26 agosto 2004 - Enzo Baldoni viene ucciso in Iraq.
Dieci anni prima io ero uno studente sbarbato senza gusto né cultura. Come tutti i miei coetanei guardavo molti spot, dicevo di preferirli ai programmi ma mentivo. Cercavo di capire come funzionavano, persino di apprezzarli, ma la maggior parte era già copie di copie di copie. A metà '90 ormai di spot che mi facessero alzare dal divano non ne trovavo più, a parte uno.
È stato forse davvero l'ultimo spot che mi è piaciuto. Non avevo naturalmente la minima idea di chi l'avesse inventato; magari un americano o un francese, era difficile imparare certe cose a quei tempi. Non si sapeva davvero a chi chiedere. Valeva per la pubblicità e per tantissime cose che non si trovavano né sui quotidiani né sui libri di scuola.
Il governo italiano ha sospeso gli aiuti ai palestinesi
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martedì 26 agosto 2014
martedì 20 marzo 2007
ci vorrebbe un Nemico
(Avvertenza: questo pezzo contiene molte informazioni imprecise, perché questo è un pezzo sulle informazioni imprecise. Non ci tiene a dire "la verità" su Iraq o Afganistan: tiene solo a far notare quanto poco sappiamo su Iraq o Afganistan).Adesso tutti, sull’Afganistan, dovranno farsi un’opinione. Facciamo la guerra? Dialoghiamo coi talebani? Ce ne torniamo a casa e facciam finta di nulla? Ecc ecc.
Il problema è che dell’Afganistan nessuno sa niente.
Qui non è questione di informazione superficiale: l’informazione, semplicemente, non c’è. Non ci sono giornalisti, né da una parte né dall’altra. Possiamo avere mille, centomila opinioni, possiamo aggiornare i nostri blog o guardarci un bel programma di approfondimento: il problema è che non c’è nulla da approfondire, perché al mulino manca l’acqua, e l’acqua la portano soltanto i reporter. Nel giorno in cui siamo tutti felici perché Mastrogiacomo è tornato, vale la pena di notare questa cosa: ora laggiù non c’è nemmeno lui, ed è difficile pensare che qualcuno segua le sue tracce per parecchio tempo.
È un discorso che va esteso anche all’Iraq. Ogni giornalista, ogni cooperatore che è tornato felicemente a casa, è un giornalista o un cooperatore in meno sul territorio. Da quattro anni a questa parte le informazioni che abbiamo su questi due Paesi sono diventate sempre più confuse e frammentarie – il problema è che siamo troppo indaffarati, distratti o partisan per accorgercene. Del resto diamo per scontato di vivere in una piccola sfera dove le informazioni sono ovunque immediatamente accessibili. Sbagliato: Iraq e Afganistan sono due buchi nel medioevo. Non passano più notizie. Nemmeno ai tempi del Vietnam era successo qualcosa del genere: due grandi nazioni scomparse dalla rete mondiale dell’informazione.
Pensate a questa semplice evidenza: non sappiamo contro chi stiamo combattendo. Per dire, gli americani in Vietnam lo sapevano. I russi in Afganistan lo sapevano. Oggi non lo sappiamo. Perché non vogliono dircelo? Oppure non lo sanno proprio?
Proviamo a ragionare da agit-prop: dobbiamo convincere il crasso Occidente a picchiare duro in Iraq e in Afganistan. Ci serve per prima cosa un Nemico. Osama Bin Laden andava benissimo, salvo che da qualche anno in qua comincia un po’ a puzzare, il cinquantenne ex-dializzato nascosto in una caverna. Continuare a insistere sul fatto che sia vivo, a 2-3 anni dall’ultimo filmato, è quasi un boomerang. E infatti sulla carta stampata si comincia timidamente a darlo per morto. Ma se muore, bisognerà trovare un altro Nemico, ugualmente cattivo ed emblematico, e non è semplice.
Qualche anno fa ci fu l’ondata dei Numeri Due. Il Numero Due era un modo abbastanza elegante per scalare dal concetto di “Bin Laden è il Male” a quello di “Il Capo di Al Quaeda in carica è il male”. Io ho onestamente perso il conto di quanti Numeri Due di Al Quaeda gli americani abbiano catturato e processato. Verso il 2004 la carica di Numero Due si è cristallizzata su Al Zarqawi, un tale che ai tempi non lavorava nemmeno nella stessa organizzazione di Bin Laden, ma era comunque il personaggio più sporco e cattivo in circolazione. Tagliava le teste occidentali, metteva gli snuff in rete, aveva ormai le dimensioni del mito.
Intorno ad Al Zarqawi si è detto di tutto. Proprio come Bin Laden, che fino a un certo punto si dava per dializzato, e poi miracolosamente è guarito, anche Al Zarkawi all’inizio sembrava uscisse e rientrasse dall’Iraq con una gamba finta (generoso regalo di Saddam Hussein) – finché a un certo punto non gli è ricresciuta. Viene in mente il personaggio di Gambadilegno: lo sapete perché si chiamava così? Nelle prime strisce americane aveva una gamba di legno, ma i disegnatori perdevano troppo tempo a disegnarla, e soprattutto non si erano mai messi d'accordo su quale gamba fosse. Finché Walt Disney o chi per lui decise di montargli un “modello nuovissimo” di gamba in tutto e per tutto uguale a quella vera: problema risolto. I Nemici degli americani hanno un po’ la consistenza dei cattivi da fumetti, o delle action figures smontabili.
A dicembre del 2004 Al Zarqawi a furia di decapitare occidentali si era fatto una fama talmente cattiva che Bin Laden in persona è resuscitato da qualche grotta di Tora Bora per nominarlo suo luogotenente in Iraq. Bene. Anzi no, perché a differenza di Bin Laden, Al aveva un difetto: era vivo e operante in Iraq. E se sei vivo e operante, prima o poi qualcuno ti cattura (lo stesso Zarqawi pare non fosse molto popolare nemmeno tra gli iracheni, che del resto ha massacrato a centinaia). E quando ti cattura, poi tocca inventarsi un nuovo Numero Due. Ma a questo punto i lettori occidentali cominciano a spazientirsi: sono abituati a trame di telefilm più verosimili (maledetto intrattenimento di qualità).
Dalla cattura in poi di Al Zarqawi non s’è più capito niente – non che prima si capisse molto. A un certo punto nell’autunno del 2005 Falluja è diventata la roccaforte dei sunniti. C’è stata una battaglia terribile, con armi al fosforo, Falluja è stata espugnata, e poi? E poi evidentemente non era la roccaforte, visto che la guerra coi sunniti è proseguita. O no? Giuro, ho provato a informarmi, ma non ci si capisce nulla. I giornalisti a Bagdad e Kabul e tirano i pastoni con quel che possono. Un’espressione ricorrente, nell’identificare il Nemico, è “un mosaico di formazioni”. Quando non è un mosaico è una mescolanza o un caleidoscopio o un ammasso o una pletora o qualunque cosa. Mai un nome. Mai un progetto politico o nazionale. Mai la faccia di un vero Nemico.
Ci servirebbe. Abbiamo bisogno di una faccia. E abbiamo bisogno di sapere se è una faccia nemica o no. Prendiamo quegli altri simpaticoni degli sciiti. Sono nostri alleati o no? Non si sa. Quante volte s’è visto il faccione di Muqtada-al-Sadr. È un nemico? O un amico? L’impressione è che l’ufficio propaganda se lo tenga come jolly, a seconda del momento. Ci sono fasi filo-sciite e fasi in cui gli sciiti ci stressano, evidentemente, e a seconda del momento il gattone sciita diventa un nemico o un alleato di riguardo.Gli effetti sono paradossali: in gennaio in Occidente abbiamo assistito all’esecuzione di Saddam Hussein per mano di un tribunale legittimo, giusto? Ma in Medio Oriente hanno assistito all’esecuzione di Saddam Hussein per mano di un boia sciita, e circola voce che l’abbiano appeso davanti a Muqtada-al-Sadr. Ognuno ha la sua verità. Persino Camillo, che tra tanti difetti non aveva l’incoerenza, a fine anno si è messo a parlar bene dell’ayatollah Al Sistani. Per carità, ognuno dosi come vuole le sue idealità col realismo: ma partire dall’esportazione della democrazia per arrivare, in capo a tre anni, agli ayatollah, mi sembra abbastanza triste.
Quanto a me: io qualche anno fa avevo una certa idea, su Iraq e Afganistan. Da lì in poi non l’ho cambiata; non per coerenza, ma perché non ci ho più capito nulla. Se mi dimostrassero con dati alla mano che a questo punto è meglio restare là, sarei disponibile a cambiare idea. Penso che le idee abbiano una loro durata, come la biancheria; ogni tanto cambiarle è doveroso.
Il problema è che le informazioni, semplicemente, non arrivano: nessuno si attenta più ad andarle a prendere. Onore a Mastrogiacomo. Tutto il poco che sarà riuscito a portare indietro da questa esperienza, è oro puro per noi.
Il resto è fuffa, teatrino delle ideologie. “Stiamo combattendo contro i talebani”. “Dobbiamo dialogare coi talebani”. Entrambe sono opinioni rispettabili, il problema è che non hanno senso. La parola “talebano” non ha senso. I talebani del 2000 erano diversi da quelli del 2007. Quelli, per dire, pare avessero vietato la coltivazione del papavero da oppio per motivi religiosi - con conseguente crisi mondiale dell'offerta di eroina. Questi invece con l’oppio ci comprano le armi. Ne producono talmente tanto che la quotazione dell’eroina è ai minimi storici. Tra un po’ ai nostri ragazzi cominceranno a offrire schizzi gratis che nemmeno nel ’78. Un buon motivo per restare laggiù? O per andarsene? E chi lo sa? Non ne sappiamo nulla.
Verrebbe voglia di dire “Sì, restiamo”, giusto per ricordarci che l’Afganistan esiste. Bisognava che sequestrassero Mastrogiacomo perché in tv e sulla carta stampata tornassero notizie di attentati, stragi, combattimenti. Se ce ne andiamo, c’è il rischio oggettivo di dimenticarcene. Ma è solo un’opinione come un’altra. Ci scambiamo opinioni, in mancanza di informazioni.
mercoledì 3 gennaio 2007
fioretti per l'anno nuovo, 1
Un sano colpo alla botteNumero uno, non si sfottono più i Neoconi. Basta. Finito.
Aveva un senso nel Duemilaetré. Continuava a essere divertente nel Duemilaequattro. Nel Cinque era trito, ma funzionava. Ma nel Sette basta, ormai è roba da Vanzina.
Eppure la tentazione c’è, voglio dire, come si fa? Basta un clic, e ti trovi davanti Camillo stizzito perché si sono permessi di mettere in dubbio l’intelligenza di George W, uno che si è laureato in STORIA a Yale. Scritto proprio così, tutto maiuscolo, perché si capisca che è Yale, mica un corso di ricamo. No, dico, provatevi voi a laurearvi in STORIA a Yale. E "con voti migliori di John Kerry” (John chi?)
Sì, sì, certo, ma è facile adesso. Ben altra cosa quattro anni fa. A quel tempo tutto sommato i neoconi erano il massimo. Viaggiavano col vento il poppa, avevano l’aria di chi risistema la Storia con una giocata. Era un bluff, ma è così facile, visto dal fosso del senno del poi. In realtà uno come Camillo è da apprezzare per la coerenza. È lì sulla linea da sei anni, e non si muove di un centimetro. Vi ricordate quando lanciò l’islamofascismo? Beh, lui è ancora lì: Con gli islamofascisti non si discute! Averne, di uomini come lui.
Io dico che con l’anno nuovo bisogna iniziare a preoccuparsi di una razza diversa. È tempo di dare un sano colpo alla botte.
Perché a furia di dire che gli americani hanno sbagliato tutto, qui si perde il lume. Tutti questi festeggiamenti per la tremillesima bara a stelle e strisce sono repellenti. Tutta questa intelligenza col nemico – ehi, guardate che è pur sempre un nemico. Un fanatico. Il migliore c’ha la rogna.
Prendete al Sistani. Ce l’abbiamo col Papa perché non vuole i Pacs; provate a chiederli ad al Sistani, che proibisce di parlare alle donne non sposate. No, giusto per mantenere le proporzioni. Perché tra un po’ rischiamo di farne un santino, di questo al Sistani. C’è persino un giornalista italiano che lo ha già nominato Uomo del 2007 – al Sistani, non so se ci siamo spiegati.
Che giornalista? Mah, uno di quelli dal dialogo facile con l'islam... uno senza permalink, maledizione. Aspettate, eccolo qui.
venerdì 3 marzo 2006
- la guerra tiepida
Piccoli petulanti pizzaioli1. Un vecchio e un bambino si presero per mano, e andarono in un prato pieno di croci...
Belle queste croci bianche, disse il figlio.
Sono soldati che attraversarono l'oceano per difendere la nostra libertà, rispose il padre.
Come te, rispose il figlio?
No, figliolo, è diverso. Io ho attraversato i monti e mi sono imboscato in Isvizzera.
Ma papà, perché non sei rimasto anche tu a difendere la nostra libertà?, incalzò il figlio.
Per chi mi hai preso, per un comunista?, replicò sdegnato il padre.
Il figlio non chiese più niente.
2. È probabile che sui cimiteri del distretto elettorale di Ceppaloni sia imbattibile. Ma per il resto Mastella è una frana, non dovrebbero farlo parlare. Di cimiteri militari del Commonwealth è punteggiata la penisola. Ce n'è uno a Udine, uno a Bologna (bastava leggere 2025...), uno a Milano, dove non è troppo inverosimile che un giorno Luigi Berlusconi accompagnasse il figlioletto. E non importa che molti dei caduti a Bologna, ad esempio, fossero in realtà indiani o pachistani (abilissimi a strisciare nelle macchie dell'Appennino e accoltellare il tedesco in silenzio): sono pur sempre "soldati che attraversarono l'oceano per difendere la nostra libertà". Berlusconi è un bugiardo professionista, lo sappiamo. Sbugiardarlo richiede come minimo altrettanta professionalità.
3. I politici italiani che hanno avuto l'onore di parlare al Congresso americano sono stati: De Gasperi, Andreotti, Craxi e Berlusconi. Come dire che dopo il povero Alcide buonanima, gli americani non hanno più azzeccato un solo politico italiano di riferimento. Abbiamo avuto, nell'ordine: un colluso con la mafia; un corrotto morto latitante; un parolaio inconsistente. A questo punto tanto vale mandargli Panariello, tanto che importanza ha: era mattina e non l'ha visto nessuno (quando Aznar o Blair sono saliti in Campidoglio, c'era la diretta anche negli USA).
4. Sulla pronunciation, cerchiamo di essere equi. Pur senza quel magnifico "But no, but no" sfoggiato mi pare con Rasmussen, B. è comunque stato imbarazzante. Una lingua la sai parlare o non la sai parlare: se non la sai ti fai tradurre, come immagino faccia Chirac, e non credo che nessuno lo prenda per un provinciale. Sentire il mio rappresentante che parla di Europa e libertà nell'Assemblea più potente del mondo con l'accento di un pizzaiolo di Toronto m'intristisce, oggettivamente; m'intristirebbe anche se fosse Prodi (ma è B).
Detto questo, devo riconoscere che per essere un sixty-something, Berlusconi non se la cava neanche male. Insomma, non conosco nessun sessantenne italiano con una pronuncia migliore della sua. Allora forse il problema non è della pronuncia, ma dell'età. Già. Dovremmo eleggere rappresentanti più giovani (peccato che siano più fessi, in media).
5. Il discorso in sé era talmente vago che quasi quasi lo sottoscrivo in toto (a parte l'aperture a Putin, ovvio). Il fatto è che per quanto guitto, B. è sempre un po' ragionevole degli opinion-leader al suo seguito: al Congresso ha fatto presente che in breve ci saranno al mondo 6 miliardi di poveri e 2 miliardi di privilegiati. Naturalmente la ricetta proposta (il libero mercato) è una patacca: però almeno mette a fuoco la questione, negando esplicitamente il conflitto di civiltà. (A volte mi chiedo se questo spaventoso conflitto di civiltà contro il quale io polemizzo continuamente – e non solo io – non sia alla fine un mostro marginale, confinato su qualche blog e giornalino di opinione più o meno presentabile. Una comoda sponda per argomenti che comunque rimbalzano subito da un'altra parte).
6. L'atlantismo di Berlusconi è un grosso bluff, che nessuno gli vede per pietà. Quando si è trattato di mettere nero su bianco il proprio sostegno agli Usa, B. ha nicchiato per mesi. Al vertice delle Azzorre non c'eravamo: c'era il Portogallo (ospite), la Spagna, il Regno Unito; c'erano ovviamente gli USA; ma B. no.
Come dice Ciampi, il contingente italiano è arrivato in Iraq solo "a guerra finita" e "su invito dell'Onu", ecc. ecc.. Un malizioso potrebbe dire: siamo arrivati a guerra vinta (vecchia consuetudine italiana) e a pozzi aperti. In ogni caso, la presenza italiana è minuscola, e non ci fa onore: come m'imbarazza il pizzaiolo di Toronto al Congresso, così mi sento disturbato dall'idea che con soli tremila uomini noi ci riteniamo in diritto di mantenere un'opzione dell'Eni sui pozzi petroliferi di Nassiryia. È possibile non vedere la sproporzione enorme tra quello che abbiamo fatto noi e quello che hanno fatto gli angloamericani? Loro hanno, insomma, invaso tutto il Paese, esportato la democrazia in massa. Noi abbiamo addestrato un po' di poliziotti…
7. Eppure anche la nostra omeopatica presenza in Iraq, col tempo è diventata strategica. Dopo il ritiro spagnolo ci bastano tremila uomini per essere forse il terzo contingente in Iraq (di sicuro il secondo europeo). Perciò, anche se siamo in pochi (e abbiamo pretese forse esagerate), gli angloamericani hanno effettivamente bisogno di noi per evitare che l'Iraq sembri una nazione occupata militarmente da una sola potenza nemica. L'altra faccia della medaglia, è che ci bastano tremila uomini per esporre tutta l'Italia a ritorsioni terroristiche. Ora, pur essendo pavido di carattere, e lesto al panico, credo che al Terrore occorra reagire con fermezza. Ma non capisco che senso abbia esporsi al Terrore solo col piedino. Tanto il Terrore è Terrore, per definizione fanatico e integralista: se ha deciso di colpirci, ci colpirà. Ma allora tanto valeva spendersi di più, fare la guerra sul serio. Oppure non fare nulla, e non esporsi neppure. Quello che non sopporto è la guerra tiepida, tutta questa ipocrisia governativa "sì, siamo con gli americani, però non abbiamo partecipato alla guerra, però siamo loro alleati, però non combattiamo ma educhiamo la polizia, ecc.". Come se Al Zarqawi e compagnia s'interessassero dei dettagli. Se davvero avevamo paura di Al Zarqawi, ce ne stavamo a casa. E se non abbiamo paura di lui, dovremmo combatterlo a fronte alta.
8. In questi giorni sono molto impegnato e l'idea anche solo di scaricare e sfogliare l'enciclopedia programmatica dell'Unione mi butta giù. Da qualche parte nelle 200 pagine ci sarà anche l'exit strategy dall'Iraq. Immagino che abbia tempi più brevi di quella prevista da Berlusconi. Se fosse così mi sembrerebbe giusto: l'elettorato di riferimento dell'Unione non ha mai voluto la guerra. In realtà nessun elettorato la voleva, tranne forse quello di Capezzone. A proposito di Capezzone, anche il suo film sulla "Comunità delle democrazie" dovrebbe essere sospeso dalle sale diciamo fino al 9 aprile: non perché non sia immaginifico e ben girato, ma perché rischia di farci perdere voti, e i voti sono molto importanti, vero?
Quando parliamo di ritirarci dall'Iraq, diamo per scontato che l'Italia sia in Iraq. Non è proprio così. 2-3000 militari italiani da un Paese di 25 milioni di abitanti occupato da 140.000 militari USA non sono davvero una gran cosa. Ognuno può avere la sua opinione sulla Guerra in Iraq, ma non c'è dubbio che il nostro aiuto agli americani sia già oggi piuttosto esiguo. E interessato, per di più.
Capisco le ragioni di chi dice che non si può abbandonare l'Iraq nel caos. Nei fatti l'Iraq è nel caos: sciiti e sunniti continueranno a scontrarsi per anni. 3000 italiani, però, non cambiano di molto la situazione.
3000 italiani sono importanti come moneta di scambio tra Berlusconi e Bush (io mantengo formalmente la presenza italiana nella coalizione dei volonterosi, e tu mi fai una marchetta elettorale). 3000 italiani sono importanti perché ci espongono agli attacchi terroristici. 3000 italiani, secondo me, possono andarsene anche domani, e l'Iraq resterà il problema che era prima. Certo, gli USA avranno perso un altro piccolo petulante alleato.
Secondo me se ne faranno una ragione.
lunedì 2 febbraio 2004
Ai giornalisti e ai blog che dopo la sentenza Hutton hanno esclamato: Pappappero!, e anche Noi lo sapevamo da sei mesi, bisogna ricordare che questo è impossibile, perché, affinché la BBC e Gilligan fossero trovati colpevoli di qualcosa, bisognava che Lord Hutton valutasse i pro e i contro, e questo ha richiesto appunto diversi mesi.
(Anche se è pur vero che At the heart of the process is a mysterious lack of logic. On the one hand Hutton spent weeks listening to evidence about the preparation of the Government's case against Saddam in the September dossier, but when it came to writing his report he rejected the need to address the issue of the dossier's truth. 'A question of such wide import ... is not one which falls within my terms of reference.')
Cioè, al massimo Essi hanno azzeccato una previsione. Ma se adesso stessimo qui a contare tutte le previsioni che azzecchiamo. Per dire, io un anno fa sapevo (1) che la guerra si sarebbe fatta; (2) che sarebbero morti un sacco di civili; (3) che sarebbe morta anche più gente durante la successiva “pacificazione”; (4) che la Palestina sarebbe rimasta il disastro che è; (5) che l’opinione popolare nelle comunità islamiche avrebbe preso le parti di Saddam Hussein. E allora chi sono io, Mandrake? Il Divino Otelma? (Molto peggio: sono un comune pessimista).
L’unica previsione che ho sballato sono le Armi di Distruzione di Massa: credevo che alla fine le avrebbero pure trovate (al limite ce le avrebbero messe). Che figura. Tutta colpa di B… di B… di Gilligan. Mi dicono dalla regia che adesso tutta la colpa è di Gilligan.
Però questa cosa, che Essi sapevano già, mi fa pensare. Come facevano a sapere già tutto, Essi?
Forse Essi sapevano qualcosa che Lord Hutton non sapeva (ma perché non glielo sono andati a dire, così si faceva prima?)
Oppure Essi, in quanto esperti di cose inglesi, sapevano che Lord Hutton era già orientato a scaricare tutto il barile sulla BBC, dati i suoi precedenti (che includono anche un voto sull'immunità a Pinochet?)
Però in tal modo, Essi avvallano l’ipotesi che Lord Hutton abbia deciso sulla base alle sue convinzioni ideologiche. Insomma: se Essi stavano zitti, gli rendevano un servizio migliore.
Ma il fatto è che Essi non ce la fanno proprio. Tutto l’anno a copiare, tradurre, lincare, arrampicarsi in su, centimetro di specchio dopo centimetro di specchio. Se per una volta arriva una buona notizia, com’è possibile frenare l’urlo di gioia che viene dal cuore? E tale urlo di gioia è, per l'appunto, assimilabile a un “Pappappero!”
Essi poi dicono a quelli che non sono d’accordo di tacere, sennò il loro Pappappero non si sente forte e chiaro. E io mi chiedo se Essi non si riferissero per caso a me. Ma non credo. Tanto, le cose che scrivo io, Essi non le hanno mai lette, o se le hanno lette, non hanno capito il punto, e neanche le lettere prima del punto.
Io mi sforzo, badate, ma più semplice di così non ci riesco, per cui è l’ultima volta:
La BBC e Gilligan hanno reso più sexy il dossier: questo ha causato indirettamente la morte di una persona, Kelly. Quindi il direttore della BBC e Gilligan si sono dimessi. Bene.
Tony Blair ha raccontato un sacco di balle agli inglesi sulle armi di dimostrazione di massa: questo ha causato la morte di migliaia di persone, civili, effettivi britannici e iracheni. Quindi Tony Blair si deve dimettere migliaia di volte. Non lo fa? Male. Molto male.
Questa cosa, scritta in maniera più breve e sexy, suona così: “ne uccide più una bugia di Blair che venti di Gilligan, pecoroni”. Che è l’unica cosa che io avevo scritto sul caso Kelly. E l’avevo scritta più o meno… sei mesi fa. Ehi! L’ho scritta sei mesi fa! E avevo ragione! Ma forse allora io sono davvero il Mago Otelma!
A Essi raccomandiamo comunque di non tacere, di continuare così, ché sono troppo forti: e anche il giorno che Essi non sapessero cosa dire, per favore, non tacciano, che il contenuto ideologico del Loro blog ne potrebbe soffrire: dicano comunque qualcosa, al massimo facciano dei rumori con la bocca, purché di guerra (perché là fuori c’è una guerra, non lo sapete?): Tatatatatata, Badabum, Craaaak, Ziiiiiiip! Szock! E, si capisce, qualche Pappappero ogni tanto. La vita sarebbe così dura, senza queste piccole soddisfazioni.
Concludo salutando Essi – Essi in realtà sarebbero quasi sempre solo un blog, ma siccome Essi amano parlare sempre di Loro Stessi al plurale, anche io parlo di Essi al plurale, così non si sentono soli.
The BBC is a surprising victim. Of course, Andrew Gilligan was a fool. Of course, Greg Dyke and Gavyn Davies should have investigated Gilligan before they addressed the Government. But that is the extent of their crimes.
Compared to the invasion of a sovereign territory on flawed intelligence they are minor. The issue now is not whether Campbell lied; it is whether he and Blair got it wrong and skewed the processes of government to forge the dossier that took us to war.
A volte un dignitoso silenzio sarebbe più onorevole rispetto a simili imbarazzanti argomenti. Senza speranza.
postato da Essi
venerdì 30 gennaio 2004
Contro il cerchio e contro la botte
(Caso Kelly e "Resistenza irachena")
1. Contro il cerchio:
Sì, probabilmente se scoppiasse oggi, il Watergate, finirebbe così: Gola Profonda identificato e impiccato, dimissioni e scuse officiali del direttore del Post, e Nixon che vince un altro mandato. Da questo punto di vista il caso Kelly è molto istruttivo: ci ricorda che la democrazia non è una civiltà, ma una battaglia, o forse la tregua tra una battaglia e l’altra: negli anni Settanta un quotidiano di Washington aveva il potere di far dimettere un Presidente, oggi non più. La BBC, senza essere la Bibbia, era un modello di informazione indipendente, in grado di mettere in imbarazzo il potere politico. Appunto, era. Cos’è successo alle democrazie anglosassoni? Si sono un po’ italianizzate, forse.
Io non sono un esperto del caso Kelly, ma naturalmente sono deluso dal verdetto Hutton. Lo sono anche (senz’altro con maggior cognizione di causa) diversi commentatori anglosassoni, qui segnalati da Luca Sofri. Lo è anche Pfaall. Io resto del parere (che lascia il tempo che trova) che il sexing up ci sia stato da entrambe le parti. Per la verità, mi sembra che almeno dall’11 settembre in poi politici e giornalisti vivano in un regime di sexing up coatto, che lascia frastornati noi lettori, figurarsi loro. E chissà quante volte anch’io avrò sexed up qualcosa per farla leggere a qualcuno. Chiedo scusa (purtroppo non posso rassegnare le dimissioni da me stesso).
Tuttavia non posso credere che il sexing up di un giornalista della BBC valga quanto il sexing up di un governo democratico. Una bugia di Tony Blair può uccidere (e ha ucciso) molte più persone di una di Gilligan. Chi non lo capisce, o è in buona fede, o proprio non ci arriva. Io credo che Camillo ci arrivi, però, chissà, magari mi sbaglio (come su tante altre cose).
Detto questo, le scaramucce sull’affare Kelly smettono d’interessarmi. Chi insiste e insisterà sulle colpe della BBC e dei giornalisti in generale, dichiara implicitamente (o esplicitamente) che siamo in guerra e che in guerra è lecito dire bugie. Ma come si fa a dar retta a una persona che arriva e ti dice: “Guarda, ti ho detto delle bugie per il tuo bene, e me ne vanto?” Se trovi giusto dirmele, continuerai a dirmene, e magari me ne stai dicendo in questo momento. Il giornalismo furbacchione alla fine si tira la zappa sui piedi da solo. Alla lunga Camillo non lo leggi più, perché non ti fidi di lui. Neanche quando recensisce dischi jazz – non farà come con certi articoli, che annusa solo il riff iniziale e finale?
Uno sopporta qualsiasi umiliazione nella vita, tranne forse l’essere coglionato. A volte penso che il mio antiamericanesimo sia tutto qui. Chissà, se George Bush si fosse presentato dicendo: "Signori, invaderemo l’Iraq perché ci serve il petrolio e una testa di ponte in Medio Oriente, e per finire una cosa lasciata a metà da mio padre…" io non mi sarei sentito così offeso. Ma la guerra al terrorismo è stata combattuta anche nel mio cervello. Mi hanno raccontato che Saddam Hussein poteva colpire l’Occidente. Mi hanno perfino fatto sentire in colpa per stragi di curdi avvenute vent’anni fa nel disinteresse generale di chi sapeva e poteva evitare. Mi hanno anche preso per un pirla che si beve qualsiasi cosa, con appena un pizzico di sexing up… Non dico che abbiano tutti i torti: è pure possibile che io sia un pirla. Ma quest’aggressione psicologica è stata intollerabile. Credo che Blair e Bush dovrebbero dimettersi. Credo anche che lo stile di vita dell’uomo occidentale debba essere messo in discussione, e alla svelta. Fine del colpo contro il cerchio.
2. Contro la botte:
Un’altra scaramuccia che dopo un po’ non trovo più interessante è l’infinita disputa linguistica sulla “resistenza irachena”. In fondo basta sfogliare un dizionario, no?
Sabatini-Coletti: se sono gruppi “che adottano la violenza come metodo di lotta politica”, sono terroristi; se esercitano un’ “opposizione attiva… contro altre persone o cose”, fanno resistenza. Quindi, tutto sommato, possiamo concludere che sono entrambe le cose. E che anche il CLN era entrambe le cose. E la Giovine Italia.
Una volta chiuso il dizionario, però, ci accorgiamo di quanto sia importante il contesto intorno a una parola. “Resistenza” è una parola come un’altra, ma nel mondo della sinistra italiana poche parole hanno una connotazione così positiva. Io ho la pressione bassa, pure non posso evitare un piccolo tuffo al cuore ogni volta che sento la parola “Resistenza”. La mia impressione è che chi dice “Resistenza irachena” vorrebbe dire (o non si accorge di dire, il che è peggio), “siamo dalla vostra parte, ragazzi”. Ma tanto varrebbe dire: noi, del tal gruppo, stiamo dalla parte dei resistenti-insorti-combattenti-terroristi iracheni. Sì, proprio noi, che l’anno scorso andavamo in piazza con le bandiere arcobaleno. Quest’anno ci ha preso così.
Poi, però, siccome a belle parole siam buoni tutti, bisognerebbe anche cominciare a far qualcosa per questi ragazzi, che di un comizio o un articolo su Liberazione probabilmente non sanno che farsene: raccogliere fondi, spedire vettovaglie, e perché no, munizioni (ricordo che l’anno scorso di questi tempi cercavamo di bloccare i treni). Se abbiamo deciso che c’è una guerra, si fa la guerra, mica i discorsi.
Io però mi chiamo fuori. Non sono pronto per questa svolta filo-resistente-insorta-combattente. Dopo un anno passato a puntualizzare che non eravamo alleati del bieco dittatore Saddam Hussein, l’idea di mandare un aiuto anche simbolico a dei ba’atisti è ancora un po’ troppo forte. Tra un po’ di tempo, chissà. Ma siamo nel febbraio 2004! ho ancora in garage pacchi di adesivi arcobaleno!
A proposito di discorsi, ieri c’era un articolo molto interessante di Tariq Ali sul Manifesto (Forse oggi il link è spostato qui). tariq Ali è un intellettuale anglo-pakistano che sull’attuale fase di “pacificazione” in Iraq dice cose molto dure: gli iracheni stanno peggio oggi che sotto Saddam, l’Iraq sarà consegnato all’”impostore” Chalabi, l’Onu ha assunto la stessa posizione degli Usa, ecc.. E, naturalmente, il governo italiano che ha mandato un contingente è complice degli americani. E scrive:
Noi sappiamo che certamente Silvio Berlusconi e il suo principale compagno, Gianfranco Fini, non sono grandi ammiratori della Resistenza italiana. Non ci si può aspettare che improvvisamente sostengano una variante irachena o palestinese.
Io non so come possa reagire il lettore medio a un’affermazione così, ma per me è come strisciare le unghie su chilometri di lavagna. La resistenza irachena sarebbe una “variante” di quella italiana? In che senso una “variante”, quali cose variano e quali restano uguali? Le autobombe contro i civili iracheni sarebbero “varianti” delle forme di lotta partigiana? E devo dedurre che l’invasione americana (che sicuramente è più cruda di come ce la racconta la Fox) è una “variante” dell’occupazione nazista? Non varrebbe la pena di mettere nero su bianco cosa si intende per “variante”? Oppure: non varrebbe la pena di non mettere nero su bianco proprio nulla?
A me la Storia piace, ma se il suo destino è di attirarci costantemente in paragoni fuorvianti, forse varrebbe la pena chiudere gli archivi e sostituirla nelle scuole con due ore alla settimana di uncinetto. Anche perché questi discorsi non li facciamo tra noi, nel chiuso delle nostre salette o delle nostre coscienze, ma sotto gli occhi di una propaganda filoamericana molto smaliziata, che di farci passare per filo-terroristi ha una gran voglia. Ma non siamo mica allo stadio, qui, non basta tifare per un professionista che tira calci al pallone: si tratta di sostenere concretamente persone che stanno ammazzando altre persone. Non si potrebbe almeno aspettare e cercare di capire chi sono e cosa vogliono?
Due anni fa io ero contro il neoliberalismo occidentale. C’è stato l’11 settembre e il neoliberalismo occidentale ha sviluppato una nuova forma di imperialismo. A me non piaceva, e ho cercato di oppormi – per quel poco che potevo. Quando gli Usa hanno manifestato l’intenzione d’invadere l’Iraq, io ovviamente mi sono opposto. Non perché pensassi che si potesse evitare una guerra del genere (che era in agenda da un sacco di tempo), ma per cercare di consolidare in occidente una massa critica contro il neoimperialismo e il neoliberismo occidentale. Per questo motivo, mi sono alleato con i pacifisti tout court, anche se non sono un pacifista gandhiano. È stata un’ottima idea: il movimento pacifista ha dato, almeno per un momento, l’idea di quella massa critica. Mi pare una delle cose migliori che ho, che abbiamo fatto.
Ora mi si chiede di abbandonare quell’alleanza per mettermi a tifare per gente che non conosco, finanziata probabilmente da emiri e mullah che non apprezzo, che continua a combattere quello che l’anno scorso non volevo neanche che iniziasse, e cioè una guerra. Una guerra che, tra l’altro, ha scarsissime possibilità di vittoria. Ma allora anche voi mi avete preso per un pirla.
E se anche voi, come quegli altri, mi avete preso per un pirla, può darsi veramente che io… che io…
(Caso Kelly e "Resistenza irachena")
1. Contro il cerchio:
Sì, probabilmente se scoppiasse oggi, il Watergate, finirebbe così: Gola Profonda identificato e impiccato, dimissioni e scuse officiali del direttore del Post, e Nixon che vince un altro mandato. Da questo punto di vista il caso Kelly è molto istruttivo: ci ricorda che la democrazia non è una civiltà, ma una battaglia, o forse la tregua tra una battaglia e l’altra: negli anni Settanta un quotidiano di Washington aveva il potere di far dimettere un Presidente, oggi non più. La BBC, senza essere la Bibbia, era un modello di informazione indipendente, in grado di mettere in imbarazzo il potere politico. Appunto, era. Cos’è successo alle democrazie anglosassoni? Si sono un po’ italianizzate, forse.
Io non sono un esperto del caso Kelly, ma naturalmente sono deluso dal verdetto Hutton. Lo sono anche (senz’altro con maggior cognizione di causa) diversi commentatori anglosassoni, qui segnalati da Luca Sofri. Lo è anche Pfaall. Io resto del parere (che lascia il tempo che trova) che il sexing up ci sia stato da entrambe le parti. Per la verità, mi sembra che almeno dall’11 settembre in poi politici e giornalisti vivano in un regime di sexing up coatto, che lascia frastornati noi lettori, figurarsi loro. E chissà quante volte anch’io avrò sexed up qualcosa per farla leggere a qualcuno. Chiedo scusa (purtroppo non posso rassegnare le dimissioni da me stesso).
Tuttavia non posso credere che il sexing up di un giornalista della BBC valga quanto il sexing up di un governo democratico. Una bugia di Tony Blair può uccidere (e ha ucciso) molte più persone di una di Gilligan. Chi non lo capisce, o è in buona fede, o proprio non ci arriva. Io credo che Camillo ci arrivi, però, chissà, magari mi sbaglio (come su tante altre cose).
Detto questo, le scaramucce sull’affare Kelly smettono d’interessarmi. Chi insiste e insisterà sulle colpe della BBC e dei giornalisti in generale, dichiara implicitamente (o esplicitamente) che siamo in guerra e che in guerra è lecito dire bugie. Ma come si fa a dar retta a una persona che arriva e ti dice: “Guarda, ti ho detto delle bugie per il tuo bene, e me ne vanto?” Se trovi giusto dirmele, continuerai a dirmene, e magari me ne stai dicendo in questo momento. Il giornalismo furbacchione alla fine si tira la zappa sui piedi da solo. Alla lunga Camillo non lo leggi più, perché non ti fidi di lui. Neanche quando recensisce dischi jazz – non farà come con certi articoli, che annusa solo il riff iniziale e finale?
Uno sopporta qualsiasi umiliazione nella vita, tranne forse l’essere coglionato. A volte penso che il mio antiamericanesimo sia tutto qui. Chissà, se George Bush si fosse presentato dicendo: "Signori, invaderemo l’Iraq perché ci serve il petrolio e una testa di ponte in Medio Oriente, e per finire una cosa lasciata a metà da mio padre…" io non mi sarei sentito così offeso. Ma la guerra al terrorismo è stata combattuta anche nel mio cervello. Mi hanno raccontato che Saddam Hussein poteva colpire l’Occidente. Mi hanno perfino fatto sentire in colpa per stragi di curdi avvenute vent’anni fa nel disinteresse generale di chi sapeva e poteva evitare. Mi hanno anche preso per un pirla che si beve qualsiasi cosa, con appena un pizzico di sexing up… Non dico che abbiano tutti i torti: è pure possibile che io sia un pirla. Ma quest’aggressione psicologica è stata intollerabile. Credo che Blair e Bush dovrebbero dimettersi. Credo anche che lo stile di vita dell’uomo occidentale debba essere messo in discussione, e alla svelta. Fine del colpo contro il cerchio.
Un’altra scaramuccia che dopo un po’ non trovo più interessante è l’infinita disputa linguistica sulla “resistenza irachena”. In fondo basta sfogliare un dizionario, no?
Sabatini-Coletti: se sono gruppi “che adottano la violenza come metodo di lotta politica”, sono terroristi; se esercitano un’ “opposizione attiva… contro altre persone o cose”, fanno resistenza. Quindi, tutto sommato, possiamo concludere che sono entrambe le cose. E che anche il CLN era entrambe le cose. E la Giovine Italia.
Una volta chiuso il dizionario, però, ci accorgiamo di quanto sia importante il contesto intorno a una parola. “Resistenza” è una parola come un’altra, ma nel mondo della sinistra italiana poche parole hanno una connotazione così positiva. Io ho la pressione bassa, pure non posso evitare un piccolo tuffo al cuore ogni volta che sento la parola “Resistenza”. La mia impressione è che chi dice “Resistenza irachena” vorrebbe dire (o non si accorge di dire, il che è peggio), “siamo dalla vostra parte, ragazzi”. Ma tanto varrebbe dire: noi, del tal gruppo, stiamo dalla parte dei resistenti-insorti-combattenti-terroristi iracheni. Sì, proprio noi, che l’anno scorso andavamo in piazza con le bandiere arcobaleno. Quest’anno ci ha preso così.
Poi, però, siccome a belle parole siam buoni tutti, bisognerebbe anche cominciare a far qualcosa per questi ragazzi, che di un comizio o un articolo su Liberazione probabilmente non sanno che farsene: raccogliere fondi, spedire vettovaglie, e perché no, munizioni (ricordo che l’anno scorso di questi tempi cercavamo di bloccare i treni). Se abbiamo deciso che c’è una guerra, si fa la guerra, mica i discorsi.
Io però mi chiamo fuori. Non sono pronto per questa svolta filo-resistente-insorta-combattente. Dopo un anno passato a puntualizzare che non eravamo alleati del bieco dittatore Saddam Hussein, l’idea di mandare un aiuto anche simbolico a dei ba’atisti è ancora un po’ troppo forte. Tra un po’ di tempo, chissà. Ma siamo nel febbraio 2004! ho ancora in garage pacchi di adesivi arcobaleno!
A proposito di discorsi, ieri c’era un articolo molto interessante di Tariq Ali sul Manifesto (Forse oggi il link è spostato qui). tariq Ali è un intellettuale anglo-pakistano che sull’attuale fase di “pacificazione” in Iraq dice cose molto dure: gli iracheni stanno peggio oggi che sotto Saddam, l’Iraq sarà consegnato all’”impostore” Chalabi, l’Onu ha assunto la stessa posizione degli Usa, ecc.. E, naturalmente, il governo italiano che ha mandato un contingente è complice degli americani. E scrive:
Noi sappiamo che certamente Silvio Berlusconi e il suo principale compagno, Gianfranco Fini, non sono grandi ammiratori della Resistenza italiana. Non ci si può aspettare che improvvisamente sostengano una variante irachena o palestinese.
Io non so come possa reagire il lettore medio a un’affermazione così, ma per me è come strisciare le unghie su chilometri di lavagna. La resistenza irachena sarebbe una “variante” di quella italiana? In che senso una “variante”, quali cose variano e quali restano uguali? Le autobombe contro i civili iracheni sarebbero “varianti” delle forme di lotta partigiana? E devo dedurre che l’invasione americana (che sicuramente è più cruda di come ce la racconta la Fox) è una “variante” dell’occupazione nazista? Non varrebbe la pena di mettere nero su bianco cosa si intende per “variante”? Oppure: non varrebbe la pena di non mettere nero su bianco proprio nulla?
A me la Storia piace, ma se il suo destino è di attirarci costantemente in paragoni fuorvianti, forse varrebbe la pena chiudere gli archivi e sostituirla nelle scuole con due ore alla settimana di uncinetto. Anche perché questi discorsi non li facciamo tra noi, nel chiuso delle nostre salette o delle nostre coscienze, ma sotto gli occhi di una propaganda filoamericana molto smaliziata, che di farci passare per filo-terroristi ha una gran voglia. Ma non siamo mica allo stadio, qui, non basta tifare per un professionista che tira calci al pallone: si tratta di sostenere concretamente persone che stanno ammazzando altre persone. Non si potrebbe almeno aspettare e cercare di capire chi sono e cosa vogliono?
Due anni fa io ero contro il neoliberalismo occidentale. C’è stato l’11 settembre e il neoliberalismo occidentale ha sviluppato una nuova forma di imperialismo. A me non piaceva, e ho cercato di oppormi – per quel poco che potevo. Quando gli Usa hanno manifestato l’intenzione d’invadere l’Iraq, io ovviamente mi sono opposto. Non perché pensassi che si potesse evitare una guerra del genere (che era in agenda da un sacco di tempo), ma per cercare di consolidare in occidente una massa critica contro il neoimperialismo e il neoliberismo occidentale. Per questo motivo, mi sono alleato con i pacifisti tout court, anche se non sono un pacifista gandhiano. È stata un’ottima idea: il movimento pacifista ha dato, almeno per un momento, l’idea di quella massa critica. Mi pare una delle cose migliori che ho, che abbiamo fatto.
Ora mi si chiede di abbandonare quell’alleanza per mettermi a tifare per gente che non conosco, finanziata probabilmente da emiri e mullah che non apprezzo, che continua a combattere quello che l’anno scorso non volevo neanche che iniziasse, e cioè una guerra. Una guerra che, tra l’altro, ha scarsissime possibilità di vittoria. Ma allora anche voi mi avete preso per un pirla.
E se anche voi, come quegli altri, mi avete preso per un pirla, può darsi veramente che io… che io…
venerdì 11 aprile 2003
Forza Occidente (alè alè)
Non bisogna crederlo stupido, non lo è. Ha un’intelligenza pratica, intuitiva, brillante: ma anche grossolana, priva di quelle finezze che si apprezzano negli uomini di mondo. La parola esatta dovrebbe essere “furbacchione”, o “furbastro”: abbastanza furbo da essersi preso più volte gioco di tanti più astuti e sottili di lui. Ma anche abbastanza grossolano da farci cascare le braccia, ogni volta che dichiara qualcosa. Di chi sto parlando? Ma del Capo, no? Se n’è stato in silenzio per tutta la guerra, e appena ha visto Baghdad libera, eccolo qui: pronto a dire che la guerra in Iraq l’ha vinta lui e l’ha persa il Centrosinistra.
Ecco allora che insieme ai "rallegramenti" per quella che il premier definisce "la fine della guerra", e alla rivendicazione di una "posizione filoamericana risultata vincente", il capo del governo spende molte parole per polemizzare con il centrosinistra, colpevole, a suo parere, di "non aver manifestato la nostra stessa allegrezza, perché evidentemente non ha apprezzato compiutamente il senso della liberazione di un popolo".
Vogliamo dire una piccola verità? A parte l’indubbio merito di essere stato zitto quando c’era da tacere, e avere festeggiato quando c’era da festeggiare, il filoamericano Berlusconi non ha fatto un bel niente per l’America. Più che un alleato, è stato un tifoso. Il suo sostegno alla coalizione ha avuto l’importanza che può avere, durante Milan-Nocerina, un signore calvo sulla sessantina con una sciarpa rossonera sul quarto anello di San Siro. Questo spiega anche gli sfottò al centrosinistra, che hanno il senso del gesto dell’ombrello che si mostra ai tifosi avversari: io rido, tu piangi, tiè.
E se la coalizione avesse perso? Impossibile. Ma se avesse perso in termini di immagine, logorandosi in una guerra lunga e ancora più sanguinosa? Allora l’anziano signore avrebbe riposto con fare circospetto la sua sciarpina nella borsa, e sarebbe uscito dallo stadio senza farsi notare. E tu chiamalo scemo. Per non sapere leggere e scrivere, Berlusconi ha capito perfettamente come funziona la diplomazia.
Così le settimane della guerra, e quelle che l'hanno preceduta, dimostrano che "la sinistra è in una crisi profonda", e che, "se ci fosse un Blair nella sinistra italiana, dovrebbe battere un colpo".
Ecco un lapsus interessante. Tony Blair non è soltanto il leader della sinistra inglese (ammesso che lo sia ancora); è anche, e soprattutto, il capo dell’esecutivo del Regno Unito. Lamentandosi della mancanza di un Blair italiano, Berlusconi non si rende conto (o finge di non rendersi conto) che quel Blair poteva benissimo farlo lui. Se era così persuaso della necessità di un’invasione cruentissima, perché non se n’è fatto promotore in Italia, come Blair a Londra? Perché se n’è stato sulle sue, mentre Blair, Bush e perfino Aznar confabulavano alle Azzorre? Già, perché? Perché è un furbastro, il nostro grande capo. Sa benissimo di essere il Presidente non di una nazione di guerrieri della libertà, ma di sessantenni come lui, a cui si può chiedere al massimo di sfoggiare la sciarpina coi colori dell’Occidente. Ha dato un occhio ai sondaggi, ha contato i giorni dalle elezioni, e ha pensato: col cavolo che mi metto nei guai per venti milioni di arabi che neanche so dove stanno sull’atlante. Son mica un petroliere, io, io vendo emozioni. La guerra mi piace giusto giusto alle sette di sera su Retequattro. (Anche perché, mentre a sinistra si discettava di guerra lunga, breve, media, ecc., lui era già in giro in campagna elettorale).
In questi giorni si sono viste casacche di ogni colore in Golfo. Perfino tedeschi e (mi pare) francesi, tanto polemici nei confronti dell’invasione, hanno reso qualche servizio nelle retrovie. L’Italia, niente. L’Italia suonava la trombetta dagli spalti. In un certo senso Berlusconi è stato l’unico vero governante pacifista. Di un pacifismo autentico, viscerale, antieroico: il pacifismo dell’otto settembre: tutti a casa, che la mamma sta in pensiero.
Purtroppo c’è un purtroppo: non sempre si può restare sul quarto anello: presto o tardi questi noiosi alleati chiedono il conto, in termini di “contingenti di pace”. L’Afganistan ce l’ha insegnato, ormai si è rassegnato anche il Ministro Martino, l’idolo di tutte le mamme e le nonne d’Italia: inutile cercare di sottrarsi.
Tornando all'Iraq, il presidente del Consiglio spiega che c'è la disponibilità del governo, "dopo un voto del Parlamento", a fornire un contingente di pace, perché "da tempo sia gli Stati Uniti che la Gran Bretagna, ci hanno rivolto la richiesta di inviare soldati dopo la guerra"; ma sulla richiesta alleata di inviare i Carabinieri, di cui si parla da ieri, non si sbilancia: "Sono famosi per il loro operato, ma è presto per dire quale Corpo sarà mandato in Iraq".
Non so se è una mia suggestione, ma mi sembra di leggere tra le righe il piccolo fastidio di doversi decidere a mandare in giro carabinieri o altri, a rischio che qualcuno inciampi in un fucile carico, o venga ucciso in un agguato, o venga sorpreso a torturare nativi, o qualsiasi altra cosa per cui le nostre forze armate sono conosciute nel mondo.
[Probabilmente fanno anche bellissime cose, i nostri militari, ma è sempre il peggio a fare notizia].
E qui finisce la speranza (ridicola speranza) di un Presidente pacifista, che pur plaudendo alla lodevole iniziativa di Iraqi Freedom, se ne stava in disparte e ci teneva al riparo dai venti di guerra. Berlusconi non sa, o finge di non sapere, che la differenza tra “guerra” e “pacificazione” è puramente nominale: dicesi “guerra” quella sotto i riflettori di tutto il mondo, con un sacco di giornalisti rompicoglioni che attizzano i sensori dei carri armati intelligenti. La “guerra” finisce con la presa della capitale, una chiassata in piazza e qualche pittoresco saccheggio. Dopodiché le truppe scelte e la maggior parte dei giornalisti se ne va (svelti, che c’è la Siria in cartellone), e ha inizio la “pacificazione”, che dura anni e anni e miete vittime su vittime, senza che nessuno si prenda più la briga di contarle.
(Per maggiori dettagli sulla “pacificazione”, consiglio di consultare WarNews alla voce Afganistan. Così, già che ci siamo, possiamo anche renderci conto in che inferno abbiamo mandato i nostri cari Alpini, in missione di pace).
Non bisogna crederlo stupido, non lo è. Ha un’intelligenza pratica, intuitiva, brillante: ma anche grossolana, priva di quelle finezze che si apprezzano negli uomini di mondo. La parola esatta dovrebbe essere “furbacchione”, o “furbastro”: abbastanza furbo da essersi preso più volte gioco di tanti più astuti e sottili di lui. Ma anche abbastanza grossolano da farci cascare le braccia, ogni volta che dichiara qualcosa. Di chi sto parlando? Ma del Capo, no? Se n’è stato in silenzio per tutta la guerra, e appena ha visto Baghdad libera, eccolo qui: pronto a dire che la guerra in Iraq l’ha vinta lui e l’ha persa il Centrosinistra.
Ecco allora che insieme ai "rallegramenti" per quella che il premier definisce "la fine della guerra", e alla rivendicazione di una "posizione filoamericana risultata vincente", il capo del governo spende molte parole per polemizzare con il centrosinistra, colpevole, a suo parere, di "non aver manifestato la nostra stessa allegrezza, perché evidentemente non ha apprezzato compiutamente il senso della liberazione di un popolo".
Vogliamo dire una piccola verità? A parte l’indubbio merito di essere stato zitto quando c’era da tacere, e avere festeggiato quando c’era da festeggiare, il filoamericano Berlusconi non ha fatto un bel niente per l’America. Più che un alleato, è stato un tifoso. Il suo sostegno alla coalizione ha avuto l’importanza che può avere, durante Milan-Nocerina, un signore calvo sulla sessantina con una sciarpa rossonera sul quarto anello di San Siro. Questo spiega anche gli sfottò al centrosinistra, che hanno il senso del gesto dell’ombrello che si mostra ai tifosi avversari: io rido, tu piangi, tiè.
E se la coalizione avesse perso? Impossibile. Ma se avesse perso in termini di immagine, logorandosi in una guerra lunga e ancora più sanguinosa? Allora l’anziano signore avrebbe riposto con fare circospetto la sua sciarpina nella borsa, e sarebbe uscito dallo stadio senza farsi notare. E tu chiamalo scemo. Per non sapere leggere e scrivere, Berlusconi ha capito perfettamente come funziona la diplomazia.
Così le settimane della guerra, e quelle che l'hanno preceduta, dimostrano che "la sinistra è in una crisi profonda", e che, "se ci fosse un Blair nella sinistra italiana, dovrebbe battere un colpo".
Ecco un lapsus interessante. Tony Blair non è soltanto il leader della sinistra inglese (ammesso che lo sia ancora); è anche, e soprattutto, il capo dell’esecutivo del Regno Unito. Lamentandosi della mancanza di un Blair italiano, Berlusconi non si rende conto (o finge di non rendersi conto) che quel Blair poteva benissimo farlo lui. Se era così persuaso della necessità di un’invasione cruentissima, perché non se n’è fatto promotore in Italia, come Blair a Londra? Perché se n’è stato sulle sue, mentre Blair, Bush e perfino Aznar confabulavano alle Azzorre? Già, perché? Perché è un furbastro, il nostro grande capo. Sa benissimo di essere il Presidente non di una nazione di guerrieri della libertà, ma di sessantenni come lui, a cui si può chiedere al massimo di sfoggiare la sciarpina coi colori dell’Occidente. Ha dato un occhio ai sondaggi, ha contato i giorni dalle elezioni, e ha pensato: col cavolo che mi metto nei guai per venti milioni di arabi che neanche so dove stanno sull’atlante. Son mica un petroliere, io, io vendo emozioni. La guerra mi piace giusto giusto alle sette di sera su Retequattro. (Anche perché, mentre a sinistra si discettava di guerra lunga, breve, media, ecc., lui era già in giro in campagna elettorale).
In questi giorni si sono viste casacche di ogni colore in Golfo. Perfino tedeschi e (mi pare) francesi, tanto polemici nei confronti dell’invasione, hanno reso qualche servizio nelle retrovie. L’Italia, niente. L’Italia suonava la trombetta dagli spalti. In un certo senso Berlusconi è stato l’unico vero governante pacifista. Di un pacifismo autentico, viscerale, antieroico: il pacifismo dell’otto settembre: tutti a casa, che la mamma sta in pensiero.
Purtroppo c’è un purtroppo: non sempre si può restare sul quarto anello: presto o tardi questi noiosi alleati chiedono il conto, in termini di “contingenti di pace”. L’Afganistan ce l’ha insegnato, ormai si è rassegnato anche il Ministro Martino, l’idolo di tutte le mamme e le nonne d’Italia: inutile cercare di sottrarsi.
Tornando all'Iraq, il presidente del Consiglio spiega che c'è la disponibilità del governo, "dopo un voto del Parlamento", a fornire un contingente di pace, perché "da tempo sia gli Stati Uniti che la Gran Bretagna, ci hanno rivolto la richiesta di inviare soldati dopo la guerra"; ma sulla richiesta alleata di inviare i Carabinieri, di cui si parla da ieri, non si sbilancia: "Sono famosi per il loro operato, ma è presto per dire quale Corpo sarà mandato in Iraq".
Non so se è una mia suggestione, ma mi sembra di leggere tra le righe il piccolo fastidio di doversi decidere a mandare in giro carabinieri o altri, a rischio che qualcuno inciampi in un fucile carico, o venga ucciso in un agguato, o venga sorpreso a torturare nativi, o qualsiasi altra cosa per cui le nostre forze armate sono conosciute nel mondo.
[Probabilmente fanno anche bellissime cose, i nostri militari, ma è sempre il peggio a fare notizia].
E qui finisce la speranza (ridicola speranza) di un Presidente pacifista, che pur plaudendo alla lodevole iniziativa di Iraqi Freedom, se ne stava in disparte e ci teneva al riparo dai venti di guerra. Berlusconi non sa, o finge di non sapere, che la differenza tra “guerra” e “pacificazione” è puramente nominale: dicesi “guerra” quella sotto i riflettori di tutto il mondo, con un sacco di giornalisti rompicoglioni che attizzano i sensori dei carri armati intelligenti. La “guerra” finisce con la presa della capitale, una chiassata in piazza e qualche pittoresco saccheggio. Dopodiché le truppe scelte e la maggior parte dei giornalisti se ne va (svelti, che c’è la Siria in cartellone), e ha inizio la “pacificazione”, che dura anni e anni e miete vittime su vittime, senza che nessuno si prenda più la briga di contarle.
(Per maggiori dettagli sulla “pacificazione”, consiglio di consultare WarNews alla voce Afganistan. Così, già che ci siamo, possiamo anche renderci conto in che inferno abbiamo mandato i nostri cari Alpini, in missione di pace).
giovedì 10 aprile 2003
E fu così che cominciò, la prima guerra del Mediterraneo. E fu (a seconda del punto di vista) lunga, breve, giusta, sbagliata, preventiva, mal preventivata, disumana, umanitaria, e tante altre cose ancora.
La prima settimana ci furono esplosioni spettacolari, che fecero il giro del mondo, anche perché quel Bel Paese era pieno di location formidabili, vecchi monumenti, ruderi di antiche civiltà, l’ideale per il set di un kolossal.
Non morì tanta gente, ma anche qui, è questione di punti di vista. Tre persone sono poche, finché non sono tua madre, tuo figlio, il tuo compagno. Le persone che morirono in quei palazzi erano tutte madri, figli, compagni di qualcuno. E i sopravvissuti, gli abitanti di quella Repubblica fondata sul Lavoro (e quindi precaria) osservarono che, anche se lo avevano sempre saputo, era come se non se ne fossero mai resi conto. E cominciavano a perdere la calma.
You loved me as a loser, but now you're worried that I just might win.
You know the way to stop me, but you don't have the discipline.
How many nights I prayed for this, to let my work begin.
First we take Bassora...
Figurarsi il Presidente. Lui, che non era mai stato una cima, ora, con l’età e con lo stress, sragionava; e nessuno se ne curava, perché chi era al suo seguito aveva dovuto divorziare dal senso critico troppi anni prima; e poi era sempre troppo divertente per fermarlo. Ora, per esempio, vedeva complotti comunisti dappertutto. C’era una logica in questa follia: se l’Iperpotenza attaccava, un motivo c’era senz’altro: e questo motivo non potevano che essere i comunisti.
Quando le prime portaerei furono avvistate al largo, il Presidente fu colto dal panico. Non temeva i bombardamenti: aveva i suoi bunker, come ogni leader di un certo rango. Quello che lo angustiava erano appunto i comunisti. I rapporti dei servizi parlavano di frange antagoniste decise a resistere ora e sempre. Questo non era bello. Che figura ci avremmo fatto con gli invasori? Il Presidente diede disposizioni chiare e concise: “Fermate, con ogni mezzo possibile, chi cerca di stabilire nel nostro bel Paese un Regime”. E si diede alla macchia. (C’è chi dice che un giorno tornerà, a bordo di un panfilo, cantando una canzone, e libererà il Paese dal male. Ma c’è anche chi beve troppo).
Quando i marines sbarcarono, trovarono ad aspettarli un esercito fortemente perplesso.
I graduati, in particolare, erano in crisi. Leggevano e rileggevano l’ultimo ordine “Fermate, con ogni mezzo possibile, chi cerca di stabilire nel nostro bel Paese un Regime”, e non riuscivano a venirne a capo. Significava che dovevano tirare sugli iperpotenti? O sui comunisti? O su loro stessi? Chi decise per l’una, chi per l’altra: iniziarono a spararsi tra loro. Del resto anche i marines, nel dubbio, miravano tutti.
Gli antagonisti veri, quelli che avevano promesso di ricacciare gli iperpotenti in mare, si presentarono in qualche migliaio sulla spiaggia con scudi di plexiglass e striscioni e furono testé asfaltati. Nel luogo del loro sublime sacrificio oggi c’è il parcheggio di un multisala (ma qualche vecchietta continua ad appoggiare corone di fiori al semaforo).
Non mancò comunque – specie negli ultimi giorni – chi cercò davvero di combattere l’invasore, con le armi di fortuna: poca, quest'ultima. Alcuni ce l’avevano con l’Iperpotenza per motivi ideologici; altri per sordo senso del dovere; ma la maggior parte era semplicemente arrabbiata per le solite banalità, i bombardamenti, i figli morti, le case distrutte, ecc-... Come ogni battaglia disperata, attirava anche i fanatici: ci furono attacchi suicidi, attentati, stragi. In situazioni del genere c’è sempre gente a cui il senso dell’onore suggerisce le azioni più scellerate.
Remember me? I used to live for music.
Remember me? I brought your groceries in.
It's Father's Day, and everybody's wounded.
First we take Bassora...
Ma insomma, un bel giorno finì. Ricordo come fosse oggi quando, entrati nella capitale, i soldati iperpotenti si accanirono contro un monumento, pensando che si trattasse dell’effigie del dittatore locale. Si trattava in realtà dell’imperatore di un’antica iperpotenza, di cui nessuna delle reclute aveva mai sentito parlare (del resto, se avessero fatto una buona scuola, non si sarebbero trovati un lavoro così schifoso).
Intorno a loro si era radunata una piccola folla festante: demolire l’arredo urbano era un’antica passione di quel popolo, e poi quelle statue, sempre uguali, alla lunga stancano. Era un bel giorno di sole, e non c’era scuola. I bambini giocavano a nascondino tra le rovine antiche e nuove. La radio mandava le buone notizie sul fronte nord: intorno alla città chiamata Berghem erano stati scoperti sterminati magazzini di armi convenzionali e non, stoccate e pronte per l’esportazione. Le ultime sacche di resistenza celtiche erano state debellate: tanto che nel Paese praticamente non c’erano più Celti (come vent’anni prima, del resto). Il loro leader era fuggito in un Paese confinante, che però fu invaso l’anno dopo. La sua vita raminga è continuata per molti anni, ma ultimamente sembra aver trovato un’occupazione stabile come pizzaiolo ad Algeri (in un primo momento aveva provato con la polenta, ma gliela tiravano dietro).
And I thank you for the items that you sent me:
the monkey and the plywood violin.
I practised every night now I'm ready. First we take Bassora....
Nei giorni successivi, l’iperpotenza si pose il problema di che assetto dare alla nuova provin… alla nuova nazione libera. Venne convocata un’assemblea dei capi-tribù di ogni regione, che dopo una ponderata riflessione, elesse come capo temporaneo l’ex erede al trono. Costui, previdente, era riuscito a tornare nel bel Paese qualche anno prima, per girare uno spot di sottaceti.
Con lui, le cose migliorarono sensibilmente. Il monopolio tv scomparì: tutte le reti furono comprate da un monopolista internazionale. I mafiosi e gli altri utenti del carcere duro uscirono dalle celle, per entrare in recinti di polli approvati dalla Croce Rossa Internazionale. Fu emanato un nuovo severissimo Codice Della Strada, ma siccome il Paese era ancora pieno di reclute dell’iperpotenza che in licenza amavano scatenarsi (come nessuno gli permetteva a casa loro), il sabato sera i vigili chiudevano tutti e due gli occhi.
Quindici anni dopo le risorse petrolifere mondiali si esaurirono, e ancora il motore all'idrogeno non era pronto. Per alcuni anni i combustibili più importanti furono il carbone e il metano. Il Bel Paese conobbe una fase di insperato benessere, grazie anche ai nuovi investitori stranieri, che vi avevano cercato e trovato i più grandi giacimenti metaniferi del mondo. E la nostra storia finisce così. Perdonata se vi è parsa lunga, faziosa, irrealistica. Tenete per vero che non s’è fatto apposta.
martedì 8 aprile 2003
Cala, cala. E non è una buona notizia
Devo fare due cose che mi seccano un po’.
La prima è ammettere che ehm, forse mi sono sbagliato. O almeno, ho cambiato idea. Insomma, non mi riconosco più in quello che scrivevo un anno e mezzo fa. (Chi se ne frega, direte voi, ma questo sito era nato anche per riordinare le mie idee).
Il 18 settembre 2001 (erano giorni un po’ convulsi), scrivevo:
Gli USA si ritirarono dal Vietnam perché il prezzo in Vite Umane era troppo alto. E da allora non sono più riusciti a combattere una guerra che fosse realmente tale. Le truppe di terra sono intervenute soltanto quando la sproporzione col nemico era tale da non poter veramente impensierire (Granada, Panama, per certi versi anche Somalia e Mozambico); quando invece il nemico aveva un esercito vero e proprio, USA e NATO hanno sostituito la guerra con la cosiddetta "operazione chirurgica": tonnellate di tritolo su Iraq e Serbia.
Non è mancato a noi occidentali 'illuminati' il tempo di criticare la viltà di queste operazioni. Ma anche manifestando contro i bombardamenti non mancavamo mai di proclamare che mai e poi mai saremmo andati in guerra contro serbi e iracheni. Ribadivamo in questo modo che le nostre Vite Umane valevano troppo: che non potevano essere spese per sollevare un Saddam Hussein o un Milosevic. Che si sollevassero da soli, i tiranni. Noi non avremmo dato un capello. (Anche se, naturalmente, eravamo tutti solidali con le povere Vite di curdi o cossovari).
Proseguivo come al solito di paradosso in paradosso per arrivare a parare qui:
Le guerre degli anni Novanta sono state terribili. Ma noi Occidentali – che pure le abbiamo combattute – non ci siamo accorti di nulla. Nel frattempo il costo della Vita Umana in certe regioni del mondo precipitava. Oggi una vita afgana, o palestinese, vale veramente poco. Oggi a un giovane del Sud del mondo, con una speranza di vita ridicola, cresciuto nella dittatura, nella povertà, nell'ignoranza, nel fanatismo, costa relativamente poco arruolarsi nella Jihad come kamikaze. Costa una Vita: la sua. Ben poca cosa. I kamikaze abbondano quando e dove la Vita non costa più nulla.
E siamo a oggi. Bush ha dichiarato guerra contro il "Male", anche da parte nostra, a quanto pare. Non sappiamo ancora che tipo di guerra sarà (ribadiamo comunque la nostra scarsa attitudine a marciare e a sparare contro altre Vite Umane, per quanto poco possano valere). Speriamo tuttavia che non si tratti dell'ennesima vigliacca 'operazione chirurgica', che farebbe precipitare ancora di più il valore della Vita in una regione del globo, contribuendo così a creare migliaia di potenziali kamikaze.
Certe dichiarazioni dell'entourage della Casa Bianca ("sarà una guerra lunga"…) fanno ben sperare. Se gli americani sono convinti che il loro nemico è Bin Laden, o l'intero Afganistan, paghino il loro prezzo in Vite Umane, rovescino l'inumana dittatura dei talebani, arrestino Bin Laden. E se hanno bisogno dell'aiuto degli alleati, ci chiedano un prezzo in vite umane: vedremo poi noi, italiani, ed europei, se siamo ancora così entusiasti di far parte della Nato.
Sono passati venti mesi, gli USA hanno combattuto due prevedibilissime guerre in Asia, che non sono state “operazioni chirurgiche”, e (questa è la novità) non hanno neanche preteso di esserlo. I soldati americani – e i loro alleati – si sono rimessi a morire, in quantità che lasciano sgomenti. In venti mesi il mito del Militare Occidentale Intoccabile si è sciolto al sole: oggi ascoltiamo i bollettini dei morti angloamericani come routine, e già iniziamo a sbadigliare al pensiero del prossimo kolossal hollywoodiano con Demi Moore nei panni di Jessica Lynch.
E intanto io ho cambiato idea. (Forse perché sono il solito bastian contrario antiamericano). Venti mesi fa pensavo che “Le guerre sono cose veramente orribili. Specie se si mandano i missili a combatterle in vece nostra”. Trovavo qualcosa di positivo nel fatto che gli Occidentali rimettessero in gioco le loro vite.
Oggi non ci credo più. Me ne sono reso conto oggi in un bar, leggendo un pezzo del Resto del Carlino. E questa è la seconda cosa che mi secca un po’ fare: lincare il Resto del Carlino. D’altronde sulla pagina in questione non ci sono donnine nude, e il pezzo di Giampaolo Pioli, Soldati in fuga dalla povertà, merita. È il tipo di pezzo che mi piacerebbe leggere sul Manifesto. (E magari ce ne sono, di pezzi così, sul Manifesto, ma al bar non lo trovo mai, e il sito è labirintico).
La guerra a Saddam sta mostrando il volto nuovo delle forze armate Usa. Non sono più la rappresentanza quasi esatta dei gruppi etnici del paese e delle sue classi sociali, ma una vera e propria super azienda. La più grande del paese con oltre 1.500.000 dipendenti in servizio effettivo. Più di 31.000 soldati non sono nemmeno cittadini. Hanno la «carta verde», il permesso di residenza permanente ma vengono da luoghi poveri e lontani. A uno di loro, il caporale Martinez-Flores di Guadalajara in Messico, morto nel suo carro armato di 60 tonnellate Abrams finito nell'Eufrate durante la battaglia di Nassiriya il «passaporto blu» il governo Usa lo ha consegnato alla moglie perché lo tenesse come ricordo e come segno di ringraziamento per l'alto sacrificio.
Vale a dire: finché lavori (e ammazzi) sei solo un immigrato; ma se muori, sei un Eroe e sei morto per la Patria.
Questo mi ricorda qualcosa: le centinaia di irregolari (il numero vero non si saprà mai) con o senza carta verde caduti l’11 settembre. Ci fu qualche senatore che ebbe la macabra idea di proporre per loro la cittadinanza post mortem.
Sul Carlino il pezzo è accompagnato da una foto di Jessica Lynch e Lori Piestewa, insieme. Sorridono. Potrebbe essere l’occasione per una tirata retorica sull’esecito democratico, che ha abbattuto le barriere sessiste e razziali, mandando a morire anche ragazze native americane, come appunto la Piestewa (in Italia c’è già chi rende onore alla “squaw caduta sotto il fuoco amico”). Invece è l’occasione per raccontare come l’esercito americano stia diventando un rifugio non solo per gli immigrati, ma per una fascia crescente della popolazione che la crisi economica spinge oltre la soglia della povertà. In fondo, è la stessa cosa che hanno in mente al Foglio (cioè sul Wall Street Journal), quando dicono che l’esercito sta dando una mano a raddrizzare i giovani: altroché se li raddrizza, gli dà una paga e una posizione sociale. In cambio, certo, ogni tanto chiede una vita: si incrocia le dita, si spera che tocchi al collega, ma se toccherà a noi, pazienza: era nel contratto.
Viene in mente una sequenza di Gangs of New York: gli immigrati appena sbarcati da Ellis Island, che ancora non sanno l’inglese, e già si ritrovano reimbarcati con una casacca blu e un fucile per andare a combattere i Sudisti. “Ma pensi che adesso ci daranno da mangiare?”
Viene in mente l’altra grande “superazienda” emergente negli USA: l’amministrazione carceraria. È da dieci anni che gli americani hanno deciso che conviene ingrandire le galere (e privatizzarle) piuttosto che spendere per lo Stato Sociale. L’ospedale più grande della California è in un penitenziario.
Viene in mente Jessica Lynch, che si è difesa strenuamente mandando al creatore più nemici che poteva, che non è una fanatica cresciuta a film di Chuck Norris (quelli secondo me restano a casa a scrivere sui blog), ma soltanto una ragazza a corto di risorse, che vuole “pagarsi il college e diventare insegnante elementare”. Insomma, forse se io fossi nato negli USA nei primi anni 80 ora mi ritroverei indosso una casacca grigioverde e un fucile, non perché io creda nella Terra della Libertà e della Democrazia, ma solo perché voglio studiare in un college decente.
E allora mi rendo conto che mi ero sbagliato, il 17 e il 18 settembre 2001, a pensare in termini di Vite Umane Occidentali e non Occidentali: che quest’occidente è sempre più una categoria immaginaria: che esistono semplicemente Vite Ricche e Vite Povere, e la grande novità degli ultimi due o tre anni è che i Poveri ormai anche negli USA e in Occidente sono maggioranza. E manovalanza.
venerdì 4 aprile 2003
Help, I’m a RockGentile Camillo, che ti è successo?
Capita a tutti di sbagliare. A me spesso, e ho scoperto il modo migliore per rimediare: chiedere scusa. Lo so, è banale, è poco virile, però la gente accetta le mie scuse e pensa: in fondo è un bravo ragazzo.
E noi cosa dobbiamo pensare di te?
Gentili signori Leonardo non so come e Francesca Mazzucato,
sul blog Rolli ho letto di vostre poco cortesi polemiche nei confronti di un mio commento a un articolo del Boston Globe.
Riassumo: quell'articolo riportava le parole di ex prigionieri-detenuti a Guantanamo. Gli ex prigionieri sostenevano di essere stati trattati bene, seppure innocenti. Negavano le torture negli interrogatori, e dicevano di stare meglio lì che ora a Kabul. Pare che avessero anche i videogiochi. Vero? Falso? L'articolo però diceva questo.
No.
Stanotte l’ho riletto di nuovo, e non è cambiato: è vero che quasi tutti enthusiastically praised the conditions, ma nessuno nega le percosse. Un prigioniero afferma quello che dici tu, altri due parlano di percosse a loro e ad altri. Vero? Falso? Però l'articolo diceva questo. Tu l’hai letto un po' in fretta, per usare un eufemismo. Perché non chiedi scusa e passiamo oltre?
Secondo voi, invece, diceva il contrario, e io non saprei l'inglese. Possibile. Però conosco l'italiano.
Anzi, lo maneggi piuttosto bene.
E leggo, il 29 marzo, sulla Stampa (pagina 7, taglio basso), un articolo con questo titolo: "A Guantanamo da innocente, ma ci sono stato bene". Do you understand italian? No?
Yes, a littol.
Italian è quella lingua in cui, se un professionista fa una cappella, si scusa citando la cappella di un collega. Almeno però alla Stampa si sono accorti che a parlare è solo un afgano, non 18 (come scrivevi il 27 marzo, non “i detenuti afgani” in generale (come ribadivi il 29). Hai pestato una cacca? Pulirsi con la Stampa non è il massimo.
Capito-mi-avete? Non ancora? Ecco il sommario: "Uno dei presunti terroristi, liberato dopo 16 mesi per assenza di prove, smentisce Amnesty International".
Bene, dovreste aver capito.
E invece no, perdonami. Dieci righe di intervista a un pesce piccolo smentiscono Amnesty International, il cui ultimo rapporto sulle carcerazioni americane post-11/9 si sviluppa per una quarantina di pagine. Tu l’hai letto? Beh, neanch’io, onestamente.
Se non è sufficiente, ecco un altro articolo, di oggi, prima pagina del primo giornale italiano: Il Corriere della Sera.
Heard about it?
Vagamente. (Sai che ho fatto una traduzione per la RCS? Sai da che lingua? Indovina). Non ho capito: dovrei essere impressionato dal nome “Corriere della Sera”? E il senso critico del lettore medio? Have you ever heard about it? There's plenty of it in the USA. Stiamo cercando d'importarlo in Italia, senza bombardare nessuno.
Riotta spiega che "circa 600 prigionieri, talebani o terroristi di Al Qaeda, come «combattenti illegali», non coperti quindi dalla Convenzione di Ginevra. Il Pentagono si giustifica con il fatto che Al Qaeda non è uno Stato sovrano, non ha siglato i protocolli del 1949 e non ha diritti particolari".
Se ho capito bene, allora anch’io posso essere torturato dal Pentagono, perché ho la tessera del Club di Topolino, e il Club non ha mai siglato i protocolli del 1949. Straccerò la tessera, però secondo me non è giusto. Avevo sentito parlare da qualche parte di Diritti dell’Uomo.
"quando la Croce Rossa ha visitato Guantanamo ha certificato che, tranne in un caso, le condizioni sono accettabili". Croce Rossa, Red Cross.
Lincami il rapporto della Croce Rossa. Traducimelo. Sono curioso. Nel frattempo resto fedele al rapporto di Amnistia Internazionale, Amnesty International.
Riotta, e io condivido in pieno, sostiene che comunque gabbie e cappucci sono un errore.
E allora perché impantanarti in questa polemica?
…Sostenere che siano da considerare "tortura" è una stronzata.
Purtroppo è una stronzata documentata in sede di diritto internazionale.
“Tortura” è una parola importante, non una coperta che si può tirare da un capo o dall’altro. Secondo la Risoluzione Onu 3452 dicesi “tortura” la violazione delle Standard Minimum Rules for the Treatment of Prisoners. Le trovi qui, se ti va le leggi, dopodiché sarai in grado di affermare, con coscienza di causa, se Guantanamo è tortura o no. (Temo che scoprirai che anche certe situazioni carcerarie italiane potrebbero rientrare nel concetto di “tortura”).
E poi cosa sono queste parolacce. Hai capito male. Tu pensi che questo sia un blog dove ci si diverte a insultarsi per il gusto di affermare la propria identità. Non è così. Qui c’è un umile Leonardo Non So Come che sostiene che hai deformato una notizia. Prova che non è vero, articolo alla mano. Oppure ignoralo, tanto è solo un Non So Come. Invece tu sei un giornalista stimato.
Oppure chiedi scusa: sei ancora in tempo.
Io non ce l’ho con te. Mi diverto solo un mondo a farti le pulci, a vedere che ti arrabbi.
Sono sicuro che tu puoi capirmi.
(Avvertenza: Questo mese i permalink non funzionano)
giovedì 3 aprile 2003
Ma Christian Rocca lo sa, l’inglese?
Lo sa, lo sa. Però fa il furbo.
Riassunto:
La settimana scorsa Brodo Primoridiale linca un’intervista ad alcuni afgani scarcerati da Guantanamo, che un po’ si lamentano, un po’ lasciano intendere che tutto sommato non è così male per un afgano, Guantanamo: è pur sempre un vitto e un alloggio.
Siccome Brodo è un virulento antiamericano, titola: “Grand Hotel Guantanamo”. E la gente come me, che legge i titoli e poco più, sorride e clicca oltre.
Il giorno dopo Rocca fa lo scùp:
Ieri, sul quotidiano più liberal d'America, il Boston Globe, 18 ex prigionieri afghani raccontano di essere stati trattati benissimo, meglio che a Kabul e di non potersi lamentare di nulla. Salvo il fatto che erano innocenti, e infatti sono stati rilasciati. (grazie a brodoprimordiale).
E la gente come me, che legge i titoli e poco più, fa una smorfia e passa oltre.
Rocca invece resta sull’osso anche nei giorni successivi: Qualche giorno fa qui segnalammo, su suggerimento di brodoprimordiale, un articolo del Boston Globe sul buon trattamento che i detenuti afghani ricevevano a Guantanamo). Si noti: i “18 ex prigionieri” del primo post sono diventati “i detenuti afghani a Guantanamo”, tutti, senza distinzione. Sono quelle piccole generalizzazioni che non si notano subito, danno solo un vago senso di fastidio, ma si passa oltre.
Ma gli ospiti dell’hotel Guantanamo ormai mi perseguitano. Li ritrovo ieri notte su Nonsense2, uno dei blog di Francesca Mazzucato. Si parla sempre del pezzo del Boston:
Beh, il modo come è stata riportata la notizia è una pura e menzognera mistificazione. Io l'ho letto l'articolo. Probabilmente il giornalista stilatore del blog pensa che la gente non sappia l'inglese, che siano tutti un po' ignoranti.
E probabilmente, aggiungo io, non ha tutti i torti, tuttavia non è mai troppo tardi per dargli una delusione. Dov’è finito il mio vecchio Hazon Garzanti? Sono stanco di fidarmi dei titoli altrui. Decido di leggere quel benedetto articolo, fosse l’ultima cosa che faccio prima di cena. Ecco. E scopro che:
Dei 18 profughi afgani rilasciati, solo 13 sono stati intervistati dal Boston. E allora perché Rocca scrive 18 ex prigionieri raccontano? Per sciatteria.
Di questi 18, uno effettivamente racconta di aver mangiato bene, meglio che con i Talebani, che l’ambiente era pulito “…e se non ci lavavamo ci lavavano loro”, e c’erano anche videogiochi.
Un altro dice che la galera afgana (dove è rimasto per tre giorni) è molto peggio di Guantanamo, e che se dovesse scegliere preferirebbe tornare laggiù.
Lo stesso poi avverte che a Guantanamo le guardie gli avevano detto che lui e gli altri del suo recinto non erano terroristi, e non sarebbe stati trattati come tali. Ma “altri venivano trattati in un maniera diversa. Venivano privati anche del loro Corano e delle coperte, e colpiti con un getto d’acqua (Water cannon).
Un altro, tale Murtaza, racconta di essere stato (se l’Hazon mi assiste) “gassato, stordito e colpito dal getto d’acqua", quando ha protestato perché le guardie disturbavano la preghiera trascinando catene per terra. Poi ha sollevato i pantaloni e ha mostrato il livido di uno stivale americano. A questo punto l’ufficiale presente alla Conferenza Stampa ha smentito. E va bene. Ma è proprio questo l’articolo in cui Rocca ha letto che “18 ex prigionieri afghani raccontano di essere stati trattati benissimo, meglio che a Kabul e di non potersi lamentare di nulla”?
Lo stesso Murtaza – un gran rompiballe, probabilmente – lamenta poi l’abitudine di essere continuamente perquisito in una stanza con “frigid air-conditioning”. Per molti di voi sembrerà ordinaria amministrazione di questura, ma per il diritto internazionale è tortura pure questa. Andiamo avanti.
Un altro che cercava grane, colpevole di aver risposto a uno spintone con uno spintone, dice di essere stato rinchiuso in una specie di container senza finestre, con un buco per il cibo. Non dice per quanto tempo. Una volta ammalatosi, viene trasferito in una cella singola dove “resta nudo per una settimana”. Lo stesso dice di aver visto le guardie picchiare un prigioniero fino a spezzargli il braccio (aveva protestato per il solito motivo: le catene strisciate nell’ora della preghiera). E conclude: “C’è molta gente che sta soffrendo là dentro, e pregare o recitare il Corano non è un crimine, né è una prova di affiliazione coi Talebani o con Al Qaeda”.
Si tratta sempre – lo ricordiamo – di uno degli ex-18 prigionieri afgani che secondo Rocca raccontano di essere stati trattati benissimo. E siccome essi, ancora prima di essere riconosciuti innocenti, erano comunque nel recinto dei “non-terroristi”, cosa dobbiamo pensare degli altri?
Molti di loro, per prima cosa, avevano manifestato la loro frustrazione per essere stati riconosciuti innocenti dagli americani così tardi [16 mesi!]; ma il sentimento prevalente era la felicità per essere liberi di tornare a casa: e questo, aggiungo io, malgrado a Guantanamo si mangiasse bene, tutto sommato.
Lasciamo perdere la cosa più importante – e cioè se questi rilasciati stiano dicendo la verità, se Guantanamo sia tortura o no. Guantanamo è tortura, come tante altre cose che succedono in paesi civili o meno, compreso il nostro.
Parliamo di Rocca, invece.
Delle due l’una: o non sa l’inglese (e sarebbe anche ora di studiarlo), o ha ragione Francesca Mazzucato: ci prende per fessi. Beh, non lo siamo. Non sempre.
In ogni caso, posso consigliare un metodo infallibile per rinfrescare la lingua? Perché non si chiude dentro un recinto per sedici mesi con un dizionario?
E' un metodo brevettato - si chiama "trattamento accettabile". Quando esce vedrà, come le canta.
Roba che neanche Roy Orbison.
(Fuor di polemica: ma noi blog, nuova frontiera del giornalismo e quant'altro, cosa facciamo di così rivoluzionario, a parte leggere - male - qualche articolo della stampa estera? E che altro dovremmo fare? Niente. A parte evitare certe figure, forse).
Lo sa, lo sa. Però fa il furbo.
Riassunto:
La settimana scorsa Brodo Primoridiale linca un’intervista ad alcuni afgani scarcerati da Guantanamo, che un po’ si lamentano, un po’ lasciano intendere che tutto sommato non è così male per un afgano, Guantanamo: è pur sempre un vitto e un alloggio.
Siccome Brodo è un virulento antiamericano, titola: “Grand Hotel Guantanamo”. E la gente come me, che legge i titoli e poco più, sorride e clicca oltre.
Il giorno dopo Rocca fa lo scùp:
Ieri, sul quotidiano più liberal d'America, il Boston Globe, 18 ex prigionieri afghani raccontano di essere stati trattati benissimo, meglio che a Kabul e di non potersi lamentare di nulla. Salvo il fatto che erano innocenti, e infatti sono stati rilasciati. (grazie a brodoprimordiale).
E la gente come me, che legge i titoli e poco più, fa una smorfia e passa oltre.
Rocca invece resta sull’osso anche nei giorni successivi: Qualche giorno fa qui segnalammo, su suggerimento di brodoprimordiale, un articolo del Boston Globe sul buon trattamento che i detenuti afghani ricevevano a Guantanamo). Si noti: i “18 ex prigionieri” del primo post sono diventati “i detenuti afghani a Guantanamo”, tutti, senza distinzione. Sono quelle piccole generalizzazioni che non si notano subito, danno solo un vago senso di fastidio, ma si passa oltre.
Ma gli ospiti dell’hotel Guantanamo ormai mi perseguitano. Li ritrovo ieri notte su Nonsense2, uno dei blog di Francesca Mazzucato. Si parla sempre del pezzo del Boston:
Beh, il modo come è stata riportata la notizia è una pura e menzognera mistificazione. Io l'ho letto l'articolo. Probabilmente il giornalista stilatore del blog pensa che la gente non sappia l'inglese, che siano tutti un po' ignoranti.
E probabilmente, aggiungo io, non ha tutti i torti, tuttavia non è mai troppo tardi per dargli una delusione. Dov’è finito il mio vecchio Hazon Garzanti? Sono stanco di fidarmi dei titoli altrui. Decido di leggere quel benedetto articolo, fosse l’ultima cosa che faccio prima di cena. Ecco. E scopro che:
Dei 18 profughi afgani rilasciati, solo 13 sono stati intervistati dal Boston. E allora perché Rocca scrive 18 ex prigionieri raccontano? Per sciatteria.
Di questi 18, uno effettivamente racconta di aver mangiato bene, meglio che con i Talebani, che l’ambiente era pulito “…e se non ci lavavamo ci lavavano loro”, e c’erano anche videogiochi.
Un altro dice che la galera afgana (dove è rimasto per tre giorni) è molto peggio di Guantanamo, e che se dovesse scegliere preferirebbe tornare laggiù.
Lo stesso poi avverte che a Guantanamo le guardie gli avevano detto che lui e gli altri del suo recinto non erano terroristi, e non sarebbe stati trattati come tali. Ma “altri venivano trattati in un maniera diversa. Venivano privati anche del loro Corano e delle coperte, e colpiti con un getto d’acqua (Water cannon).
Un altro, tale Murtaza, racconta di essere stato (se l’Hazon mi assiste) “gassato, stordito e colpito dal getto d’acqua", quando ha protestato perché le guardie disturbavano la preghiera trascinando catene per terra. Poi ha sollevato i pantaloni e ha mostrato il livido di uno stivale americano. A questo punto l’ufficiale presente alla Conferenza Stampa ha smentito. E va bene. Ma è proprio questo l’articolo in cui Rocca ha letto che “18 ex prigionieri afghani raccontano di essere stati trattati benissimo, meglio che a Kabul e di non potersi lamentare di nulla”?
Lo stesso Murtaza – un gran rompiballe, probabilmente – lamenta poi l’abitudine di essere continuamente perquisito in una stanza con “frigid air-conditioning”. Per molti di voi sembrerà ordinaria amministrazione di questura, ma per il diritto internazionale è tortura pure questa. Andiamo avanti.
Un altro che cercava grane, colpevole di aver risposto a uno spintone con uno spintone, dice di essere stato rinchiuso in una specie di container senza finestre, con un buco per il cibo. Non dice per quanto tempo. Una volta ammalatosi, viene trasferito in una cella singola dove “resta nudo per una settimana”. Lo stesso dice di aver visto le guardie picchiare un prigioniero fino a spezzargli il braccio (aveva protestato per il solito motivo: le catene strisciate nell’ora della preghiera). E conclude: “C’è molta gente che sta soffrendo là dentro, e pregare o recitare il Corano non è un crimine, né è una prova di affiliazione coi Talebani o con Al Qaeda”.
Si tratta sempre – lo ricordiamo – di uno degli ex-18 prigionieri afgani che secondo Rocca raccontano di essere stati trattati benissimo. E siccome essi, ancora prima di essere riconosciuti innocenti, erano comunque nel recinto dei “non-terroristi”, cosa dobbiamo pensare degli altri?
Molti di loro, per prima cosa, avevano manifestato la loro frustrazione per essere stati riconosciuti innocenti dagli americani così tardi [16 mesi!]; ma il sentimento prevalente era la felicità per essere liberi di tornare a casa: e questo, aggiungo io, malgrado a Guantanamo si mangiasse bene, tutto sommato.
Lasciamo perdere la cosa più importante – e cioè se questi rilasciati stiano dicendo la verità, se Guantanamo sia tortura o no. Guantanamo è tortura, come tante altre cose che succedono in paesi civili o meno, compreso il nostro.
Parliamo di Rocca, invece.
Delle due l’una: o non sa l’inglese (e sarebbe anche ora di studiarlo), o ha ragione Francesca Mazzucato: ci prende per fessi. Beh, non lo siamo. Non sempre.
In ogni caso, posso consigliare un metodo infallibile per rinfrescare la lingua? Perché non si chiude dentro un recinto per sedici mesi con un dizionario?
E' un metodo brevettato - si chiama "trattamento accettabile". Quando esce vedrà, come le canta.
Roba che neanche Roy Orbison.
(Fuor di polemica: ma noi blog, nuova frontiera del giornalismo e quant'altro, cosa facciamo di così rivoluzionario, a parte leggere - male - qualche articolo della stampa estera? E che altro dovremmo fare? Niente. A parte evitare certe figure, forse).
martedì 1 aprile 2003
(Continua da venerdì)
I cittadini, dicevo, gli abitanti di quella sedicente Repubblica fondata sul lavoro (precario), erano giustamente un po’ perplessi.
Fin dal medioevo essi si erano mostrati molto inclini a dividersi in bande, a sfoggiare emblemi di colori sgargianti, e a dividersi su qualsiasi problema, la politica così come lo sport. Negli ultimi anni l’operazione Libertà Infinita aveva polarizzato la cittadinanza in due grandi fazioni: i pacifisti e i filo-Iperpotenti. Ma non bisognava pensare che tutti i pacifisti fossero di indole pacifica (ad alcuni prudevano parecchio le mani), né che tutti i filo-Iperpotenti fossero convinti assertori della democrazia e della libertà: ma siccome l’Iperpotenza era manifestamente la più forte, ritenevano doveroso tifare per lei, come si tifa per la squadra che vince sempre, che si può permettere i giocatori più costosi e gli arbitri più compiacenti. Come se la vittoria degli altri potesse riscattare la nostra mediocrità: un’idea piuttosto singolare, eppure a quel tempo era credenza condivisa da larghe fasce della popolazione.
They sentenced me to twenty years of boredom
for trying to change the system from within.
I'm coming now, I'm coming to reward them.
First we take Bassora...
Il contrasto tra Pacificisti e Iperpotentisti era stato serrato, un tempo; poi con gli anni si era un po’ moderato: la gente continuava a esporre le bandiere comperate ai vecchi tempi, ma con i colori era un po’ sbiadita la passione. I cortei e i controcortei assecondavano il ritmo eterno delle stagioni: c’era sempre una guerra da sostenere o da avversare. Però non si litigava più come una volta: tanto ormai ognuno aveva fatto la sua scelta di campo, e nessuno si sognava di cambiare idea, o di cambiarla a un conoscente, un famigliare, un collega di lavoro. E ci si annoiava parecchio, francamente.
Finché un giorno, Tac! L’Iperpotenza cominciò a minacciare bombardamenti e invasioni, e all’improvviso fu tutto un fioccare di dubbi, ripensamenti, conversioni: nessuno era più sicuro di niente. Molti iperpotentisti dovettero riconoscere con sé stessi che sì, d’accordo, la democrazia, la libertà erano valori fondanti, ma essere bombardati era pur sempre una grossa seccatura. Così, quatti quatti, senza ritirare la bandiera dell’Iperpotenza dal balcone (che poteva tornare utile in caso d’invasione) iniziarono a prendere contatti col Comitato Pacifista di Quartiere, che si riuniva di solito il martedì sera in Parrocchia.
Ma immaginatevi la sorpresa di un ex guerrafondaio, un timorato padre di famiglia, improvvisamente tentato dal pacifismo gandhiano, quando a queste riunioni sentiva gente della sua stessa età brontolare che sì, d’accordo, l’Iperpotenza era proprio un’Iperarroganza, ma un po’ di bombe in fondo ce le meritavamo, col regime che ci eravamo fatti in casa. Che era una cosa mai vista al mondo: per prima cosa i programmi tv erano uno schifo (curiosamente, il palinsesto tv era sempre in cima alla lista delle lagnanze), e poi le leggi su misura dei potenti, l’inflazione, i lavori sempre più precari, le pensioni sempre più ridotte, gli ospedali e le scuole un macello, le forze di polizia una macelleria, e la tv, soprattutto la tv, mai visto uno schifo simile. “Un po’ di bombe ci vorrebbero, altroché”, diceva il pacifista medio. Certo, soggiungeva, “mica così, un tanto al chilo. Ma un missile ben mirato… su chi ho in mente io…”.
E – sorpresa! – molta gente intorno assentiva con la testa: tutti sembravano avere in mente qualche obiettivo strategico da mirare con precisione.
“Ehm, scusate”, azzardava allora il padre di famiglia. “Ma stiamo parlando di bombe su palazzi, voglio dire, di vite umane”.
“E tu chi sei?”, interveniva il campanaro, “che non ti ho mai visto. Dov’eri quando gli azeri massacravano gli armeni?”
Questo era un vecchio trucco dialettico per mettere in difficoltà il pacifista medio: tirare fuori un massacro un po’ esotico, per il quale sicuramente si era dimenticato di protestare, per distrazione, o per un esame, o perché era troppo giovane. Un pacifista un po’ scafato sapeva reagire, ma il signore in questione era ancora un novellino, ignorava totalmente l’ubicazione dell’Armenia e dell’Azeria, e non replicò.
“Probabilmente eri a casa a guardare la tv di merda. Non ti è mai fregato nulla degli Armeni. E invece dei tuoi connazionali ti frega. Solo perché hanno il tuo stesso colore della pelle. Vergogna”.
Un po’ brusco, ma come dargli torto?
I'd really like to live beside you, baby.
I love your body and your spirit and your clothes.
But you see that line that's moving through the station?
Il Paese era insomma in subbuglio. Bisognava amare gli Iperpotenti, anche quando recavano bombe e carri armati? E chissà che un po’ di bombe e di carri armati non avrebbero risolto certe eterne pendenze… Il Governo, che conosceva i suoi polli, non si era fatto illusioni sulle capacità dell’esercito o dei cittadini di opporre resistenza all’invasore; oltretutto era antica consuetudine, in questo Paese, consegnarsi al nemico appena possibile.
Gli stessi rami del parlamento non promettevano nulla di buono. Il Partito dei Celti non trovava nulla di male che bombardassero il Sud del Paese, purché gli sfollati se ne restassero a casa loro; il Partito della Mafia salutava l’iniziativa degli invasori, che venivano a sopprimere l’ingiusto ordinamento carcerario, il carcere duro già severamente criticato da Amnesty International. Il Partito Fascista Pentito fremeva di rabbia, ma ormai si era pentito e doveva contenersi.
A sinistra le posizioni erano più variegate. I leader si distinguevano in distinguo: alcuni accettavano di essere bombardati, purché sotto l’egida dell’ONU. Altri auspicavano un conflitto lungo e doloroso. Ex capipopolo di marce della pace promettevano: “combatteremo casa per casa: non oltrepasserete mai la linea rossa del bagnasciuga!”
Altri ancora tentavano l’autoanalisi: “Se mi guardo allo specchio”, scrisse un opinionista, “Vedo una parte di me contraria alla guerra, una parte di me che spera di vincerla, un’altra parte che risponde: seeee, figurati, e il naso che non sa mai da che parte stare, s’innervosisce e gli vengono i brufoli. Succede anche a voi?”.
Visto l’andazzo, il Presidente, un vecchio mascalzone non privo di fantasia, tentò di proporre una resa incondizionata all’amico invasore. Si sarebbero così evitati inutili spargimenti di sangue e di costosi armamenti; quanto a lui (ormai in età di pensione), si contentava di una modesta tenuta all’estero e mani libere sui suoi conti in Svizzera. Un buon affare, no?
Ma i diplomatici Iperpotenti, consultati, risposero che la resa incondizionata non bastava. Apprezzavano la buona volontà, ma loro la guerra la facevano anche per smaltire armamenti e mostrare a tutto il mondo quant’era efficace la guerra preventiva. Quindi, prima di arrendersi, i nemici dovevano rassegnarsi a fare un po’ i nemici, suonare le sirene e rifugiarsi in cantina per un qualche sera. Tanto i bombardamenti avevano raggiunto un tale grado di qualità e di precisione, che spesso le città colpite diventavano più belle di prima (e poi ci sarebbe stata la ricostruzione, e tanto lavoro per i piccini e appalti per i più grandicelli, promesso!)
(Continua, sorry).
lunedì 31 marzo 2003
Notizie e tentazioni
La notizia è che la guerra sta andando male, da qualunque lato la si voglia vedere.
La tentazione è: (Sorrisino) “Vedete! Noi l’avevamo detto!”.
È una tentazione alla quale io resisto abbastanza facilmente (le immagini di questi giorni troncherebbero il sorrisino a chiunque), ma Barenghi?
Barenghi è il direttore del Manifesto, un quotidiano che spesso predica ai convertiti, specie in prima pagina. E in prima pagina venerdì scriveva:
Ma quando discutiamo con noi stessi, quando ci guardiamo allo specchio, le cose stanno diversamente: una parte di noi, nel senso di una parte di ognuno di noi, pensa e spera che gli iracheni resistano (per quanto nessuno a sinistra potrebbe mai identificarsi con il loro regime), che gli americani paghino cara la loro guerra, che il sacrificio di migliaia di soldati o civili possa servire a bloccare il progetto che l'amministrazione Bush sta cercando di praticare da un anno e mezzo in qua.
Una parte di noi, quella certa parte di noi, se c’è, di solito se ne sta ben ricantucciata dentro di noi, per la paura che le altre parti di noi la prendano a sberle. È precisamente la parte di noi che sogghigna a ogni notizia di strage di mercato o di marines sperduti nel deserto. È quella parte di noi – profondamente stupida – che ogni volta che vede grande confusione sotto il cielo pensa che la situazione sia eccellente, e la palingenesi rivoluzionaria alle porte. È la parte di me (spero irrisoria), che se qualcuno riuscisse a localizzarmi in una zona fisica (un dito dei piedi, un etto del cervello, una piega dell’intestino), io sarei disposto a farmela asportare, perché non si può essere così idioti, anche solo in una recondita parte di noi.
Alla fine Barenghi (sempre allo specchio) si chiede, amletico: E allora come speriamo che sia questa guerra, lunga o breve?.
La risposta è molto semplice: non speriamo niente. La politica non si fa con la speranza. La guerra, figurarsi. I belligeranti, delle nostre speranze, non sanno che farsene.
(A meno che non siamo convinti che i nostri auspici possano modificare il corso degli eventi, ma in tal caso siamo cristiani e questi auspici si chiamano preghiere. Nulla di male, basta riconoscerlo).
Fine invettiva. Consigli per gli acquisti:
l’ultimo numero di Internazionale è molto bello. Passi il titolo di copertina (“War Blog”), ma ci trovate tante cose che credete di aver già letto in settimana navigando su Internet, e invece avete solo fatto finta, perché erano scritte in piccolo e in inglese. Per esempio, il blog di Raed, da Baghdad, tradotto in italiano. Un pezzo di Seymour Hersh su una delle tante bufale pre-belliche: un presunto traffico di uranio dal Niger all’Iraq. Doveva essere una delle prove del rinnovato interesse di Saddam Hussein per le armi atomiche, ma le pezze d’appoggio erano smaccatamente false, come hanno ammesso a mezza voce anche i servizi americani.
La redazione di Leonardo, che la sa sempre un po’ più lunga, è venuta in possesso di uno di questi documenti riservati. Si tratta di un’e-mail inviata all’indirizzo di posta elettronica saddam@hussein.ir Ne citiamo le prime righe:
Sir,
URGENT BUSINESS RELATIONSHIP
First, I must solicit your confidence in this transaction,
which is of mutual benefit. This is by virtue of it's nature
of being utterly confidential.I am sure and have confidence
of your ability, and reliability to prosecute a transaction
of this great magnitude.
We are top Officials of the Federal Government Uranium
review Panel who are interested in importation of goods into
our country with tons of uranium which are presently trapped in
Niger. In order to commence this business,we need your
assistance to enable us transfer funds into your
account.
Secondo me non c’è cascato. (Qui la spiegazione).
Bambini internazionali
Ma soprattutto, su Internazionale di questa settimana c’è una buona traduzione delle e-mail di Rachel Corrie. Rachel Corrie era una ragazza americana di 23 anni, sensibile, coraggiosa e intelligente. Ed è morta il 16 marzo in Palestina, schiacciata da un bulldozer israeliano. Poi è scoppiata una guerra, e non se n’è più parlato. Ma dobbiamo cercare di vedere le cose in prospettiva: dopo questa guerra ce ne saranno altre, e sempre crederemo di assistere a svolte cruciali, e sempre ci dimenticheremo della guerra precedente. Ma se avremo dei figli, loro non ci chiederanno se c’è stato prima il Kossovo o l’Iraq o l’Afganistan o il Vietnam. Ci chiederanno se abbiamo sentito parlare di Rachel Corrie, se abbiamo pianto per lei, e se abbiamo ancora quella vecchia rivista con le sue lettere. Credo. Spero.
Ho pensato che in fondo siamo tutti bambini curiosi di altri bambini: bambini egiziani che strillano a una strana signora che passeggia sul sentiero dei carri armati. Bambini palestinesi presi di mira dai carri armati quando si affacciano dal muro per guardare quello che succede. Bambini internazionali in piedi davanti ai carri con striscioni. Bambini israeliani nei carri, anonimi, che a volte urlano, a volte salutano, molti obbligati a essere lì, molti semplicemente aggressivi, pronti a sparare sulle case appena noi ce saremo andati...
La notizia è che la guerra sta andando male, da qualunque lato la si voglia vedere.
La tentazione è: (Sorrisino) “Vedete! Noi l’avevamo detto!”.
È una tentazione alla quale io resisto abbastanza facilmente (le immagini di questi giorni troncherebbero il sorrisino a chiunque), ma Barenghi?
Barenghi è il direttore del Manifesto, un quotidiano che spesso predica ai convertiti, specie in prima pagina. E in prima pagina venerdì scriveva:
Ma quando discutiamo con noi stessi, quando ci guardiamo allo specchio, le cose stanno diversamente: una parte di noi, nel senso di una parte di ognuno di noi, pensa e spera che gli iracheni resistano (per quanto nessuno a sinistra potrebbe mai identificarsi con il loro regime), che gli americani paghino cara la loro guerra, che il sacrificio di migliaia di soldati o civili possa servire a bloccare il progetto che l'amministrazione Bush sta cercando di praticare da un anno e mezzo in qua.
Una parte di noi, quella certa parte di noi, se c’è, di solito se ne sta ben ricantucciata dentro di noi, per la paura che le altre parti di noi la prendano a sberle. È precisamente la parte di noi che sogghigna a ogni notizia di strage di mercato o di marines sperduti nel deserto. È quella parte di noi – profondamente stupida – che ogni volta che vede grande confusione sotto il cielo pensa che la situazione sia eccellente, e la palingenesi rivoluzionaria alle porte. È la parte di me (spero irrisoria), che se qualcuno riuscisse a localizzarmi in una zona fisica (un dito dei piedi, un etto del cervello, una piega dell’intestino), io sarei disposto a farmela asportare, perché non si può essere così idioti, anche solo in una recondita parte di noi.
Alla fine Barenghi (sempre allo specchio) si chiede, amletico: E allora come speriamo che sia questa guerra, lunga o breve?.
La risposta è molto semplice: non speriamo niente. La politica non si fa con la speranza. La guerra, figurarsi. I belligeranti, delle nostre speranze, non sanno che farsene.
(A meno che non siamo convinti che i nostri auspici possano modificare il corso degli eventi, ma in tal caso siamo cristiani e questi auspici si chiamano preghiere. Nulla di male, basta riconoscerlo).
Fine invettiva. Consigli per gli acquisti:
l’ultimo numero di Internazionale è molto bello. Passi il titolo di copertina (“War Blog”), ma ci trovate tante cose che credete di aver già letto in settimana navigando su Internet, e invece avete solo fatto finta, perché erano scritte in piccolo e in inglese. Per esempio, il blog di Raed, da Baghdad, tradotto in italiano. Un pezzo di Seymour Hersh su una delle tante bufale pre-belliche: un presunto traffico di uranio dal Niger all’Iraq. Doveva essere una delle prove del rinnovato interesse di Saddam Hussein per le armi atomiche, ma le pezze d’appoggio erano smaccatamente false, come hanno ammesso a mezza voce anche i servizi americani.
La redazione di Leonardo, che la sa sempre un po’ più lunga, è venuta in possesso di uno di questi documenti riservati. Si tratta di un’e-mail inviata all’indirizzo di posta elettronica saddam@hussein.ir Ne citiamo le prime righe:
Sir,
URGENT BUSINESS RELATIONSHIP
First, I must solicit your confidence in this transaction,
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of being utterly confidential.I am sure and have confidence
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our country with tons of uranium which are presently trapped in
Niger. In order to commence this business,we need your
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account.
Secondo me non c’è cascato. (Qui la spiegazione).
Bambini internazionali
Ma soprattutto, su Internazionale di questa settimana c’è una buona traduzione delle e-mail di Rachel Corrie. Rachel Corrie era una ragazza americana di 23 anni, sensibile, coraggiosa e intelligente. Ed è morta il 16 marzo in Palestina, schiacciata da un bulldozer israeliano. Poi è scoppiata una guerra, e non se n’è più parlato. Ma dobbiamo cercare di vedere le cose in prospettiva: dopo questa guerra ce ne saranno altre, e sempre crederemo di assistere a svolte cruciali, e sempre ci dimenticheremo della guerra precedente. Ma se avremo dei figli, loro non ci chiederanno se c’è stato prima il Kossovo o l’Iraq o l’Afganistan o il Vietnam. Ci chiederanno se abbiamo sentito parlare di Rachel Corrie, se abbiamo pianto per lei, e se abbiamo ancora quella vecchia rivista con le sue lettere. Credo. Spero.
Ho pensato che in fondo siamo tutti bambini curiosi di altri bambini: bambini egiziani che strillano a una strana signora che passeggia sul sentiero dei carri armati. Bambini palestinesi presi di mira dai carri armati quando si affacciano dal muro per guardare quello che succede. Bambini internazionali in piedi davanti ai carri con striscioni. Bambini israeliani nei carri, anonimi, che a volte urlano, a volte salutano, molti obbligati a essere lì, molti semplicemente aggressivi, pronti a sparare sulle case appena noi ce saremo andati...
venerdì 28 marzo 2003
First we take Bassora, then we take Berghèm (primo episodio)
I'm guided by a signal in the heavens
I'm guided by this birthmark on my skin
I'm guided by the beauty of our weapons
First we take Bassora...
Fu lunga, breve, giusta, sbagliata, preventiva, mal preventivata, disumana, umanitaria, fu tante cose, la Seconda Guerra del Golfo, finché un giorno finì: e mentre i soldati dell’Iperpotenza sgomberavano (sostituiti dagli effettivi degli Stati vassalli), l’attesa montava, di conoscere quale sarebbe stato il prossimo obiettivo della Libertà Infinita; quale altro Stato Canaglia avrebbe avuto il privilegio di assaggiare il dolce sapore della democrazia, con quel vago retrogusto di uranio. In Occidente si accettavano scommesse; nel Medio Oriente s’incrociavano le dita e le code di paglia, lunghe assai.
Perciò la sorpresa fu grande, quando si scoprì che il fortunato prescelto era un Paese mollemente sospeso tra Africa ed Europa, ma da millenni iscritto nel catasto Occidentale; un antico faro di Civiltà, anche se negli ultimi tempi sbirluccicava appena, e un amico di vecchia data dell’Iperpotenza (come l’Iraq, del resto). Cosa poteva giustificare una simile scelta? Il petrolio? No, petrolio non ce n’era. Appena appena un po’ di metano, ma chi farebbe una guerra per il metano? No, ormai le guerre non si facevano più per il profitto, ma per la democrazia, punto e basta. L’Iperpotenza riteneva che non ce ne fosse abbastanza, in quel Paese, e aveva deciso di rovesciargliene un po’, lei che non sapeva più dove metterla.
A chi obiettava che quel Paese era, ufficialmente, una Repubblica democratica fondata sul Lavoro, gli ideologi dell’Iperpotenza replicavano con franche risate. Una Democrazia, quella? Con un Presidente che possedeva in forma privata metà dell’etere televisivo e in forma pubblica l’altra metà? Con un Parlamento che varava riforme della giustizia ogni volta che un parlamentare veniva beccato con le mani nel sacco? Con intere regioni in mano a tribù e a clan della malavita organizzata? Forse che Saddam Hussein era un Presidente democratico perché vinceva le elezioni col 99%?
E poi c’erano alcuni diabolici dettagli, che alimentavano il sospetto – qualcosa di più di un sospetto – nel cuore della diffidente Iperpotenza. Già da tempo essa aveva imparato a dubitare degli amici ancor prima dei nemici, specie se erano amici grandi produttori e commercianti di armi.
Perché, proprio nel corso della guerra del Golfo, il Parlamento di quel Paese aveva sentito l’esigenza di consentire ai propri produttori di vendere armi ai Paesi che violavano i diritti civili? Pura coincidenza? E che dire di due anni prima, quendo ancora fumava Ground Zero e il mondo faceva la fila per esprimere le condoglianze all’Iperpotenza ferita al cuore? Non era stato forse lo stesso Parlamento *democratico* a votare una norma sulle rogatorie internazionali che era come un invito alle organizzazioni criminali e terroriste del mondo a nascondere i propri capitali in quel bel Paese? Insomma: si trattava di uno Stato amico o di uno Stato canaglia? Certe volte era difficile distinguere. Ma nel dubbio, si bombarda: era una prassi consolidata, ormai.
Certo, i governanti di quel Paese avevano avuto tante belle parole di solidarietà con l’Iperpotenza. E quanta retorica sulla Terra della Democrazia, sulla bellezza delle stelle e delle strisce… ma aiuti concreti? Pochini. Invio di truppe al fronte? Solo a guerra conclusa. Uso delle basi? Sì, ehm, no, solo per azioni umanitarie, solo se ci mettete davanti al fatto compiuto.
“Ma insomma”, sbottavano i diplomatici dell’Iperpotenza, “siete nostri alleati o no?”
“Ma sì. Ma no. Cioè, dipende dai sondaggi”.
E intanto la situazione degenerava, giorno per giorno. Nel Paese era scoppiata da anni una violentissima guerra civile, detta Guerra del Traffico. Ogni giorno (e ogni notte) su strade e autostrade i civili si scontravano in duelli suicidi, col tacito consenso dell'autorità, che incoraggiava le fazioni a rottamare e acquistare auto sempre più veloci e distruttive, in nome dell'interesse nazionale e del Prodotto Interno Lordo. Ogni anno il numero di morti superava di gran lunga quello dell’Intifada palestinese. Urgeva un’invasione, per ripristinare, se non la libertà e la democrazia, almeno il Codice Stradale. Sarebbe morto qualche innocente, certo. Ma non si poteva far finta di niente, nascondere la testa nella sabbia.
I don't like your fashion business, mister.
I don't like these drugs that keep you thin.
I don't like what happened to my sister.
First we take Bassora...
Furono così avviate le procedure d’invasione, i colloqui multilaterali, i siparietti con gli ispettori ONU, e tutto l’armamentario che serve a far rilassare il telespettatore tra una guerra e l’altra, e a stimolargli l’appetito (parla di guerra per sei mesi, e alla fine ti supplicheranno di cominciarla). Ma nel Paese in questione, pigramente sospeso tra Europa e Africa, la tensione cresceva. Non era cosa di tutti i giorni, diventare un target militare.
I cittadini, specialmente, erano un po’ perplessi. (Continua...)
mercoledì 26 marzo 2003
Potere Insegnante
(Avvertenza: pezzo fazioso e autocelebrativo. E ci sono tanti altri blog interessanti in questi giorni. Avvertiti).
La scuola è naturalmente per la pace. Come fa a non essere per la pace?
Anonimo sindacalista
So che non siete d’accordo, e non penso di riuscire a convincervi, ma io credo che la diplomazia internazionale potrebbe tranquillamente essere affidata agli insegnanti della scuola dell’obbligo italiana. La situazione, più di tanto, non potrebbe peggiorare – ma se migliorasse?
Quando parlo o sento parlare di containment, mi rendo conto che la maggior parte delle persone non ha un’idea di ciò di cui si sta parlando. All’università, nei master, ai corsi di autostima, si impara ad affrontare i nostri nemici di petto, come se si trattasse sempre di nemici da poco e noi fossimo tanti piccoli Rumsfeld, tante piccole superpotenze. E questo va benissimo, per degli adulti abituati a trattare con altri adulti, più o meno dello stesso segmento sociale.
In fondo sono animali mansueti, gli adulti, gli fai una sfuriata e loro arretrano, istintivamente. Non vogliono grane. Prendili di petto, insegnagli chi è il capo, e loro abbozzeranno.
Ma la scuola dell’obbligo – eh, signori – la scuola dell’obbligo è tutt’un’altra cosa. Mettete da parte i vostri ricordi adolescenziali; mentre voi crescevate e facevate carriera l’Italia è cambiata, e la scuola per prima. Per voi la società multietnica consiste in pratica nel dare una mancia al lavavetri marocchino, e già la cosa è un piccolo fastidio. Ma vostro figlio e il figlio del lavavetri fanno la stessa scuola e corteggiano la stessa ragazza. La lotta di classe riparte da qui, ed è più dura di quanto non crediate.
C’è poco da fare i gradassi, qui. Qui se vuoi delle grane sei il benvenuto. Ed è inutile mostrare le palle, c’è gente pronta a staccartele a morsi.
L’insegnante lo sa.
L’insegnante non ha letto Sun Tzu, non ha letto Clausewitz, ma dopo una decina d’anni di scuola dell’obbligo potrebbe dare qualche lezione a Rumsfeld. Una molto semplice, per esempio: guai a innervosire un avversario disperato. Non c’è nulla di più pericoloso di un torello messo con le spalle al muro. I nemici non si prendono di petto, mai. I nemici vanno addormentati, lentamente. Questo è il containment.
E un insegnante lo pratica tutti i giorni, tre o quattro ore al giorno, solo contro 25/30 torelli in piena ebollizione ormonale. Per farsi rispettare non dispone di nessun armamento convenzionale: per disarmare chi brandisce forbici acuminate o cutter non può far ricorso all’uso della forza, né minacciare ritorsioni. I presidi li sorvegliano, i genitori diffidano di loro, i bidelli scuotono la testa. E le loro macchine restano nei parcheggi scolastici, incustodite, un’esca per qualsiasi vendicatore di ingiustizie.
Eppure in un qualche modo l’insegnante ce la fa. Non sempre, certo. Sui giornali che sfogliate, sotto alle decine di pagine di guerra, a volte troverete nella cronaca locale qualche trafiletto sulla scuola dell’obbligo: un pestaggio, un accoltellamento, un atto vandalico, un racket di merende. È solo la punta dell’iceberg. Il resto è containment, quotidiano containment. Pino, non picchiare Yu col righello. Aziz, ti do il permesso di uscire per fare la pipì, non per fregare il giubbino firmato di Alì. Concetta, se ti do Buono invece di Distinto è perché te lo meriti, non perché sono razzista nei confronti della tua etnìa: cerca di spiegarlo a tuo padre che ha già chiamato il preside per suggerire il mio trasferimento.
Non va sempre bene. Ogni tanto qualcuno esce di testa. La gente non lo sa, ma l’insegnamento è una professione a forte rischio di malattia fisica e mentale. Eppure di solito – novantacinque volte su cento – il containment funziona. Come funziona?
Non lo so. Onestamente. Da qual che ho capito, il containment è un misto di pazienza, simpatia, antipatia, ironia, scenate teatrali, impassibilità, urli, silenzi, minacce, moine, ispezioni, pugni sulla cattedra, praticamente tutto quello che può fare un essere umano senza arrivare al contatto fisico. Qualcosa di molto poco elegante, e tuttavia novantacinque casi su cento funziona.
E a quel punto viene anche spontaneo cercare di applicarlo fuori dalla scuola, ai rapporti con gli amici e coi conviventi, e perché no, alla politica internazionale. Cosa si potrebbe fare con un dittatore del Medio Oriente che tiranneggia il suo popolo e forse dispone di armi di distruzione di massa? Si sarebbe potuto provare, per esempio, con la pazienza, le scenate teatrali, l’impassibilità, gli urli, i silenzi, le minacce, le moine, le ispezioni, i pugni sulla cattedra… con qualsiasi cosa che non fosse lo scontro diretto. Non so cosa ne pensi Sun Tzu o Clausewitz, ma un insegnante lo sa: è una follia sfidare in campo aperto chi non ha più niente da perdere. Siamo sicuri di aver provato davvero in tutti i modi? Siamo sicuri di non aver ceduto all’emotività, all’ancestrale bisogno di mostrare le palle, contro chi è abbastanza sciocco e disperato da potercele strappare?
Ma io chi sono, e a nome di chi parlo? Io sono un supplente, e forse non sono fatto per questo lavoro. (E tanto, per come si stanno mettendo le cose, non andrò mai di ruolo). Sono una persona discretamente coraggiosa, anche nel senso d’imprudente: ho visto le cariche di Genova e i carri armati a Ramallah, e non me la sono fatta sotto. Invece certe mattine, prima di andare a lavorare, mi succede: me la faccio sotto. E questo qualche cosa vorrà dire.
(Avvertenza: pezzo fazioso e autocelebrativo. E ci sono tanti altri blog interessanti in questi giorni. Avvertiti).
La scuola è naturalmente per la pace. Come fa a non essere per la pace?
Anonimo sindacalista
So che non siete d’accordo, e non penso di riuscire a convincervi, ma io credo che la diplomazia internazionale potrebbe tranquillamente essere affidata agli insegnanti della scuola dell’obbligo italiana. La situazione, più di tanto, non potrebbe peggiorare – ma se migliorasse?
Quando parlo o sento parlare di containment, mi rendo conto che la maggior parte delle persone non ha un’idea di ciò di cui si sta parlando. All’università, nei master, ai corsi di autostima, si impara ad affrontare i nostri nemici di petto, come se si trattasse sempre di nemici da poco e noi fossimo tanti piccoli Rumsfeld, tante piccole superpotenze. E questo va benissimo, per degli adulti abituati a trattare con altri adulti, più o meno dello stesso segmento sociale.
In fondo sono animali mansueti, gli adulti, gli fai una sfuriata e loro arretrano, istintivamente. Non vogliono grane. Prendili di petto, insegnagli chi è il capo, e loro abbozzeranno.
Ma la scuola dell’obbligo – eh, signori – la scuola dell’obbligo è tutt’un’altra cosa. Mettete da parte i vostri ricordi adolescenziali; mentre voi crescevate e facevate carriera l’Italia è cambiata, e la scuola per prima. Per voi la società multietnica consiste in pratica nel dare una mancia al lavavetri marocchino, e già la cosa è un piccolo fastidio. Ma vostro figlio e il figlio del lavavetri fanno la stessa scuola e corteggiano la stessa ragazza. La lotta di classe riparte da qui, ed è più dura di quanto non crediate.
C’è poco da fare i gradassi, qui. Qui se vuoi delle grane sei il benvenuto. Ed è inutile mostrare le palle, c’è gente pronta a staccartele a morsi.
L’insegnante lo sa.
L’insegnante non ha letto Sun Tzu, non ha letto Clausewitz, ma dopo una decina d’anni di scuola dell’obbligo potrebbe dare qualche lezione a Rumsfeld. Una molto semplice, per esempio: guai a innervosire un avversario disperato. Non c’è nulla di più pericoloso di un torello messo con le spalle al muro. I nemici non si prendono di petto, mai. I nemici vanno addormentati, lentamente. Questo è il containment.
E un insegnante lo pratica tutti i giorni, tre o quattro ore al giorno, solo contro 25/30 torelli in piena ebollizione ormonale. Per farsi rispettare non dispone di nessun armamento convenzionale: per disarmare chi brandisce forbici acuminate o cutter non può far ricorso all’uso della forza, né minacciare ritorsioni. I presidi li sorvegliano, i genitori diffidano di loro, i bidelli scuotono la testa. E le loro macchine restano nei parcheggi scolastici, incustodite, un’esca per qualsiasi vendicatore di ingiustizie.
Eppure in un qualche modo l’insegnante ce la fa. Non sempre, certo. Sui giornali che sfogliate, sotto alle decine di pagine di guerra, a volte troverete nella cronaca locale qualche trafiletto sulla scuola dell’obbligo: un pestaggio, un accoltellamento, un atto vandalico, un racket di merende. È solo la punta dell’iceberg. Il resto è containment, quotidiano containment. Pino, non picchiare Yu col righello. Aziz, ti do il permesso di uscire per fare la pipì, non per fregare il giubbino firmato di Alì. Concetta, se ti do Buono invece di Distinto è perché te lo meriti, non perché sono razzista nei confronti della tua etnìa: cerca di spiegarlo a tuo padre che ha già chiamato il preside per suggerire il mio trasferimento.
Non va sempre bene. Ogni tanto qualcuno esce di testa. La gente non lo sa, ma l’insegnamento è una professione a forte rischio di malattia fisica e mentale. Eppure di solito – novantacinque volte su cento – il containment funziona. Come funziona?
Non lo so. Onestamente. Da qual che ho capito, il containment è un misto di pazienza, simpatia, antipatia, ironia, scenate teatrali, impassibilità, urli, silenzi, minacce, moine, ispezioni, pugni sulla cattedra, praticamente tutto quello che può fare un essere umano senza arrivare al contatto fisico. Qualcosa di molto poco elegante, e tuttavia novantacinque casi su cento funziona.
E a quel punto viene anche spontaneo cercare di applicarlo fuori dalla scuola, ai rapporti con gli amici e coi conviventi, e perché no, alla politica internazionale. Cosa si potrebbe fare con un dittatore del Medio Oriente che tiranneggia il suo popolo e forse dispone di armi di distruzione di massa? Si sarebbe potuto provare, per esempio, con la pazienza, le scenate teatrali, l’impassibilità, gli urli, i silenzi, le minacce, le moine, le ispezioni, i pugni sulla cattedra… con qualsiasi cosa che non fosse lo scontro diretto. Non so cosa ne pensi Sun Tzu o Clausewitz, ma un insegnante lo sa: è una follia sfidare in campo aperto chi non ha più niente da perdere. Siamo sicuri di aver provato davvero in tutti i modi? Siamo sicuri di non aver ceduto all’emotività, all’ancestrale bisogno di mostrare le palle, contro chi è abbastanza sciocco e disperato da potercele strappare?
Ma io chi sono, e a nome di chi parlo? Io sono un supplente, e forse non sono fatto per questo lavoro. (E tanto, per come si stanno mettendo le cose, non andrò mai di ruolo). Sono una persona discretamente coraggiosa, anche nel senso d’imprudente: ho visto le cariche di Genova e i carri armati a Ramallah, e non me la sono fatta sotto. Invece certe mattine, prima di andare a lavorare, mi succede: me la faccio sotto. E questo qualche cosa vorrà dire.
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