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sabato 18 gennaio 2025

Non capiva una cosa


Aveva notato che sempre più spesso, negli ultimi tempi, colleghe e superiori tendevano a interromperlo con l'espressione "Tu non hai capito una cosa".

La novità non era che lo interrompessero, anzi era una costante della sua vita professionale. Ma questa espressione gli sembrava relativamente nuova. Forse non ci aveva fatto caso. Forse l'avevano sempre usata, con lui, ma solo negli ultimi tempi se ne era reso conto: e se ne era reso conto perché gli dava fastidio. Quindi forse fino a un certo punto non gliene aveva dato, dopodiché sì.

"Senti, tu non capisci una cosa".

Il fastidio non era tanto causato dall'accusa implicita – di non essere svelto a capire, o non abbastanza sottile per capire "una cosa". E anche il fatto che la "cosa" che veniva accusato di non capire si rivelasse invariabilmente una "cosa" di cui era consapevole, a volte persino esperto. Il fastidio muoveva, come sempre nella sua vita, dalla reiterazione. Era come se tutte si fossero messe d'accordo per dire la stessa cosa, ovvero che lui non aveva capito una cosa. Come se si fossero accorte che il refrain lo innervosiva. Magari era il tormentone di qualche nuovo comico su qualche nuova piattaforma, va' a sapere. Magari era lui almeno una volta ad aver reagito in un modo comico, e le interlocutrici avevano registrato, anche solo inconsciamente, che se volevano gustarsi una reazione divertente dovevano ripetere la formula. In ogni caso era molto fastidioso e non c'era un vero modo per farle smettere. Se avesse iniziato a farlo notare, avrebbe rimarcato ancor di più che l'espressione lo innervosiva; e inoltre, come avrebbe potuto obiettare a un'accusa tanto vaga? Forse che sapeva tutte le cose? Certamente no; e quindi prima o poi chi lo accusava di "non aver capito una cosa" avrebbe avuto ragione.

Sto usando il genere femminile perché, in effetti, tutte quelle che lo rimproveravano di "non capire una cosa" erano donne. Il dato non aveva rilevanza statistica, dal momento che la maggior parte delle sue colleghe (e delle sue superiori) erano donne. Ciò non gli aveva mai dato fastidio, anzi, forse era lui stesso ad aver cercato sempre di trovarsi in ambiti del genere, sin dai tempi della scuola: contesti dove le donne non solo fossero la maggioranza, ma anche le responsabili e le organizzatrici. In ogni caso a volte si domandava come sarebbe andata a sessi inversi: non si sarebbe trattato di mansplaining? 

E se lo fosse stato, avrebbe avuto una ragione in più per innervosirsi (pensano che non capisca perché non ho il pene), o una ragione in meno (non ce l'hanno davvero con me come individuo, ma solo come categoria)? In altre parole: a cosa serviva davvero un'etichetta, come ad esempio mansplaining? A difenderti dal fastidio, a farti sentire meno sola ("tranquilla sorella, non ce l'hanno con te in quanto individuo, è solo un complotto delle persone col pene") o esacerbare lo stesso fastidio? Un nero, quando si rende conto che ce l'hanno con lui perché è nero, si consola o si incazza ancora di più? Bisognerebbe chiederlo ai neri, i quali tuttavia potrebbero incazzarsi per la domanda, e quindi non lo sapremo mai. Molto probabilmente dipenderà da caso a caso. Ci sarà la donna stupida che quando le dimostrano che è stupida (fornendo riscontri oggettivi) non ci crede perché lo scambia per mansplaining. E ci sarà la donna insicura che scambia il mansplaining per una critica oggettiva. La maggior parte delle donne oscillerà tra questi due poli ponendosi per tutta la vita il problema che lui si stava ponendo soltanto in quel momento, perché tanto alla fine lui non era una donna, e anche se avesse trovato una risposta definitiva, non gli sarebbe servita un granché. Lui aveva un altro problema. Non sopportava che le colleghe gli dicessero che "non capiva una cosa".

E se glielo avesse detto un uomo? 

Non gli sembrava che fosse mai successo; aveva la sensazione che un uomo non avrebbe osato dirglielo in faccia. Non sul luogo di lavoro, dove effettivamente gli uomini erano pochi e abituati a sviluppare una solidarietà cameratesca. Si dicevano ovviamente le peggio cose: essendo uomini non avevano difficoltà a salutarsi con un "non hai mai capito un cazzo" il cui tono scherzoso era chiaro sin dall'inizio, perché "non aver mai capito un cazzo" è un'adynaton, una cosa letteralmente impossibile. Invece "non aver capito una cosa" è possibilissimo, anzi inevitabile: nessuno capisce tutte le cose. Non c'è modo di dire "non hai capito una cosa" in senso scherzoso, è una frase repellente all'ironia: chi lo dice deve crederci veramente. Un uomo che ti dice "non hai capito una cosa", ti sta sfidando: e un uomo che ti sfida sul luogo di lavoro, di solito sceglie altri luoghi di lavoro. Perlomeno lui la pensava così. Ma forse non aveva capito. 

Ma insomma si trovava in una situazione senza apparente via d'uscita. Ogni tanto, quando finalmente toccava a lui parlare, e dire qualcosa di lungamente ponderato, di necessario, qualcuna lo avrebbe interrotto sostenendo di "non capire una cosa"; dopodiché lui avrebbe reagito con autoironica sopportazione: "eh, sapessi quante cose non capisco", soffocando un disagio crescente, che prima o poi non avrebbe saputo nascondere alle interlocutrici. Le quali da lì in poi sarebbero accorse ancora più numerose, come squali attirati da un filo di sangue, a rimarcare che lui "non aveva capito una cosa".

Ma cosa?

Ogni tanto ci rifletteva. Doveva trattarsi di un dettaglio apparentemente trascurabile, perché in effetti lui lo trascurava, e mai aveva capito quale fosse realmente "la cosa". Avendo ormai acquisito, con l'età, una certa ripugnanza per le polemiche sul luogo di lavoro, in tutte le discussioni cercava di intervenire soltanto quando lo riteneva necessario, e soltanto per esprimere opinioni costruttive o che perlomeno sbloccassero una situazione. Tanto più lo innervosiva l'idea che a questo insieme di opinioni mancasse un dettaglio, un quid, che doveva essere evidente a tutte tranne a lui, come la punta del proprio naso. Cosa gli mancava? Cosa impediva alle colleghe di tacere per più di dieci secondi, quando lui prendeva la parola? Finché un giorno realizzò, e fu un'illuminazione:

Questa cosa, che non sapeva cosa fosse, era comunque una cosa. 

Quindi era vero.

Non capiva una cosa.

venerdì 4 marzo 2022

La blatta

Dicono che l'intestino sia un po' il nuovo cervello e devo ammettere che a volte è proprio quando mi viene in mente di scrivere qualcosa, nel cuore della notte, che l'intestino mi avverte di avere altri progetti, più urgenti. Così invece di mettere giù qualche pensierino fondamentale sulla questione ucraina eccomi in bagno: ho appena acceso la luce, mi sono appena seduto, quando la mia visione periferica mi manda un allarme, ha intercettato una macchia in movimento, qualcosa di nero si muove nel bianco delle piastrelle – ah, è un coleottero. Non proprio uno scarafaggio, no, diciamo una blatta, ma in confidenza, c'è qualcosa di più orrendo di un enorme insetto marrone scuro che spunta all'improvviso dall'ombra sotto al tuo gabinetto? Una presenza aliena in casa tua, nello spazio più intimo e segreto – lì dove ogni uomo siede indifeso – ma da dove arrivano? capissi finalmente da dove arrivano. È la prima della stagione – c'è chi dice che salgono dagli scarichi ma credo sia una superstizione, dovrebbero essere impermeabili per passare. E però la razionalità è una patina sottile, per il mio intestino ad esempio quello è un orribile mostro che sorge dalla fogna per portarmi l'orrore in casa. 

Si è immobilizzato contro il battiscopa, è una cosa che fanno. Non so quanto ci vedano, ma di sicuro percepiscono la luce e benché non abbiano un volto, nulla di ciò a cui di solito noi umani ci affidiamo per cercare di decifrare le emozioni delle altre creature viventi, ho sempre trovato qualcosa di molto espressivo nel modo in cui all'improvviso si immobilizzano: è come se dicessimo, ops, tu non mi hai visto vero? Diciamo che non mi hai visto. Non sono qui in effetti, se anche credevi di avermi visto ti sei sbagliato, sono una macchia qualsiasi. Non hai nessun interesse a schiacciarmi. Lo sai quanto schifo faccio, se mi schiacci, sì?


E un'altra idea che mi sono messo in testa è che la forma che hanno preso da millenni a questa parte serva principalmente a questo, perché in nessun modo quella specie di corazza bombata che hanno li risparmia dallo schiacciamento: anzi li rende più appariscenti e schifosi ma forse hanno deciso di investire proprio in questo, ogni specie si specializza in qualcosa e loro si sono perfezionati nell'arte di fare più schifo possibile quando li schiacci. Le cimici, bisogna ammetterlo hanno avuto un'idea migliore: se schiacciate puzzano. Le blatte fanno semplicemente schifo. Un po' funziona: io per esempio odio calpestarle, e inoltre sono venuto a sedermi qui per un altro motivo. 

E però finché quella macchia continuerà a fissarmi il mio intestino non riuscirà a riflettere come dovrebbe. Non c'è solo lo schifo, l'alieno è lì in un angolo e mi guarda, il mio schifo è sopportabile, la sua paura un po' meno. Quella blatta è davanti al suo destino – quanto mi costa accelerarlo? Strapperò un cospicuo lembo di carta igienica e glielo poserò sopra: non vedrò la sua corazza flettersi e sprizzare fuori la polpa schifosa. 

Non faccio in tempo a pensarlo che la blatta è partita, è come se ci capissimo al volo. Cammina rasente al battiscopa con quelle sei zampine orribili, non ci può essere solidarietà tra mammiferi e mostri invertebrati a sei zampe, siamo venuti al mondo per farci la guerra. A una zampina posteriore rimane intrappolato un batuffolo di polvere. Dove credi di scappare mostro delle fogne?, ecco, ora ti cancello col bianco della carta. Non è vero, la intravedo ancora, e noto che appena ha sentito la carta addosso si è calmata, forse crede di avere trovato un rifugio quando ormai disperava, ed è bello che questo sia il suo ultimo pensiero: un po' di speranza, di sollievo, e poi più niente, non avrà il tempo per accorgersi che è morta: imprimo sulla carta igienica un rapido colpo di ciabatta. 

Forse troppo rapido, perché voglio la blatta morta ma nemmeno una piccola striscia sul pavimento. Dovrei esserci riuscito ma non controllerò. L'intestino reclama le sue ragioni, ora può liberarsi senza più sentirsi osservato e temuto. Nessun senso di colpa: tra uomini e blatte nessuna pace è possibile, nessun negoziato è in corso. La nostra vita è la loro morte. Non ho fatto che difendere la mia proprietà e la mia famiglia. È tempo di azionare lo sciacquone, ma prima devo raccogliere il cadavere: ho infatti intenzione di liberarmene con lo stesso strumento. 

È ancora viva. 

La parte posteriore ha preso una botta mortale, ma tre zampine funzionano ancora e trascinano la carcassa il più lontano possibile da me. Ora succede questa cosa orribile, per cui un insetto senza volto, dalla forma repellente, che finché passeggiava sano sulle mie piastrelle mi risultava un alieno, adesso che si trascina moribondo mi appare così familiare. C'è qualcosa di universale nel modo in cui si comporta, qualcosa che mi sembra di aver visto in centinaia di film: un ferito senza speranza che continua a strisciare, sa di non avere scampo ma non ce la fa a morire fermo. Nella sua condizione la morte dovrebbe essere un sollievo ma gli esseri viventi sono fatti così, siamo tutti fatti così, fratello, ne abbiamo orrore, è l'istinto che ci tiene in vita e che ci allena alle sofferenze più indicibili che io senza goderne ti ho inflitto, e ora devo ucciderti, scusami, io non volevo – cioè, certo che volevo ucciderti, ma nel modo più pulito e indolore possibile, la tua sofferenza io non l'ho cercata, puoi credermi? Non potevo lasciarti andare via ma non volevo che tu patissi e guarda che casino ho fatto, e tu non puoi nemmeno perdonarmi. E con che faccia chiederò io al mio carnefice, quando sarà il momento, un po' di pietà e di pulizia, un velo bianco sugli occhi, un colpo secco spietato e pietoso.

lunedì 2 dicembre 2019

La tosse secca

(Un mio amico conosce un pediatra che è la persona più tranquilla del mondo).
"Pronto".
"Buonasera dottore mio figlio sta vomitando sangue e frattaglie da tre ore".
"Età?"
"Cinque anni il mese prossimo se ci arriva".
"Peso?"
"Venti chili tre ore fa, adesso non riusciamo a tenerlo fermo sul piatto della bilancia, emette ultrasuoni e scosse elettriche".
"10 gocce di Bogomil tre volte al giorno dopo i pasti, buonasera".
"No, aspetti, 10 gocce di Bogomil ce li ha dati anche l'anno scorso, si ricordi? quando ha contratto la peste bubbonica".
"Allora gliene dia dodici".
"Va bene ma nel frattempo è levitato e ora è appiccicato al soffitto con la testa ruotata a 180°, come faccio a dargli il Bogomil".
"Prenda quello in supposte da cinque cc".
"Sì, ma come..."
"Ce l'avrà una scala".
"Va bene, però ora sta bestemmiando in antico caldeo e rivelando informazioni sulla fine dei tempi, dice che posso chiamare un esorcista?"
"Ma sì, perché no".
"Però l'ultimo esorcista lo ha mangiato".
"Allora è meglio di no. Buonasera".
"Buonasera, no, aspetti, c'è un'altra cosa, ha anche un po' di tosse secca".
"Va bene, me lo porti domani alle sedici e trentatré. Buonasera".
(Un mio amico conosce un pediatra molto tranquillo).

domenica 7 aprile 2019

La Salle vuole te

7 aprile – San Giovanni Battista della Salle (1651-1719), patrono degli insegnanti, che ne hanno bisogno

Se non sai le cose, SALLE
Anche in paradiso non è che uno possa sempre fare quel che vuole, bisogna scendere a compromessi. Giovan Battista della Salle, per esempio, non è che abbia mai richiesto la sua postazione al Collocamento. Ma i colloqui qualcuno deve pur saperli fare e almeno è un bell'ufficio, grandi finestre sull'orto di San Foca. Con un po' di fortuna di prima mattina puoi vedere quel vecchio gentile innaffiare gli oleandri con una brocca di legno antico quanto lui, mentre ascolti l'ennesimo tizio che vorrebbe fare lo scrittore.

"Lo scrittore! Che bella idea!"
"È più che un'idea, praticamente è tutta la mia vita. Sa io ho già pubblicato una raccolta di racconti per Busillis e inoltre..."
"Quindi le piace leggere".
"Leggere, beh, sì, senz'altro, ma soprattutto..."
"Farsi leggere dagli altri".
"In che senso, scusi".
"Ma niente riflettevo a voce alta... secondo lei ogni quanti lettori dovrebbe fiorire uno scrittore interessante?"
"Non sono sicuro di aver capito".
"Cercherò di spiegarmi meglio. Lei è uno scrittore, quindi le serviranno dei lettori. A ogni scrittore servono lettori. Secondo lei qual è il rapporto ottimale tra scrittori e lettori? Uno su cento?"
"Non saprei".
"Spari un numero".
"Teniamo conto che i lettori possono leggere migliaia di libri, e quindi... cioè il rapporto potrebbe anche essere uno a uno: tutti scrivono, tutti leggono".
"È vero, potrebbe anche essere così".
"Ma non è così, vero?"
"No, neanche un po'".
"Uno su cinquanta?"
"Eh, è ottimista lei".
"Ma si sa il numero preciso?"
"Abbiamo stime abbastanza precise ormai, sa, abbiamo avuto moltissimo tempo a disposizione per elaborarle".
"Ed è?"
"Premesso che negli ultimi secoli è sceso di molto, ma per ora sta intorno a millesettecentotrentanove virgola sei periodico".
"Ah".
"Quindi lei, insomma, capisce il problema".
"No, ancora no".
"Ha ragione, le manca un altro dato importante. Quest'anno mi sono arrivati quassù già centocinquantamila scrittori, gente brava eh? E non sto dicendo che non sia bravo anche lei, ma per dare un posto a tutti ci servirebbero..."
"150.000x1739,6=..."
"Ottocentosessantanove milioni di lettori".
"E non li avete?"
"Per adesso no".
"Ma forse in seguito aumenteranno".
"Ma certo, è quel che speriamo tutti, ma potrebbero anche aumentare gli aspiranti scrittori, mi capisce?"
"Mi sta dicendo che non potrò fare quel che ho sempre desiderato di fare?"
"Ma no, no, perché. Siamo nel migliore dei mondi possibili, prima o poi una soluzione la troviamo. E comunque noi abbiamo un grande bisogno di gente come lei".
"Ma se mi ha appena fatto capire che sono inutile".
"No, no, non volevo, mi perdoni se le ho suggerito questa idea, mi creda. Non è affatto inutile".
"E che tutte le mie aspirazioni erano malriposte".
"Niente di più sbagliato. Le sue aspirazioni erano preziose. Lei è prezioso. Abbiamo tutto il posto che vuole per le persone come lei".
"In che senso?"
"E non c'è nemmeno da fare anticamera. Se accetta questo incarico può cominciare anche domattina, è una scuola molto simpatica vicina alla rosticceria di San Lorenzo..."
"Una scuola? Dovrei lavorare nella scuola?"
"È una zona molto verde, si troverà bene".
"Mi dispiace io non... non credo di essere adatto. A me piace scrivere".
"Meraviglioso, quindi insegnerà agli altri".
"Io non... non credo di essere capace".
"Ha paura di crescere allievi più bravi di lei? In effetti è un rischio. Ma non si preoccupi, non deve insegnare a scrivere. È sufficiente che insegni a leggere".
"Non è davvero quello che mi aspettavo".
"Rifletta. Se ogni 1739 lettori fiorisce uno scrittore, lei non ha che da insegnare a leggere a 1739 anime e..."
"Posso essere sincero?"
"Deve".
"Non credo che sarei un bravo insegnante. Mi sentirei frustrato, incompleto, e sfogherei la mia frustrazione sugli studenti. Non solo non sarebbe paradiso per me, ma per loro sarebbe un inferno".
"Un inferno, ehi, ehi, che parole. Guardi che a scuola ci si diverte anche. È chiaro, a volte è faticoso. Dovrebbe leggere i temi".
"No i temi no".
"Mentre a lei piace scriverli".
"Non c'è davvero niente'altro che io possa fare?"
"Per adesso no, al massimo la posso mettere in lista per il reddito di beatitudine. Sono due spicci però, è sicuro di non volerci ripensare?"
"I temi no".
"Io comunque sono qui, se cambia idea..."



A metà mattina passa san Fiacrio a curare le siepi di rose, che hanno le spine anche nel Paradiso perché, perché, misteriosi disegni di Dio. San Cristoforo sta portando a pisciare San Guinefort. Qualcuno in un ufficio di fianco ha portato il caffè e Gianbattista ne assapora il profumo denso, anche se sta cercando di smettere, mentre risponde a un signore che ha le idee molto chiare.
"Insomma, teatro".
"Sono nato per farlo".
"Meraviglioso".
"E se non lo faccio muoio. Ora lei mi troverà ridicolo, ma..."
"Ridicolo, e perché?"
"Chissà quanti le hanno già detto la stessa cosa".
"Tre milioni e qualcosa, ma che vuol dire?"
"Sul serio?"
"Non lo so, dopo i tre milioni ho smesso di contare, è stato qualche anno fa, comunque il trend è costante dall'Ottocento".
"Quindi sta per dirmi che non c'è pubblico per tutti quelli che vogliono fare teatro".
"E perché? Siamo in paradiso, c'è pubblico per tutti".
"Davvero?"
"Certo, bisognerà modificare un poco il repertorio".
"Il repertorio non è un problema".
"Allora posti ce n'è finché ne vuole".
"Sul serio?"
"Però la devo avvertire: può essere un lavoro molto faticoso, sfibrante".
"Oh lo so".
"Magari non lo sa ancora del tutto".
"Quando posso cominciare?"
"Domattina, presso l'Istituto Don Bosco in via..."
"Ma... ma è una scuola".
"Ha anche un giardino meraviglioso".
"È uno scherzo? Io ho chiesto di fare teatro".
"Le garantisco che ne farà tutti i giorni".
"No".
"Quattro o cinque ore al giorno, per il pubblico più esigente".
"Non è quello che mi aspettavo".
"Potrà improvvisare e declamare a memoria. Piangerà, farà piangere. Riderà, farà ridere. Tutto quello che succede a teatro, tranne forse..."
"Gli applausi?"
"Eh, applausi in effetti pochissimi. Ma sono così importanti? È quello che veramente cercava nel teatro?"
"La prego, niente prediche, io..."
"Il teatro è dedizione, è sacrificio, è disciplina, gli applausi sono un contentino per i filodrammatici. Il vero attore agonizza nel silenzio, o peggio ancora, nel frastuono che segue la campanella".
"Io li odio gli studenti. Sono il pubblico peggiore".
"Sono solo i più esigenti".
"Non riuscirei nemmeno a farli tacere".
"Allora forse non è un grande attore".
"Davvero?"
"Mi perdoni, mi è sfuggita".
"È quello che pensa di me?"
"È quel che penso in generale. Insegna chi ha le palle, firmato de la Salle".
"Non fa ridere".
"No, in effetti no".
"Sta cercando di provocarmi?"
"Io?"
"Lei vorrebbe che io le rispondessi vaffanculo, le faccio vedere io chi ha le palle qui, lei vorrebbe che io firmassi per finire domattina a declamare Shakespeare in un inferno di bambini ridacchianti finché non si arrendono loro a Shakespeare o io alla mia mediocrità".
"Non deve sottovalutare Shakespeare".
"Senta ma quella cosa che diceva il tizio che è uscito prima... il reddito di santità..."
"Di beatitudine".
"È una cosa seria?"
"No, non tanto".
"Insomma non c'è alternativa".
"Un'alternativa a passare l'eternità a far conoscere Shakespeare ai ragazzi? Pensando che ogni volta sarà la prima volta? Un'eternità di Giuliette al balcone? Davvero ha bisogno di un'alternativa a questo?"
"Mi ci faccia pensare".
"Ma certo. Io comunque resto qui".



A pranzo gli piacerebbe sedersi sulla panchina sotto agli aceri ad ammirare il foliage, ma è da milletrecento anni che ci siede San Simeone Stilita, e non si schioda. Anche per questo ha chiesto di fare orario continuato, e il primo pomeriggio mentre digerisce un sandwich del distributore automatico di solito passano quelli più strani, quelli che per esempio vogliono combattere il Male.
"Il Male? Ma ha studiato medicina per caso?"
"No no, io intendo un Male più nel senso morale del termine".
"Ma certo, mi scusi, che sciocco. E in che modo lo vorrebbe combattere?"
"L'ideale sarebbe sparare, ma mi rendo conto che..."
"Sparare! Ma siamo in paradiso".
"Lo so, ma..."
"Non ha mai pensato che si potrebbe far male qualcuno?"
"È... è un po' il senso della cosa".
"Far soffrire i malvagi".
"Detta così suona molto stupida, ma io..."
"Lei sente che è questa la sua missione".
"Io senso che se non mi si darà qualcosa di nobile per cui lottare, o anche solo qualcosa di spregevole da combattere, finirò comunque per combattere, ma per delle sciocchezze. Perché sono fatto così e non credo di poter farci niente".
"Dovrebbe combattere contro sé stesso".
"E perderei".
"La ringrazio per la franchezza".
"Non dovrei nemmeno essere qui, vero?"
"E perché mai? Lei è una persona onesta, con un forte senso morale, che chiede di poter lottare..."
"A volte mi domando se la morale non sia solo un pretesto. La verità è che mi piace combattere, e ovviamente vorrei sentirmi dalla parte dei buoni. Sulla Terra era molto facile fregare quelli come noi. Ci davano in mano un'arma, ci additavano i malvagi e..."
"Buffo, le stavo per proporre la stessa cosa".
"In che senso?"
"Nel senso che si dà il caso che io abbia un sacco di malvagi da sconfiggere e sarei molto lieto di additarglieli. Ho anche qualche arma da fornire... certo non esplosivi, ma..."
"Sul serio?"
"Sì, anche in paradiso esistono le guerre sante. Ciò la stupisce?"
"Di solito c'è sempre la fregatura".
"Qui no. Mi basta una firma qui e domattina può andare a combattere l'analfabetismo e la superstizione presso l'istituto Sant'Ignazio che dà sui giardini del..."
"No no no. Lei sta proponendo una scuola anche a me".
"La trovo adattissima all'incarico".
"Io sono una persona semplice, per me esiste il bianco e il nero, non capisco le sfumature".
"C'è bisogno anche di quelli come lei".
"Senta, piuttosto mi dia anche solo uno scudo, un bastone, mi dica di difendere una città fortificata da ventimila infedeli, ma in una classe preferirei non entrarci più".
"Ha già esperienze di insegnamento?"
"Ho fatto una supplenza, una volta".
"Ha fatto una supplenza, e poi la guerra".
"Già".
"E preferirebbe tornare in guerra".
"La trovo più semplice. Si vince, si perde".
"Anche a scuola, no?"
"No, a scuola si perde soltanto. Tutti i giorni".
"A volte si vince pure".
"Non mi ricordo che sia mai successo".
"Eh, in effetti si scopre molto tempo dopo, e il più delle volte non ti mandano nemmeno un telegramma".
"Ma nel frattempo dovrei ritrovarmi in trincea tutti i giorni, davanti alla sconfitta tutti i giorni, non ce la posso fare".
"Ma in guerra non è la stessa cosa? Mi scusi: qual è la vera differenza? Perché l'unica che mi viene in mente... è che la guerra dopo un po' finisce".
"Già".
"Mentre la scuola riapre tutti i giorni".
"Mi dia un bastone piuttosto, davvero".
"Quindi insomma lei è pronto a combattere il Male... purché la lotta sia breve".
"Se vuole metterla così".
"Potrei metterla in un altro modo: dove ha messo le palle?"
"Eh".
"Mi ha capito bene. Lei viene da me poco dopo mezzogiorno, con tutti i suoi propositi eroici, il suo alto senso della moralità, e io ho qui pronta per lei l'unica guerra che valga la pena di essere combattuta, giorno per giorno, metro per metro, e lei si sgonfia così? Sul serio: dove le ha messe?"
"Lei... lei non dovrebbe parlare così".
"Io parlo come voglio e posso, soldato! Sull'attenti!"
"Sissignore".
"Ha letto qua fuori: ufficio smidollati?"
"Nossignore".
"Crede che io abbia da perdere il mio prezioso tempo con gli smidollati?"
"Nossignore".
"Tutte le mattine alle sette e mezza il Sant'Ignazio apre i cancelli. È in un brutto quartiere, gli studenti puzzano e non sanno stare seduti e c'è una cattedra vacante. Hanno bisogno di un docente con le palle, purtroppo oggi non ne ho ancora visto uno. Può sempre andare lei, se entro domattina le ritrova. Nel frattempo si tolga dalle mie".
"Grazie, signore. Mi scusi signore. Arrivederci, signore".

Londra, Regno Unito

Verso le cinque del pomeriggio l'idea limpida di una birra cruda si insinua dietro la fronte di Giovanni Battista della Salle. Gli piacerebbe berla sotto il pergolato, prima di cena, qualche volta ha anche ceduto alla tentazione. Ma stasera ha ancora un colloquio, con uno che non ha sbocchi, dice lui, perché è un... un filosofo? Addirittura?
"Indirizzo sociologico. Mi sta già disprezzando, vero?"
"E perché mai? Di tutti c'è bisogno. Mi faccia controllare..."
"Non c'è bisogno di fingere con me".
"Non sto fingendo. Sto davvero controllando una lista, vede? Dunque..."
"Ma sappiamo benissimo entrambi come va a finire".
"C'è posto anche qui dietro, alle figlie dell'Immacolata".
"È una scuola".
"Con un magnifico giardino".
"Me lo avevano pur detto. Lei ci fa parlare ma alla fine, qualsiasi cosa diciamo, lei ci manda tutti a scuola".
"No, non tutti".
"Non tutti?"
"Capitasse un idraulico, ne abbiamo una necessità disperata. Ma ne arrivano pochi".
"Come sulla Terra".
"No, no, molti meno, ah ah".
"E mi avevano anche detto questo, che le sue battute erano terribili".
"Sì, beh, servono più a rompere il ghiaccio... lei è sociologo, capirà benissimo..."
"Fin troppo. Dunque lei è San Giovanni de la Salle, l'inventore della scuola dei poveri".
"Dicono questo di me? Pazzesco".
"Cosa c'è di pazzesco? Ha ispirato i regolamenti di dodici congregazioni, ha lottato per la scuola gratuita, ha praticamente inventato le classi elementari..."
"Ma scusi, la scuola esisteva già, i poveri pure, bastava fare entrare i secondi nella prima, non è che ci volesse un genio".
"E secoli dopo è ancora qui. Tutti quelli che capitano nel suo ufficio, lei li fa parlare un po' e poi li manda a scuola".
"Che ci posso fare se lì c'è un sacco di posto?"
"Ma ci sono davvero tutte queste scuole in paradiso?"
"Perché non dovrebbero esserci? ci sono molti bambini. E sa quanti buoni maestri servono a crescere un uomo?"
"Abbiamo il numero?"
"Mediamente una dozzina. Si rende conto? E qui arriva sempre più gente. Il lavoro non mancherà mai, nelle scuole".
"Ma non è il lavoro che uno si aspetta di fare, quando arriva qui".
"Lo so, e questo mi tormenta. Ma insomma l'umanità è così. Vorrebbero tutti fare gli scrittori, e nessuno vuole insegnare a leggere la gente. Tutti attori, tutti condottieri, tutti vorrebbero un pubblico, ma Dio non ci ha creati così".
"Ci ha destinati al dolore, a quanto pare".
"Non saprei. Ognuno vede il proprio dolore, ma Dio non ci ha creati uno alla volta. Ci ha creato tutti assieme, in un solo grande giardino. Un po' di sofferenza forse è necessaria, come le spine alla rosa".
"E insomma questo suo Dio ci avrebbe creato comparse, ma con manie di protagonismo".
"Immagino che queste manie, come le chiama, siano necessarie a farci combinare qualcosa di interessante".
"Ma non è onnipotente? Non avrebbe potuto creare un mondo senza dolore, senza comparse, senza frustrazioni?"
"Magari lo ha fatto, poi lo ha trovato noioso e ne ha creato un altro. Lo sa che è inutile farsi queste domande, vero?"
"Senta, io non sono molto d'accordo con questa cosa. Se potessi, non so... fare domanda per il Nirvana..."
"Il Nirvana, buon dio, ma lo sa che non c'è proprio niente laggiù?"
"Lo preferisco a tutto questo. Il giardino a cui invidia i profumi e i colori, io lo guardo più da vicino e lo scopro popolato da insetti che si divorano, organismi animati dalla paura e dalla fame. Siamo uno spettacolo doloroso, congegnato da un Dio indifferente o crudele. Vorrei alienarmi da tutto questo. Posso?"
"Non lo so, ma se lo lasci dire, lei parla davvero bene".
"E adesso crede di raggirarmi coi complimenti".
"Ha mai pensato di diffondere il suo pensiero? Credo che potrebbe fare molti, come si dice, seguaci.  Potrebbe perfino creare una, una..."
"Sta cercando un sinonimo per scuola?"
"Ops, sì".
"Ma lo capisce che non sono tutti come lei? Non sono tutti pervasi dal sacro fuoco dell'insegnamento?"
"Ma io non sono pervaso da nessun sacro fuoco, io anzi avrei voglia di bermi una birra guardi, io..."
"Lo sa perché sono venuto qui? Potevo anche rifiutarmi, ma alla fine la curiosità mi ha vinto".
"Era curioso di me?"
"Di una sola cosa che non riesco a capire. Lei passa l'eternità qui, in questo ufficio, a convincere povere anime ad andare a scuola. Ma perché non c'è andato lei?"
"Ah, buona domanda, davvero buona".
"Se è davvero il lavoro più interessante, il più nobile, il più eroico, perché non l'hanno voluta?"
"Onestamente non lo so".
"Non lo sa?"
"La cosa mi imbarazza anche un po', ma dunque, è andata così. Mi hanno mandato proprio in questo ufficio, ovviamente c'era un altro seduto al mio posto, e ho cominciato a spiegare, dunque mi chiamo Giovanni Battista de la Salle, ho fondato alcuni istituti scolastici, blablablà, insomma il tizio mi ha offerto di prendere il suo posto, e mi è sembrato inelegante dir di no".
"E non gli ha offerto una cattedra?"
"Buffo, no".
"Ma poteva pur chiedere un trasferimento".
"Ah sì, l'ho chiesto quasi subito. Non che mi dispiaccia il posto, si sta bene, però..."
"E perché non l'ha ottenuto? Lo dice anche lei che c'è sempre posto, a scuola".
"Ecco, io non ho chiesto di andare a scuola".
"No?"
"No. Per carità se mi ci mandassero, ok, ma se devo essere sincero non è che abbia tutta questa voglia di tornare laggiù. È un mestiere faticoso, sfibrante".
"E quindi... dove ha chiesto di essere trasferito?"
"Ah, proprio qui di fianco".
"Qui di fianco?"
"Questo bel giardino, vede? Ma è complicato, c'è una lunga fila, è una posizione molto ambita..."
"Non vedo niente, ormai si è fatta sera".
"Già. Io direi che per oggi basta così, magari continuiamo un'altra volta. O per caso ha voglia di bersi una birra?"
"Una birra?"
"A quest'ora Brigida ha appena aperto, i fusti sono freddissimi, ci mettiamo nel pergolato, non dovrebbe ancora esserci molta gente".
"Non pensavo che bevesse".
"Ufficialmente no".
"Lei è un personaggio simpatico, alla fine".
"Grazie, confesso che fa piacere un complimento ogni tanto".
"E gli applausi?"
"Quelli sono adatti ai ragazzini, alla mia età li trovo quasi sconci. Lei no?"
"Sono convinto che sarebbe un ottimo insegnante".
"Ah ah ah, me lo dicono tutti, ma non esistono gli ottimi insegnanti".
"No?"
"Forse il martedì. Qualcuno anche al mercoledì. Ma se cerchi di essere un ottimo insegnante al giovedì, al venerdì sei in burnout. Io ho bisogno di insegnanti mediocri, che mi arrivino al sabato ancora in piedi".
"E pensa che io potrei essere un insegnante abbastanza mediocre?"
"Ma certo. C'è un mediocre in ciascuno di noi, se siamo abbastanza umili da cercarlo".
"Beviamoci questa birra, offro io".
"Allora dovrò offrire la seconda".
"E poi ci sarà una terza, una quarta..."
"...ma no".
"Finché non mi sveglierò nella toilette di Brigida con un cerchio alla testa e un contratto firmato per cent'anni di cattedra al Sant'Ignazio".
"Ahah, non farei mai una cosa del genere".
"No?"
"Non sono mica un reclutatore dell'esercito".
"No?"

Giovanni Battista de La Salle è il patrono degli insegnanti, che ne hanno bisogno, così come la scuola ha bisogno di insegnanti, e il mondo di scuole: perlomeno questo mondo è andato così, il prossimo vedremo.

lunedì 3 dicembre 2018

Il gesuita nella jungla

3 dicembre – San Francesco Saverio, missionario ed esploratore, evangelizzatore di massa

…apud campum babylonicum ducem impiorum in cathedra ignea et fumosa sedere, horribilem figura vultuque terribilem (Ignazio di Loyola, Exercitia Spiritualia, 140)

Suppongo che vi ricordiate quando sono diventato, per un po’, marinaio di acqua dolce.

"Uomo condannato al rogo
dall'Inquisizione di Goa".
Ma cominciamo con ordine. In quel tempo ero tornato a Goa, al collegio. Ufficialmente ero in ritiro spirituale. Stavo cercando di smettere con l’oppio, anche. Non ridete. Me lo aveva prescritto un dottore indiano contro l’ulcera. Senza accorgermene avevo iniziato ad aumentare le dosi. È difficile spiegare a chi non l’ha provato. Ti sembra di entrare in un mondo diverso, che al risveglio non sai raccontare nemmeno a te stesso. Potrebbe essere il paradiso, ma più probabilmente è un altro luogo.

In ogni caso, avevo visto uomini migliori di me partire e non tornare, ed ero determinato a non seguirli. Così mi ero chiuso in una cella col mio Eymerich tascabile e il flagello. Quando i miei nervi cominciavano a tendersi e a chiedere il frutto del papavero, io cercavo di strapparmeli a nerbate. Poi il dolore mi teneva sveglio tutta notte e un po’ d’oppio dovevo prenderlo comunque, per non impazzire. Vedevo le pareti della cella stringersi intorno a me, e pensavo alla giungla. Sentivo di diventare sempre più debole, e vedevo gli idoli diventare sempre più forti – stavo sbagliando metodo, evidentemente.

Goa, fottuto posto. Ma ognuno ottiene quello che vuole, alla fine. Io volevo una missione; e per scontare i miei peccati me ne assegnarono una davvero speciale; una volta conclusa, non ne avrei volute altre.

Non posso raccontarvi tutto, naturalmente. Ricevetti un invito a pranzo che non si poteva rifiutare. Mi buttai sotto un getto d’acqua gelida per togliermi la giungla dalle palpebre, e nel giro di un paio d’ore ero di nuovo un domenicano nel suo saio pulito e bianconero, al cospetto dell’Inquisitore Generale.

Si era fatto arredare un bell’ambientino, nel palazzo di un Khan locale. Il disprezzo per gli idoli, le vacche sacre in particolare, lo manifestava facendone arrostire generose porzioni per gli ospiti.
“Buongiorno padre”.

“Buongiorno fra Marcelo. Ha già conosciuto il Generale?”

“No padre, non di persona”.

“Lei ha lavorato molto in autonomia, è vero?”

“Sì padre, è così”.

“Nel suo dossier si parla di un paio di autodafè nei distretti a nord di Goa”.

“Al momento mi dichiaro non disponibile a parlarne, padre”.

“Lei non ha già lavorato per l’Inquisizione?”

“No padre”.


“Non ha bruciato tre idolatri e due musulmani in un villaggio a venti leghe da qui?”

“Non… non mi risultano le attività da lei menzionate. Né sarei propenso a parlarne qualora tali attività…”

“Cos’è quel brutto taglio sul collo?”

“Un incidente di pesca durante le attività ricreative, Padre”.

“È profondo. Sembra un gatto a nove code. Lei fa uso del gatto a nove code nella sua cella?”

“No padre”.

“Lo sa che è proibito?”

“Certo padre”.

“Va bene, si sieda. Ha l’aria di uno che digiuna da un mese. Vediamo quello che abbiamo qui. C’è dell’arrosto, di solito è buono. Ma se vuole provare i crostacei, non dovrà fornirci ulteriori prove di coraggio”.

“Grazie, padre”.

“Mi serve nel pieno delle forze. Ha mai sentito parlare di Francisco de Jasso Azpilcueta Atondo y Aznares de Javier?”

“Nato in Navarra nel 1506, al collegio fu compagno di cella del fondatore dell’ordine noto come Compagnia del Gesù, Íñigo López Loiola. Inviato da questi a Goa nel 1541 su richiesta di sua maestà il re del Portogallo, estese l’opera di evangelizzazione delle Indie fino a Malacca, alle Molucche e a Cipango, battezzando milioni di indigeni e compiendo centinaia di prodigi…”

“…Non tutti risultanti al nostro Sacro Ufficio. Vada avanti”.


Convertili tutti, Dio riconoscerà i suoi
“Nel 1552, desideroso di portare il messaggio di Nostro Signore Gesù Cristo nell’impero della Cina, parte su una giunca diretta all’estuario del fiume delle Perle, ma muore di febbre nell’isola detta di Sanclan. Dio dà, Dio toglie, Dio sia benedetto”.

“Amen. Tutto qui, figliolo?”

“Più o meno sì”.

“È sicuro di non aver sentito altre voci?”

“Niente di rilevante, padre”.

“A proposito di un padre gesuita che addentrandosi nel fiume delle Perle con un carico di fucili, avrebbe portato la coltivazione del papavero nel cuore del Guangdong?”

“Lo apprendo da voi, padre”.

“Francisco Javier è stato uno dei migliori pastori che la Chiesa abbia mai inviato nelle Indie. Un cavaliere e un santo. Spiritoso, intelligente. Ma in un qualche modo non riusciva ad accontentarsi. Lo avremmo voluto più spesso presso di noi, a Goa. Come sa, c’è tantissimo lavoro da fare per le anime dei sudditi indiani del Re, senza andare in capo al mondo. Sappiamo che lo stesso Loyola gli aveva chiesto di fermarsi. E invece… le Molucche, e poi il Giappone, e poi… la giungla. Lei conosce la giungla, fra Marcelo?”

“Ci sono stato”.

“Poi però ha dovuto andarsene… ha conosciuto i tormenti dell’ulcera, mi hanno detto”.

“Cibi troppo speziati”.

“Che altro ha conosciuto?”

L’orrore.

“Si sta ancora curando?”

“No, padre, sono guarito”.

“Me ne rallegro. Stavo dicendo… quando Francisco si addentrò nel Fiume delle Perle, le sue lettere cominciarono ad apparirci… insane. Abbiamo pertanto stabilito di non divulgarle. Eccole qui”.
Con le stesse mani con cui aveva affettato il manzo, mi porse un pacchetto. Se non si stava prendendo gioco di me, dentro c’erano missive inedite di Francisco Javier, l’uomo che aveva in pochi mesi procurato alla chiesa cattolica più anime di quante gliene avesse perse l’immondo Lutero in trent’anni. A Roma si parlava già di beatificarlo.

“A quel che ci risulta, ha rilevato un latifondo nell’entroterra. Dirige una vera e propria impresa commerciale, che rifornisce di oppio i mercati di tutta la Cina meridionale. Gli affari vanno così bene che i prezzi sono crollati persino qui a Goa, ne avrà sentito parlare”.

L’orrore.

“Devo darle un’altra informazione inquietante: pare che i suoi contadini lo temano e lo venerino. Eseguono ogni suo ordine, anche il più assurdo. Nella giungla, come sa, il bene e il male si intrecciano in modi che ancora non capiamo. In mezzo a quegli idolatri persino il più santo degli uomini può essere tentato di credersi… Dio”.

“Dio?”

“In ogni uomo c’è un punto di non ritorno. Francisco Javier è andato oltre, ed è ormai evidente che sia del tutto impazzito”.

Che cosa volevano da me?

“La sua missione consiste nel risalire il Fiume delle Perle a bordo di una giunca. Ottenere un permesso per entrare nel territorio dell’Impero è molto difficile, e in ogni caso non intendiamo dare nell’occhio. Pertanto indosserà gli abiti di un bonzo. Lungo il tragitto raccoglierà informazioni. Una volta trovato padre Francisco deve infiltrarsi nella sua impresa e… porre fine al suo comando”.

“Porre fine a… padre Javier?”

“Quell’uomo è ormai completamente fuori controllo. Porre fine con estrema determinazione. Ha capito, sì?”

“Sì, padre”.

Da un po’ stava armeggiando con un attrezzo di cui avevo sentito già parlare, senza averlo mai visto. Una cannuccia di legno con un minuscolo fornellino all’estremità. Ora che finalmente all’interno aveva preso fuoco qualcosa – spargendo nella stanza un odore non sgradevole – si mise in bocca l’altra estremità. Sembrava che succhiasse.

“Lei non fuma, vero figliolo?”

“Mi perdoni?”

“Un po’ la invidio. È un vizio nuovo, che ci arriva dalle indie occidentali. Un’alternativa assai più sana al masticare oppio. Vuole provare?”

“Grazie, no”.

“Le sarà chiaro, fra Marcelo, che questa missione non esiste. Francisco Javier è morto nel 1552 di febbre sull’isola di Shangchuan, dopo aver convertito milioni di fedeli. Nelle Indie tutti parlano dei suoi prodigi. Dio l’assista”.

“Sempre sia lodato”.

Quando accettai la missione non ero certo un educando. Quante persone avevo già ucciso? Cinque, sei? Avevo ancora addosso l’odore di bruciato delle loro carni sul rogo. Stavolta però si trattava di uccidere un santo. Accettai la missione: che altro potevo fare? Ma non sapevo ancora come mi sarei comportato al suo cospetto.

(Continua…)

martedì 29 maggio 2018

Ma come? Era solo un piano B!

"Ma guarda un po' chi si vede".

"Rieccoci".

"Sì ma stavolta è diverso, stavolta ero io che ti stavo cercando".

"Rieccoci".

"Sì, sì, fai pure il furbo, stavolta non mi freghi, stavolta ho studiato e parecchio e ho ben chiaro il nocciolo della questione".

"Rieccoci".

"Quindi stammi a sentire: sai quei soldi, quei totmila miliardi che ti devo? Beh, non credo proprio che te li darò".

"Rieccoci".

"Del resto l'hai sempre saputo".

"Rieccoci".

"Lo sapevano quelli che me li hanno dati, lo sapevi tu quando hai comprato il mio debito. Non hai mai veramente pensato di riaverli indietro, no?"

"Rieccoci".

"Tutto quel debito, te lo sei preso soltanto perché credevi che così mi avresti tenuto per le palle, per quanto? Per sempre? Avrei sempre dovuto inginocchiarmi e portarti rispetto, vero? Avrei dovuto usare la tua moneta, rispettare le tue normative, eleggere governanti che ti stessero simpatici, eccetera eccetera, beh, sai cosa ti dico? Io sono un popoloso Paese del Mediterraneo e ti dico: vaffanculo".

"Rieccoci".

"Vaffanculo te e vaffanculo il tuo debito, che poi è il mio, ma tanto non te lo pago più e quindi non esiste. Mi faccio governare da chi mi pare, e se domattina mi vien voglia di stampare coriandoli e usarli come moneta, perché no? Sono un popolo sovrano".

"Rieccoci".

"L'hai capito o no, vecchio rintronato?"

"Rieccoci".

"Quindi adesso me li presti quei venti euro?"

"No".

"Ma come no".

"No".

"Ma senti, non l'hai capito? Era solo tutta una scena... stavo facendo la voce grossa perché tutti vedessero che non ho perso l'orgoglio... ne ho bisogno, capisci? Secondo te voglio veramente usare i coriandoli come moneta?"

"Rieccoci".

"Ma no, dai, mi vedi? Sono un economista stimato, non avrei mai... è solo un bluff, l'hai capito benissimo che è un bluff, no? Lo chiamo piano B, ma figurati se davvero voglio... cioè non sono uno scemo, no? No?"

"Rieccoci".

"Ma scusa eh, ma siamo in due su questa barca, no? Se io faccio un bluff, tu potresti anche far finta di crederci".

"Rieccoci".

"E poi cosa vuol dire il tuo ritornello, stavolta, rieccoci, neanche tutto questo fosse già successo, è già successo?"




martedì 22 maggio 2018

Chi vuol essere Presidente


Stavo pensando che tutto sommato non si sta poi così male così, e se siete d'accordo si potrebbe anche andare avanti per un po'...

ANNO IV DELL'ERA GENTILONI

Drin Drin

"Pronto".

"Pronto, qui è la segreteria della Presidenza della Repubblica. Parlo col signor Abrami Davide?"

"Oh cazzo".

"Deve rispondere  o No, è la procedura".

"Beh, allora..."

"E deve dire la verità".



"...sono io, sono Abrami Davide".

"Molto bene. L'avvisiamo che dopo un attento esame del suo curriculum..."

"Io non ho mandato nessun curriculum".

"Li scarichiamo direttamente dalla rete. Mi faccia eseguire la procedura. Dopo un attento esame del suo curriculum, lei è stato indicato dai partiti della maggioranza parlamentare come Presidente del Consiglio in pectore. Congratulazioni!"

"Mi posso ritirare?"

"Ovviamente no. Ha visto quel che è successo a Nizzoli Gianfrancesco?"

"Che figura, poveraccio".

"Si era inventato una laurea in medicina, adesso secondo lei quando l'hanno indicato non avrebbe preferito ritirarsi? Ma non si può più".

"Non si può più".

"No".

"Ma perché?"

"Secondo lei?"

"Senta, io non scrivo un curriculum da quindici anni, non ho la minima idea di cosa posso..."

"Il suo curriculum è divertente, ci ha messo anche l'erasmus e l'interrail, piuttosto mi preoccuperei del suo conto, di alcuni bonifici verso il 2005".

"Il 2005? Mi stavo sposando, può darsi che... i miei genitori".

"Molto generosi. Suo padre aveva una piccola attività, mi pare?"

"Sì ecco, faceva l'idraulico"

"Come dice? Non sento".

"L'idraulico".

"BenissiMAHAHAHAHA AHAHAHAHAHAH AHAHAHAHAHAH AHAHAHAHAHAH".

"Mi scusi..."

"No, scusi leiAHA AHAHAHAHAHAHAHAH L'IDRAULICOAHA AHAHAHAHAHAH".

"Questo non è previsto dalla procedura, immagino".

"No, no, la procedura prevede che già in questo momento tutti i suoi dati sensibili siano inviati a tutti gli organi di stampa. Lei è un personaggio pubblico, adesso".

"Ma mio padre..."

"Di solito cominciano a metterla sulla graticola verso le sei del mattino, deve pensare che anche durante la notte ci sono redazioni al lavoro, anche negli USA, sa col fuso orario..."

"Ma che gli frega agli americani di mio padre..."

"Si stanno appassionando, è un format di successo, prima o poi lo esporteremo. Passeranno ai raggi X tutta la sua mediocre carriera, e ovviamente i bonifici non resteranno inosservati. Lei naturalmente può dimostrare che suo padre non stesse adoperando il suo conto corrente per nascondere fondi in nAHAHAHAHAHAHAH AHAHAHAHAH".

"È cardiopatico, perché volete fare questo? Avrà fatto i suoi errori, ma alla sua età... un po' di pietà..."

"Con Renzi l'hanno avuta? Domani verso quest'ora l'avviserò che, per cause di forza maggiore, i partiti della maggioranza hanno deciso di ritirare la sua candidatura e di infierire su un altro poveretto scelto a caso".

"Tutto questo è assurdo".

"Non più di tanto. No. I partiti della maggioranza non vedono l'ora di installare in Italia un governo di Rettitudine e Onestà, e lo faranno, non appena avranno trovato in tutta la nostra penisola un uomo Veramente Onesto, almeno uno".

"Nel frattempo..."

"Nel frattempo resta Gentiloni. La saluto. La telefonata le sarà addebitata, sono cinque euro più due di IVA, totale sette euro".

sabato 18 giugno 2016

Perdere Roma per vincere cosa

"Ciao Leonardo".
"Ciao, scusami".
"Di cosa?"
"Insomma, ti piombo così in casa senza preavviso e..."
"Ma figurati, è anche casa tua".
"Ma hai capito chi sono io?"
"Certo".
"Io sono te".
"Quel taglio non ti dona".
"Non capisci... io non sono semplicemente una copia di te stesso, io..."
"Tu vieni dal futuro".
"Da cosa lo hai capito?"
"Sei più brutto".
"Mi dispiace".
"Ma figurati, è colpa mia. Dovrei cominciare una dieta sul serio, uno di questi giorni".
"Lo dici sempre".
"Già".
"Senti, avrei tante cose da dirti su di noi, ma il tempo stringe, in tutti i sensi, e non è questo il motivo per cui sono qua. Se ho calcolato bene dovrebbe essere..."
"Diciotto giugno 2016".
"Sta per avvenire la singolarità. Tra poche ore avverrà qualcosa che avrà un effetto..."
"...catastrofico sulla storia dell'umanità?"
"Come hai fatto a capire?"
"Di solito i viaggi nel tempo si fanno per motivi importanti".
"Non ti ricordavo tanto sveglio".
"Mi hai sempre sottostimato".
"Forse. Senti, nel mio presente siamo disperati. Le speranze di cambiare qualcosa sono minime, pure bisogna tentare in ogni modo. Tra poche ore a Roma..."
"...si apriranno i seggi per il ballottaggio".
"Già..."
"E vincerà la Raggi".
"Ma la vuoi piantare? Sono io quello dal futuro".
"Hai ragione, scusa, il fatto è che..."
"Lo sai che sei insopportabile? Te l'hanno mai detto che sei insopportabile?"
"In tanti, ma se lo dici tu è diverso".
"Dunque. Cosa stavo dicendo. Vincerà la Raggi, con un largo margine, e questo avrà ripercussioni fatali".
"Bene. Cioè, no, male".
"Vuoi tirare a indovinare queste ripercussioni?"
"Beh, immagino che la città, governata da un pugno di incapaci eterodiretti, andrà al collasso".
"Proprio così".
"Salvo che è già al collasso, cioè, non credo che uno si metta a collaudare i viaggi nel tempo per dirmi che il traffico sulla Prenestina..."
"Un'epidemia di peste ti può bastare?"
"Ecchecazzo, la peste?"
"Ora non ricordo bene, ma credo che già ai tuoi tempi si chiacchierasse del fatto che c'erano parecchi topi, laggiù".
"E quindi insomma alla fine il Movimento Cinque Stelle è crollato?"
"Il che?"
"Il Movimento Cinque Stelle, quello che governava Roma..."
"Ah già, me l'ero praticamente dimenticato. Nessuno ne parla più".
"E Renzi?"
"Renzi guida un esecutivo di emergenza con poteri speciali".
"Insomma, perdere a Roma è stato davvero un investimento".
"Non scherzare, per favore. Centinaia di migliaia di morti".
"Poi ha vinto le elezioni, immagino".
"Non... non si fanno più".
"Non si fanno più?"
"Un plebiscito ogni tanto".
"Ahi".
"E in più la peste".
"Ok, insomma, ho chiaro il messaggio, il me del futuro dice che bisogna votare Giachetti passaparola".
"Siamo disperati".
"Sì, sì, certo".
"Non ti sento molto empatico".
"Hai ragione, scusa, è che... come faccio a spiegarti senza turbare il continuum spazio-tempo..."
"Guarda che sono io quello dal futuro".
"Lo so".
"Sono io che turbo il continuum".
"Lo so, però vedi... è appena stato qui il mio io del futuro".
"Eh? Sono io il tuo io del futuro".
"Di un altro futuro".
"Stai scherzando?"
"È per questo che non sono affatto sconvolto, vedi... tu sei già il secondo, oggi, comincio a farci l'abitudine. Lui veniva dal futuro in cui io e te a questo punto ci facevamo un selfie, poi un video, li mettevamo su fb, si attivava un passaparola pazzesco e alla fine Giachetti vinceva le elezioni".
"Fantastico!"
"Con poteri speciali per sterminare i topi".
"Quindi ha funzionato!"
"Anche troppo".
"In che senso?"
"Un mix di veleno per roditori filtrerà nelle condutture idriche e renderà l'urbe inabitabile".
"Perché adesso che cos'è?"
"Non scherzare. È una cosa seria. Miliardi di danni. Migliaia di morti".
"Sempre meglio della peste".
"Pare di no, visto che hanno deciso di inventare la macchina del tempo e a mandare il me stesso del futuro ad avvisarmi, un'ora e mezza prima che arrivassi tu".
"Aspetta. Aspetta. Qualcosa non va".
"Lo dici a me? Mi state facendo perdere un pomeriggio. E a me Roma neanche piace".
"Io non dovrei essere qui".
"Cioè bella, per carità. Ma non ci vivrei".
"Concentrati. Se tu davvero hai ricevuto una visita da quel me stesso del futuro... il futuro è cambiato".
"Già".
"Giachetti ha vinto le elezioni e io... non dovrei essere qui".
"In effetti quell'altro non era sicurissimo che saresti arrivato. Nel suo futuro i cronoviaggi sono una cosa nuovissima, non si è ancora capito come funzionano".
"Anche nel mio".
"Dunque tu arrivi da una linea temporale che in teoria non esiste più, perché è stata cambiata".
"Appunto".
"Ma forse non è affatto cambiata. Forse alla fine ha vinto la Raggi".
"E allora non sarebbe dovuto arrivare quell'altro".
"Infatti a un certo punto si è dissolto e... scusa, chiamano al citofono".
"Chi è?"
"Perdio, no".
"Un altro di noi?"
"Dice che bisogna assolutamente evitare che al ballottaggio vinca la Meloni".
"La Meloni?"
"Deve aver sbagliato linea temporale".
"Eh, diglielo".
"Parlagli tu che sei più esperto... ma senti, ma proprio me dovete venire a disturbare, tutti quanti? Dovreste pure saperlo che giugno è un casino".
"Ssst, non capisco cosa sta dicendo quell'altro".
"Ci sono gli esami, gli invalsi, mi ha appena chiamato il Caf che c'è da riaprire la dichiarazione dei redditi, e adesso pure cambiare il futuro. Non posso fare tutto io sempre".
"Vuoi star zitto? Sembra che abbiamo fatto un casino".
"Voi lo avete fatto. Io oggi non ho combinato niente".
"Ancora no, ma... senti, se ho ben capito quel che sta succendendo ora io mi dissolverò".
"Meno male".
"E sarò sostituito da una versione di me che ha le istruzioni per trapiantare un nuovo cuore a Berlusconi".
"Che c'entra Berlusconi, adesso?"
"Pare che in una linea temporale fino a qualche tempo fa abbastanza improbabile, Berlusconi sia l'unico in grado di sconfiggere la tirannide di un Renzi-re-dei-topi geneticamente modificato".
"Ah, ok, sto sognando".
"Mi sento mancare... concentrati, ti prego".
"Dimmi almeno chi ha vinto l'europeo".
"L'Ibernia".
"La che?"
"Forse abbiamo sottovalutato l'effetto papillone".
"Intendi l'effetto farfalla?"
"Cos'è una farfalla?"
"Ora mi sveglio".

giovedì 3 dicembre 2015

Non andremo in pensione a 75 anni (e lo sappiamo)

Con tutto il rispetto per il presidente Boeri, sappiamo tutti che non andrà così. Non andremo in pensione a 75 anni. 

Oddio, qualcuno ce la farà. Qualche stakanovista, qualche assenteista - buffo come gli estremi si incontrino. Ma la maggior parte di noi non andrà in pensione a 75 anni, e lo sappiamo. Voglio dire, basta guardarsi attorno.

Vedete molti colleghi di 74 anni?

E allora lo avete capito anche voi. Non ci succederà di andare in pensione a 75.

Cosa ci succederà?

Continuate pure a guardarvi attorno. Prima o poi bisogna cominciare. È fastidioso, è proprio questo il punto. Malattie, congedi, prepensionamenti, a parlarne sembra quasi che tu abbia poca voglia di lavorare. Ed è proprio in quel momento che arriva la mazzata.

C'è qualcosa che non va.

Fai più fatica ad alzarti, ti addormenti prima. C'è un dolorino che non passa. Un po' di pelle si desquama. Ma soprattutto c'è un bambino nel cervello che continua a ripeterti che non è niente, non è niente, puoi farcela, sei immortale. È quello che ti frega, in molti casi. Coi dolorini puoi venirci a patti, negoziare paci separate. Ma quel bambino prima o poi ti fa commettere un'imprudenza. Esci senza sciarpa. Oppure fuori piove ma fanculo, prendo la bici lo stesso.

Ti rompi un femore, resti a casa.

Ne approfitti per riposare, perché diciamocelo, negli ultimi tempi eri un po' esaurito. Torni dopo un mese e senti qualcuno che mormora. Te la sei presa comoda, hanno dovuto sostituirti, certo, è stato un incidente, però anche tu, in bici alla tua età, non hai giudizio. I colleghi ti guardano strano - cioè, strano. Ti guardano. Prima non ci facevi caso.

Il capo deve farti un discorso.

Con la tua assenza hai fatto perdere tempo a tutti, per cui adesso ci si aspetterebbe da te un po' più di impegno. Oppure, se proprio non ce la fai...

Come sarebbe a dire che non ce la fai? È il tuo mestiere, hai dovuto fermarti per un incidente, ma...

Ma non sei più produttivo come prima.

Ma stanno scherzando? stai facendo esattamente quello che facevo prima! (il bambino nella testa è molto incazzato)

Si vede che non basta più. Mettiamola così. Prima dell'incidente davi un certo affidamento. Nel meccanismo generale eri un pezzo magari un po' usurato, non abbastanza perché qualcuno si desse la pena per immaginare come sostituirti. Poi è successo qualcosa. Hai cominciato a sanguinare. Lo sai cosa succede intorno a te quando cominci a sanguinare?

C'è gente che ha fame.

Sono giovani.

Tu sanguini.

È stato solo un incidente!

Il bambino nella tua testa ha paura. Forse non sei così immortale dopotutto.
Ti guardi intorno. Di chi ti puoi fidare? Bisogna anche stare attenti a non diventare paranoici. Dovrai lavorare un po' di più e fargliela vedere. Peccato che

non ce la fai a lavorare di più.

Dieci anni fa, magari, ma adesso no. La famiglia si è presa i suoi tempi, e anche la salute reclama i suoi. Se tiri troppo una corda si spezza - tutte queste corde, poi, neanche le vedevi fino a qualche anno fa. E adesso devi calibrare tutto al centimetro. Se prendi un permesso per una visita medica, qualcuno mormorerà. Se smetti un'abitudine per risparmiare il tempo e il denaro, poi sarai nervoso per mesi e mesi. Litigherai con qualcuno che a tempo debito te la farà pagare. Insomma è dura e dopo un po' - senza neanche accorgertene, sei a casa di nuovo. Malattia.

Si sta bene a casa in fondo.

Certo, a voler pensare a quel che ti aspetta quando torni, i colleghi che ti odiano, il capo che ti vuole fuori dai piedi... però non è che ci devi pensare per forza. Sei malato. Devi concentrarti su te stesso.

Quando torni, non li guardi neanche più. Separare gli amici dagli ipocriti è già troppa fatica. Ti vogliono fuori dai piedi? Devono avere almeno il coraggio di dirtelo.

Nel frattempo ti hanno cambiato posto. Sembra che qualcuno si sia messo d'impegno ad affidarti tutti quei progetti che nessun altro voleva. Nessuna volontà punitiva, ti spiegano. È solo che tu non c'eri e gli altri si sono presi lo spazio. Ma se riesci a resistere fino alle ferie... ah, e poi devo dirti che non puoi sempre andare in bagno alle dieci. La gente mormora.

La gente cosa? È da quando lavori qui che vai in bagno alle dieci. È un tuo diritto! E anche se non lo fosse, è il tuo corpo. Non puoi sostituire quella parte del corpo che ha bisogno di andare in bagno alle dieci. Ma insomma è mobbing questo? Ti stanno mobbizzando?

Ma no.

È solo che sanguini.

E loro hanno fame.

Va bene. Però in pensione non puoi ancora andarci. Se ci vai adesso, prendi una miseria.

Il capo ti vuole parlare.

Quel progetto lì, è andato da schifo. I clienti si sono lamentati.

Certo che è andato da schifo. Tanto per cominciare non era tuo, te l'hanno appioppato quando sei tornato dalla convalescenza. Grazie alla tua esperienza hai ridotto i danni, ma -

C'è un reclamo scritto.

Lo sa che non è obbligato a lavorare con noi, vero? e lo sa che non siamo obbligati a tenerla.

Allora, questa è una porcheria. Una grossa porcheria. Non hai fatto niente di male. Hai lavorato più di tanti altri qui dentro. Ti vogliono punire soltanto perché...

Dillo.

Stai invecchiando?

Puoi stringere i denti e andare avanti. Ma per quanto? Dieci anni? Cinque? L'hai capito almeno che il tempo non è una linea retta? Potresti ammalarti sul serio. Forse sei già ammalato sul serio. Una cosa è certa.

A 75 anni non ci arrivi.

Vabbe', che posso dirti, a me stavi simpatico. Mi dispiace per come ti hanno trattato i colleghi, e anche il capo, davvero - non farmelo dire. Fortuna che queste cose a me non succedono. Sai che non vado mai in mutua io. Certe volte sono andato al lavoro con trentasette e sette. Anche adesso, la mattina prendo la bicicletta, anche se piove -

giovedì 27 agosto 2015

L'impatto ambientale del nazismo, e altre tesi interessanti

Estat ai en greu cossirier 
per un cavallier q'ai agut, 
e voill sia totz temps saubut 
cum eu l'ai amat a sobrier...

L'incubo iniziò un paio d'anni fa. Mi sentivo così giovane e cinico. Stavo cercando di vincere una borsa di studio con un progetto che mi sembrava geniale: una proiezione distopica su un'Europa nazista di fine XX secolo. Hitler aveva vinto, ma ormai era solo un ricordo. Quello che invece non era più nemmeno un ricordo, era la storia dei popoli che aveva sterminato. Ebrei, Rom, Sinti, scomparsi da tutti i documenti. Una cosa del genere era fattibile, da un punto di vista tecnico?

Mi ero tappato in casa per tre mesi, mi ero fatto sbloccare l'accesso a paper dimenticati di oscure facoltà della bassa Sassonia e della Cisgiordania. E un radioso mattino d'aprile ero andato a presentare il progetto al professor Arci. Avevo riempito la borsa di scartoffie più o meno pleonastiche, per darmi un tono - in realtà il grosso dei documenti era on line, ma non era escluso che il professore volesse dare un'occhiata.

Non volle.

(Questo pezzo potrebbe essere considerato persino offensivo se non partecipasse, come fa, alla Grande Gara degli Spunti! - prosegue la traccia di Nessuno si ricorda dei Catari Se vuoi provare a capirci qualcosa, leggi qui. Puoi anche controllare il tabellone).

"Molto interessante", disse, con l'aria di chi guarda per la terza volta il film delle vacanze del cognato. "Ma se vuole approfondire l'argomento, c'è un lavoro che potrebbe esserle d'aiuto... credo sia dietro di lei".

Mi stava indicando una pila di tomi sulla mensola di fronte a lui. Una tesi in tre volumi. Il titolo sulla costa: L'EUROPA NAZISTA NEL 2000: UN'IPOTESI ECOLOGICA, mi colpì come un gancio allo stomaco. Soffocai un gemito a stento.

"È un lavoro molto serio, l'abbiamo discusso lo scorso semestre".
"Cioè in pratica la mia idea... è già stata presa".
"Beh, sì, come tutte le idee del resto. Non faccia quella faccia. E comunque no, ora che ci penso non è proprio la stessa idea, l'autore si soffermava soprattutto sull'impatto ambientale del nazismo. L'idea centrale è: se avessero vinto, i nazisti avrebbero distrutto il loro habitat naturale più o meno di quanto abbiamo fatto noi? In altre parole: dal punto di vista della natura, chi avrebbe dovuto vincere la guerra? Una domanda molto cinica, ma anche molto interessante".

Ogni volta che diceva "interessante", sembrava perdere qualche anno di vita. In uno dei WC del dipartimento c'era una sua caricatura che fissava lo scarico. Era impossibile pisciare senza leggere ogni volta la nuvoletta che diceva: "molto interessante".

"E la risposta?"
"Mah".
"La risposta è Mah?"
"Certo, che si aspettava?"
"Un sì o un no".
"Capisco. Ma un Mah è già parecchio, considerata la domanda. Lei pensa sul serio che un dottorando possa sostenere una tesi in cui dice: sì, l'impatto ambientale del nazismo sarebbe stato inferiore a quello dell'American Way of Life, dal momento che prevedeva la reintroduzione della schiavitù e una classe media di dimensioni assai più ristrette e dallo stile di vita più spartano? Meno automobili, meno bistecche, meno campi da golf, meno monossido di carbonio..."
"Ma le autostrade tedesche..."
"Ottima obiezione. Hitler partì dalle autostrade. Ed era culo e camicia con gli industriali. Per cui in effetti forse l'Europa nazista si sarebbe motorizzata peggio della nostra, va' a sapere. Quindi la migliore risposta al nostro interrogativo è: mah. Invece la tesi che dovrebbe consultare è di un paio di anni fa, la trova due mensole più in alto".

(STORIA DELL'EUROPA SENZA EBREI: UN'IPOTESI DISTOPICA).

"Un lavoro mirabile", continuò. "L'autore ha finto, con indubbio cinismo, di essere uno storico nazista alle prese col problema di cancellare le tracce di presenza ebraica in Europa dal Rinascimento in poi. Se n'è uscito con un paio di soluzioni veramente brillanti. Non credo che un nazista vero ne avrebbe trovate di migliori".
"Questa è... è esattamente la tesi che volevo scrivere io".
"Ma no, non esattamente. Lei ha menzionato anche i Rom e i Sinti, se non erro".
"Sì, ma..."
"E la consiglio di aggiungere anche qualche altro dettaglio, che so, gli affetti da sindrome di Down. I nazisti avrebbero fatto perdere ogni traccia della loro esistenza, ci rifletta".
"Ma in generale non è che abbiamo tantissime tracce della loro esistenza, nei secoli precedenti".
"Già. E comunque se ricordo bene una tesi del genere l'abbiamo discussa tre anni fa..."
"È sulla mensola più in alto?"
"No, no. Ma non si abbatta così. Pensava sul serio di avere avuto un'idea originale sul nazismo? Tutti vogliono fare i nazisti alla sua età. È una gara a chi è più cinico. Immagino che funzioni con le ragazze".
"Io ero soprattutto affascinato dall'idea che la Storia si possa riscrivere".
"Già, beh, ripartiamo da qui. Potremmo invertire i fattori. Immaginiamo per una volta che la guerra l'abbiano vinta gli Alleati..."
"Professore..."
"Lo so. È esattamente quello che è successo. Ma immaginiamo che ne abbiano profittato per cancellare qualche genocidio, proprio come avrebbero fatto i nazi".
"Un genocidio? Ma chi avrebbero dovuto massacrare, scusi".
"Ovviamente non lo sappiamo. È un popolo completamente cancellato dalla nostra Storia. Le sembra assurdo?"
"Sì, abbastanza assurdo".
"Ma mi stava per proporre una tesi in cui i nazisti facevano la stessa cosa".
"Beh, ma i nazisti..."
"Non erano superuomini. Non avevano basi sul lato oscuro della luna. Vuole essere cinico davvero? Immagini che i nemici dei nazisti siano stronzi quanto loro. Che la storia dei genocidi l'abbiano iniziata loro, prima del Quaranta. Trovi qualche popolo svanito nelle pieghe della Storia, che so, i Circassi".
"I circassi sono stati massacrati dallo Zar".
"Ah davvero? Va bene, s'inventi un popolo. Gli iperborei. Una minoranza etnica da qualche parte in Europa".

La strana filastrocca di mia nonna mi tornò in mente in quell'esatto momento.

"Gli occitani".
"Perché no? Salvo il piccolo particolare che esistono ancora, e quindi non possono essere stati sterminati".
"Quelli che esistono ancora hanno rimosso. Sono stati sterminati i loro... i loro nemici di sempre".
"Questo è interessante".

Lo disse con un tono completamente diverso.

"Gli occitani di fede catara", continuai.
"A quelli ha pensato l'Inquisizione, no? Nel tredicesimo secolo".
"Questo è quello che ci hanno fatto credere".
"Ecco. Questo è davvero interessante".
"In realtà erano sopravvissuti. In alcune roccheforti tra le Alpi e i Pirenei".
"E poi?"
"E poi... la Guerra dei Cent'Anni".
"Saranno stati dalla parte degli inglesi".
"E poi con gli ugonotti".
"In realtà una buona parte di quelli che chiamiamo "ugonotti" erano Catari".
"E la Rivoluzione francese?"
"Erano girondini ovviamente. Ma in Vandea esagerarono".
"C'è una tesi sull'argomento che posso consultare?"
"No, che io sappia. Nessuno dei miei studenti mi ha mai proposto una tesi del genere".
"Dovrebbe proporgliela".
"Già, sarebbe finalmente qualcosa di diverso",
"Di interessante".
"Ci pensi su. La vedrei volentieri la prossima settimana".
"Non sapevo che ricevesse anche la prossima settimana".
"Non lo sa nessuno. E se lo tenga per lei".

Il mio incubo iniziò così.

...ara vei q'ieu sui trahida 
car eu non li donei m'amor, 
don ai estat en gran error 
en lieig e qand sui vestida...

Se vuoi proseguire in questo futuro distopico in cui i nazisti hanno perso contro nemici persino più stronzi di loro, assumitene le responsabilità e vota per L'impatto ambientale del nazismo, che oggi si batte ai quarti contro quella schifezza zombovegetariana. Puoi cliccare sul tasto Mi Piace di Facebook, o scrivere nei commenti che questo pezzo ti è piaciuto. Grazie per la collaborazione, e arrivederci al prossimo spunto.

domenica 23 agosto 2015

Il telecomando di Yasir

I primi sospetti Yasir li aveva avuti a fine maggio, quando i compagni di quarta fila avevano cominciato a presentarsi al mattino in classe con una strana espressione svagata e dolce. Per qualche giorno aveva temuto che si fumassero qualcosa; soprattutto che si fumassero qualcosa senza fargliela provare. Ma no: arrivavano alla spicciolata, quasi tutti col fiatone per un autobus perso o una volata in bicicletta: capelli arruffati e occhi semichiusi, non del tutto rassegnati alla luce di un sole già parecchio alto. Alla fine Yasir aveva capito: sognavano il ritorno.
Il primo a confessare era stato Taverniti : la ***** della sorella lo aveva interrotto nel bel mezzo di un ***** di sogno di mare, ma non un mare del ***** qualunque come ne avete anche voi nei vostri buchi *******, no: si trattava di uno specifico litorale calabrese che Taverniti riusciva a sognare meglio che al cinema, con l'odore della brezza e persino il ruvido degli scogli sotto i piedi, ******* di una ****** e ******! Ché se li sentiva ancora sotto le suole!
“Ma se non fate un po' di silenzio laggiù... Taverniti!”
“Sipprof?”
“Taverniti, tu hai un'idea benché minima di ciò di cui stiamo parlando?”
“...”
“E tu invece di che parlavi?”
“Calabria, prof”.
“Calabria, interessante. Capoluogo?”
“...”
“Vedi, Taverniti? Tu riesci a prendere un quattro anche sulle cose che t'interessano”.

Taverniti in realtà non ignorava il nome e l'ubicazione del capoluogo calabro (Catanzaro), ma neppure sotto tortura lo avrebbe riconosciuto, a causa delle fiere origini reggine; in ogni caso il racconto del suo sogno aveva infranto l'omertà. La mattina dopo Qu Ti aveva dettagliato la sua accurata ispezione onirica al Grande Mercato dove lavoravano i nonni, e dove anche lui avrebbe preso servizio per le vacanze: una distesa di bancarelle grandi come una città, con odori e sapori accessibili solo in sogno qui, sull'altra faccia del terra. A questo punto Amir aveva ammesso un volo di ricognizione notturna sull'intera Tunisia. Il solito esagerato, ma Yasir queste cose le capiva.

(Questo pezzo partecipa alla Grande Gara degli Spunti (è uno sviluppo di Non si esce vivi dalla scuola media). Se vuoi provare a capirci qualcosa, leggi qui. Puoi anche controllare il tabellone). 

Anche a lui, qualche anno prima, era capitato di svegliarsi con un indefinibile sapore sotto la lingua. Ma adesso non riusciva a sognare più niente di familiare. Da quando suo fratello, che occupava il letto superiore al suo, aveva cominciato ad agitarsi nel sonno; o forse non era effettivamente sonno, in ogni caso quando finalmente Yasir riusciva ad addormentarsi, cadeva in una tenebra di piombo che al mattino non gli lasciava più nulla.

Ma forse, con un po' d'impegno. Yasir aveva cercato di pensare intensamente al suo Paese, mentre si strofinava sul cuscino; ricordi non gliene mancavano, per esempio; i vecchi amici del cortile, gli occhi neri di Fahmida... a quel punto però il pensiero deviava immediatamente sulla foto ricordo del matrimonio che era arrivata tre mesi prima per posta, e questo non era più un ricordo. Per esempio, il tizio cicciottello in un ridicolo vestito blu che aveva sposato Fahmida nei suoi ricordi non c'era, essendo venuto giù dalla Germania apposta, per ripartire il mese successivo; ed ecco che Yasir si era già messo a riflettere sulla Germania, ottanta milioni di abitanti capitale federale Berlino, e dovrebbe farci più freddo di qui, e chissà se Fahmida le sapeva queste cose sulla Germania prima di trasferircisi? Forse avrei dovuto dirglielo un giorno, mentre giocavano a nasconderci tra gli ulivi: lo sai che la Germania è una fredda repubblica federale con capitale Berlino?

“Piantala di muoverti. Non riesco a prender sonno”.
“Sei tu che ti muovi”.
“Io ho smesso due minuti fa. Adesso sei tu”.

E insomma non era un'ingiustizia, che tutti riuscissero a sognare le vacanze e lui no? Con tutti i suoi sforzi, i sogni non lo portavano più in là del check-in all'aeroporto. A quel punto lo assaliva una tremenda necessità di pisciare, e quindi chiedeva alla madre che lo aspettassero, che ci avrebbe messo un minuto, un minuto appena, ma si sa come vanno a finire queste cose nei sogni. Appiccicato alla tazza del gabinetto c'era un insetto, che per quanto Yasir cercasse di indirizzare il getto non andava via. Quando finalmente usciva dal bagno, la famiglia non c'era più, e l'aereo era in partenza. Yasir si metteva a correre per tutto il lounge, incerto se cercare la famiglia o l'aeroplano, ormai sicuro in cuor suo che avrebbe fatto perdere le vacanze a tutta la famiglia...

“Ma la vuoi piantare! Sono le due! Sei un maiale!”
“Stavo facendo un brutto sogno”.
“Chiamiamoli così”.

Yasir aveva sempre saputo di non poter pretendere chissaché: in famiglia secondogenito, a scuola extracomunitario, un po' disgrafico e allergico al pelo di cane. Non aveva mai preteso di dettar legge a nessuno. Mai aveva trattenuto per sé il telecomando, perché uno solo era il satellite, e scegliere i programmi non spettava certo a lui. Tutto questo era nell'ordine delle cose – ma almeno i sogni erano suoi, non li divideva con nessuno; quindi perché non ne poteva scegliersi almeno quelli? Chi gli aveva nascosto il telecomando, e perché?

“Amir”.
“Dormi”.
“Amir, tu sogni mai di tornare a casa?”
“Sì, certo”.
“E come fai?”
“Come faccio cosa?”
“Come fai a sognare proprio quel sogno?”
“Non so come faccio, mi viene e basta”.
“A me non viene più”.
“E cosa sogni? La biondina della tua classe?”
“No”.
“Meno male, la devo sognare io. Dormi”.

Non importa su cosa lo si interrogasse, Amir era in grado di far entrare le ragazze in qualsiasi risposta. Yasir era spaventato da questo. Pensava: succederà anche a me?

Per ora le uniche donne che riusciva a sognare erano professoresse che lo interrogavano. Spesso era la Zenobia, che nei sogni dava più quattro che dal vero. Con altre le cose andavano meglio. Certe interrogazioni in inglese o in geografia erano anzi prodigiose, Yasir sentiva la lingua sciogliersi e pronunciava lunghi e saggi discorsi con parole che non aveva mai conosciuto, e che purtroppo dimenticava appena sveglio. Ma era bello sentirsi sapiente. A volte le professoresse iniziavano a fargli domande insidiose e personali: dove abiti? Come va con la famiglia? Ti fa sempre impazzire Amir? Ti piace la tua classe? C'è qualcosa che possiamo fare per te? Nel frattempo la classe era scomparsa, restavano solo lui e la prof in un ambiente più raccolto che forse era lo sgabuzzino dei bidelli al primo piano. Yasir non avrebbe saputo spiegare quanto questi sogni lo commuovessero. Poi però arrivava a scuola e rischiava di salutare una prof con troppa familiarità: e questa, ignara di aver assistito a una sua lunga confessione notturna, gli affibbiava note sul registro difficili da contestualizzare.

Per fortuna in famiglia avevano ben altri problemi. L'estate era vicina, sarebbe stata la più calda del secolo, e papà ancora non aveva comprato i biglietti dell'aereo. Non è prudente, diceva, c'è la guerra. La madre friggeva: quale guerra? Non c'è nessuna guerra.

“Non ne parlano, ma c'è”.
“Ci sarà qualche bomba ogni tanto, e allora?”
“Qualche bomba ogni tanto? Ti senti? Dovrei spendere tremila euro di biglietti per portare la mia famiglia in un posto dove tirano qualche bomba ogni tanto?”
Al che la madre ribatteva i tremila euro sarebbero stati a malapena ottocento se papà avesse pensato a prenotarli per tempo, e che erano tutte scuse, la guerra, le bombe: lui non voleva tornare al Paese perché non aveva il coraggio di affrontare la questione dell'eredità, il fratello che aveva approfittato della loro assenza per intestarsi l'intera proprietà, e inoltre -
“Una volta per tutte: mio fratello si può tenere tutte le proprietà che vuole! Di sicuro non faccio un viaggio di trentamila chilometri per reclamare due pollai”.
“Perché sei un debole, aveva ragione tua madre quando mi diceva che... ma si può sapere chi c'è in bagno? Yasir, sei tu?”
“Amir, forse”.
“Amir! Sei dentro da un'ora, stai male?”

Amir passava la notte ad agitarsi sul letto, e il giorno fuori e dentro il bagno, e secondo la mamma il ritorno al Paese gli avrebbe fatto bene. C'entrava forse anche un fidanzamento, ma su questo il padre era categorico: se voleva frequentare una ragazza, che se la cercasse in Italia, avrebbe avuto tutta l'estate.

In quindici anni di permanenza in Italia, Yasir non aveva mai visto suo fratello scambiare due parole con un individuo di sesso femminile, nemmeno una barista o la panettiera: e con tutta la sua più sfrenata fantasia non riusciva a immaginarselo nel ruolo di corteggiatore. Difficilmente l'estate in città avrebbe migliorato le cose. Perciò era normale che sognasse il favoloso oriente, dove le bambine s'innamorano di te a distanza, non devi parlargli, tu un bel giorno arrivi lì e sono già lì sotto il velo, pronte ad amarti per tutta la vita, questa è civiltà.

Poi le togli il velo ed è una chiatta coi baffi, hai presente la moglie di Khan?

Se trovi che questa roba abbia un senso, almeno un po' più senso di una finta saga young adult su una ragazza che incontra uno zombie, non esitare a votare per Il telecomando di YasirPuoi farlo mettendo Mi piace su facebook, o esprimendoti nei commenti. Grazie per l'attenzione e arrivederci al prossimo spunto.

sabato 22 agosto 2015

Il chiar di luna colpisce ancora

“Vi saranno inoltre areoplani-fantasmi carichi di bombe e senza piloti, guidati a distanza da un areoplano pastore. Areoplani fantasmi senza piloti che scoppieranno con le loro bombe, diretti anche da terra con una tastiera elettrica. Avremo dei siluranti aerei. Avremo un giorno la guerra elettrica.” L’alcova di acciaio, 1921 (1).
“Professor Modena, voi ritenete che esista un argomento inappellabile contro la possibilità di viaggiare nel tempo, non è vero? ”
Angelo Modena riprese fiato e tornò a fissare il suo interlocutore nella penombra del salotto. Le mani dell’uomo aderivano ai braccioli della poltrona come se ne fossero un’estensione naturale. Sembrava aver preso forma in quella stessa posizione, pochi minuti prima, mentre in cucina il professore preparava un caffè.
Una pioggia opaca sbatteva granuli di piombo sulla parete-finestra, affacciata sulla laguna. La tangenziale di Venezia era da qualche parte oltre lo smog. Più in fondo lampeggiava il faro per i dirigibili in cima all’orribile grattacielo Sant’Elia, appena inaugurato e già annerito da un catrame che sembrava secolare.

(Questo è un racconto di qualche anno fa, ambientato in un passato alternativo non molto diverso da quello di Il chiar di luna non passerà! Tutto questo partecipa ovviamente alla Grande Gara degli Spunti! Se vuoi provare a capirci qualcosa, leggi qui. Puoi anche controllare il tabellone). 
“Non sono un’allucinazione, professor Modena. Sono perfettamente reale e potrà toccarmi, se lo desidera. Ma la prego, risponda alla mia domanda. Qual è la miglior prova del fatto che i viaggi nel tempo non siano possibili?”
“Stamattina ho scritto un appunto”.
“Sul vostro diario, certamente, eccolo qui”. L’interlocutore estrasse da una tasca esterna un taccuino ingiallito, oscenamente logoro. “Tre febbraio 1929. Ho ritrovato una vecchia edizione di un grande amore della mia gioventù, La Macchina del Tempo di H.G. Wells. Oggi come ieri mi sbalordisce l’intuizione del tempo come quarta dimensione. L’idea del viaggio nel tempo è una delle più originali mai concepite, anche se purtroppo impraticabile al di fuori della finzione narrativa. D’altro canto è molto semplice dimostrare che l’umanità non potrà mai viaggiare nel tempo…
“Chi vi ha dato il permesso di frugare tra i miei appunti?”
“Il vostro diario è come sempre nel cassetto dello scrittoio. E non ricordo dove voi teniate la chiave. Stavo dicendo: è molto semplice dimostrare che l’umanità non potrà mai viaggiare nel tempo…
“…non abbiamo mai avuto visite dal futuro”.
“Molto brillante, professor Modena. È vero. Se il viaggio nel tempo fosse praticabile, noi riceveremmo senz’altro visite degli uomini dal futuro. Ma questa – se posso farle un’obiezione – non è una vera prova contro il viaggio nel tempo. Al limite è un indizio. E forse non ha valutato altre ipotesi”.
“Quali ipotesi?”
“Viaggiare nel tempo potrebbe essere molto complesso. E pericoloso. I viaggiatori nel tempo potrebbero essere costretti a nascondersi per evitare alterazioni nei rapporti di causalità, mi segue? Essi proverrebbero da un futuro che consegue dal nostro presente, ma palesandosi per viaggiatori nel tempo altererebbero questo stesso presente, generando nuove catene di cause ed effetti che potrebbero mettere a rischio la loro stessa esistenza, non so se riesco a spiegarmi”.
“Potrebbero uccidere un loro antenato”.
“Per esempio”.
“O sé stessi”.
“Non deve veramente preoccuparsi di questo”.
“Si verrebbe a creare una specie di…”
“Noi lo chiamiamo paradosso”.
“Voi del futuro, mi è lecito immaginare”.
“Proprio così, professor Angelo Modena. Il viaggio nel tempo è possibile, voi stesso lo dimostrerete tra sette anni. Ne serviranno altri tre per le verifiche sperimentali, dopodiché…”
“Questo spiega le rughe e la calvizie, professor Angelo Modena. Deve aver lavorato molto nei prossimi dieci anni”.
L’interlocutore sospirò. “Mi dispiace. Mi rendo conto di essere un’immagine perturbante per lei. Ne ho discusso a lungo coi miei collaboratori. Abbiamo vagliato diversi scenari, ma alla fine abbiamo convenuto che nulla sarebbe stato più convincente di vedere una copia invecchiata di sé stesso…”
“Sulla mia poltrona, come il cattivo demone di Stavroghin. Potevo avere un infarto! E voi sareste morto con me”.
“Questo non sarebbe stato possibile. E infatti non è successo, come vede. Abbiamo un cuore di ferro, io e voi. E possiamo concederci un dito di cognac, la bottiglia che nascondete dietro all’attestato della Corporazione Futurista Israelita”.
“Quella ve la ricordate”.
“La memoria funziona in un modo davvero curioso, lo sto sperimentando”.
“Spiegatemi però meglio questo punto”, continuò il Modena meno anziano, mentre strappava l’etichetta fiammante dei futur-monopoli dal tappo del liquore. “Io inventerò la macchina del tempo – a proposito, dov’è?”
“È restata nel mio tempo. Non è un veicolo come quella di Wells – pensate piuttosto a una specie di cannone. E a me come a un proiettile umano”.
“Ma questo significa che…”
“Non posso tornare nel 1949, no. Almeno finché non ne costruiamo un altro”.
“Voi mi avete appena spiegato che il viaggio nel tempo è possibile. E mi avete convinto. Questo avrà senz’altro cambiato il rapporto di causa-effetto che vi ha portato nel 1949 a farvi sparare qui col cannone”.
“Certamente. Il 1949 non è più quello da cui sono partito. La mia sola partenza lo ha già modificato per sempre”.
“Eppure voi continuate a esistere, e a ricordarvi quel 1949, che è giocoforza diverso dal 1949 che io vivrò. Per dire, se io ora prendessi un coltello dalla cucina e mi praticassi un taglio…”
“Non comparirebbe sul mio corpo nessuna cicatrice, no. Non sono più soggetto ai rapporti di causa-effetto che ho contribuito a modificare”.
“Ne è sicuro?”
“Ragionevolmente sicuro. Ci abbiamo messo molto tempo, e abbiamo spedito molti oggetti e cavie nel passato per misurare gli effetti. Vedete, viaggiare nel tempo significa precisamente sottrarsi dai rapporti di causa-effetto. Viaggiando, ho modificato il mio presente dal mio punto di osservazione, restando però uguale a me stesso, e continuando a conservare gli stessi ricordi di un tempo che non esiste, e rughe scavate da esperienze che non esistono più. In effetti non sono io il viaggiatore, io rimango fermo. È il continuum causa-effetto che si modifica intorno a me, riuscite a capirmi?”
“Forse. È curioso che continuiamo a darci del voi”.
“Non riesco a farne a meno”.
“Nemmeno io. Ma dev’essere successo qualcosa di orribile, immagino”.
“Come avete fatto a…”
“Per venirmi a trovare avete distrutto venti anni di esperienze. Voi non lo fareste… io non lo farei mai, a meno che non fossi costretto da ragioni estreme. Ho ragione?”
“Ovviamente”.
“È successo qualcosa a Isacco?”
“Vostro figlio sta benissimo. Nel 1949 che ho lasciato era il vostro collaboratore più prezioso. Nel nuovo 1949 naturalmente le cose potrebbero essere diverse, ma c’è ben altro in gioco”.
“Non riesco a immaginare nulla di più…”
“L’umanità, professore. La stessa vita sulla terra. Nel futuro da cui provengo vi sono state altre due spaventose guerre mondiali, e la quarta è alle porte. Lo stesso progresso tecnico-scientifico che ha reso possibile il mio viaggio, ha trasformato i conflitti in spaventose carneficine. Intere città possono essere distrutte in pochi secondi, grazie a bombe di spaventoso potenziale attivate su razzi comandati a distanza. I gas venefici sono stati sostituiti da agenti batteriologici in grado di contagiare milioni di persone. Gli abitanti autoctoni dell’Africa nera sono stati scientificamente sterminati. Di decine di milioni di cinesi si ignora il destino – non sono mai esistiti. La stessa Europa è una polveriera radioattiva…”
“E tutto questo dipende da me?”
“Tutto questo dipende dalla Guida – lo chiamate ancora così nel 1929, se non sbaglio. Il primo Ardito, l’Audace, Il Volante della Nuova Italia. In seguito rivaluterà l’impero Romano e prenderà il titolo di Duce, ne apprezzerà la sintesi. Ma in sostanza è sempre lui”.
“Filippo Tommaso Marinetti. È ancora al potere?”
“È durato molto più di tanti papi e imperatori del passato che disprezza. Ha saputo sbarazzarsi con destrezza dei rivali più pericolosi. Lo si è già visto, no? Nel modo in cui liquidò i Savoia e riuscì a emarginare D’Annunzio dopo la Corsa su Roma”.
“Sapete, questo mi stupisce molto. Detto tra noi, non l’ho mai ritenuto un uomo particolarmente prudente”.
“Lo so. Ci sbagliavamo sul suo conto. O forse non è la prudenza che mantiene un uomo in una posizione del genere. Da un certo momento in poi, per lui si è trattato di correre o cadere. E ha corso molto. Il suo sogno di svecchiare l’Italia poteva realizzarsi soltanto con una politica aggressiva su tutti i fronti, e così è ridiventato il vecchio guerrafondaio degli anni Dieci – se lo ricorda?”
“A quei tempi era solo un artista. Abbastanza mediocre, a voi posso dirlo”.
“Era già un buon organizzatore, con un gusto spiccato per il paradosso”.
“Sì, ma quando uno va al governo e poi Venezia la asfalta davvero…” (2)
“Nel mio 1949 Porto Marghera è la capitale tecnicoindustriale d’Europa. La messa in vendita dei patrimoni artistici del passato (3) ha fornito la spinta necessaria a un’evoluzione senza precedenti, attirando nei nostri laboratori gli scienziati più visionari e spregiudicati del Vecchio e del Nuovo Mondo. È il secondo Rinascimento italiano, quello tecnico e scientifico. Conoscete Enrico Fermi”.
“Un bravo ragazzo”.
“Tra quattro anni la sua équipe scinderà per la prima volta il nucleo di un atomo di uranio”.
“È a questo che stanno lavorando?”
“Non ancora. La guerra civile in Germania accelererà di molto le cose. Anche Albert Einstein si fermerà da noi per un po’”.
“Quindi ci sarà una guerra civile in Germania”.
“I gotico-nazionalisti prenderanno per qualche mese il controllo della Baviera. A Berlino il cancelliere Gropius accuserà il partito della Tradizione di aver incendiato il Reichstag”.
“Quel tizio non ha l’aria di un assassino”.
“Il potere corrompe, specialmente quando comincia a traballare. Lo aiuteremo noi, e i cubosovietici naturalmente. Lui e Majakovskij si spartiranno anche la Polonia. Noi ci accontenteremo di avere campo libero nei Balcani e in Africa. Vendicheremo Adua con le armi batteriologiche”.
“Adua? Per quale motivo al mondo…”
“L’uranio. È inutile essere la nazione più progredita, se mancano le materie prime. È una bizzarria della storia che Marinetti si adopererà a correggere. La Repubblica Futurista Italiana diventerà l’Impero Futurista Mediterraneo e Africano. E il nostro “duce” perderà completamente la testa. Nel tentativo di giustificare il massacro di intere popolazioni, svilupperà un’ideologia sempre più razzista. Lo scandalo internazionale ci porterà alla seconda guerra mondiale contro gli inglesi e i francesi”.
“Gli ultimi da cui prendere lezioni in fatto di umanità coloniale”.
“L’antico amore di Marinetti per la Francia la salverà dai bombardamenti più atroci. Brazzaville, nel Congo francese, e York, saranno letteralmente spazzate via dalle prime bombe nucleari che verranno messe a punto qui, tra quindici anni, dai migliori alunni di Fermi”.
“Bombe nucleari?”
“L’arma spaventosa che garantirà a noi e ai nostri alleati – razionalisti tedeschi, cubosovietici russi, industrialisti giapponesi – la superiorità militare per quasi un decennio. La Francia capitolerà, Le Corbusier sarà messo a capo di un governo collaborazionista…”
“Mi faccia immaginare, sventrerà i fauburg per costruire grattacieli”.
“Sarà inevitabile. L’Inghilterra negozierà una tregua che metterà tutto il continente africano a nostra disposizione. Credetemi quando vi dico che il ricordo dei vecchi soprusi coloniali sbiadirà di fronte alla crudeltà dei giovani cresciuti alla scuola del futurismo politico italiano. Le popolazioni negroidi verranno usate per testare nuove armi batteriologiche. Giapponesi e cubosovietici faranno la stessa cosa coi cinesi. E nel 1941 l’attacco nipponico a una base americana nel Pacifico darà inizio alla terza guerra mondiale: inglesi e americani contro le tecnocrazie di Europa e Asia”.
“Il capitale contro la tecnologia…”
“Sarà più complicato di così: gli inglesi riusciranno a salvare la loro isola dalle incursioni dei nostri bombardieri, grazie a un’arma segreta difensiva. E a partire dal 1944 anche gli americani avranno sviluppato la bomba atomica. Dopo l’armistizio comincerà una lunga corsa agli armamenti. Già verso il 1950 il potenziale accumulato negli arsenali dei paesi europei e in USA sarà sufficiente a porre fine alla vita sulla Terra”.
“Ed è tutta responsabilità di Marinetti? Mi state dicendo questo?”
“È più complicato, è sempre più complicato di così. Non si tratta di responsabilità, ma di una variabile cruciale di una complessa formula causa-effetto… nel vostro 1929 non esiste nemmeno la matematica necessaria per dimostrarvi quello che vi sto spiegando. Dovete fidarvi di me – è il motivo per cui abbiamo deciso di inviare me stesso, l’unica persona che vi può chiedere un simile atto di fede. Anni di calcoli ed esperimenti ci portano a concludere che sia Marinetti la chiave di volta delle catastrofi scoppiate in Europa a partire dagli anni Trenta del secolo XX. Senza il suo esempio cruciale, nessuna avanguardia artistica si sarebbe tramutata in partito politico. Gropius e Le Corbusier sarebbero rimasti architetti, Majakovskij un poeta inquieto. Dovete credermi quando vi dico che le artecrazie europee si sono rivelate la forma di governo più crudele della storia dell’umanità. Abbiamo formulato ipotesi anche su questo – la componente narcisistica che era fortissima nelle avanguardie storiche, una volta trasferita sul piano politico, ha propiziato massacri di intere popolazioni, di intere classi sociali”.
“E quindi, lasciatemi indovinare, io dovrei cercare di avvicinarmi al Primo Ardito d’Italia e traforargli le cervella con un revolver?”
“Sarebbe inutile. Probabilmente un attentato del genere fallirebbe, oppure lo spazio occupato da Marinetti verrebbe riempito da qualcuno molto simile a lui. In anni di esperimenti abbiamo capito che i rapporti di causa-effetto hanno una certa rigidità. La Storia si può entro certi limiti cambiare, ma non si può prendere di petto. È come cercare di spezzare un diamante con un temperino. Io sono riuscito a prendere forma in questo salotto, oggi pomeriggio, perché le modifiche che il mio lancio ha compiuto sulla Storia sono ancora molto contenute. E un lancio ancora più lungo è tecnicamente impossibile”.
“Quindi non possiamo soffocare il piccolo Marinetti nella sua culla, o impedire ai genitori di conoscersi”.
“Non funzionerebbe, no. Ma ora che sono qui, posso effettuare ulteriori modifiche”.
“Devo nascondervi?”
“Tutt’altro. Deve denunciare subito la mia presenza al ministero dell’innovazione scientifica. Il fatto che io sia qui, e che possa collaborare da subito con voi, ci permetterà di sviluppare la tecnologia dei viaggi del tempo con 10 anni d’anticipo. Fingeremo di lavorare a maggior gloria della Repubblica Futurista. Ma con il prossimo lancio dobbiamo riuscire a raggiungere il 1919”.
“Piazza San Sepolcro? Vuole tirare una bomba a mano sul palco?”
“Voi non sapete quanto mi piacerebbe. Ma no, i calcoli escludono che una mossa del genere sia possibile. Mi toccherà un ruolo più imbarazzante. Dovrò contattare una signorina di 21 anni, Benedetta Cappa. Avrete senz’altro sentito parlare di lei”.
“Una poetessa, mi pare. Una delle innumerevoli amichette del Primo Ardito”.
“È molto di più. Tra qualche anno denuncerà le violenze d’Abissinia e sarà espulsa dal partito futurista. Sarà una della principali organizzatrici dell’opposizione clandestina, e l’ispiratrice e finanziatrice delle nostre ricerche. In effetti il piano che sto eseguendo è in gran parte opera sua. In questa busta, che vedete, c’è una lunga memoria che la signora Cappa del mio 1949 ha scritto alla sé stessa di trent’anni prima. Io dovrò assicurarmi che la legga, e che accetti col suo sacrificio di salvare il mondo dal baratro”.
“Che tipo di sacrificio?”
“Dovrà fidanzarsi e sposare Marinetti”.
“Questo è ridicolo”.
“Purtroppo non posso mostrarvi le equazioni che lo dimostrano…”
“Il Primo Ardito conquistato da una ragazzina? Si ricorda cosa scriveva nei suoi manifesti? Il disprezzo della donna, eccetera? Non si sposerà mai”.
“Non è mai riuscito a trovare quella giusta. Una proiezione della madre, ovviamente. Leggete il polpettone futuristico che scrisse nel ’09, Mafarka, si chiamava. Un libro profetico, anche se di rara goffaggine. Tra qualche anno sarà introvabile. La Cappa è la donna che più si è avvicinata al suo ideale – ma si sono incontrati troppo tardi, quando la discesa nell’agone politico era ormai irrevocabile. Eppure è mancato poco – avevano già avuto un breve incontro nel 1918. La Cappa era una ragazzina, e quel reduce donnaiolo le faceva paura. Dovrò convincerla ad accettare le sue avances”.
“Avete ragione, sarà molto imbarazzante”.
“La memoria della Cappa cinquantenne la ragguaglierà su come soggiogare il suo seduttore. Il momento cruciale è l’autunno del 1919. Non so se ve lo ricordate, ma le prime elezioni a cui partecipò Marinetti furono un fiasco solenne. Fu arrestato la notte stessa per detenzione d’armi da fuoco. Passò una settimana in cella, era deluso e spaventato (4). Credeva che i bolscevichi avrebbero vinto. Quello è il momento in cui la signorina Cappa deve andarlo a visitare (5). C’è una finestra nel continuum causa-effetto che possiamo sfruttare. Cambieremo la Storia con un colpo preciso, come il tagliatore di diamanti che sa dove deve incidere per ottenere una sfaccettatura perfetta. Non siete convinto”.
“No”.
“Nessuno vi conosce quanto me. Siete già un uomo fuori dal tempo – positivista per formazione, e socialista per ideologia. Voi non accordate molta importanza al ruolo dell’individuo nella Storia. Credete che al posto di Marinetti vi sarà qualcuno come lui”.
“Sono in errore?”
“Vi mancano gli elementi per capire il vostro errore. Nel vostro 1929 la Storia è ancora una scienza umana, un’arte più che una scienza vera e propria. Nel mio 1949 è una disciplina scientifica rigorosa quanto la chimica o l’astrofisica. Ci sono eventi irripetibili – noi le chiamiamo “singolarità”. Uno di questi è l’avvento al potere di un artista d’avanguardia, Filippo Tommaso Marinetti. Un evento fortuito, verificatosi per un esilissima catena di circostanze, che avrà effetti a catena catastrofici. Non possiamo fare nulla per sciogliere le catene, ma se riusciamo a risalire al 1919 ci basterà un bigliettino profumato per salvare l’Italia dall’infamia e il mondo dalla guerra”.
“Chi prenderà il suo posto? Ignoro del tutto le vostre formule, ma so che l’Italia era alla vigilia di una rivoluzione. D’Annunzio?”
“Non ha nessuna chance, dopo Fiume è soltanto una presenza decorativa. Nessuno fa davvero affidamento su di lui. Abbiamo diversi scenari, tutti migliori di quello in cui Marinetti prende il potere. Per esempio… Si ricorda come si chiamava il movimento fondato a Piazza San Sepolcro?”
“I fasci futuristi, mi pare”.
“Fasci di combattimento. Il futurismo non era ancora la corrente egemone. C’era una forte componente socialista rivoluzionaria. Si ricorda di Benito Mussolini?”
“Il giornalista? È a Parigi coi Rosselli, mi pare”.
“Era lui il capo, a San Sepolcro”.
“Ma veramente?”
“La propaganda futurista sta già modificando la memoria collettiva. Ma controllate sui giornali del tempo. Mussolini verrà messo in minoranza soltanto al congresso del 1920, e poi cadrà in disgrazia. Il fidanzamento con Benedetta Cappa può modificare la situazione”.
“Niente più Corsa su Roma?”
“La organizzerà Mussolini. E otterrà l’incarico dal Re. È una persona molto più pragmatica di Marinetti; altrettanto ambiziosa, ma senza il narcisismo dell’artista. Non congiurerà contro la Corte; dovrebbe riuscire nell’obiettivo di pacificare socialisti e popolari”.
“Lo odiavano entrambi. I socialisti, soprattutto”.
“Vecchi rancori, li seppelliranno”.
“Ci sono delle equazioni che lo dimostrano, immagino”.
“Nulla è dimostrabile al 100%. Comunque è difficile immaginare uno scenario peggiore di quello dell’ascesa al potere di Marinetti. Ed è altamente probabilità che senza il suo esempio anche i cubofuturisti non riescano a liquidare Giuseppe Stalin. Quest’ultimo avvierà una politica di industrializzazione molto meno aggressiva – non massacrerà i contadini, è di estrazione contadina lui stesso. La repubblica di Weimar salderà il suo debito di guerra e grazie agli investimenti americani già verso la fine degli anni Venti sarà la prima potenza industriale d’Europa. Ovviamente ci saranno ancora guerre, e scenari al di là delle nostre possibilità di calcolo: ma l’incubo futurista sarà spazzato via prima ancora di prendere forma. Di Marinetti ci ricorderemo soltanto come di un artista mattoide che dopo la Grande Guerra mise giudizio e si sposò”.
“E Venezia?”
L’anziano professor Modena fissò negli occhi il sé stesso di venti anni prima, e sorrise. Per un attimo l’illusione di specchiarsi fu perfetta. “Venezia non sarà mai asfaltata. A nessun altro verrà in mente un progetto così folle”.
“Non me lo può garantire al cento per cento…”
“Al novantasei virgola quindici”.
“Mi basta e mi avanza”.
(Filippo Tommaso Marinetti e Benedetta Cappa si sposarono nel 1923. Il professor Angelo Modena non ha mai scritto il suo appunto sulla Macchina del Tempo di Wells. È morto a Birkenau nel 1944).

Se a differenza del professore hai una voglia matta di vedere Venezia asfaltata, approva con futuristico vigore lo spunto che oggi se la gioca contro Redenzione. Tutto quello che ti si chiede è mettere Mi piace su facebook, o esprimervi nei commenti. Grazie per l'attenzione e arrivederci al prossimo spunto.

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