Il governo italiano ha sospeso gli aiuti ai palestinesi

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venerdì 6 febbraio 2026

Un poliziotto isolato non è in trappola: è la trappola


– A Torino come sapete c'è stato un corteo, la polizia ha ferito diversi manifestanti (un manifestante invece ha ferito un poliziotto), e io non ne sto parlando perché, appena comincio, mi rendo conto di scrivere le stesse cose e ne ho pudore. Ma pare che sia un problema solo mio – questo pesantissimo archivio a destra che mi ricorda come tutto sia stato già riflettuto lungamente e invano. Altri non si fanno il problema, altri non hanno nessun pudore a premere un tasto – quei bei tasti sulle tastiere di una volta, ricordate? Sarà un F6 o un F7 – che evochi immediatamente le Bierre, Vallegiulia e Pasolini. Paragoni che erano insensati, stucchevoli e sballati venticinque anni fa – non sto esagerando, l'archivio non perdona: ventitré anni fa. E io dovrei vergognarmi perché mi viene in mente invece Genova 2001, e le due o tre cose che mi pare di aver capito allora? In mezzo ai dinosauri, anche il mammut può sentirsi giovanile.

Quando parlate delle BR, ma di cosa (cazzo) parlate? Cosa c'entravano le BR coi centri sociali? Nulla, ci stanno come minimo vent'anni di distanza. Le BR erano lo spauracchio quando eravate bambini? Ok, ma non lo siete più da un pezzo, non potevate studiare un po'? Lo studio anche a questo serve, a levarvi le paure. State continuando a usare i teoremi del nonno, quelli che non hanno mai dimostrato di funzionare nemmeno su un piano euclideo. Credete che nelle scuole e nelle università si annidino i cattivi maestri: non fu così per le BR, non era così nel 2001, non è così nemmeno oggi – fino a prova contraria. Pensate che una piazza aggressiva (una piazza che non si rassegni a prenderle soltanto) porti inevitabilmente alle BR: se fosse andata davvero così, perché dopo Genova nessuno si è dato al brigatismo? Proprio nessuno! Avete vent'anni a disposizione per capire quanto avete torto, perché non imparate niente mai? È sconfortante. 

– Bisognerebbe invece sforzarsi di notare che tutto cambia, e quasi mai in meglio; che anche situazioni che sono riuscite a mantenersi in equilibrio per venti, trent'anni, potrebbero però essere cambiate ogni volta in modo impercettibile, finché un giorno l'equilibrio non regge più. A me dispiace che Askatasuna sia stato sgomberato; sono sicuro che sia stato un luogo importante e formativo per molti torinesi – detto questo, se continuate a ragionare come vent'anni fa, il minimo che possa succedere è che qualcuno vi aspetti esattamente dove vi facevate intrappolare anche vent'anni fa: se siete prevedibili, qualcuno potrebbe pensare di sfruttare la cosa. Forse a qualcuno fate comodo così, fatevi venire il dubbio ogni tanto. Riporto un pezzo di comunicato:

Al termine della manifestazione, una parte del corteo ha deciso di proseguire in corso Regio Parco e un’altra parte, numericamente significativa, ha deviato in Corso Regina per avvicinarsi allo stabile di Askatasuna, oggi murato e devastato al suo interno dai vari distruttori in divisa. In corso Regina, l’apparato repressivo messo in campo dal governo Meloni e dal ministro Piantedosi ha risposto subito alla deviazione con una forza sproporzionata, scaricando centinaia di lacrimogeni sullo spezzone. Questa gestione muscolare, coerente con quanto visto nei giorni precedenti (quasi 800 fermi e identificazioni, intimidazioni, minacce), è stata però colta di sorpresa. Non si aspettavano che lo spezzone colpito reggesse l’urto, resistesse, avanzasse metro dopo metro, senza panico né tentennamenti con l’obiettivo di avvicinarsi a uno stabile che è stato strappato come uno scalpo dal governo per cancellare un pezzo di quella storia partigiana che ha caratterizzato da sempre Torino e che mai gli andata giù.  

Allora: questa roba è giocare alla guerra, e non funziona. Forse per vent'anni avete pensato che funzionasse, ma era un'illusione. Ve lo facevano fare soltanto nella misura in cui gli era comodo mostrare poliziotti feriti e qualche carrozzeria ammaccata. Non è un pezzo di storia partigiana, è una liturgia e voi non siete i sacerdoti; ogni tanto qualcuno di voi sarà l'agnello. 

– Penso a quello che succede in Minnesota: anche lì non è i manifestanti ogni tanto non perdano la pazienza – anche ad Alex Pretti qualche giorno prima era saltata – eppure lì è molto chiaro che l'ICE mena e i manifestanti le prendono. Per quanto sia inevitabile che qualcuno resista alle cariche, bisognerebbe fare questo sforzo di capire che il messaggio che deve passare è che i poliziotti le danno e i manifestanti le prendono, e non viceversa. Dare un martelletto in testa a un poliziotto significa dare una medaglia al poliziotto, qualcuno ancora non l'ha capito? Inoltre: se vedi un poliziotto isolato, non è in trappola lui; lui è la trappola.

– Se fai esattamente quello che la polizia vuole che tu faccia, tu in pratica stai prendendo ordini dalla polizia: accetta la cosa. Hai un bel da negare che esistano infiltrati: l'infiltrato sei tu, per forza stai negando. 

– Ogni tanto, l'ho spiegato, mi fisso su un relitto alla deriva, ad es. Parenzo. Parenzo a poche ore dagli scontri stava già chiedendo a qualcuno di dissociarsi. 

Poche ore prima aveva spiegato ai suoi follower che sì, effettivamente la cifra di 70000 morti palestinesi nella Striscia di Gaza, fornita dalle autorità di Gaza (e mai smentita da quelle israeliane), la cifra più volte denunciata come propaganda antisemita... e recentemente confermata da fonti anonime dell'IDF, non costituisce un genocidio, perché? Perché "Israele ha stimato" che tra quei 70000 c'erano più di 20000 terroristi, il che (secondo Israele) sarebbe un'ottima proporzione: non è genocidio se per ogni nemico uccidi un civile o un civile e mezzo.

È una logica aberrante che solo Israele ha il coraggio di reclamare – ma anche di questo si è già parlato: rimane da annotare la coincidenza. David Parenzo, che ci chiede di dissociarsi dal terribile fatto che un poliziotto ha passato qualche ora in un pronto soccorso, sta rivendicando il massacro di 70000 palestinesi, sta spiegando che è un massacro giusto, migliore di altri massacri commessi negli ultimi anni da eserciti meno morali di Israele. 

domenica 1 febbraio 2026

Gaza, l'elefante della Memoria


Onorevole Liliana Segre, 

le scrivo per ringraziarla delle parole che ha scelto di usare nel suo discorso al Quirinale, in occasione del Giorno delle Memoria, e per confessarle una perplessità.

Sono un insegnante che ha più o meno cominciato a lavorare quando il Giorno fu istituito, e condividendone profondamente le finalità non ho smesso di domandarmi quale fosse la chiave, la strategia migliore per far riflettere gli studenti sul fatto che "questo è stato". Anche se prima o poi, in 25 anni, fossi arrivato a delle conclusioni soddisfacenti, c'è da dire che i ragazzi cambiano, perciò nulla può essere dato per scontato. Nel frattempo il Giorno viveva una sua storia parallela sugli organi di informazione, che ogni anno sentivano la necessità di dedicarvi un po' di tempo e spazio. Rispetto a noi insegnanti tuttavia i giornalisti hanno questo problema, che non cambiano il loro pubblico da un anno all'altro; i loro lettori sono più o meno gli stessi e non sopporterebbero – come i nostri studenti – di farsi raccontare tutti gli anni le stesse cose. Occorre aggiungere qualcosa, è il medium che lo richiede: e in nove casi su dieci quel qualcosa è una polemica. Anche quando nessuno ne vedesse la necessità (che polemica si può imbastire sulla commemorazione della Shoah?), il giornalista comunque ne ha bisogno. Abbiamo quindi cominciato a leggere molto presto pensosi editoriali su quanto il Giorno della Memoria fosse diventato una commemorazione stanca, meccanica, ecc , insomma che col tempo vada incontro a forme di ritualizzazione che in effetti sono prevedibili e inevitabili; così come in effetti è possibile che a uno studente capiti di leggere più volte la stessa pagina, o guardare lo stesso film: ma nel frattempo stanno crescendo, e anche tornare agli stessi contenuti ha un valore formativo. 

Inoltre, siccome dopo un po' anche parlare di "stanchezza" è stancante (per fare un esempio, De Bortoli ne scrive da almeno 15 anni), i giornalisti hanno scoperto un'altra opzione: collegare il Giorno della Memoria all'attualità, che purtroppo non è mai avara di eventi tragici (anche se mai così tragici); e siccome quasi sempre questi collegamenti risultano inopportuni e fuorvianti, più spesso il giornalista decide di lamentarsi che qualcun altro li stia facendo; e quasi sempre quel qualcuno siamo noi insegnanti. Per fare un altro esempio, al Foglio da qualche anno in qua "boicottano" il Giorno della Memoria, nel senso che si danno il cambio a scrivere un editoriale sdegnato sul fatto che qualcuno osi parlare, durante il Giorno della Memoria, di altre questioni da loro non autorizzate: l'anno scorso fu Pierluigi Battista, quest'anno David Parenzo ma insomma i contenuti sono molto simili e battono sullo stesso tasto: come osiamo noi insegnanti paragonare Gaza alla Shoah? In entrambi i casi si dà infatti per scontato che noi insegnanti lo facciamo; addirittura Parenzo esordisce annunciando che le iniziative scolastiche che accostano Gaza al Giorno si stiano "moltiplicando", lasciandoci la curiosità di capire come abbia fatto ad accorgersene (setaccia i siti scolastici di tutta la penisola? o avrà un paio di contatti coi soliti licei di Milano o Roma?) e addirittura a notarne la moltiplicazione.

Per quanto mi riguarda, il 27 gennaio io preferisco parlare di Shoah e basta – magari bastasse un giorno solo per un evento tanto tragico e complesso. Non perché non trovi giusto collegarlo ad altri fatti storici, ma perché i collegamenti dovrebbero farli i ragazzi, coi loro tempi, e dopo aver approfondito un minimo gli argomenti da collegare. E confesso che dopo aver guardato per l'ennesima volta qualche scena di Schindler's List (dite quel che volete, con gli adolescenti continua ad avere l'impatto migliore) mi veniva in mente più il Minnesota che Gaza; semplicemente perché gli ultimi rastrellamenti ed eccidi che abbiamo visto sui social sono avvenuti lì. Se invece dopo un po' mi rimetto a pensare a Gaza, forse è proprio perché continuo a leggere voci più e meno autorevoli che insistono sul fatto che non ne dovrei parlare – e non ne sto nemmeno parlando! – ma loro insistono, forse non si ricordano di quel vecchio libro titolato Non pensare all'elefante

A questo punto, onorevole, noi insegnanti ci troviamo tra due fuochi: noiosi se continuiamo a parlare del passato, irrispettosi se ogni tanto proviamo a istituire confronti con presente (confronti che poi sono quelli che di solito chiediamo ai nostri studenti). Il resto dell'anno la cosa non presenta nessun problema: si può per esempio confrontare la schiavitù degli antichi con le condizioni di lavoro nel Terzo Mondo, si può riflettere sugli imperialismi del passato e su quelli contemporanei. Soltanto un giorno all'anno la cosa crea difficoltà e, ho la sensazione, soltanto un determinato accostamento, che da anni siamo ammoniti a non fare, con messaggi sempre più perentori: Gaza e la Shoah. Ecco, non saprei dirlo con maggiore chiarezza: Gaza è diventato l'elefante della Giornata della Memoria. Più ci viene chiesto di non pensarci, più è difficile evitarlo, così come diventa impossibile aggirare la domanda: perché proprio di Gaza non si dovrebbe parlare?

È in questa situazione, onorevole, che il suo discorso al Quirinale mi ha raggiunto come una ventata di aria fresca. "Si può parlare di Gaza nel Giorno della Memoria?", si è chiesta? E si è risposta:

"Certamente se ne può parlare... Il valore universale degli insegnamenti che derivano dalla Shoah ci porta a riflettere sempre sulle tragedie e i crimini che ancora dilagano nel mondo. Si può, si deve parlare di Gaza, di Iran di Ucraina, di Venezuela e di Sudan, e di tutto ciò che offende la dignità e chiama in causa la nostra responsabilità di cittadini di un mondo globale".

Non posso che ringraziarla per le parole, che fin qui sottoscrivo pienamente, ma le devo confessare la mia perplessità per quel che segue:

"Il problema è un altro: non si può usare Gaza contro il Giorno della Memoria. Tentare di oscurare o alimentare o lasciar correre ossessivi tentativi di banalizzazione di distorsione e di inversione della Shoah; non si può accettare che diventi occasione di una vendetta sulle vittime di allora".

Ecco, dunque: preso atto che banalizzare e distorcere è sempre sbagliato (ma è quasi inevitabile: cercheremo per quanto possiamo di banalizzare e distorcere il meno possibile), quello che non riesco a capire è la questione dell'"inversione", che sta invece diventando il punto cruciale. In Israele e negli USA "Holocaust Inversion" è ormai una frase fatta, e la stessa Francesca Albanese è stata ostracizzata precisamente con questa accusa. Non solo, ma il concetto di "Holocaust Inversion" è contenuto in uno dei punti della definizione di antisemitismo dell’Alleanza internazionale per la memoria dell’Olocausto (IHRA), che è il testo di riferimento del Ddl Romeo: là dove si ammonisce a non "fare paragoni tra la politica israeliana contemporanea e quella dei Nazisti". E dunque, se mi è lecito interpretare le sue parole: certo che si può parlare del massacro di Gaza nel giorno in cui si ricorda la Shoah: ma non si può assolutamente suggerire che gli israeliani di oggi si stiano comportando come i nazisti di allora. Ciò equivale a "inversione", e l'"inversione" è sbagliata. Non è che la cosa non abbia un senso – è evidente che ci siano differenze sensibili tra quello che successe allora e quanto sta succedendo oggi, però ecco, non riesco davvero a immaginare come potrei concretamente parlare di Gaza, in classe, durante una Giornata della Memoria, senza impedire che siano gli studenti stessi a notare, oltre alle differenze tra Shoah e Gaza, le similarità. Se non riesco io, a non pensare all'elefante, come posso chiedere di non pensarci ai miei ragazzi? Può darsi che un paragone simile, onorevole, non sia insufflato in loro da dieci, cento, mille educatori sediziosi; può darsi che semplicemente sorga spontaneo dal modo in cui si presentano i fatti: e una prova di questo potrebbe essere proprio il fatto che tanti sentano ancora la necessità di avvertirmi che no, non dovrei pensare a Gaza. Non solo io non posso impedirmi di farlo, ma evidentemente anche loro non ci riescono. 

Né mi posso immaginare appostato a un metaforico cancello, mentre spiego ai miei studenti quali paragoni sono buoni e giusti e quali no – onorevole, in franchezza, questa ha tutta un'aria di una trappola; e siccome non mi posso permettere di cascarci, il 27 continuerò a parlare di Shoah e soltanto di Shoah. Magari bastasse un giorno. E di giorni di scuola, comunque, ne ho duecento. 

Distinti saluti

un insegnante

mercoledì 1 ottobre 2025

Il vescovo segreto

C'è un ritratto che riprende questa
foto, ma gli fa indossare l'abito 
dei vescovi, che Bogdánffy non 
poté mai indossare in pubblico.
2 ottobre: Beato Szilárd István Bogdánffy (1911-1953), vescovo cattolico in Romania. 

A proposito di Monsignor Szilárd I. Bogdánffy, vescovo clandestino di Oradea, nella Romania comunista del secondo dopoguerra, devo confessare un rimpianto. A quanto pare, forse prima ancora di essere nominato vescovo, Bogdánffy aveva ricevuto dai dirigenti comunisti rumeni una proposta in un certo senso più allettante: diventare il fondatore, il patriarca di una Chiesa ancipite di Stato, di rito latino, ma completamente staccata dalla Chiesa romana. Bogdánffy disse no, senza neanche troppo pensarci: il che gli costò la salute e probabilmente la vita: tanto che nel 2010 la Congregazione per le cause dei Santi lo proclamò martire della fede e beato della Chiesa cattolica; definizione storicamente ineccepibile, perché per rimanere fedele alla sua Chiesa, Bogdánffy preferì essere internato. E però. 

E però credo di non essere l'unico ad aver pensato: ma che roba incredibile sarebbe stata, una Chiesa di stato ancipite, di rito latino, nella Romania comunista del secondo dopoguerra? Che occasione unica per studiare qualcosa che in effetti probabilmente non poteva esistere. La Storia non si fa coi Se, anche perché procedono a cascata – se fosse nata questa Chiesa, tollerata e magari sponsorizzata dal regime, sarebbe riuscita ad attirare anche parte dei fedeli ortodossi? Non avrebbe giocato un ruolo importante nell'evoluzione (nell'involuzione) del comunismo in Romania? Non sarebbe stato un esempio interessante per i regimi comunisti limitrofi? Sarebbe stata più o meno progressista della Chiesa romana, più o meno aperta alle istanze sociali? Come avrebbe temperato, o addirittura evitato, la degenerazione del regime di Ceausescu? Avrebbe anticipato il Concilio Vaticano II, o viceversa l'avrebbe ritardato, costituendo uno spauracchio di cosa poteva diventare la Chiesa se si apriva troppo al confronto sociale? Non lo sapremo mai, perché Bogdánffy disse di no: in compenso abbiamo un martire in più da ricordare, ma diciamocelo tra i denti: di martiri ne abbiamo quanti ne vogliamo; certo, sul fronte del comunismo est-europeo il bilancio fin qui è scarsino: soprattutto impallidisce a confronto col massacro di preti cattolici ordito da parte dei nazisti in Polonia. Così la figura di Bogdánffy assolve a una precisa necessità: ricordare ai fedeli che anche i comunisti hanno perseguitato i cattolici. Naturalmente, a osservarla con un minimo in più di attenzione, ci può raccontare molto altro: ad esempio quanto è stato complicato, non solo per un prete, vivere nella prima metà del Novecento nel tritacarne messo in moto in quella parte d'Europa dalla Prima Guerra Mondiale. Bogdánffy nasce nel 1911 a Feketetó nel Banato, una regione dell'impero Austro-ungarico ai confini tra Ungheria e Romania, ma già balcanica per complessità etnica. Per tutta la sua vita oscillerà in una regione abbastanza ristretta, compresa tra il Banato, Budapest e Timisoara (Romania); in compenso saranno i confini d'Europa a spostarsi vorticosamente, rendendogli la vita molto più avventurosa di quanto avrebbe probabilmente desiderato. La famiglia, di nobile origine armena, di religione cattolica e di lingua ungherese, si ritrova alla fine della Grande Guerra suddita del Re degli Sloveni, Croati e Serbi (qualche anno dopo si rinominerà Jugoslavia), e decide abbastanza rapidamente di trasferirsi dall'altra parte del confine, a Temesvar, che fino a pochi anni prima era il capoluogo del Banato. Ora però è Timisoara, capoluogo della Transilvania rumena. 

La Transilvania, che in tutto il mondo fa pensare a Dracula, era il grande problema della Romania; per quanto infatti si trovi al centro della nazione, incassata tra i monti Carpazi, era abitata per lo più da popolazioni di lingua e cultura ungherese, che fino al crollo dell'Impero Austro-Ungarico erano abituati a gravitare intorno a Budapest. Bogdánffy non s'interessa di politica, ma la scelta di frequentare il seminario cattolico (a Orodea Mare, in italiano Gran Varadino) lo porta fatalmente verso la capitale ungherese, dove conseguirà un dottorato sull'Apocalisse nei vangeli sinottici. Non è una sorpresa che al suo ritorno a Oradea, dove è nominato preside del seminario, i servizi segreti rumeni aprano un dossier su di lui; Szilárd cammina su uno dei fili più tesi dell'equilibrio europeo. Per il controllo della Transilvania, Romania e Ungheria hanno già combattuto tra il '17 e il '20 due conflitti. La Romania li ha vinti, ma è uno stato fragile, che guarda con sospetto alla minoranza ungherese e alla sua cultura. Anzi, alle sue culture: Oradea è una città in cui convivono numerose comunità religiose: protestanti luterani e battisti, ebrei, cattolici di rito greco e latino. Quando scoppia la seconda guerra mondiale, l'Ungheria è più lesta della Romania ad associarsi all'Asse, il che le consente di recuperare temporaneamente parte della Transilvania, Oradea compresa; è in questo periodo che Bogdánffy viene interrogato dai paramilitari ungheresi che sospettavano che il presule nascondesse ebrei nel seminario. Bogdánffy effettivamente nascondeva ebrei nel seminario, ma riuscì a farla franca, e forse non avrebbe avuto la stessa fortuna coi rumeni, perché di lì a poco anche la Romania, dopo il golpe di Antonescu, si sarebbe alleata con l'Asse, partecipando massicciamente all'operazione Barbarossa e rastrellando gli ebrei con un'efficienza seconda soltanto a quella nazista. Fino all'agosto 1944, al colpo di stato di re Michele, e al conseguente rivolgimento di fronte: i rumeni si arrendono ai sovietici e attaccano gli ungheresi, così che alla fine della guerra Bogdánffy, senza essersi spostato da Oradea, si ritrova di nuovo in Romania, ora repubblica socialista. È in questa situazione che a Bogdánffy viene proposta quell'offerta di cui dicevamo sopra: la guida di una Chiesa indipendente dal Vaticano. Non solo rifiuta, ma non riesce più di tanto a nascondere di essere stato ordinato segretamente vescovo di Oradea dal nunzio apostolico di Bucarest. Condannato ai lavori forzati, Szilárd passò gli ultimi quattro anni in diversi gulag prima di contrarre una polmonite che i medici non ritennero necessario curare; morì a 42 anni, settantadue anni fa oggi.

giovedì 20 marzo 2025

Due film che non c'entrano nulla


Forse perché non ho mai avuto molte illusioni sulla statura politica e morale di Giorgia Meloni, che mi ritrovo sempre meno in sintonia con chi la rimprovera. È un po' come Berlusconi, ai tempi in cui i suoi detrattori sbagliavano costantemente obiettivo: quello corrompeva la guardia di finanza, e loro gli davano del nano pelato. Aa Meloni invece l'altrieri ha osato non riconoscersi nel Manifesto di Ventotene, il che non può essere una sorpresa per chiunque conosca un po' sia lei sia il Manifesto: ma improvvisamente questo diventa un delitto di lesa maestà, all'improvviso una mattina il Manifesto di Ventotene diventa una specie di carta costituzionale benché nessun parlamento l'abbia approvata, e la maggior parte di noi l'abbia nemmeno letta. Però Repubblica la pubblica in edicola, e Benigni ci farà la sua predica annuale, quindi aa Meloni come si permette. Ora, quand'è successa questa cosa? Quand'è che Spinelli e Rossi, la cui eredità politica sembrava essersi perduta nell'immediato dopoguerra, sono diventati i nostri Padri Fondatori?

Non ne ho idea, è un caso che sinceramente non ho seguito. L'idea che la carta sia l'atto di concezione dell'Unione Europea mi è sempre sembrata una forzatura: Spinelli e Rossi avevano qualche buona idea (ma anche qualche abbaglio, inevitabile vista la situazione in cui scrivevano), ma non credo che senza le loro idee non avremmo avuto i trattati di Roma e poi di Maastricht. Così come è una forzatura affermare che l'europeismo sia nato a Ventotene, quando ne parlava ed esempio Mazzini già un secolo prima. A Ventotene la sinistra italiana arriva tardi, credo a metà degli anni Novanta: non ho argomenti per dimostrarlo, soltanto labili suggestioni (una Festa Nazionale dell'Unità a Reggio Emilia, più di vent'anni fa, con un padiglione che ricostruiva scala 1:1 la camera di Spinelli). 

Ad esempio l'anno scorso è uscito Un altro ferragosto di Virzì, che essendo il sequel di Ferie d'agosto è ambientato a Ventotene. Nel film Sandro, che già in Ferie era l'archetipo dell'intellettuale di sinistra declassato, ha sviluppato un'ossessione per una specie di pollaio che avrebbero costruito i confinati, e se ricordo bene ha chiesto l'intervento della Sovraintendenza ai beni culturali per preservare il monumento antifascista. Nel frattempo sta sempre peggio di salute e ha allucinazioni in cui vede Spinelli, Rossi, le rispettive mogli, e ovviamente Pertini: tutto un Walhalla laico di eroi che lo attende al di là della malattia. Mentre lo guardavo trovavo tutto molto appropriato, e allo stesso tempo cercavo di ricordarmi se nel film di un quarto di secolo prima Sandro avesse mai anche solo accennato agli antifascisti al confino sull'isola. 


L'ho voluto riguardare e ho avuto conferma che no del 1996, Sandro dei confinati non parlava mai, e sì che non teneva molto spesso la bocca chiusa. Rivista con gli occhi di oggi, una dimenticanza del genere è inspiegabile: insomma, il primo film che mette in luce la nuova lotta di classe tra ceto riflessivo impoverito e borghesia berlusconiana abbruttita è ambientato nell'isola che fu il simbolo dell'antifascismo: una metafora cotta e servita, eppure gli sceneggiatori non ne approfittano mai, come mai? Forse nel '96 gli sceneggiatori non sentivano la necessità di sottolineare quanto fosse importante Ventotene per l'antifascismo e l'europeismo perché, come tutti noi, al tempo il manifesto lo ignoravano, dei confinati avevano sentito parlare molto vagamente, e Ventotene l'avevano scelta magari perché era più facile girare lì che, poniamo, a Ponza. Tutti questi Grandi Padri che Sandro si crea nel secondo film, circondandosi di figure serie e sorridenti un po' come Fazio quando sceglie gli ospiti di riguardo, sono adozioni molto tardive, di gente che si è ritrovata orfana di Gramsci e Che Guevara a quaranta o cinquant'anni. Può darsi che gli autori del secondo film l'abbiano ammesso, quando a un certo punto ci fanno scoprire (spoiler) che il pollaio è un falso storico, l'ha rimesso assieme il figlio di Sandro da bambino. È un retroterra culturale postumo, non necessariamente posticcio, perché ai manifesti si può aderire a qualsiasi età. Bisogna però leggerli. Aa Meloni un po' lo ha letto – anche solo un paragrafo – e ovviamente non le è piaciuto, il che è abbastanza in linea col personaggio e la sua storia. Chi invece se la prende con lei, lo ha letto davvero? Non necessariamente. È una generazione cresciuta riempiendo gli scaffali dei soggiorni di supplementi editoriali (libri, vhs, cd, dvd, album di figurine) senza sentire l'esigenza di aprirli troppo, a rischio di consumarli. 

***



E ora qualcosa che non c'entra davvero nulla, ma siccome si parla di film, segnalo che su Raiplay c'è ancora non so per quanto The Fabelmans in versione originale coi sottotitoli: un altro film in cui a un certo punto ci sono lunghe scene in una scuola dove ragazzi e ragazze interagiscono, si parlano, si innamorano, ma soprattutto si bullizzano come belve e si pestano a sangue. Queste scene, che sono familiari alla mia generazione più dei Promessi Sposi, forse non le avrei mai trovate così strane se poi nella vita mi fossi ritrovato di nuovo nella scuola media, un posto dove ovunque vada il preadolescente devono esserci in media 1-2 adulti a guardarlo, tranne in bagno; e ciononostante colluttazioni se ne verificano ogni giorno, senza gli eccessi delle scuole americane, per il semplice motivo che appunto: adulti ce ne sono dappertutto, e per quanto non sempre siano svelti di riflessi, sono comunque un grosso deterrente che impedisce al cervello del preadolescente di anche solo concepire pestaggi organizzati o assalti alla baionetta nei corridoi. 

Insomma se mi chiedete perché la società USA sembra subito più violenta della nostra, senz'altro sono convinto che un certa disponibilità di armi c'entri per qualcosa; ma poi l'idea forse cattolica che i ragazzini van guardati. Senonché. 

Senonché in molte scuole adesso va di moda questa DADA, ovvero "Didattiche per Ambienti Di Apprendimento", che significa in soldoni che invece di spostare gli insegnanti dall'aula della classe A all'aula della classe B, sposti le classi dall'aula dell'insegnante A all'aula dell'insegnante B. Come tutte le didattiche, ha una sua funzionalità: ad esempio negli USA diverse materie sono opzionali, per cui è normale che gli studenti cambino non soltanto aula, ma proprio classe, ovvero trovino altri studenti, a seconda della materia. Da noi però succede questa cosa, che molte novità vengono accettate un po' alla svelta perché bisogna semplicemente mostrare ai genitori che stiamo innovando, e a parte questo non è che possiamo permetterci più elasticità di tanto, perché l'organico è quello che è (anzi lo tagliano), quindi le classi rimangono le stesse, però... cambiano aula. Se lo chiedete a me, spostare classi di 25 ragazzi invece che insegnanti singoli è un'autoevidente assurdità logistica, che serve semplicemente per limare altri minuti di intervallo tra una lezione e l'altra: è normale che gli studenti se ne dicano entusiasti, così come molti genitori che appunto, come me sono cresciuti più coi telefilm americani che con Leopardi. Poi in questo modo servono gli armadietti, vi immaginate? Proprio come nelle highschool, ma quanto sarà figo? Quindi qual è il problema?

Mah, ditemi voi. Se l'insegnante A resta fermo nella sua aula A, e l'insegnante B nella sua aula B, cosa succede nei corridoi compresi tra A e B? Esatto, un sacco di ragazzi di tutte le classi liberamente in giro. Capite che ci sono le premesse per cominciare anche noi a scrivere film e serie in cui ci si accoltella sui pianerottoli, è finalmente un gap con la scuola anglosassone che stiamo per colmare, vi immagino entusiasti, e poi tra vent'anni da tutto questo bullismo chissà che geni incompresi verranno fuori, che Spielberg, che Watterson, finalmente. 

domenica 23 febbraio 2025

Il sudtirolese che non giurò a Hitler

Manifesto nazista in Sudtirolo,
CC BY-SA 4.0
24 febbraio: Beato Josef Mayr-Nusser (1910-1945), sudtirolese antinazista

Nell'ottobre del 1939 il Brennero divenne il confine inquieto tra due regimi alleati che però a quel punto perseguivano entrambi una politica razziale. Le autorità fasciste e naziste misero i sudtirolesi di lingua tedesca di fronte a una scelta secca tra due opzioni: emigrare nel Reich che aveva appena annesso l'Austria, o restare in un'Italia fascista che già da anni aveva chiuso le scuole in lingua tedesca e perseguiva una politica di italianizzazione forzata. La maggior parte (più o meno 185mila su 267mila) scelse di emigrare, ma la situazione era molto incerta: i tedeschi non chiarivano in quali terre i sudtirolesi si sarebbero insediati. In compenso la propaganda filonazista faceva girare la voce che i Dableiber, ovvero i sudtirolesi che sceglievano di restare in Italia, sarebbero stati deportati in Sicilia o Africa Orientale. Josef Mayr-Nusser aveva 29 anni, proveniva come un po' tutti da una famiglia contadina (il padre era morto di colera combattendo nella Grande Guerra), da ragazzino avrebbe voluto studiare astronomia ma era il secondo fratello di cinque e la famiglia poteva permettersi soltanto l'istruzione del primogenito in seminario. Così Josef si era formato da autodidatta, studiando Tommaso d'Aquino e Thomas More; si era trovato un posto di impiegato a Bolzano, dividendo il tempo libero tra il volontariato per la società di Vincenzo de' Paoli e la militanza nell'Azione Cattolica, l'unica associazione giovanile non fascista tollerata dal regime. 

L'Azione manteneva un minimo di copertura per i sudtirolesi che rifiutavano l'assimilazione e organizzavano scuole clandestine (Katakombenschule) per insegnare tedesco ai bambini. Per Mayr-Nusser scegliere l'Italia nel 1939 significava rinnegare pubblicamente la propria cultura: ma aveva letto il Mein Kampf, e il nazismo gli appariva il male peggiore. Fu una scelta presa in relativa solitudine, mentre anche il vescovo di Bolzano e Bressanone prendeva la via della Germania. Mayr-Nusser invece aderì al gruppo antinazista clandestino che prendeva il nome dall'eroe della resistenza antinapoleonica, l'Andreas-Hofer-Bund. Nel 1942 sposò Hidegard Straub, da cui ebbe subito un bambino (il compositore Albert Mayr). Dopo l'otto settembre 1943, l'Alto Adige fu di fatto annesso al Terzo Reich: nel 1944 Mayr-Nusser fu arruolato forzatamente in un plotone di Waffen-SS e condotto in un campo di addestramento in Prussia dove però il 4 ottobre si rifiutò di prestare giuramento di fedeltà a Hitler. Condannato a morte, Mayr-Nusser non fece nemmeno in tempo a raggiungere il campo di concentramento di Dachau: morì ammanettato nel carnaio dei vagoni, secondo il referto ufficiale di broncopolmonite. 

Dopo la guerra, Mayr-Nusser restava un martire difficile da ricordare: per molti sudtirolesi rimpatriati era comunque un Dableiber, un traditore. Il fatto che avesse detto di no a Hitler rendeva più evidente come tanti altri avessero detto di sì: vescovo incluso. A incaricarsi della sua memoria fu soprattutto l'Azione Cattolica, il che forse ha fatto sì che la dimensione religiosa del suo martirio occultasse quella politica e sociale. È stato beatificato nel 2016 da papa Francesco. 



25 febbraio: Santa Valpurga (710-779), badessa.

La notte di Santa Valpurga
Avrebbe mai pensato questa nobile monaca, mentre dal Wessex si spingeva nella Franconia, evangelizzando i sassoni e fondando monasteri (il più importante a Heidenheim), che il suo nome sarebbe diventato sinonimo di stregoneria? Destino profondamente ingiusto che Walpurga, o Walburga, nulla ha fatto per meritare. Non è nemmeno morta nella "notte di Santa Valpurga", quella che nel calendario si trova tra il 30 aprile e il primo maggio, come è successo per esempio ad Adolf Hitler. Valpurga risulta trapassata il 25 febbraio del 779, ma come spesso accadeva con i santi morti nei giorni della quaresima, i devoti preferivano celebrarne la memoria in altre date: nel caso di Valpurga la traslazione dei suoi resti nella cattedrale di Eichstätt, avvenuta il primo maggio dell'870. E siccome nel medioevo i giorni cominciavano al tramonto del sole, la festa di Santa Valpurga comincia proprio nel momento in cui i contadini dell'Europa centrale accendevano falò per festeggiare l'arrivo del mese di maggio, con canti e danze pagane che i cristiani avrebbero condannato come manifestazioni di satanismo. Da cui la leggenda romantica – rammentata da Goethe nel Faust – di una "notte di Santa Valpurga" fumosa e ribollente di streghe e demoni in frenetici sabba. Di tutto ciò la monaca Valpurga è assolutamente incolpevole, rappresentante com'è di un movimento di evangelizzazione inverso alla rotta dei Sassoni, dall'Inghilterra alla Germania. 

lunedì 27 gennaio 2025

La ragazza che gridava: "Via, giudei"

(Comunque, davvero non c'è bisogno di spiegare perché non partecipate al Giorno della Memoria. Né di inventarsi pretesti o persecuzioni inesistenti, o di gridare al lupo o all'antisemitismo, che purtroppo ormai è lo stesso grido. Sappiamo perché la memoria vi dà fastidio; sappiamo perché non vorreste ricordare).


Uno dei tanti modi in cui le opere d'arte si rendono utili, è il fatto che restano a nostra disposizione, più o meno immutabili; così che ogni volta che torniamo a dare un'occhiata, possiamo misurare la nostra distanza tra loro e noi. Se ci sembra che la Gioconda sorrida in un modo diverso, siamo noi che abbiamo scoperto un nuovo significato in un sorriso. Detto questo, oggi purtroppo non ho avuto l'occasione di rivedere Schindler's List, un film che tanto so a memoria. Eppure ogni volta c'è sempre qualcosa di nuovo che attira la mia attenzione. Malgrado l'industria culturale si sia data molto da fare dal 1993 in poi sull'argomento, Schindler continua a sembrarmi il top di gamma, per tutta una serie di motivi che magari altre volte troverò il tempo di spiegare – nel frattempo però sarò cambiato, e Schindler mi dirà cose diverse. Per ora annoto un dettaglio che mi sembra importante.

La cosa che più mi impressionò, la prima volta che lo vidi, fu una ragazzina. Non la bambina col cappotto rosso (una delle migliori dimostrazioni del geniale cinismo di Spielberg), ma la ragazza polacca o tedesca che grida "Andate via giudei" agli ebrei di Cracovia che marciano per entrare nel ghetto. In tre ore di film credo sia l'unica manifestazione di antisemitismo a non provenire da militari, gerarchi o industriali. A metà Novanta mi lasciò atterrito: una ragazza che tirava fango agli ebrei, era successo davvero? Ecco.

Probabilmente questa è la principale differenza tra il me stesso di trent'anni fa: quella bambina, oggi, non mi sorprende più. Sono cresciuto, ho assistito a tante guerre: tutte da lontano, per fortuna. Il mondo è molto diverso – per lo più abitato da persone che nel 1993 non erano ancora nate. Per certi versi è un mondo migliore (alcune statistiche perlomeno direbbero questo) ma è un mondo in cui una bambina così non mi sorprende più. Quello che per me era il resoconto cinematografico di un orrore che la mia fantasia non era riuscita a immaginare, oggi è una scena di repertorio a portata di telecomando, di clic. Una volta non lo sapevo, ma c'è gente che odia senza vergognarsene, che odia volentieri, a voce alta: e anche quando non sono bambini, non fa più una grande differenza.

sabato 25 gennaio 2025

Non vi si nota anche se non venite (alla Giornata della Memoria)


Ma io me lo immagino, il povero giornalista (in questo caso Pierluigi Battista), che verso metà gennaio comincia a sfogliare speranzoso i quotidiani. Siccome la consegna è prendersela coi filopalestinesi, quando ci si avvicina al Giorno della Memoria, non resta che trovare qualche filopalestinese che vuole boicottare il Giorno della Memoria, e il pezzo si scrive da solo. Io me lo immagino, mentre ripassa mentalmente tutte le citazioni che gli faranno raggiungere le cinquemila battute. Chi non ha memoria non ha futuro! Meditate che questo è stato! Ecc. Me lo immagino mentre scrolla la testa sconsolato, per questi filopalestinesi che negano il valore della più sacra delle commemorazioni. Senonché.

Senonché passano i giorni, il 27 si avvicina, e il povero Battista questi filopalestinesi boicottanti la memoria non riesce a trovarli. Non fanno che parlare di Palestina, maledetti; non fanno che contemplare le rovine e documentare il disastro, e non ce n'è nessuno disposto a litigare sulla più sacra delle commemorazioni, il che è molto sleale da parte loro; anche perché Battista questo pezzo prima o poi deve consegnarlo. Cosicché.

Cosicché, quando arriva il 23, Battista scioglie gli indugi, siede alla scrivania e scrive un pezzo accorato per informare i tre lettori del Foglio che la Giornata della Memoria la boicotta lui. Perché anche l'antisemitismo a certi livelli è un lavoro, e quando vuoi fare un lavoro serio, devi fartelo da solo.

In questo articolo, tra le altre cose, Battista ci spiega che "Ad Amsterdam, la città di Anna Frank, hanno linciato gli ebrei strada per strada, albergo per albergo, con i taxi guidati da islamisti che coordinavano le aggressioni con le modalità del pogrom". A tutt'oggi la pagina di Wiki sui fatti di Amsterdam registra "5 hospitalized, 20–30 injured": una cifra non molto distante dalla media dei match UEFA. Viene il sospetto che se la partita non fosse caduta proprio nell'anniversario della Notte dei Cristalli – e se non avesse coinvolto tifosi israeliani – i tafferugli avrebbero ottenuto un decimo dell'attenzione internazionale che ottennero. Chiunque altro li paragonasse a un pogrom dovrebbe soltanto vergognarsi di strumentalizzare la tragedia dei pogrom per portare acqua al suo mulino, ma Battista è un editorialista italiano, ha il suo lavoro da fare. Scrive anche che "cacciano gli studenti ebrei dalle Università, da Harvard fino a Torino", una notizia che sinceramente mi era sfuggita (studenti ebrei espulsi dalle università?): a me sembrava di ricordare di una rettrice di Harvard costretta alle dimissioni perché aveva osato affermare che l'antisemitismo del coro "from the river to the sea" dipendeva dal contesto. Il che è discutibile, ma insomma, quando i sionisti dicono di voler unire la Terra Promessa dal Giordano (che è il "fiume") al Mediterraneo (che è un "mare") non saranno mica antisemiti anche loro? Dipenderà dal contesto, o no? Scrive: "Hanno boicottato una nota manifestazione canora perché tra i partecipanti c’era un’ebrea israeliana che cantava con animo straziato le vittime del pogrom di Hamas". Credo sia un riferimento all'Eurovision. Qualcuno ha boicottato l'Eurovision? Al massimo non l'avrà visto in televisione. Battista si è sentito in dovere di vederlo? Si è sentito in dovere di trovare "straziante" la canzone israeliana? Mi spiace tanto per lui, e capisco l'amarezza e persino il disgusto, ma non credo sia un buon motivo per non commemorare il 27 gennaio. 

Battista insomma ha strumentalizzato la ricorrenza del Giorno della Memoria per cucinare un pezzo di bassa propaganda imbottito di fake news: cosa di cui, non fosse un editorialista italiano, si dovrebbe tanto vergognare – e dei suoi gusti musicali. I filopalestinesi no: i filopalestinesi italiani per lo più si stanno comportando, in questi giorni, con una maturità sorprendente (perlomeno sorprende me), resistendo alle tentazioni di strumentalizzare la commemorazione ed evitando sciocchi paragoni tra la Shoah e la catastrofe di Gaza, di cui stiamo soltanto cominciando a misurare l'entità. Siccome questi paragoni erano, fino all'anno scorso, una trita consuetudine, mi viene da pensare che almeno qualcuno sta crescendo e sta capendo come evitare certi tranelli; oppure le immagini che ci arrivano da Gaza sono così terribili che non c'è più bisogno di paragoni storici per commentarli: la cronaca è decisamente più dettagliata della Storia, perlomeno finché qualche giornalista in zona sopravvive. 

Tutto questo dev'essere molto snervante per alcuni sionisti italiani, che per giustificare il loro boicottaggio del Giorno della Memoria non hanno trovato di meglio che lamentarsi perché sui social qualcuno insulta la Segre. Il che è senz'altro increscioso – la Segre merita rispetto in quanto reduce e testimone, al di là delle opinioni più o meno informate che esprime su altri argomenti – ma è veramente un po' poco: anche perché come ad Amsterdam, manca una riflessione quantitativa; quanta gente perde davvero tempo a scrivere brutte cose alla Segre su Facebook? Cento, duecento, mille, un milione? Farebbe una certa differenza. 

Dopodiché, amen. Mi dispiace se qualche ebreo italiano non partecipa alla commemorazione del 27 gennaio, ma spero capisca che il 27 gennaio è di tutti, o meglio: interpella tutti. E non solo in quanto potenziali vittime, ma soprattutto come potenziali carnefici o complici di carnefici. Statevene pure a casa se avete paura del confronto con chi ha opinioni diverse; ma spero che non vi siate davvero convinti che a voi non possa mai succedere questa cosa, di assistere a una carneficina senza muovere un dito, o addirittura di collaborare coi carnefici. Perché vi garantisco che può capitare a tutti; e in particolare a chi meno se l'aspetta. Meditate.

lunedì 20 gennaio 2025

Sotto scroscianti applausi


Nel giorno dell'incoronazione, spendo un pensiero per la persona che più di tutte ha incarnato la sconfitta: l'ex vicepresidente Kamala Harris. Le sue responsabilità in questo disastro (che forse annuncia la fine della democrazia in Occidente) sono tante e tali che è difficile metterle in ordine dalla più grave. Come membro più prestigioso dello staff di Biden, Kamala Harris avrebbe potuto sollecitarlo molto prima a rinunciare a una candidatura insostenibile alla sua età e nella sua condizione; e non l'ha fatto. Il che ha privato i Democratici della possibilità di indire delle Primarie che forse avrebbero portato aria nuova, e messo sotto i riflettori almeno un candidato più interessante di Biden o di lei. Dopodiché Biden si è squagliato al primo confronto televisivo con Trump, così che la Harris si è trovata, senza un'investitura popolare, a interpretare il ruolo di contendente al titolo presidenziale; col senno del poi possiamo anche supporre che si sia sobbarcata di un ruolo di perdente cui nessun altro notabile democratico aspirava. Non è neanche escluso avesse qualche possibilità di vincere; nel caso, le ha bruciate. Come aveva annunciato già prima delle elezioni, in qualità di Vicepresidente avrebbe ratificato la sua sconfitta e la vittoria di Trump; cosa che ha fatto qualche settimana fa, e ad alcuni è sembrata una vittoria della democrazia. Non a me. 

Per me la democrazia finisce con Kamala Harris, che più di altre figure si è prestata a interpretare il ruolo di chi cede il potere perché avrebbe troppa paura di usarlo. Lo cede a un conclamato golpista già condannato per aver falsificato documenti, il che è vergognoso; ma d'altra parte se non lo cedesse dovrebbe richiedere l'uso della forza contro un conclamato golpista già condannato per aver falsificato documenti, e non ne ha evidentemente il coraggio. Una democrazia seria, e preoccupata della sua sopravvivenza, avrebbe identificato in Trump una minaccia almeno dal 6 gennaio 2020; e invece per tutto questo tempo la minaccia è stata lasciata in pace, forse nell'illusione che qualche processo penale avrebbe potuto alienargli la base e i finanziatori: uno dei tanti calcoli sballati dello staff di Biden. Quindi la democrazia finisce così? Perché non ha avuto il coraggio di difendersi?

Noi italiani conosciamo il dilemma meglio di altri. Anni fa, Alberto Asor Rosa fu pubblicamente deriso per aver obiettato a quei politici, veramente poco avveduti, che continuavano a ripetere di voler e poter sconfiggere Berlusconi nelle urne (con che risorse? con che giornali? con che televisioni?): poiché lo stesso Berlusconi aveva già dimostrato oltre ogni ragionevole dubbio di truccare la competizione elettorale, disponendo dei media ben oltre i termini di legge (che modificava a suo piacimento nei periodi in cui era al governo), poiché era evidente quanto il suo conflitto d'interessi fosse una minaccia alla democrazia, Berlusconi andava arrestato dalla forza pubblica, che anche a questo dovrebbe servire. Asor Rosa era molto ingenuo, ma secondo me aveva ragione, e Trump andrebbe arrestato. Qualcuno da fuori potrebbe considerarlo un colpo di Stato, ebbene esistono situazioni di emergenza in cui lo Stato deve difendersi da minacce concrete. Qualcuno all'interno potrebbe insorgere: è il rischio da correre. Se Trump deve trionfare, che almeno questo succeda perché i suoi sostenitori sono disposti a morire per lui. Se la democrazia deve cedere il passo, che almeno faccia resistenza. Armata. Quella che Kamala Harris non consentirebbe mai: suppongo che tra Trump e una guerra civile, lei veda in Trump il male minore. Neanche esattamente un male. Il suo partito continuerà a interpretare il ruolo dell'opposizione parlamentare, istituzionale, pacata, inutile; e a emarginare il dissenso a sinistra. Inoltre l'amministrazione Biden si era infilata in due gineprai così complicati – l'Ucraina e Gaza – che dev'essere un sollievo per i Democratici lasciare ai trumpiani la responsabilità di uscirne. 


In questi giorni sembra obbligatorio lasciare un'opinione sulla fiction di Joe Wright, M il figlio del secolo. A me il Mussolini grottesco di Marinelli tutto sommato sembra che funzioni. L'aspetto più discutibile, fino alla quarta puntata, mi sembra l'assenza degli industriali. In due ore si sono visti in scena per cinque secondi, in un siparietto brechtiano in cui coprono Mussolini e Cesare Rossi di banconote in cambio del loro sostegno contro i socialisti che insistevano a vincere le elezioni. Non sarò io a prendermela se per una volta gli autori televisivi si cimentano coi siparietti brechtiani, anzi ne vorrei più spesso: ma Mussolini era in buoni rapporti con Fiat e Ansaldo già da quando nel 1914 aveva cambiato idea sulla Grande Guerra, trascinando tanti socialisti come lui nella follia suicida dell'interventismo. Capisco che gli autori abbiano preferito scorciare, semplificare (la fiction comincia nel 1919), ma anche durante la marcia su Roma sembra che Mussolini sia un uomo solo tra gli esagitati in camicia nera e le istituzioni, un equilibrista che riesce a bleffare e ingannare un re che avrebbe potuto schiacciarlo con un tratto di penna. Sarà andata davvero così? Il re ne aveva paura, o preferiva davvero il buffone ai socialisti? E gli industriali, nel frattempo, non avevano dato qualche segnale? 

Forse qua sopra ho commesso un errore simile, attribuendo ai Democratici di Kamala Harris lo stesso ruolo tremebondo di re Vittorio, che avrebbe ceduto la nazione non perché tutto sommato gli conveniva, ma per paura. Come se non ci fossero interessi ben più potenti delle nostre paure. I democratici si sono arresi perché il Capitale aveva scelto Trump, e contro il Capitale non avevano nessuna intenzione di combattere. Vincere contro Trump avrebbe significato interpretare le necessità di gruppi sociali che vogliono un welfare state come ce l'hanno gli stati normali; che non capiscono la necessità apocalittica di sostenere Israele in un'operazione di pulizia etnica; che sanno di non poter vivere ancora di idrocarburi per un'altra generazione. Non ho idea di quanto queste istanze siano diffuse nel popolo americano (che per lo più non vota); ma di sicuro non erano istanze che i Democratici potevano difendere. Il loro programma era un blando capitalismo dal volto umano, ma per l'umanità c'è sempre meno mercato. La democrazia è una società aperta: si dovrebbe difendere mantenendo il pluralismo, combattendo chi sparge paure e ci specula sopra. Non è mai stato chiarito se sia compatibile col capitalismo: forse no, non a lungo perlomeno. In Italia è stata sconfitta vent'anni fa da Berlusconi; negli Usa forse oggi. 

giovedì 9 gennaio 2025

Due preti a Dachau

9 gennaio: Beati Jozef Pawlowski (1890-1942) e Kazimierz Grelewski (1907-1942), martiri polacchi nel campo di concentramento di Dachau.

Dachau

Don Jozef Pawlowski e don Kazimierz Grelewski furono impiccati dai nazisti 83 anni fa oggi a Dachau, il campo di sterminio in cui i nazisti imprigionarono, tra gli altri, 1700 preti cattolici: metà dei quali non tornò a casa. Pawlowski, che al momento dell'invasione era rettore del seminario di Kielce, si era fatto nominare cappellano della Croce Rossa per assistere i cinquemila soldati polacchi internati nel campo di prigionia della città. Oltre al cibo e ad altri generi di conforto, don Pawlowski riusciva a volte a passare abiti civili che permisero a qualche prigioniero di fuggire: e forse per questo motivo fu arrestato dalla Gestapo nel febbraio del 1941 e deportato prima a Oświęcim e poi a Dachau. Siccome un documento della diocesi di Kielce attesta che Pawloski aiutava i prigionieri "indipendentemente dalla religione professata", in qualche pagina agiografica italiane si legge che Pawlowski si adoperava anche per i prigionieri ebrei: ora, è vero che nel 1940 i campi di sterminio non erano ancora attivi, e che quindi a Kielce tra i prigionieri cattolici e ortodossi potevano ancora essere mescolati detenuti ebrei; in quanto referente della Croce Rossa ovviamente Pawlowski non poteva fare differenze di religione, ma descriverlo come un salvatore degli ebrei mi pare una forzatura che risente molto del modo in cui da trent'anni a questa parte abbiamo raccontato gli stermini perpetrati dai nazisti. In molti casi l'agiografo è ancora uno scribacchino che deve compilare un breve testo su un beato di cui sono reperibili poche notizie: quando si imbatte in un prete morto in un campo di sterminio, tende facilmente a pensare che sarà stato imprigionato perché aiutava gli ebrei. Ma i nazisti non stavano sterminando soltanto gli ebrei. 

Il caso del sacerdote più giovane, don Grelewski, è più indicativo perché in nessuna biografia, nemmeno tra quelle in lingua polacca, si riesce a trovare qualcosa di più antinazista del fatto che "insegnava clandestinamente", essendo prefetto di una scuola che i nazisti avevano chiuso. Il fatto è che nel 1941 un prete polacco non aveva bisogno di aiutare gli ebrei o di opporsi al regime per essere perseguitato. Anche insegnare catechismo e lingua polacca in molte situazioni era proibito. La Chiesa cattolica era già nel mirino dei nazisti: e se la quantità delle vittime (quasi tremila, più o meno il 18% del clero polacco) non è paragonabile a quello delle altre minoranze perseguitate, la repressione era comunque già sistematica e concentrata sugli insegnanti. La soppressione del clero era parte di una politica di persecuzione dell'intero popolo polacco, perché se è vero che i tedeschi dal 1942 consideravano lo sterminio degli ebrei come prioritario, l'eliminazione dell'etnia polacca era già stata avviata nel maggio del 1939 con l'operazione Tannenberg. Ai tre milioni di ebrei polacchi caduti nei campi di sterminio vanno aggiunti circa due milioni di polacchi non ebrei (perlopiù cattolici). Pawlowski e Grelewski fanno parte del gruppo di 108 martiri polacchi beatificati da Giovanni Paolo II nel 1999.

mercoledì 20 novembre 2024

Berlinguer (non l'eroe di cui abbiamo bisogno)


Prima di andare a vedere Berlinguer – la grande ambizione mi chiedevo come fossero riusciti a trovare materiale per due ore di film su un personaggio senza dubbio interessante ma, diciamolo, non esattamente cinegenico (un "grigio funzionario", anche in famiglia dunque lo chiamavano così). Quando è finito Berlinguer mi sono guardato intorno smarrito: ma come, tutto qui? E la marcia dei quarantamila, il referendum sulla scala mobile, la questione morale? Avete tagliato tantissime cose!

Più che degli sceneggiatori potrebbe essere colpa delle piattaforme, con la loro serialità televisiva, che col tempo ci toglie il gusto per la sintesi. La serialità è una droga; con il trucco della reiterazione fa sì che ci affezioniamo a qualsiasi personaggio, purché ben recitato. Due ore di Germano nei panni di Berlinguer mi sono sembrate poche, ne avrei volute almeno altre due; e pazienza se si sarebbe trattato di vederlo ingrigire, tossire e agonizzare, ne sentivo la necessità. Anche perché così la storia è veramente troppo schematica: giunto al vertice del suo partito (ma come ci è arrivato?), nel momento in cui rischia di vincere le elezioni (ma perché va così forte?) il Segretario Enrico Berlinguer teme che un simile successo possa stimolare una risposta autoritaria. L'esempio del golpe cileno lo spinge a tentare una strada diversa: un "compromesso storico" col principale partito di governo, la Democrazia Cristiana. Siamo nel momento più inerte della Guerra Fredda: la mossa di Berlinguer è allo stesso tempo obbligata e imprevista. Osteggiato sia da Est sia da Ovest, poco compreso dalla base operaia del partito, il progetto trova una sponda nel segretario DC Aldo Moro: ma proprio quando tra mille cautele ed esitazioni la trattativa sembra finalmente portare a qualcosa, Aldo Moro viene sequestrato e ucciso. Fine, e scusate gli spoiler.


Ora proviamo a dire cosa poteva esserci nel film, e non c'è. Alcune cose sono riassunte veramente per sommi capi: i movimenti extraparlamentari, di sinistra (una kefiah) e di destra (la bomba in piazza della Loggia). Gli industriali (un'intervista all'Agnelli vero, che sarebbe stato molto più intrigante se interpretato da un attore: ma gli autori non se la sono sentita). Altri personaggi sono completamente rimossi: i socialisti, ad esempio; in effetti avrebbero complicato il quadro. Ogni biografia è una semplificazione, lo sappiamo. Si tratta di capire se la semplificazione funziona, se fa di Berlinguer l'eroe di una tragedia che ci interessa e ci dice qualcosa. Gli sceneggiatori non si erano dati un compito facile: c'è qualcosa, nella figura di Berlinguer che respinge tuttora le semplificazioni, gli schematismi, le agiografie. I comunisti non credevano troppo nelle figure degli eroi, e Berlinguer non riteneva necessario diventarne uno. Persino i suoi discorsi, per quanto ben scritti, non ci hanno lasciato frasi particolarmente memorabili: erano tempi diversi, non era necessario conquistarsi i titoli di giornale con battute icastiche o spiritose. Si potrebbe dire più o meno lo stesso per Moro, riscattato però da una fine tragica che a Berlinguer non è stata concessa. Berlinguer si è spento gradualmente – ucciso forse dalla nicotina che s'insinua velenosa in tutte le sequenze – nel mentre che l'Italia cominciava un processo di deindustrializzazione che ha tolto al suo partito una delle principali ragioni d'essere. Questo il film non lo racconta, anzi lo riassume in una didascalia finale in cui viene spiegato che anche negli Ottanta, gli "anni del liberismo" [???] il partito di Berlinguer continuava a tener duro. Che è proprio un errore di prospettiva storica, ma a quel punto il film è finito. Prendiamo atto che agli autori la fine del PCI non interessava. Cosa gli interessava. 

Manca anche questa vignetta, che fu importante

Il compromesso storico. La "grande ambizione" del titolo è il compromesso storico. Un'idea che Berlinguer ha formulato nel 1973 e ha abbandonato nel 1979. Una grande occasione mancata? Forse: ma soprattutto la dimostrazione più evidente del fatto che l'Italia sia uno Stato a sovranità limitata. Alla fine non importa nemmeno se Moro sia stato sequestrato e ucciso per conto dei sovietici, degli americani o da schegge impazzite come (forse) erano le BR. Né importa più di tanto la famosa "linea della fermezza" che Berlinguer scelse di adottare nell'occasione e che il film non problematizza affatto. Era un problema di equilibrio mondiale: l'Italia non poteva uscire da un blocco (Berlinguer lo sapeva), il PCI non poteva uscire da un altro blocco (Berlinguer ci provò, rischiando molto), e in questo consisterebbe la tragedia rappresentata nel film. Che oltre a raccontarci qualche anno della vita di un leader politico, come sempre ci parla di noi: della nostra sovranità limitata (possiamo assumere posizioni che non siano atlantiche?), e delle nostre nostalgie: per un partito di massa e per un leader un po' carismatico. Ecco, la nostalgia.

Quando è finito il film, mi sono appunto chiesto cosa avevo visto per tutto il tempo. Non avevo visto gli attentati, non avevo visto i movimenti, non avevo visto né Saragat né Craxi, né Leone, né i confindustriali, né un vero dibattito sul caso Moro: e quindi? Avevo visto un congresso del PCUS, qualche frammento tratto da discorsi ben più lunghi e complessi e un po' di intimità famigliare nella casa di un leader di partito, ma a parte questo come hanno fatto a tenermi in sala per due ore? Temo che la risposta abbia troppo a che vedere con la nostalgia. Che forse è una molla che porta più spettatori nelle sale, ma da un punto di vista storico è davvero la sensazione meno utile in assoluto. Sempre questa idea che da qualche parte nel nostro passato ci sia stata un'età dell'oro a cui è seguita una caduta, a causa di un qualche errore commesso da un incauto mortale. Se Togliatti avesse criticato l'invasione in Ungheria. Se le BR non avessero ucciso Moro... Se, se, se.  

venerdì 2 febbraio 2024

Conosci il tuo ultrasionista

The Guardian
Ogni tanto li incroci, e sempre più spesso alla rabbia cede il passo lo stupore: i sionisti riescono sempre a sorprenderti. Non per i loro argomentazioni (anzi molto prevedibili), quanto per la foga con cui li portano avanti, che comunica sempre più forte la sensazione di un cedimento all'irrazionale. È come se fossero sotto choc – ma perché dico fossero: è chiaro che sono sotto choc. Si sentono accerchiati, in una situazione in cui l'unica via di fuga è fuori dalla realtà: e la prendono. Quel che è più pericoloso, è che pretendono che il mondo intero li segua, a partire da te. 

Devi credere che sotto l'ospedale ci fosse il bunker di Hamas, che durante le sparatorie del 7/10 i miliziani si fossero messi pazientemente a decapitare bambini; che travestirsi da personale sanitario per uccidere nemici feriti sia assolutamente ok (se lo fa l'IDF; se invece Hamas si traveste da personale sanitario, occorre bombardare il personale sanitario). Devi cominciare a pensare che gli abitanti di Gaza potrebbero andarsene, da qualche parte, ovviamente non a spese della potenza occupante che tra l'altro non si sa bene come farà a smaltire i rottami. C'è una sentenza di una corte di giustizia internazionale che dice che Israele deve smetterla perché il rischio di genocidio è concreto – ma non c'è scritto "cease fire", quindi tutto ok, la sentenza non dice quello che tutto il resto del mondo ci legge, il resto del mondo ha capito male perché è antisemita. Come andrà a finire?

Non lo sai. Quel che puoi fare è prendere appunti, magari qualcuno li leggerà e capirà un paio di cose in più su quello che ci stava succedendo. L'aspetto più doloroso della faccenda è che in questa catastrofe morale ci siamo infilati con le migliori intenzioni del mondo: difendere un popolo storicamente perseguitato da millenni. Per quanto ti riguarda, non solo trovi ributtante e ridicola ogni accusa di antisemitismo, ma odi anche essere chiamato antisionista. Hai sempre avuto un grande rispetto per il sionismo storico, per quello che si proponeva di fare e per come è riuscito, in parte, a realizzarlo. Che ci fosse del nazionalismo, non potevi negartelo; ma se c'era un nazionalismo che poteva avere un senso storico, questo era il nazionalismo ebraico – soprattutto dopo la Seconda Guerra Mondiale. Ecco, quello che sta succedendo in questi mesi se non altro dimostra inoppugnabilmente che no, non può esistere un nazionalismo buono. Prendi anche il popolo più perseguitato, dagli un nazionalismo, agita un po', aspetta un secolo, guarda cosa succede.

A dire il vero di sionisti ragionevoli in giro ce n'è ancora, anche se nel baccano si sentono sempre meno. Definirai dunque i sionisti impazziti che incontri in questi giorni 'ultrasionisti', e farai lo sforzo di ricordare, ogni volta che assisti ai loro siparietti, che dietro alla tracotanza e al pensiero magico c'è un uomo o una donna che sta lottando per difendere il sistema di valori in cui è cresciuto – e che gli sta collassando addosso. Puoi capire come si sente? Forse sì, ma è meno semplice di quel che appare. Ormai parlate lingue diverse. Ad esempio: 

– Tu celebri la Giornata della Memoria domandandoti: può succedere anche a noi, di essere i carnefici? L'ultrasionista celebra la Giornata domandandosi: può succedere anche a me, di essere di nuovo la vittima?

– Tu pensi che la Shoah sia una tragedia per l'umanità. L'ultrasionista pensa che sia la tragedia del suo popolo. Avete entrambi ragione, in un certo senso, ma non potete andare d'accordo. Tu pensi che bisogna organizzarsi affinché non succeda mai più; lui pensa che bisogna lottare affinché non succeda mai più a lui.
(Questo gli consente di intervenire con maggiore efficienza; tu non sapresi da che parte iniziare, lui ha obiettivi precisi, anche se in ogni direzione).

Se ne occupa.

– Tu ti senti responsabile di quanto potrà succedere in futuro. L'ultrasionista ti ritiene connivente per quanto è stato commesso nel passato. 

– Tu, se senti parlare di "colpe", ritieni che si tratti di un concetto più religioso che giuridico, e comunque stai pensando a colpe individuali. Se è stato commesso un genocidio, la colpa sarà di chi l'ha ideato, gestito, chi ha dato gli ordini, chi li ha eseguiti. L'ultrasionista ormai tende a non riconoscere più molte differenze tra religione e legge, e nella colpa collettiva ci crede eccome. È colpa anche tua, chi ha eseguito gli ordini non era forse un tuo bisnonno? No? Avrebbe potuto esserlo. 

– Per te la memoria coincide con lo studio: vuoi capire, nei limiti del possibile, quanto è successo. Per l'ultrasionista la memoria è funzionale alla vittoria: se non sta vincendo abbastanza, si può cambiare la memoria. I palestinesi possono diventare nazisti, il Gran Muftì può diventare l'ispiratore di Hitler, non è un problema. Per l'ultrasionista la memoria coincide con la propaganda. 


– La tua 'civiltà' è per te l'ambiente in cui sei nato e cresciuto: ne conosci quanto basta per vivere coi tuoi simili, a volte la detesti come si detesta la propria famiglia. La civiltà dell'ultrasionista rischia quotidianamente l'estinzione, deve conoscerne quanto basta per farla sopravvivere, chi la detesta se sta fuori è un nemico, se sta dentro un traditore.  

– Tu pensi di poter distinguere ebrei, israeliani, e governo di Israele; così come pensi di poter distinguere palestinesi e Hamas; gli ultrasionisti non riconoscono più nessuna differenza: tutti gli ebrei devono stare con Israele (chi non lo fa è un traditore) e tutti i palestinesi sono Hamas. Anche chi aiuta i palestinesi è Hamas. Anche tu sei Hamas, lo era probabilmente anche il tuo bisnonno: ecco perché è diventato nazista.

– Per te la questione palestinese è cruciale nella misura in cui rischia di destabilizzare il Medio Oriente e quindi il mondo; per l'ultrasionista il mondo, e quindi il Medio Oriente, è interessante in quanto circonda Israele: e dovrà essere destabilizzato fin quando non lo circonderà volentieri.

– I tuoi politici, se si attentano a citare la Bibbia, devono cercare versetti che si confacciano al senso comune umanitario per come si è costituito dopo la Seconda Guerra Mondiale: non fare agli altri ciò che non vuoi sia fatto a te, chi è senza peccato scagli la prima pietra, ecc. ecc. L'ultrasionista, nella Bibbia, tenderà a cercare qualcosa che possa sorreggere il proprio nazionalismo (e ne troverà, oh se ne troverà): Amalek, Giosuè, Sansone, Davide, Ester...

È il tweet di un vicesindaco di Gerusalemme, poi cancellato.
Ora hanno trovato una fossa comune.

– Tu pensi che non ci possa essere pace senza compromesso; lui crede che non può esserci pace senza vittoria. Entrambi avete torto: i compromessi non durano per sempre e le vittorie non sono mai finali. 

– Tu vivi in uno Stato che la comunità internazionale ha riconosciuto così tanto tempo fa che nemmeno ti poni il problema. Anche quando questo Stato è stato complice di crimini contro l'umanità, nessuno ha veramente proposto di eliminarlo (al massimo è stato messo in una condizione di sovranità limitata, di cui preferisci non accorgerti). L'ultrasionista vive in uno Stato che si è imposto al mondo da solo, vincendo delle guerre e coltivando delle alleanze. Continuerà a esistere finché continuerà a vincere guerre e mantenere le sue alleanze. Chiedergli di smettere di combattere è chiedere di smettere di esistere.

– Tu puoi perdere una battaglia (in effetti ne perdi continuamente), lui non può permetterselo mai. Lui non capisce come mai dopo tante delusioni sei ancora in piedi. Tu non capisci come mai, se vince sempre, è ancora così arrabbiato.

– Tu questi problemi te li fai ogni tanto, quando l'attualità te li sbatte in faccia: l'ultrasionista ci pensa tutti i giorni. Per te è una questione di principio, per lui di sopravvivenza. Tu sei preoccupato per il futuro, lui è preoccupato per il presente.

– Nel tempo che ti ci metti a elaborare un argomento, lui ha già raccolto una serie di risposte preconfezionate agli argomenti che tu elaborerai la settimana prossima. Per te è una questione tra tante, per lui è un mestiere, o un'ossessione.

– Tu lo ascolti per cercare di capire come la pensa. Lui ti ascolta per trovare i punti che più facilmente possono denunciare il tuo antisemitismo. Facile che in questo pezzo ne abbia già trovati molti.

(Ma ormai non leggono più – con tutti quei video trucidi da guardare...)

***

In questi mesi siamo giunti a un bivio: o l'Occidente sceglie di difendere Israele sempre e comunque, accettando la sua narrazione anche negli aspetti meno verosimili, imponendola a chi come te non riesce a non vedere il massacro, facendo strame del diritto internazionale e aprendo le ostilità coi Paesi che lo impugnano... oppure lentamente, ma inesorabilmente, nei prossimi mesi il governo israeliano sarà messo di fronte alle sue responsabilità e chi l'ha appoggiato (anche tra noi) dovrà cominciare a spiegare cosa gli stava dicendo il cervello. In sostanza ci stiamo giocando l'anima, e non credi che vinceremo. Troppa gente ha troppo finto di non guardare: troppe parole sono state scritte, per poter essere rimangiate. Chi ha detto bugie non ha più altra scelta che dirle sempre più grandi. Così forse il bivio è già alle tue spalle. Del resto lo sai, che nessuno ti avrebbe mai chiesto un parere. Ti resterà la consolazione di poter dire: io non ero d'accordo. Ma a chi lo dirai? Per ora scrivilo qui, vediamo se dura.

lunedì 29 gennaio 2024

Benigni e la Shoahsploitation


Un giorno o l'altro, non necessariamente un Giorno del Ricordo, dovrei mettere per iscritto la mia annosa diffidenza nei confronti di La vita è bella. Ha a che vedere col concetto di Shoahsploitation, parola che mi sono inventato e non ne vado fiero, anche perché alla fine è inutile prendersela: se imponi un momento di approfondimento tutti gli anni in tutte le scuole è inevitabile che nascano prodotti che servono esattamente a questo – magari si può rimarcare che Benigni/Cerami sono stati tra i primi a capire che razza di mercato si stava aprendo. Cruciale fu l'incontro con Mihăileanu, che aveva già in mente il concept di Train de vie e pensava a Benigni un protagonista: forse non capiva di avere davanti anche un produttore abbastanza scafato che poteva copiargli l'idea. 

La mia diffidenza ha a che vedere con l'equivoco per cui quello che chiediamo a questi prodotti 'leggeri' a tema Shoah è uno spunto per parlare di Shoah a un'età in cui rischiamo di scioccare i bambini. Servono a questo. Il problema è che forse li scambiamo per punti d'accesso all'argomento, laddove manco ci provano: La vita è bella non "spiega" la Shoah, non introduce alla Shoah (neanche Train de vie, neanche Jojo Rabbit). Sono film che rimangono nei dintorni, raccontano episodi quasi sempre inventati intorno all'argomento, cercano di non risultare troppo depressivi o disturbanti e ti danno la sensazione che hai passato un paio d'ore a ricordare la Shoah. Nel frattempo i ragazzi crescono, un 27 gennaio dopo l'altro hanno effettivamente il tempo per imparare qualcosa, per cui alla fine qualcosa passa: è più liturgia che didattica, comunque.

Di tutti questi film La vita è bella è il più pervasivo, al punto che alla fine della scuola dell'obbligo i ragazzi rischiano di averlo già visto due o tre volte, di associare per sempre la faccia grulla di Benigni all'ebraismo, che già tante offese ha patito e sopravvivrà indubbiamente anche a questa, però forse il mio fastidio parte proprio da Benigni, e dal concetto del film, che non riesco ad accettare (non da un punto di vista morale, è proprio la sospensione dell'incredulità che non mi scatta): un padre che convince un bambino che Auschwitz è un gioco a premi. Questo pone tutta una serie di problemi.

a) Non si ingannano i bambini – cioè, succede spesso, ma costruirci sopra un film è discutibile. Proporre poi questo film ai bambini è proprio un corto circuito che m'infastidisce.

b) I bambini non sono mica deficienti, cioè come fai a credere che Auschwitz sia Takeshi's Castle (se tra l'altro non hai mai visto Takeshi's Castle). Davvero quel bambino non può crederci davvero, l'unica strategia che trovo per reggere la visione è immaginare che sia lui che sta prendendo suo padre per scemo, gli regga la candela perché altrimenti suo padre non potrebbe fare più il pagliaccio, e a quel punto gli prenderebbe la depressione.

c) Questa finzione dipende tutta appunto dalla capacità di Benigni di fare il pagliaccio. Tutto il film posa sulle spalle di questo tizio che manco fosse Charlie Chaplin, cioè se chiedevano a Charlie Chaplin lui probabilmente gli avrebbe detto no, guardate, neanche io riuscirei a rendere credibile una situazione del genere, e sono il più grande pagliaccio del mondo, ma se potessi fare un film del genere l'avrei fatto, e se non l'ho fatto c'è un motivo (anche Jerry Lewis all'ultimo momento ha bloccato tutto, vi ricordo). Benigni osa dove non ha osato Jerry Lewis, e il problema è che non è nemmeno il Benigni al top della forma, cioè per gran parte del film è il Benigni al minimo sindacale che ti ride in faccia e si aspetta che ridi anche tu per simpatia. 

d) L'idea del campo come concorso a premi mi sembra anacronistica, anche se capisco che in epoca di Squid Game possa ritornare interessante (e qui potremmo aprire una digressione su quanto sia disumano il concetto di concorso a premi, e in generale la gamification della realtà che proprio nei Paesi dove è più avanzata ha prodotto fiction come Battle Royale o Squid Game).

Beh alla fine forse ce l'ho fatta, ho messo per iscritto quasi tutti i problemi che ho con la Vita è bella, senza nemmeno toccare l'annoso problema dei carri armati, che quando finalmente arrivano, sono quelli americani. Ma davvero mi sembra l'ultimo dei problemi, anche gli americani qualche campo l'hanno liberato. Ne approfitto per dire che per quanto m'infastidisca La vita è bella, forse funziona meglio di altri prodotti pensati per la scuola e più nobili, come La tregua di Rosi che in teoria non ha niente che non va e in pratica non gira, non saprei dire il perché, io alla fine quando vedo che un film non gira non lo guardo più e dopo un po' mi dimentico il perché.

sabato 27 gennaio 2024

Prima ricordare


Vorrei rassicurare chi se ne preoccupasse sul fatto che io oggi, 27 gennaio, parlerò ai miei studenti della Shoah, che è "lo sterminio del popolo ebraico". A seconda del tempo e dei mezzi che avrò a disposizione, ricorderò "le leggi razziali, la persecuzione italiana dei cittadini ebrei, gli italiani che hanno subìto la deportazione, la prigionia, la morte, nonché coloro che, anche in campi e schieramenti diversi, si sono opposti al progetto di sterminio, ed a rischio della propria vita hanno salvato altre vite e protetto i perseguitati". I virgolettati sono ovviamente presi dagli articoli 1 e 2 della legge 211 del 20 luglio 2000, che istituiva la Giornata della memoria. E basta.

Non paragonerò la Shoah ad altre stragi passate, future o presenti; non emetterò un giudizio su chi pensa che basta farsi fotografare ad Auschwitz per lavar via l'antisemitismo disseminato qua e là per anni; non approfitterò per entrare in polemica con governanti che non hanno ancora del tutto rinnegato il loro Almirante (e il loro Mussolini). Come ho scritto altre volte, sono convinto che la Shoah sia un evento assolutamente eccezionale, per modalità e per dimensioni. Non sono del tutto sicuro che il modo migliore di studiarlo sia la liturgia scolastica della Giornata, per come si è evoluta in questi 24 anni, ma se c'è un evento storico che merita almeno di essere ricordato un giorno all'anno, credo che si tratti questo. E la legge è molto chiara, quindi la osservo. Anche qui sopra, per oggi eviterò di entrare in esplicita polemica con chi non accetta altri paragoni con la Shoah tranne i propri.

Poi ovviamente l'anno è fatto di altri 365 giorni (è bisestile), e da domani fino al 26 gennaio 2025 ci sarà tempo per qualsiasi altra riflessione – talvolta stimolata da studenti che di quel che succede qua fuori sentono parlare, sia a casa sia sullo smartphone, così che se pensate che io abbia mai la tentazione di incitarli a boicottaggi o lotta armata ebbene è l'esatto contrario: mi tocca smentire tante storie deformate, leggende metropolitane, savi di Sion e quant'altro. Per cui di fronte all'eterno dibattito: è ammissibile paragonare la Shoah ad altri fenomeni? La mia risposta oggi è che per stabilirlo come minimo prima dobbiamo capire cos'è stata la Shoah, percepire la sua eccezionalità: prima studiare, poi paragonare.  

Questo è il modo in cui passerò il 27 gennaio al lavoro e in questo spazio. Altri hanno deciso diversamente, e ne approfitteranno per manifestare contro Israele. È una scelta che non condivido, ma non posso nemmeno fare nulla per impedirla. Con buona pace di chi in questi casi se la prende, la legge dice semplicemente che dobbiamo ricordare degli avvenimenti. Non proibisce a nessuno di istituire paragoni (anche sballati), né di manifestare per altre cause che hanno più o meno a che fare con la Shoah. Un'eventuale legge che includesse questi divieti sarebbe, temo, incostituzionale: tutti infatti hanno "diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione", articolo 21. Poi certo, magari non sarà sempre così, specie coi riformatori costituzionali che girano oggigiorno. Ma per quest'anno è andata, inutile prendersela. Specie in un giorno così importante, con tante cose più gravi da ricordare.

(Vabbe' alla fine un po' di polemica forse l'ho fatta, mi dispiace, sono umano).

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