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giovedì 26 marzo 2026

Il ritorno del soffitto viola

Se ci ha insegnato qualcosa Gino Paoli (1934/2026), è che le canzoni possono anche essere molto brevi, anzi forse è meglio: e che meno cose diciamo, più a fondo riusciamo a scolpirle nella memoria di chi ci ascolta. Questo, mi rendo conto, va contro tutto quello che ho detto e fatto e scritto in vita mia, ma è ormai troppo tardi per correggersi – non per sognare che la prossima generazione reagisca alla verbosità dei rapper con una nuova vague laconica, due strofe un ritornello, magari la seconda strofa uguale alla prima, magari il ritornello strumentale. 

Ho scritto "laconica" e non "ermetica" perché, in effetti, Gino Paoli era sempre chiarissimo, anche a rischio di esser banale. Il cielo in una stanza è una canzone limpida, non c'è niente da interpretare. Sta a disposizione di chiunque la voglia appendere in un angolo della propria memoria – ad esempio io non posso fare a meno di collegarla a una particolare sensazione che mi è capitato di provare nelle stanze delle ragazze in cui finalmente riuscivo a entrare. Ovviamente i soffitti non erano viola e (fortunatamente) nessuna fisarmonica suonava; ma se anche ci fosse stato quel viola, e del liscio in sottofondo, io non me ne sarei accorto, perché quando entravo in quelle stanze – al culmine di una lunga battaglia, condotta con armi che a distanza mi sembrano così improbabili – io non vedevo niente, non sentivo niente, non capivo niente. Alberi infiniti, immensità del cielo, questo tipo di eufemismi. E siccome non capivo niente, non mi accorgevo nemmeno di non capire, né di sentire, né di vedere: viaggiavo in una dimensione mia, sballottato tra testosterone e adrenalina, terrore di fare una brutta figura, necessità di farla comunque. Alberi infiniti, immensità del cielo, questo tipo di eufemismi. Dopodiché –

Dopodiché veniva il dopo. E a parte il fiatone, il batticuore, l'imbarazzo e quel senso di tristezza e vergogna, uno degli aspetti più curiosi è che improvvisamente io quella la stanza la vedevo. Le foto alle pareti, i libri sulle mensole, il manico di una racchetta spuntante dalla cima dell'armadio più alto. Lo screen saver del computer citava Ovidio. Ed eccomi in una stanza non mia, guardato e giudicato da cento soprammobili. Alcune stanze erano davvero ostili. Chi ti credi di essere, mi dicevano. Noi eravamo qui prima di te, e ci saremo quando tu non sarai più nemmeno un numero sull'agendina. Altre angoscianti, proprio per quanto mi sembravano vuote e mi chiedevano di essere riempite, e in quel momento capivo che non erano per me, che anche se avessi voluto non ce l'avrei fatta, ma evidentemente non lo volevo. 

Quindi ecco sì, Il cielo in una stanza è un capolavoro di canzone, però mi sarebbe piaciuto ascoltare la seconda parte: quella in cui il soffitto torna viola, gli alberi tornano a chiudersi come pareti, e Gino Paoli si domanda: cosa ci faccio qui? Perché forse lui sarebbe riuscito a spiegarlo in due strofe, e il ritornello strumentale. Io invece sono già a tremila caratteri, maledizione. 

sabato 13 dicembre 2025

Visto qualche bel film di recente (2025)? (prima parte)

Infatti l'ho visto su una piattaforma
Io sono la fine del mondo (Gennaro Nunziante, che quando dirige Checco Zalone è efficacissimo e qui invece proprio non ce la fa).

Dio mio. Dio mio che imbarazzo, che sofferenza. Duro non è che non sappia semplicemente recitare; dà l'impressione di non saper vivere, di vestire a disagio un costume da essere umano senza avere ricevuto un training adeguato. Gli occhiali scuri servono a mascherare l'incapacità di manovrare le pupille o aggrottare le sopracciglia; la cadenza palermitana occulta l'incapacità di esprimere sentimenti attraverso la modulazione della voce. Tutti noi quando parliamo possiamo usufruire di vari registri: possiamo urlare, sogghignare, sibilare, ecc. Duro non lo sa fare, ha solo il suo tono metallico standard e, se proprio il copione lo richiede, un'altra vocina fastidiosissima che dovrebbe ripetere i rimbrotti che gli facevano da piccolo i genitori ("non bere la coca cola"), ma è talmente acuta fa farci ipotizzare che sia la voce interiore del bambino che quei rimbrotti li subiva, ed evidentemente non li ha mai superati.

Così un film che dovrebbe agitare lo strale del politically uncorrect, alla fine lo rivolge per lo più contro sé stesso, fornendoci l'immagine più impietosa possibile dell'autocoscienza di una personalità nello spettro autistico. Il motivo per cui allo spettatore è richiesta una sospensione della credulità fortissima (nel mondo reale Duro sarebbe stato menato a sangue al minuto 3, titoli di coda) è che tutto avviene in una realtà immaginata da lui, in cui tutti dovrebbero per qualche motivo lasciarsi manipolare da questo tizio che non sa nemmeno dire le bugie. Tutti gli credono, tutti lo perdonano, tutti recitano in modo esageratamente teatrale (o forse è il contrasto con la sua fissità terribile), perché probabilmente è così che lui vede il mondo: un posto dove tutti recitano e fanno un sacco di smorfie, che lui non sa fare, e nemmeno capisce a cosa servano.


Sly Lives! (aka The Burden of Black Genius) (Questlove)

È morto D'Angelo, proprio pochi giorni dopo che lo avevo rivisto mentre cercavo tutt'altro, in un docufilm dedicato a Sly Stone che è sottotitolato Il fardello del genio nero. D'Angelo veniva intervistato non tanto per parlare di Sly (ovvio che ne parlerebbe benissimo), ma per rinforzare la tesi contenuta nel sottotitolo, ovvero una peculiare difficoltà che avrebbero gli artisti afroamericani a gestire la propria genialità. Un senso di colpa ancestrale, la necessità di affrancarsi da un contesto sociale misero e problematico, senonché appena ti affranchi appena un po' ti senti un traditore, ecc. Una tesi abbastanza convincente, e però io stavo guardando il docu su Sly Stone per un altro motivo: cioè pur dando per scontato che aveva avuto tanti problemi a gestire la sua genialità, io dopo tanti anni faccio ancora fatica (è imbarazzante ammetterlo) a capire in cosa questa genialità consista.

Sly & the Family fa parte di quell'esiguo insieme di artisti che mi devo far piacere con la forza, perché se dovessi essere davvero sincero con me stesso, ecco, no, mi sembra sempre che nelle sue canzoni manchi qualcosa. Non so mai cos'è – di sicuro non il groove – però a volte mi sembrano sorrette soltanto dal groove, come se fosse un male. Ma non è vero, ci sono anche le melodie, eppure oh, non so spiegarmelo, non c'è niente da fare, a me Sly Stone sembra un autore incompleto. E per quanto milioni di dischi venduti stiano lì a dirmi che mi sbaglio, niente riesce a togliermi dalla testa l'idea assurda che anche Sly condividesse questa sensazione, e che il suo fardello personale si sia ingrossato man mano che il pubblico riconosceva in lui un genio, una pressione crescente a esprimere una genialità che nessuno sa esattamente in cosa consista ma a un certo punto c'è un popolo intero che la pretende, e tu che fai, non ti droghi? Magari drogarsi aiuta, ma poi invece si scopre che è l'esatto contrario, ah, troppo tardi. La sua prima canzone di successo (Sing a Simple Song) partiva proprio dall'ammissione della propria impostura, cioè insomma come faccio a scrivere una canzone facile, una canzone che funzioni, dunque ci mettiamo il ritmo, poi la melodia, poi i battimani, e piacerà? E dopo questa, cosa mi dovrò inventare? Qualche sostanza mi potrà aiutare? Vasodilatatori, autoreclusione, farsi odiare dal pubblico e dai collaboratori arrivando puntualmente in ritardo ai concerti, autosabotaggio, autotrasformazione in macchietta televisiva, e tutto sommato non gli è andata nemmeno così male, è sopravvissuto a Michael Jackson e a Prince.

Qualche mese dopo l'ha seguito D'Angelo, e io non ho molto da aggiungere. Avrete già indovinato che fa parte dello stesso esiguo insieme di artisti che, per quanto mi ci sia sforzato, non riesco a capire. Anche lui così raffinato, eppure così incompleto, perlomeno alle mie stupide orecchie. Non mi sembra che sia molto chiaro il perché abbia fatto due dischi in vent'anni, e forse è giusto così, non è che il vissuto degli artisti deve per forza far parte del pacchetto. Ma se davvero era, come a volte sembrava, perennemente insoddisfatto del suo lavoro, se tutti questo vociare di genialità intorno a lui gli ha creato più problemi che vantaggi, ecco, posso capirlo, e forse questo mi può aiutare un poco a decifrarlo.


L'Eternauta (Bruno Stagnaro, 2025)

Mi sento praticamente in dovere di guardare l'Eternauta, però se devo essere sincero tutta questa voglia di vedere gente per strada che muore all'improvviso senza un motivo, ecco, no: è angoscia, è disagio, non ne traggo nessun piacere emotivo, già la vignetta del padre che si accascia al suolo rantolando "i bambini", ripresa in qualche libro scolastico come esempio di narrazione a fumetti, non dico che mi traumatizzò la preadolescenza, ma insomma è proprio una cosa che mi rende triste senza motivo e di motivi ne avrei pure.

Poi penso che ok, nessuno mi costringe a vedere l'Eternauta, anche da un punto di vista culturale mi sono già abbondantemente coperto col fumetto, la storia più o meno so già dove andrà a sbattere e se ci sono variazioni importanti le recupererò in venti minuti su wikipedia, tra l'altro l'Eternauta è uno di quei capolavori in un certo senso seminali, ovvero che quando escono lasciano sgomenti perché mostrano qualcosa a cui nessuno aveva ancora pensato (un'apocalisse urbana! Superstiti che lottano contro mostri di casa in casa!) dopodiché vengono ripresi da centomila epigoni, alcuni dei quali, è statistica, finiscono per produrre contenuti più aggiornati, più interessanti, per cui alla fine uno può anche dire sì vabbe' ma prima di tutte queste apocalissi zombie c'è stato l'Eternauta, ma se poi va a rileggerselo, l'Eternauta, non lo trova necessariamente migliore di tutto quello che è successo dopo. È semplicemente il primo, anche se dal suo punto di vista non lo era affatto perché in fondo riproponeva la wellsiana Guerra dei mondi; a dargli quello scatto in più fu appunto l'ambientazione contemporanea urbana, il survivalismo, l'angoscia senza requie, la disillusione latina per l'apparato statale. Un altro scatto importante lo fece nel decennio seguente un regista, anche lui d'origine latina, sostituendo agli alieni i cadaveri: trovata geniale non solo perché i cadaveri spaventano di più, ma perché da un punto di vista dei trucchi e degli effetti speciali sono davvero più convenienti, e questo credo sia il vero motivo per cui da Romero in poi gli zombie hanno fatto il botto e le invasioni aliene sono relativamente passate di moda (anche lo scenario tipicamente sf "i robot prendono il potere" cinematograficamente non aveva molte speranze, rispetto alla possibilità di conciare un centinaio di comparse da cadaveri).

Alla fine non credo che al mondo freghi un granché se ho voglia o non ho voglia di guardare l'Eternauta, ma forse il problema è un altro: che invece un sacco di gente sì – magari si sentono anche loro un po' obbligati – ma evidentemente c'è mercato per le apocalissi urbane, per alieni assassini o cadaveri antropofagi, per gente innocente che muore all'improvviso e pochi superstiti angosciati che si arrabattano come possono. A me questa roba, lo dico sinceramente, dà una grande angoscia, ma a milioni di persone no, o comunque è un'angoscia che trovano piacevole, rassicurante. Probabilmente Lopez e Oesterheld con quell'idea della neve assassina scoprirono una miniera d'oro che ancora oggi macina dollari, euro, pesos, alla gente piace vedere gli innocenti morire e immedesimarsi, suppongo, nei sopravvissuti. È una considerazione che mi mette sempre un po' a disagio, esco di casa la mattina e intorno a me c'è gente che magari si diverte con The Last of Us, come impedire loro di immaginare di farmi fuori con un fucile a pompa. Vivono tra noi, magari sono la maggioranza, un giorno forse prenderanno l'iniziativa, forse è meglio se faccio provviste, mi procuro armi di difesa, mi studio la situazione, magari alla fine me lo guardo anche, questo Eternauta.

venerdì 25 aprile 2025

1945 – 1995 – 2025


Col tempo doveva succedere che i due anniversari si confondessero: che la memoria (vissuta) del 25 aprile 1995 si sovrapponesse a quella (ricostruita) del 25 aprile 1945, e che insomma a un certo punto per noi ricordare i partigiani coincidesse col ricordare Mara Redeghieri che canta i Ribelli della montagna sul palco di Materiale Resistente.


Così il 25/4 è diventato qualcosa di cui abbiamo sinceramente nostalgia, un momento eccezionale in cui avevano senso cose che non l'avrebbero avuto né un momento prima né un momento dopo. Fatte le dovute proporzioni, cinquant'anni prima aveva un senso nascondersi in montagna e poi sparare ai tedeschi, prendere un municipio su una collina e proclamare una repubblica provvisoria; cinquant'anni dopo diventava improvvisamente naturale che le migliori basi trip-hop italiane arrivassero dall'Appennino reggiano, e sopra ci cantasse una ragazza un po' fuori chiave, con una dizzione tutta sua ma irresistibile.

Materiale Resistente è un disco che serviva a celebrare, e ora si celebra da solo. Quanto ad ascoltarlo, era già abbastanza faticoso nel 1995, ed è molto difficile che col tempo sia migliorato (non ho voglia di controllare). Per alcuni partecipanti era un punto d'arrivo, per altri una partenza o ripartenza; qualcuno era sui monti perché ci credeva, qualcuno ancora non si era spiegato bene ma avrebbe voluto fondare una repubblica nel senso medievale del termine, coi castelli merlati e i cavalieri e soprattutto tanti cavalli; qualcuno era comunista, qualcuno non voleva restare indietro, qualcuno non si rendeva conto, qualcuno cercava di limitare i danni: qualcuno infine era Freak Antoni, ora e sempre contro tutto e contro tutti. Il gioco poteva avere un senso solo se durava poco e impediva alla miscela di esplodere: un po' come cinquant'anni prima (fatte le dovute proporzioni). Era tutto molto ingenuo, decisamente puerile, un po' troppo retorico, e non abbiamo mai più avuto niente di meglio.

martedì 25 febbraio 2025

Contro Ario e le sue arie

Chat Gpt. 
26 febbraio: Sant'Alessandro di Alessandria (250-328), vescovo antiariano

A questo punto Sanremo è ormai alle spalle, e ognuno sta tornando alla sua confortante nicchia musicale, alle playlist da cui gli algoritmi escluderanno sempre più ogni cosa che possa infastidire troppo il nostro senso estetico-musicale – il quale risiede in qualche parte della nostra coscienza più prossima ad altre rispetto al senso etico: poche cose ci sembrano ingiuste come le canzoni brutte; pochi individui ci sembrano esecrabili come gli autori che le scrivono, gli interpreti che le interpretano, i maledetti dj che trovano una buona idea programmarle in radio. Bisogna ammettere che chi legge brutti libri non ci offende come chi ascolta cattive canzoni; chi ama i brutti quadri non disturba nessuno andandoli a vedere in brutte esposizioni, mentre le canzoni sì, le brutte canzoni sono moleste per natura. Tutto questo – in attesa che l'Estate rimescoli tutto quanto e ci sottoponga a un nuovo monsone di brutta musica – ci autorizza a formulare un'ipotesi persino su Alessandro, settimo patriarca di Alessandria d'Egitto, e sul grande scisma ariano di cui più di altri fu responsabile. Uno scisma che divise la cristianità per secoli, offrendo pretesti a innumerevoli conflitti armati; uno scisma che senza dubbio traeva la sua ragion d'essere da importanti questioni teologiche, ma a valle di tutto persiste un sospetto: forse Alessandro non sopportava le canzoni che sentiva sempre più spesso salire dalle strade di Alessandria. La grande novità del quarto secolo, in effetti, era che i cristiani, finalmente liberi di pregare ad alta voce, si erano messi a cantare, tutti, a partire dai teologi. E anche allora è facile immaginare che le brutte canzoni funzionassero meglio delle altre, perché in fondo è così che funziona, no? Più è fastidiosa la melodia, più stupido il testo, più la canzone ti si ficca in testa e vorresti uccidere chi l'ha scritta. Ma Alessandro era un uomo di pace e non riteneva fosse il caso di eliminare Ario: purché la piantasse con le sue canzoni. 

Queste canzoni non le conosciamo: gli ortodossi le hanno fatte sparire, così come tutti i libri scritti dal medesimo Ario. I concetti tutto sommato li conosciamo: in particolare il subordinazionismo, ovvero l'idea che Gesù, essendo stato creato da Dio Padre in un secondo momento, non fosse perfettamente Dio. Quello che forse non abbiamo ancora del tutto capito è il motivo per cui questi concetti fossero così popolari ad Alessandria (e ancora di più ad Antiochia di Siria, la metropoli rivale), al punto di resistere a repressioni violente e a diventare (grazie all'opera di evangelizzazione di Ulfila) la fede di gran parte delle popolazioni barbariche che invasero l'Impero. Era una semplice questione trinitaria o c'era dietro qualcosa di più, che non sappiamo perché quasi tutto quello che gli ariani hanno scritto e predicato è andato distrutto? Poteva avere a che fare con una maggiore apertura alla libera interpretazione delle Scritture rispetto all'ortodossia trinitaria, e all'approccio 'popolare' di Ario, che scacciato più volte dalle chiese ortodosse si era messo a diffondere le sue idee scrivendo canzoni?
 
Può darsi che fu proprio l'ascolto di una delle canzoni a far traboccare il vaso della pazienza di Alessandro. Ario era già stato scomunicato verso il 300 da Pietro I, quinto patriarca di Alessandria. Ai tempi Alessandro faceva parte di quella parte del clero che non capiva del tutto i motivi di tanta intransigenza: evidentemente Ario aveva qualità a cui gli ortodossi non avrebbero voluto rinunciare. È ovvio che fosse un valido predicatore, un pensatore interessante e, malgrado fosse destinato a essere ricordato come un eresiarca, non così dogmatico: disposto a discutere le sue idee, inconsapevole della stretta che sarebbe arrivata quando il cristianesimo fosse diventato con Costantino una questione di Stato. Questo partito moderato e dialogante fu quello che alla morte di Pietro I portò sulla cattedra di Alessandria il predecessore di Alessandro, il patriarca Achilla. Con Achilla, Ario viene reintrodotto nella comunità dei credenti alessandrini, in seno alla quale però il suo carisma è tale che ora sono i suoi oppositori a rischiare di essere accusati di eresia. Per risolvere la questione Achilla convoca un concilio ad Alessandria, ma muore prima di prendervi parte, e Ario diventa un possibile candidato alla sua successione. Alla fine però gli ortodossi la spuntano (del resto la spuntano sempre, a volte quasi per caso, ed è il motivo per cui li chiamiamo ortodossi: se anche solo una volta non l'avessero spuntata, oggi chiameremmo ortodossi gli ariani o i monofisiti). 

Benché Ario sia il candidato più popolare, i presuli eleggono Alessandro, a cui non resta che prendere atto che la frattura ormai è insanabile: quello che insegna Ario non è più cristianesimo. E siccome quest'ultimo non ha la pazienza di discuterne ai sinodi, ma insegna le sue canzonacce al volgo che le ripete per strada senza accorgersi dei marchiani errori dottrinari, ebbene, la condanna dev'essere ferma e recisa. Alessandro a questo punto ha passato la sessantina, è sopravvissuto a più di una persecuzione e forse non è preparato a quello che succede poi: ovvero a una severa reprimenda del potere politico, perché l'eco della sua polemica è giunto all'Imperatore Costantino, che per la prima volta ha deciso di intromettersi nelle discussioni di questa dottrina che fino al 313 era fuorilegge e ora sta per diventare la religione di Stato. E tuttavia Alessandro non cede e riesce a ottenere che l'imperatore convochi un concilio universale, o come si diceva allora, ecumenico: si terrà a Nicea nel 325, alla presenza dell'imperatore che a quanto pare non si perdeva una seduta (chissà a quali trucchi ricorreva per fingersi sveglio). Non sappiamo esattamente come Alessandro abbia perorato la sua causa a Nicea; in quella sede fu probabilmente Ario a mettersi nei guai da solo, con la sua disponibilità a discutere tesi che la maggior parte dei vescovi presenti non poteva accettare. Alessandro probabilmente era già malato e fece appena in tempo a godersi la vittoria contro l'avversario: morì nel 328, prima di scoprire il voltafaccia di Costantino che dopo Nicea avrebbe riaperto le porte agli ariani, addirittura favorendoli. Gli ortodossi comunque l'avrebbero spuntata anche stavolta, ma questa è ormai un'altra storia.

mercoledì 29 gennaio 2025

Nessuno è stato stronzo come Dylan (ma Chalamet s'impegna)


(Premessa che non c'entra quasi nulla con A Complete Unknown e quindi si può allegramente saltare)

Qualche tempo fa, non sapendo cosa guardare ho visto The King, un film del 2019 in cui Chalamet, non sapendo chi interpretare, interpreta Enrico V d'Inghilterra. È un film curioso perché Shakespeare ha fornito il materiale per una saga in tre stagioni, mentre gli sceneggiatori hanno deciso di tenere soltanto qualche suggestione (l'idea che Enrico da principe passasse il tempo nelle bettole con Falstaff), e raccontare un'altra storia, che sostanzialmente è... Dune. E notate che è un film del 2019. Ma c'è quasi tutto: un erede un po' recalcitrante ma che a un certo punto accetta l'idea di essere l'Eletto, onde per cui si fa convincere a guidare un esercito nella battaglia definitiva, senonché verso la fine (spoiler) una donna gli fa venire il sospetto di essere stato manovrato come un pupazzo, e di non essere l'eletto di un bel niente. È un canovaccio che davvero somiglia più a Herbert che a Shakespeare, e non mi pare che fosse molto diffuso prima di Herbert; anzi ho la sensazione che stia diventando popolare adesso,  un altro film che ha un canovaccio simile ad esempio è il Blade Runner di Villeneuve; anche gli ultimi capitoli di Matrix e Joker se ho capito bene giocano sulla demistificazione dell'Eroe, insomma è una storia che fino a qualche anno fa non ci raccontavamo e di colpo ce la stiamo raccontando sempre più spesso. Forse ci dice qualcosa di noi, ma cosa? Che dovremmo smetterla di considerarci gli Eletti; che questa convinzione ci rende infelici oltre che pericolosi a noi e agli altri. Finirla con un certo calvinismo, finirla con un certo messianesimo troppo autoriferito. Se è la storia giusta al momento giusto, forse questo spiega il successo di Timothée Chalamet, un attore bravo e persino versatile, eppure sempre con l'aria di essere lì perché è l'amico di uno importante, una combinazione di ingenuità e arroganza che ti fa sempre istintivamente prendere le distanze. Chissà cosa avrebbe fatto con Dylan, mi sono domandato. E appena ho potuto sono andato a vedere A Complete Unknown.

(Se volete potete cominciare qui).

Forse davvero Bob Dylan contiene più moltitudini di ciascuno di noi. A questo punto Scorsese gli ha già dedicato due documentari, mentre di biopic ne abbiamo avuti altri due: fatevi venire in mente un altro artista vivente ispiratore di tanta produzione audiovisiva. E malgrado questo, ci sembra ancora di essere in superficie: i due film sembra che lo facciano apposta, uno si chiama Non sono qui e l'altro Un completo sconosciuto. Quest'ultimo si limita a inquadrare una brevissima stagione (il quinquennio 1961-1965), ma come ha osservato Alessandro Carrera (che su Dylan è autorità definitiva) lascia fuori talmente tante cose interessanti che potremmo farci un altro film. Sul serio: potremmo lasciar fuori Pete Seeger – tanto nessuno riuscirà mai a interpretarlo come Ed Norton – e metterci Dave Van Ronk, che in A Complete fa da tappezzeria: ma è stato lui a lasciare a Dylan uno spazio sul divano del suo appartamento nel Village, e uno slot di dieci minuti sul palco del Gaslight Café; è stato Van Ronk il primo a farsi fregare un pezzo da Dylan, il suo arrangiamento di The House of the Rising Sun. Potremmo mostrare un Dylan sconosciuto che guarda la Baez in tv cantare Silver Dagger, con i canini che brillano ai riflettori, cercando di restituire quel misto di invidia, di senso del pericolo e di attrazione che deve aver provato. La scena in cui finalmente la incontra di persona ma non se ne accorge perché ci sta provando con la sorellina Mimi, mentre Joan si domanda chi è quel campagnolo e perché puzza così tanto. Potremmo inserire il viaggio a Roma per fare una sorpresa a Suzie Rotolo che forse non lo voleva tra i piedi. Potremmo mostrare tutte le volte che è stata Suzie a dire no, non ci andiamo a vedere il solito film romantico in bianco e nero, invece andiamo a una mostra o a teatro perché è ora che impari due cose sul mondo. Potremmo mostrare un Bob terrorizzato dall'idea di passare due ore su una poltrona a guardare una cosa di Brecht, e poi rimane folgorato da Jenny dei Pirati e decide che questo bisogna fare: canzoni che avvisino il gentile pubblico che sarà giustiziato prima dell'alba. Potremmo mostrare un Dylan molto più sardonico, a patto di trovare un interprete che sappia cantare i talkin' blues che facevano scoppiare a ridere gli avventori del Gaslight: apparentemente Chalamet non ci è riuscito, ma chissà se gli hanno chiesto di provarci. Potremmo soffermarci un attimo su quanto fosse una iena Grossman, il suo agente, col quale poi sarebbe rimasto in causa per vent'anni. Potremmo mostrare Dylan in sala di registrazione che cerca subito di fare qualcosa di elettrico con Mixed Up Confusion, ma deve rinunciarci perché non è capace, non riesce a suonare a tempo, per cui da subito il folk è un ripiego. 

Potremmo togliere una Blowin' in the Wind, che nel film si sente tre volte, e aggiungere una Hattie Carrol. Potremmo mostrare davvero la scena del perfido Zantziger, sudista ubriaco che si mette a bastonare una povera cameriera afroamericana che muore di spavento, e se la cava col minimo della pena: e tutto questo all'indomani della Marcia su Washington, proprio quando Dylan ha deciso che è ora di cantare la rivoluzione sul serio. Potremmo mostrare Dylan coi capelli corti sul Mall di Washington, davanti a centinaia di migliaia di afroamericani che non giocano alla rivoluzione, che stanno davvero rischiando la vita (i razzisti li aspettavano agli incroci, tiravano alle corriere) – Dylan che sceglie con cura le canzoni meno adatte all'occasione, e anche in quel caso la Baez che ci mette una pezza. Potremmo inserire qualche pantera nera, Malcolm X, o anche solo Emmett Till (come in Ali di Michael Mann), perché a quel bambino linciato per un saluto Dylan dedicò delle sue canzoni più barricadere, e poi per qualche motivo si vergognò di avergliela dedicata. Sicuramente non dimenticheremmo quella volta che doveva ritirare un premio a una cena di liberal americani, ma arrivò ubriaco e si mise a raccontare che aveva tanti amici che andavano a Cuba, e che a volte si sentiva un po' l'assassino di Kennedy. E l'incontro coi Beatles, o quella volta che ascoltò The House of the Rising Sun rifatta dagli Animals e saltò sulla sedia: qualcuno aveva rubato la stessa canzone di Van Ronk e aveva cambiato la storia della musica, e non era lui, fuck fuck, fuck. Mostrare qualche seminterrato in cui "mescolavano le medicine" – affrontare con meno censure gli aspetti più sordidi del sottobosco di Manhattan, o almeno qualche canna ogni tanto, per il realismo. Perché questa cosa che fumassero tutti continuamente ma solo roba legale, come dire. 

Potremmo mostrare Phil Ochs, anche solo per allontanare il sospetto di una congiura del silenzio: nessuno parla mai di Phil Ochs (e Love Me I'm a Liberal sembra scritta ieri): potremmo mettere la scena in cui Dylan lo caccia dalla limousine, anche se forse era un semplice taxi. Forse non faremmo in tempo a mostrarlo scambiare frecciatine con Andy Warhol, forse nel 1965 ancora non aveva incrociato né la modella Edie Sedgwick né l'ex coniglietta Sara Lownds (dal 1966 Sara Dylan). Ma insomma il senso è che potremmo raccontare una storia completamente diversa. Potremmo addirittura evitare la battaglia di Newport, che sembra a tutti così fondamentale, ma in sostanza fu un set di venti minuti in cui qualcuno fischiò Dylan, forse perché si aspettava ancora canzoni folk e Dylan era stanco di suonarle: o forse perché il sound system non era adatto e quindi il pubblico sentiva soltanto un gran frastuono. Qualche fan se la prese male, ma non così tanti: e nel frattempo Like a Rolling Stone stava uscendo nei negozi e avrebbe venduto più di tutto quello che aveva pubblicato fino a quel momento, quindi davvero: perché ogni volta bisogna descrivere Newport come una battaglia campale? Cioè, sul serio Mangold ha girato un film su Dylan in cui il nemico numero uno di Dylan è... Alan Lomax? 

Trovatevi qualcuno che vi guardo come Suzie, sul serio.

Alan Lomax era uno studioso e appassionato di musica popolare che odiava le contaminazioni pop. Magari non il personaggio più simpatico della storia di Bob Dylan, anche se siamo tutti Lomax due o tre volte al giorno, quando alla radio sentiamo roba improponibile e malediciamo i gusti correnti e l'inevitabile decadimento di soluzioni che una generazione fa erano ancora arte popolare e adesso sono sottoprodotti industriali. Siamo tutti sempre più Lomax, man mano che invecchiamo; Dylan ad esempio a settant'anni incideva i pezzi di Sinatra, mica quelli di Lady Gaga: e se qualcuno gli facesse il tiro che lui fece a Newport, se invece di presentarsi sul suo palco con la batteria arrivasse con una drum machine, lui lo licenzierebbe senza battere un ciglio. Lomax è il bersaglio più facile del mondo, immagino che il recensore del Giornale lo abbia già definito radical chic e sono abbastanza sicuro che nella sua recensione Dylan abbia trionfato a Newport contro il Politically Correct che prevede che le canzoni dei neri le cantino i neri. Ecco perché deve avere tutto questo rilievo la più che comprensibile incazzatura di Lomax; ecco perché Newport deve essere il tempio da cui Dylan fu cacciato, quando è oggettivo che in quella situazione si comportò da stronzo. Era un festival folk, ma lui aveva un disco elettrico da promuovere e decise di fare casino. Fine. Qualcuno lo fischiò, ma nessuno lo crocefisse. Lui se la prese, e gli rimase una rogna per qualche anno, dopodiché non ne ha più parlato.

Mi dispiace doverlo scrivere, perché il film è ben fatto come sa ben farli Mangold, ma temo che questo Dylan Cacciato dal Tempio sia una pagina di vangelo calvinista: l'unico Dylan che può interessare alla sensibilità del tardo capitalismo. Non un rivoluzionario, non un un artista che cerca di evolversi, ma più concretamente un furbastro del Midwest che si prende gioco di tutti questi liberal newyorkesi, questi hobo-chic che giocano alla rivoluzione; Dylan fa il nido nei loro club, copia tutto quello che può servirgli, ma il suo destino è un altro: lui è un Predestinato al Successo. Tutti i comprimari esistono in relazione a lui, e soltanto finché servono a lui: Woody Guthrie è il profeta da cui ereditare la missione, Pete Seeger il padre da tradire, Lomax il censore da abbattere, Joan la rivale da sconfiggere e "Sylvie" la damigella che lo attende alla finestra, e che lo molla per una banale forma di gelosia – almeno hanno avuto il buon gusto di non chiamarla Suze, dato che non lo è. 

Ma insomma, esiste solo Dylan. Gli amici sono come le chitarre acustiche: utili e maneggevoli, finché non diventano ostacoli. Il prezzo della fama è scoprire negli occhi ammirati degli altri il verde dell'invidia. E basta, a parte il Successo non c'è nient'altro: l'amore è una parola di quattro lettere, le canzoni non fanno le rivoluzioni ma a dimostrare chi è il migliore: a quel punto si poteva davvero far partire i titoli di coda con Positively 4th Street, la canzone in cui Dylan di alta classifica non ha più niente da dire se non: ce l'ho fatta, sono il meglio, e chi non è con me è contro di me. È più o meno quello che ogni rapper deve ripetere oggi un paio di volte ad album; sono il migliore, sono l'Eletto, mangiate la polvere, voi non mi state criticando; mi state solo invidiando. Dylan non si è mai concesso un dissing ma con Positively ci è andato abbastanza vicino. 

Nel mio film (per fortuna non so scriverli), Dylan è un ragazzo in balia degli eventi, che vive in un mondo che può finire da un momento all'altro: nel suo Midwest i contadini costruiscono rifugi antinucleari. Anche la rivoluzione è un'opzione, e per qualche mese del 1963-1964 può veramente aver creduto di esserne l'araldo. Il suo terzo disco, The Times They Are A-Changin', è un monumento di realismo folk; la canzone che gli dà nome è un inno che dà i brividi – li avete sentiti al cinema, ed era la seconda volta, se avete già visto Watchmen. È l'annuncio di un mondo nuovo che farà a meno di tante persone inutili, proprio come Jenny dei Pirati. Dopodiché è successo qualcosa che nessuno ci ha raccontato. Forse, banalmente, Dylan ha avuto paura. Era solo un ragazzo, di mestiere scriveva canzoni e le cantava nei teatri, la rivoluzione avrebbe richiesto un impegno e un'attenzione che non erano alla sua portata. Signore, risparmiami questo calice. Nel giro di pochi giorni Kennedy è morto e negli USA sono arrivati i Beatles: una coincidenza che lo stesso Dylan ha ricordato in una delle sue ultime canzoni inedite, l'incredibile Murder Most Foul. Imbracciando una chitarra elettrica, Dylan ha scelto tra pop e Movimento per i diritti civili. Non se ne è mai pentito. Negli anni successivi, mentre i suoi connazionali scoprivano di essere impegnati direttamente in una sanguinosa guerra in Vietnam, Dylan non ha mai voluto scrivere una canzone sull'argomento. Nel mio film insomma Dylan sarebbe uno dei tanti che per un attimo crede di essere l'Eletto, ma poi cambia idea per un soprassalto di paura o di ragionevolezza. E a recitarlo chiamerei Timothée Chalamet, tra l'altro ho visto che se la cava anche a cantare. E per questi ruoli un po' stronzi è l'uomo giusto.

mercoledì 6 novembre 2024

Pavia è una provincia della mente


Tutti con in mano birra e Camogli / noi senza fidanzate troie né mogli. Sidney Sibilia continua a raccontare la stessa storia, il che non è per forza un male, finché la sa raccontare. Ci sono scelte che a questo punto dobbiamo accettare come autoriali, ad esempio il fatto che non senta la necessità di costruire un personaggio femminile non dico complesso (neanche i personaggi maschili sono molto complessi), ma almeno un filo simpatico. Era una cosa che saltava agli occhi già al secondo Smetto quando voglio, nel momento in cui persino la necessità di raddoppiare i membri della banda non portava all'ingresso di nessun cervello in fuga femminile: in un film di simpatici mascalzoni le donne dovevano restare esclusivamente Principi di Realtà incarnati, poliziotte o fidanzate incazzose. In dieci anni Sibilia avrebbe avuto tutto il tempo per imbarcare qualche ragazza terribile nelle sue ciurme di simpatici corsari, ma se controllate non è successo, anzi il contrario: mentre Hollywood persevera nel piano di portare le donne a vedere i supereroi ficcando attrici donne nei costumi da supereroi, Sibilia persiste ostinato in un immaginario anni '80 in cui le ragazze sono confinate ai bordi della storia, donzelle da salvare o trofei da conquistare. La Silvia dell'Uomo ragno è persino più antipatica della Gabriella dell'Isola delle rose: gli sceneggiatori non si preoccupano nemmeno di occultare quanto il suo interesse per Max sia direttamente proporzionale all'affermazione commerciale di quest'ultimo. Le storie di Sibilia, dobbiamo accettarlo, sono storie di maschi: forse non è in grado di raccontarne altre, forse filano così bene proprio perché non prova nemmeno a farle diverse. E anche al pubblico femminile piacciono così, mi pare.

– Potrebbe essere una forzatura considerare Hanno ucciso l'Uomo Ragno come un prodotto di Sidney Sibilia, che credo abbia diretto solo la prima puntata. E però tutta la serie aderisce perfettamente a un genere che ha inventato lui, e che malgrado funzioni così bene, continua a girare quasi solo lui: come definirla, una storia alla Sibilia? È indicativo che in italiano non mi venga in mente nessuna etichetta, e in inglese subito una: Rag to Riches, dalla miseria al successo. (È indicativo che in italiano un modo di dire similmente allitterante indichi la situazione inversa: dalle stelle alle stalle). Dove la miseria iniziale non è certo quella dei romanzi anglofoni ottocenteschi; è più una marginalità, una provincialità, dalla quale i protagonisti lottano per affrancarsi con mezzi quasi sempre scorretti: i cervelli in fuga di Smetto quando voglio sintetizzavano molecole proibite, l'ingegnere matto dell'Isola delle Rose costruiva una piattaforma esentasse, Erry taroccava le cassette, e gli 883... no, gli 883 non hanno fatto quasi niente di male, dai. O no? Perché a volte mi viene il dubbio di averli odiati molto, ma a questo punto non ne sono più sicuro.


Ma chi sarai per fare questo a me. Guardando Hanno ucciso l'Uomo Ragno, mi sono reso conto che conoscevo tutte le canzoni del loro primo disco. Questo è imbarazzante. Ufficialmente io appartengo a quella comunità di persone che gli 883, all'inizio dei Novanta, "non li calcolavano", non riuscivano nemmeno a disprezzarli: erano semplicemente non-musica. Anche dopo le rivalutazioni di rito, credevo di aver sempre provato nei loro confronti una gamma di emozioni che va dall'indifferenza al fastidio. Il fastidio, in particolare, dipende dall'estrema cantabilità dei loro pezzi, che mi restano in testa per settimane intere; l'unica possibilità è sempre stata cambiare immediatamente la frequenza appena li sentivo arrivare, ed evitare come la peste ogni network che frequentavano, ovvero tutti. Dunque io da trent'anni mi sto raccontando di avere sempre evitato gli 883; e tuttavia questo "fastidio" non è mai diventato "odio", come avveniva anche solo pochi anni prima per contenuti merceologicamente simili: tuttora io so di avere odiato il giovane Jovanotti, con un'intensità che lascia alcune tracce nella mia psiche. Laddove no, non ho mai odiato Max Pezzali, perché avrei dovuto? La spiegazione che mi sono sempre dato è cronologica: quando sentii Non me la menare su K Rock Scandiano, io avevo già 18 anni. Non potevo che considerarla roba da ragazzini, e perché mai avrei dovuto prendermela coi ragazzini? Jovanotti era diverso, era un coetaneo che faceva lo scemo, sembrava volerti cavare gli schiaffi dalle mani a forza di sorrisi idioti. Gli 883 sono stati forse il primo prodotto che sembrava destinato a una generazione più giovane. Detestarli sarebbe stato come strappare caramelle ai bambini. D'altro canto, non potevo neanche permettermi di ascoltare un ragazzo più o meno della mia età che cantava "a me piacciono le birre scure e le moto da James Dean" senza provare vergogna per lui. Avrei ascoltato altro, francamente non ricordo nemmeno cosa. I Soundgarden, o gli Stone Roses. 

E allora come mai quel primo disco lo so quasi a memoria?

Basta uscire più di dieci chilometri / Che noi stronzi ci perdiamo. C'è una spiegazione quasi convincente, ovvero: mi avevano bocciato alla prova pratica per la patente. Il primo disco degli 883 esce in un momento in cui non ho ancora il controllo dell'autoradio, e tuttavia esco due o tre sere alla settimana. E siccome vivo in provincia, "uscire" significa infilarsi nell'auto di un coetaneo, sperando che sappia guidare, una cosa che a rifletterci mi dà ancora oggi brividi retroattivi. Il primo disco degli 883 è una delle cassette che imparo a memoria sul sedile posteriore dei miei amici o amiche. Se penso a un altro disco che ho conosciuto in questo modo, mi viene in mente il primo di Ligabue. Non coincidentalmente, in entrambi i dischi c'è almeno un brano che sembra parlare di "noi" che ci aggiriamo nella provincia di notte cercando la vita (e scansando la morte a ogni sorpasso). Ma se la comitiva di Sogni di rock'n'roll sembra quella dei miei amici più vecchi ("qualcuno ha imbarcato, il più scemo le ha prese e ha una faccia così"), quelli di Con un deca e di Rotta per casa di Dio sono di un lustro più giovani, e completamente sterilizzati: nessuno imbarca, nessuno le prende, è tutta gente ancora orfana della sala giochi. Sogni di rock'n'roll mi commuove al primo ascolto, Con un deca mi deprime. Forse per lo stesso motivo per cui a tutti oggi piace rivalutarla. Magari oggi vi piace riconoscervi nelle foto brufolose di quegli anni, ma gli specchi non sono belli quando ti arrivano in faccia senza preavviso. Ligabue ci consentiva di immaginarci un po' più stagionati, un po' più vissuti. Questa casa non è un albergo ci ricordava che vivevamo ancora coi nostri genitori.

Aeroplano che te ne vai / lontano da qui chissà cosa vedrai. Ci sono altre spiegazioni, apparentemente più profonde, legate ai contenuti. Oggi se un cantante riesce a specchiare due o tre atteggiamenti della sua generazione, ne siamo già abbastanza contenti. Nel 1992 non mi bastava. Ero esigente. Avevo degli ideali, non mi ricordo neanche quali, in ogni caso non tolleravo la mediocrità. I cantanti avrebbero dovuto cambiare il mondo, o almeno provarci; questo Pezzali che si struggeva perché a Pavia c'erano poche discoteche mi ispirava un disgusto abbastanza ideologico. Doveva sembrarmi un involucro vuoto; la sua adolescenza era una sala giochi, il suo obiettivo una discoteca piena di tipe in tacchi alti. Tutto qui, in confronto Ligabue era un esistenzialista. Nel frattempo crescevo, mi diplomavo, università, e intanto facevo volontariato nell'Agesci. Un altro flash: io che tiro giù testo e accordi di Aeroplano per cantarla coi lupetti. I lupetti (10-13 anni) volevano cantare Aeroplano, e io acconsento ad accompagnarli con la chitarra. Capite cosa fa il volontariato alla gente. 

Ma non so se crederci o no. I personaggi di Sibilia vogliono evadere da una mediocrità che può essere economica (Smetto quando voglio), culturale (Mixed by Erry), o... geografica? Hanno ucciso l'Uomo Ragno potrebbe essere sottotitolata 1991 fuga da Pavia. A differenza di tanti altri eroi che "hanno un sogno", per buona parte del percorso Max non sa nemmeno esattamente cosa vuole. Tutti in quegli anni credevamo di poter fare i musicisti e i cantanti: lui nemmeno tanto, sembra arrivarci per caso (un altro flash: a vent'anni finisco di scrivere una canzone. Non so più perché mi ostino a scriverle, tutti i gruppi si sono sciolti, non ho un target preciso, mi aggiro esausto in un sogno inflazionato. La registro, la riascolto. Non è male, è molto cantabile. In effetti è troppo cantabile. Sembra un pezzo di Pezzali. Smetto di scrivere canzoni. Maledetto Aeroplano). 

Due discoteche, centosei farmacie. Quel che Pezzali ha chiaro sin da subito è che non vuole studiare e non vuole lavorare, perlomeno non nel dignitosissimo negozio di suo padre. E ce l'ha con Pavia, ce l'ha con la provincia, dove "non succede mai niente". Una cosa che in quegli anni ho sentito dire da centinaia di persone, che si incontravano in posti dove stava succedendo qualcosa. Un altro flash. Ho lasciato lo scoutismo, ho fondato un circolo culturale con ex compagni di liceo. Fondiamo una rivista, poi ne fondiamo un altra, cominciamo ad attirare un po' di gente. A un certo punto arriva un coetaneo altissimo che s'intende già di musica, mi sembra di conoscerlo perché ai concerti la sua testa spunta sempre tra me e il palco. Ci spiega, dati alla mano, che viviamo in una delle zone più interessanti del mondo per offerta musicale. Ci guardiamo smarriti: siamo in via Giardini, tutt'intorno c'è Modena, tutt'intorno c'è la provincia di Modena. Sbagliato, ci spiega paziente il giovane Damir Ivic: tutto intorno a noi c'è una conurbazione che da Bologna arriva almeno fino a Reggio, dove nel giro di una sera un automunito può spostarsi dal Link al Maffia e godere di una varietà di proposte che si può paragonare solo a quella di Londra (o forse Berlino). Quindi, insomma, cos'è la provincia? È vivere su un'autostrada piena di possibilità, e concedersi il lusso di ignorarle ? In Italia sicuramente esistono province vere, lontane centinaia di chilometri dal progresso economico e culturale: ma non era la realtà mia, o di Pezzali. Si potrebbe argomentare il contrario: gli 883 ce la fanno perché la loro supposta provincialità si può aggirare in cinquanta minuti d'autostrada, che in quei beati anni senza autovelox di notte potevano contrarsi fino a una mezz'ora. Certe zone suburbane di Milano sono peggio servite. Mentre si strugge perché "in questa città non c'è niente", i suoi coetanei probabilmente gravitano già sulla Capitale Morale due o tre sere a settimana, o si godono il clima della città universitaria. Il "niente" che opprime gli 883 è qualcosa di più profondo che anticipa il sottovuoto spinto di molti interpreti della generazione successiva; è uno spazio arredato con accessori/feticci quasi sempre immaginari, in cui ogni tanto irrompe una realtà di mediocrità sconfinata: tappetini nuovi e arbre magique. È una qualità essere i portavoce di una generazione, se poi di quella generazione restituisci un ritratto piatto e sconfortante? 

Appuntamento alle nove e mezza ma io / L'ultimo flash: alla biblioteca Delfini appena aperta attacco una pezza a una ragazza, o forse è lei che attacca me. In ogni caso io nel frattempo ho preso la patente, così le propongo una serata al Circolo Left di Ponte Alto, dove al mercoledì non si balla lo ska, bensì c'è Tommaso Labranca che presenta a una dozzina di persone Andy Warhol era un coatto, leggendoci una disamina di Sei un mito che ricordo ancora. Era probabilmente la prima volta che riuscivo a portare fuori una ragazza. A Modena, anzi a Ponte Alto. Il mercoledì sera. Tommaso Labranca in carne ossa faceva l'esegesi degli 883. Ci credevamo in provincia, ci crediamo ancora.

mercoledì 21 agosto 2024

Forse hai sentito dire che mi drogo


(Un disco per l'estate 2024)

Riflettendoci, la definizione di Massive Attack del Basso Mantovano non portò fortuna ai Depre Caspica. La coniò un indieblogger nel periodo in cui una recensione favorevole costava un paio di biglietti omaggio alla sagra della polenta di Gonzaga, e in un qualche modo gli restò appiccicata anche dopo il repentino scioglimento, avvenuto durante un soundcheck alla festa della musica di Guidizzolo in cui volarono le panche. 

Così i Depre sono rimasti un fenomeno di ultranicchia, sconosciuti già sulle altre sponde del Mincio e del Po; forse è un peccato e forse è meglio così, prima o poi tutti si svendono e loro in particolare davano la sensazione di poterlo fare veramente per poco. Ma Forse hai sentito dire che mi drogo rimane un bozzetto interessante, Pianura lasciava intravedere una via mediopadana all'hip hop, e Autostrade continua a darmi un brivido, non so neanch'io perché. 

lunedì 19 agosto 2024

Amami per quello che sono, un condominio in condono

(Un disco per l'estate 2024)

Tra le meteore della discomusic italiana, Giorgio Di Giorgio non merita di essere ricordato soltanto con gli aneddoti sulle sue crisi d'astinenza (tipo quel mattino che lo trovarono in mutande tra Gabicce e Misano mentre cercava di sniffarsi la linea di mezzeria della SS Adriatica). Di Giorgio era un dj raffinato e un paroliere non privo di autoironia, come testimonia questo pezzo relativamente recente in cui si atteggia a stagionato gigolò di riviera.

venerdì 16 agosto 2024

Amami a pacchi

(Un disco per l'estate 2024)


 

Quando trent'anni fa Anselmo Focaccia, in arte Xilitolo, pubblicò la sua versione blueseggiante di Amami a pacchi, ci fu chi gridò alla profanazione del classico di Andrea De Fabrizi, un brano che in effetti dietro al nonsense celava una sua profondità. 

La situazione era un po' più complicata perché Xilitolo anche in sede processuale riuscì a dimostrare che il brano non era di De Fabrizi, ma risultava registrato a un tale "Robbi Giovannini", un improbabile bluesman di Goretto, delta del Po. Negli anni più di un musicologo, non avendo veramente niente di meglio da fare, ha tentato di dimostrare che Robbi Giovannini non era che Xilitolo sotto falso nome, il quale con un astuto sotterfugio avrebbe convinto i funzionari siae a retrodatare agli anni Sessanta un demo molto più recente. Ma Xilitolo non lo freghi, è uno che sgraffigna testi ad altri autori da una vita. 

Proprio quando ormai eravamo rassegnati, una sensazionale scoperta ha riaperto il caso: qualche anno fa, nel mercatino delle pulci di Alassio un egittologo in vacanza ha recuperato un 45 giri del 1959 di "Dario Balestra e la sua Orchestra" che probabilmente in seguito era stato usato come fondo per la sabbiera di un gatto, perlomeno questa è la spiegazione più plausibile per la peculiare cattiva condizione del reperto. E però anche se l'incisione era a brandelli, da quei brandelli si evince che lo sconosciuto Balestra stava cantando lo stesso testo di Robbi Giovannini, anche se su una base musicale che niente aveva di blues. E quindi, insomma, chi ha scritto davvero Amami a pacchi? E perché questo dovrebbe interessarvi? Eh vabbe' abbiate pazienza, ho questi quattro pacchi e non sapevo dove piazzarli. 

giovedì 15 agosto 2024

Sta' zitto quando parli


Sì, insomma, durante questa estate musicalmente discutibile mi sono preso la briga di sbobinare una conversazione che ho avuto con due membre delle Solite Stronze, un collettivo punk eccetera. Siamo al quinto pezzo e se skippate non vi biasimo.

Ecco, un brano che invece secondo me vi mette a fuoco è Sta' zitto quando parli.

Ma datti fuoco a te, coglione.

Scusa, è solo un modo di dire... mettere a fuoco significa definirsi meglio, come... come gli obiettivi delle macchine fotografiche che...

Delle macchine cosa?

Ops.

Ehi lo hai sentito? Ha detto "macchine fotografiche".

Vabbe' dai, non vuol dire, anch'io ne ho una a casa, ce l'aveva mia nonna.

Senti, ma il nostro album come l'hai ascoltato, col grammofono?

Va bene, ho capito, siete tanto punk e trasgressive e avete questa necessità di trattarmi come il nonno rincoglionito, anche se a conti fatti il punk è più vecchio di me...

Ma non si è rincoglionito.

E lo fate proprio mentre stiamo ascoltando una canzone come Sta' zitto quando parli, che addirittura parodizza Lucio Battisti.

Lucio chi?

Non fare la furba, dai. Sai benissimo chi è Lucio Battisti.

È quello con la barba e il berretto di lana?

Naaah, quello era Caruso.

State cercando di negare che Sta' zitto quando parli sia una parodia dei Giardini di marzo, malgrado gli evidenti debiti intertestuali?

Noi neghiamo sempre tutto.

No Future.

Ma anche No Past.

Soprattutto No Past. E aggiungo Fuck. Fuck the past.

Comunque anche stavolta il brano termina con una sorpresa che mette un po' tra parentesi tutto il brano, credevamo che la voce cantante non sopportasse un tizio che non riesce più a stare zitto, e invece capiamo che l'ha portato in un parco...

...per limonarlo.

E adesso ci dirai che questa cosa non ti sembra così femminista.

No, io non vi sto dicendo niente.

Perché ce lo devi spiegare tu, il femminismo.

No no, io non spiego niente.

Ma anche stavolta si tratta di capovolgere il punto di vista, cioè ti piacerebbe essere trascinata nel parco da una tizia che non ha nessuna intenzione di ascoltare quello che dici, una che da te vuole una semplice e immediata gratificazione di natura fisica e poi mandarti affanculo?

Ah quindi è un capovolgimento delle parti che dovrebbe servire a farci capire come ci si sente quando...

Non cercare di spiegare una canzone a chi l'ha scritta, idiota. Tra l'altro lo sai quanto ci ho messo a scriverla?

Non saprei?

Meno del tempo che ci stiamo mettendo ora a parlarne. Andiamo avanti.

Puoi almeno dirmi se hai mai sentito I giardini di marzo e...

Ho detto andiamo avanti, nonno!


domenica 11 agosto 2024

Sesso con gli ursidi

(Prosegue l'intervista con le solite stronze, nel senso della punk band che si fa chiamare Le Solite Stronze e devo dire che è un nome che comincia a convincermi).

Siamo arrivati al quarto pezzo del vostro album, che è anche il più... come dire...

Con parole tue.

Beh ecco devo dire che all'interno del vostro album, che è un po' più eterogeneo di quanto possa sembrare al primo ascolto, Sesso coi coleotteri è il pezzo più eterogeneo, almeno dal punto di vista musicale.

A me fa cagare.

Non sembra un pezzo delle Solite Stronze, ecco.

In effetti è un pezzo che viene da prima... cioè è una cosa a cui stava lavorando Claudia Azzolina, che nel brano suona anche il violino, credo.

Un cazzo di violino, ti rendi conto.

Quando abbiamo deciso di mettere su il gruppo, Claudia è stata un elemento prezioso, però...

Ha subito cominciato a dire, ehi, potremmo fare questa stronzata! potremmo fare quest'altra stronzata! insomma aveva già dei pezzi da parte e non c'entravano molto col mood del collettivo.

Allora alla fine ha ripreso questa, e ha aggiunto la prima strofa sugli orsi perché sembrasse collegata alle altre. Già il pezzo aveva poco senso prima, secondo me.

Ecco appunto, un'altra cosa che volevo chiedervi...

Volevi chiederci il senso di Sesso con gli ursidi?

Sarete d'accordo che è una composizione abbastanza enigmatica.

Noi non siamo mai d'accordo e comunque io trovo più che sia un mucchio di merda senza senso.

Lo dici anche, a un certo punto, quando fa: "sesso coi semafori! Ma in che senso?"

Perdio Sesso coi semafori, ma che cazzo significa.

Eh speravo che me lo spiegaste voi.

Ma per chi mi prendi, io non ho la minima idea di come si possa fare sesso con un cazzo di semaforo, non saprei proprio da che parte prendermelo.

O mettermelo.

Cioè non dico che mi fa schifo, ma è comunque un semaforo, chi è che trova sessuali i semafori.

Beh devo dire che da questo punto di vista forse la musica è una chiave... nel senso che al di là del testo è una canzone serena, che mette allegria

Questo sì, è una canzone molto allegra da cantare.

...per cui magari l'intenzione della vostra collega era comunicare un senso di liberazione dalle inibizioni che...

È una polimorfo-perversa.

Questo indubbiamente, ma lo siamo un po' tutti in una fase della crescita.

Tipo tre anni? Lei si è bloccata lì, poveraccia.

Io non so se possiamo continuare a suonare con lei, cioè a parte il fatto che siamo un gruppo punk e lei si presenta col suo cazzo di violino...

Ma è molto brava ad arrangiare, e ha un sacco di idee.

Vabbe' ma poi lo lascia in giro e io non voglio neanche toccarlo, cioè hai idea di cosa può farci con quel violino mentre siamo nell'altra stanza.

Lady ma dai, su.

Sono seria, cazzo, cioè una che si eccita coi semafori lo capisci che può farlo con qualsiasi cosa.

Dovremmo mostrare una mentalità più aperta.

Io lo sai quanto sono aperta, ma cazzo, i coleotteri? La eccitano gli scarafaggi?

Ma magari intende le coccinelle,

Ah beh allora.

Più probabilmente credo che anche in questo caso si tratti di un'iperbole, e comunque mi sembra che il brano dica che c'è qualcosa di peggio di concupire i semafori o i coletteri.

Cosa c'è di peggio?

I vigili urbani.

Ah vabbe'.

sabato 10 agosto 2024

L'implacable enfant



Nessuno sa davvero quando e chi partecipò al Projét Verlaine: probabilmente un emulo di Léo Ferré, magari coadiuvato da un imitatore di Serge Gainsbourg. Ma anche un po' di Boris Vian? Dipende, comunque le Feste Galanti erano lì, libere dai diritti, a disposizione di chi se le volesse prenderle, cantabili ed enigmatiche come i soliti quadri di Watteau che sembra indispensabile citare ogni santa volta.



Léandre le sot,
Pierrot qui d'un saut,
De puce
Franchit le buisson,
Cassandre sous son
Capuce,

Arlequin aussi,
Cet aigrefin si
Fantasque
Aux costumes fous,
Ses yeux luisants sous
Son masque,

– Do, mi, sol, mi, fa, –
Tout ce monde va,
Rit, chante
Et danse devant
Une belle enfant
Méchante

Dont les yeux pervers
Comme les yeux verts
Des chattes
Gardent ses appas
Et disent: "À bas
Les pattes!"

– Eux ils vont toujours! –
Fatidique cours
Des astres,
Oh! dis-moi vers quels
Mornes ou cruels
Désastres

L'implacable enfant,
Preste et relevant
Ses jupes,
La rose au chapeau,
Conduit son troupeau
De dupes?

venerdì 9 agosto 2024

Non so se hai afferrato il concetto


(Sto ancora intervistando Le Solite Stronze, un gruppo punk con una sua idea del femminismo che francamente boh, vabbe', andiamo avanti).

...E arriviamo al terzo brano dell'album, che è quello che personalmente ho trovato più perturbante.

Sei uno che si perturba facile.

Beh sì, diciamo che contiene immagini abbastanza forti, che possono dare fastidio...

Infatti sono abbastanza fiera di questa canzone, credo che siamo riuscite a essere, come dici tu, perturbanti, e anche molto volgari, ma senza usare nemmeno una parolaccia.

Che cazzo ci hai con le parolacce adesso.

Ma niente, sono una scorciatoia, è facile essere volgari con le parolacce, sono bravi tutti. Anche noi in altri pezzi ne abbiamo approfittato, invece qui...

Qui io volevo cantare STROOONZOOOO per tutto il ritornello, ma mi è stato impedito.

Sarebbe stato ridondante.

STROOONZOOOO! Senti come suona bene?

La faccio annusare ai plantigradi / piuttosto di darla più a te. Qui se non sbaglio c'è un riferimento a una polemica di un paio di mesi fa... scoppiata credo su Tictoc..

Una polemica veramente del cazzo, devo dire.

Sì.

Ma proprio del cazzo, cioè bisogna avere veramente una testa di cazzo atta a recepire soltanto pensieri a forma di cazzo per non comprendere il senso della provocazione. Cioè io nei boschi non ci vado mai perché non mi va di rompere i coglioni alla natura e cazzivari, ma se ci andassi e mi capitasse di incontrare un orso secondo te resto lì a farmi sbranare?

Suppongo di no.

Il punto è che centinaia di migliaia di donne in tutto il mondo hanno detto, sentite: se invece nel bosco incontro un uomo ho persino più paura. la notizia era quella...

...poi ovviamente certa gente ha la testa di cazzo e contro questa cosa forse è inutile lottare.

Questa canzone è un vero scoppio d'ira, e mi ha fatto pensare se avevo mai sentito altre canzoni così aggressive almeno dal punto di vista verbale. Mi è venuta in mente, non so se ce l'avete presente, I Wanna Destroy You dei Soft Boys...

Eh, come no, chi è che non ascolta i Soft Boys.

Ecco, come ovvio mi vengono in mente solo brani di gruppi maschili, che magari esprimono un forte desiderio di violenza, ma è sempre del tutto estroflesso, cioè, ti distruggo, ti anniento, ti spacco la faccia, e così via.

O gli Skiantos! "Quando t'incontro per la strada ti darei i calci nei denti"!

Anche, sì giusto. Voi qualcosa l'avete presa dagli Skiantos, non dite di no.

Non diciamo di no.

Invece in questa canzone c'è una violenza fortissima, che però è completamente introflessa, cioè capisco l'ironia e l'iperbole e tutto quanto, ma è una canzone sul distruggersi la vagina piuttosto di concederla a qualcuno. 

E questa cosa ti perturba.

Beh sì. Cioè ci vedo anche una pulsione autodistruttiva, masochistica...

"La riempio di polvere pirica!"  

Che tra l'altro è un dato che mi sembra di avere riconosciuto in altre autrici femminili, cioè un'insistenza sulla sofferenza e sulla mutilazione che magari è inferta dall'uomo, ma talvolta mi sembra quasi rivendicata con orgoglio, una specie di mistica del dolore che la trovi già nelle sante medievali e arriva fino al Racconto dell'ancella e probabilmente anche più in là. 

Capisco quello che intendi dire.

Davvero?

Ma è una stronzata. 

Va bene, andiamo avanti. A un certo punto c'è una citazione da Gianni Rodari e Sergio Endrigo, o sbaglio?

In che senso?

La rima ricci/Scandicci.

Aaah, quella. Beh non era consapevole, io pensavo più al mostro di Firenze.

Ah. Oh. Eeeeh. Uh.

Vuoi fare una pausa?

No, no, è solo che per un attimo ho visualizzato e... un'ultima cosa. A un certo punto tu, credo che sia tu, canti: "la chiudo e poi butto il lucchetto".

.

Ma scusa, capisco l'iperbole e tutto quanto, ma se butti il lucchetto vuol dire che non è più chiusa... forse volevi dire che buttavi la chiave.

Cazzo, ma non ci arrivi che le serviva la rima? "La chiudo e poi butto il lucchetto, non so se hai afferrato il concetto".

Sì, ma...

Perché ci stiamo facendo intervistare da questo idiota?

È l'unico che ci ha richiamato.

venerdì 2 agosto 2024

(Noi chi siamo?) Le Solite Stronze

Sarà l'estate delle Solite Stronze? Molto probabilmente no, ma in giro c'è perfino di peggio, e comunque sono le uniche così disperate da ricorrere a questo sito per farsi un po' di promozione. Segue una lunga chiacchierata con due membri (membre?) del collettivo, Lady Tourette e Pussy Via.

"Avete dei nomi veramente buffi, devo dire".

"La prima mezz'ora sono buffi".

"Già". 

"Io me ne sono già rotta i coglioni".

"Ecco, partirei da qui... anche se è una domanda abbastanza banale, giusto per rompere il ghiaccio... perché avete scelto l'anonimato".

"È uno pseudonimato, in realtà".

"Giusto. Ma in sostanza, nessuno sa chi siete".

"Ma chi vuoi che siamo, siamo stronze qualsiasi".

"Poi non mi sembra una grande novità. Sid Vicious mica si chiamava così..."

"Già perché voi vi definite punk".

"Ci definiamo punk?"

"C'è scritto sul bandcamp, aspetta...  Ci piace un certo tipo di punk e qualsiasi tipo di sesso purché vissuto con lancinanti sensi di colpa".

"Oddio chi l'ha scritta questa stronzata".

"Sarà stata Azzolina".

"Cheppalle anche Azzolina però".

"Azzolina è un altro membro del collettivo, se non sbaglio".

"Sì, è il membro che cerca di essere divertente".

"Madò che palla al cazzo".

"Quindi insomma non siete così punk".

"Ma certo che siamo punk, è quella cosa del sesso che non ha senso, ci piace qualsiasi tipo di sesso? come fai a dire una cosa del genere".

"No, ma levatele l'internet".

"Azzolina è quella che ha scritto Sesso con gli ursidi, ne deduco".

"Sì, diciamo che è responsabile di tutto quel côté lì, polimorfo perverso".

"Poli-che?"

"Quindi insomma voi non vi riconoscete necessariamente nelle note che ho letto sul vostro bandcamp, ad esempio, quella cosa del postmaschilismo..."

"Ah sì, quella".

"Bella stronzata".

"Le Solite Stronze sono un collettivo postmaschilista parzialmente inesistente".

"Guarda, è uno dei pochi casi in cui c'è stata davvero una discussione, cioè all'inizio c'era scritto postfemminista".

"Postfemminista?"

"Poi anche con Rosa ci siamo confrontate, e sembrava che fosse un modo di porci fuori dal femminismo, cosa che almeno per quanto mi riguarda non ha senso. Allora ci siamo dette..."

"Vaffanculo, mettiamoci postmaschilista".

"Come se avesse un senso".

"E ha un senso?"

"Boh, è un po' la classica trovata che fa discutere, quindi perché no... uno può anche ragionare così, dopo il maschilismo cosa può esserci?"

"Il femminismo".

"Per esempio".

"Quindi siete femministe".

"Di sicuro, anche se ci riconosciamo in ondate diverse... ma diventerebbe un discorso complesso".

"Più che altro una rottura di cazzo".

"In effetti date spesso la sensazione di giocare su una certa ambiguità, per esempio nel primo brano dell'album..."

"Ah, non so, quello l'ha scritto Rosa".

"È anche uno dei più ironici..."

"Sì, l'ironia è la sua cosa... penso che nasca tutto da una fantasia che a volte una persona può avere, quando ad esempio ti si rompe un rubinetto in casa, e la prima cosa che pensi è: ma per riparare questo rubinetto, chi mi devo scopare? E da qui nasce tutto un sogno a occhi aperti di Rosa che adesca un idraulico in un locale, poi se lo porta a casa e..."

"Che non mi sembra proprio una cosa femminista".

"Ma che cazzo vuoi saperne tu, invece questa idea di considerare l'uomo come un mero strumento che deve assolvere specifiche funzioni sessuali e/o manutentive e poi levarsi dai coglioni..."

"L'uomo oggetto, insomma".

"L'uomo oggetto, esatto. Voi avete rotto i coglioni per millenni con gli angeli del focolare".

"Direi che per due minuti possiamo anche ribaltare la prospettiva, non dico che sia il futuro del femminismo, ma..."

"Portrebbe trattarsi di postmaschilismo".

"Cazzo, sì".

"Scusa, devo chiedertelo. È proprio necessario che dici tutte queste parolacce?"

"È il mio personaggio".

"Ok, però..."

"Fottiti".



sabato 27 luglio 2024

Era il rivo strozzato che gorgoglia

(Un disco per l'estate 2024)


Ricapitolando: a metà anni Novanta qualche vocalist da villaggio turistico in Sicilia si mette a recitare versi di poesie nel tentativo di emulare un successo di Fiorello; l'esperimento fallisce, l'estate finisce, i vocalist tornano a Torino o Bologna a studiare boh, ingegneria... ma proprio in quel periodo e in quei luoghi, curiosa coincidenza, prende forma il progetto Ossi di Seppia: ovvero la versione trip hop della prima raccolta poetica di Eugenio Montale, uscita clandestina per l'etichetta Autori Avari. A distanza di trent'anni e più, nessuno ha ancora capito chi fossero gli OdS; chi sa tace, forse perché si vergogna o più probabilmente perché le poesie di Montale sono ancora coperte dal copyright. I pochi che ricordano il progetto stanno ancora aspettando le Occasioni.

giovedì 25 luglio 2024

Rifugio d'uccelli notturni

(Un disco per l'estate 2024)

(Non so se ci avete fatto caso, ma persino il livello dei tormentoni radiofonici estivi è in crollo verticale. Le cause possono essere molteplici; il successo dello streaming ha probabilmente determinato un tracollo culturale degli addetti alla programmazione radiofonica, ecc. ecc.. Comunque siamo a un punto in cui il tormentone potrei benissimo scoprirlo persino io, magari pescando tra gli episodi meno noti della discografia dell'ultimo mezzo secolo. Ad esempio:)  


Pochi rammentano che nel 1993 Fiorello con la sua versione di "La nebbia agli irti colli" non solo riscosse un travolgente successo, ma scatenò per emulazione una vera e propria sotto-scena della discodance siciliana, i cui vocalist si misero a saccheggiare i versi dei più celebrati poeti italiani nella speranza che funzionassero bene con delle basi techno. Speranza quasi sempre delusa, e in effetti questa vague disco-lirica è passata alla storia per la velocità con la quale riusciva a svuotare le piste alla domenica pomeriggio: i ragazzini schizzavano via, forse in cerca di biblioteche dove approfondire la conoscenza dei classici, ma siccome era difficile che ne trovassero aperte più probabilmente si davano alla droca. Comunque questa rimane l'ineguagliata hit di dj Quasimodo, Rifugio di uccelli notturni.

martedì 2 luglio 2024

(Non compie gli anni nessuno in particolare)

– Stavo pensando che all'età che mi ritrovo sarebbe anche il caso ogni tanto di scrivere un pezzo che esprima indignazione per il fatto che il mondo vada in direzioni che non avevo previsto e che nel futuro le persone non non vivranno come sono vissuto io, non ameranno le cose che ho amato io, non lavoreranno come lavoro io e forse non lavoreranno proprio nel senso che io do oggi al termine – del resto neanch'io sarei stato probabilmente un lavoratore nel senso che i miei nonni davano al termine (oddio anche mio padre credo che abbia sempre avuto dei dubbi su di me in tal senso). 

Alcuni alla mia età preferiscono non affrontare ancora la cosa di petto, magari partire da un segmento più ristretto, ad es. i gusti musicali, c'è gente in tutti gli asili nido del mondo che non ascolterà la musica che abbiamo ascoltato noi e probabilmente svilupperà gusti musicali diversi dai nostri, non trovate tutto questo intollerabile? Alla mia età pare che diventi intollerabile. 

Nei commenti di questo pezzo potreste dare il vostro contributo esprimendo solidarietà nei miei confronti e pena per chi viene dopo di noi, poveri esseri usciti da uno stampino a cui sarà per sempre preclusa una vera autentica esistenza, e suggerire anche motivi per cui questo è successo, potrebbe essere stata l'Intelligenza Artificiale o l'enigmatica Dittatura del Politicamente, fatto sta che dopo di noi il diluvio e non è che ci faccia piacere, però non possiamo che constatare che i tempora, i mores, è tutto andato a puttane esattamente nel momento in cui compivamo il 45esimo anno di età e ora ci aggiriamo scrollando la testa tra le macerie di questo disastro morale, ultimi superstiti di un'era di superuomini, sperando di incontrare qualcuno che ci capisca, poi da cosa nasce cosa. Purché non ne nascano bambini! Ci abbiamo già provato ma invece di dare la luce a individui perfetti come noi, maledizione, sono nate queste creature sciocche piangenti e puzzolenti che ascoltano la trep o i moleskin.

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