Donald Trump è da anni il caso di megalomania più noto e studiato al mondo, che altro potrei aggiungere a questo punto? Che ci ha fatto rivalutare George W. Bush, Berlusconi, Putin, gli ayatollah? Che l'angoscia dei patrizi romani, mentre aspettavano che un pretoriano più coraggioso di un altro si avvicinasse all'imperatore pazzo e lo soffocasse coi cuscini, scompare di fronte a quella dei cittadini del mondo che al mattino controllano sul telefono se una civiltà non è stata nuclearizzata nottetempo per capriccio? Mi limito a confessare una cosa: io continuo a trovare qualcosa di rassicurante, in Donald Trump. La sua ignoranza, la sua mitomania, la sua ostentata volgarità, la sua ridicola pretesa di capire il mondo mentre il mondo lo strozza, la sua arroganza, sono troppo reali per esserlo davvero. Per quanto possa essere malvagio, resta un malvagio da melodramma, da telefilm. Ti aspetti che calchi i toni perché prima o poi sarà punito, e il pubblico avrà la soddisfazione che pretendeva dallo spettacolo. Ed è come lui stesso lo capisse, un lampo di lucidità che lo percorre proprio nei momenti in cui sbrocca più forte. Non può durare, Donald Trump: è programmato per perdere, e perdere male. Si tratta soltanto di capire quanta gente dovrà rimetterci, prima della scena risolutiva. Magari miliardi. Ma non credo sia possibile una Storia dell'uomo in cui Trump non venga sconfitto e punito – e se esiste, è la Storia di un animale che ha scoperto l'intelligenza per puro caso e vi ha rinunciato abbastanza presto, non costituendo nessun vantaggio evolutivo: invece di aiutarlo ad adattarsi all'ambiente, lo distruggeva.
Ripeto: o la nostra civiltà finisce con Trump (e potrebbe), o nei resoconti storici prossimi venturi Trump sarà il fantoccio da irridere, il simbolo di cosa succede alla democrazia se non poti i populismi e i razzismi sul nascere, l'esempio da evitare intorno al quale costruire daccapo un intero sistema educativo, sociale e politico. A chi chiederà: ma perché dobbiamo tassare i patrimoni? risposta: Donald Trump. Perché dobbiamo destinare così tante risorse alla formazione di una classe dirigente illuminata e competente? Perché altrimenti poi succede Donald Trump. Perché abbiamo smesso di bruciare idrocarburi? Per evitare un altro Donald Trump. Perché devo mangiare le verdure? Donald Trump non le mangiava.
1) ATTENZIONE! qui radioradicale vi preghiamo di non seguire la notizia di una scuola iraniana che sarebbe stata colpita da un missile, decine di studentesse morte È FALSO! FATE GIRARE! Quella scuola era un noto scudo umano perché attorno a essa era stata costruita una base navale dei guardiani della rivoluzione, che è stata in effetti colpita da un missile (la base navale) ma non la scuola (che è uno scudo umano). FATE GIRARE! NON CREDETE AL REGIME!
2) Ok forse è stata colpita una scuola ma ERA VUOTA! ERANO LE OTTO DEL MATTINO! e comunque era uno SCUDO UMANO! Per qualche perverso motivo continuano a fare gli scudi in carne umana anche se noi continuiamo a bombardarli, sono pazzi fanatici. E comunque chi è che va a scuola alle otto del mattino?
3) Ok a quanto pare c'è un sacco di posti dove la gente va a scuola alle otto del mattino e inoltre quei pazzi fanatici sono su un fuso orario diverso (maledetti pazzi fanatici) ma comunque non è stata colpita nessuna scuola! Ah e poi era DOMENICA! La domenica le scuole sono chiuse! non credete al regime!
4) Ok in effetti ci sono paesi musulmani senzadio dove le scuole alla domenica sono aperte, ma la scuola non è stata colpita! E comunque non era un razzo dei nostri, bensì un terra-aria della contraerea iraniana! C'è la foto! maledetti pazzi fanatici! lanciano i missili terra-aria contro i nostri missili diretti sui loro scudi umani!
5) Ok la foto ha sullo sfondo montagne con la neve e quindi è stata presa in tutta un'altra stagione, in un'altra regione, e questo per un motivo preciso, ovvero che NON È STATA BOMBARDATA NESSUNA SCUOLA! E comunque se fosse successo QUELLA SCUOLA SAREBBE STATA CHIUSA! e comunque UNO SCUDO UMANO! ALLE OTTO DI MATTINA! DI DOMENICA! ma quante scuse ancora ci dobbiamo inventare insomma, perché continuate a credere al regime? No sul serio adesso sinceramente, perché loro sono più convincenti di noi? Noi abbiamo tanti profili, tanti professionisti, tante prove fotografiche e video, tante scuse, ma voi niente: e allora è chiaro che ci odiate, perché ci odiate? Lo capite che è antisemitismo? Insomma per quale altro motivo non dovreste trovarci convincenti?
Prima gli annunci: a Modena c'è il Dig Festival, oggi Pierpaolo Ascari renderà un omaggio a Frantz Fanon, domani arriverà Francesca Albanese, venite numerosi e non spaccate le vetrine, che aa Meloni piange. (Aa Meloni piange comunque, ma perché darle altri argomenti).
Può darsi, anzi è sicuro, che a Palazzo Chigi e dintorni sappiano qualcosa che noi non sappiamo – magari qualche sondaggio elettorale li preoccupa più della pur preziosa incolumità delle vetrine milanesi – fatto sta che dopo lo sciopero di lunedì due fregate della Marina militare italiana stanno raggiungendo la Flotilla: da quel che si capisce non interverranno direttamente in caso di un attacco, ma presteranno soccorso se gli israeliani cominciassero ad affondare le imbarcazioni (in acque internazionali o comunque non israeliane). Perché potrebbero benissimo farlo, perché non sarebbe la prima volta che lo fanno, e magari hanno avvertito Crosetto che hanno intenzione di farlo. Per cui, più che a difendere la Flotilla, le fregate italiane hanno l'effettiva consegna di difendere gli israeliani dai propri istinti paranoidi e stragisti. Non solo, ma aa Presidente, tra un piagnisteo e un altro ha ammesso che intende presentare una mozione per il riconoscimento dello Stato palestinese, benché subordinata alla liberazione degli ostaggi che Netanyahu, se davvero volesse indietro, forse avrebbe smesso qualche mese fa di bombardare e affamare. Insomma, non è che si possa far miracoli con un po' di barche e un giorno di sciopero, però questa Flotilla sconsiderata e questi manifestanti velleitari e teppisti hanno oggettivamente modificato l'indirizzo di un governo, con una rapidità e un'efficacia che non mi ricordo di avere mai riscontrato da quando sto al mondo – forse soltanto il 23 marzo 2002 ottenne un risultato più importante, ma si trattò di un ben più massiccio sciopero confederale e ci vollero comunque settimane, mesi per assicurarsene. Va a finire che si riesce a ottenere di più minacciando le vetrine che rimandando al governo l'ennesimo centrosinistra moderato e ragionevole che per non offendere nessuno agli Esteri ci mette un Minniti – le avrebbe inviate, le fregate, un Minniti?
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Su Repubblica si è rifatto vivo lo psicologo che, ai tempi della renzomania, diagnosticava pubblicamente patologie a chi non trovava abbastanza renziano. Una roba da radiazione, e invece il tizio è ancora in circolazione, scrive libretti, li deve promuovere, e questo lo spinge fatalmente ad occupare la scena dicendo la sua su problemi che non capisce. Inutile prendersela con lui, e infatti non lo faccio.
Io punto il dito verso voi, studenti che alle sue lezioni reprimevate gli sbadigli con brevi movimenti che dalla cattedra potevano essere interpretati come cenni di assenso.
E verso voi, pazienti troppo pazienti nel lasciarsi somministrare l'ennesima supercazzola lacaniana, nella speranza di trovarvi, tra rottami di sintassi contorti, qualche barlume di saggezza che dovrebbe per forza valere il prezzo della seduta.
E voi, lettori incorreggibili, che sottraete mezze ore a candycrsh o prnhub che nessuno vi restituirà, per aprire davvero quei libretti sciapi e sentirvi intelligenti mentre leggete sciocchezze che vostro nonno, quando diceva "ai miei tempi si saltava i fossi per la lunga" sapeva esprimere con più proprietà e almeno un po' di autoironia.
E voi insegnanti, colleghi traditori del buon gusto, della vera cultura, e della vostra missione che andate a osannarlo alle sue conferenze, per il brivido di sentirvi chiamare Maestri e di sentigli dire che deriva da Magis, cioè uno che ne sa "di più", 'sta banalità da quarta ginnasio ve la fate raccontare come se fosse una scoperta filosofica, ma andate a casa a correggere i compiti, che è quello di cui c'è magis bisogno.
Su tutti voi punto il dito, perché se quel Recalcati continua ad andare in giro ostentando la sua pochezza come se fosse saggezza, le sue contorsioni logiche come se fossero analisi, le sue tre nozioni come se fossero un'enciclopedia: se tutto questo succede è soltanto per colpa vostra, che non gli avete mai detto, professore, scusi, che palle; dottore, scusi, ma che cazzo dice; e in generale, Mister intellettuale Recalcati, ma è davvero convinto di poter basare tutta una teoria pedagogica sul fatto che lei si ricorda che da ragazzino aveva dei bravi insegnanti come adesso non ne riesce a trovare più? Cioè non lo vede un bias grosso come tutta la sua carriera di mediocre saggista? E se erano così bravi i suoi maestri, com'è che il risultato è così scarso? Perché si fidi, è deludente, è sconfortante, in quanti modi glielo si può dire? È proprio scarso. Ovviamente non è del tutto colpa sua, ma del contesto sociale in cui è stato allevato, educato, portato sugli scudi da un Potere con evidenti problemi di autostima; però accidenti, quando uno è scarso è scarso, capita a tante persone e non è neanche un problema – finché non costruiscono tutto un sistema ideologico basato sul fatto che loro ne sanno più degli altri, ecco, allora no, lì comincia a profilarsi all'orizzonte un problema reale, un problema sociale. E abbiamo già la megalomania di Galli Della Loggia da gestire, cioè almeno uno alla volta, per favore.
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Non c'entra quasi nulla con quanto sopra, ma si è capito che quando Trump dice che l'Ucraina può recuperare tutti i territori, sta semplicemente facendo l'unico mestiere che conosce, cioè il piazzista? Certo che ce la può fare, l'Ucraina, con tutte queste fantastiche armi che possiamo venderle (coi soldi che l'UE può anticipare). E allora coraggio, cosa aspettate? digitate il numero in sovraimpressione. Ai primi dieci acquirenti un omaggio a sorpresa, uno sconto sul carbone o qualcosa del genere.
21 maggio: beato Enrico VI di Windsor (1421-1471), re imbelle
A pochi anni dalla morte, il culto di Enrico VI fu promosso da suo nipote Enrico VII, che in quanto fondatore della dinastia dei Tudor sentiva l'esigenza di sottolineare il suo legame con gli estinti Lancaster. E allo stesso tempo un re santo non è una cosa che si possa inventare dal nulla – non nel Rinascimanto, con in giro un bel po' di cronisti interessati a sviscerare il momento più critico del regno d'Inghilterra. Fu compilato comunque un intero libro di miracoli, da cui risultava che Enrico VI avesse resuscitato un'appestata e un supposto ladro di bestiame già appeso al cappio, e che il suo tocco fosse molto efficace contro la scrofola, a differenza ad esempio dell'ultimo esponente della casata degli York, Riccardo III. Forse il punto è che dal malvagio Riccardo i sudditi avevano paura di farsi toccare, laddove Enrico era stato tanto buono e inventarsi prodigi su di lui richiedeva meno fantasia. Ed ecco il paradosso: Enrico era venerato dal popolo proprio per i motivi per cui gli storici stavano cominciando a considerarlo un pessimo re.
Ci fu mai un re che ereditasse un trono e ne fosse contento men che me? Non feci in tempo a uscire dalla culla che venni incoronato, a nove mesi. Mai un suddito ha agognato di esser re quanto io ho agognato e aspiro ad esser suddito
(Enrico VI Parte II, Atto IV, scena IX)
Il padre di Enrico gli aveva dato lo stesso nome e un'eredità impossibile da gestire. Era stato un grande re, ovvero un re piuttosto fortunato, ma tant'è: quel tipo di re cui ancora oggi si può dedicare un film e chiamare a interpretarlo Timothée Chamelet; laddove il figlio al massimo si meriterebbe un Paul Dano che fissasse spesso il vuoto dietro gli interlocutori. Il padre si era coperto di gloria durante la storica battaglia di Azincourt – a vederla da vicino, una carneficina nel fango, vinta da un contingente disperato, circondato da nemici soverchianti. Una di quelle situazioni in cui o si vince o si viene completamente annichiliti; nessun valido condottiero dovrebbe ritrovarcisi, ma a Enrico V era successo: in un qualche modo aveva vinto – dopodiché aveva dato l'ordine di sterminare tutti i prigionieri, perché non aveva abbastanza uomini per controllarli. Più tardi il re di Francia, Carlo VI Valois, avrebbe acconsentito a fargli sposare la figlia, accettandolo come legittimo erede. Questo Carlo VI, da come ce lo dipingono i cronisti, ha tutto l'aspetto di uno schizofrenico: alternava periodi di lucidità a deliri allucinati, che almeno in un caso lo avevano portato a roteare le sue armi sui suoi stessi uomini, uccidendone quattro. Enrico VI non avrebbe mai avuto crisi altrettanto violente, e non è nemmeno detto che ne avesse ereditato la patologia: ma l'eredità di un nonno che era un matto conclamato poteva essere ingombrante quanto quella del padre saggio e vittorioso. Un padre che tra l'altro Enrico non conobbe mai – morto di febbre tifoide in Francia, quando Enrico aveva appena nove mesi. La guerra, che si apprestava a compiere Cent'Anni, e ad Azincourt sembrava ormai vinta dagli inglesi, conobbe negli anni successivi una svolta completamente improvista: quando Parigi era saldamente nelle mani degli inglesi e ormai restava da assediare soltanto la roccaforte di Orléans, i francesi ripresero slancio e iniziativa grazie a... una contadinella, tale Giovanna D'Arco.
Dopo le prime vittorie il primogenito superstite di Carlo VI si lascia convincere a farsi incoronare a Reims – che è la città dove tradizionalmente si incoronavano i re di Francia. Gli inglesi rispondono al gesto provocatorio organizzando un'incoronazione alternativa a Parigi per Enrico, il quale dunque a nove anni deve compiere una faticosa traversata e sostare per mesi in Normandia, perché anche i dintorni di Parigi non erano sicuri dalle scorrerie armagnacche. Non è impossibile che una simile esperienza sia stata determinante a determinare la futura condotta di un re poco incline a invasioni e combattimenti. Non solo Enrico stesso era francese per metà, ma a 23 anni il rivale/cugino Carlo VI riuscì a strappargli una tregua biennale proponendogli di sposare una sua nipote, Margherita d'Angiò. Pare che Enrico si sia lasciato convincere al matrimonio perché gli emissari ne decantavano la straordinaria bellezza – dopodiché può darsi che il matrimonio non sia stato mai consumato: Enrico stesso confessava di non ricordare quando e come avesse messo sua moglie incinta di un principe di Galles. La diplomazia non cessava di inviluppare le dinastie in contorte genealogie, malgrado l'evidenza ormai dimostrasse che molti difetti dei regnanti erano di carattere ereditario, al punto che il ricorso all'adulterio a volte era un correttivo necessario.
Non è che Enrico fosse un re pacifista; ma figlio devoto di una Valois, sposo affezionato di un'Angiò, non è così strano che tra i falchi che proponevano di continuare a mandare truppe in Francia, e le colombe che suggerivano un negoziato e un disimpegno, Enrico inclinasse sempre più verso i secondi. Del resto madre e moglie avevano il vantaggio di restare a corte, coi loro uomini di fiducia (che magari a volte erano anche amanti, ma è difficile scrostare il gossip accumulatosi da secoli), mentre i falchi, essendo più propensi a combattere, a corte si vedevano meno spesso e anche i più valorosi strateghi, prima o poi finivano per morire in battaglia. Così, anche dopo che Giovanna fu catturata, processata e bruciata, i francesi continuarono a combattere e la loro avanzata, dapprima molto graduale, verso il 1450 divenne inarrestabile, coinvolgendo anche territori legati alla corona da generazioni, come l'Aquitania. Le truppe inglesi erano vittime di un circolo vizioso: la corona, dubitando di poter concludere vittoriosamente un conflitto così lungo, non vi investiva abbastanza, il che portava gli inglesi a perdere ulteriori battaglie, confermando in questo modo i dubbi della corona. Non possiamo nemmeno escludere che Enrico, animato da un sincero sentimento religioso, non fosse stato turbato dal martirio di Giovanna: per quanto gli inglesi la considerassero una strega, a corte aveva avuto la possibilità di sentire la versione dei francesi.
Per quanto gli storici la considerino finita nel 1453, la guerra dei Cent'Anni non si concluse con un trattato di pace, ma con il ritiro degli inglesi da tutti i territori oltre la Manica (salvo Calais): il che coincise più o meno con la prima vera crisi depressiva di Enrico e l'inizio di un vero e proprio collasso dell'apparato statale inglese che prende il nome di Guerra delle Due Rose. A parte la questione dinastica, come al solito intricata (semplificando: l'inettitudine di Enrico, ultimo Lancaster, offriva alla casata degli York un argomento in più per reclamare il trono), l'impressione è quella di un regno che crolla sulle sua fondamenta, le quali evidentemente poggiavano sulla guerra infinita: centinaia di possidenti avevano perduto le loro lucrose proprietà, e il monopolio su determinati commerci, come il vino d'Aquitania; generazioni di fanti e cavalieri abituati a vivere di scorrerie nel continente, una volta tornati nell'Isola, non avevano che da trovare una nuova scusa per rimettersi a razziare, e la rivalità tra York e Lancaster era buona come qualsiasi altra. Schiacciato da un meccanismo che non aveva la possibilità di comprendere, a Enrico capitò di essere imprigionato, liberato, riportato sul trono (in stato catatonico, secondo i cronisti), imprigionato di nuovo, finalmente assassinato, rimpianto dal popolo e venerato dai successori. E quando il processo di canonizzazione si interruppe dopo lo scisma anglicano, la figura di Enrico fu ripresa da un giovane drammaturgo evidentemente affascinato dai monarchi deboli, matti o scostanti: William Shakespeare, che a Enrico dedicò una monumentale trilogia. A rileggerla, si traggono conclusioni che Machiavelli sottoscriverebbe: il re più pacifico di tutti aveva trascinato l'Inghilterra in una guerra civile, il più gentile aveva consentito ai malvagi di trionfare. Evidentemente un re non dev'essere un santo, il suo operato deve essere giudicato secondo parametri diversi. Era una tesi che i Tudor stavano già applicando.
Nei giorni migliori mi concedo di pensare che se pure Gaza verrà annientata – cosa può restarne, dopo l'ennesimo bombardamento? – il suo sacrificio non sarà stato vano. L'empio è caduto nella trappola tesa con le proprie mani. Tempo una generazione, e anche i suoi discendenti avranno vergogna di lui. Ci domanderanno: come è potuto succedere? E noi che abbiamo assistito a tutto questo, anche se troppo spesso distoglievamo lo sguardo per sopravvivere, qualche spiegazione potremo offrirla. Gaza dimostra, bruciando, che ogni nazionalismo – anche il più nobile, anche il più giustificato – ha un esito disumano. Se persino il popolo più oppresso può diventare tanto spietato con un altro popolo in cui avrebbe tanti motivi per specchiarsi: se persino Israele può diventare in breve tempo il Faraone, l'argomento è chiuso. Qualcuno obietterà che dopo il Novecento non c'era nemmeno bisogno di riaprirlo: che Gaza è una lezione non solo atroce, ma ridondante. Ma nei giorni migliori vorrei riuscire a trarre anche da un massacro qualcosa di utile.
Nei giorni peggiori temo che sia solo l'inizio: che i tabù infranti a Gaza quando l'artiglieria ha cominciato a bersagliare ospedali e scuole non siano che i primi bagliori di una nuova era di massacri abbacinanti. Che la Palestina sia soltanto il punto nevralgico dove prima che altrove l'edificio umano manifesta le sue crepe. E no, nessuno si domanderà come sia potuto succedere, perché succederà ancora e ancora in Cisgiordania o in Yemen e in tanti altri luoghi, finché magari non succederà a noi, se non ci saremo trovati un padrone abbastanza potente. Ma se già oggi per molti di noi è normale che sia successo, perché le prossime generazioni dovrebbero trovarlo illogico, o sbagliato? Chi di noi ha assistito a tutto questo lamentandosene, passerà per un pazzo o un inetto. Chi corregge il beffardo si attira insulti, chi riprende l'empio riceve affronto.
Non so che dire, ma credo che siamo a un bivio importante. Ci sono stati in passato massacri peggiori che Gaza, ma nessun massacro è stato così ben documentato, e a volte mi domando se non sarà davvero questo a perderci definitivamente. Perché dovremo scegliere: o cancellare tutto, dimenticare, per poi magari riscoprire quanto accaduto tra una generazione, quando vergogna e sensi di colpa saranno scesi entro limiti accettabili – o normalizzare tutto, come i ragazzi israeliani che fanno i balletti scemi su tiktok, come tutti i ragazzi del mondo, ma sui ruderi dei bombardamenti, indossando la biancheria di profughi e di morti, e irridendo il loro accento. Non riesco sinceramente a pensare a qualcosa di più osceno, ma è perché sono stato cresciuto in un certo modo, in particolare con un rispetto per la vita umana che in questi giorni mi sta paralizzando. Se fossi un giovane israeliano non potrei permettermelo, se fossi un giovane israeliano dovrei salvare la mia nazione dal perfido nemico stupratore e rapitore, e se anche solo per un istante pensassi a lui come a un essere umano, quel dubbio mi travolgerebbe, in certi casi potrebbe uccidermi. Se fossi un israeliano che telecomanda droni assassini su una popolazione inerme concentrata in quella che il mio governo aveva definito una safe zone, che potrei pensare? Devono essere bestie, altrimenti non mi sarebbe concesso ucciderli. E per essere sicuro che siano bestie, devo allenarmi a trattarle come tali. Sarà questo il nostro futuro?
In fondo non è troppo diverso dal nostro passato. Per quanto terribilmente aggiornata, la violenza degli israeliani è socialmente molto simile a quella scatenata dagli imperi coloniali, soprattutto nelle zone dove gli europei cercavano di radicarsi. Per questo il paragone più preciso non è quello abusato con la Germania nazista, ma l'apartheid sudafricano, e forse la questione irlandese. Così, nei giorni migliori mi ricordo che anche l'apartheid sembrava invincibile, e per decenni l'Ulster è rimasta una piaga aperta. Forse un giorno anche a Gaza tutto questo sembrerà assurdo come dovrebbe sembrarci il passato. L'empio sarà preso nelle proprie iniquità, tenuto stretto dalle funi del suo peccato. L'empio fa un'opera illusoria, ma chi semina giustizia ha una ricompensa sicura.
– La manifestazione europeista di sabato aveva una piattaforma talmente confusa che avrei potuto andarci anch'io – perché per quanto "riarmo" sia una parola indigesta, se si trattasse di sganciarci dagli USA e riconoscere che abbiamo priorità diverse (al di là del matto che cambia idea tutti i giorni, anche prima e dopo di lui gli USA avevano e avranno priorità diverse), se si trattasse di dissolvere la Nato e riprenderci le nostre responsabilità difensive, io non avrei obiezioni. Ma nessuno in piazza ha osato proporlo, e quindi dopo esserci andato mi sarei andato parecchio a disagio. Avrei trovato perlopiù anziani preoccupati non tanto dal rischio di un'escalation militare nell'Europa orientale, ma dal fatto che a est c'è un dittatore cattivo che tortura la gente, cosa che noi europei a quanto pare non facciamo (in effetti queste cose le amiamo delegare). Anziani preoccupati non tanto dalla necessità di ridefinire il nostro rapporto con gli USA, ma perché a ovest c'è un matto cattivo che non rispetta i trattati – come se invece tutte le decisioni che abbiamo preso fin qui fossero sagge e razionali. Dagli anziani ci si aspetterebbe almeno saggezza, e invece sembrano il segmento più eccitato da semplificazioni che fino a qualche anno fa avrebbero trovato offensive.
– La causa di tanta eccitazione e tanta semplificazione sono i quotidiani, di cui i boomer sono ormai gli ultimi lettori. Viene spontaneo ricordare i girotondini di vent'anni fa – la confusione esistenziale di Michele Serra ricorda molto quella di Nanni Moretti. Coi girotondini Repubblica cercava di intestarsi una resistenza antiberlusconiana del ceto medio-riflessivo che dopo le elezioni del 2001 era perlopiù rimasto in casa, terrorizzato prima dal Movimento dei Movimenti bastonato a Genova, e poi dal contraccolpo dell'11 settembre. Ma era un'altra repubblica, e soprattutto un'altra Repubblica. Quella di adesso è, le piaccia o no, l'house organ di Stellantis, che ha bisogno del piano di riarmo molto più di quanto Putin abbia bisogno dell'Ucraina occidentale. Non so quanto Serra se ne renda conto e alla fine temo non abbia molta importanza, se non per una questione mia affettiva che non ha senso approfondire.
– L'età media era molto elevata, anche se confrontata con quella di un 25 aprile medio. Al 25 aprile la bandiera più sventolata ormai è la palestinese, ieri era proibito portarla: qualche cosa vorrà dire. Dopodiché immagino che gli organizzatori non si siano sospettati neanche per un istante razzisti, mentre parlavano a una piazza tutta bianca (non solo di capelli) dell'eccezionalità della nostra cultura occidentale europea. Nel frattempo a Gaza manca l'acqua potabile perché i nostri alleati israeliani hanno staccato la corrente agli impianti di desalinizzazione. La coincidenza la noteranno più i posteri, forse sarà la cosa che più noteranno della manifestazione di sabato.
– La questione ucraina sembra davvero troppo cruciale e delicata per farla descrivere agli ucraini, che pure in Italia ci sono, ma sui palchi di queste manifestazioni non salgono, non parlano. Forse qualcuno si dimentica di invitarli. Oppure un tipo di retorica è diventata fastidiosa a loro molto prima che a noi.
– Mettiamoci un po' di ottimismo della volontà. È servita una micidiale guerra di posizione con centinaia di migliaia di morti, ma i tedeschi hanno ufficialmente smesso di credere nell'austerità. Ottocento miliardi è una cifra ipotetica, buttata lì per spaventare il nemico, ma una volta accettato che situazioni emergenziali giustificano spese eccezionali, sarà molto più facile individuare le eccezioni, anche perché il futuro di crisi ce ne riserva tante, probabilmente più climatiche che geopolitiche. Ma se possiamo investire in furgoni, purché blindati, si tratterà di convertirli in autoambulanze e camion dei pompieri e siamo abbastanza creativi per farlo. Se poi il M5S torna al governo, non si può escludere che scopriamo la necessità di un bonus facciate per rendere finalmente le nostre dimore sicure anche da un punto di vista strategico: e prima che i tedeschi capiscano che li abbiamo presi in giro anche stavolta, potrebbero passare altre due eurolegislature. Viva l'Europa.
– Credo che Elly Schlein – che da due anni si muove su una lama sottile ondeggiando molto ma non è ancora precipitata – abbia bisogno del sostegno di tutti noi, dove "noi" è un insieme che probabilmente include gente molto più a sinistra di me ed Elly Schlein. Il PD poteva spaccarsi, o appiattirsi sulla linea dell'Armiamoci e Partite che piace molto ai suoi parlamentari, e molto meno ai suoi elettori. È riuscita a elaborare una risposta più complessa, a mantenere la linea e a parare i colpi, presentandosi anche lei in piazza (anzi, è stata tra i primi ad aderire, depotenziando tutta l'iniziativa perché tra la sua idea di Europa e quella molto vaga di Serra c'è una sensibile differenza). Si poteva fare di meglio? Ovviamente. Qualche politico oggi in Italia avrebbe saputo fare di meglio? Guardatevi in giro.
– First we take Aviano. Che aria frizzante, che voglia di armarsi, che subbuglio tra i nuovi eroi al caffè. Per quanto potessimo averlo previsto, è abbastanza sorprendente vederlo realizzato nel giro di un mese: là dove era tutto un "difendiamo l'Occidente", adesso c'è scritto che dobbiamo difendere l'Europa, e mica a parole: servono armi e servono subito. Non vi commuove tutto questo improvviso europeismo? E chissà cosa difenderemo l'anno prossimo. Poi per carità: se è la fine della Nato, io non ho molto da obiettare, e immagino che un massiccio riarmo sia inevitabile – ma solo se è la fine della Nato, altrimenti è una farsa. Fare la guerra a Putin a questo punto non è troppo diverso dal fare la guerra a Trump; non mi sembra un'impresa all'altezza delle nostre forze, ma soprattutto non è cosa che possiamo pensare di fare mentre ospitiamo militari e agenti americani in centinaia di basi del nostro territorio. E quindi, amici interventisti, un po' di chiarezza: volete davvero strappare l'Occidente, e in che modo? Sono sinceramente curioso.
– Le nuove Radiose Giornate. Uno dei motivi per cui a volte chi viene qui a commentare non mi capisce, è che più che due lingue diverse, parliamo due guerre diverse. Molti commentatori parlano la Seconda Guerra Mondiale: per loro non è semplicemente l'ultima guerra importante, ma il mito fondativo dell'Occidente, l'architrave morale che definisce il Male assoluto (il nazismo) nonché giustifica qualsiasi male relativo (se devi combattere il nazismo puoi anche spianare Strisce e deportarne la popolazione). Quindi arrivano qui e si giocano invariabilmente la carta dello Spirito di Monaco. Qualsiasi guerra è necessaria, perché l'alternativa alla guerra è l'appeasement e l'appeasement è la colpa primigenia, senza l'appeasement non vivremmo del frutto del nostro sudore e le donne non partorirebbero con dolore. Va bene. (Cioè no, non funziona così, non è più Storia, è un mito, ma io credo nella tolleranza religiosa e quindi devo tollerare anche la vostra buffa religione). Però io parlo un'altra guerra, la Prima: e ogni volta che si dibatte sui motivi per farne una – che molto spesso sono i motivi per farla fare agli altri – io mi ritrovo di nuovo nel 1914 nelle bagarre tra Interventisti e Neutralisti, a litigare con futuristi, lacerbiani, dopo un po' è arrivato anche quel socialista romagnolo che prima scriveva quei fondi trucidi sull'Avanti, tutti avventurieri con scarse nozioni di strategia, tutti eroi ar caffè, voi venite qui a darmi del Chamberlain e non sapete neanche quanto somigliate a Giovanni Papini e quanto sia offensiva questa cosa che vi sto dicendo.
– Scurati ci vorrebbe più guerrieri. Ieri sulla Repubblica appare un pezzo di Scurati che segnala "la principale carenza europea rispetto alla possibilità di combattere autonomamente una guerra difensiva: la mancanza di guerrieri". Siamo già a questo? L'intellettuale che pochi mesi fa era diventato l'icona dell'antifascismo, è già pronto a litigare coi compagni e rifondare il Popolo d'Italia? Sì e no; Scurati queste cose le ha sempre scritte, salvo che non se ne accorgevano in molti perché i riflettori erano altrove. Se lo conoscessi un po' di più mi azzarderei a dire che un certo gusto melodrammatico per la guerra guerreggiata Scurati lo ha sempre conservato nello stile: certi fregi liberty come, nel pezzo su Repubblica, la definizione del nostro continente come "scoglio euroasiatico popolato di guerrieri feroci, formidabili, orgogliosi e vittoriosi". Da cui il sospetto che l'approccio romanzesco a Mussolini fosse anche un'accettazione di certe radici stilistiche nietzscheano-dannunziano-lacerbiano-futuriste, nonché un tentativo di rovesciarle, profanarle, ricordare a sé stesso e al suo pubblico che un certo stile ha un esito pratico, tante parole culminano portano a un punto, e questo punto è la guerra. Va bene. Diciamo che Scurati è un intellettuale che in questo preciso momento torna utile mettere sulle prime pagine, come certe Fallaci d'antan. E così come il Popolo d'Italia, per sensibilizzare il pubblico italiano sulla necessità di salvare l'eroico Belgio dall'imperialismo prussiano prendeva fondi dalla Fiat, questo pezzo di Scurati, che auspica che "l’Europa ritrovi lo spirito combattivo e, con esso, il senso della lotta", ricordiamocelo, ci è offerto da Stellantis. (La guerra, poi, se proprio dovremo farla, la faremo combattere agli immigrati. Un'alternativa interessante ad assemblare macchine già obsolete in Tunisia o in Serbia).
– Il nuovo irredentismo. L'avreste mai detto che ci sarebbe toccato morire, tra tanti motivi, proprio per il Donbass? Un posto tuttora difficile da trovare sulla cartina. La sensazione è di assistere a una partita a carte che doveva essere una cosa alla buona, tra amici che si erano portati un pollo da spennare in fretta, questo Vladimir Putin. Molte ore dopo, Putin sta vincendo ed essi hanno perso talmente tanta credibilità che l'idea di alzarsi dalla sedia e salutare non li sfiora nemmeno; devono rifarsi in qualche modo, ritirarsi adesso significherebbe ammettere che i polli erano loro, e questa cosa è inammissibile. Gli USA, che avevano organizzato la partita, se ne sono già andati a casa e senza perdere un soldo, anzi a ben vedere ci hanno guadagnato. I tedeschi ci hanno perso due gasdotti e la certezza di essere la locomotiva d'Europa, ma questo è impossibile da accettare: per cui ora cominceranno a firmare assegni e andranno avanti fino all'alba, metodici nella sconfitta com'erano stati metodici nella vittoria.
– L'ideologia è sempre quella degli altri. Michele Serra lancia un appello per andare tutti in piazza senza bandiere o stemmi, non per la Palestina che si sa, la pulizia etnica è un tema divisivo, bensì... per l'Europa. Che è una cosa bellissima, lo dico senza ironie, ma Europa in che senso? Per fare la pace con Putin prima che la faccia Trump (e pigliarsi le materie prime prima che lo faccia Trump) o per proseguire la guerra anche se Putin si mette d'accordo con Trump, ovvero a questo punto farla a un Putin spalleggiato da Trump? Serra non lo dice, sarebbe un tema divisivo. Elly Schlein fa subito sapere che ci sta, in due righe: noi ci siamo, senza bandiere, ok. Poi per chi vuole leggerla c'è una lenzuolata di motivazioni in cui, senza chiarire nessuno dei punti lì sopra (trattiamo subito una pace o proseguiamo la guerra, magari con contingenti europei) avanza comunque una serie di proposte operative (federalismo soprattutto fiscale, togliere l'unanimità, un'altra next generation da 800 miliardi), insomma un po' di politica la Schlein la fa: accetta una piattaforma molto vaga e con tanta cautela introduce i temi che le interessano. E verso la fine fa anche notare la debolezza dell'avversario politico, l'indecisione daa Meloni tra UE e Trump. A questo punto, con fragore di tromboni e fagotti, irrompe Mattia Feltri e intona Nooooooo! Come ti permetti Elly Schlein, sei troooooppo divisiiiiiva! Vuoi trasformare una piazza non politica in una piazza politica, e così Forza Italia non verrààààà! Tod und Verzweiflung. Dove si vede che la "politica" è sempre quella sporca che fanno gli altri, perché se in quella piazza Elly Schlein incontrasse Tajani e scoprisse una corrispondenza di amorosi sensi che fosse propedeutica a un governo Draghi 2 che spianasse la strada a un'UE draghiforme, ebbene Mattia Feltri non troverebbe nulla di "politico" in ciò, nulla di divisivo, perché le uniche divisioni che contano sono tra i soggetti politici che vorremmo vedere a letto assieme. Questa mania di trovare "ideologica" solo l'ideologia degli altri, questa ottusa incapacità di Feltri e similfeltri di capire che anche loro hanno un'ideologia, anche loro hanno un'agenda politica, che a volte uno pensa: ma lo sanno benissimo, fanno solo finta, e invece no; i loro genitori facevano finta, loro no.
ho letto il suo ultimo editoriale sulla fine dell'Occidente, e devo confessare di esserne stato sopraffatto al punto che per me è davvero difficile sbrigliare il nodo di emozioni che la lettura ha suscitato. Indignazione per le cose che ha scritto (in pratica l'Occidente starebbe declinando perché non accetta che in guerra i civili debbano morire) orrore per ciò che l'articolo sottende, ovvero che chi non si rassegna all'incipiente stato di guerra sia da considerarsi decaduto, un'idea che ultimamente vedo rimbalzare sempre più spesso e a cui mi devo evidentemente rassegnare; smarrimento, paura per i miei famigliari che vivranno molto più a lungo di me e di lei, in tempo per vederlo del tutto concretizzato, questo stato di guerra in cui chi ci bombarda ha il diritto di farlo e lo spazio necessario sui quotidiani per giustificarsi; pena nei confronti dell'intellettuale di turno che queste sordide giustificazioni deve abbassarsi a scriverle, ad esempio ieri lei; disprezzo per chi gliele fa scrivere e gliele pubblica; tutto un nodo di sentimenti che alla fine è facile scambiare per semplice rabbia, visto che è così che si manifesta all'esterno: rabbia, semplice rabbia, per chi a valle di tanti discorsi sulla libertà e la giustizia, un bel giorno ci avverte che il ciclo è finito, la pacchia pure, e siamo di nuovo carne di cannone.
Illustre Ernesto, è così: lei mi ha fatto tanto arrabbiare, ma non vorrei nemmeno per un istante che lei credesse che la rabbia perturbi la mia lucidità: per quanto quel che ha scritto sia orribile, per quanto le sue implicazioni siano luride così come è lurido ogni ragionamento che posa le sue fondamenta non sul sottile strato dei diritti umani, ma un po' più in basso, sulla solida legge della giungla e del mare, il caro vecchio diritto del più forte: l'unico diritto internazionale in cui crede davvero, né se ne vergogna, e questo accresce la pena che provo nei suoi confronti, illustre spudorato. Lei ha avuto almeno non dico il coraggio, coraggio è una parola che va meritata, ma la spudoratezza, di scrivere un po' di cose come stanno. Di additarci il vero fondamento giuridico su cui questo Occidente di cui da qualche mese improvvisamente tutti parlano basa la sua secolare superiorità morale: non la Dichiarazione d'Indipendenza del 1776, né quella dei Diritti dell'Uomo e del Cittadino, e ovviamente nessuna carta dell'Onu o consimili. No, sfacciato Ernesto, lei ha almeno scoperto l'altare, sicché possiamo vedere di che lacrime grondi e di che sangue: l'Occidente è stato fondato da Roosevelt e Truman, intorno al 1945: non è basato sui "diritti" di qualche comunità di supposti "civili", ma sulla superiorità aerea degli USA e sui bombardamenti assolutamente fuori scala che resero gli USA la potenza egemone che vorrebbe continuare a essere anche nel secolo XXI. Questo è l'unico diritto che ha contato, l'unico motivo per cui in prima pagina del Corriere ottant'anni dopo c'è lei e non qualche altro illustre barbogio a concionarci sulla superiorità della razza italica o sulla dittatura del proletariato; non è mai stata una guerra di idee, e lei lo sa; è stata una guerra di bombe e ha vinto chi le aveva più grosse, per cui Hiroshima e Nagasaki non si processano; viceversa è chi ha ridotto Hiroshima e Nagasaki a cumuli di cenere che ha il diritto di processare noi, se non ci rassegniamo. Proprio così.
Proprio così, svergognato Ernesto, e quindi che senso ha chiederle se non si è vergognato appena un po', mentre confessava (in prima pagina sul Corriere) di non essere esperto di diritto internazionale, proprio lei che tante altre volte ci ha ricordato quanto sarebbe necessario applicare a scuola un po' di sana meritocrazia. Soltanto a scuola, evidentemente: laddove sulle prime pagine dei quotidiani nazionali è meglio che lo spazio sia riservato a cognomi illustri privi di competenza in materia e addirittura orgogliosi di rimarcarlo, affinché sia chiaro anche al più bue dei lettori che le materie non sono competenza di chi le studia, ma di chi è più lesto a suonare la trombetta del più forte, e ieri il più lesto è stato lei, complimenti: e le auguro una vita lunghissima, non solo perché possa vedere almeno un po' della distruzione e della sofferenza che sta auspicando, ma affinché possa vergognarsi di quel che ha scritto, e non solo domani e dopodomani, ma ogni mattino della sua vita, per miliardi di mattine. Si immagini – ne è capace – se qualcuno avesse scritto le sue parole, le sue identiche parole, all'indomani della strage di Bucha, o il 17 marzo del 2023, quando la Corte Penale Internazionale emise un mandato di arresto nei confronti Vladimir Putin. Si domandi – non so se ne sia capace – come mai questa sozza apologia dei bombardamenti sui civili gli è toccato scriverla solo all'indomani di un pronunciamento contro Israele, un Israele che insomma è il figlio viziato dell'Occidente che tutto deve permettersi e di nulla può vergognarsi; Israele di cui ormai è impossibile negare i crimini contro l'umanità, al punto non resta che sollevare il tavolo e stabilire che "crimini contro l'umanità" è una definizione senza senso. Il che ci renderà poi più difficile accusare di questi crimini gli stessi nemici di Israele, Hamas in primis, ma questo giustamente a lei non interessa: sì, la CPI ha emesso mandati di cattura anche per loro, ma non sarà il Diritto Internazionale a metterli fuori gioco, bensì le bombe. Israele deve continuare ad averle più grosse: solo su questo è basato il suo diritto (anche su un libro di leggende un po' vecchiotte, ma che cominciano a essere citate sempre più spesso come fonte giuridica, forse tra un po' inizierà anche lei). Israele dovrà essere sempre più potente, e lo sarà: sempre più cattivo, e lo è diventato: questa è l'unica sua giustificazione, basata non sui torti del passato, ma su quelli che infliggerà ai suoi nemici nel futuro. Sulla guerra: ogni suo ragionamento non porta che a una guerra che non conosce una fine che non sia l'esaurimento delle risorse materiali o umane; spero sia abbastanza onesto per accettarlo, e per vergognarsene.
23 ottobre: San Giovanni da Capestrano (1386-1456), predicatore e condottiero
A Budapest gli hanno fatto un monumento (anche se non lo tengono benissimo)
Tutte le volte che scoppia una guerra e sui social comincio a vedere le bandierine, complice l'età, mi spazientisco: ma insomma quand'è che crescono questi, come fanno a prendere tutto come una partita di calcio? "Io sto con gli ucraini", scrivono – in che senso? No, seriamente, quelli stanno sparando ai russi, e i russi stanno bombardando l'Ucraina, e tu invece cosa stai facendo esattamente a parte chiacchierarne su Facebook? Poi succede qualcosa a Gaza ed eccoli, ti spiegano perché i palestinesi dovrebbero rendere gli ostaggi, o scappare in Egitto, ecc. Di un conflitto che si protrae da decenni, non è incredibile che proprio loro conoscano la soluzione, e non è triste che se ne restino confinati in un ambiente virtuale invece di essere in prima linea a spiegarla alle opposte fazioni? Non potreste andarci, a Gaza, a spiegare voi le ragioni degli israeliani, o viceversa?
Questa, mi rendo conto, è sempre una mossa sleale. A chi parla di guerra non si chiede mai di andarci davvero, non è così che funziona, tranne in rarissimi casi come ad esempio Giovanni da Capestrano, che quasi settantenne si ritrovò su un campo di battaglia, a Belgrado. Siccome era da anni che in qualità di predicatore sosteneva la necessità di una crociata contro i turchi, alla fine la organizzò davvero, reclutò i soldati, si arrabbiò coi generali che non erano sicuri di voler dare battaglia, in un qualche modo li convinse, e vinse. Poi morì di peste, contratta probabilmente nell'infermeria di campo, ma ormai una lezione di coerenza ce l'aveva data.
L'ultima di tante, perché prima di espugnare Belgrado, Giovanni era già uno dei predicatori più famosi della cristianità; unanimemente considerato il successore di Bernardino da Siena, che tanti anni prima lo stesso Giovanni aveva difeso con successo a Roma dall'accusa di idolatria (l'entusiasmo con cui Bernardino promuoveva la sua bandiera col nome di Gesù era parso ad alcuni rivali assai sospetto). Ma mentre il maestro Bernardino aveva portato avanti, anche con la sua bandiera, un'azione per lo più pacificatrice, a Giovanni toccò in sorte una carriera bellicosa: ancora prima dell'assedio di Belgrado, gli agiografi descrivono le sue imprese come una serie di missioni che prevedono la sconfitta di determinati avversari: i fraticelli, le schegge impazzite del movimento francescano, ancorate a un pauperismo ormai rigettato dalla Chiesa ufficiale; gli usurai per lo più ebrei, contro i quali la polemica dei predicatori francescani diventa sempre più violenta nel corso del Quattrocento, fino ad assumere toni antisemiti; gli eretici boemi, seguaci di Jan Hus; e alla fine appunto i turchi. Tempi difficili selezionano caratteri risoluti, e Giovanni non doveva averne uno semplice. La vittoria clamorosa riportata prima di morire non facilitò affatto il suo processo di canonizzazione, perché Enea Silvio Piccolomini, divenuto papa Pio II proprio nel 1456, non lo aveva in simpatia: i frati non dovrebbero attribuirsi i successi delle battaglie. Il risultato fu che gli aquilani dovettero aspettare più di due secoli prima di poterlo venerare il loro concittadino come un santo. Il sospetto è che avrebbe fatto meglio a fare come San Bernardo: restarsene in qualche convento confortevole a scrivere prediche ben tornite sul tema Armiamoci e Partite. I guerrieri da salotto sono sempre i più apprezzati, chi ha ucciso davvero Bin Laden? Nessuno lo sa; invece tutti sanno chi era Oriana Fallaci. Per fare un esempio.
L'attentato ai cercapersone di Hezbollah, che diversi quotidiani italiani non hanno nemmeno messo in cima all'homepage, effettivamente non è l'episodio più tragico di una guerra che va avanti da mesi. Ma per risalire a qualcosa di più incredibile (nel senso letterale: qualcosa a cui non crederei, se la vedessi per esempio in un film) credo occorra risalire all'attentato aereo alle Torri Gemelle di 22 anni fa, qualcuno se lo ricorderà. E come nel caso delle Torri Gemelle, a lasciare sbalorditi non è tanto il numero di vittime, quanto la creatività esibita per ottenerle. Solo nei film gli assassini sono così interessanti, e questa è la sensazione che sto avvertendo di nuovo dopo 22 anni: di vivere all'improvviso in un film in cui tutto può succedere – un aereo può entrare dalla finestra, il telefono può scoppiarmi in mano perché qualcuno ha deciso che sono un terrorista. Perlomeno questo è quello che continuano a ripetermi, specialmente su Twitter: chi ha perso la vita, o le mani, o altre parti del corpo, se lo meritava: è un terrorista. Hezbollah infatti è un'organizzazione terroristica, e quindi dobbiamo festeggiare: anche perché si tratterebbe di un attacco mirato, no? farli saltare in aria tutti assieme, per strada o in casa o in ospedale o al supermercato, se militano in un'organizzazione terroristica, rientra nella definizione di attacco mirato ("chirurgico", avrebbe aggiunto Bush Padre). Tanto peggio per chi stava vicino ai terroristi, per strada o al supermercato o all'ospedale.
Capisco che per molti "terrorista" è semplicemente chi è iscritto in un elenco dei terroristi che il Dipartimento di Stato USA ha il privilegio di stilare; ma se invece che a Washington per una volta volessimo dar retta al vocabolario, scopriremmo che un'organizzazione è terroristica se conduce "azioni criminali violente premeditate aventi lo scopo di suscitare terrore nella popolazione". Hezbollah è un'organizzazione che si ispira all'Islam sciita e rivendica i suoi legami con la Repubblica Islamica dell'Iran. In Libano è un partito: partecipa alle elezioni e spesso ha sostenuto la maggioranza di governo. È un vero e proprio ente pubblico che nel Libano meridionale controlla sanità e istruzione, per cui non è affatto strano che certi cercapersone siano esplosi in luoghi pubblici. E poi, certo, è anche una milizia armata che controlla una parte importante del Libano meridionale, e da lì conduce una lunga guerra con Israele (che occupa illegalmente parte del Libano meridionale). Questa guerra, che per anni è rimasta in uno stato di bassa intensità, viene condotta per lo più con razzi, che negli ultimi mesi – questo è il vero fatto nuovo – stanno sensibilmente mettendo alla prova le difese aeree israeliane, quell'Iron Dome che fino a qualche anno fa sembrava imbattibile. Non lo è più, ormai certe tecnologie come i droni non sono più prerogativa dell'Occidente e dei suoi alleati; la grande lezione che tireremo forse tra qualche anno da tutta questa crisi è che Israele a un certo punto ha creduto di mettere tra sé e i nemici un gradino tecnologico che i nemici non avrebbero mai salito; si è appisolata su certi allori e si è svegliata in un lago di sangue e paranoia. Gli abitanti delle zone più settentrionali di Israele sono sfollati da mesi, le scuole sono chiuse, e persino un attacco così spettacolare come quello di ieri non è previsto che inverta le sorti del conflitto; servirebbe ben altro, qualcosa che somiglia sempre più a un intervento esterno che Israele è troppo orgoglioso per chiedere.
Quindi Hezbollah è un'organizzazione terroristica? In un certo senso sì: il braccio militare di Hezbollah conduce azioni violente e premeditate che terrorizzano la popolazione. Ma se siamo in guerra, questo si può dire di ogni fazione che bombardi il territorio nemico: compresi i servizi israeliani, che appunto, hanno appena condotto un'azione senza dubbio violenta, senza dubbio premeditata (da mesi o da anni), e che ha terrorizzato non solo i libanesi, ma persino me. Dunque che differenza c'è, a questo punto, tra guerra e terrorismo? Ho il sospetto che per molti la risposta sia fin troppo facile, anche se non viene mai del tutto verbalizzata. Propongo questa formula: è terrorismo qualsiasi cosa si opponga a Israele, in qualsiasi momento e con qualsiasi mezzo; laddove qualsiasi cosa faccia Israele (non importa quanto violento), ebbene, quello è sempre antiterrorismo, ovvero cosa buona e giusta.
Mi rendo conto di aver tagliato il problema con l'accetta, ma andate un po' a guardare su Twitter e verificate da voi come tutto va al suo posto subito, appena accetti questa cosa: tutto ciò che fanno i nemici di Israele è terroristico e criminale; tutto ciò che fa Israele è giusto e perfettamente giustificabile. Talvolta persino geniale: ricordate quella volta che si camuffarono da operatori sanitari e andarono a sterminare un po' di gente in un popoloso quartiere della Striscia di Gaza? Veramente "ingegnoso"! Invece se i militi palestinesi si nascondono in un'ambulanza, ebbene, sono subdoli terroristi che si fanno scudo della popolazione. Come si spiegano due pesi, due misure così diverse? Si spiegano facilmente, una volta accettato che esiste un solo vero peso, una sola misura: Israele. Tutto ciò che si fa per il suo bene è giusto, tutto ciò che i suoi nemici congegnano è perfido. Non è tanto nascondersi in un'ambulanza, a determinare la malvagità dei palestinesi; infatti se sono gli israeliani a fare la stessa cosa, ecco che si tratta di una cosa geniale. Questo vale per qualsiasi cosa, ad esempio gli stupri: per mesi ci hanno ripetuto che i miliziani di Hamas avevano commesso un crimine insopportabile stuprando e seviziando i prigionieri. Ce l'hanno ripetuto senza mai mostrarci prove di questi stupri, ma il concetto era comunque chiaro. Ma se sono gli israeliani a rapire, seviziare e stuprare palestinesi, ebbene, non si tratta che di normali pratiche di gestione dei prigionieri: chi le commette viene presto scagionato e si aggira per Israele a testa alta: cos'avrebbe poi fatto di male? Stuprato terroristi? Se Israele li ha catturati, sono senz'altro suoi nemici; se sono nemici di Israele, sono terroristi, e se sono terroristi che male si farebbe poi a stuprarli?
Questo assioma (tutto ciò che fa Israele è giusto) viene prima di tutto. Persino prima del tanto reclamato diritto di Israele a difendere i suoi abitanti: ecco, no. Se i palestinesi o gli hezbollah uccidono gli abitanti di Israele, sono ovviamente maledetti terroristi; se invece è Israele a bombardare dall'alto i suoi cittadini che cercavano di scappare dal concerto il 7 ottobre, ebbene, è tutto ok; nessuno sarà processato per aver ordinato una strage del genere, con lo scopo evidente di ridurre al minimo gli ostaggi nelle mani di Hamas. È talmente chiaro che ormai anche l'esercito lo ammette: del resto è l'esercito più morale del mondo, quindi tutto ciò che fa è giusto, compreso uccidere più israeliani, in quel frangente, di quanti ne abbia uccisi Hamas. E ammetterete che c'è una bella differenza, anche per un israeliano, tra essere ammazzato a tradimento dai biechi terroristi di Hamas o da un morale bombardamento aereo condotto dall'esercito più morale del mondo.
Un assioma del genere ormai si fatica a considerarlo sionismo, perlomeno nel significato storico del termine – quello che prevedeva che il sionismo servisse a difendere gli ebrei: non più, non necessariamente; ormai Israele è al di sopra anche di questo ed è comunemente accettato che Israele possa e debba uccidere tutti gli ebrei che il governo di Israele ritiene necessario al fine di... di cosa? Di difendere sé stesso, persino dagli ebrei e dalla loro petulanti esigenze, ad esempio ce n'è che vorrebbero riabbracciare i loro amici e parenti prigionieri, ecco, anche ciò confligge con le necessità di Israele e quindi è inammissibile. Israele vive per difendere sé stesso, anche dagli ebrei se necessario.
If you reported this 11 months ago, you were smeared relentlessly or even threatened. Now even Israeli MSM is reporting it. This is how it always goes. pic.twitter.com/5Tg9XfI8W4
Tutto questo è così chiaro che davvero non si capisce perché i principali organi di stampa italiani non lo mettano nero su bianco: tutto ciò che ha fatto Israele è giusto, lo è sempre stato e a questo punto lo sarà sempre. Qualsiasi azione, che portata avanti da un altro singolo o da un'altra nazione sarebbe evidentemente terroristica (nascondere esplosivo nei cercapersone! Farli esplodere a distanza e a comando, tutti assieme, creando caos nelle strade e negli ospedali!) se la fa Israele è giusta, perché Israele è la Giustizia, e ogni altra azione al mondo è giusta o sbagliata a seconda se fa o no gli interessi di Israele. Tutto questo è chiaro, e lo diventa ogni giorno di più, laddove forse non è ancora chiaro il perché.
Ovvero, come ci siamo trovati in questa situazione? Perché dobbiamo considerare Giustizia tutto quello che fa un piccolo regime di un piccolo Paese che senza intascare milioni di dollari all'anno dagli USA non avrebbe di che pagarsi le mitragliette? Perché dobbiamo rivedere la nostra morale ogni giorno, per includere ogni crimine che Israele commette? È davvero così importante? Chi l'ha deciso? Un Dio geloso, un gruppo di persone potenti ma non troppo razionali? Non avremo semplicemente commesso alcuni errori, che ci hanno portato a commetterne altri più grandi, finché il peso di questi errori ha impedito ai responsabili di ammetterli e li ha spinti ad appoggiare aprioristicamente un regime che (se non fosse Israele) sarebbe evidentemente terrorista e genocida?
E soprattutto: come ne saltiamo fuori? Cioè ammettiamo pure che in virtù della sua straordinaria superiorità morale che gli consente di bombardare popolazioni civili rinchiuse in riserve di cui controlla i cancelli (succedesse altrove, si tratterebbe di conclamato genocidio) Israele riesca nei prossimi mesi a fare piazza pulita dei palestinesi e degli hezbollah, sia in Libano, sia a Gaza sia in Cisgiordania. Dopodiché? Chi andrà poi a spiegargli che una volta unito il fiume al mare dovrebbe trovare un modus vivendi con chi gli sta intorno, che prima o poi non avrà più la necessità di essere così cospicuamente finanziato da un Occidente che ha tante altre ragioni per cui dissanguarsi? Se avete una minima esperienza nel gestire i megalomani, ebbene, sapete che non funziona così. Più facilmente troverà altri guai, altre guerre da combattere, altri terroristi che lo minacciano, perché è solo in una situazione di crisi che può trovare l'aiuto e la fiducia che gli servono. Fino all'esaurimento delle risorse, che ormai potrebbe coincidere con la fine dell'umanità – sembra poco probabile, ma anche far esplodere i cercapersone del nemico fino all'altro ieri lo era. Fiat Israel, pereat mundus – magari non morirà tutto, ma tanti sono già morti e di chi è la colpa la responsabilità? Non certo di Israele, che è giusto per definizione, ma soprattutto è il bambino viziato che si è sentito dire sin da piccolo che ogni cosa gli era dovuta.
Forse di chi lo ha viziato, di chi lo ha armato (facendo anche discreti affari), cullandolo in una bolla di finta serenità che è scoppiata in un giorno di ottobre, lasciandolo sgomento, impanicato, sporco di sangue non tutto suo: governato da conclamati razzisti, difeso da un esercito impreparato che per mesi ha bombardato a casaccio – no, scusate, mi sono lasciato prendere, non fatemi esplodere il device. Stavo soltanto cercando di spiegare che non è colpa di Israele, ma non ce n'è bisogno: Israele, per definizione, non ha colpe. Quanto ai suoi amici, ebbene, forse avrebbero potuto stare più attenti: insomma, i veri amici lo fanno.
Quando mi capitò di scrivere un pezzo su Giosuè, dodici anni fa, esordii così: "Ecco un personaggio biblico che ormai nessuno pretende di considerare come realmente esistito".
Quanto poco ne sapevo.
A mia parziale discolpa, nel 2012 la Bibbia non sembrava un testo così importante ai fini della comprensione della situazione in Medio Oriente – nessuno poteva negare che fosse sul tavolo, ma nascosta da altri libri molto più moderni, manuali di strategia ed economia e Storia contemporanea, atlanti geopolitici, e persino quel vecchio Corano veniva aperto più spesso, sembrava più rilevante. Mentre chi citava versetti biblici denunciava la propria irrazionalità, ma soprattutto un'irrevocabile marginalità – persino Bush Secondo, quando aveva nominato Og e Magog al cospetto di Chirac, era parso un matto. Gli stessi difensori più accaniti del sionismo non si curavano molto di Esodo e Deuteronomio; raramente davano l'impressione di averli almeno letti. Non era da quei vecchi rotoli che lo Stato Ebraico traeva la propria ragion d'essere: piuttosto dalle persecuzioni moderne, e in primis dalla Shoah.
Quanto al kahanismo, era ancora considerato un movimento estremista. Ancora per dieci anni il partito fondato da Meir Kahane sarebbe rimasto incluso nella lista delle organizzazioni terroristiche del governo USA. Oggi viceversa i kahanisti stanno nel governo, Ben-Gvir qualche anno fa ha tolto il ritratto dello stragista assassino di Rabin dal tinello e ora è ministro della sicurezza nazionale: e come tale va a passeggio nella spianata delle moschee. Per dire quanto sia cambiato anche solo in pochi anni almeno il governo israeliano, e probabilmente la società che lo esprime. Una cosa che gli osservatori italiani, soprattutto quelli benevoli, sembrano non voler accettare – del resto che importanza può avere quanto a destra possa spostarsi il governo israeliano, se hai deciso a priori che tutto quello che Israele fa è giusto? Non importa che le immagini postate dagli effettivi dell'esercito accreditino la sensazione di una banda di fanatici prevaricatori: tanti anni fa hai imparato a dire che è l'esercito più morale del mondo e non puoi evidentemente cambiare idea in corsa. I soldati, peraltro, non fanno che ripetere che bisogna estirpare Amalek. Lo stesso Netanyahu lo ha dichiarato sin dal sette ottobre: e così all'improvviso ci siamo accorti che nella Bibbia un genocidio c'è, giustificato, documentato e più volte reclamato.
Sì, è vero, l'avevamo sempre saputo. Ma per tanto tempo, davvero, non era sembrato così importante. Ogni popolo ha le sue leggende, chi è che se la prenderebbe oggi coi greci per come bruciarono Troia? Ecco, chi ti spiega che Amalek va sterminato, nel 2024, dovrebbe farci più o meno lo stesso effetto. E invece sembra tutto ok – cioè no, diciamo che una certa caduta verso l'irrazionale potrebbe essere giustificata dallo choc del sette ottobre, e prima ancora dal fatto che gli israeliani sono minacciati nella loro stessa esistenza più o meno dal... 1948, insomma da sempre, il che per carità non significa affermare che vivono come prigionieri nella stessa piccola terra che si sono conquistati con la violenza, perché sarebbe antisemita, e quindi... niente, ogni discorso su Israele finisce sempre su un terreno minato, anche quando provi a difenderlo non ti resta che tornare sui soliti punti sicuri da cui passano tutti.
it ok to call it genocide - now?
They are killing Palestinians as a token of love for their wives and mothers.
Israeli soldier records himself blowing up buildings for his wife saying "to wipe off the memory of Amalek" and "take revenge of the gentiles" pic.twitter.com/W7a1YaqcXP
La Bibbia è un testo straordinariamente stratificato, opera di mentalità diverse, che agivano in epoche diverse con priorità spesso contrastanti. Non tutto quello che contiene è leggenda, ma agli occhi di uno storico non è difficile riconoscere i personaggi totalmente leggendari, quelli che sono stati inventati per dimostrare uno o più assunti; tra questi, senz'altro Amalek e Giosuè. Non hanno nessuno spessore: fanno quello che è previsto che facciano, il primo attacca Israele e il secondo lo difende. L'autore non si cura nemmeno di definire perfido il primo e buono il secondo, perché in effetti non è in questione il Bene e il Male, qui. La questione è più ristretta: Dio ha scelto un popolo, chi lo attacca non merita di sopravvivere.
Amalek appare di punto in bianco in Esodo 17,8 (Giosuè compare nel versetto successivo, come luogotenente di Mosè). "Allora Amalek venne a combattere contro Israele a Refidim". Non è chiaro da dove arrivi e nemmeno cosa sia. Potrebbe essere un popolo, come Israele, nominato col nome di un mitico capostipite: o anche semplicemente il capo di una banda di predoni. Non ci è dato saperlo: quel che importava all'autore del testo è dimostrare l'efficienza del Signore degli Eserciti, che porta gli israeliti alla vittoria – purché Mosè tenga le mani verso l'alto, rivolte a lui; e siccome col tempo si stanca, Aronne e Cur gliele sostengono. Solo così l'esercito guidato da Giosuè può trionfare. L'episodio rivela in questo la sua fonte sacerdotale: pregare è ancora più importante che combattere. Così all'improvviso com'è comparso, Amalek deve scomparire: non solo Giosuè stermina tutti gli amaleciti "a fil di spada", ma il Signore proclama a Mosè: "Scrivi questo per ricordo nel libro e mettilo negli orecchi di Giosuè: io cancellerò del tutto la memoria di Amalek sotto il cielo!" Avete capito bene, Dio dice a Mosè di scrivere su un libro il nome del tizio di cui vuole cancellare la memoria. È un paradosso che ha scervellato generazioni di esegeti, in un certo senso è il paradosso in cui stiamo vivendo: ricordare ciò che non dovrebbe essere più ripetuto, come se ricordare non fosse già un invito a ripeterlo.
Israeli minister in defence and finance minister Smotrich tonight:
“Moments before redemption, we must not hesitate. We must destroy Rafah, Nusseirat, & Dir al-Balah 'wipe out the memory of Amalek! …There's no half- measure. Rafah, Dir al-Balah Nusseirat absolute destruction!” pic.twitter.com/RVq8z9Nkle
"Vi sarà guerra del Signore contro Amalek, di generazione in generazione!", proclama infine Mosè, il che smentisce quanto scritto poco sopra (Giosuè non li aveva sterminati tutti?) ma ci autorizza a pensare che Amalek, più che un popolo, sia chiunque si metta sulla strada del popolo di Dio. Altri amaleciti compaiono in effetti nei sequel della Torah, i libri dei profeti; siccome dovevano vivere tra Canaan ed Egitto (non troppo lontani da Gaza, insomma) vengono a un certo punto confusi con gli edomiti, che degli israeliti sono parenti in quanto discendenti di Esaù, il fratello a cui Giacobbe-Israele aveva sottratto sia la primogenitura sia la benedizione paterna. Compaiono comunque sempre in funzione di vittime predestinate, come le maglie rosse di Star Trek: l'episodio più interessante riguarda re Saul, personaggio enigmatico, l'Amleto degli ebrei. Il profeta Samuele l'ha unto re di Israele, ma poi se n'è pentito – ovvero, è il Signore che attraverso Samuele lascia trapelare un distacco crescente. E anche stavolta si contraddice, questo Signore, prima prendendo le distanze dalla violenza con cui il re infierisce sui Filistei, e poi sdegnandosi perché non stermina completamente, come richiesto, gli Amaleciti. Evidentemente certi popoli devono sparire e altri no, ma Saul sembra destinato a capire sempre male. A terminare lo sterminio provvederà il nuovo prediletto dal Signore, re Davide, anche lui unto dal profeta Samuele e più ligio agli ordini divini. Con lui gli amaleciti spariscono definitivamente; eppure nel libro di Ester il perfido Aman è definito "agaghita", ossia discendente di Agag, il re amalecita sconfitto da Saul. Aman è una figura importante del folklore ebraico: il prototipo dell'antisemita, dileggiato pubblicamente ogni anno in occasione della festa di Purim. E torniamo sempre lì: sul libro c'è scritto che Amalek deve scomparire, ma c'è scritto fin quasi alle ultime pagine, evidentemente Amalek non scompare mai: e tuttora ossessiona i sostenitori di un progetto, il sionismo, che per tanto tempo ci è sembrato così laico. In tutto questo forse c'è qualcosa che potremmo imparare, ma cosa.
Forse che le profezie si avverano. Giosuè non è mai esistito, e non ha mai sterminato Amalek, popolo immaginario che non ha lasciato nulla se non il suo nome (tramandato da quelli che dovevano farlo sparire). Eppure migliaia di anni dopo, nella stessa regione, un popolo cerca di fare sparire un altro popolo, perché ha letto la storia di Giosuè e Amalek. Potrebbe essere il finale di questo pezzo, ma non mi convince. Anni fa era diventata una pratica abituale accusare i musulmani di oggi di voler mettere in pratica lo stragismo descritto dal Corano. Ultimamente se ne parla sempre meno; forse qualcuno si è davvero accorto che nella Bibbia ci sono anche più stragi, a cercarle. Ma insomma l'idea che i libri facciano commettere le stragi mi ha sempre lasciato perplesso. Per me è nato prima l'uovo: la gente scrive i libri per giustificare le stragi che commette. Poi certo, il serpente si mangia la coda: i libri restano in circolazione, vengono letti in contesti sempre diversi e chi vuole giustificare altre stragi, se ha pazienza, prima o poi trova il libro adatto. Specie se qualcuno lo ha lasciato sul tavolo, sepolto tra altri libri che dovevano fornire soluzioni più razionali.
Quando dico che a Gaza è in gioco la nostra umanità, mi riferisco a fatti come questo: non solo che per liberare quattro ostaggi si siano uccise più di duecento persone, ma che un episodio del genere sia presentato come un successo. Un'ecatombe, in cui forse hanno trovato la morte altri ostaggi, Netanyahu deve vendercela come la dimostrazione che la sua strategia sta funzionando; e noi compriamo. Basta accendere la tv per scoprire che il rapporto tra duecento civili palestinesi e quattro ostaggi israeliani è perfettamente ok. Sono cresciuto negli ultimi decenni del secolo scorso, di guerre ne ho viste parecchie, per fortuna quasi tutte su un video. Un cinismo del genere, un disprezzo così esibito per le vite dei "nemici", non me lo ricordo nemmeno nei giorni più oscuri della Guerra al Terrore. È un fatto nuovo, forse un'avvisaglia dei nuovi tempi che incombono, delle prossime guerre e delle prossime migrazioni e del razzismo che provocheranno, che stanno già provocando. Evidentemente non possiamo più permetterci di provare pietà per tutti; senz'altro non possiamo più provare pietà per i palestinesi. Così Netanyahu ci chiede di essere felici perché senza cedere a nessun compromesso è riuscito a liberarne quattro, e noi festeggiamo. Qualche mese fa era bastato un accordo temporaneo con Hamas per portarne a casa un centinaio, ma questo è meglio dimenticarselo.
Da quel che ci è dato sapere, il commando che ha provato a liberare gli ostaggi israeliani è partito dal molo che gli USA avevano costruito per motivi umanitari, (la consegna di aiuti umanitari via nave, che ha funzionato poco e male). Lo stesso commando si sarebbe nascosto in un convoglio umanitario. Tutto questo, ci spiegano i commentatori israeliani, dimostra l'abilità dell'esercito israeliano, la sua irrefrenabile inventiva. Lo stesso Netanyahu in conferenza stampa ha lodato "l'ingegnosità e l'audacia" di Israele, e questo è persino buffo, dopo anni e anni in cui Netanyahu e colleghi non smettevano di lamentarsi del fatto che i combattenti palestinesi si mimetizzavano... tra i convogli umanitari e le strutture sanitarie. Questo non dovrebbe più stupirci: ormai abbiamo capito che la moralità di ogni azione dipende semplicemente dal sionismo di chi la compie. L'IDF è l'esercito più morale del mondo, quindi se camuffa un commando in un furgone umanitario, questa è "audacia"; se lo fanno i palestinesi è detestabile, slealissimo terrorismo.
I quattro ostaggi, per ora, non hanno accennato a torture e molestie, e questo è in linea con quanto abbiamo appurato fin qui: non c'è una sola vittima delle torture e delle molestie dei miliziani palestinesi che sia sopravvissuta per parlarne in prima persona. Viceversa abbiamo testimonianze di palestinesi scarcerati dal campo di prigionia di Sde Teiman che affermano di essere stati sodomizzati. con bastoni e altri strumenti.
Non so più dove ho letto che ogni accusa di un sionista è una confessione. Per mesi, mentre il conteggio delle vittime civili aumentava paurosamente, e le demolizioni rendevano chiara al mondo l'idea di un'operazione di pulizia etnica, hanno scelto di difendersi accusando i miliziani palestinesi di "stupro di massa". Non hanno mai trovato le prove, ma intanto includevano lo stupro tra le pratiche con cui interrogano i prigionieri. Per anni hanno accusato i palestinesi di usare scuole, ospedali e strutture assistenziali dell'UNRWA come basi militari: anche qui, non sono mai riusciti a dimostrarlo, mentre invece abbiamo numerose testimonianze che ci dicono che il commando che ha liberato gli ultimi ostaggi era nascosto in un convoglio umanitario. Per mesi hanno abusato della nostra pazienza lamentandosi perché qualche studente cantava "From the river to the sea", con evidente proposito genocida: e intanto sbandierano allegramente mappe e canzoni che prevedono l'annessione di tutti i Territori. Quando dico che a Gaza è in gioco la nostra umanità, mi riferisco a quell'enorme trappola in cui è caduta l'ideologia sionista: giustificare ogni errore, ogni crimine, postulando che il nemico prima o poi ne abbia fatto uno peggiore. Bastano pochi anni, lo abbiamo visto, per convincere la maggioranza di un popolo che qualsiasi nefandezza è giustificata, anzi necessaria. Abbiamo visto Israele cadere in questa trappola: che sia almeno monito per chi le sta intorno.
A brief history of Israel's use of human shields, a 🧵.
La guerra, noi pensavamo che avrebbe immediatamente rovesciato e capovolto la vita di tutti. Invece per anni molta gente rimase indisturbata nella sua casa, seguitando a fare quello che aveva fatto sempre. (Lessico Famigliare).
– Se anche una guerra mondiale fosse già scoppiata, che senso avrebbe scriverlo qui. Nessuno. O forse il senso è da cercare in quell'antica superstizione italica che prende il nome di scaramanzia. Mentre tutti là fuori fanno previsioni e sperano di azzeccarle (se le fanno tutti i giorni, prima o poi una dovrebbero azzeccarla) può darsi che io scriva per l'esatto contrario; per far sì che quello che immagino non si avveri. Quattro anni fa oggi, una circolare avvisò che le scuole dell'Emilia-Romagna sarebbero rimaste chiuse per una settimana per un concreto rischio epidemico. Io scrissi che mi sembrava assurdo, una settimana non avrebbe cambiato niente. Avevo probabilmente ragione: una settimana non avrebbe cambiato niente. Avevo decisamente torto: le scuole riaprirono in settembre.
– (Invece due anni fa dissi in una classe di stare tranquilli perché no, i russi stavano soltanto mostrando i muscoli, ma non potevano invadere un'altra nazione sovrana. Purtroppo Putin non volle ascoltarmi e un anno fa cominciai a notare che non stavamo vincendo. Vedete, statisticamente prima o poi uno ci azzecca; mai quando vorrebbe).
– A chi ti dice che studiamo troppo Storia (sì, qualcuno ogni tanto lo dice), mostra la cosiddetta intervista a Putin di Tucker Carlson. Che appena prova a fare una domanda che abbia senso per un americano (signor Putin, perché ha invaso l'Ucraina?) viene travolto da una lunga digressione storica che parte dalla Rus di Kiev e non può replicare, non può notare le distorsioni, le pure invenzioni, perché non ha la minima idea, non capisce neanche di che millennio si stia parlando. Conoscere un po' di Storia può aiutarci a non lasciarci fregare dal primo dittatore che ti propone la sua narrazione.
– Così come può servirti a capire quanto tutto sia relativo, spesso, e arbitrario. Per esempio: quando scoppiò la seconda guerra mondiale, non tutti lo accettarono subito, il nome non prese piede immediatamente. Per diversi mesi sembrò un conflitto circoscritto. È vero, Germania e URSS avevano invaso la Polonia, ma era stata una guerra lampo. È vero, Regno Unito e Francia avevano dichiarato guerra alla Germania, ma per un po' non successe quasi niente. Poi la Francia fu travolta, e a quel punto De Gaulle lo ammise: questa è una guerra mondiale (l'alternativa era che fosse una guerra persa). Ma quando era cominciata?
Dipende. È una nozione arbitraria, di solito elaborata dai vincitori. Di solito la consideriamo iniziata il 1° settembre del 1939, come un anno scolastico (che infatti finisce nell'estate di sei anni dopo). Ma è mondiale perché interessa anche il Pacifico, e in Pacifico il Giappone aveva già invaso la Cina da qualche anno. Del resto anche in Europa l'espansionismo tedesco (e italiano) aveva iniziato a manifestarsi ben prima; la guerra di Spagna vede già impegnati bombardieri tedeschi e fanti italiani, contro un governo socialista e sostenuto dall'Unione Sovietica. Potremmo anche dire che la Seconda Guerra Mondiale comincia in Spagna: se non lo facciamo, è perché all'appello mancavano le democrazie occidentali, ovvero quelle che reclamano di averla vinta e scelgono di raccontarla in un certo modo. Molti combattenti, volontari o meno, intuivano già che la Spagna era soltanto uno dei teatri di un conflitto più grande. Nessuno lo chiamava ancora per nome, ma a volte il nome è l'ultima cosa che arriva, quando proprio non si può negare l'evidenza del fenomeno.
– In questi giorni sta succedendo quasi il contrario: sempre più osservatori ci informano che il conflitto in atto è un conflitto mondiale. C'è un asse del male ormai abbastanza definito: la Cina che appoggia la Russia che istruisce l'Iran che arma Hamas. Criticare Israele significa sostenere la Russia, ovvero tradire l'Ucraina, ovvero sei un traditore della patria dell'Occidente. Questi appelli di solito partono sempre da personaggi di area cosiddetta liberale che due anni fa ci spiegavano che un'eventuale guerra contro la Russia sarebbe stata breve, brevissima, e vittoriosa entro l'inverno. Ora che le cose sembrano andate diversamente, scopriamo che la Russia non ha intenzione di fermarsi, dopo l'Ucraina sarà la volta dei Paesi Baltici, della Moldavia, l'esercito che non ha preso Odessa in due anni ce lo dovremmo trovare a Berlino in pochi mesi. Chi si affanna ogni giorno in questa propaganda spicciola somiglia al giocatore che due anni fa pensava di avere le carte giuste e non vuole accettare che si sbagliava: fosse per lui, continuerebbe a raddoppiare la posta finché la sorte non gliele servirà. Molto meno nervosa appare la destra di governo: vuoi perché deve fare dimenticare anni e anni di simpatia per Putin, vuoi perché governando un po' il polso del Paese lo senti, e il Paese tutta questa voglia di guerra decisamente non ce l'ha.
– Ce l'hanno i borghesi. Qui l'analogia è più con la Prima Guerra che con la Seconda: quando a chiedere a gran voce l'Intervento erano le pagliette, gli avventurieri, i futuristi, oltre ovviamente alla Fiat e all'Ansaldo. Oggi invece è una tribù che pur avendo occupato ormai tutti gli organi di stampa lasciati liberi da Mondadori-Angelucci, non riesce ad avere una rappresentanza politica, o meglio: è perfettamente rappresentata dalla sociopatia dei personaggi che dovrebbero rappresentarla, un Renzi o un Calenda o il radicale di turno. Quel che possono fare è bersi la propaganda Nato: rielaborarla in messaggi interessanti per il pubblico italiano è una missione al di sopra delle loro capacità e possibilità. Il grillismo prima, e il covid in poi, li hanno fortificati nella percezione di essere gli unici intelligenti in un Paese di stupidi, e questo è sostanzialmente tutto quello che hanno da dire a chi non gli dà retta: siamo stupidi. Stupidi a non capire che Putin è debolissimo e sta per perdere, serve ancora un piccolo sforzo; stupidi a non capire che Putin è minacciosissimo e potrebbe invadere dopodomani l'Unione Europea, stupidi a manifestare contro un genocidio senza capire che Israele è minacciato nella sua stessa esistenza, stupidi a non capire che un minuscolo Paese al centro del Medio Oriente non è un'esca, bensì un baluardo contro l'invasione araboislamica dell'Europa, e così via. Soprattutto siamo stupidi perché ogni volta che ci chiamano stupidi, non ce ne convinciamo: è sconfortante. Non c'è più Berlusconi a spiegar loro come si parla alla gente, o a parlare alla gente visto che loro non sono capaci: e si vede.
– Magari non è ancora iniziato, ma un conflitto su scala planetaria è forse inevitabile. Nei prossimi anni la crisi climatica causerà la morte di centinaia di milioni di persone. Non moriranno di caldo – alcuni sì, ma la maggior parte degli effetti del riscaldamento: crisi energetica, carestie, epidemie. A chi ti chiede perché studiare Storia puoi rispondere che a volte ti dà qualche dritta, ad esempio di solito quando compaiono due cavalieri dell'Apocalisse (Carestia, Epidemia) il terzo è dietro l'angolo, ed è Guerra. L'unico motivo per cui una corsa all'accaparramento delle risorse primarie – alimentari ed energetiche – non debba per forza sfociare in un conflitto mondiale è la presenza di arsenali nucleari che garantirebbero a tutte le parti una mutua distruzione assicurata: purtroppo questo è anche il motivo per cui un conflitto su larga scala nel territorio europeo era inimmaginabile, fino a due anni e qualche giorno fa.
– ...niente, volevo finire con una nota di speranza, anche solo una battuta, ma non mi viene: se qualcuno vuole aggiungerla qua sotto, prego.