuizione è immediatamente confermata dallo Spirito stesso, che scende su tutti i presenti, ebrei e pagani. "E i fedeli circoncisi, che erano venuti con Pietro, si meravigliavano che anche sopra i pagani si effondesse il dono dello Spirito Santo; li sentivano infatti parlare lingue e glorificare Dio": i sintomi insomma sono gli stessi osservati dagli apostoli durante la Pentecoste. A quel punto Pietro non può che battezzare Cornelio e i suoi sodali, riconoscendoli come cristiani: come si può negare il battesimo a chi è già stato cresimato direttamente dallo Spirito? Si tratta comunque di un momento fondamentale: la circoncisione era il discrimine più evidente e insormontabile tra ebraismo ed ellenismo, queste due culture che da secoli convivevano nel Mediterraneo orientale come l'acqua e l'olio, senza mescolarsi. Si trattava di una pratica rituale di origine preistorica, diffusa variamente in Africa e in Medio Oriente ben prima della nascita dell'ebraismo, e assolutamente esecrata dalle dinastie di lingua greca che avevano controllato la regione da Alessandro in poi, prima di cederla ai Romani. 

Tornato a Gerusalemme, l'Apostolo dovrà affrontare una lunga discussione con i confratelli, i quali evidentemente ignorano ancora come Pietro abbia battezzato Cornelio, visto che trovano già sufficientemente scandaloso il fatto che egli abbia pranzato alla tavola di un non circonciso! Per giustificarsi, Pietro riporta tutto quel che è successo, a partire dalla visione, il che spinge Luca a raccontare tutto di nuovo nel capitolo 11, stavolta in prima persona: una ripetizione che troveremmo inutile, se Luca fosse soltanto un narratore. Ma in quanto cronista, Luca doveva trovare necessario il fatto che Pietro fornisse una sua versione, benché essa coincida con quella già scritta da lui. Forse è un modo per avvertire che aveva una sua fonte, indipendente da quella di Pietro; o è un modo per farcelo credere. L'episodio, in effetti, si trova in un punto strategico degli Atti, tra la conversione di Paolo (che sarà il protagonista della seconda parte del libro) e la nascita della comunità di Antiochia, dove Paolo verrà invitato da Barnaba, e dove nascerà non soltanto la carriera di predicatore di Paolo, ma la religione chiamata cristianesimo: qualcosa di alternativo alla fede ebraica, praticata indifferentemente da circoncisi e non circoncisi. A dispetto di tutti i legami storici e narrativi che legano il cristianesimo a Gerusalemme, effettivamente la nuova religione non poteva che nascere in una città molto più dinamica e cosmopolita: se a Gerusalemme il sentimento religioso e la persecuzione romana portavano continuamente alla nascita di fazioni e sette spesso ossessionate dalla purezza etnica o dottrinaria, ad Antiochia gli ebrei non erano che una spezia in un grande calderone che mescolava ogni cultura, producendo concetti nuovi. Lassù rispettare le strette regole alimentari della Torah era oggettivamente difficile, lo stesso Pietro non ci sarebbe riuscito a lungo. E per quanto Pietro sia considerato vescovo di Antiochia, ancora prima che di Roma, a portare il cristianesimo nella metropoli non fu né lui, né Paolo, né Barnaba: anzi quest'ultimo, inviato per primo dagli apostoli in città per cercare di capire cosa stava succedendo, aveva constatato che la fede in Cristo era già stata diffusa da non meglio precisati "cittadini di Cipro e di Cirene". 

Ora facciamo un piccolo esperimento mentale. Immaginiamo cosa succederebbe alla Storia della Chiesa se cancellassimo i capitoli 10 e 11; se decidessimo per un attimo che il sogno di Pietro è un'invenzione posteriore (già modellata nello stile apocalittico che in quegli anni andava di moda, ma che per il Nuovo Testamento è una novità) e Cornelio un personaggio di finzione. Se ne dedurrebbe che l'iniziativa di spargere il Vangelo tra i gentili, trasformandone radicalmente il messaggio, sia stata l'iniziativa di qualche sconosciuto cipriota o africano (Cirene era la città libica di cultura greca). Come a dire che il cristianesimo sia nato per gemmazione spontanea, in una città in cui ancora nessun apostolo era arrivato; e il primo che arriva – Barnaba – deve limitarsi ad accettare che le cose stanno già così, Gesù ormai è venerato anche dai gentili, la cosa può piacere o non piacere: a Barnaba e a Paolo piacerà, ma sappiamo che altri a Gerusalemme non apprezzeranno. Ma è troppo tardi, per le sue dimensioni Antiochia non può che sovrastare Gerusalemme; Paolo è il principale predicatore che si assumerà le responsabilità di questa innovazione, ma non ne è l'autore (arriva dopo Barnaba) e all'inizio non era neanche considerato un vero e proprio apostolo. Si dice spesso che Paolo abbia inventato il cristianesimo ad Antiochia, ma è Antiochia che ha fatto di Paolo un grande predicatore. Detto questo, appare chiaro quasi subito che i cristiani gentili di Antiochia e gli ebrei della "Via" di Gerusalemme sono due gruppi distinti, che avrebbero facilmente preso strade diverse. Se questo non succede subito, è anche per una questione economica: Barnaba e Paolo non si limitano a predicare il Vangelo, ma organizzano una colletta, raccogliendo i fondi per gli "anziani" di Gerusalemme: il pretesto sarebbe stata una carestia che secondo un misterioso profeta (Agabo, il "grillo"), avrebbe colpito tutta la terra, ma che minacciava in particolare la sopravvivenza degli anziani. Possiamo ritenere che si trattasse sempre degli apostoli originari, testimoni dell'insegnamento e della passone di Gesù, la cui sopravvivenza in terra con gli anni si faceva sempre più preziosa: in attesa che qualcuno scrivesse i vangeli, il Vangelo erano loro. Nel momento in cui la Chiesa di Antiochia probabilmente diventa, per dimensioni, il principale contribuente economico della Chiesa di Gerusalemme, l'idea che i pagani possano essere battezzati non può più essere respinta: forse è questo il momento in cui Pietro sperimenta la sua visione – o si ricorda di averla sperimentata. Luca, dovendo ricostruire l'ordine cronologico, decide di anteporla alle prime notizie della comunità di Antiochia: non ha scelta, se la visione venisse dopo, bisognerebbe ammettere che i pagani hanno cominciato a convertirsi senza aspettare gli apostoli. 

Addirittura Luca potrebbe essersi inventato l'intero episodio, coinvolgendo Pietro che dopo i primi capitoli degli Atti era sparito dal radar, ma restava in teoria l'apostolo più autorevole (anche se questa autorità viene messa in discussione più tardi, quando Pietro dà l'impressione di non comandare né a Gerusalemme né ad Antiochia). Quanto al centurione di Cesarea, Luca avrebbe potuto ispirarsi a un altro centurione che Gesù stesso aveva incontrato a Cafarnao, sul Lago di Tiberiade. L'episodio è riportato, oltre che da Luca, anche da Matteo, l'evangelista più interessato al rapporto tra ebraismo e nuovo cristianesimo. Non ne fa menzione invece il più tradizionalista e asciutto Marco. A questo centurione, che chiede a Gesù di intercedere per un suo schiavo malato, Matteo mette in bocca una frase che tutti i cristiani ripetono ogni domenica a messa: "O Signore, non son degno ti partecipare alla tua mensa, ma di' solo una parola e il mio servo sarà guarito". Gesù ne rimane colpito, e dichiara di fronte ai discepoli: "In verità vi dico, presso nessuno in Israele ho trovato una fede così grande. Ora vi dico che molti verranno dall'oriente e dall'occidente e siederanno a mensa con Abramo, Isacco e Giacobbe nel regno dei cieli, mentre i figli del regno saranno cacciati fuori nelle tenebre, ove sarà pianto e stridore di denti". Non solo il servo viene guarito, ma tutti noi non circoncisi veniamo salvato in quell'esatto momento. L'episodio, come si vede, riflette la concezione particolare di Matteo, ribadita nella parabola degli invitati alle nozze: anche ammesso che Gesù fosse venuto originariamente per salvare il popolo ebraico, esso ha dimostrato di meritare la salvezza meno dei gentili, i quali hanno rivelato maggiore fede, per quanto non abbiano origini altrettanto nobili (nella parabola, lo sposo snobbato dai suoi invitati, chiede ai servi di andare agli incroci delle strade e invitare i primi che passano). Luca, se da un lato attenua anche in questo caso la veemenza da self-hating jew dell'ex pubblicano Matteo, non si trattiene da aggiungere il dettaglio sociale: il centurione in questione era persona popolare e generosa, e agli ebrei aveva già regalato un'intera sinagoga. Ma soprattutto, questo centurione Luca potrebbe averlo sdoppiato, inserendone una copia nel punto degli Atti degli Apostoli in cui era più acconcio ribadire che Gesù Cristo non fa differenze tra pagani e circoncisi. 

domenica 12 ottobre 2025

Un ragazzo originale

12 ottobre: San Carlo Acutis (1991-2006)

Di Carlo avrete probabilmente sentito parlare, perché è stato canonizzato sulla fine dell'estate. Carlo, per farla breve (ma tanto lunga non è) era un bravo ragazzo, orgoglio dei suoi facoltosi genitori, appassionato di informatica e di miracoli eucaristici, forse tentato da una precoce vocazione sacerdotale, che un giorno d'autunno si mise a letto col mal di testa: sembrava un'influenza ma era una leucemia fulminante che lo uccise nel giro di pochi giorni. Aveva quindici anni. Sono maledette cose che succedono, ed è inutile chiedersi il perché – ma ce lo chiediamo lo stesso, non avremmo inventato le religioni altrimenti.

Quando morì il loro unico figlio, il senatore Paolino e la moglie Therasia ebbero l'idea di seppellirlo accanto alle ossa di due bambini, ritenuti martiri (Giusto e Pastore). Era la fine del IV secolo, l'oltretomba cristiano non era ancora stato minuziosamente codificato; ma se quei due bambini erano in paradiso, forse anche anche il figlio di Paolino e Therasia sarebbe andato incontro a un simile destino. Nel XXI secolo la procedura è più complessa; il dolore invece sembra mantenersi costante. Per includere il figlio nel canone dei santi, i coniugi Acutis si sono mossi in due direzioni precise. La prima, in cui mi pare si sia spesa soprattutto la madre, richiedeva che la vita di Carlo fosse raccontata come la storia di un santo contemporaneo. Il che poneva diverse difficoltà: come vive un santo contemporaneo, che non ha fatto nemmeno in tempo a terminare l'adolescenza? Bisognava ingegnarsi, e non si può negare lo zelo. Carlo aveva per esempio messo in line una bella ricerca su un argomento abbastanza curioso per la sua età – i miracoli eucaristici, ovvero quelli che dal Medioevo coinvolgono le ostie consacrate (nella maggior parte dei casi sanguinano un po', a Bolsena come in Venezuela). La ricerca, probabilmente abbellita e arricchita a posteriori, è diventata una "mostra itinerante", ovvero è stata stampata ed esposta in tante chiese del mondo. Anche il diario di Carlo è stato sviscerato, alla ricerca di pensieri profondi: uno in particolare è piaciuto molto ed è stato ripreso praticamente da chiunque abbia in seguito tenuto un discorso su Carlo Acutis, pontefici inclusi. Dice più o meno così: “Tutti nascono originali ma molti muoiono come fotocopie”, e per quanto ormai gli sia stato attribuito, è probabilmente una frase che Carlo aveva letto altrove – anche se potrebbe essere stata sua l'idea di trasformare "copies" in "fotocopie", che senz'altro ha reso la massima più giovanile (e tra qualche anno sarà invecchiata peggio dell'originale: già adesso chi le fa più, le fotocopie). Anche così, è una frase simpatica ma che ha la profondità di certi meme in cui sono tutti normaloni tranne te – però accidenti, aveva quindici anni, perché non avrebbe dovuto esprimersi coi meme? Vogliamo andare a vedere cosa scrivevamo noi a quindici anni? Probabilmente cose più stupide, eppure senza quelle cose stupide ce l'avremmo fatta ad arrivare fin qui? Senza esserci creduti così straordinari, così diversi dagli altri, ce l'avremmo fatta a reggere tutti i colpi che ci sono arrivati dopo? Io, per dire, se mi guardo indietro vedo solo un coglioncello straordinariamente megalomane, eppure devo ammettere che se ho fatto un minimo di cose nella vita è stato proprio a causa di quel credermi chissachì, a dispetto dalle evidenze. È anche vero che io non ero Carlo, anzi San Carlo, comunque alla fine è solo di me che potrei parlare.

L'altra direzione, per la quale erano fondamentali i capitali del padre bancario, è la creazione di una Fondazione che finanzia progetti di assistenza al Cairo, in Camerun, in Brasile, e presso l'Ospedale di Torino. Tanta beneficienza può realmente accorciare i tempi di un processo di canonizzazione perché, come spiega per esempio Roberto Paura su Lucy, il punto critico di questi processi sono, oggi più che mai, i miracoli. Per proclamare un santo ne serve almeno un paio; il problema è che con i progressi della scienza è sempre più difficile constatarli. Oggi più che mai l'osservazione di un miracolo è diventata un paradosso: deve trattarsi di una guarigione inspiegabile secondo la scienza, salvo che la scienza non funziona così; di fronte a un fenomeno inspiegabile non si mette a gridare "miracolo!", ma comincia a modificare i propri paradigmi per trovare una spiegazione. 

Se la ricerca scientifica ha ristretto i margini entro i quali si possa constatare un miracolo, la crescita demografica li ha in parte riallargati, perché se siamo otto miliardi prima o poi qualche guarigione inspiegabile può statisticamente avvenire: si tratta semplicemente di registrarla con tempestività, prima che qualche medico si metta a studiarla meglio per farci un paper che rovinerebbe l'incanto – e poi c'è questo passaggio, che qualcuno troverà discutibile e scabroso, in cui sul miracolo va messa la bandierina. Ovvero, il paziente miracolosamente guarito deve raccontare ai sacerdoti che prima di guarire ha invocato il tal Beato, il tale Testimone della Fede. Nel caso di Carlo Acutis, per esempio, un bambino brasiliano un giorno l'avrebbe invocato, ottenendone immediatamente la guarigione da una malformazione congenita al pancreas. La cosa più curiosa non è tanto che un pancreas guarisca all'improvviso: sono casi rari, ma su otto miliardi di pancreas può succedere. Ma perché il bambino invocò proprio il ragazzo italiano Carlo Acutis? Come faceva a conoscerlo? E la signora costaricana che andò a pregare sulla sua tomba dopo che la figlia era caduta dalla bicicletta a Firenze e si trovava in un coma apparentemente irreversibile? Perché, con tanti santuari a disposizione, decise di andare proprio sulla tomba di un ragazzo ancora non canonizzato?

Se per definizione i miracoli sono eventi rarissimi, può darsi che noi siamo vittima del bias del sopravvissuto. Facciamo caso all'unico pancreas guarito, non a tutti i pancreas che sono rimasti malformati. Alla ragazza che si è svegliata da un coma irreversibile, non a quelle che non ce l'hanno fatta. Ma il fatto che la memoria dello stesso ragazzo sia stata evocata prima di due guarigioni inspiegabili resta comunque una coincidenza interessante, che in parte può essere spiegata dagli sforzi della Fondazione Carlo Acutis per diffondere il nome del ragazzo. E voi, proprio voi che leggendo ora sbuffate, possiate non trovarvi mai nella situazione di provarci con tutti i santi del calendario e fuori, che di solito è una cosa che si fa quando si esauriscono le medicine e le altre opzioni. E se poi vostro figlio si salvasse, e qualcuno venisse a chiedervi non del denaro, nemmeno un grazie, ma soltanto un'informazione: non è per caso mentre pregavi hai invocato anche il tal ragazzo in corso di beatificazione? Voi che gli rispondereste: no, mi dispiace, per salvarlo ho tirato giù dagli altari Cristo, la madonna e tutti i santi da Abacuc a Zosimo, ma lui no? Vostro figlio si è salvato, il loro figlio non ce l'ha fatta: non gli volete negare un'umanissima consolazione? Poche ore prima avreste dato l'anima al diavolo, ora vi chiedono soltanto di mandare in cielo un ragazzino, e voi fate i difficili? Certo, è una cosa irrazionale, e forse è persino ingiusta, che chi è ricco possa lobbizzare pure per i posti in paradiso, ma volete sapere cosa è ingiusto davvero? La vita, tutta la vita è ingiusta, questo maledetto nascere originali, tutti con un destino diverso, nessuno uguale davanti a nessuna giustizia – tranne quella imperfetta ed eroica che prova a simulare l'uomo. Chi nasce ricco, chi povero, chi scemo, chi malato, è terribile questa cosa che non possiamo rimproverare a nessuno. Carlo nacque in un certo modo, e chissà cosa sarebbe poi diventato: forse un sacerdote, forse un ingegnere, forse una fotocopia come tanti, come voi e come me. Ma è morto all'improvviso: questa è stata l'unica sua originalità, questa è l'ingiustizia disumana. A quel punto l'unica cosa che poteva più fare era il santo; l'unico aiuto che potevano dargli i genitori era raccomandarlo per un posto in cielo: e i mezzi li avevano, non avrebbero dovuto? Non avreste fatto qualcosa del genere? È una pratica che si fa dai primi secoli, davvero, tutte le famiglie nobili hanno messo qualcuno in prima fila: molto spesso un ragazzo che non aveva fatto in tempo a realizzare qualcosa – o a diventare uno stronzo. È una cosa che vi può dare fastidio, lo capisco, ma col vostro fastidio non si finanziano gli ospedali in Brasile, per cui fatevene una ragione, e San Carlo Acutis preghi per voi. 


12 ottobre: Santa Vergine del Pilar, patrona dei popoli ispanici

Il giorno che scoprirono l'America, le ciurme di Cristoforo Colombo stavano festeggiando la Vergine del Pilar, prima Madonna di Spagna? Non ne siamo sicuri, ma non ci scommetterei. Tra i vari motivi, il santuario della Vergine del pilastro è a Saragozza, in Aragona; mentre i marinai di Colombo erano per lo più castigliani e un po' di frizione c'è persino oggi, figurarsi a fine quindicesimo secolo quando aragonesi e castigliani erano popoli diversi, con lingue diverse (non che adesso) e due sovrani che sì, si erano sposati, ma non avevano ancora unificato i loro territori. Non solo, ma sappiamo che il culto per la vergine del Pilar riprese vigore appunto quando la Spagna cominciò ad assumere una dimensione unitaria, sotto il regno di Filippo II, nella seconda metà del Cinquecento. Vero che il santuario esisteva anche prima della sua incarnazione barocca; e che probabilmente ne esisteva uno anche prima della dominazione araba, forse già nell'ottavo secolo. La leggenda addirittura pretende che quella del Pilar sia la prima apparizione della Madonna in assoluto, così precoce che Maria di Nazareth non era nemmeno morta quando apparve a San Giacomo maggiore per confortarlo sulla sua missione apostolica nelle terre iberiche, fino a quel momento abbastanza infruttuosa. Maria gli avrebbe chiesto di far costruire in quel luogo un santuario a Lei dedicato, esattamente intorno al pilastro di alabastro su cui era apparsa. Millenovecentottant'anni dopo il pilastro è ancora lì, anche se quasi completamente ricoperto di bronzo e oro. La vera popolarità della Vergine però arriva soltanto dopo il 1640, con un miracolo spettacolare; a un questuante, Miguel Juan Pellicer, ricresce una gamba amputata (ecco, questo è il tipo di miracoli che negli ultimi secoli non si riesce più a osservare). Nel Novecento la Vergine è diventata la patrona dei popoli ispanici, su entrambe le sponde dell'oceano attraversato da Colombo.


martedì 29 aprile 2025

Il papa del buonsenso


Faccio un paio di esempi, che forse non vogliono dire nulla. Qualche anno fa, ve la ricorderete, ci fu una crisi pandemica. Molti intellettuali non erano progettati per capirla. Benché esistessero precedenti storici, non si erano dati la pena di studiarli, né avevano l'umiltà di ascoltare gli epidemiologi. Venutisi a trovare in una situazione di emergenza, senza avere nulla di interessante da dire, cominciarono a girare in tondo, che è una cosa che fanno anche le formiche quando perdono la pista. Nulla sapevano, se non di non sapere: ma a differenza del vecchio greco che lo considerava un punto di partenza, per molti si trattava di un arrivo. Avevano studiato tutta la vita, e costruito carriere prestigiose, per arrivare al punto in cui non ci stavano capendo nulla; ne conseguiva che il loro non-capir-nulla-nel-mondo doveva essere un faro per gli altri poveri mortali, che avrebbero dovuto seguire il loro esempio e capirne nulla come loro, mentre invece qualcosa lo capivano, ad esempio mettevano le mascherine. Ebbene, questo era molto sospetto, probabilmente l'indizio di una deriva totalitaria. La gente cominciava a morire, ma loro ne dubitavano, se non altro perché dubitare era l'unica cosa che gli riusciva bene. I governi cominciarono a varare misure di contenimento, che loro si misero a criticare: non perché avessero argomenti, ma per istinto: se il governo vara qualcosa, l'intellettuale avrà bene il dovere di criticarlo, no? Altrimenti che ci sta a fare, insomma. I cittadini accettavano quelle norme, ebbene questo era uno scandalo, il risultato di un indottrinamento, un vero regresso per un popolo che si riduceva a gregge. Il gregge in effetti stava salvando la vita anche a loro. Scuole e bar restavano chiusi, e gli industriali cominciarono a fremere proprio quando questi intellettuali si trovavano sulla pista adatta per dar voce al loro malcontento: le scuole andavano riaperte il prima possibile, non era vero che erano luoghi di contagio, una specialista mondiale lo aveva dimostrato con una lettera a una rivista scientifica ripresa dal Corriere ecc. ecc. E nel frattempo, il papa?

Il papa nel frattempo aveva celebrato una messa praticamente da solo, in una piazza deserta, in mondovisione. Il messaggio era passato forte e chiaro, e qualcuno ancora non glielo perdona: state a casa, manteniamo le distanze, portiamo pazienza. Il papa ne sapeva di più? In realtà no, il papa stava reagendo come reagì la maggior parte di noi, seguendo un buon senso abbastanza mediano: l'epidemia esisteva, le misure di contenimento avevano dimostrato di funzionare, e la maggior parte di noi le seguì. Il papa era con la maggior parte di noi. 

Poi arrivò il vaccino, così presto che di nuovo molti intellettuali restarono spiazzati. Il governo aveva fretta di riaprire, e quindi trovò il modo di forzare lavoratori e studenti a vaccinarsi. E si videro gli stessi intellettuali che avevano caldeggiato la riapertura delle scuole improvvisamente contrari a questi modi bruschi che ledevano la libertà individuale, ecc. ecc. Non erano contrari ai vaccini, ma finirono rapidamente sugli scudi dei novax. Il papa nel frattempo che diceva? Che vaccinarsi era un atto di amore – e qualcuno ancora non gliel'ha perdonato. La maggior parte delle persone si vaccinò, non certo perché glielo chiedeva il papa: ma perché la pensava come lui. Il papa era con la maggior parte di noi.

Una volta – tanto tempo fa – esisteva il cosiddetto centro moderato. Esisteva sul serio, non era quella terra di nessuno su cui si aggirano personaggi disperati coi loro partiti personali. Era una realtà solida, perlopiù democristiana, con un po' di laici ai bordi. Parlava attraverso quotidiani a grande tiratura, affidati a stimati opinionisti sempre molto compassati ed equidistanti, mai troppo polemici. Tutto questo è talmente finito che la maggior parte dei miei coetanei non sa nemmeno di rimpiangerlo. Oggi il centro è il luogo della radicalizzazione, della psicosi, della paranoia. Il pannellismo ha infettato il doroteismo, con risultati devastanti. Gente che sperava di continuare a intascare un po' di soldi semplicemente ripetendo per altri quarant'anni "Due popoli due Stati" ogni volta che un popolo massacrava l'altro, adesso si ritrova a dover difendere un genocidio: e in teoria sono i moderati. Gente che semplicemente si preoccupava di pensarla come gli americani, ora dovrebbe pensarla come Trump e non ha ancora capito come gestire la cosa. Alcuni si sono caricati a molla tre anni fa, quando la parola d'ordine era difendere i confini dell'Ucraina: nel frattempo questi confini sono completamente saltati, Putin non solo si è preso il Donbass ma anche un bel pezzo di Washington, ma loro sono ancora in una specie di jungla personale, convinti che l'anno prossimo si sfonda sul Dnepr, magari i carri armati ce li mette l'UE. 

Nel frattempo, il papa? Il papa magari nell'occasione non trovò le parole più adatte. Devo dirlo: non era così bravo a trovarle, non credo passerà alla Storia per le sue doti oratorie. Del resto il concetto era spinoso: bisognava trovare un modo per dire, senza offendere i combattenti che difendevano il loro Paese, che in Ucraina era fallita una politica di logoramento della Nato: una politica probabilmente basata sull'assunto che i russi non avrebbero reagito militarmente a una situazione che pure percepivano come provocatoria. Invece hanno reagito, e il risultato è davanti agli occhi di tutti. Ora è la Nato ad aver dimostrato la propria impotenza, perché mentre i reparti russi oltrepassavano i confini, quelli Nato non si spostavano di un centimetro, limitandosi a... il papa usò il termine "abbaiare". La Nato era andata ad "abbaiare alla porta della Russia". Una metafora abbastanza cruda, e imprecisa. Ma efficace. Il papa ne sapeva più degli strateghi occidentali? Il papa ne sapeva quanto ciascuno di noi, e tutto sommato anche in quell'occasione diede voce a quello che pensa la maggioranza di noi. Qualcuno non gliel'ha perdonato: a una certa ora in tv vanno tanti vecchi opinionisti a masticare amaro su questo papa che non difendeva l'Occidente.  

Quanto a me, devo ammetterlo: non ho fatto i compiti – e sì che i segnali c'erano tutti, ma forse è un destino di noi cresciuti negli anni Ottanta: non riusciamo ad abituarci che ogni tot anni muoia ancora un papa. Non ho letto le encicliche, non sono nella posizione adatta per esaminare la sua eredità pastorale. Quello che posso notare, è che è stato un papa ragionevole: che in un qualche modo riusciva sempre a trovarsi con la maggior parte di noi. Quella che una volta si chiamava maggioranza silenziosa, e che lo sarebbe molto più oggi che i giornali sono in mano a vecchi arnesi impazziti che un anno tifano per la pandemia e l'anno dopo per il genocidio, vegliardi convinti di poter muovere guerra a chiunque e chissachì. Alfieri di un capitalismo sfrenato e paranoide che intravede nelle masse dei poveri una minaccia da reprimere, laddove Francesco li vede ancora come li vediamo noi: persone bisognose che la collettività ha il dovere di aiutare. Ho qualche motivo per ritenere che anche il prossimo papa resterà a presidiare il settore della ragionevolezza, se non altro perché è lì che c'è più spazio. Nemmeno Ratzinger è mai stato davvero il papa tradizionalista e occidentalista che molti stupidi amano pensare: e del resto, un papa tradizionalista e occidentalista che margini avrebbe? Si farebbe immediatamente rubare la scena da personaggi come aa presidente del consiglio e i suoi volonterosi portavoce. 

Poi certo, c'è sempre l'opzione "papa nero" (o asiatico, sarebbe comunque uno choc), che confonderebbe un sacco di osservatori, perché sarebbe allo stesso tempo più tradizionalista e meno occidentale. Il che ci fornirebbe almeno un'occasione di notare chi si inginocchierebbe perché prova davvero un attaccamento emotivo e intellettuale per l'universalismo della Chiesa cattolica, e chi davanti a una faccia di un altro colore proprio non ce la farebbe. Ma tutto sommato si vede già adesso. 

sabato 19 aprile 2025

Il papa verso lo scisma

19 aprile: Leone IX (1002-1054)

Lo scisma più annoso, quello che non si è ricomposto ancora dopo secoli di tentativi, ha motivi più storici che dogmatici: cristiani di rito latino e cristiani di riti orientali (greco o slavo) hanno sempre avuto qualche difficoltà a capirsi, ma questo non aveva impedito loro di sentirsi parte di una stessa Chiesa... fino a quando? Sui libri di Storia trovate di solito una data, 1054 (a volte 1055). Ma cosa successe in quell'anno, di così irreparabile, tra Roma e Costantinopoli? Chi sono insomma i responsabili di questo strappo che non si è più ricucito, e che tuttora sanguina ogni volta che si riapre un fronte in Europa, nei Balcani come in Ucraina? Il patriarca di Costantinopoli nel 1054 era Michele Cerulario: e a Roma chi c'era? In teoria Leone IX, ma ecco: è difficile capire come siano andate le cose. È molto più facile notare come generazioni di storici e agiografi abbiano tentato di sminuire le responsabilità di questo papa che è venerato come un santo e ammirato come un grande riformatore; per cui attribuirgli uno scisma sembrava forse indelicato.  

Quando un papa sceglie, tra tanti nomi, Leone, di solito ci si aspetta che dia battaglia, e Brunone dei conti di Egisheim-Dagsburg ci provò, anche se alla fine non si può dire che ne vinse. Parente neanche troppo lontano dell'imperatore Corrado II, Brunone in quanto terzogenito era destinato alla carriera ecclesiastica, che non significava necessariamente passare la vita sui breviari. Ad esempio: per conquistarsi il titolo di vescovo della sua Toul, in Lorena, Brunone si mise a 24 anni a capo di un contingente di cavalieri teutonici che accompagnarono Corrado in una campagna in alta Italia. La responsabilità della missione sarebbe spettata al vescovo in carica, troppo anziano: Brunone era già il suo vice e se ne prese carico, in attesa di sostituirlo anche sulla cattedra. Questo precoce successo militare avrebbe segnato il suo destino, per più di un motivo. È probabile che Brunone nell'occasione si sia fatto un'opinione di sé che non sarebbe riuscito nei fatti a dimostrare: per prima cosa, un condottiero vincente – ma è destino dei condottieri continuare a vincere finché non perdono. Nell'occasione potrebbe anche essersi infiltrata nella sua coscienza quell'idea che noi postmoderni chiamiamo meritocrazia: la convinzione che ai posti di comando dovrebbero starci quelli che se lo meritano. Il che sarebbe ineccepibile, senonché molto spesso a parlare di meritocrazia è gente, fateci caso, con un cognome illustre: e arciconvinta di meritarselo. Brunone era figlio di conti (che gli avevano dato un nome che richiamasse quello di altri famosi prelati), parente di imperatori: se non avesse combattuto qualche battaglia a 24 anni sarebbe diventato vescovo comunque; magari un po' più tardi, ma lo richiedeva il suo lignaggio. E però era convinto di esserselo conquistato sul campo, non come certi vescovi a cui la cattedra gliela pagava papà perché si sistemassero, seguendo una pratica che la Chiesa ufficialmente denigrava. Tale pratica era chiamata “simonia”,  dal nome di quel Simone Mago che negli Atti degli Apostoli, invidioso dei miracoli praticati dai cristiani, aveva offerto denaro a Pietro affinché lo ammettesse tra gli apostoli. 

Per Brunone, che apparteneva a un movimento di riforma della Chiesa che si irradiava soprattutto dai monasteri cluniacensi, la simonia era uno scandalo che andava rimosso ad ogni costo, e non è nemmeno così necessario calarsi nella mentalità rigorista di un vescovo del secolo XI per condividerne i motivi: una Chiesa che metteva all’asta i ruoli apicali sarebbe stata inevitabilmente gestita da figli di papà solo raramente, e casualmente, competenti e meritevoli. E allo stesso tempo, non era la simonia un fenomeno inevitabile, in una società che considerava la carriera ecclesiastica come appannaggio delle famiglie più nobili, un modo di tenere impegnati i secondi o terzogeniti senza frazionare più di tanto l’asse ereditario? Da questi rampolli delle grandi famiglie ci si aspettava comunque che contribuissero alla gloria delle loro diocesi con donazioni di beni immobili, terre in beneficio e chiese monumentali, per cui davvero: c’era così tanta differenza tra Brunone e certi vescovi che per diventarlo cominciavano a pagare in anticipo? A distanza di secoli io non ci vedo tantissima differenza, ma capisco quanto fosse vitale per Brunone notarla e farla notare. Ad esempio, quando il vecchio vescovo di Toul passò a miglior vita, l'imperatore voleva investire Brunone senza tanti complimenti, ma quest'ultimo obiettò che la diocesi di Toul era soggetta a quella di Treviri, e che quindi la nomina spettava all'arcivescovo di colà. Giunto a Treviri, però Brunone scoprì che l'arcivescovo lo avrebbe nominato soltanto in seguito a un giuramento di fedeltà che non era previsto dal diritto canonico, sicché alla fine B. riuscì nell'impresa di litigare sia con l'imperatore sia con l'arcivescovo – ovvero con entrambe le autorità che dovevano designarlo. Così almeno scriveva il biografo ufficiale di Leone, mentre il papa era ancora in vita, ma guardando alle date qualcosa non va: tutto questo doppio braccio di ferro tra imperatore e arcivescovo dovrebbe essersi risolto (a favore di Brunone) in meno di due mesi, che in un secolo in cui le informazioni viaggiavano a cavallo passavano in un soffio. È probabile che le resistenze di Brunone siano state ingigantite dal biografo per dimostrare l’alto senso che aveva il futuro Papa per l’autonomia della Chiesa e le prerogative della sua carica, nonché per mascherare un’evidenza: nel giro di cinquanta giorni il vescovo designato dall’imperatore era già in cattedra, con tanti saluti all’autonomia della Chiesa e le prerogative eccetera. Da cui un sospetto: forse tutta la retorica antisimoniaca era funzionale all’affermazione di una nuova gerarchia selezionata direttamente dall’imperatore.

Vent’anni dopo la manfrina si ripeté, stavolta intorno al Soglio di Roma. Alla morte di papà Damaso II, l’imperatore (che ora era Enrico III, figlio di Corrado) non si diede nemmeno la pena di scendere in Italia: convocò una dieta a Worms e nominò Brunone. Brunone obiettò ovviamente che non era degno, ma soprattutto che la nomina spettava al clero romano e persino al popolo: dopodiché arrivò a Roma, vestito da umile pellegrino – ma accompagnato dal fior fiore dei riformisti, tra cui Ugo di Cluny e un giovane Ildebrando di Soana che da qui in poi sarebbe stato l’eminenza grigia dei pontefici riformisti, finché non sarebbe diventato papa lui stesso col nome di Gregorio VII. L’elezione fu una semplice ratifica della designazione imperiale, dopodiché Brunone (da qui in poi Leone) procedette a sorprendere i romani con atteggiamenti che ricordano, alla lontana, quelli di un’altro Papa venuto da lontano, Giovanni Paolo II: considerandosi, più che vescovo dell’Urbe, capo della Chiesa universale (o almeno imperiale), Leone si mise in viaggio e in sei anni di pontificato, si è calcolato che a Roma abbia trascorso soltanto qualche manciata di mesi. Ovunque andava, Leone convocava sinodi che servivano soprattutto a sollevare dai loro incarico i vescovi simoniaci – da sostituire ovviamente con uomini di fiducia di Leone e dell’imperatore. Ma forse perché la simonia non era sempre così facile da dimostrare, sempre più spesso nell’obiettivo di Leone e dei suoi collaboratori c’era un altro fenomeno, il Nicolaismo: l’abitudine di molti prelati a convivere con donne, dalle quali avevano persino bambini. Una plateale violazione dei voti sacerdotali (che però ci avevano messo secoli a essere formalizzati: e a Oriente i sacerdoti si sposavano tranquillamente) ma anche una seria minaccia all’unità patrimoniale della Chiesa. Non sempre le cose andavano lisce: a Mantova durante il sinodo del 1053 scoppiò un tumulto, animato a quanto pare dai servi dei vescovi convocati: vescovi evidentemente molto legati ai loro comportamenti simoniaci e alle loro concubine, sicché Leone dovette lasciare la città senza riuscire a punire nemmeno i colpevoli. 

Ma i veri problemi – che gli furono fatali – Leone li incontrò nel Meridione, dove nell'equilibrio già molto relativo tra ducati longobardi, arabi di Sicilia e Bizantini si erano inseriti con una certa prepotenza i Normanni. I papi li avevano appoggiati – in funzione antiaraba – ma ora cominciavano a temere il loro espansionismo. Leone IX decise di contrastarli proprio nel momento in cui, sul piano dottrinale, era ai ferri corti con i loro avversari: i Bizantini. Da questi ultimi Leone pretendeva, oltre al riconoscimento del primato di Roma (che in linea teorica il patriarca Michele Cerulario non avrebbe potuto discutere) anche la restituzione delle diocesi della Sicilia e del meridione, che dopo secoli di dominio bizantino erano passate al rito greco: e piuttosto di cederle il Cerulario era disposto a rivangare le vecchie polemiche di secoli prima, il filioque e la comunione coi pani azzimi, insomma tutti i pretesti che tornavano utili per minacciare uno scisma. Un politico più astuto forse avrebbe a questo punto sostenuto i Normanni in funzione antibizantina, ma Leone IX forse non lo era, per cui lo si ritrovò ad allearsi coi Bizantini che non riconoscevano la sua autorità spirituale contro i Normanni che invece la riconoscevano; una contraddizione che si sarebbe risolta se almeno Leone avesse vinto, ma prevedibilmente successe il contrario. Dalla Germania, Enrico III si limitò a mandare un contingente di cavalieri, ma non ritenne necessaria la sua presenza. Così toccò a Leone condurre l'esercito: spettacolo inconsueto anche nel medioevo. I Normanni riuscirono a sorprenderlo prima che si potesse riunire con gli alleati Bizantini e lo fecero prigioniero, che è sempre un fatto increscioso per un pontefice: e se anche tutte le fonti dicono che fu trattato con tutti gli onori, e liberato in meno di un anno, è pur vero che di lì a poco morì, ad appena 52 anni e alla vigilia dello scisma d'oriente. Nel frattempo, in effetti, il cardinale che Leone aveva inviato per trovare un compromesso col Cerulario (Umberto di Silva Candida) ottenne il risultato opposto: Umberto e Michele si scomunicarono a vicenda, decretando ufficialmente uno scisma che dura tuttora. A quel punto però Leone era già morto da qualche mese, il che ha dato ai teologi qualche argomento per sostenere che la scomunica impartita da Umberto non avesse più valore legale. Eppure lo scisma c'è, nessuno è più riuscito a risanarlo.

mercoledì 31 luglio 2024

I nuovi iconoclasti


Se qualcuno si fosse mai chiesto come fa una civiltà a diventare iconoclasta – a rinunciare all'arte figurativa, dopo averla coltivata per secoli – le polemiche sul banchetto degli Dei durante la celebrazione dei Giochi Olimpici potrebbero darci un'idea. Il che non significa che non si tratti di polemiche pretestuose, elaborate e propagate da agenti in cattiva fede: ma insomma si prende una qualsiasi immagine e si decide che è offensiva in quanto rappresenta in modo caricaturale una raffigurazione sacra. A nulla valgono le obiezioni più sensate (non era l'ultima cena, ma appunto il banchetto degli Dei), perché dopo secoli di arte religiosa, anche raffigurazioni pagane o secolari non possono che richiamare modelli adoperati nell'arte sacra: l'ultima cena l'abbiamo in mente tutti, per il banchetto degli Dei serve un minimo di cultura specialistica. 

Sappiamo che qualcosa di simile è successo agli artisti durante le fasi iconoclastiche: se dipingevano persone, potevano essere accusati di avere dipinto personificazioni di Dio; se dipingevano animali, non era escluso che qualcuno li ritenesse così empi o pagani da avere raffigurato Dio come un animale. Non restava che dipingere fiori o frutta, e poi sempre più spesso motivi astratti. È il nostro destino? Dopo avere tolto ogni limite a ciò che si poteva raffigurare, cominceremo a fare passi indietro perché la gente comincia a offendersi? Credo di no; perlomeno non penso sia l'obiettivo di chi oggi si definisce scioccato da Philippe Katerine tinto di blu. Ormai abbiamo capito che offendersi è un modo di esistere, e per quanto molti offesi di questi giorni si definiscano cattolici, non è la Chiesa di papa Francesco ad avere necessità di queste campagne di indignazione per far notare la propria esistenza. Si tratta anzi di una frangia identitaria che alla Chiesa cattolica fa la guerra da tempo, i cui temi e soprattutto i toni richiamano sempre di più gli evangelicali americani (ma anche certi ortodossi). 

Forse è il momento giusto per raccontare di una cosa che è successa al mio paese pochi mesi fa. Anche se non credo di essere pronto – come tutto quello che mi capita attorno, ho la sensazione di perdermi davanti ai dettagli. Ma può essere utile per capire che questi nuovi iconoclasti non esistono solo sui social, e che a furia di seminare diffidenza e odio, qualcuno si fa male davvero. 

All'inizio di marzo un quotidiano on line "cattolico", che quasi nessuno aveva sentito nominare, fa uno scoop: in una chiesa di Carpi è esposto un quadro in cui San Longino pratica una fellatio a Gesù. "Ma come è possibile? Una fellatio in una chiesa e su un quadro che raffigura Gesù Cristo?" La "chiesa" in realtà è il museo diocesano, che però per secoli è stata una chiesa vera e ne mantiene la forma e l'atmosfera; il quadro non mostra nessuna fellatio, ma si segnala per la soluzione inedita al problema che affligge gli artisti sacri da duemila anni: come mostrare Gesù crocefisso senza svelarne le nudità?

Invece del classico mutandone, il pittore Andrea Santini decide di nascondere il basso ventre di Gesù all'ombra della testa di Longino. Ora, qui è veramente una questione molto soggettiva, ma a mio parere per immaginare che la scena descriva una fellatio serve una determinata immaginazione; non medievale, non barocca e di certo non romantica; un'immaginazione assolutamente anni Venti del secolo XXI, che attesta l'egemonia figurativa dei siti porno. Così come non riusciamo a vedere un banchetto degli Dei senza che ci venga in mente il cenacolo, allo stesso modo non riusciamo a pensare che una testa si frapponga tra noi e un membro virile senza immaginare che tra testa e membro virile non stia succedendo qualcosa. Omnia immunda immundis. Tutto l'articolo del resto mi sembra trasudi l'ipocrisia di chi conosce benissimo le scene che in teoria dovrebbero indurlo immediatamente a coprirsi gli occhi (o a cavarseli, diceva Gesù). Un po' come Pillon che invece di pensare solo alle cose del cielo twitta pubi femminili, e ormai è pure fiero di farlo, ecco, non è escluso che si arrivi all'iconoclastia anche così: perché stiamo cercando di tenere nella nostra testa paradigmi troppo diversi. Cresciamo studiando una Storia dell'Arte che per secoli consta soltanto di santi, cristi e madonne; nel frattempo su internet qualsiasi posizione sessuale è a portata di clic: alla lunga lo choc culturale ci brucia il cervello. Il quotidiano on line "cattolico" in questione è stato fondato da un signore che ha già scritto un paio di libri contro "le bugie degli ambientalisti"; ha una linea decisamente governativa ma soprattutto non perde occasione per attaccare la "Chiesa oligarchica". Un dettaglio interessante è che non contiene pubblicità: neanche una vignetta, niente. Il che forse significa che qualcuno ci sta investendo. 

Nei mesi successivi lo scoop diventa una campagna, sempre meno indirettamente rivolta alla diocesi di Carpi che aveva patrocinato la mostra (e che continuerà a difenderla, con una flemma che va riconosciuta). Accadono altre cose abbastanza strane. Vengono organizzate raccolte di firme, indette veglie di preghiera contro la "mostra blasfema", anche altri organi di stampa cominciano a chiamarla così, con le virgolette o anche senza, tanto ormai che differenza fa. Ogni sabato pomeriggio, una folla si raccoglie in preghiera davanti alla "chiesa profanata": non sono carpigiani, vengono da altre regioni coi pullman, si portano i bambini ai quali spero non abbiano spiegato troppo dettagliatamente la questione. Sono praticamente tutti bianchi, e questo in Corso Fanti fa un certo effetto; per distinguere i passanti curiosi dai fanatici in gita basta un colpo d'occhio. Fanno capannello intorno a un prete che prega in latino e si veste ancora come Don Camillo, a proposito di choc culturali. È il paradosso della destra postmoderna: rimpiange la Chiesa preconciliare e intanto vede porno dappertutto; il che significa quanto meno che i porno li vede. Alla fine non sono così tanti, e però in capo a un mese qualcuno si fa male. 

Un tizio entra nel museo con una bomboletta: comincia a usarla sul quadro di San Longino; quando interviene lo stesso autore, il vandalo tira fuori un coltello. Saltini viene ferito, il tipo scappa, le adunate di preghiera proseguono. Oltre ai fanatici da fuori, cominci a sentire qualche concittadino borbottare che forse la diocesi ha davvero esagerato, che certi quadri non andavano davvero esposti in una chiesa: e vagli a spiegare che Sant'Ignazio non è più una chiesa. C'è una distanza sempre più evidente tra la Chiesa com'è e come la immagina la gente che a volte nemmeno ci entra; una frattura tra cristiani comunitari e cristiani identitari che immaginare rimarginata non è né plausibile né giusto. 

Poi c'è un artista che si è fatto accoltellare per difendere le sue immagini, e che meriterebbe un discorso a parte. Saltini è un artista contemporaneo che cerca di riprendere temi e stilemi dell'arte sacra, davanti a un pubblico che scambia qualsiasi nudità per pornografia. Almeno in una prima fase era il primo a rivendicare il carattere ambiguo e provocatorio delle sue opere, né poteva fare diversamente: l'arte contemporanea è provocatoria per definizione. Finché non si è trovato davanti a un'interpretazione che non poteva accettare di avere provocato; il che lo ha portato a passare lunghi pomeriggi accanto alle sue opere per spiegare agli spettatori curiosi o indignati che no, non aveva dipinto una fellatio. Fatica probabilmente sprecata: qualcuno l'avrà convinto, qualcun altro lo ha accoltellato. In una città più grande, con un pubblico più smaliziato, le cose sarebbero andate diversamente. Ma l'Italia non è fatta di città molto più grandi della mia. 

mercoledì 7 febbraio 2024

Il papa più sconfitto (ma infallibile)

7 febbraio: beato Pio IX (1792-1878), papa sconfitto

Pio IX è stato il primo papa a essere
fotografato (questa è del 1864 e non è
la prima). 
Quant'è difficile scrivere un pezzo su Pio IX senza indulgere in retorica papalina o anticlericale. Ne abbiamo già parlato: i santi più difficili sono quelli dell'Ottocento. I santi del secolo precedente tutto sommato sono ancora variazioni roccocò sui modelli antichi o medievali. Quelli del Novecento sono alieni, ucronie ambulanti, personaggi di fatti di cronaca o agghiaccianti film di guerra, i pezzi quasi si scrivono da soli. Il fatto è che dopo aver forgiato il nostro immaginario per millenni, da cento e qualche anno la Chiesa è diventata qualcosa di esotico, che merita rispetto come tutte le culture in via di estinzione. In mezzo c'è questo secolo complicato in cui è avvenuta la transizione, un secolo in cui la Chiesa ha combattuto una guerra per l'egemonia culturale, ed evidentemente l'ha persa: e nessun uomo rappresenta questa sconfitta meglio di Pio IX. Nessuno ha regnato quanto lui (tradizionalmente lo si considera il pontificato più lungo dopo quello di Pietro, del quale però non abbiamo vere notizie), per 31 anni. Nessuno ha acceso speranze tanto vive nei contemporanei, e provocato tanta delusione. 

Giovanni Maria Battista Pietro Pellegrino Isidoro Mastai-Ferretti nasce a Senigallia nel 1792, nono figlio del conte Girolamo Benedetto Gaspare. Nella giovinezza è soggetto a crisi epilettiche che in famiglia vengono fatte risalire a un trauma cranico riportato a cinque anni a causa di una caduta in un torrente. Oltre a interrompere gli studi regolari presso il collegio degli Scolopi, le crisi non gli consentono di assolvere il servizio di leva presso l'esercito del napoleonico Regno d'Italia; anche dopo la Restaurazione la nuova Guardia Pontificia lo congeda quasi subito, dopodiché Giovan Maria Battista guarisce e non avrà più crisi epilettiche in vita sua. Il miracolo viene collegato al primo incontro che avrebbe avuto con Pio VII, presso il santuario di Loreto: il papa gli avrebbe detto semplicemente "Crediamo che questo crudele male non vi tormenterà mai più". Detto, fatto. Invece di riprovare con la carriera militare, Giovan Maria scopre la vocazione ecclesiastica, che nello Stato Pontificio corrispondeva con quella burocratico-amministrativa. Il primo incarico, presso un'istituzione di orfanotrofi, non sembra molto prestigioso, e dovrebbe corrispondere a un'umile predisposizione all'apostolato e alla beneficienza che lo avrebbe portato a rifuggire cariche più importanti. Potrebbe anche essere andata così, ma parliamo di un uomo che ha avuto trent'anni di tempo per aggiustare la sua biografia/agiografia. A trent'anni partecipa a una missione diplomatica in Cile e in Uruguay, terre al tempo lontanissime: è il primo papa ad aver messo piede in Sudamerica. A trentacinque è già vescovo di Spoleto, dove accade un altro episodio leggendario: durante i moti del 1831 avrebbe salvato la vita a un facinoroso carbonaro dal cognome illustre, Luigi Napoleone Bonaparte. Di vero c'è che durante i moti Giovan Maria riuscì a trattare una resa pacifica degli insorti ed evitare uno spargimento di sangue. Un'altra occasione di dimostrare sangue freddo e senso pratico è il terremoto dell'anno successivo; nel 1840 è già cardinale.

Quando viene eletto papa (1846), Pio IX ha appena 54 anni ed è il candidato della fazione più liberale del conclave. È un liberalismo molto relativo: Mastai-Ferretti esalta i neoguelfi che immaginano una federazione delle monarchie italiane guidate dal Papa, piace al popolo che lo ha visto amministrare Spoleto e Imola e ne apprezza la sensibilità filantropica, ma nemmeno dispiace a Metternich che intuisce in lui un uomo d'ordine: e si sbaglia meno degli altri. Il papa appena incoronato deve promulgare un'amnistia che rimette in circolo diversi carbonari democratici e liberali: è la prassi, ma democratici e liberali la vedono come una scelta di campo. Pio IX arriva al fatidico 1848 acclamato come il Papa Liberale, ma la situazione gli sfugge di mano. Quando Milano e Venezia si liberano degli austriaci, il nuovo re di Sardegna dichiara guerra all'Impero e attacca la Lombardia. Sull'onda dell'entusiasmo anche nello Stato della Chiesa si forma un esercito di volontari antiaustriaci: il papa li lascia partire, poi forse si rende conto che l'Austria potrebbe ancora vincere e prova a richiamarli – col risultato di scontentare tutti. Quando il suo primo ministro, Pellegrino Rossi, viene assassinato dai democratici che osteggiano il progetto federativo, Pio IX teme di essere il secondo della lista e scappa a Gaeta, ospite del re delle Due Sicilie. A Roma si proclama la Repubblica; arrivano Mazzini e Garibaldi; poco dopo però arrivano anche i soldati francesi, questi ultimi inviati proprio da quel Luigi Napoleone che Mastai-Ferretti aveva salvato a Spoleto e che era appena diventato il Presidente della Seconda Repubblica. Agli elettori cattolici, Luigi aveva promesso di rimettere il papa al suo posto. La resistenza è vana; Garibaldi guida i volontari fuggitivi in direzione di Venezia in una trafila estenuante durante la quale perderà, tra gli altri, la compagna Anita: dal 1849 in poi per lui l'ex papa liberale sarà il "metro cubo di letame".

(Bellocchio, 2023)

Reinstallatosi a Roma, non più al Quirinale ma nel Vaticano che dava più sicurezza in caso di tumulti, Pio IX revoca la costituzione, rimette gli ebrei nel ghetto, ripristina la pena di morte, insomma fa tutto quello che i re assoluti facevano dopo che le rivoluzioni ottocentesche esaurivano le fiammate. Quelli che non abdicavano: ma lui, l'aveva spiegato prima di fuggire a Gaeta, non aveva "il diritto di abdicare": doveva essere papa fino in fondo, anche se questo significava ormai abbracciare la Reazione. Quando l'Inquisizione a Bologna sottrae a una famiglia ebraica un bambino di sei anni, Edgardo Mortara, Pio IX non ha nulla da obiettare: una cameriera lo aveva battezzato di nascosto per salvarlo dal limbo, e per la legge chi era battezzato non poteva crescere in una famiglia ebraica. Il caso fa molto clamore anche all'estero, ma Pio IX si dimostrerà, in questo e in altri casi, completamente tetragono alla nuova opinione pubblica. Succede a molti supposti liberali, di rinnegare il proprio progressismo non appena si raggiunge una posizione di potere: e la posizione di Pio IX era ancora quella di un sovrano assoluto. Modernismo, liberalismo, socialismo e in sostanza qualsiasi -ismo di cui si fosse sentito parlare vengono condannati nel Sillabo (1864). Il rinnovamento tecnologico, non ufficialmente osteggiato, va a rilento; strade e ferrovie rischiano di facilitare traffici e contatti con territori e popoli più liberi; il fisco è leggero e alle grandi famiglie nobiliari piace così, anche perché attira grandi turisti e capitali. Il popolo non è così contento ma ribellarsi non conviene. A Roma mastro Titta è ancora attivo: qualcuno nota l'ironia di un regime che ha rinnegato ogni scoperta rivoluzionaria tranne la ghigliottina, ma se vogliamo essere precisi i romani avevano cominciato a usare un supplizio simile prima dei francesi, durante l'ancien régime, dimostrandosi almeno in questo campo all'avanguardia. 

Quando nel 1859, allo scoppio della Seconda Guerra d'Indipendenza, Perugia insorge, un reggimento di soldati pontifici riporta l'ordine in città con un massacro di civili. La situazione è delicata: l'integrità dello Stato della Chiesa dipende sempre da Luigi Bonaparte, ora non più presidente ma imperatore Napoleone III. Quest'ultimo però sta giocando una partita complessa su due tavoli diversi: ha infatti deciso di appoggiare anche l'espansione del Regno di Sardegna nel nord Italia, sorprendendo gli austriaci ma scatenando quelle forze democratiche che a Pio IX l'avevano giurata. Tra questi in particolare Garibaldi, che sbarcato in Sicilia con poco più di mille uomini sta risalendo la penisola col chiaro intento di arrivare a Roma; a fermarlo accorre lo stesso re di Sardegna, ma il prezzo da pagare per salvare il Lazio è la cessione di Umbria, Marche e Romagna. A partire dal 1861 lo Stato della Chiesa è circondato dal nuovo Regno d'Italia; Vittorio Emanuele II promette che non toccherà Roma, ma Garibaldi continua a provarci finché non gli sparano a una gamba. A Caprera battezza un asino Pionono, così può bastonarlo a suo piacimento.

Francesco Podesti, musei vaticani. Gli affreschi della sala dell'Immacolata
sono l'ultimo kolossal pittorico romano, prima del grigio diluvio democratico.

Mentre vede il suo potere temporale assottigliarsi, Pio IX cerca di puntellare il suo potere spirituale, con un'iniziativa arrischiata. Nel 1854, con la costituzione apostolica Ineffabilis Deus, mette una pietra sul millenario dibattito tra maculisti e immaculisti. Questi ultimi sostenevano che Maria di Nazareth era stata concepita senza peccato originale, per poter ospitare in grembo il figlio di Dio; i primi obiettavano che Maria aveva scelto di essere madre di Gesù, esercitando il libero arbitrio. Pio IX, da sempre devoto all'Immacolata Concezione, decide di proclamare la tesi degli immaculisti come dogma di fede. C'è però un problema non piccolo: fino a quel momento i dogmi non erano stati proclamati dai pontefici, ma dai Concili. Pio IX convocherà effettivamente un concilio, non per confermare il dogma dell'Immacolata Concezione, bensì per sancire il principio dell'infallibilità del pontefice ex cathedra, cioè in materia di fede. È il Concilio Vaticano I, che si apre nel 1869: a questo punto Mastai-Ferretti è papa da un quarto di secolo, eppure non tutti i vescovi accorsi dall'Europa sono pronti ad accettare un concetto (l'infallibilità) che teoricamente potrebbe porre fine alla storia dei concili. 

Si consuma anche un piccolo scisma con i cosiddetti veterocattolici; il Concilio poi si scioglie precipitosamente (e non ufficialmente) perché nel frattempo Napoleone III ha avuto l'idea di dichiarare guerra ai prussiani e le cose non sono andate come prevedeva. Il Secondo Impero francese crolla di schianto: il papato perde il suo protettore internazionale. A Vittorio Emanuele II che cerca di spiegargli che ormai è questione di giorni, Pio IX scrive "Vi dico che non entrerete a Roma". La resistenza nei fatti è impossibile, ma il papa ordina ai suoi uomini di non arrendersi senza combattere un po', giusto per ribadire di fronte all'opinione pubblica internazionale che non si tratta di un'annessione, ma di un'invasione. Ne risulterà una sessantina di morti, dopodiché il papa rifiuterà l'offerta di rimanere re di una porzione dell'Oltretevere e si dichiarerà prigioniero politico del regno d'Italia. 

Ai sudditi cattolici del regno la sua bolla Non expedit domanderà la non-partecipazione alla vita politica. Una richiesta che introdurrà nella coscienza di tanti italiani una lieve forma di bipolarità: come se essere contemporaneamente buoni cittadini e buoni cristiani non fosse del tutto possibile, e in effetti forse non lo è.   

Pio IX morirà nel 1878, quattro anni prima di Garibaldi. È stato beatificato nel 2000 da Giovanni Paolo II, il papa che per appena cinque anni non è riuscito a battere il suo record di permanenza. La beatificazione riaprì le polemiche, soprattutto con la comunità ebraica e la famiglia Mortara. Oggi come oggi è difficile immaginare che un nuovo miracolo schiuda le porte a un iter di canonizzazione, ma dipenderà anche dal taglio che vorranno dare al loro pontificato i successori di Francesco. Non è difficile immaginare che a un papa sensibilmente più progressista dei due precedenti possa seguirne un altro più conservatore, qualcuno che in Pio IX possa riconoscere un simbolo della lotta alla modernità e dell'infallibilità del magistero. Vedremo. Agli osservatori consiglierei prudenza, Mastai-Ferretti nel 1846 sembrava davvero un papa avanti; ma a volte la Storia soffia troppo forte, e nel panico l'unica soluzione sembra ammainare le vele prima che si strappino. 

giovedì 18 gennaio 2024

Il vescovo e sua moglie

18 gennaio: San Volusiano, vescovo ammogliato di Tours (432-507)

Su Volusiano, o meglio su sua moglie, gira da secoli una diceria che con questo piccolo pezzo vorrei contribuire a smontare: non c'è infatti nessun vero motivo per sostenere che la moglie fosse bisbetica e gli rendesse la vita difficile. È il classico luogo comune da barzelletta, che è rimasto appiccicato alla coppia, perché? Non è così difficile capire il perché. Visto che era impossibile negare che Volusiano fosse ammogliato, i cronisti ritenevano giusto lasciar intendere ai lettori che il matrimonio non fosse che una fonte di fastidio; l'idea di un prelato felicemente sposato infastidiva, soprattutto dopo che la Chiesa cominciò a insistere sul celibato ecclesiastico (ma ci sarebbero voluti altri cinque secoli). Ai tempi di Volusiano, la moglie di un vescovo non era una figura così rara. Il secondo concilio di Cartagine tollerava esplicitamente la nomina di vescovi e papi coniugati, purché osservassero la continenza. 

Il mancato celibato era spesso indizio di vocazioni tardive, e in effetti dalla corrispondenza con l'amico Sidonio Apollinare abbiamo la sensazione che Volusiano abbia preso i voti abbastanza tardi, dopo una giovinezza passata sostanzialmente a godersi il patrimonio famigliare. La vocazione pastorale, più che a una crisi esistenziale, potrebbe essere stata causata dal fatto che si stava liberando un posto da vescovo proprio a Tours. Il predecessore di Volusiano era suo zio, Perpetuo; così come il predecessore di Perpetuo era stato suo zio, Eustachio. Insomma la diocesi era un'eredità famigliare, che però piomba sulle spalle di Volusiano proprio nel momento più difficile: l'Impero Romano d'Occidente è caduto, la Gallia centrale è contesa tra Visigoti e Franchi. Siccome i Visigoti di Alarico II sono cristiani di confessione ariana, e i Franchi di Clodoveo si sono appena convertiti al cristianesimo niceno, è anche una guerra di religione, e il seggio di Volusiano (vescovo niceno in una zona controllata dai Visigoti) non è il più comodo. Difatti viene esiliato a Tolosa, e dopo la sconfitta di Vouillé (in cui Alarico sarebbe stato ucciso dallo stesso Clodoveo) deportato nella Spagna visigota. Perlomeno così scrive lo storico concittadino, Gregorio, mentre per il Martirologio romano Volusiano è decapitato dai Visigoti a Pamiers, sul lato ancora francese dei Pirenei: la sua testa sarebbe conservata nella cattedrale di Foix. Non è chiaro cosa sia successo alla moglie. 

Che quest'ultima avesse un carattere bisbetico, i cronisti lo deducono unicamente (e arbitrariamente) da una lettera inviata da un collega, Ruricio di Limoges. Volusiano probabilmente aveva condiviso qualche preoccupazione sulla sua situazione di vescovo del credo sbagliato nella città sbagliata. Ruricio gli risponde che "non deve temere il nemico da fuori chi ne ha già uno in casa". Sembra una neanche troppo velata esortazione a non temere i Franchi: il vero nemico ce l'ha già in casa (e in effetti la testa gliel'hanno tagliata i Visigoti). Nei secoli però ha preso forma questa diceria per cui Ruricio stesse alludendo alla moglie di Volusiano e al brutto carattere di lei. Ora, che il vescovo di Limoges rispondesse alle preoccupazioni del vescovo di Tours su un'invasione scrivendogli: preoccupati piuttosto della nemica che ti trovi in casa, ecco, lo trovo abbastanza improbabile. 

Il celibato per i sacerdoti sarebbe stato imposto dalla Chiesa d'Occidente solo nel XI secolo, in seno alla lunga riforma che per comodità chiamiamo gregoriana. Una riforma che ai tempi incontrò il favore di gran parte dei fedeli, proprio perché andava a colpire gli interessi delle grandi famiglie che continuavano a ereditare vescovadi e parrocchie come fossero feudi. Che il celibato non fosse già allora una scelta di vita facile lo dimostra il fatto che il primo dossier sugli abusi sessuali del clero sia stato compilato proprio nello stesso periodo. Un probabile effetto collaterale fu la selezione dei giovani che non si sentivano particolarmente attirati dal matrimonio e in generale dal sesso femminile: la repulsione nei confronti di quest'ultimo era spesso considerata il segno di una chiamata al sacerdozio.  

Oggi la situazione è molto diversa: la Chiesa cattolica continua a patire una crisi di vocazione che presto o tardi la costringerà a rimuovere il celibato, o più probabilmente a conferire più importanza alla figura dei diaconi, che questo obbligo non l'hanno mai avuto. Insomma non è detto che rivedremo mai la moglie di un vescovo – ma la moglie di un diacono importante, quella sì. E soprattutto non ci sono seri impedimenti storici o scritturali alla nomina di diaconesse. 

venerdì 29 dicembre 2023

Il vescovo inesistente

30 dicembre – Sant'Eugenio di Milano (un secolo qualsiasi)


Di Santi Eugenii ce n'è tanti: solo in Irlanda la Bibliotheca Sanctorum ne nomina una decina. Poi ce n'è a Damasco, Gerusalemme e Cartagine, oltre a un paio di papi; e a questo punto poteva Milano non vantarne uno? Per un po' si è dato per scontato che si trattasse un vescovo, ma nella lista ufficiale dei vescovi di Milano il primo a portare questo nome è stato Eugenio Tosi nel... 1922. Potrebbe trattarsi dell'ennesimo santo generato da un refuso, visto che le cronache non solo lo consideravano contemporaneo di Sant'Eustorgio, ma addirittura menzionavano la traslazione dei suoi resti mortali proprio nella chiesa di quest'ultimo. "Eugenio" ha in effetti tutta l'aria di essere la soluzione che un copista potrebbe trovare di fronte a una parola di cui riusciva a leggere soltanto il dittongo iniziale – insomma quanti altri nomi cominciano per Eu

Quando scrive la sua Mediolanensis Historia, verso la fine del secolo XI, Landolfo Seniore risolve il problema definendolo vescovo sì, ma di qualche altra città "al di là dei monti" ("transmontanus"). A Milano ci sarebbe passato al seguito di Carlo Magno, di cui sarebbe stato padre spirituale. Non essendo di origine meneghina, Eugenio risulta più autorevole nel suo sforzo di salvare il rito ambrosiano minacciato dalle riforme semplificatrici di papa Adriano I. Già allora l'idea che i milanesi avessero un loro rito, e un calendario liturgico diverso dal romano (a quel tempo variamente diffuso in tutta la pianura padana) lasciava perplessi. Non fosse per quei quattro giorni di carnevale in più: il rito ambrosiano in effetti conta i quaranta giorni di penitenza dal Giovedì santo, mentre a Roma il conteggio partiva dal Sabato santo, ma ometteva le domeniche.

Landolfo racconta che dopo l'accorata difesa del rito ambrosiano da parte di Eugenio, i vescovi convocati in concilio a Roma stabiliscono di effettuare il seguente esperimento: posizionare sull'altare della basilica vaticana il messale ambrosiano e quello romano, sigillare il tutto e riaprire dopo tre giorni. Il libro che sarebbe rimasto aperto sarebbe stato adottato da tutta la cristianità. Immaginiamo nell'occasione l'ansia della delegazione milanese davanti a quella che i concittadini oggi definirebbero una lose/lose situation: se si fosse trovato aperto il messale romano, addio sabato grasso; ma se si fosse trovato aperto quello ambrosiano, il sabato di carnevale sarebbe diventato obbligatorio anche fuori dalla loro diocesi, togliendo ai milanesi il tipico gusto di bisbocciare mentre gli altri lavorano. 

Dopo tre giorni, il miracolo: entrambi i libri vengono trovati chiusi e poi si aprono assieme di colpo. Dunque i calendari hanno la medesima dignità, e l'esclusività ambrosiana è salva. Quando inventa questa simpatica storia, è probabile che Seniore avesse in mente l'iniziativa riformatrice di un altro papa (Gregorio VII), che aveva messo il rito ambrosiano nel mirino. Cosa non ci si inventa per tre giorni in più di carnevale.

venerdì 15 dicembre 2023

Le martiri della Drina, o come la Chiesa racconta la violenza sessuale

15 dicembre: beate martiri della Drina, assassinate il 15/12/1941


Da qui a qualche generazione di distanza, forse la Seconda Guerra Mondiale ci apparirà ancora più incredibile di quanto non sia adesso (è quel che dovremmo augurarci, perlomeno). In un secolo drammatico ma tutto sommato razionalmente descrivibile, ecco un intervallo di assurdo orrore i cui resoconti, anche quando dettagliati con minuzia, tradiscono comunque particolari che appaiono mitici o fiabeschi; proprio quando la storiografia sembrava aver abolito categorie assolute come il Bene o il Male, il nazismo e le persecuzioni a carattere etnico rimettono in discussione l'imparzialità degli studiosi. Una prova indiretta di questo fenomeno è la diffusione, nel secondo dopoguerra, di vere e proprie leggende dei santi come non se ne tramandavano da secoli: agiografie costruite a partire da fatti di cronaca e crimini di guerra che solo nel contesto della Guerra possono apparire plausibili. 

Uno dei casi più esemplari è quello delle cinque martiri della Drina, beatificate da Benedetto XVI. Si tratta di cinque suore cattoliche, di età tra i 29 e i 76 anni, che gestivano un piccolo convento a Pale, nei pressi di Sarajevo. Si chiamavano tutte di primo nome "Marija", e quindi si distinguono dal secondo nome e dal cognome: Jula Ivanišević, Berchmana Leidenix, Krizina Bojanc, Antonija Fabjan, Bernadeta Banja. Ad alcune viene associata la nazionalità austriaca, ad altre slovena, croata o ungherese, ma sono attribuzioni da prendere con le pinze (la nazionalità bosniaca negli anni Quaranta ancora non era definita). Di loro non si sa molto di più di questo; tutte le informazioni che mi è stato possibile trovare in italiano, su internet, provengono da siti cattolici e sono state redatte verosimilmente in occasione della cerimonia di beatificazione, intorno al 2011, nel settantesimo anniversario della strage. Con un po' d'impegno (e di serbo-croato) potremmo trovare anche notizie di fonte diversa, e non ci troveremmo in una situazione così simile a quella dei compilatori medievali. 

Quel che ci viene insomma tramandato è che le suore furono rapite e trucidate da un commando di cetnici, la milizia lealista serba che stava combattendo una guerra ambigua, contro gli occupanti tedeschi (e italiani) ma anche e soprattutto contro i partigiani jugoslavi di Tito. L'episodio è tragicamente verosimile: è la dinamica a ricordare più le miniature medievali che i film di guerra che danno forma al nostro immaginario. Sequestrate a Pale l'11 dicembre, rinchiuse in una caserma a Goražde il 15, quattro delle cinque suore avrebbero resistito a un tentativo di stupro gettandosi dalle finestre. Le leggende, che omettono sempre di indicare gli eventuali testimoni oculari della vicenda, specificano sempre invece con molta chiarezza che nessuna delle quattro morì a causa della caduta: ma furono tutte invece finite "a colpi di baionetta" dai cetnici.  La quinta sorella, la più anziana (76 anni), era sotto la custodia di un altro drappello: fu uccisa anche lei dai cetnici il 23 dicembre. Di fronte a fatti tanto cruenti, anche l'osservatore laico sente l'impulso a fare un passo indietro: è davvero così importante che siano riuscite tutte a lanciarsi dalla finestra, tutte e quattro, in così breve tempo ed esiguo spazio? È davvero importante che nessuna delle quattro sia morta a causa della caduta? Insomma, se i cristiani hanno deciso di raccontarla così, perché sollevare obiezioni? Perché, appunto, questo è il modo in cui si raccontavano le storie di martiri già nel mondo tardoantico. In particolare il salto nel vuoto delle suore richiama quello di Santa Pelagia di Antiochia, minacciata da legionari altrettanto minacciosi, cui Giovanni Crisostomo dedicò un elogio che forse le suore conoscevano. 

Se però il Crisostomo suggeriva che una buona cristiana dovesse preferire la morte alla perdita della verginità, in seguito la questione è diventata più spinosa, almeno in Occidente. A un certo punto l'entusiasmo con cui alcuni santi andavano verso il martirio è sembrato eccessivo; nel frattempo era stato messo nero su bianco che i suicidi non potevano ottenere il perdono di Dio, e quindi era opportuno ritoccare i passi in cui un santo nell'arena correva incontro alle bestie feroci, o forzava la mano armata di un titubante carnefice, o si lanciava, perlappunto, dalla cima di una torre o da una finestra. Il discrimine può essere stato, così come per tante altre cose, il Concilio di Trento; qualche decennio dopo, i samurai cristiani si fanno un punto d'onore di rifiutare la pratica del seppuku; quando Paolo Uchibori viene condotto presso i fanghi vulcanici di Unzen, domanda ai compagni di non gettarsi da soli ma di aspettare che siano i boia pagani a dare una spinta. Cosa cambia? Per i cronisti, poco o nulla. Per un cristiano, tutto. La distanza tra un martirio per la fede e un suicidio, nei fatti, è minima: ma per un cristiano il martirio è la strada maestra per il paradiso, laddove il suicidio schiude le porte dell'inferno. E se è possibile che Gesù Cristo Giudice applichi queste categorie con un minimo di buon senso e misericordia, da un punto di vista educativo non si può assolutamente correre il rischio di confondere le due cose. Quattro secoli dopo, chi tramanda la storia delle beate Marije sente ancora la necessità di stabilire con certezza che sì, si gettarono dalle finestre ma no, non morirono a causa della caduta, bensì delle baionette dei cetnici. 

Non solo gli agiografi devono allontanare ogni sospetto di suicidio, ma anche negare la possibilità che almeno una violenza sessuale su quattro sia stata commessa. Anche questo è un topos delle leggende di santi tardoantiche e medievali: ormai ne ho lette un po' e a memoria non mi sembra di aver mai trovato un caso in cui la violenza viene effettivamente consumata. Nei casi più realistici (come appunto quello di Pelagia) la vittima si salva con un sotterfugio e un gesto estremo; nella leggenda tipica è Dio stesso a intervenire, mediante miracoli più o meno spettacolari. Agnese e Lucia possono anche essere condannate al bordello; ne escono più pure che mai. Chi osa toccarle o anche solo guardarle finisce malissimo. Noi ovviamente siamo liberi di trovare tutto questo molto ingenuo; purché ogni tanto ci poniamo il problema: chi siamo, esattamente, noi?

Siamo esponenti di una civiltà che si vanta di curarsi della Verità più che dell'Ideologia; per cui, se qualche donna effettivamente è stata stuprata da un soldato, durante le persecuzioni di Diocleziano o anche millequattrocento anni dopo in un conflitto mondiale, ci piacerebbe esserne informati. Siccome è successo, riteniamo doveroso segnarcelo da qualche parte; magari dopo aver raccolto un po' di resoconti di questo genere riusciremmo anche a realizzare delle statistiche, scoprire chi violentava di più, eccetera eccetera. E mentre riflettiamo su queste cose, ecco che scoppia di nuovo una guerra, e intorno a noi un sacco di devoti della Verità comincia appunto a contare le violenze e gli stupri inflitti da una parte e dell'altra, senza lesinare i particolari. Alcuni di questi particolari dopo un po' risultano essere stati inventati ma è troppo tardi, c'è chi ormai li ha memorizzati e non smetterà più veramente di crederci. Insomma a guardarlo più da vicino, e in tempi di guerra, questo culto della Verità appare meno granitico di quanto sembrava; se gratti bene sotto le statistiche ci trovi di nuovo l'Ideologia. Niente di nuovo sotto il sole; chi combatte ha sempre messo in guardia i civili dal nemico bieco e stupratore; lo stesso nemico del resto molto spesso si rivela bieco e stupratore, la propaganda è una distorsione inevitabile in tempi di guerra,  e una guerra c'è sempre. 

Accettiamo la cosa; però mettiamo a verbale che gli agiografi non lavoravano così. Partendo da un presupposto che tutto sommato ancora condividiamo – la violenza sessuale è un crimine insopportabile – decidevano di cancellarlo. In una civiltà in cui la vittima di violenza sessuale sarebbe stata considerata meno pura, irrimediabilmente macchiata, se non addirittura connivente con il suo carnefice, gli agiografi preferivano scrivere che la vittima non era stata toccata; nemmeno in un bordello. Facevano un torto alla verosimiglianza e probabilmente alla stessa verità; nonché forse alla fantasia morbosa di qualche studioso; ma forse rispettavano le vittime molto più di quanto le stiamo rispettando noi, coi nostri referti, le nostre statistiche, i nostri video che dimostrano inoppugnabilmente che il nemico stupra più di noi. Forse le Marije non si sono salvate dalla violenza sessuale; magari non tutte e quattro. Ma avrebbero voluto risparmiarsi, e l'agiografo le ha risparmiate. Forse chi è davvero riuscita a saltare dalla finestra è morta sul colpo; ma non avrebbe voluto, e l'agiografo l'ha fatta morire in un altro modo. Cambia qualcosa? Per noi che non crediamo no, non cambia quasi nulla. Ma qualcuno ci crede: e per lui cambia tutto. 

sabato 21 ottobre 2023

Karol W., santo e subito

[2013]. Quiz: Ha scritto poesie, commedie e millecinquecento pagine di filosofia, è stato fattorino, attore e minatore; a calcio giocava in porta ed è membro onorario del Barcellona FC. Chi è? Un aiutino: negli ultimi trent’anni di vita ha fatto anche il papa. Ah, vabbe’, ma così è troppo facile.

Si fa la barba verso il 1960.


22 ottobre – San Giovanni Paolo II, superpapa (1920-2005)

A un certo punto della mia, della sua vita, io devo aver pensato che Karol Wojtyla, in arte Giovanni Paolo II, non sarebbe morto mai. Forse per mancanza di fantasia, dopo vent’anni la prospettiva di un altro papa, con un nome diverso, un diverso numero, mi sfumava nell’inverosimile. Un altro dopo di lui, ma chi? E perché? Del resto, bastava notare i progressi della scienza medica per farmi intravedere la singolarità: la vita media si allungava sempre più, sempre più organi e tessuti diventavano rigenerabili, certo sarebbe servito denaro ma per uno come GPII il denaro non era un problema. Per un papa come lui il problema era piuttosto dire di no all’accanimento terapeutico: avrebbe potuto mai permettersi di dire una cosa semplice e terribile come “lasciatemi morire?” Non poteva, era GPII, le sue più profonde convinzioni lo condannavano a vivere per sempre. Sublime ironia: mentre la gente lo acclamava santo in vita, lui si sarebbe autoinflitto un esilio in terra; si sarebbe lasciato alimentare coi sondini finché tutto l’apparato nervoso non sarebbe diventato replicabile in laboratorio (ovviamente senza fare male a nessun embrione). Se poi col tempo fosse scivolato in una condizione di coma vigile, nessuno avrebbe potuto arrogarsi di scegliere per lui a ogni bivio tra la morte e una nuova terapia per conquistare qualche mese di vita: e così sarebbe sopravvissuto per millenni, ieratico e immortale vicario di Cristo, pronto a riaprire gli occhi e staccare le flebo nell’alba del giorno del giudizio. Alla Chiesa cattolica, raccolta in preghiera intorno al suo capezzale in terapia intensiva permanente, non sarebbe rimasto che nominare un vicario del vicario. A un certo punto io pensavo che sarebbe realmente finita così. Lo scrissi anche da qualche parte, per fortuna non mi lesse nessuno.

Chiunque altro renderebbe la foto ridicola.


Dato che ovviamente mi sbagliavo. Un giorno qualsiasi, GPII sussurrò davvero l’inimmaginabile frase “lasciatemi tornare alla casa del Padre”, e ci lasciò. La sua missione, abbracciata 35 anni prima – accompagnare la Chiesa nel terzo millennio – era abbondantemente compiuta. Ora magari verrà qualcuno esperto a spiegare, con dovizia di argomenti, perché quella sommessamente domandata da GPII e più recentemente dal cardinale Martini non sia da considerarsi un’eutanasia, mentre quella di Piergiorgio Welby sì. Mi si perdoni se qui la taglio un po’ più corta: un sovrano non è soggetto alle stesse leggi dei sudditi, e GPII è stato la cosa più vicina a un sovrano che abbiamo avuto in Italia dal Quarantasei in poi – ma forse anche da prima. La sensazione che sopra ogni confusione e disastro, ci fosse comunque Lui, il sole indifferente che anche quando è nuvolo c’è: basta aspettare e prima o poi farà capolino da qualche parte nel cielo, ci farà sapere cosa pensa, pubblicherà un’enciclica, beatificherà un reggimento, stringerà le mani a qualche leader politico discutibile, dirà due paroline dal balcone contro la guerra o la fame… Anche chi malsopportava la Chiesa, Wojtyla non riusciva a odiarlo. Senza mai diventare quel tipo di papa piacione collaudato da Giovanni XXIII, ritentato da Giovanni Paolo Primo e ora rispolverato da Papa Francesco, GPII da un certo punto in poi divenne semplicemente troppo grande perché ci si potessero appendere le nostre polemiche quotidiane. Quel punto fu probabilmente il 13 maggio 1981, l’attentato a Roma, festa della Madonna di Fatima.

Fino a quel momento Wojtyla era stato un papa simpatico, coi suoi errori di pronuncia, persino un po’ mondano, coi suoi voli transatlantici e la sua fissa per il nuoto in piscina. Un intellettuale, comunque, uno che ha studiato sul serio, e che si era ritrovato nel partito di Dio in uno dei pochi Paesi al mondo in cui era un partito d’opposizione, osteggiato dal regime. La più famosa vignetta di Andrea Pazienza fotografa quel momento particolare: un giovane papa a bordo piscina sorseggia un drink e si domanda: e se esistesse veramente? Ih! Mavvedi cosa vado a pensare. Qualche anno dopo una vignetta così sarebbe stata inimmaginabile. Il Wojtyla che avrebbe stretto la mano a Pinochet sarebbe stato vittima di scherzi anche più feroci, ma nessuno l’avrebbe più immaginato nell’atto di dubitare. 
Gli hanno appena sparato. Questa e le altre straordinarie foto provengono da https://www.ilpost.it/2011/05/02/foto-wojtyla/

Ali Ağca cambiò le cose per sempre, anche se non nel mondo che aveva voluto lui (ma non sapremo mai cosa voleva davvero Ali Ağca). Se il Novecento è la nuova Bibbia, e gli attentati suggellano la grandezza dei nuovi Martiri (i Kennedy, Gandhi, Martin Luther King), scampare a un attentato è la cosa più simile alla resurrezione che la postmodernità possa offrirci; e nel 1981 nel giro di tre mesi risorsero due dei protagonisti assoluti del decennio a venire: Ronald Reagan e Karol Wojtyla. Entrambi mediocri attori in gioventù e politici di razza; entrambi intimamente persuasi dell’esistenza del Male e della propria militanza nelle file del Bene; entrambi ormai convinti di essere stati scelti e salvati per qualcosa di grande, fosse anche la fine del mondo. È abbastanza buffo dire, come dicono molti, che Reagan e/o Wojtyla sconfissero il comunismo. Ma non c’è dubbio che si sentissero chiamati a farlo, e che nel 1981 non potevano immaginare quanto sarebbe stato relativamente semplice, quasi indolore. Nei suoi discorsi elettorali Reagan parlava di apocalisse nucleare e Impero del Male. Nell’anno dell’attentato, un papa Wojtyla ancora umano lasciava che da un’intervista con una rivista tedesca trapelassero dettagli inquietanti su quel famoso terzo segreto di Fatima:

Se c’è un messaggio in cui si dice che gli oceani annegheranno intere sezioni della terra, e che da un momento all’altro milioni di persone periranno… non c’è veramente nessun motivo di voler pubblicare questo messaggio. Molti vogliono conoscerlo per pura curiosità, o per il gusto del sensazionalismo, ma dimenticano che “sapere” implica anche per loro una responsabilità. È pericoloso soddisfare una curiosità se sei convinto che non possiamo fare nulla per una catastrofe che è stata predetta.



Il quinto da destra nella terza fila dietro l’obelisco è distratto, sta pensando al totocalcio.


In seguito GPII non si sarebbe più lasciato scappare rivelazioni del genere. Per molti anni i fotografi non avrebbero inquadrato che sorrisi, sempre più raggrinziti e ieratici, finché il parkinson glieli avrebbe consentiti; nel mentre che metteva a punto quella strategia comunicativa che sta tutta in una parola: speranza. Non Abbiate Paura. Varcate la Soglia della Speranza. Nel frattempo anche la retorica di Reagan si raddolciva, malgrado i vertici USA-URSS non stessero andando poi così bene. La storia gli avrebbe dato ragione. 

Rimane il dubbio: dietro tanti inviti alla speranza, perfettamente calibrati per una società globale che voleva lasciarsi dietro gli incubi della guerra fredda, GPII ci credeva alla fine del mondo, o no? Pensava davvero di essere il papa martirizzato su una montagna di martiri, descritto dalla veggente suor Lucia dos Santos? Preso atto che ogni cristiano dovrebbe vivere nell’attesa della fine dei tempi, quanto tempo pensava di avere davvero a disposizione il Papa-Venuto-da-Lontano? Perché tanti sue scelte – dalle conseguenze incalcolabili – tradiscono una fretta che l’attesa apocalittica spiegherebbe. Oltre ad aver pubblicato 14 encicliche e un nuovo Catechismo, Wojtyla ha nominato più santi di tutti i papi prima di lui messi assieme (482); ha fatto più chilometri di tutti i papi precedenti messi in fila: centoquattro viaggi apostolici, 146 visite pastorali, più di un milione di km di aereo (si può andare sulla luna tre volte). Un’urgenza insopprimibile di portare il vangelo dappertutto, a costo di farsi fotografare sul balcone di qualche dittatore. La necessità di aprire ai giovani senza guardar troppo per il sottile: se a loro piace l’ammucchiata con le tende diamogli l’ammucchiata, (le GMG sono un’invenzione sua, di fronte alla quale le varie Woodstock impallidiscono, se non per rilevanza culturale, almeno per dimensioni). Nessuna vera preoccupazione per la sovrappopolazione e le emergenze ambientali: tanto la fine è vicina. E la convinzione di doverci arrivare vivo, anche quando il fisico cominciava a tradirlo.



Dicono che ci ha una mossa segreta che dopo 30 giorni muori.


Wojtyla non aveva ancora vent’anni quando i tedeschi avevano invaso la Polonia. Col padre era fuggito da Cracovia verso est – soltanto per scoprire che da est arrivavano i sovietici. Tornato dalla parte tedesca, aveva trovato lavoro in una miniera: fu l’impiego che lo salvò dalla deportazione. Un giorno, aveva 24 anni, mentre tornava dalla miniera un camion tedesco lo investì. Trauma cranico acuto. Un minatore polacco, nelle province esterne del Reich, nel 1944, quante possibilità aveva di salvarsi?

Wojtyla la scampò. Maturò forse in quel momento l’idea di essere al mondo per qualcosa di grande. Una convinzione profonda, pre-logica, immune a tutta la filosofia e la cultura che stava immagazzinando. Quando sopravvivi al nazismo, e appena ti fai prete arrivano i sovietici, e invece di finire male diventi cardinale, e vai a un conclave e non ti fanno papa, ma il papa muore subito e tu diventi Giovanni Paolo II: qualche dubbio di essere l’uomo del destino ti viene. Se poi ti sparano al cuore, e sopravvivi, ed è proprio il giorno in cui si festeggia quella Madonna che aveva previsto tutto, beh, forse davvero la fine dei tempi è vicina. Forse negli ultimi anni Wojtyla stava aspettando qualcosa di più della sua semplice fine individuale. La sua contrarietà a un pensionamento che il braccio destro Ratzinger trovava già logico potrebbe avere avuto questo senso.

Finché un mattino non deve essersi arreso. Era primavera inoltrata, ormai, la ventisettesima che passava a Roma, e il mondo che pulsava alle finestre tutto dava l’impressione fuorché di voler finire. Vabbe’ mi sarò sbagliato, mò lasciatemi andare. Rip.

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