Il governo italiano ha sospeso gli aiuti ai palestinesi

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sabato 26 novembre 2016

Due milioni di napoletani (e tanti altri di italiani) non avranno il diritto di eleggere il loro sindaco metropolitano

La Repubblica è costituita dai Comuni, dalle Province, dalle Città metropolitane, dalle Regioni e dallo Stato (articolo 114 della Costituzione riformata).

Le città "metropolitane" (Scusate le virgolette,
ma Cagliari e Messina che ci fanno?)
La bruttezza si vede dai dettagli. È un'improvvisa assimmetria, uno sbrago fatto per imprudenza o per distrazione e poi abbandonato lì - o magari valorizzato, come mettere una cornice intorno a una crepa dell'intonaco sperando che gli ospiti la prendano per arte contemporanea. L'Italia in cui sono nato e cresciuto, quella che mi piaceva insegnare a scuola, era divisa in comuni, province e regioni. Tre livelli amministrativi, come in tutte le democrazie europee simili per popolazione e superficie.

I comuni erano il livello più vicino al cittadino, che da trent'anni può scegliere il sindaco di persona; le province univano intorno ai centi storicamente più rilevanti i comuni meno abitati, riprendendo una gerarchia che si è formata spontaneamente a volte prima del medioevo, la dialettica tra borgo e contado, i confini ancora culturalmente percepibili di alcune signorie. Le ho sempre trovate, salvo qualche assurda esagerazione recente (la Brianza o Fermo nelle Marche), le unità più adatte alla tutela del territorio, specialmente quando sono definite dal bacino di un fiume, dall'estensione di una vallata.

Le regioni hanno una storia più recente (e controversa), ma abbiamo imparato a riconoscerle appese alle pareti scolastiche, in quella cartina politica dell'Italia tutta colorata, e ci siamo affezionati - anche se per la maggior parte sono diventate operative solo nel 1970: da lì in poi ogni progetto di federalismo ha dato per scontato che i mattoni dell'Italia fossero le regioni, il che probabilmente non ha giovato al federalismo stesso.

L'Italia era dunque fatta di Comuni, di Province, di Regioni. Ogni italiano era cittadino di un comune, di una provincia, di una regione. A un certo punto si sono fatte strada anche le Città Metropolitane, anche se il percorso è stato molto accidentato. L'idea originaria, mutuata da altre esperienze europee, era riconoscere uno status particolare alle province più popolate, quelle che gravitano intorno alle metropoli: e dunque Roma, Milano, Napoli, le altre altre sei province che raggiungono il milione di abitanti (Torino, Palermo, Bari, Catania, Firenze, Bologna), altre metropoli storiche (Genova e Venezia) e Reggio Calabria, non so il perché. Le regioni a statuto speciale hanno il diritto di promuovere altre province a Città metropolitane, e quindi la Sardegna ha incoronato Cagliari (neanche mezzo milione con tutta la provincia) e la Sicilia Messina, che poverina, tra Palermo Catania e Reggio si sarebbe sentita un po' la Cenerentola. Ma vabbe'.

In tutto gli abitanti di queste città metropolitane raggiungono la ragguardevole cifra di venti milioni di abitanti. Gli altri 40 milioni di italiani non abitano in una città metropolitana, ma in una provincia. O dovrei dire "abitavano", perché le province non esistono più. La riforma costituzionale le abolisce.

D'ora in poi alcuni cittadini saranno abitanti di un comune e di una regione (due livelli), e altri di un comune, di una Città metropolitana e di una regione (tre livelli). Che senso ha? Perché venti milioni di cittadini meritano tre livelli e altri quaranta soltanto due? Qual è la differenza, qual è la logica per cui chi abita a Reggio Calabria avrà tre livelli e chi abita a Crotone soltanto due?

Si risparmia.

Ma non si risparmiava di più a eliminare un intero livello per tutti? Perché lasciarlo soltanto per alcuni? Se è utile per loro, perché non dovrebbe essere utile anche per gli altri?

In realtà a veder bene gli italiani metropolitani non sono i favoriti dalla riforma. I non metropolitani, è vero, hanno perso il diritto di votare per i loro rappresentanti a livello provinciale. Ma anche se è stata completamente raschiata dalla costituzione la Provincia esiste ancora: ha conservato i vecchi confini ma è diventata un ente amministrativo di secondo livello, ovvero il presidente e i consiglieri sono eletti dai sindaci e dai consiglieri dei comuni che ne fanno parte. La Città metropolitana invece nella costituzione c'è ancora. Ma forse è incostituzionale.

Infatti non è più retta da un presidente di regione, ma di un "sindaco metropolitano" che è... il sindaco del capoluogo. Ovvero: gli abitanti del comune di Rho sono anche abitanti della Città Metropolitana di Milano, ma non votano per il sindaco metropolitano di Milano. Devono fidarsi di quello che hanno scelto per loro gli incliti abitanti di Milano, che è pur vero, in quella città metropolitana saranno la stragrande maggioranza.

E allora pensate all'abitante di Pozzuoli. Fa parte di una grande Città metropolitana di tre milioni di abitanti, e il suo sindaco metropolitano sarà De Magistris. Potrà votare per lui? No. Potrà votare almeno per un suo contendente? No. L'abitante di Pozzuoli verrà amministrato da un sindaco metropolitano per il quale non potrà votare. Pazienza, dirai, Pozzuoli è piccola e Napoli è grande. Maledetti fetusi, rispondo io, il comune di Napoli non fa un milione di abitanti e la sua Città metropolitana ne fa tre. Poi ve la prendete coi grillini ignoranti, ma chi è che ha lasciato passare una legge che trasforma gli abitanti del comune di Napoli in cittadini di serie A e quelli di Pozzuoli e tutta l'hinterland del Golfo - la maggioranza - in cittadini di serie B? Se poi il sindaco metropolitano privilegerà gli interessi dei primi a scapito dei secondi, ce la prenderemo con lui o con i pericolosi imbecilli che hanno fatto passare una legge del genere?

Vediamo dunque come il nuovo articolo 114 della Costituzione, combinato con l'oscena legge Delrio del 2014 trasforma il cittadino di Pozzuoli in un qualcosa di diverso al cittadino di Piadena (CR).

- Il cittadino di Pozzuoli può eleggere i suoi consiglieri comunali e il suo sindaco. Anche quello di Piadena.

- Il cittadino di Pozzuoli vota per eleggere il consiglio regionale della Campania e il presidente della stessa Regione. Il cittadino di Piadena vota per eleggere il consiglio regionale della Lombardia e il presidente della stessa Regione.

- Riguardo al livello intermedio (si dice "Area Vasta": la bruttezza si infila in ogni fessura), il cittadino di Piadena è amministrato dagli organi provinciali (consiglio provinciale, assemblea dei sindaci, presidente di provincia) della provincia di Cremona. Non li ha eletti lui - tranne il suo sindaco - ma sono stati eletti da un'assemblea di delegati eletti da tutti gli abitanti della provincia di Cremona, tra cui anche lui. Il cittadino di Pozzuoli no. Il cittadino di Pozzuoli si attacca. Bisognava risparmiare e si è risparmiato lì. Il cittadino di Pozzuoli abita in un'Area Vasta in cui comanda il sindaco di Napoli, eletto solo a Napoli. Fine.

Tutto questo secondo me è anticostituzionale, ma magari mi sbaglio. Però non mi sbaglio se dico che è brutto. Peraltro, se le province esistono ancora, perché Renzi ha voluto sbianchettarle da tutti gli articoli della Costituzione (riprendendo una vecchia proposta dell'Italia dei Valori)? Per cercare di ingraziarsi i grillini che sognano di tagliare milioni di budget con "l'abolizione delle province"? O perché è un modo di creare le premesse per abolirle davvero, in un secondo momento? In altre parole, visto che qui si crede che abolire le province sia un gesto sconsiderato: quando Renzi e Boschi parlavano di toglierle, quando le hanno cancellate dalla loro bozza di costituzione, erano sconsiderati in buona o cattiva fede? Non lo so e tutto sommato non m'interessa: non saprei neanche dire quale delle due possibilità mi sembra più grave. In entrambi i casi trovo il tutto brutto brutto in modo assurdo, e voto No.


1. Non si riscrive la carta costituzionale col martello pneumatico.
2. Non si usa una brutta legge elettorale come moneta di scambio.
3. Non mi piacciono le riforme semipresidenziali.
4. Meglio un Renzi sconfitto oggi che un Renzi sconfitto domani
5. Mandare 21 sindaci al senato è una stronzata pazzesca
6. Mandare sindaci al senato è davvero una stronzata pazzesca.
7. Nel nuovo Senato alcune Regioni saranno super-rappresentate, ai danni di altre
8. Si poteva scrivere meglio, ma non hanno voluto.
9. Di leggi ne scriviamo già troppe: non abbiamo bisogno di scriverne di più e più in fretta, ma di farle rispettare
10. Il numero di firme necessarie per richiedere un referendum abrogativo va aumentato e basta
11. Non è vero che sarà più facile approvare leggi di iniziativa popolare, non fate i furbi.
12. Dio ci scampi dai referendum propositivi.
13. Il Presidente della Repubblica non sarà necessariamente una figura sopra le parti.
14. Gli abitanti delle città metropolitane non avranno il diritto di eleggere i loro rappresentanti? Ma siete scemi?

domenica 6 novembre 2016

Votate sì al referendum perché dopo cambiamo l'italicum anche se non sappiamo ancora come però dai basta una crocetta e poi ci pensiamo

E dunque ieri notte - forse era già stamattina - Matteo Orfini ha pubblicato un "Documento del Partito Democratico" in cui si mette per iscritto un impegno a modificare la legge elettorale che fino a qualche mese fa mezza Europa avrebbe dovuto copiarci. Siccome i tempi per discuterne prima del referendum non ci sono, a causa delle opposizioni (perfidissime queste opposizioni che si rifiutano di riaprire un dibattito a 29 giorni da una consultazione popolare), è chiaro che se ne riparlerà dopo - come aveva già promesso Renzi. Siccome la parola di Renzi in effetti è quello che è, il Partito Democratico sentiva la necessità di metterlo nero su bianco. La vera novità è che in calce a quel documento c'è la firma di un personaggio importante come Cuperlo, che a questo punto voterà Sì al riforma.

Il documento pubblicato da Orfini, definito "buono" da Orfini stesso, è promettente ma in realtà piuttosto vago; su un punto cruciale, il ballottaggio, addirittura evasivo. Ci sarà un "superamento" del ballottaggio: in che modo? Non c'è scritto, si vedrà, nel frattempo Cuperlo vota Sì, votatelo pure voi.

Non servivano lauree per notare quanto il ballottaggio dell'italicum fosse cosa maldestrissima, probabilmente incostituzionale, e senza precedenti noti al mondo: di solito i ballottaggi su scala nazionale si fanno per eleggere un presidente (e si parla quindi di repubblica presidenziale o almeno semipresidenziale), non per aggiungere un bonus di scranni in parlamento. Di solito, e questo è cruciale, questi tie-break scattano quando nessuno dei due contendenti ha ottenuto la quota 50%+1, che non è un livello arbitrario: è la definizione di maggioranza assoluta. Quello dell'italicum invece scattava a soglie bizzarre che il legislatore ha un po' esitato a fissare, prima 35 poi 37 poi 40, all'indomani delle elezioni europee che Renzi aveva appunto vinto col 40 - da questi dettagli vedi lo scout, sempre più in alto! Bene. Resta il fatto che il 40% non è la maggioranza assoluta; che vuoi vincere un premio senza essertelo meritato perché sai, la "governabilità".
(Questo pezzo se siete lettori abituali potete saltarlo, è la stessa lagna da quasi tre anni in qua).

Ora dicono che "superano" il ballottaggio: cosa vuole dire? Non si sa, votate sì e poi ce lo spiegano. Voglio sperare che non sia quel famoso "modello greco" che lo stesso Orfini aveva ripescato la scorsa estate, magari durante un'insolazione. Se invece trattasse davvero di quella roba, se ne riparlerà, ma finché non lo mettono per iscritto io non ci posso né voglio credere. Tiriamo ora un pietoso sipario sullo spettacolo di un partito che a un mese dal referendum non sa ancora che legge elettorale vuole, e probabilmente non lo saprà nemmeno dopo il referendum. Riassumiamo la situazione:

1. Per due, quasi tre anni, l'italicum è stato criticato fuori e dentro dal Pd. Renzi reagiva spiegando che era bellissimo e alla fine ci mise la fiducia.
2. Quando i sondaggi - sia elettorali che referendari - hanno cominciato a dirgli male, Renzi ha annunciato che se ne poteva riparlare: però dopo il referendum.
3. Adesso c'è un impegno scritto, che però equivale alla promessa di cui sopra: ci impegnamo a riparlarne, ma non spieghiamo come. "Supereremo" il ballottaggio. Adesso per favore ci votate la riforma?

C'è qualcosa di peggio di non saper scrivere una legge elettorale decente? Renzi e Orfini ci hanno mostrato che qualcosa di peggio c'è: usare la stessa indecente legge elettorale come moneta di scambio durante una campagna referendaria. Abbiamo fatto una legge che fa schifo; ora se per favore votate per noi siamo disponibili a cambiarla. Ma l'italicum non è una merce di scambio, l'italicum puzza e basta.

Non sarà il primo dei motivi per votare no al referendum, ma secondo me è un buon motivo. Tanto l'italicum lo cambierete lo stesso, perché è brutto, anticostituzionale e (soprattutto) non vi garantisce la vittoria. E se non lo cambierete voi, ci penserà il prossimo. I bluff in politica si possono anche apprezzare: quando c'è qualcuno che li sa fare, sono uno spettacolo. Non è il vostro caso.

Ricapitolando i miei motivi per votare no:
1. Non si riscrive la carta costituzionale col martello pneumatico.
2. Non si usa una brutta legge elettorale come moneta di scambio.

lunedì 12 settembre 2016

Grillo sragiona, ma Napolitano

Sabato, per una curiosa coincidenza, sui due principali quotidiani italiani due anziani leader hanno presentato per l'ennesima volta la loro versione dei fatti. Uno non ha fatto che ripetere le solite cose, ha fatto spallucce davanti a errori anche gravi (d'altronde nessuno è perfetto), e ha promesso che da qui in poi sarà diverso, bisogna fidarsi. L'altro era Beppe Grillo.

Beppe Grillo è buffo, e lo sappiamo. La sua letterina al Corriere è così deliziosamente delirante che ti fa quasi sospettare un eccesso di malizia: vuoi vedere che l'ha scritta così apposta, vuoi vedere che dietro la punteggiatura da pensionato che iperventila c'è tutta una scienza, una retorica. Vuoi vedere che... ma va'. Beppe Grillo è stanco, sono anni che ce lo dice; quelli che ha chiamato a sostituirlo, nel migliore dei casi, apprendisti cialtroni. È già stata anche localizzata, da mesi, l'arena in cui li vedremo misurarsi con la realtà e mordere la polvere: il comune di Roma. Tutto già scritto, in parte prevedibile, ma poi è lo svolgimento che è interessante. È una specie di reality, una di quelle cose che in cambio del tempo che perdi a guardarle ti restituiscono un'appagante sensazione di superiorità. Era poi destino che Grillo, che di internet ha fatto una grancassa, su internet finisse spernacchiato. D'altro canto.

D'altro canto tutta questa gente che lo spernacchia tra qualche mese andrà a votare per un referendum, e magari seguirà i consigli di Giorgio Napolitano. Il quale, disturbato una volta in più da Mario Calabresi, non ha fatto che ribadire quella che sta diventando la linea: la Riforma ha dei difettucci ma dobbiamo prendercela così com'è, sennò sarà una specie di Brexit; quanto all'Italicum... beh, ma figuratevi, che problema vuoi che ci sia a cambiare l'Italicum? È almeno la seconda volta che Napolitano lo afferma, e ieri sera a quanto pare è diventata anche la linea di Renzi. Ma certo che si può cambiare l'Italicum - dal momento che è cambiata la situazione politica.

Momento.
Quand'è che sarebbe cambiata la situazione?

Ora, Beppe Grillo è tanto buffo, e il suo movimento si merita le pernacchie ormai inevitabili, e tuttavia qui ci troviamo di fronte a una cosa un po' più grave. Un presidente emerito che afferma: (a) che le leggi elettorali (comprese quelle da lui controfirmate) si possono un po' cambiare a seconda della situazione: cambiano le situazioni, cambiamo le leggi. E il presidente del consiglio è d'accordo. Ammettiamo anche che una figura istituzionale super partes possa riconoscere libertà alla maggioranza di fare e disfare leggi elettorali a seconda di come soffia il vento, resta il problema che (b) due anni fa il vento era già bello che soffiato. Cioè, ci state informando che l'italicum, col suo premio di maggioranza che non ha eguali al mondo, in un sistema tripolare diventa una specie di roulette? E due anni fa la cosa non era già evidente? Il M5S non era già quasi il primo partito d'Italia, intorno al 25%? Renzi, che ora è disponibile a ridiscuterne, non se n'era accorto, ché ci mise la fiducia? Giorgio Napolitano, che adesso dice che va cambiato, era distratto, ché ci mise la sua bella firma in calce? Però Beppe Grillo è buffo, certo. Magari, se continua a fare scenate sul blog o sul Corriere, ci svolta l'autunno. Come ai tempi di Berlusconi: finché si parlava di olgettine sembrava quasi che la crisi non ci fosse.

lunedì 25 luglio 2016

Ci avete messo due anni a sentire la puzza dell'Italicum, nascondetevi

Buongiorno, mi chiamo Leonardo e non m'intendo di niente in particolare. Una cosa che seguo proprio male è la politica, non guardo neanche i talkshow, non leggo più gli editoriali e i retroscena, insomma, non ne capisco niente.

"Col tie-break non è democrazia" (gennaio 2014).
La prima volta che sentii parlare di una legge elettorale Renzi-Berlusconi - quella che poi è diventata l'Italicum - la trovai subito molto brutta, e soprattutto poco avveduta. Eravamo a inizio 2013, la situazione era già da quasi un anno tripolare, oserei dire più tripolare che adesso. Che due dei tre poli si accordassero su una legge elettorale mi sembrava inevitabile - tanto più che il terzo polo, il M5S, aveva palesato in tutti i modi la sua indisponibilità a collaborare. Quello che proprio non riuscivo a immaginarmi, e trovo ancora inspiegabile, è che Renzi e Berlusconi si fossero messi d'accordo su una legge che favoriva proprio il M5S. Perché è così: nell'autunno 2013 era talmente chiaro che l'Italicum favorisse il M5S che me ne ero accorto persino io.

Nei giorni successivi Renzi incassò i complimenti di gran parte dei dirigenti Pd, che salirono sul palco a turno a spiegare quant'era bello l'Italicum, quant'era democratico. A me invece non piaceva: non solo perché favoriva il partito del dissenso (quello tutto sommato era il male minore), ma anche perché istituiva un premio di maggioranza assolutamente sproporzionato, e i premi di maggioranza in generale sono cose rare nei Paesi davvero democratici: li ha inventati Mussolini, e oggi li usano solo in Grecia e San Marino. Il ballottaggio, poi, che in sé non è un'idea cattiva, ha senso in una repubblica presidenziale, non in una parlamentare. Gli stessi Renzi e Berlusconi sembravano volerlo evitare fissando una quota ridicolmente bassa - all'inizio il 35, poi il 37%. Una minima competenza aritmetica, nel 2013, mi suggeriva che se il 37% degli elettori vota per te, il 63% - quasi il doppio, non ti vuole. Se in barba a questa aritmetica tu governi lo stesso, e disponendo di una larga maggioranza fissata per legge, ebbene, forse non è più esattamente democrazia: questo io pensavo tre anni fa e sospettavo anche che la Corte Costituzionale, appena interpellata, avrebbe fatto di questa legge pezzettini, come della precedente di cui tutto sommato era una versione più fantasiosa e pastrocchiata.

Nei mesi successivi l'Italicum divenne una specie di simbolo di Renzi: una legge pasticciata, probabilmente incostituzionale, che lo avrebbe danneggiato, e che però doveva assolutamente passare perché... ci aveva messo la faccia. La contiguità strettissima tra l'italicum e la faccia-di-Renzi era tale che chiunque osasse parlar male della legge veniva accusato di farlo per puro odio antirenziano: uno stimato editorialista a un certo punto propose l'esperimento mentale di immaginare la stessa legge inventata da Bersani. Ci provai: mi faceva schifo lo stesso. Perché è proprio brutta, capite. E non è vero che la trovo orrenda perché l'ha inventata Renzi. Piuttosto il contrario: come posso non trovare orrendo Renzi, che ha avuto la possibilità di scrivere una legge elettorale decente e invece ha partorito questa merda? L'Italicum resse anche la fine del patto del Nazareno. Dopo la botta di ottimismo delle europee, la soglia per il ballottaggio fu spostata al 40%, un numero che si potrebbe anche considerare ragionevole, se esistesse un'altra democrazia seria al mondo dove i ballottaggi scattano sotto al 50%, quella quantità che è tradizionalmente considerata la metà di 100.

Sono passati altri due anni, e adesso l'Italicum non lo vuole più nessuno, neanche al Pd. Lo stesso presidente emerito Napolitano ci ha fatto capire che sì, andrebbe proprio cambiato. Non passa fine settimana senza che qualche esponente del Pd non ci comunichi la sua proposta che, bisogna ammetterlo, quasi sempre è peggiorativa: e ci vuole impegno a peggiorare la schifezza che è l'Italicum. Però di questo parliamo magari un'altra volta. Questo non è un pezzo serio, non è un pezzo in cui si fanno proposte operative. Quando ho iniziato a scriverlo, questo pezzo voleva descrivere un senso di vertigine. Mi chiamo Leonardo e non m'intendo di niente in particolare. Una cosa che seguo proprio male è la politica, non guardo neanche i talkshow, non leggo più gli editoriali e i retroscena, insomma, non ne capisco niente. Com'è possibile che sull'Italicum abbia avuto ragione sin dal primo momento, quando tutti si spellavano le mani e salutavano in Renzi il principe della Governabilità?

Cosa vi è successo per due anni, dove avevate messo gli occhi per vedere, e soprattutto le nari per annusare l'enorme cagata che quel ragazzo - in buona fede, per carità - stava facendo? Stavate nel Pd e dicevate sì, beh, si può migliorare ma sembra una buona base di partenza, 'sta cagata immonda: perché non andate a nascondervi? Scrivevate sul giornale che la governabilità, eh sì, la governabilità, e ci avete messo due anni per accorgervi che ops!, l'Italicum rischia di regalare il parlamento alle forze meno predisposte per governare: con che faccia riuscite a mettere ancora la vostra firma in calce alle vostre colonne di pensierini ponderati? Non ci avete capito niente, nessuno ci sta capendo niente. Io meno degli altri, ero solo un tizio che tre anni fa vedeva Renzi nudo in mezzo alla strada, con in mano un'enorme stronzo a forma di legge elettorale. Ma sapete una cosa? Anche questo ruolo mi ha stancato, comincio ad avere un'età per questa cose.

Mi piacerebbe vivere in un Paese dove gli esperti, i professionisti, non corrono dietro alla prima bandiera che accenna a sventolare. Renzi alle europee prese 11 milioni di voti - tre milioni in meno di Veltroni, che sembrava sconfittissimo nel 2008: uno in più di Bersani, che sembrava bollito nel 2013. Quel milione in più vi è salito al cervello, per due anni non avete più capito niente. Pensavate che fosse irresistibile e per carità, è una proiezione come tante, per qualche settimana forse l'ho pensato anch'io. Ma anche ammettendo un Renzi invincibile, anche immaginando un'improvviso boom economico che poi, disdetta, non c'è stato, l'Italicum continua a essere una brutta legge che con la scusa patetica della Governabilità crea un presidenzialismo di fatto: persino chi crede Renzi il migliore dei leader nel migliore dei mondi possibili, avrebbe potuto riflettere sul fatto che non è eterno, che prima o poi dovrà cedere il suo scettro, che il rischio di regalare il Paese a un futuro Uomo della Provvidenza con quella legge è altissimo, e che questo tipo di Uomini di solito la Provvidenza ce li fornisce pessimi. Tre anni in cui i renziani sembravano piovuti dalla Corea del Nord, Renzi Leader Eterno, Renzi Sole dell'Avvenire. Adesso dice che non si ricandiderà dopo il secondo mandato, si crede Obama, nessuno che gli faccia presente che un mandato presidenziale e un incarico espresso da una maggioranza parlamentare sono due cose proprio sostanzialmente diverse. È da tre anni che pasticcia con l'ordinamento costituzionale, uno spettacolo imbarazzante, e ancora più imbarazzanti sono gli osservatori laureati e addottorati che fan finta di trovare la cosa degna d'interesse. È come se la mia generazione fosse ancora all'asilo, facciamo un brogliaccio col pennarello giallo e le maestre ci applaudono, c'è senz'altro un po' di Van Gogh, in questo ragazzo, riconosciamoglielo sennò si rimette a piangere, pesta i piedi, poi si lamenta coi genitori, per carità, per carità, è un genio.

mercoledì 6 luglio 2016

Guardare Matteo Renzi come un incidente stradale, al rallentatore

Se le riprese degli incidenti stradali in genere hanno un che di ipnotico, le riprese rallentate sconfinano nella pornografia, e questo forse spiega perché non riesco a non guardare Matteo Renzi mentre va lentissimamente a sbattere contro il referendum d'autunno. A questo punto, per quanto sia distorta la sua percezione della realtà, qualche sospetto della possibilità di andare a sbattere deve averlo attraversato. I risultati elettorali vanno così e così, i sondaggi così e così, le raccolte di firme forse era meglio non organizzarle nemmeno, insomma, il rischio c'è e forse nel segreto di Palazzo Chigi ogni tanto si domanda chi glielo ha fatto fare. Era davvero così importante trasformare il Senato in un club per vecchi consiglieri regionali, valeva la pena di giocarsi il posto e il partito per una sciocchezza del genere? E l'italicum, non si poteva calibrare un po' meglio, giusto per evitare che favorisse il principale contendente?

Tutte queste domande magari ogni tanto Matteo Renzi se le fa, concediamogli il beneficio del dubbio, e però la risposta dev'essere sempre la stessa: ci ho messo la faccia, e se deve andare a sbattere, che sia. Sbatteremo anche noi, ma che importa? Nel suo film siamo comparse. Non è neanche più politica, è una specie di scommessa che Matteo Renzi ha fatto con sé stesso - almeno gli inglesi sono andati in malora su una questione di principio e di una certa rilevanza geografica, se la Gran Bretagna sia un'isola o no, se sia Europa o no. Noi il referendum finiremo per farlo sulla faccia di Matteo Renzi, e se il mio voto è scontato da tempi non sospetti, sia messo a verbale che trovo la cosa un po' avvilente. Più che Fonzie sembra uno dei suoi archetipi, il tizio che in Gioventù Bruciata ci lascia le penne piuttosto che saltare per primo dalla macchina in corsa e perdere la faccia con le pollastrelle.

Magari ogni tanto gli capita anche di chiedersi cosa è andato storto, visto che probabilmente a questo punto del piano gli italiani dovevano amarlo e portarlo in palmo di mano; e invece ormai si becca i fischi anche alla partita del figlio, è seccante. Eppure sta andando tutto bene, grazie al Jobs Act l'Italia si sta rapidamente riorganizzando in Danimarca, e anche a scuola tutto va benissimo, ad esempio quest'anno si è appena diplomato uno studente autistico - giuro, in Direzione ha usato questo esempio: di tutti i dati che poteva farsi confezionare dal suo staff di autori, ha scelto il diploma di un ragazzo che se ha 19 anni avrà cominciato il suo iter nelle scuole statali intorno al 2003: uno che si è beccato i tagli e le riforme di Moratti, Fioroni, Gelmini e Profumo, grazie ai quali probabilmente avrà avuto un bel turn-over di insegnanti di sostegno (turn-over che in molti casi non si è affatto arrestato con le ultime assunzioni, anzi); e questo ragazzo malgrado tutto va avanti, quest'anno gli capita di diplomarsi e arriva Matteo Renzi a metterci il cappello, ecco il successo della Buona Scuola. E del resto Matteo Renzi è così, uno che ha il sole in tasca, e l'Italia è il Paese più bello del mondo, se solo riuscisse a liberarsi dai lacci, dai lacciuoli... e il guaio non è il fatto che usi le stesse parole che vent'anni fa usava un leghista o un Berlusconi, ma che non se ne renda conto; e come Berlusconi l'unica cosa che davvero lo offende, lo scandalizza, è che la gente non lo ami. Lui è progettato per farsi amare dalla gente, e quindi se la gente non lo ama il problema è da qualche parte, ma di sicuro non in lui.

Cavallette, piogge di rane, cani e gatti che vivono assieme.
A un certo punto, in un momento di lucidità, lo ammette: a volte guarda la televisione, ci sono canali che sparano a zero contro il governo da mane a sera. Il che a dire il vero non risulta, ma potrebbe essere un punto di partenza: dietro alla pretesa di Berlusconi di essere amato c'erano tre o quattro canali in chiaro, c'era la potenza di fuoco del primo gruppo editoriale italiano, più gli amici industriali, non sempre convinti ma più spesso in linea che in fronda. Dietro Matteo Renzi chi c'è, chi è rimasto? Confindustria fa quel che può, commissiona ricerche, pubblica slide, si fa ridere dietro, è un po' il segno dei tempi. La Mediaset deve pensare al suo core business; io quando cambio canale vedo molto più spesso cronaca nera e invasioni di migranti che dibattiti sull'italicum. Un po' li capisco, li considero sciacalli da così tanto tempo che ormai allo sdegno del moralista è subentrata la curiosità dell'etologo.

Insomma Matteo Renzi sta andando a sbattere e molti, dopo aver anche provato a metterlo in guardia (ma lui non ci sente) ormai stanno prendendo posto, c'è in giro quel profumo di popcorn. Lui stesso lo annusa, lui stesso vagamente intuisce che il pubblico più che per lui tifa per il muro che gli sta arrivando addosso, e si chiede di chi è la colpa. Siccome è escluso che sia di Matteo Renzi, non può che essere del solito nemico, ovvero? La sinistra Pd. Che trama nell'ombra, che è ovunque, sui giornali e soprattutto in tv, e non fa che complottare contro Matteo Renzi. Ecco spiegato il problema, in fondo era facile. L'avrete anche voi Cuperlo intervistato dappertutto, e Bersani a macinare diaboliche metafore a reti unificate. La gente non vuol più bene a Matteo Renzi perché la sinistra del Pd parla male di lui. Questa cosa che invece di sospingerlo con entusiasmo verso il muro stiano già cercando di riorganizzarsi per rivendere i rottami, ecco, è una imperdonabile mancanza di fede .

lunedì 30 maggio 2016

Art. 140: la generazione di Cacciari e Serra ha...

"Qui non si parla di assetto dello Stato, qui si parla di noi!"
Da quel che ho capito sia Massimo Cacciari (classe 1944) sia Michele Serra (1954) voteranno sì al referendum sulla riforma costituzionale di Renzi; da quel che ho capito né Cacciari né Serra stimano Renzi o lo considerano capace di proporre una buona riforma costituzionale. Per Cacciari è stato maldestro, per Serra è addirittura la nemesi della sinistra italiana: e tuttavia è il male minore, e quindi voteranno per lui. Contro un male peggiore che, a quanto pare, si è incarnato in una generazione precisa: ovvero quella di Massimo Cacciari e Michele Serra.

"Abbiamo provato a riformare le istituzioni per quarant'anni, e non ci siamo riusciti. La strada della grande riforma sembra un cimitero pieno di croci, i nostri fallimenti. Adesso Renzi forza, e vuole passare", dice Cacciari (senza menzionare, non si sa se per dimenticanza o dispregio, la non irrilevante riforma del 1999). "Non abbiamo la faccia", noi sinistra, noi classe dirigente del Paese, noi italiani senzienti e operanti tra i Sessanta e il Duemila (e rotti) per giudicare con la puzza sotto il naso il lavoro di un governo di giovanotti avventurosi e forse avventuristi", conferma Serra. E così, insomma, anche questo referendum non sarà l'occasione di parlare della riforma in sé, del senato pleonastico o dell'abolizione delle province e tutte le altre cose un po' strane e noiose, ma un'altro episodio della biografia di una generazione, la solita.

Non è che Cacciari e Serra escludano categoricamente quel che alcuni costituzionalisti denunciano, ovvero che la riforma, abbinata al nuovo sistema elettorale, possa creare un presidenzialismo di fatto: non spendono una sola riga per smentire la possibilità, o per relativizzare il rischio. No, il rischio c'è, ma voteranno Sì lo stesso, perché... perché hanno fretta, la stessa fretta espressa a suo tempo dal presidente Napolitano; e perché è una buona occasione per ricordare a tutti che la Loro Generazione Ha Perso: un messaggio da mandare a tutti i coetanei che li hanno delusi, che hanno perso tempo colle bicamerali e chissà quanti altri sassolini nelle scarpe.

Dove non si capisce per quale motivo una qualsiasi persona più giovane di loro dovrebbe non dico condividere i loro argomenti, ma trovarli degni di nota. Quando si parla di una riforma della costituzione, si parla del nostro futuro: di come abbiamo intenzione di modellarlo. Abbiamo cura della nostra repubblica? Teniamo più alla governabilità o alla democrazia? Vogliamo difenderla dagli assalti periodici degli aspiranti Uomini della Provvidenza, che non saranno necessariamente affabili e umani come Matteo Renzi? Se abbiamo delle responsabilità, le abbiamo nei confronti di chi verrà dopo di noi; quanto alle beghe generazionali, son cose interessanti da scrivere nei libri che i vostri coetanei, assetati di autocritica quanto voi, correranno a comprarsi: oppure da discutere in privato, possibilmente senza disturbare figli e nipoti che farebbero un po' di fatica a capirle, e sarebbe una fatica abbastanza inutile. Avete sessanta o settant'anni, si è capito: il futuro vi interessa relativamente, sta bene: ma perché agli altri dovrebbe interessare di più il vostro passato? Fallimentare o no, è passato.

Io capisco che Cacciari e Serra ci tengano tanto, a ribadire che D'Alema o Veltroni o altri compagni di classe e di strada erano degli inetti; allo stesso tempo non credo sia un motivo sufficiente per votare e imporre ai loro discendenti una riforma brutta e pericolosa. Se proprio ci tengono, se proprio credono sia necessario e significativo, si potrebbe aggiungere una postilla alla Costituzione, magari un articolo finale che reciti: la generazione di Serra e Cacciari ha perso. Basta una riga, e non c'è bisogno di creare un senato di dopolavoristi o sbilanciare l'equilibrio dei poteri. Se sul serio l'autobiografia è l'unica cosa che vi interessa.

lunedì 9 maggio 2016

Fascista io, fascista tu

In questi mesi sapete quante volte avrei potuto tirar fuori tutto il nero che mi cresceva dentro, e invece no.

Tutte le volte in cui si parlava di premio di maggioranza, e avrei potuto far notare che l'inventore del concetto "premio di maggioranza" si chiama Benito Mussolini, e non l'ho (quasi) mai fatto, perché... boh, perché era troppo facile, forse un po' sleale.

Tutte le volte in cui ho sentito dire che la governabilità è importante, e che ovunque nel mondo se arrivi al 40% ti fanno governare lo stesso, salvo che non è vero, tranne forse in Grecia e in Ispagna; e avrei potuto far notare che in comune con questi due Paesi mediterranei abbiamo anche un passato di regimi totalitari; e non l'ho fatto.

E avrei potuto chiamare l'Italicum Acerbo-bis, ma non l'ho fatto, perché non sono tanto accecato dal mio antirenzismo da non notare la differenza tra la soglia del 25% prevista da Giacomo Acerbo nel 1923 e quella del 40% a cui Renzi si è fermato (certo, all'inizio voleva il 35%...)

E quella volta che in una bozza di riforma la Boschi aveva ribattezzato il Senato "Camera delle Autonomie", e aveva previsto che ne facessero parte ventuno membri nominati direttamente dal Presidente della Repubblica “per altissimi meriti nel campo sociale, scientifico, artistico e letterario". Ventuno. E avrei potuto scrivere ehi ehi ehi, guardate che l'Accademia d'Italia l'aveva già fondata Mussolini: sarebbe stato un goal a porta vuota, e non ho tirato (almeno ai tempi di Mussolini il Capo di Stato non avrebbe potuto usare un pacchetto così consistente per assicurarsi la rielezione, perché era già sovrano a vita).

E quando la Camera delle Autonomie è ridiventata il Senato, ma comunque un senato assurdo pieno di consiglieri provinciali nominati per cooptazione, quanto sarebbe stato facile parlare di Camera dei Fasci e delle Corporazioni? Ma non l'ho fatto: anche lì, troppo facile. Ma fuorviante.

E tutte le volte che ho letto un titolo sull'"ira di Renzi", e ho pensato che a quasi un secolo di distanza, il trucchetto di Mussolini funzionava ancora, e mi sono chiesto se Renzi fosse consapevole di copiarlo: ma me lo sono chiesto tra me e me, e non l'ho scritto da nessuna parte; perché pensavo che il mondo non avesse bisogno di un altro pezzo dove Renzi era paragonato a Mussolini.

Perché alla fine io non credo che Renzi sia un fascista, o più precisamente un Mussolini.

Certo, è sospinto da un'ambizione ugualmente smisurata. E tende, più o meno come tutti gli autocrati, a circondarsi di mediocri e allontanare i migliori. Ma non si è formato su Nietzsche e Sorel, non disprezza (così tanto) la democrazia parlamentare, non crede nel destino del popoli, non è un violento. Sulla crisi dei profughi, fin qui, è stato persino bravo. Quindi no, non ha senso cogliere nel mucchio tutti i piccoli dettagli che il renzismo ha in comune con quell'altra cosa. E di solito non lo faccio.

Poi un giorno il ministro Boschi mi fa notare che se voto no alla sua riforma costituzionale la penso come Casa Pound. 

E quindi, insomma.

Cara ministra, se io la penso come Casa Pound, lei la pensa come quel tale Giacomo Acerbo che preparò un premio elettorale per far vincere le elezioni a Mussolini. Mus-so-li-ni. Lo sa chi è stato il primo a vincere un'elezione col premio? Mus-so-li-ni. E allora sa cosa le dico, rispettosamente? la sua Camera dei Fasci e delle Corporazioni - pardon, il suo Senato di cooptati dalle regioni, se lo vota lei. Mi dispiace che non è riuscita a reintrodurre gli accademici d'Italia con le loro belle feluche, ma sarà per la prossima volta. Tenga duro, lo sa quanto ci mise Bottai? Ma forse preferisce che le dia del Voi.

Rispettosamente vostro, Eja eja, eccetera.

giovedì 7 maggio 2015

No, non siamo la Gran Bretagna

Va bene, parliamo della Gran Bretagna - se non oggi, quando?

Perché è vero quello che molti mi hanno fatto presente: in Regno Unito si possono ottenere robuste maggioranze parlamentari anche con percentuali di suffragi molto inferiori al 50%. Non è il caso del governo bicolore di Cameron, ma è stato il caso, ad esempio, di Tony Blair nel '97 (più del 60% dei seggi con appena il 43% dei suffragi), tanto osannato per aver conquistato i voti al centro, anche se il suo New Labour ottenne appena due milioni di voti in più di quello vecchio che perdeva le elezioni con un'astensione più bassa. Gira e rigira si ritorna sempre lì: come facciamo a lamentarci di un premio al 40%, se in Gran Bretagna si può saldamente mantenere la maggioranza parlamentare con percentuali anche inferiori?

Già che ci siamo, spieghiamo come funziona. Non ha nulla a che vedere con l'italicum. Non è proporzionale, non è previsto un premio per favorire la governabilità (che questi premi la favoriscano, peraltro, resta da dimostrare). Il sistema elettorale britannico è un limpido esempio di maggioritario. Oggi si vota in 650 distretti elettorali, e in ogni distretto il candidato che prende più voti viene eletto. Per vincere - questo è cruciale - gli basta la maggioranza relativa. Che significa?

L'ultima volta (il Labour sulle cartine
risulta sempre un po' sottodimensionato
perché tende a vincere in distretti più piccoli
e densamente popolati).
Significa che puoi vincere un seggio col 30% e perderne un'altro col 40%. Significa che - teoricamente - puoi vincere la maggioranza assoluta dei seggi anche se prendi meno voti in percentuale di un altro partito. Significa anche che il tuo voto, se sei un Tory in una città a stragrande maggioranza Labour o viceversa, non vale assolutamente nulla, e questo forse può influire sulla percentuale di astensione, che da loro è storicamente più alta (del resto anche se sei Labour in una città a stragrande maggioranza Labour il tuo voto diventa pleonastico). Nel Regno Unito non ha nessun senso calcolare i voti assoluti in percentuale: contano soltanto il numero di seggi che un partito riesce a vincere. Ed è meglio concentrare gli sforzi sui distretti incerti che perder tempo in quelli relativamente 'sicuri': se in uno stai già vincendo 60-40, è inutile spendere risorse per conquistare altri indecisi, ecc. Questo è l'uninominale secco britannico. A me ovviamente non piace e - se qualcuno mi proponesse di adottarlo - protesterei con veemenza. Ma è il sistema inglese.

E non mi metto a dar lezioni di rappresentanza agli inglesi. È un loro prodotto: se lo sono praticamente reinventato in casa loro, dopo aver iniziato a tagliar teste coronate, già nel Seicento. È lo stesso discorso delle presidenziali americane. Hanno un meccanismo obsoleto con magagne evidenti (vedi la prima elezione di Bush, che prese meno voti di Gore), però funziona da due secoli, puntuale come un orologio, e nel frattempo le tredici ex colonie sono diventate il Paese più potente della terra. Hai voglia a dirgli che potrebbero trovarne uno migliore. È il loro sistema, e ha il prestigio che gli deriva dalla consuetudine - che soprattutto tra gli anglosassoni è la fonte del diritto.

Non è un meccanismo messo insieme dall'oggi al domani da un leader che intende andare alle elezioni appena può e si scrive le regole su misura. Non è stato imposto con un voto di fiducia a un parlamento eletto con un altro sistema dichiarato incostituzionale dalla corte suprema. È Il Sistema; è sempre stato così e i politici si regolano di conseguenza. Non è il sistema ad adeguarsi ai politici.

La nostra democrazia è figlia di un momento storico preciso e convulso. Il '46, il trionfo dell'antifascismo, la guerra fredda. La stessa ossessione per l'alta affluenza proviene da lì: nel '46 e nel '48 la vittoria della Dc era una questione di vita e di morte. Si concesse rapidamente il voto alle donne, si aprirono seggi negli ospedali e negli ospizi. I britannici non ci sono mai passati. Votano da così tanto tempo che non ci fanno neanche più caso, come alle pecore nei pascoli. Il dibattito politico li può occasionalmente appassionare, ma non diventa la sostanza stessa dei talk show televisivi. Ho poi la sensazione che siano in generale più sportivi di noi, più educati a riconoscere le performance degli avversari, e meno inclini al campanilismo che ci trasciniamo dall'epoca dei Comuni - ma è solo una sensazione, non ne conosco abbastanza. La proposta di cambiare il sistema elettorale per evitare le distorsioni dell'uninominale deve suonare un po' stridula, come quella di inserire fotocellule tra i pali negli stadi: magari è utile, ma ne hanno fatto a meno da secoli e se la sono cavata abbastanza bene.

(Tra le altre cose, hanno resistito a Hitler. Che - come Mussolini - era andato al potere col proporzionale e un governo di coalizione. Così abbiamo inverato anche la legge di Godwin, non ci facciamo mancare niente).

mercoledì 6 maggio 2015

Vuoi più bene all'aritmetica o a Renzi



Che dire. Stavolta 1500 caratteri non basteranno, mi dispiace.

In realtà ho già risposto su twitter, e la cosa finirebbe lì, se non avessi notato che questo messaggino è girato molto, non solo sul social network, e magari oltre le intenzioni del suo estensore. Con Costa litigo da anni - come con tutti - ma non ho mai dubitato della sua buona fede, fino a ieri. È il renzismo che ci tira fuori il peggio, evidentemente. Però almeno grazie a lui possiamo parlare di numeri. Che sono l'unica cosa importante.

Costa esibisce una lista di "quelli che governano", come se governassero da soli: chissà se chi ritwitta è consapevole di quel che Costa sa benissimo, ovvero che la Merkel, Cameron e Coelho sono capi di governi di coalizione, di cui fanno parte ministri di altri partiti.

In Germania c’è la Grosse Koalition di cristianodemocratici e socialdemocratici, in Gran Bretagna tories e liberali, ma che ve lo dico a fare, ne sapete più di me (è un po’ questa la cosa grave: Costa ne sa sicuramente più di me). Siccome non hanno raggiunto la soglia del 50%, hanno dovuto allearsi, dopo le elezioni, con altri partiti per formare una maggioranza parlamentare. Nota come questo non abbia precipitato nel caos economico o politico né la Repubblica Federale Tedesca né il Regno Unito, che tra qualche giorno torna alle urne e probabilmente si ritroverà di nuovo in una situazione simile (al punto che qualcuno si domanda se i britannici non siano stanchi del bipolarismo; dopo tre secoli ne avrebbero il diritto).


Quanto a Hollande, ecco. Quel 28% è veramente un colpo basso.

Costa butta lì il numero e poi si allontana fischiettando, come se quindici giorni dopo Hollande non avesse preso il 51,6% a un ballottaggio. Ballottaggio che alle presidenziali francesi scatta a meno che un contendente non si aggiudichi il 50%+1 al primo turno. Quindi per eleggere il presidente serve la maggioranza assoluta degli elettori, non il 28%: e neanche il renziano 40%. Serve più del cinquanta, perché sotto il cinquanta (scusate se insisto su un concetto tanto banale) la maggior parte degli elettori non-ti-vuole.

C’è poi da dire - e non è un dettaglio da nulla - che Hollande non “governa” affatto: è il signor presidente della Repubblica Francese. La differenza è precisamente quella tra una repubblica presidenziale e una, la nostra, ancora formalmente parlamentare (potremmo cambiare la cosa, ma bisognerebbe metter mano alla costituzione, non imporre la fiducia su leggi elettorali a un parlamento, peraltro, eletto con una legge non costituzionale). Ma torniamo in Francia, che è meglio.

Un mese dopo le elezioni presidenziali i francesi hanno votato per la loro Assemblea, e in teoria avrebbero potuto dare la maggioranza persino allo schieramento avverso a quello che aveva espresso un presidente (era una situazione che si è verificata alcune volte prima del 2000, quando il mandato presidenziale era ancora di 7 anni e non coincideva con la legislatura). I socialisti hanno invece preso il 48% e da allora Manuel Valls dirige, anche lui, governi di coalizione. I rimpasti sono abbastanza frequenti, ma nessun governo Valls è stato monocolore. Ha sempre dovuto lasciare qualche dicastero a partiti alleati dei socialisti, perché il 48 è inferiore al 50, non c’è niente da fare. È aritmetica, è uguale in tutta Europa. Persino all'altro capo di questo universo non credo che 100 diviso 2 possa dare risultati differenti.

Siccome Costa tutto ciò lo sa benissimo, una volta messo alle strette non può che invocare Tsipras (lo ha fatto veramente). Effettivamente Tsipras controlla la maggioranza del parlamento anche se ha vinto con poco più di ⅓ dei suffragi, grazie a un premio di 50 seggi a qualsiasi partito arrivi primo. Una legge demenziale: ma garantisce almeno la stabilità di governo? I greci hanno votato tre volte in tre anni. Restano senz’altro un grande modello di democrazia, diciamo, fino a Pericle (V secolo avanti Cristo)

(In realtà anche su Pericle avrei da ridire: magari un’altra volta).

Rimane Rajoy, che dei sei della lista di Costa è quello che più si è avvicinato al 50. La maggioranza assoluta nelle Cortes non l’ha ottenuta grazie a un premio di maggioranza, ma - se ho capito bene - a causa delle distorsioni inevitabili col metodo D’Hondt. Comunque sia, diamo a Costa quel che è di Costa: Mariano Rajoy governa un popoloso Paese europeo senza avere ottenuto la maggioranza assoluta dei suffragi. È così. Ma è l’unico. L’unico argomento di Renzi in Europa. Mariano Rajoy.

Perlomeno, la lista di Costa contiene solo quei nomi. A dire il vero in Europa ci sono altre democrazie popolose: ad esempio la Polonia ha quasi gli stessi abitanti della Spagna, una crescita economica invidiabile e… un governo di coalizione, perché nessun partito ha ottenuto più del 50%. Ma si tratta pur sempre di una democrazia giovane. Vediamo la Svezia. Cosa c’è di più antico e civile della Svezia. Anche lì, proporzionale e governo di coalizione. E i Paesi Bassi? Proporzionale. Hanno tantissimi partiti, votano per innumerevoli livelli locali e interlocali, e molto raramente in qualsiasi di questi livelli riesce a insediarsi un governo monocolore. Attualmente governano in coalizione i due che hanno preso più seggi. Agli olandesi (e agli zelandesi, ai frisoni, ecc) va bene così. Votano dal Seicento, e non hanno mai coniato un termine dispregiativo come “inciucio” per quella normalissima prassi che è il governo di coalizione, che da loro evidentemente non ha funzionato così male.

Solo da noi non può funzionare. Solo in Italia ci condannerebbe all’immobilismo, al caos, l'anarchia, le cavallette, Turigliatto, Mastella. Solo da noi si vive nella necessità fisica, angosciosa, di conoscere il nome del vincitore unico la sera delle elezioni. Persino in Gran Bretagna quella sera vanno a letto e poi con calma nei giorni successivi la regina prende un tè col leader del partito che ha preso più seggi e vedono cosa possono fare. Da noi no, noi dobbiamo assolutamente sapere quella sera, sennò è il patto della crostata, del nazareno, degli spaghetti alle vongole, è l'anarchia. Da noi e in Ispagna. E in Grecia. Fammi pensare che altro abbiamo in comune.

Uno si potrebbe anche chiedere cosa nasconde questa fobia dell'"inciucio": da quali traumi scaturisce, quali spiacevoli ricordi cerca di nascondere. Io una teoria ovviamente ce l'ho, anche se in 1500 caratteri non ci starà mai.

Potrei andare avanti paese per paese, assemblea per assemblea, ma Costa li conosce meglio di me. Si può essere presidenzialisti - una volta lo erano in molti e avevano il coraggio di dirlo. Si può essere renziani in buona fede e ritenere che la maggioranza assoluta in parlamento non sia una condizione necessaria della democrazia. Però in Europa lo è quasi sempre. Truccare i numeri per sostenere che quello che ha fatto Renzi è la prassi in Europa, è qualcosa che abbassa il livello della discussione molto più in basso degli sfottò o degli insulti. L’italicum non è la normalità in Europa: non è necessario essere costituzionalisti per notarlo. L'aritmetica, la banale aritmetica che, lo ammetto, mi è più simpatica di Renzi (e quando gli ha dato ragione non ho avuto difficoltà ad ammetterlo). La libertà di dire che due più due fa quattro, proprio quella lì. Da mesi continuo a chiedere un dibattito non sulle "narrazioni" ma sull'aritmetica; da mesi ripeto: fatemi un altro esempio di una nazione stabilie, civile, che preveda un premio al 54% per chi arriva appena al 40%. Fin qui tutto quello che ho avuto è un tweet di Costa coi numeri sbagliati. Non sarebbe così grave se non sapessi che Costa i numeri veri li sa meglio di tutti, e che gli altri li prendono da lui perché si fidano.

Vorrei tornare a fidarmi anch’io.

martedì 5 maggio 2015

Al 40% non è democrazia (anche se vi piace)

L’Italicum è una brutta legge. Ma - domanda Salvati - se invece di Renzi l’avesse proposto Bersani?

Buffa domanda. Per me un premio al 54% al partito che si aggiudica il 40 è indecente; lo sarebbe anche se lo proponesse Gandhi. Ma la domanda di Salvati è più interessante della mia risposta, proprio perché non si cura dei numeri. Come se non fossero l’unica cosa importante.

È vero, come dice, che in passato furono i bersaniani a parlare di un premio di maggioranza; ma hanno mai proposto il 54% per chi si fermava al 40%? È una questione puramente aritmetica che a Salvati (e tanti altri) non interessa. Non importano i numeri, ma i nomi. Invece di analizzare le distorsioni della legge, la si usa come sfondo per un episodio dell’epica renziana: l’ennesima sconfitta del vecchio Bersani. Il prezzo da pagare per lo spettacolo è una brutta legge? Qualcuno infine pagherà, ma ora è tempo di festeggiare il vincitore, dileggiare lo sconfitto.

Io mi chiamo fuori. Se c’è un numero percentuale sotto al quale non puoi più chiamare vino la bevanda che stai imbottigliando, ce ne può essere uno oltre cui la democrazia diventa la sua parodia. Abbiamo tutti desiderato un governo forte di una maggioranza più compatta - anche Mussolini. Se questo non fa di noi dei fascisti, nemmeno ci obbliga ad apprezzare l’Italicum. Ognuno risponde alla sua coscienza, al suo gusto: per me al 40% non è democrazia. Sull’etichetta c’è Renzi o Bersani? Che importa. È proprio che non sento il sapore, mi spiace.

venerdì 1 maggio 2015

L'America di Renzi (non esiste)

Come Veltroni, Renzi sogna l’America (“Il mio sogno è che in Italia si sfidino due partiti sul modello americano, Democratici e Repubblicani”). Mentre abolisce il bicameralismo perfetto, una delle poche caratteristiche che avevamo in comune con gli USA; mentre fa ingoiare al parlamento un premio di maggioranza al 55% che laggiù, ovviamente, non esiste. Quelli d’altro canto sono presidenzialisti seri, non se ne vergognano; inoltre hanno questa idea curiosa del bilanciamento dei poteri, per cui capita spesso (e anche in questo momento) che la maggioranza il presidente non ce l’abbia affatto, e debba coabitare con un congresso che non va d’accordo con lui. C’è che mentre i nostri statisti sognano l’America, gli americani studiavano Montesquieu.

Renzi auspica l’alternanza di due grandi partiti - e nel frattempo abbatte la soglia al 3%, il che gli consentirà di occupare saldamente il centro dell’offerta politica mentre gli avversari si frammentano in liste e listine in lotta tra loro per la visibilità. Renzi sogna l’America, ma è appunto un’America filtrata dal sogno: una libera prateria dove nessuno potrà dire allo sceriffo cosa deve o non deve fare. La sera delle elezioni tutti scoprono il nome del presidente e il dibattito in sostanza finisce lì: il parlamento garantirà diritto di tribuna a bastian contrari impotenti che troveranno nuovi modi di rendersi ridicoli in favore delle telecamere. Renzi vuol fare l’americano, ma risulta, ineluttabilmente, nato in Italy.

lunedì 27 aprile 2015

Il giorno a cui direte a Renzi: No.

Certe occasioni capitano una volta sola. Renzi, per esempio, in maggio ha una chance per blindare la legge elettorale e costringerci a votare per lui nel ‘16, nel ‘21 e a seguire. È comprensibile che abbia più fretta di chiudere che voglia di lasciare al Paese un sistema elettorale decente. Gli avversari, fuori e dentro il partito, sono ancora divisi e disorientati; la ripresa, se c’è, troppo debole per reggere una crisi politica: insomma, adesso o mai più. Si va verso la fiducia, e se a Mattarella non piace, pazienza. In fondo anche Mattarella deve tutto al suo grande elettore, e una volta risolta la questione, i suoi pareri non avranno più molta importanza.

È comprensibile che gli esponenti della minoranza Pd non vogliano arrivare a una scissione. Hanno sempre scelto la posizione più ragionevole e responsabile - anche quando era quella che li portava al disastro elettorale. Non sorprende che continuino così, ma prima o poi dovranno prendere atto che sono fuori dal partito. È Renzi che li ha messi ai margini, senza pubblicità ma con determinazione, e adesso si tratta soltanto di scegliere il modo e il tempo per prendere la porta. Ovviamente a nessuno piace trovarsi nel ruolo del guastafeste che riprecipita l’Italia nel baratro della crisi eccetera eccetera. Ma l’Italicum è proprio brutto, e il governo, che cerca di imporlo col voto di fiducia, fuori dalla decenza. Certe occasioni capitano una volta sola, e questa forse è quella per dire a Renzi grazie, ma anche no.

giovedì 23 aprile 2015

Dove ti vedi nel 2021, Matteo Renzi?

D’altro canto, dicono, potremmo anche provarci. Renzi è uno sbruffone, ma non ha l’aria di un tiranno: vuole semplicemente controllare per 5 anni esecutivo, legislativo e rai. Vuole manovrare liberamente, anche se a fatica arriverà al 40% dei suffragi. Chi siamo noi per negarglielo? Proviamo, in fondo che abbiamo da perdere. Cinque anni.

E poi?

E poi sarà più o meno il 2021; e se l’Italia renzizzata avrà soddisfatto i minimi standard di democrazia occidentale, si verificherà con ogni probabilità l’alternanza: Renzi perderà le elezioni e qualcun altro le vincerà. Quel qualcuno forse oggi non è ancora sceso in campo, oppure è confuso dietro le prime file dei poco credibili avversari di Renzi: Salvini, Di Battista, Fitto... Non ha molta importanza oggi. Ma nel 2021?

Renzi non sarà più la cosa nuova. L’alternativa potrà essere un postleghista alla Salvini, o un postgrillino, o un postfascista, o un postberlusconiano. Se questo post-qualcosa-di-inquietante riuscirà a mettere assieme il 40% di malcontento, controllerà per cinque anni esecutivo, legislativo e rai, e nessuno potrà impedirglielo. Non c’è in Italia nulla di simile alla clausola antifascista che in Francia ha sbarrato la strada per quarant’anni ai Le Pen. Abbiamo già avuto Berlusconi ed ex fascisti al governo, e ne portiamo i segni. Nel 2021 potrà risuccedere: chi ne sarà ritenuto responsabile?

D’altro canto, dicono, potremmo provarci lo stesso. Forse (pensano) il 2021 non arriverà mai. Oppure Renzi vincerà per sempre.

mercoledì 22 aprile 2015

Tanto poi ci pensa Piripacchio

D’altro canto - dicono - l’italicum sarà anche brutto, forse non del tutto costituzionale e neanche tanto democratico, però… è pur sempre qualcosa, no? Si poteva fare di meglio? Certamente. E però il meglio è nemico del bene. Come dice l’intellettuale: “Un paese riformista è un paese che fa un sacco di cose insufficienti”! Il riformismo pare funzioni così: si scrivono leggi brutte che sono sempre meglio che niente, e poi… e poi al massimo se davvero sono scritte così male le miglioreremo. Facciamo sempre in tempo a migliorarle, no?

Senza dubbio, che fretta c’è.

Mettiamo che Renzi l'anno prossimo vinca col 40%... ma perché proprio Renzi, sembra quasi che ce l'abbia con lui. Mettiamo che l’anno prossimo un signor Piripacchio vinca col 40%. In parlamento avrà una maggioranza solida per cinque anni, composta per una buona parte da persone nominate direttamente da lui. Agli altri partiti non resterà un po' di spazio tra parlamento e media per il talent-show in cui chi strepita di più sarà eletto anti-Piripacchio: l’unico che avrà qualche chance di raggiungere il ballottaggio alle elezioni successive. Nel frattempo Piripacchio governerà indisturbato, controllando tra l’altro tutte le emittenti di Stato. Per cinque anni.

Ecco, in questi cinque anni io me lo immagino proprio, il signor Piripacchio, mentre pensa: certo che la legge elettorale che mi ha così indegnamente favorito… era proprio scritta male. Aspetta, aspetta che la miglioro un po’. Aspetta, aspetta, certo, certo.

venerdì 17 aprile 2015

Il sogno di Almirante

L'Italia non si è ritrovata repubblica parlamentare per caso. A monte di questa scelta, l’orrore per ciò a cui ci aveva portato la mistica dell'uomo forte. La sospensione dei diritti civili; la stagnazione economica; le sciagurate avventure coloniali; le leggi razziali; la folle idea di entrare in una guerra mondiale salendo sul carro armato del vincitore. A lungo nessuno osò più parlarne, fuorché Almirante e i suoi nostalgici. Più tardi Craxi pensò che gli italiani si fossero lasciati alle spalle i fantasmi e fossero pronti ad apprezzare un po’ di decisionismo leaderistico. Sbagliò tempo (di poco).

La fiaccola presidenzialista passa a Berlusconi, che - constatata la difficoltà di far passare una riforma tanto radicale - è il primo a proporre presidenzialismi camuffati. La riforma Calderoli (2005) obbliga le coalizioni a scrivere sulla scheda il candidato premier. Un’evidente forzatura della costituzione: spetta al presidente della Repubblica nominare il capo del governo, dopo aver consultato il parlamento che rappresenta gli italiani senza vincolo di mandato. Abbiamo poi scoperto che era una legge incostituzionale.

E l'Italicum? I cittadini voteranno Renzi, e la mattina Renzi salirà a ricevere l'incarico da Mattarella. Un atto dovuto che renderà pleonastico lo stesso Mattarella, e la cerimonia seguente con cui deputati scelti su liste stilate da Renzi voteranno la fiducia al governo Renzi - nel caso in cui vinca le elezioni: il che, viste le alternative, è persino augurabile.

giovedì 16 aprile 2015

Perché non lo chiami presidenzialismo, Matteo Renzi?

Ancor prima del contenuto dell'Italicum, a infastidirmi è il pacchetto. Ovvero: se Renzi dichiarasse: “Sai che c’è? La repubblica parlamentare ha stancato, passiamo al presidenzialismo!” almeno ne apprezzerei la sincerità. E potrei obiettare che condivido la diffidenza dei padri costituenti nei confronti dell’uomo solo al comando. D’altro canto di repubbliche presidenziali ne esistono tante, e per lo più non si tratta di Stati totalitari. Alla Francia è già successo di passare da parlamentare a presidenziale, e il risultato non è stato catastrofico. Quindi se Renzi pensa che una cosa del genere possa andare per l’Italia, potrebbe dirlo.

Invece si guarda bene dal chiamare presidenzialismo il pacchetto che ci sta vendendo. Come Berlusconi prima di lui, che si contentò di stampigliare il suo nome sul simbolo del partito, e sostenere (non a torto) che la gente votava per lui e non per il partito. Renzi vuole a tutti i costi che gli elettori conoscano il nome del vincitore la sera delle elezioni: il parlamento avrà un ruolo pleonastico, e comunque sarà in buona parte composto da persone scelte da lui. Da cui il sospetto: ma se il presidenzialismo è davvero un prodotto così buono, perché non lo chiami col suo nome? È anche una questione di rispetto. Se ha il collo di una giraffa, le orecchie e le zampe di una giraffa, perché non ammetti che mi stai vendendo una giraffa? O mi credi un cretino o... non mi vengono alternative, mi sa proprio che mi credi un cretino.

venerdì 3 aprile 2015

La democrazia, ovvero comanda Renzi

Voglio credere che la polemica di Bersani sulla legge elettorale sia più di un pretesto, come sostiene Renzi. Provo a riassumere in 1500 caratteri: c’era una volta una cosa chiamata democrazia parlamentare, che prevedeva grosso modo che il governo fosse espressione di una maggioranza di parlamentari, a loro volta espressione di una maggioranza di elettori. Poi arriva Matteo Renzi, con l’entusiasmo dei neofiti, e propone una nuova idea di democrazia che prevede che il governo sia l’espressione di Renzi, a prescindere da quanti voti prenda. I sondaggi dicevano 35%? Nella prima bozza il premio di maggioranza era a 35. Poi i sondaggi sono migliorati ed è salito a 37. Alle europee ha vinto col 40, e ci ha fatto questa grande concessione per cui ci governerà solo se mantiene il 40 (sennò si fa un tie-break col secondo arrivato, un Salvini o un Di Maio, ahah).

Non si nega che dal 35 al 40 ci sia un bel passo avanti, e però si continua a protrarre questo equivoco per cui la democrazia non sarebbe il governo della maggioranza, bensì di Renzi (e se qualcuno ottenesse un po’ di voti in più di lui, cavalcando il malcontento? Questo dev'essere inconcepibile per Matteo Renzi, che comunque en passant intende avocare a sé il controllo della RAI).

Tutto questo Bersani non lo accetta. Può darsi che covi rancore (sappiamo quanto sia umano, anche troppo) ma forse semplicemente è uno all'antica: questa cosa che nel 100 il 40 valga più del 60 non gli entra proprio in testa. Neanche a me, confesso.

venerdì 19 dicembre 2014

Beppe Grillo cosa pensa di te?

ABBIAMO RACCOLTO LE FIRME
PER MODIFICARE LA COSTITUZIONE
PER INDIRE UN REFERENDUM
CHE SE LO VINCESSIMO
FORSE CI LASCEREBBERO USCIRE
DALL'EURO!
#VITTORIA! 
Vabbe', riproviamoci. Caro elettore o attivista Cinque Stelle, come va?
Io e te non siamo andati molto d'accordo, anche in quest'anno 2014.
Abbiamo senz'altro idee molto diverse; e ci fidiamo di gente molto diversa. Decisamente. Però vorrei che ti fosse chiara una cosa. Io non credo che tu sia un coglione. Io.

Beppe Grillo, invece.
- Non fraintendere, lo so che ne pensi ancora un gran bene, è solo che -
Ti chiedi mai cosa pensa, di te, Beppe Grillo?

Beppe Grillo che convoca una conferenza stampa e accusa Napolitano di non aver permesso ai m5s di formare un governo, l'anno scorso, visto che avevate vinto le elezioni.
Ora, caro elettore Cinque Stelle, so che l'argomento è spinoso. Io te lo devo dire: non credo che voi l'anno scorso abbiate vinto le elezioni, tecnicamente. Ma lasciamo perdere quel che ne penso io.

Tu credi davvero alla storia che Beppe racconta? Napolitano avrebbe dovuto dare un mandato esplorativo a Crimi, o a Di Maio, o a qualche altro sconosciuto, per cosa? C'era una qualche maggioranza nel parlamento del 2013 per un governo Cinque Stelle?
Sai benissimo che non c'era.
Che un mandato esplorativo sarebbe stato soltanto una perdita di tempo.
Che tempo ne perse già abbastanza Bersani, nel tentativo di portare qualcuno di voi dalla sua parte - mentre Grillo e Casaleggio erano contrari già il mattino dopo le elezioni. Dunque di che parla Beppe adesso? Cosa si sta raccontando? A chi pensa di farla bere questa storia? A te?
Cosa pensa di te?

Ha convocato una conferenza tutto allegro perché avete raccolto firme contro l'euro. Cinquantamila in un fine settimana, wow. No, non è una grande impresa raccogliere cinquantamila firme. Per un movimento che due anni fa vinceva le elezioni è quasi il minimo. È anche vero che il tempo passa e questo dicembre è così umido, per cui wow. Le firme contro l'euro.
Servono a uscire dall'euro?

No, non esattamente. Servono a presentare una legge di iniziativa popolare in parlamento.

È un sistema - previsto dalla Costituzione - grazie al quale tutti i cittadini possono presentare proposte di legge in parlamento. Anche quelli che non hanno rappresentanti in parlamento.

Anche quelli che non hanno rappresentanti in parlamento.

Ma il Movimento Cinque Stelle ha un sacco di rappresentanti in parlamento. Eletti dal popolo italiano. La legge potevano ben presentarla loro! Probabilmente hanno pensato che con cinquantamila firme (pochine a dire il vero) la proposta di legge abbia più speranze di essere presa sul serio, e quindi ben venga la raccolta di firme.

Ora la proposta verrà calendarizzata, e quando il parlamento riterrà giusto discuterne, ne discuterà. È sempre il parlamento del 2013, quello dove i Cinque Stelle non hanno la maggioranza, e mai l'hanno avuta, anche se Beppe racconta di aver vinto le elezioni. Insomma le speranze di trasformare quella proposta di legge in una vera legge sono abbastanza poche. Ma ipotizziamo pure che anche gli altri euroscettici del parlamento vi appoggino (anche se non hanno nessun interesse a farlo, dal momento che vogliono soffiarvi gli elettori). Immaginiamo che la proposta di legge di iniziativa popolare sia discussa, approvata e pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale. Vittoria! No, aspetta.

È una legge che ci fa uscire dall'euro?
Non esattamente.

È una legge che modifica la Costituzione e introduce i referendum consultivi. C'è persino un precedente: nel 1989 una simile legge costituzionale fu emanata per consentire ai cittadini italiani di esprimersi in un referendum che chiedeva di trasformare la Comunità Europea in Unione Europea, e all'europarlamento di redigere una proposta di eurocostituzione. Il sì stravinse (88%), ma forse non sapevamo quello che stavamo facendo. Mettiamola così.

Invece adesso lo sappiamo, e se la legge di iniziativa popolare diventasse mai una legge costituzionale, noi non usciremmo dall'euro - non ancora - ma avremo finalmente la possibilità di votare per decidere se restare o uscire dall'euro. Mediante un referendum consultivo.

Cioè?

Cioè un referendum che chiede un parere ai cittadini.
Un parere vincolante?
No.

Quindi, in sostanza, Grillo ha convocato una conferenza stampa per annunciare di aver raccolto le firme necessarie a presentare in parlamento una legge per modificare la costituzione affinché si possano raccogliere altre firme per indire un referendum consultivo grazie al quale i cittadini potranno esprimersi sull'euro.

Non suona molto bene, vero? Quindi forse su qualche blog o quotidiano in giro avrai letto che Grillo ha convocato una conferenza stampa per annunciare di aver raccolto le firme necessarie a presentare in parlamento una legge per modificare la costituzione affinché si possano raccogliere altre firme per indire un referendum consultivo grazie al quale i cittadini potranno esprimersi sull'euro per uscire dall'euro.

Così funziona meglio.
D'altro canto, chi te la racconta così, cosa pensa davvero di te?

Tu probabilmente dall'euro vuoi uscirci davvero. Io no, io credo che l'Italia abbia problemi un po' più complessi, e che prendersela con l'euro sia un po' come prendersela con il sistema metrico decimale - non è colpa del metro se sei basso, non è colpa del chilo se sei pesante, non è colpa dell'euro se la tua economia ha difetti strutturali.

Non sei d'accordo? Va benissimo, anch'io non sono affatto sicuro che le cose stiano così, soprattutto finché i tedeschi continuano questa politica del rigore davvero molto ottusa, e finché gli altri governanti europei non riescono a opporsi.

Mettiamo che io abbia torto e tu ragione, e la cosa migliore sia davvero uscire dall'euro. Cioè svalutare. Anche se tu ritieni che sia necessario, sai benissimo che non sarà indolore. Perdere il venti o il trenta per cento del potere d'acquisto in pochi mesi non è una cosa da ridere. Certo, sei convinto che l'economia ripartirebbe, e presto tutto sarebbe un ricordo lontano. Però le prime settimane sarebbero uno choc, questo lo sai benissimo anche tu.

Uscire dall'euro è qualcosa di mai tentato prima. Anche ammesso che sia possibile, richiede una certa destrezza onde evitare crisi di panico e derive speculative che non credo neanche tu ti auguri. L'ideale  - lo dicono gli economisti, anche quelli anti-euro - sarebbe uscirne all'improvviso, un venerdì, evitando il più possibile una fuga di notizie.

Prendi Tsipras, per esempio.

Non so se ci hai mai fatto caso, ma ogni volta che glielo chiedono davvero - in caso di vittoria di Syriza, la Grecia uscirà dall'Euro? Lui risponde: no. Ecco, a me eurista spaventa molto più Tsipras, perché è il classico cane che non abbaia.

Grillo invece abbaia tanto. Perché?
È un coglione? No che non lo è.
Certo, si è preso un paio di tegole in testa negli ultimi due anni. Ma non è un coglione.
Allo stesso tempo, non si sta comportando come uno statista che vuole uscire dall'euro. Abbaia troppo. Vuole che tutti ne discutano.
Raccoglie le firme. Per uscire subito? No, per modificare la costituzione.
Per uscire subito? No, per raccogliere altre firme per indire un referendum.
Per uscire subito? No, un referendum consultivo.

E allora, davvero, Grillo vuole uscire dall'euro? o vuole soltanto parlarne?

Caro elettore m5s, caro attivista m5s:
anche quest'anno abbiamo litigato molto, però vorrei che ci abbracciassimo, almeno a Natale. La pensiamo in modo diverso su quasi tutto. Tu credi che il M5S abbia vinto le elezioni del '13, io no. Tu credi che l'euro sia una maledizione, io penso che sia un'unità di misura come un'altra. Magari hai ragione tu, è possibile. Non sono un esperto, non riesco a vedere bene tutti i lati delle cose. So che tu ne vedi uno molto diverso dal mio, e ne trai conclusioni diverse. Ma le tue conclusioni sono probabilmente logiche quanto le mie - è che tu hai dati diversi dai miei, e chissà chi ha quelli veri. Io non credo di essere più intelligente di te; e non credo che tu sia un coglione.

Beppe Grillo, invece.
Cosa pensa di te?

Buon Natale, felice anno eccetera.

mercoledì 2 aprile 2014

Peccato che sia incostituzionale

Facciamo un esempio, uno tra tanti: nella nuova bozza della riforma, a Palazzo Madama sono ritornati i sindaci dei capoluoghi di regione: i sindaci che qualche collaboratore assennato di Renzi era riuscito a un certo punto a depennare - rieccoli là:

Art. 57. Il Senato delle Autonomie è composto dai Presidenti delle Giunte regionali, dai Presidenti delle Province autonome di Trento e di Bolzano, dai sindaci dei Comuni capoluogo di Regione e di Provincia autonoma...

Embè, direte voi? Che c'è di male se un sindaco di capoluogo di regione si ritrova ogni tanto a Roma per partecipare a una seduta del Senato delle Autonomie? Tanto non deve mica discutere e approvare tutte le leggi (tutte no: ma le riforme costituzionali, quelle sì). Non deve mica votare la fiducia al governo. E il tempo libero il sindaco di capoluogo di regione lo trova sicuramente, per dire Renzi faceva il sindaco nel capoluogo della Toscana, e a tempo perso è diventato presidente del Consiglio... Bisogna proprio essere degli arcigni difensori dello status quo; bisogna veramente odiare Renzi, anzi coltivare una vera e propria allergia nei suoi confronti, la chiamerebbe Menichini, per non capire la straordinaria novità di un Senato delle Autonomie composto pure dai sindaci dei capoluoghi di regione. Già.

Peccato che sia incostituzionale.

E non ci vuole un Rodotà o uno Zagrebelsky. Prendete una cartina dell'Italia politica. Noterete che le regioni sono venti. Ne consegue che i sindaci in questione sono venti. Ventuno in realtà, perché Bolzano e Trento non si son mai messe d'accordo. Molto bene. I ventuno sindaci in questione, nel futuro Senato delle Autonomie, chi rappresenteranno? I cittadini di ventuno città. Alcune molto grandi (Roma), altre di media grandezza (Perugia), altre davvero piccine (Aosta).

I cittadini di tutte le altre città d'Italia, chi le rappresenterà? E i cittadini delle province?

Prendi i cittadini di Pescara. Non è Pescara una degna città, peraltro più popolosa del suo capoluogo di regione? Sì. Però gli aquilani manderanno al Senato delle Autonomie un sindaco, i pescaresi no. Perché? Perché a Renzi piace così, e a chi non piace così non piace Renzi, e se non vi piace Renzi avete in odio la modernità, voi arcigni difensori dello status quo. Aveva ragione Ciccio Franco a Sbarre: e dire che al tempo la battaglia per il capoluogo di regione sembrava una cosa assurda, a metà tra il medioevo e il Risiko. E invece adesso ottantamila catanzaresi avranno un sindaco che li rappresenta nel Senato delle Autonomie; e i reggini (che sono appena in centomila in più), i reggini no. Perché? Perché a Renzi garba così. Lui deve assolutamente vincere le elezioni, ma per vincerle deve cambiare il sistema elettorale; ma per cambiare davvero il sistema elettorale in modo da vincere deve abolire il Senato (o meglio: le elezioni del Senato), e per abolirle ha deciso di fare così e ci si gioca tutto! Ci mette la faccia! E voi arcigni difensori dello status quo che cosa avete contro la nobilissima faccia di Matteo Renzi? Se lui vuole dare un rappresentante in più al Senato ai triestini, e uno in meno agli udinesi, chi siete voi per giudicarlo?

Gli abitanti dei 20 capoluoghi di regione + Bolzano, messi assieme, non superano i dieci milioni. Gli altri cinquanta milioni di italiani non saranno rappresentati in Senato da un sindaco di capoluogo. È davvero un peccato che un piccolo articolo, seminascosto, della Costituzione del '48, reciti... cosa recita? "Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge"... normale che uno se lo dimentichi, è soltanto l'articolo tre. Occorrerà modificarlo prima che qualche pedante professorone lo impugni davanti a una Corte Costituzionale; tutti i cittadini hanno pari dignità sociale, ma i cittadini di Venezia sono rappresentati nel Senato delle Autonomie dal loro sindaco: quelli di Verona no. Perché? Perché ci garbava così, se non ci seguite non prendetevela, noi andiamo veloci, noi siamo il futuro.

Per intenderci: quando si sostiene che la riforma di Renzi, che le riforme di Renzi, siano scritte male e pensate peggio, si intendono situazioni di questo genere. Fosse solo questa. Ma no, ce ne sono tante altre così. La genialata di Delrio che per risparmiare un'elezione ha deciso che d'ora in poi il sindaco metropolitano della provincia di Bologna lo farà il sindaco di Bologna. Molto bene. E il cittadino di Imola (BO) si troverà amministrato da un sindaco metropolitano che non ha eletto; espresso in elezioni a cui egli non è stato invitato a partecipare; non suona un tantino strano, e anticostituzionale, forse?

Ma dicono che bisogna portar pazienza, che magari qualcosa è scritto male, ma che Renzi ha fretta... ma fretta dove. Ma fretta quando. Io l'idiozia dei sindaci di capoluogo in senato me la ricordo nei cento punti della prima Leopolda. È una delle tante, tantissime cose che mi fece pensare: simpatico, ma non comprerei mai una riforma da lui. Una riforma costituzionale, poi. Si tratta di un'idea irredimibilmente scema, quasi certamente anticostituzionale, che qualche pollo da think tank d'allevamento ha messo in una bozza quattro anni fa: una di quelle che dovevano essere discusse "in rete", dove la discussione si limitò alla possibilità di mettere like con facebook. Dopodiché nessuno se l'è più andata a leggere. Nessuno. Anche solo per capire se le formidabili idee di Renzi fossero davvero così formidabili. Niente. Chi vende un prodotto mica si mette lì a legger gli ingredienti.

Matteo Renzi potrebbe fare meglio di così, se non avesse fretta? È una domanda malposta. Matteo Renzi avrà sempre fretta; avrà sempre un'ottima ragione per tagliar corto e schivare le domande. Matteo Renzi è la sua stessa fretta. Voi invece che lo sostenete, cosa siete? Cosa pensate di una riforma tutta basata sul tempo libero dei sindaci? Vi sembra sensato che in un organo democratico, investito del potere di modificare la Costituzione, un tarantino sia meno rappresentato di un barese? Che un abitante della provincia di Catania non possa scegliere il suo sindaco metropolitano? Che il futuro capo del governo possa avere la maggioranza assoluta di una sola camera con appena il 37% dei suffragi? Tutto questo vi piace o ve lo fate piacere perché avete fretta? E quando vi passerà la fretta?

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