Il governo italiano ha sospeso gli aiuti ai palestinesi

Il governo italiano ha sospeso gli aiuti ai palestinesi. Noi no. Donate all'UNRWA.
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venerdì 22 agosto 2025

XI. Non desiderare la fotografia degli altri


– Io la famosa pagina FB sulle mogli non l'ho vista (e quindi non dovrei parlarne). Non per un sussulto di moralismo; è proprio che non mi andava di vederla. Ci sono posti su internet dove vado molto volentieri: una pagina del genere non è tra i primi mille. Non ho il fetish per le foto rubate, non ho il fetish per i mariti arrapati, o per i cuck (che mi intristiscono), non ho il fetish per le pagine trash, ho abbastanza autostima da non avere bisogno di titillarla con lo spettacolo di chi sta peggio; non ho il fetish per il moralismo che potrei esprimere per l'occasione, insomma è tutto un insieme di cose che non mi attira quanto la Bibliotheca Sanctorum o i video dei cani che saltano nei corridoi. Ma vi garantisco che sono comunque una persona orribile, adesso per esempio scriverò un pippone ispirato a una pagina fb che non ho nemmeno visto, perché? Evidentemente ho questo specifico fetish.

– Senza averla vista, sono disposto a scommettere che il 95% dei contenuti non fossero immagini di mogli rubate alla loro insaputa, bensì foto saccheggiate qua e là, un po' di AI per i grulli che ci cascano, meme idioti ecc. Perché ne sono abbastanza sicuro? Perché è un gruppo di Facebook, e su Facebook tutto è così – se apri una pagina di barzellette, il 95% le copierà, ora, è più facile fregare un video alla congiunta o inventarsi una barzelletta? Io gestisco una pagina di santi del calendario, e il 95% vi garantisco è copiato ma mica da adesso, gli agiografi hanno iniziato a copiarsi nel III secolo.

– In particolare fatico a credere che un algoritmo addestrato a riconoscere i capezzoli femminili (non maschili!) anche sul vassoio di Sant'Agata abbia lasciato filtrare immagini particolarmente compromettenti, ma consentiamo che ci fossero. Il revenge porn in Italia è un reato, se incappate in roba del genere dovreste segnalarla all'istante sia ai gestori del network, sia alla polizia postale. Se invece decidete di diffondere indiscriminatamente la notizia che esiste questo tipo di pagina, non state realmente aiutando le vittime di revenge porn. State diffondendo un allarme sociale, che è un'altra cosa. Forse avete un po' il fetish dell'indignazione, e chi sono io per giudicarvi; ma se davvero pensate che lì dentro stiano avvenendo delle 'violenze a distanza' (ho letto questa espressione), chiamare altra gente ad assistere a questo tipo di violenze non è esattamente la cosa più rispettosa delle vittime. 

– Anche stavolta mi capita di notare questa cosa, che c'è gente convinta di poter essere violentata in effigie. A me sembra assurdo, insomma per quanto possa essere fastidioso scoprire che qualcuno concupisce le nostre immagini, una violenza sessuale mi sembra infinitamente più invasiva e dolorosa – ma non ho più la pretesa di convincere chi ci crede. Tutto sommato è una reazione istintiva che ci accomuna ai famosi indigeni che non volevano essere fotografati (in certe situazioni si è poi scoperto che non volevano essere fotografati gratis, cioè se vuoi la mia anima almeno fammi un prezzo). Non posso non notare che questo tipo di ragionamento (o di istinto), una volta elevato a sistema non potrebbe che condurci al divieto assoluto di riprodurre forme umane, e magari a un tipo di abbigliamento molto prudente che in effetti dall'Afganistan sta tornando di moda. Questa cosa che si potrebbe arrivare a un regime proibizionista e oscurantista per via matriarcale e non patriarcale un po' mi attizza, ma solo perché ho un fetish per i paradossi (e chissà se in passato non ci siano state civiltà completamente fasciate e sessualmente segregate, che abbiamo prese per patriarcati mentre invece...)

– Una tentazione proibizionista è sempre serpeggiata tra i movimenti femministi. Negli USA, appena le donne riuscirono a votare e a mandare qualcuno in parlamento, inaugurarono il proibizionismo (non funzionò molto); in Italia chiusero le case chiuse (a qualcosa è servito, se ne potrebbe parlare a lungo, comunque la prostituzione esiste ancora). Gira che ti gira, il desiderio maschile è un problema, a qualcuna risulterà IL problema, che può ispirare opzioni repressive. Il meme ormai frusto del "Not all men", alla fine allude a questo: un uomo fa presente (di solito in modo scomposto) che almeno lui può convivere con le proprie pulsioni senza essere un criminale, qualcuna le risponde che non è vero, sarà comunque un criminale in potenza e questo è già un rischio intollerabile.

 – Non credendo nel prossimo avvento di una dittatura matriarcale oscurantista, non mi sento tuttavia di escludere che prima o poi un'ondata femminista non si ritrovi a suo agio nel golfo di qualche comunità reazionaria, irresistibilmente attratta da una comune ostilità verso le pulsioni – almeno quelle maschili. Quella che chiamiamo cultura occidentale, una crosta molto sottile su un'irrazionalità in perenne tumulto, da qualche decennio sta sperimentando una proposta freudiana: proviamo a gestire i nostri desideri senza reprimerli troppo. Dove c'è tutto questo Id, proviamo a metterci più Ego: chissà che discutendone tutti assieme, sin dalla scuola dell'obbligo, e moltiplicando l'attenzione dei presidi medici e delle forze dell'ordine, chissà che non si possa vivere la sessualità in un modo più libero dei nostri bisnonni... No, ci dicono i talebani: non possiamo farcela. I desideri sono troppo distruttivi, serve più disciplina, servono steccati, proibizioni. No, ribadiscono le femministe: non sta funzionando, i femminicidi non calano – in realtà un po' calano – sì, ma non è abbastanza, e là fuori c'è ancora gente che si masturba guardando foto di persone che non hanno dato il loro consenso – oddio, se è tutto quello che fanno non mi sembra poi così grave – non ti sembra così grave? Sei un mostro.  

– Nel 5% di immagini realmente 'rubate' ci sarà pure una lieve percentuale di immagini che una donna si è lasciata scattare perché si fidava del partner. Immagino che molti, quando si scandalizzano della pagina, si scandalizzano di questa cosa, che effettivamente è la versione social dell'adulterio. Ora, il senso di certi comportamenti (non solo erotici) sta nei rischi che comportano: così come nessuno si allenerebbe a fare capriole in bicicletta se non ci fosse il serio rischio di paralizzarsi o morire, così il senso di lasciarsi fotografare in pose discinte da un partner sta proprio nel rischio che quest'ultimo si riveli uno stronzo. In una società in cui metà dei matrimoni si interrompono abbastanza presto, i video discinti sono prove di fedeltà molto più impegnative degli anelli di platino: 'fotografami pure' significa "puoi gestire la mia immagine, farne quello che vorrai, anche se so che non ne farai nulla di male perché mi fido di te, così come tu puoi fidarti di me perché ora possiedi la cosa più socialmente preziosa, e nel caso impossibile, assurdo in cui io ti tradissi, tu potresti disonorarla in pubblico, rendendomi per sempre reietta ai miei simili". Contro questa cosa, noi sul piano legislativo abbiamo varato misure precise anti-revenge-porn; sul piano educativo stiamo spiegando a tutti gli adolescenti che concedere immagini è sbagliatissimo, così come in generale fidarsi dei propri coetanei e (ahinoi) dei propri sentimenti nei loro confronti. Possiamo fare di più, senza sciogliere bromuro negli acquedotti, senza imporre burqa alle passanti, senza vietare l'internet? Probabilmente sì: possiamo sempre fare qualcosa di più, ma non credo che questo "di più" abbia a che vedere con gli allarmi sociali estivi. 

mercoledì 30 luglio 2025

Un femminicidio nel secolo XI

 |www.geneanet.org
30 luglio: Santa Godeleva, vergine e martire (1040-1070)

In francese è nota (poco) come Sainte Godelein de Gistel; ma siccome è nata in quello che oggi è il dipartimento francese del Pas-De-Calais, vicino a Dunkerque, dove si parla già fiammingo, è anche chiamata Godelieve. Oggi non la conoscono in molti, ma nel medioevo deve avere avuto un momento di notorietà locale rilevante, se papa Urbano II decise di canonizzarla appena diciassette anni dopo la sua morte violenta. La causa di tanta popolarità era l'acqua di un pozzo che a quanto pare aveva sviluppato miracolose proprietà curative, da quando vi avevano scoperto il cadavere della povera Godeleva. Lo stesso pontefice ne aveva accettato lo status di martire, benché tecnicamente si dovrebbe definire tale solo chi muore per difendere la fede cristiana (come i crociati che Urbano avrebbe più tardi mandato allo sbaraglio in Terrasanta). Godeleva invece era stata fatta uccidere più prosaicamente da un marito che non la sopportava: un ulteriore esempio di come i femminicidi potessero generare fiammate d'indignazione popolare anche mille anni fa – fiammate che prendevano la forma della devozione religiosa, e se la forma non era proprio quella adatta la deformavano a piacere: la gente la venerava come martire, il papa si adeguò. 

Godeleva è figlia di un barone piccardo che ritiene conveniente prometterla sposa a un nobile di origine danese, Bertholf di Gistel, nipote di Baldovino IV conte delle Fiandre. La ragazza avrebbe invece preferito fare voto di verginità ed entrare in un monastero, o almeno così scrive il primo biografo della santa. Quest'ultimo, il monaco Drogon de Bergues-Saint-Winoc, non è il solito compilatore di leggende al chilo: vive nell'abbazia di Gistel, sorta attorno al pozzo miracoloso, e scrive appena dieci anni dopo l'omicidio, quando i fatti sono ancora impressi nella memoria collettiva. Il fatto che il matrimonio sia stato celebrato relativamente tardi (Godeleva aveva già 25 anni) ci fa supporre che Drogon stia scrivendo qualcosa di vero: finché poté preservare la propria verginità senza disobbedire ai genitori, Godeleva non avrebbe manifestato il desiderio di mettere famiglia. E però nemmeno Drogon si azzarda a dire che Godeleva si sia sottratta al matrimonio, ribellandosi al volere del padre o alle avances del fidanzato. Questo renderebbe il suo martirio un po' più simile a quelli delle antiche leggende, ma Drogon non sembra interessato a intessere paragoni del genere; evidentemente in quel periodo e in quella zona l'obbedienza ai genitori e ai mariti era più apprezzata del rispetto di un voto di verginità. 

Le nozze comunque sono un disastro: il monaco ci tiene a farci sapere che Bertholf si comportò male con Godeleva sin dalla prima notte. Il matrimonio non viene consumato, ma di nuovo: la responsabilità non è fatta cadere su Godeleva (che accettando il matrimonio non poteva più opporre resistenza al coniuge), bensì al "disinteresse" di Bertholf, che la tratta subito con freddezza. Al lettore medievale, abituato a matrimoni combinati, la situazione non doveva sembrare così originale: capitava spesso che gli sposi non si piacessero: perlomeno non subito. Ci vuole tempo, si usava dire. Bertholf invece sembra avere fretta di sbarazzarsi della moglie: non solo si rifiuta di consumare il matrimonio (il che rendeva legalmente più semplice la procedura di annullamento), ma comincia a mettere in giro voci calunnianti su di lei. Nel frattempo Godeleva è di fatto prigioniera nel castello del marito, maltrattata da una suocera proterva che malsopporta i suoi atti di carità nei confronti dei poveri: finché non riesce a scappare e tornare dai genitori. E se vi state chiedendo: ma come faceva una ragazza di vent'anni a scappare da sola da un castello fiammingo e tornare a casa in Piccardia?, ebbene, riflettete sulla situazione. 

Abbazia di Gistel
Una fuga del genere rendeva ancora più semplice per Bertholf ripudiarla legalmente: l'avrà fatta scappare lui stesso, o la suocera proterva. E bisogna ammettere che se tutto fosse finito così, secondo i piani del marito insoddisfatto, Godeleva non sarebbe morta strangolata e gettata in un pozzo. A mettersi di traverso è il padre, che forse teme che Bertholf non restituisca la dote, e insiste con le autorità affinché il genero si riprenda in casa la moglie, onorando i suoi doveri coniugali. Per Bertholf è una figuraccia: deve chiedere perdono pubblicamente al vescovo di Tournai e promettere che da lì in poi sarà un buon marito. Non ne ha ovviamente la minima intenzione, ma a questo punto che opzioni gli restano? Ha provato ad annullare il matrimonio spargendo pettegolezzi su di lei e non ha funzionato. L'ha fatta scappare dal padre, e il padre gliel'ha riconsegnata. Ripudiarla ormai è impossibile – tanto più che si è messo in mezzo pure l'arcivescovo. Non resta che il divorzio alla fiamminga, l'uxoricidio. Non lo sto giustificando, eh?, sto solo cercando di immaginare come possa aver ragionato un marito insoddisfatto di mille anni fa – e vi vedo, sapete, vi vedo che state pensando "ma che te ne frega di come ragionava un marito insoddisfatto, ma provati a mettere piuttosto nella testa della poverina" – ehi lo so, ma la poverina è diventata santa, e ai dannati chi ci pensa? E invece è la psicologia dei dannati che dovrebbe interessarci, no? Non per giustificarli, ma per capirli, prevenirli, seh vabbe', ma insomma  Bertholf si mette a premeditare un omicidio. 

Ci mette della creatività. Per prima cosa convince la moglie di aver conosciuto una "signora" che è in grado di rinsaldare un matrimonio. La cosa puzza un po' di stregoneria, ma la povera Godeleva ci casca e viene convinta a incontrare questa "signora" nel cuore della notte tra il 6 e il 7 luglio 1070. Due servitori sono incaricati di prelevarla dalla sua camera (in abito da notte) e portarla al rendez-vous con la signora. Godeleva non lo sa, ma i servitori sono incaricati anche di strangolarla con un laccio che in certe raffigurazioni diventa una specie di asciugamano (più facile da dipingere) e gettarla in un pozzo, con lo scopo di far sembrare la morte accidentale: si era svegliata con una gran sete, si è affacciata al pozzo, son cose che capitano. La gente mormorerà, ma senza prove o testimoni nessuno si darà la pena di indagare sul nipote del conte, il quale tra l'altro non è nemmeno nei pressi, è a Bruges in viaggio d'affari. Quando torna, già listato a lutto, la fa estrarre dal pozzo e seppellire immediatamente, prima che qualcuno si dia troppa pena di osservare il cadavere. Questa non è una leggenda di santi, è ancora un fatto di cronaca. Durante il matrimonio vengono distribuite pagnotte ai presenti; dopo un po' dovrebbe essere finito, ma i fedeli continuano ad accorrere e il pane non finisce mai, ecco: questa invece è la leggenda di santi che comincia. La maggior parte dei miracoli non vengono messi per iscritto da Drogon, ma sono aggiunti in seguito, in appendice. 

Non è molto chiaro come l'omicidio sia stato scoperto: la leggenda più intrigante racconta che Bertholf si sia risposato e abbia avuto una figlia cieca, Edith, che avrebbe guarito la propria menomazione proprio bevendo dal pozzo ormai considerato miracoloso. A quel punto sarebbe stato Bertholf a confessare il crimine. Per espiarlo sarebbe partito per la Terrasanta, in un momento in cui i turchi non avevano ancora chiuso gli accessi ai pellegrini, e quindi non era nemmeno necessario vestirsi da crociato e combattere. Se la sarebbe cavata con poco, insomma. Quel che è chiaro è che dieci anni dopo il pozzo era già un luogo che attirava malati da tutta la regione – il che probabilmente portava altri soldi nelle casse del signore uxoricida di Gistel. Forse anche per attenuare questa sgradevole evidenza, Edith avrebbe fatto ereggere intorno al pozzo un monastero che esiste ancora, e di cui fu la prima badessa. Godeleva potrebbe essere la patrona di tutte le mogli e fidanzate che scappano dall'uomo violento, per tornare a una famiglia che poi dice, dai, ma stai esagerando, in fondo è una persona sensibile, dai, riprovaci, cosa può andare storto. 


30 luglio: San Leopoldo da Castelnuovo di Cattaro, frate e confessore (1866-1942). 

Il confessionale
Bogdan Ivan Mandić non è nato, come si legge talvolta, a Castelnuovo d'Istria (oggi Podgrad, Croazia), ma a Castelnuovo di Cattaro (oggi Herceg Novi, Montenegro). Qui a otto anni, per aver commesso una marachella, fu trascinato dalla sorella davanti al parroco, che lo costrinse a inginocchiarsi al centro della Chiesa. "Ne fui profondamente rattristato. Perché trattare tanto duramente un bambino per una colpa così lieve? Quando sarò grande, voglio farmi frate, diventare confessore e trattare le anime dei peccatori con molta bontà e misericordia". Alla fine andò così. Non fu un percorso del tutto lineare: in mezzo ci si mise il proposito, maturato a vent'anni nel seminario di Udine, di tornare nei Balcani e convertire gli ortodossi; un progetto che ai suoi superiori non interessava – l'equilibrio delicato dell'Impero Austro-ungarico si basava anche sul reciproco rispetto delle fedi religiose – per cui dopo un paio d'anni a Zara lo trasferiscono a Thiene e poi a Padova. Bogdan, che entrando nei Cappuccini ha preso il nome di Leopoldo, fa buon viso a cattivo gioco e riscopre la vocazione dell'infanzia: perdonare i peccatori. Diventa un confessore seriale, come padre Pio nell'altro cantone dell'Adriatico. Da bambino un prete lo aveva trattato male; invece di maturare odio per quel prete o tutta la categoria, Leopoldo decise di prenderne il posto ed essere un prete migliore. L'esigua statura (135 cm) gli rende forse meno scomoda la piccola cella in cui passa più di dieci ore al giorno ascolta chiunque e perdonando tutti – la confessione in questo consiste, ascoltare e perdonare. Non sempre è quello che serve, ma evidentemente può aiutare. Col tempo abbiamo forse scoperto terapie che funzionano meglio, ma costano di più. Un giorno arriva un peccatore poco pratico, di quelli che si confessano una volta in vent'anni. Leopoldo non è ancora in postazione, ma gli dice di accomodarsi. Il peccatore non sa bene come funziona il sacramento, per cui entra nel piccolo confessionale, si siede al posto di Leopoldo e si mette a parlare. Leopoldo non fa una piega, si inginocchia al suo posto e lo ascolta. Quando si rende conto dell'equivoco, Leopoldo lo congeda con un sorriso.
La cella di Leopoldo esiste ancora: il fatto che si sia salvata dal bombardamento del 14 maggio 1944 viene collegato a un desiderio profetico che avrebbe espresso ai suoi confratelli, di preservarla affinché "rimanesse un monumento della divina misericordia".

sabato 8 marzo 2025

Buon 8 marzo, merde


È uscito il nuovo singolo delle Solite Stronze, giusto in tempo. Io respingo ogni addebito.

 

martedì 5 novembre 2024

Spogliarsi in novembre a Teheran

Lei ha lineamenti dolci; le altre un nasone, ehm, diciamo medio-orientale. 

No, ma io sono sicuro che visti da una certa distanza, noi (occidentali) risultiamo abbastanza strani. Faccio un esempio.

Immaginate di vedere una donna seminuda in giro per la vostra città, in un giorno di novembre non troppo caldo come questo. Cosa fareste? Magari niente. Cosa pensereste? Che la ragazza ha un problema, e che forse bisognerebbe avvisare qualcuno, un vigile il pronto soccorso. 

Certo, non si potrebbe escludere il movente politico: magari è seminuda in segno di protesta per, boh, l'inquinamento, il riscaldamento globale. Ragioni persino condivisibili, ma lo stesso non vi sembrerebbe il caso di andare in giro così. Cosa può ottenere, a parte un malanno? No, a ogni buon conto davvero è meglio chiamare i vigili. Ecco.

Immaginate la stessa donna seminuda in giro per Teheran, ed ecco, è un'eroina. Teheran è a mille metri sul mare, a novembre può fare abbastanza freddo, e però improvvisamente non avete dubbi: se si è spogliata è per protestare contro un regime maschilista e teocratico. Non solo, ma la sua protesta solitaria ha comunque un senso.  E chi ha chiamato le guardie è un infame perpetuatore di un regime teocratico e maschilista. Ora.

Non voglio farvi la morale, sono d'accordo anch'io che il contesto è tutto. Lo stesso gesto può essere follia a Vigevano ed eroismo a Teheran, lo capisco. E persino la follia, può avere a Teheran delle ragioni profonde che a Vigevano non sarebbero ammissibili. Vi capisco e vi capirò anche la prossima volta che una ragazza a Vigevano farà una mattana per protestare contro il riscaldamento globale o qualche genocidio, e voi le riderete in faccia perché certe forme di protesta sono sciocche ecc. Ma sentite questa:

Mettete che dopodomani, a urne chiuse, gli iraniani decidano davvero di bombardare seriamente Israele; e mettiamo che Israele nei giorni seguenti si senta obbligato a rispondere. La ragazza, nel frattempo, che fine avrà fatto? Magari sarà in una struttura carcerario-manicomiale, ecco, è la classica struttura che l'esercito iraniano potrebbe usare per scudare un obiettivo militare che gli israeliani avrebbero tutto il diritto di distruggere. 

Così, ricapitolando: una ragazza, se si spoglia a novembre, sembra un po' pazza.
Se si spoglia a novembre per una causa, comunque un po' pazza.
Se si spoglia a novembre per una causa a Teheran, è un'eroina. 
Se si spoglia a novembre per una causa a Teheran e la internano sopra un obiettivo militare... non è più niente che valga la pena di difendere, anzi, cambiamo discorso.

Per cui insomma secondo me risulteremmo strani, noi occidentali. Visti da una certa distanza. Ma quella distanza sembra che non l'abbiamo più a disposizione, ed è un peccato. 



martedì 20 agosto 2024

È l'uomo X me, fatto apposta X me

(Prosegue la lunga intervista con le Solite Stronze)


Ecco, se nel brano precedente c'era un chiaro riferimento a Battisti – per quanto non vogliate ammetterlo...

Noi non ammettiamo niente.

Addirittura nell'Uomo X me citate Vito Pallavicini.

Chi?

Quello che ha scritto il testo della canzone di Mina.

Che canzone?

L'uomo per me.

Ah, cazzo, pensavo l'avessimo scritta noi.

No, sono due canzoni diverse, sta facendo del casino.

Voglio dire che alla fine non ci sarebbe niente di male ad ammettere che voi ricicliate un certo tipo di immaginario, magari per dissacrarlo. Anche i punk lo facevano.

Anche i punk lo fanno

Sì, appunto. Immagino che sia un'altra canzone in cui un topos maschile – l'uomo geloso e violento – viene rovesciato.

Non viene affatto rovesciato.

No?

È effettivamente un uomo geloso e violento. Era un periodo che mi stavo intrippando su tiktok coi video sui fidanzati gelosi, hai presente.

Ah sì.

Come no, sei proprio uno che va tu tiktok a guardare video di fidanzati gelosi.

Ne ho sentito parlare... E anche stavolta assistiamo a un rovesciamento, ovvero il fidanzato geloso è manovrato dalla ragazza, è una specie di gorilla che serve a farle il vuoto intorno, così gli altri uomini la lasciano in pace.

Credo che questo sia il destino del maschio, francamente.

Davvero?

Cioè non mi piace fare previsioni per il futuro...

No future.

Ma credo che nel momento in cui avremo realizzato che l'aggressività maschile è un tratto insopprimibile, ci si porrà il problema di sfruttarlo al meglio... già adesso, se dai un'occhiata alle palestre, è come se stessimo allevando maschi stupidi e aggressivi.

La grossa cazzata è che qualcuna ancora pensa che esistano maschi da riproduzione, o da compagnia, invece no, noi stiamo dicendo, fanculo tutto questo, il maschio è carne da cannone.

Il vero salto culturale che dobbiamo fare tutte insieme, è capire che i maschi servono esclusivamente al lavoro e al combattimento. La compagnia ce la possiamo fare da sole, e per quanto riguarda la riproduzione, la scienza ormai ci ha fornito soluzioni pratiche che riducono al minimo la necessità di liquido seminale. Ovviamente parliamo di un cambio di prospettiva che non può avvenire dall'oggi al domani, ci vorrà come minimo un'altra generazione.

Quindi sta' tranquillo, nonno, tu non ci sarai.

Meno male... ma a questo punto non posso che domandarmi: non è sempre stato così? I maschi stavano in guerra e le donne restavano a casa – o nei conventi – a consolarsi tra loro...

Ma si trattava comunque di società patriarcali.

Indubbiamente, all'atto pratico una società matriarcale come la prospettate sarebbe molto diversa? Uomini a combattere e donne a casa, non notate come una convergenza evolutiva?  

Può darsi, ma ti ripeto, il passato non ci interessa più di tanto.

Fuck the Past.

E chi è Giovanna?

È un nome che suonava bene. 

venerdì 9 agosto 2024

Non so se hai afferrato il concetto


(Sto ancora intervistando Le Solite Stronze, un gruppo punk con una sua idea del femminismo che francamente boh, vabbe', andiamo avanti).

...E arriviamo al terzo brano dell'album, che è quello che personalmente ho trovato più perturbante.

Sei uno che si perturba facile.

Beh sì, diciamo che contiene immagini abbastanza forti, che possono dare fastidio...

Infatti sono abbastanza fiera di questa canzone, credo che siamo riuscite a essere, come dici tu, perturbanti, e anche molto volgari, ma senza usare nemmeno una parolaccia.

Che cazzo ci hai con le parolacce adesso.

Ma niente, sono una scorciatoia, è facile essere volgari con le parolacce, sono bravi tutti. Anche noi in altri pezzi ne abbiamo approfittato, invece qui...

Qui io volevo cantare STROOONZOOOO per tutto il ritornello, ma mi è stato impedito.

Sarebbe stato ridondante.

STROOONZOOOO! Senti come suona bene?

La faccio annusare ai plantigradi / piuttosto di darla più a te. Qui se non sbaglio c'è un riferimento a una polemica di un paio di mesi fa... scoppiata credo su Tictoc..

Una polemica veramente del cazzo, devo dire.

Sì.

Ma proprio del cazzo, cioè bisogna avere veramente una testa di cazzo atta a recepire soltanto pensieri a forma di cazzo per non comprendere il senso della provocazione. Cioè io nei boschi non ci vado mai perché non mi va di rompere i coglioni alla natura e cazzivari, ma se ci andassi e mi capitasse di incontrare un orso secondo te resto lì a farmi sbranare?

Suppongo di no.

Il punto è che centinaia di migliaia di donne in tutto il mondo hanno detto, sentite: se invece nel bosco incontro un uomo ho persino più paura. la notizia era quella...

...poi ovviamente certa gente ha la testa di cazzo e contro questa cosa forse è inutile lottare.

Questa canzone è un vero scoppio d'ira, e mi ha fatto pensare se avevo mai sentito altre canzoni così aggressive almeno dal punto di vista verbale. Mi è venuta in mente, non so se ce l'avete presente, I Wanna Destroy You dei Soft Boys...

Eh, come no, chi è che non ascolta i Soft Boys.

Ecco, come ovvio mi vengono in mente solo brani di gruppi maschili, che magari esprimono un forte desiderio di violenza, ma è sempre del tutto estroflesso, cioè, ti distruggo, ti anniento, ti spacco la faccia, e così via.

O gli Skiantos! "Quando t'incontro per la strada ti darei i calci nei denti"!

Anche, sì giusto. Voi qualcosa l'avete presa dagli Skiantos, non dite di no.

Non diciamo di no.

Invece in questa canzone c'è una violenza fortissima, che però è completamente introflessa, cioè capisco l'ironia e l'iperbole e tutto quanto, ma è una canzone sul distruggersi la vagina piuttosto di concederla a qualcuno. 

E questa cosa ti perturba.

Beh sì. Cioè ci vedo anche una pulsione autodistruttiva, masochistica...

"La riempio di polvere pirica!"  

Che tra l'altro è un dato che mi sembra di avere riconosciuto in altre autrici femminili, cioè un'insistenza sulla sofferenza e sulla mutilazione che magari è inferta dall'uomo, ma talvolta mi sembra quasi rivendicata con orgoglio, una specie di mistica del dolore che la trovi già nelle sante medievali e arriva fino al Racconto dell'ancella e probabilmente anche più in là. 

Capisco quello che intendi dire.

Davvero?

Ma è una stronzata. 

Va bene, andiamo avanti. A un certo punto c'è una citazione da Gianni Rodari e Sergio Endrigo, o sbaglio?

In che senso?

La rima ricci/Scandicci.

Aaah, quella. Beh non era consapevole, io pensavo più al mostro di Firenze.

Ah. Oh. Eeeeh. Uh.

Vuoi fare una pausa?

No, no, è solo che per un attimo ho visualizzato e... un'ultima cosa. A un certo punto tu, credo che sia tu, canti: "la chiudo e poi butto il lucchetto".

.

Ma scusa, capisco l'iperbole e tutto quanto, ma se butti il lucchetto vuol dire che non è più chiusa... forse volevi dire che buttavi la chiave.

Cazzo, ma non ci arrivi che le serviva la rima? "La chiudo e poi butto il lucchetto, non so se hai afferrato il concetto".

Sì, ma...

Perché ci stiamo facendo intervistare da questo idiota?

È l'unico che ci ha richiamato.

lunedì 29 aprile 2024

Caterina e l'anorexia mirabilis

29 aprile - Santa Caterina da Siena, dottore della Chiesa, patrona d'Italia (1347-1380).

Tiepolo

[2012] Caterina Benincasa è la patrona d'Italia che gli italiani non conoscono. La schiaccia il confronto con la popolarità trasversale dell'altro patrono, Francesco d'Assisi, al punto che fuori da Siena molti la confondono con Chiara, l'amica e confidente di Francesco e fondatrice delle Clarisse. Caterina invece è tutta un'altra storia, un altro ordine (le domenicane mantellate), un altro secolo (il quattordicesimo), un altro mondo che non conosciamo altrettanto bene, forse non lo conosciamo poco. Per dire, la Rai non ci ha ancora fatto una fiction. Una fiction non si nega a nessuno, Filippo Neri ne ha avute già due. Caterina ancora niente, c'è solo un film del 1957 che nessuno ha più voglia di guardare, tant'è che su Youtube è gratis. Uno pensa: per forza, è una contemplativa, non c'è niente da raccontare. Non è proprio così. Caterina una sua storia ce l'ha. Persino appassionante, ma un po' deprimente, ecco.

Tanto per cominciare, Caterina è figlia della peste nera, l'epidemia più orribile mai abbattutasi sul continente. Questo però spiega solo fino a un certo punto un dettaglio singolare della sua biografia, l'avere avuto cioè 24 tra fratelli e sorelle. Per molte famiglie la prolificità fu un modo di reagire a un morbo che svuotò interi villaggi e quartieri (a Firenze la popolazione si ridusse forse di più della metà, ma il giovane Boccaccio se la cavò e più tardi ci ambientò il Decameron). Ma quando arriva la peste Lapa Benincasa di figli ne aveva già messi al mondo 24: metà erano morti in giovane età, cosa perfettamente in linea con le statistiche (morì subito anche Giovanna, la sorella gemella di Caterina), ma per gli standard dell'epoca la famiglia era comunque numerosa.




Questo non significa che Caterina fosse destinata al chiostro per risparmiare i soldi della dote, come qualche malizioso lettore sta già immaginando. Va bene, lo abbiamo letto tutti Manzoni, ma molto spesso nelle vite delle sante si presenta l'esatto contrario: la famiglia vorrebbe destinare la figlia riottosa al matrimonio, e lei non vuole. Del resto giudicate voi, tra una vita di castità e meditazione e una spesa a rincorrere una decina di pargoli nella contrada dell'Oca, quale fosse la più attraente. Il caso della 16enne Caterina è reso più drammatico dal fatto che il promesso sposo fosse il vedovo della sorella più grande, Bonaventura. Caterina aveva cominciato a vedere Gesù a cinque anni, e aveva fatto voto di castità a sette, ma soprattutto aveva assistito all'agonia della sorella, morta di parto, e non doveva avere molta stima per il cognato. Memore dell'esempio di Bonaventura, che per punirlo delle sue scarse attenzioni si infliggeva lunghi digiuni, Caterina rifiutò di mangiare finché i genitori non cedettero e il matrimonio andò a monte.

Il disturbo alimentare di Caterina, quello che gli studiosi oggi chiamano anorexia mirabilis, nasce in questa situazione: Caterina non possiede nemmeno il suo corpo, ma sa come tenerlo in ostaggio, e detta le condizioni. Si taglia i capelli ed entra nelle domenicane, ma come terziaria, restando dunque nella casa dei genitori. Impara a leggere e a scrivere: le sue opere di misericordia e le sue prime lettere ai potenti del mondo attirano l'attenzione, chi è questa ragazzina che tratta i grandi uomini alla pari? I domenicani, che per farla entrare in un ordine di solito riservato alle pie vedove hanno chiuso un occhio, temono uno scandalo e la invitano al Capitolo Generale di Firenze per interrogarla. Là Caterina fa l'incontro che le cambia la vita: Raimondo da Capua, dottore in teologia, a cui la ragazza prodigio viene affidata una volta certificata la sua ortodossia. In principio diffidente, Raimondo imparerà ad apprezzare le doti di Caterina, soprattutto dopo essersi salvato dalla nuova ondata epidemica del 1374, racconta, grazie alle preghiere di lei. Raimondo sarà per tutta la sua vita il confessore di Caterina, il suo manager, e dopo la morte il suo biografo. Chissà se senza questo sodalizio con la santa avrebbe fatto tanta carriera.

Nel 1376, a 29 anni, Caterina è la protagonista di una missione diplomatica toscana ad Avignone: si tratta di convincere il Papa (a cui aveva già scritto tante lettere) a tornare a Roma, dopo 70 anni di cattività, e già che c’è a bandire una crociata. La crociata è un chiodo fisso di Caterina: l’unico mezzo per fare la pace nella cristianità, esportando la guerra al di là del mare. La missione è in parte politica, in parte propaganda: papa Gregorio XI sta già pianificando il suo arrivo in Italia, ma vorrebbe prima stroncare la Repubblica di Firenze, che guida la rivolta delle città pontificie anche dopo che il Papa ha scomunicato i suoi governanti e (cosa ben più grave) dichiarato decaduti i crediti dei suoi banchieri. Caterina e Raimondo vengono a offrire la pace, ma Gregorio non si fida del tutto e i fatti gli daranno ragione. D’altro canto, Caterina è già famosa in mezza Europa come mistica e taumaturga: può un Papa dirle di no? Ad Avignone Gregorio XI la riceve con mille onori, e intanto la fa pedinare: ma le sue spie non trovano nessuna ragione di scandalo.


Benvenuto di Giovanni: Il ritorno a Roma di Gregorio XI (scortato da Caterina, che in realtà prese una strada diversa).

Io sono un maschio del XXI secolo, non posso fare moltissimo per modificare questa mia impostazione, e così non posso impedirmi di pensare che con Caterina Gregorio parlasse di mistica e di crociate immaginarie, e con Raimondo di cose pratiche, del tipo: cosa offre Firenze? Cosa vuole in cambio? Forse è questo il problema con Caterina, che rende la sua storia più difficile da raccontare di quella di Francesco e di altri. È una donna di 29 anni, che tratta con gli uomini, nel XIV secolo. Posso anche accettare che sapesse scrivere meglio di tutti, (c’è chi continua a pensare di no, che dettasse soltanto), ma che facesse politica… non ce la faccio, chiedo perdono, non mi sembra plausibile: trovo più verosimile persino Giovanna d'Arco che vince le battaglie in testa a una cavalleria di uomini. Quando nel 1940 Pio XII la proclama patrona d’Italia, è facile che avesse in mente proprio una specie di Giovanna d’Arco italiana, meno inquietante perché non prende mai in mano la spada, al massimo digiuna: però la situazione è simile, una ragazza che salva la patria dalle manacce degli uomini (ovviamente per Pio XII salvare la patria consisteva nel riportare il Papa a Roma). Un motivo simile avrà portato Giovanni Paolo II a promuoverla patrona d’Europa, ma l’Europa di patroni ne ha tanti (Benedetto, Cirillo, Metodio, la Madonna del Rosario, e altri che non so) e probabilmente quando si incontrano litigano, stavolta ci incontriamo nel cielo sopra Bruxelles o nel cielo sopra Strasburgo? Cirillo probabilmente esige la traduzione simultanea di tutti i discorsi in paleoslavo, un casino. Tanto alla fine della fiera comandano i tedeschi, per lo più luterani: con loro, come dire, non ci sono santi. Ma stavamo parlando della missione mistico-diplomatica di Caterina.

Ha successo. Il più grande successo della sua vita. Quando finalmente scriveranno la fiction su Caterina, questo sarà il momento in cui suoneranno le campane, partirà la canzone, qualche bambino piangerà, e anche qualche omaccione, sì, a fare Raimondo chiameranno qualche attore molto bello e in questa scena gli spruzzeranno le lacrime finte. Sulla strada del ritorno Caterina guarisce i malati, stronca la peste di Varazze, ormai è una santa in terra. Nel mondo dei maschi, intanto, le cose vanno come sempre a rotoli. I fiorentini decidono che dopotutto la guerra continua. Da Roma, la Roma cadente in cui Gregorio si è appena reinstallato, il papato manda Raimondo in ambasciata, poi Caterina; i fiorentini reagiscono dando fuoco alle proprietà dell’ordine domenicano. Caterina reagisce alla sua maniera: smette di mangiare. Nel frattempo Gregorio muore: questo ritorno a Roma non gli aveva portato molta fortuna dopotutto.
La testa di Caterina è a Siena
(anche un suo dito).
Il corpo è a Roma, meno un piede
che è a Venezia e una costola,
 attualmente in Belgio.

Il conclave è un disastro. Quando capiscono che l’orientamento dei cardinali è quello di nominare un francese – un altro? I romani assalgono il collegio al grido “Romano lo volemo – o almanco italiano”. Terrorizzati, i porporati scelgono un napoletano, Urbano VI, persona competente ma non molto diplomatica, pentendosene quasi subito: qualche mese dopo la maggioranza di loro si ritrova a Fondi, tra le paludi pontine per nominare un ginevrino gradito al re di Francia, Clemente VII. Quando lo scopre, Urbano ovviamente scomunica tutti. È lo scisma d’Occidente, e si consuma davanti agli occhi di Caterina: proprio lei che per anni aveva messo in guardia il vecchio Papa dal pericolo di uno scisma, se si ostinava a restare ad Avignone. Lei prende il partito di Urbano, dichiara i cardinali di Fondi “diavoli incarnati”, e continua a digiunare, una Gandhi antilettera. Quando Raimondo parte per una missione a Parigi, lo saluta consapevole che non si vedranno più. Muore a 33 anni: le stimmate, che aveva ricevuto anni prima, diventano visibili soltanto dopo la sua morte (l’esatto contrario di quel che è successo a Padre Pio). Raimondo diventerà presto Maestro generale dell’Ordine domenicano; lo scisma proseguirà per 40 anni, dividendo l’Europa occidentale tra osservanza romana e avignonese, con papi antipapi e scomuniche incrociate. Su questo in una fiction credo che sorvolerei, ma per fortuna non scrivo le fiction (per fortuna di chi le guarda, intendo: massimo rispetto a chi scrive le fiction).

Caterina è anche una grande scrittrice, passionale e sanguigna, che pochi leggono: il suo genere, la mistica, non è esattamente per tutti. Duecento anni prima di Teresa d’Avila, in Caterina ci sono già le estasi e i viaggi interiori, tanto da far pensare che il barocco sia una questione di genere più che di secolo. Io resto un maschio del XXI secolo (cresciuto tra l’altro nel secolo precedente), e a leggere certe cose mi impressiono: quando scrive a Raimondo che desidera “vederlo affogato e annegato nel sangue dolce del Figliuolo di Dio”, non so cosa pensare; basta voltar pagina perché il sangue di Cristo diventi sangue vero, quello di un condannato a morte di cui Caterina si prende cura nelle sue ultime ore, dicendogli cose così: Confortati, mio dolce fratello, che presto andremo alle nozze: tu ti bagnerai del sangue dolce del Figliuolo di Dio, e io ti aspetterò nel luogo della giustizia. E va davvero ad aspettarlo là: per immedesimarsi mette il collo sul ceppo; nel frattempo “prega e costringe” Maria a ottenere giustizia per l’uomo. A quel punto sente una punta d’invidia: tra pochi minuti il galeotto salirà in cielo e gusterà il dolce sangue di Cristo, mentre lei resterà in terra a occuparsi di cose terrene, politica e diplomazia con risultati non sempre soddisfacenti. E quando lo decapitano, lei riceve la testa nelle mani, esclamando “Io voglio”. L’odore di sangue la inebria, non ha intenzione di lavarlo via.

Poi egli gionse, come uno agnello mansueto, e, vedendomi, cominciò a rìdare, e volse che io gli facesse el segno della croce; e, ricevuto el segno, dissi: Giuso alle nozze, fratello mio dolce, ché testé sarai alla vita durabile! Posesi giù con grande mansuetudine, e io gli distesi el collo, e chinàmi giù e ramentàli el sangue dell’agnello: la bocca sua non diceva, se non «Gesù» e «Caterina», e così dicendo ricevetti el capo nelle mani mie, fermando l’occhio nella divina bontà, dicendo: Io voglio!

[…] Risposto che fu, l’anima mia si riposò in pace e in quiete, in tanto odore di sangue che io non potei sostenere di levarmi el sangue, che m’era venuto adosso, di lui. Oimè, misera miserabile, non voglio dire più: rimasi nella terra con grandissima invidia.


martedì 12 marzo 2024

Lo stratagemma della vergine

13 marzo: Sant'Eufrasia di Nicomedia, vergine astuta



Consegnata dai persecutori pagani a un boia che prima di tagliarne la testa intende stuprarla, Eufrasia promette al suo carnefice di preparare un unguento che lo renderà invulnerabile, come la pozione di Asterix; salvo che può essere preparato soltanto da una vergine. I
l boia decide quindi di risparmiarla almeno finché il miracoloso unguento sarà pronto; credendo tuttavia di essere furbo, prima di spalmarselo chiede alla vergine di testarlo su sé stessa. Eufrasia obbediente si strofina l'unguento sul collo e dice al boia: prova a decapitarmi adesso, vedrai che non ci riesci. Il boia picchia più forte che può, ed Eufrasia perde la testa... ma non la propria verginità, che le era più cara. 

L'episodio è un esempio tipico del cosiddetto "stratagemma della vergine", un tropo narrativo relativamente conosciuto: la prima vergine che riesce a farsi ammazzare con un trucco simile sembra comparire nella Presa di Gerusalemme, una cronaca del VII secolo di cui ci rimangono soltanto frammenti. In quel caso i pagani erano i persiani zoroastriani che verso il 616 strapparono Gerusalemme ai bizantini. Lo stratagemma compare in seguito più volte anche in leggende mediorientali (mentre non è del tutto chiaro se abbia origini precristiane, magari nella letteratura alessandrina). La martire della Presa è ancora anonima; successivamente un sinassario bizantino la chiama Anna ma continua ad ambientare la sua avventura a Gerusalemme. Nel XIV secolo Niceforo Callisto Xanthopoulos nella sua Storia Ecclesiastica sposta l'episodio tre secoli indietro e lo colloca a Nicomedia, dove la martire Eufrasia sarebbe stata arrestata e uccisa dai più tipici persecutori romani. Da qui la riprende Francesco Barbaro nel De Re Uxoria, un fortunatissimo trattato sul matrimonio che fu una specie di equivalente rinascimentale di Innamoramento e Amore di Alberoni, qualcosa che andava assolutamente letta o data per letta per stare in società. Tra quelli che lo lessero davvero, l'inquieto poeta Ludovico Ariosto, che riutilizzò lo stratagemma nell'Orlando Furioso.

Le strisce sono prese dal meraviglioso Orlando Furioso di Pino Zac, editoriale Il Corno 1975
(Credo sia fuori commercio). 


A interpretare i ruoli della martire e del carnefice nel suo poema, Ariosto sceglie con cura i due personaggi più consoni: la dama più casta e insidiata (Isabella) e il cavaliere più violento e orgoglioso, Rodomonte re d'Algeri. L'ironia crudele di Ariosto li fa incontrare proprio nel momento in cui entrambi soffrono la fine di un amore: non lo sapranno mai, ma la causa delle pene di entrambi è lo stesso cavaliere, l'impetuoso Mandricardo. Mandricardo ha ucciso in duello Zerbino, il promesso sposo di Isabella; non solo, ma in un altro canto del poema ha sedotto Doralice, già promessa sposa a Rodomonte. Quel che è peggio è che la stessa Doralice ha ammesso pubblicamente davanti a re Agramante di preferire Mandricardo al fidanzato ufficiale. Per Rodomonte è stata un'umiliazione insostenibile, che lo ha costretto a disertare l'accampamento. Ora si aggira per il sud della Francia, incerto se tornarsene ad Algeri o continuare a vagare alla ricerca di una donna fedele, ammesso che ne esista una. Rodomonte è convinto di no; è appena passato in un'osteria dove i suoi lamenti hanno aperto un dibattito. Un oste ne ha approfittato per raccontare una storiaccia di donne infedeli che somiglia tantissimo alla fiaba di Shahzaman e Shahriyār, la cornice narrativa delle Mille e una notte. Rodomonte approva e zittisce un altro avventore che osa obiettare che le donne alla fine non sono più infedeli degli uomini. Ma poi scende la notte e "il suo pensier" non lo lascia dormire: lo trova ovunque Rodomonte cerchi di fuggire, per terra e sul fiume. È un chiodo fisso che non può essere scacciato da un altro chiodo, e questo nuovo chiodo Ariosto glielo ha allestito alla fine del canto XXVIII, sotto forma di Isabella. 

Anche Isabella sta piangendo la fine di un amore, ma nel suo caso la situazione è relativamente più semplice: dopo infinite peripezie in cui è riuscita a salvare la sua verginità nei modi più inverosimili (a un certo punto era ostaggio di una banda di pirati), Isabella si era infine ricongiunta col suo amato Zerbino, soltanto per vederlo soccombere durante un duello proprio contro il turpe Mandricardo. L'uomo che ha ucciso il grande amore di Isabella per futili motivi (impadronirsi delle armi di Orlando) è lo stesso che per capriccio ha portato via a Rodomonte la sua promessa sposa. Isabella e Rodomonte insomma hanno molto in comune, e non lo sanno. Lo sa Ariosto, e non glielo vuole dire. È il lettore che deve essere almeno tentato da un sospetto: e se trovassero la loro consolazione, l'uno nell'altro? Non sarebbe la coppia peggio assortita del poema. Ma non possono, hanno un ruolo da recitare fino alla fine: Isabella dev'essere casta e accorta, Rodomonte violento e sciocco. Quando lui vede lei, tutta la retorica sulle donne infedeli cede di schianto. Non tenta affatto di violentarla, come si dice in giro: ("E si mostrò si costumato allora / che non le fece alcun segno di forza"). Vuole piacerle, ma in questo si mostra assai meno abile del suo rivale Mandricardo, che proprio con qualche discorso accorato aveva vinto il cuore della sua Doralice. Isabella invece davanti a Rodomonte non smette di sentirsi "qual topo in piede al gatto", e decide rapidamente "di darsi con sua man prima la morte". Con parole eloquenti riesce a convincere Rodomonte a lasciarle preparare l'unguento, e il resto lo sapete. Quando Rodomonte vede rotolare la testa di Isabella, capisce di essere stato umiliato anche dall'unica donna casta che è riuscito a trovare, e decide di dedicarle un mausoleo degno di quello di Adriano. 


L'Orlando Furioso è un poema cavalleresco composto nel Cinquecento, molto prima che si sviluppassero gran parte delle convenzioni narrative che diamo per scontate quando apriamo un romanzo contemporaneo. I personaggi sono poco più che marionette, che Ariosto fa giostrare con manovre astute che facilmente confondono il lettore occasionale. Su tutte le scene regna un sovrano senso di ironia, a volte più divertita, a volte più dolente. Mai per un istante il narratore ci autorizza a condividere le tirate misogine di Rodomonte, che vengono sempre segnalate per quello che sono: sfoghi di un uomo frustrato e deluso. E allo stesso tempo in quella frustrazione è molto facile riconoscersi: e se è il caso, condannarsi. È una cosa che i lettori dell'Orlando fanno da secoli: chi oggi accusa l'Ariosto di aver perpetrato una visione del mondo "prettamente maschile", forse dovrebbe aprirlo e provare a leggerlo. Rimarrebbe forse stupitә dalla quantità di maschi delusi, frustrati, imbelli, giocati e rigiocati da dame più astute – ma non sempre più oneste: c'è una discreta quantità di truffatrici, anche tra loro, e perché non dovrebbero essercene? Ariosto non aveva nessun maschilità tossica da esaltare. Leggendolo si capisce che deve essersi innamorato spesso, soffrendone parecchio: fino a perdonarsi e dimenticare. L'Orlando, se proprio parla di qualcosa, parla di questo. Oppure non parla di niente, è solo una corbelleria, come la chiamava uno sponsor di Ariosto. Ma il giorno che smetteremo di leggerlo ci perderemo qualcosa. 

venerdì 26 gennaio 2024

Dante potrebbe offendervi, attenzione

Dicevamo qualche giorno fa: sul Post qualcuno ha denunciato "il sessismo, i pregiudizi di genere, le vittimizzazioni secondarie" che sarebbero "una costante" nella letteratura italiana che compare sui manuali scolastici. Questo mi ha fatto arrabbiare, un po' più del necessario, per motivi che sto ancora cercando di spiegarmi. Nel frattempo le autrici hanno ribadito che era una provocazione, avremmo dovuto farci una risata, ecc. Ora non m'interessa ribattere punto per punto che no, i manuali non sono fatti così, la letteratura a scuola non si insegna così. Galatea Vaglio su Valigiablu lo ha fatto, e mi sembra che possa bastare. 

Vorrei riflettere su un piano diverso: cosa porta persone non stupide, non incolte, scrittrici, laureate, a produrre un tipo di testo del genere, una specie di parodia in cui una serie di autori e personaggi di epoche molto lontane dalla nostra vengono fotografati nella situazione che possa apparire più scorretta a un lettore contemporaneo? E cosa porta centinaia di lettori altrettanto colti e sensibili ad apprezzare il testo? Potrebbe essere semplicemente una pagina divertente e scritta bene, ma credo che ci sia di più: è una di quelle pagine che prima o poi su internet qualcuno doveva scrivere, come se troppo forte fosse l'esigenza di certi lettori di leggerla. Che tipo di lettori?

Nel pezzo c'è una "doverosa precisazione" in cui spiegano che non vogliono assolutamente cancellare Dante o Ariosto – ci mancherebbe – ma promuovere "uno sforzo di consapevolezza": il che poi implica che questa consapevolezza sui manuali non ci sia, e che a scuola gli insegnanti non si sforzino in tal senso. Questa è una delle cose che mi ha fatto più arrabbiare (cioè secondo voi esorto i ragazzini a trattare le coetanee come le trattava Nastagio degli Onesti?), ma effettivamente se vado a controllare nei manuali per la scuola media, non è che trabocchino di avvertenze sul fatto che Dante e Ariosto vivessero in epoche diverse con morali molto diverse che potrebbero risultare offensive ai giovani lettori. Quel tipo di disclaimer che la Disney sta mettendo su certi vecchi film, ecco, nei libri di scuola ancora non ci sono, è come se li dessimo per scontati perché insomma, Disney+ è alla portata del telecomando di qualsiasi bambino, mentre Dante deve per forza passare attraverso la mediazione di un insegnante. Insomma tutto dipende dall'insegnante e non posso escludere che ne esistano di quelli che approfittano dell'episodio di Paolo e Francesca per esortare i giovani alla continenza. Voglio sperare che non siano in tanti. Forse alla fine avevo torto ad arrabbiarmi così tanto, perché a loro modo le autrici segnalavano un problema: manuali e insegnanti dovrebbero essere più attenti a fornire, per ogni autore, il contesto storico. E però.

E però non mi pare che le autrici stiano chiedendo questo tipo di contestualizzazione. Anzi il loro "sforzo di consapevolezza" va verso l'esatto opposto: personaggi e autori vengono strappati dai rispettivi contesti storici e trattati da contemporanei (altrimenti come faremmo a scandalizzarcene?): ci viene proposto di riconoscere in Orlando il Vasco Rossi di Colpa d'Alfredo, in Leopardi un incel. 

Il mio fastidio forse nasce da qui: ho un problema con chi ostenta intolleranza per il passato, come se non fosse la terra più straniera di tutte. A Dante credo si debba lo stesso rispetto che dobbiamo all'indigeno dell'Amazzonia: non gli spieghiamo che i suoi usi e i suoi costumi sono sbagliati; anche quando ci ripugnano dobbiamo accettare che sono il risultato di un adattamento al suo ambiente, di una civiltà la cui complessità potrebbe sfuggirci. Se leggiamo Dante, tra le altre cose è per imparare cose su di lui e sul mondo in cui ha vissuto; un mondo interessante anche solo perché era diverso dal nostro. Di sicuro non leggiamo Dante per spiegargli che si sbaglia, e che avrebbe dovuto comportarsi come ci comportiamo noi. Né per sentirci migliori di lui. O lo facciamo?

Mettiamola così. È noto che da quando su internet siamo tutti diventati i promoter di noi stessi, l'esigenza di esibire le nostre virtù è cresciuta in modo geometrico. Dobbiamo tutti dimostrare di essere in grado di sconfiggere le ingiustizie, o almeno di segnalarle; e siccome non sempre la cronaca ci provvede di ingiustizie fresche di giornata (e comunque la gara a chi le segnala per primo è molto serrata) ripiegare sui libri di Storia diventa un'alternativa comoda e a costi irrisori. Praticamente tutto quello che è successo prima del 2018 è discutibile, qualsiasi manuale è già un libro nero dei crimini dell'uomo bianco. Razzismi, prevaricazioni, femminicidi a ogni pagina. Prima o poi qualcuno doveva denunciare il sessismo di Boccaccio o di Petrarca, era inevitabile: e infatti non è stato evitato. Ovviamente non per cancellarli, no. Per far discutere, questo sì. Creare un po' di attenzione – e chi sono io per giudicare, davvero.

Si tratta di una mossa facile, ma forse più pericolosa di quel che sembra, perché... ma lo avete capito chi c'è là fuori? 

Ci sono gli studenti.

Quelli veri, quelli giovani. Voi siete woke per modo di dire: eravate svegli/sveglie anche venti anni fa. Siete andati tutti a scuola, e per quanto possa essere stato mediocre il vostro insegnante, difficilmente vi ha minacciato di andare all'inferno se commettevate adulterio perché l'Inferno dantesco lo prevedeva. Questa cosa che scrittori di epoche diverse risentano di sistemi di valori molto diversi, l'avete sempre saputa. Fingere all'improvviso di accorgersene, di dover denunciare le pagine più tossiche, può far nascere un'accesa discussione, che è il motivo per cui si scrivono le cose. Ma accendere una discussione del genere in un ambiente dove passano gli studenti, è come lanciare fuochi artificiali a un benzinaio. Voi non volete veramente cancellare Dante e Ariosto, ho capito. Magari gli volete ancora un po' di bene, a quei due. Volete solo provocare una conversazione. Ma là fuori non c'è gente che vuole conversare: c'è gente che vuole leggere meno, o leggere altre cose, più attuali, più facili. Loro Dante e Ariosto non li hanno ancora letti, e se c'è in giro una clausola per non leggerli più, perché non dovrebbero attaccarcisi?   

E non perché siano giovinastri deficienti tutti droga play e netflix – o forse sì, ma la loro ansia cancellatoria ha ragioni molto più serie delle vostre. Tutti gli organismi viventi tendono a minimizzare gli sforzi, e gli studenti sono organismi molto viventi. Potrebbe essere uno dei motivi per cui negli ultimi anni la prima domanda che si fa un giovane lettore davanti a un testo non è più "cosa sta cercando di dirmi questo testo", ma "c'è qualcosa in questo testo che potrebbe offendere me? o qualche altra minoranza sensibile?" Perché se c'è qualcosa, anche solo una parola, il problema è finito: il testo si cancella e si passa ad altro. Io capisco ormai che la parola con la N non sia più presentabile, ma immaginate di leggere una pagina dell'Autobiografia di Malcolm X a una classe che sonnecchia, quand'ecco che echeggia la parola con la N e li vedi svegliarsi di botto, scandalizzati: ehi, ma cosa stiamo leggendo? In realtà niente, non hanno letto niente. Hanno sentito solo la parola N risuonare nel silenzio. Hanno antenne per queste cose, che non percepiscono ciò che noi percepiamo con gli altri cinque sensi. L'indignazione è il sesto senso: riescono a indignarsi per quel che c'è scritto su un libro senza neanche averlo aperto, a volte appena dopo averlo intravisto dalla vetrina della libreria, sono incredibili. 

Non ditemi che un po' non li invidiate. Una certa cultura cancellatoria può anche nascere dall'ansia che i giovani provano di fronte allo scibile umano: quanti libri bisognerebbe leggere prima di capirci qualcosa, non possiamo cominciare a buttarne via un po'? (continua) 

lunedì 22 gennaio 2024

I classici sono tossici?


(Premessa sul Post è comparsa una Storia tossica della letteratura italiana, che malgrado il titolo intrigante non è scritta da un tossico appassionato di letteratura italiana, e nemmeno è intossicante in sé. Si tratta invece di un atto di accusa contro la letteratura italiana per come la presenterebbero le antologie scolastiche, dove "il sessismo, i pregiudizi di genere, le vittimizzazioni secondarie" sarebbero "una costante". È una lettura molto avvilente per chi quelle antologie le ha lette davvero, alcune le ha amate, molte ne ha usate, insomma per chi a scuola ci lavora. Ma da che pulpito parlo? Ecco, qua sotto spiego da che pulpito; si vedrà che non è un granché).

Forse perché cresciuto in una casa dove libri ce n'erano, non tantissimi e non buonissimi, ma nemmeno così pochi, ho sin dall'inizio concepito la lettura come una sfida: i grandi non credono che io sia in grado di leggere 'sti tomazzi, io invece ci provo e (mica sempre) ci riesco. Con gli anni mi è rimasta questa tensione agonistica, per cui se devo scegliere cosa leggere, mediamente cerco ancora tomazzi che rappresentino una sfida, quelle robe che restano incomplete anche dopo duemila pagine, roba così. (Da giovane mi sono laureato in letteratura su un tizio che non sapeva letteralmente scrivere, per cui si arrangiava con le macchie d'inchiostro). Per contro gli scrittori viventi non mi dicono quasi mai molto: le rare volte in cui ci incoccio mi sale appunto quella tensione agonistica per cui una voce nel mio cervello comincia a dirmi: ah ma questo l'avrei scritto pure io (col terribile corollario: e perché non l'ho scritto?) e mi guasta un po' il piacere della lettura, ragion per cui preferisco continuare a leggere libri freak o non leggere proprio. 

C'è il problema che nel frattempo mi sono trovato un posto nella scuola pubblica, di modo che il mio preciso mestiere sarebbe convincere i ragazzini a leggere: la mia missione, anche. Questo credo sia il mio più grande imbarazzo professionale: non il fatto che sono un disastro a compilare il registro o che ci metto secoli a correggere i compiti e millenni a consegnare i programmi; tutta questa disastrosità scompare di fronte al fatto che dovrei far leggere i miei studenti e mah, probabilmente sono la persona sbagliata per farlo. 

C'è da dire che nulla è così cambiato rispetto a quando ero giovane io come la letteratura per ragazzi; negli anni Settanta/Ottanta c'erano classici consolidati che erano parte del paesaggio, Verne, Stevenson, Dickens, Twain, coi quali mi ero trovato abbastanza bene proprio perché li avevo affrontati presto con quella famosa tensione agonistica che diventava indispensabile quando si cercava di capire storie ambientate ancora nell'Ottocento senza ancora avere tanti strumenti culturali. E per quanto ogni tanto io ci provi, a suggerire libri così, mi rendo conto che tutto è troppo cambiato. 

La letteratura per ragazzi è esplosa, dagli anni Novanta in poi; è il segmento di mercato più interessante e funziona in un modo tutto suo che faccio fatica a capire. Quel che ho capito è che il fatto stesso che la scuola sproni gli studenti a leggere ha prodotto un vero e proprio sottogenere di libri fatti apposta per essere consigliati dagli insegnanti. Ce n'è per tutti i gusti e per tutti i problemi: se vuoi parlare di bullismo c'è uno, dieci, centomila libri sul bullismo (a occhio ne vedo uno nuovo ogni volta che passo in libreria), se vuoi parlare di mafia c'è il libro che spiega ai giovani la mafia, la disabilità, la shoah, il terrorismo, la guerra in Ucraina, persino quell'altra guerra che Zuck preferirebbe non nominassi, ecc. Tutta roba che dovrei consigliare, e a volte lo faccio; purché non mi si chieda di leggerne. Non è il mio genere, ecco, ogni volta che sfoglio trovo tutto un po' troppo semplice, ma è semplice per me e ormai si è assodato che io sono il tipo di lettore sbagliato. In generale mi fido dei colleghi. 

Ciò detto, ho notato che alla fine anche a me capita di discutere in classe di bullismo, di mafia, di disabilità, di terrorismo e di tutto il resto; e mi capita soprattutto nell'ora più strana della settimana, l'ora di letteratura. Un'ora che alle medie non è previsto che ci sia, alcuni colleghi legittimamente ne fanno a meno (altri invece ne fanno due o tre a settimana, sì, facciamo un po' quel che ci pare). È comunque prevista da tutti i manuali scolastici, che ormai la mettono in un volume a parte, e come molte cose previste dai manuali scolastici ha sorpassato quasi indenne tutte le riforme dal '68 in poi; nel primo anno c'è ancora la mitologia, Omero, Virgilio, i cicli carolingi e bretoni; dal secondo ci si cimenta con la storia della letteratura italiana senza risparmiarsi nemmeno Sao ke kelle terre; si legge un po' di Dante, avendo tempo pure Petrarca e un molto ripulito Boccaccio. Nel terzo anno si arriva ai giorni nostri passando dai Promessi Sposi – tutto questo con gran scorno dei colleghi delle superiori che continuano a ripeterci di lasciar perdere, non ne vale la pena, poi arrivano che odiano già Dante e i Promessi Sposi, vogliamo essere noi a far loro odiare Dante e i Promessi Sposi, sennò che ci stiamo a fare. Devo dire che li capisco; ogni tanto penso a mio padre che mollò l'Avviamento perché c'era un maestro che insisteva col latino e a Sozzigalli (MO), nel mentre che cominciava a ragionare col fratello di mettere su un'officina di autoriparazioni, mio padre non vedeva l'esigenza di perfezionare le declinazioni – a volte mi sembra di essere quel maestro, che perde tempo a far recitare Dante ad alunni che stanno riflettendo se valga la pena di mettere su un'analoga autofficina quando tornano in Pakistan. Non credo che l'insegnamento della letteratura sia indispensabile nella scuola secondaria di primo grado; anch'io ricordo di averne fatta pochissima e forse è il motivo per cui in seguito la letteratura italiana mi sembrò un terreno vergine e appassionante; l'unico motivo per cui insisto a farla è che sennò qualche genitore si lamenterebbe – no, aspetta, allora ci sono due motivi; il secondo motivo per cui insisto a farla è che è meglio insegnare una cosa che conosci che ti piace che altre cose che non conosci molto o che t'annoiano – no, aspetta, allora di motivi ce ne sono tre; il terzo motivo è che l'ora di letteratura è quella in cui alla fine riusciamo a parlare di qualsiasi cosa, compreso il problema del giorno. 


Ovvero: c'è stato quel momento in cui si parlava dappertutto di violenza di genere, e non è che si potesse far finta di niente – anche perché dal ministero ci chiedevano il Minuto di Silenzio – e a quel punto probabilmente avrei dovuto cercare un brano nell'antologia che parlasse di violenza di genere, in quel modo semplice e piano in cui ne parlano tutti i testi di quell'antologia che mi fa morire di noia; e se non c'era (in effetti non ne ho trovato) avrei potuto cercare qualche brano in uno dei libri per ragazzi di adesso, e fotocopiarlo, senonché ci hanno chiuso la fotocopiatrice del plesso (giuro), per cui meglio di no. Mentre ci riflettevo, è arrivata l'ora di letteratura in cui di legge di Paolo e Francesca (cioè del femminicidio più famoso della letteratura italiana, e di un fatto di cronaca che aveva intrigato tutte le corti del Duecento) e così abbiamo avuto l'occasione di ragionare su quel verso tremendo, Amor che a nullo amato amar perdona, e sull'idea terribile che sottende: la pretesa che l'Amore del cuore eletto debba essere necessariamente contraccambiato; abbiamo riflettuto sul fatto che questa idea, che rifletteva il modo di sentire della sua generazione, Dante la mette in bocca a un'anima dannata che sta cercando inutilmente di alleviare la sua colpa, o di spostarla su qualcun altro, proprio come tu che appena ti faccio notare che non si lanciano le palline di gomma mi punti il dito sul compagno che te l'ha appena lanciata e fossi io Dante vi manderei anche voi due all'inferno assieme, abbracciati per l'eternità a lanciarvi quella pallina, e vediamo se la troviamo divertente. 

Abbiamo parlato di possessività, abbiamo notato quanto Dante sia imbarazzato e sgomento durante l'episodio, perché l'altro colpevole su cui punta il dito Francesca è proprio la Letteratura, e Dante da giovane leggeva e scriveva precisamente le cose che hanno portato Francesca a conoscere i dubbiosi disiri; insomma come oggi si dà la colpa alla trap, nel Duecento si dava la colpa al Dolce Stilnovo e il primo ad ammettere che qualche colpa l'arte potrebbe avercela è proprio Dante Alighieri, Francesca è un rimorso che morsica al punto che non gli resta che svenire. E poi ovviamente abbiamo parlato di quanto ancora oggi sia forte questa idea della possessività – se io ti amo devi riamarmi, prima o poi lo farai – e di quanto alligni in noi stessi. Ma anche del fatto che oggi nessuno ti manderebbe all'inferno per un bacio o poco più, e che alla fine chi uccide 'per amore' Dante lo manda in un luogo assai più freddo e terribile dell'inferno (Caina attende chi a vita ci spense): ovvero, nel Trecento questo poeta aveva sulla questione idee più avanzate di quelle che avevamo fino a una generazione fa, quando a un marito che uccide per corna ancora si riconoscevano le attenuanti 'd'onore'. 

Abbiamo parlato di tutto questo leggendo una ventina di versi di un poeta di sette secoli fa, la letteratura italiana ci consente questo. Dante, Boccaccio, Manzoni, Leopardi, sono autori che non mi stanco di rileggere in classe e ogni volta mi sembra di trovarci qualcosa di nuovo, mi sembra di trovare un parola interessante sul problema di cui stanno parlando tutti. Probabilmente è un'illusione scaturita dalla mia attitudine di lettore intensivo: leggo pochi testi, ma li leggo tanto e alla fine mi sembra di trovarci di tutto, una pareidolia culturale. Probabilmente qualsiasi testo abbastanza complesso è in grado di illuderci della stessa cosa; già con le Avventure di Pinocchio le possibilità sembrano infinite. E però ci sono anche altri libri che queste possibilità non ce le danno; ne ho visti in giro, non saprei definirli, ma ho la sensazione che molti di questi libri sia possibile trovarli negli scaffali della letteratura per ragazzi; libri che ti parlano in modo molto semplice di mafia, ma di mafia e basta; di guerra, ma solo di una guerra; di bullismo, ma come se fosse l'unico problema al mondo; di terrorismo, ma appena cambia il terrorismo non ti dicono più niente di utile, sono già da buttare via. Magari mi sbaglio, magari la mia diffidenza è basata soltanto sulla stanchezza... (continua)

venerdì 15 dicembre 2023

Le martiri della Drina, o come la Chiesa racconta la violenza sessuale

15 dicembre: beate martiri della Drina, assassinate il 15/12/1941


Da qui a qualche generazione di distanza, forse la Seconda Guerra Mondiale ci apparirà ancora più incredibile di quanto non sia adesso (è quel che dovremmo augurarci, perlomeno). In un secolo drammatico ma tutto sommato razionalmente descrivibile, ecco un intervallo di assurdo orrore i cui resoconti, anche quando dettagliati con minuzia, tradiscono comunque particolari che appaiono mitici o fiabeschi; proprio quando la storiografia sembrava aver abolito categorie assolute come il Bene o il Male, il nazismo e le persecuzioni a carattere etnico rimettono in discussione l'imparzialità degli studiosi. Una prova indiretta di questo fenomeno è la diffusione, nel secondo dopoguerra, di vere e proprie leggende dei santi come non se ne tramandavano da secoli: agiografie costruite a partire da fatti di cronaca e crimini di guerra che solo nel contesto della Guerra possono apparire plausibili. 

Uno dei casi più esemplari è quello delle cinque martiri della Drina, beatificate da Benedetto XVI. Si tratta di cinque suore cattoliche, di età tra i 29 e i 76 anni, che gestivano un piccolo convento a Pale, nei pressi di Sarajevo. Si chiamavano tutte di primo nome "Marija", e quindi si distinguono dal secondo nome e dal cognome: Jula Ivanišević, Berchmana Leidenix, Krizina Bojanc, Antonija Fabjan, Bernadeta Banja. Ad alcune viene associata la nazionalità austriaca, ad altre slovena, croata o ungherese, ma sono attribuzioni da prendere con le pinze (la nazionalità bosniaca negli anni Quaranta ancora non era definita). Di loro non si sa molto di più di questo; tutte le informazioni che mi è stato possibile trovare in italiano, su internet, provengono da siti cattolici e sono state redatte verosimilmente in occasione della cerimonia di beatificazione, intorno al 2011, nel settantesimo anniversario della strage. Con un po' d'impegno (e di serbo-croato) potremmo trovare anche notizie di fonte diversa, e non ci troveremmo in una situazione così simile a quella dei compilatori medievali. 

Quel che ci viene insomma tramandato è che le suore furono rapite e trucidate da un commando di cetnici, la milizia lealista serba che stava combattendo una guerra ambigua, contro gli occupanti tedeschi (e italiani) ma anche e soprattutto contro i partigiani jugoslavi di Tito. L'episodio è tragicamente verosimile: è la dinamica a ricordare più le miniature medievali che i film di guerra che danno forma al nostro immaginario. Sequestrate a Pale l'11 dicembre, rinchiuse in una caserma a Goražde il 15, quattro delle cinque suore avrebbero resistito a un tentativo di stupro gettandosi dalle finestre. Le leggende, che omettono sempre di indicare gli eventuali testimoni oculari della vicenda, specificano sempre invece con molta chiarezza che nessuna delle quattro morì a causa della caduta: ma furono tutte invece finite "a colpi di baionetta" dai cetnici.  La quinta sorella, la più anziana (76 anni), era sotto la custodia di un altro drappello: fu uccisa anche lei dai cetnici il 23 dicembre. Di fronte a fatti tanto cruenti, anche l'osservatore laico sente l'impulso a fare un passo indietro: è davvero così importante che siano riuscite tutte a lanciarsi dalla finestra, tutte e quattro, in così breve tempo ed esiguo spazio? È davvero importante che nessuna delle quattro sia morta a causa della caduta? Insomma, se i cristiani hanno deciso di raccontarla così, perché sollevare obiezioni? Perché, appunto, questo è il modo in cui si raccontavano le storie di martiri già nel mondo tardoantico. In particolare il salto nel vuoto delle suore richiama quello di Santa Pelagia di Antiochia, minacciata da legionari altrettanto minacciosi, cui Giovanni Crisostomo dedicò un elogio che forse le suore conoscevano. 

Se però il Crisostomo suggeriva che una buona cristiana dovesse preferire la morte alla perdita della verginità, in seguito la questione è diventata più spinosa, almeno in Occidente. A un certo punto l'entusiasmo con cui alcuni santi andavano verso il martirio è sembrato eccessivo; nel frattempo era stato messo nero su bianco che i suicidi non potevano ottenere il perdono di Dio, e quindi era opportuno ritoccare i passi in cui un santo nell'arena correva incontro alle bestie feroci, o forzava la mano armata di un titubante carnefice, o si lanciava, perlappunto, dalla cima di una torre o da una finestra. Il discrimine può essere stato, così come per tante altre cose, il Concilio di Trento; qualche decennio dopo, i samurai cristiani si fanno un punto d'onore di rifiutare la pratica del seppuku; quando Paolo Uchibori viene condotto presso i fanghi vulcanici di Unzen, domanda ai compagni di non gettarsi da soli ma di aspettare che siano i boia pagani a dare una spinta. Cosa cambia? Per i cronisti, poco o nulla. Per un cristiano, tutto. La distanza tra un martirio per la fede e un suicidio, nei fatti, è minima: ma per un cristiano il martirio è la strada maestra per il paradiso, laddove il suicidio schiude le porte dell'inferno. E se è possibile che Gesù Cristo Giudice applichi queste categorie con un minimo di buon senso e misericordia, da un punto di vista educativo non si può assolutamente correre il rischio di confondere le due cose. Quattro secoli dopo, chi tramanda la storia delle beate Marije sente ancora la necessità di stabilire con certezza che sì, si gettarono dalle finestre ma no, non morirono a causa della caduta, bensì delle baionette dei cetnici. 

Non solo gli agiografi devono allontanare ogni sospetto di suicidio, ma anche negare la possibilità che almeno una violenza sessuale su quattro sia stata commessa. Anche questo è un topos delle leggende di santi tardoantiche e medievali: ormai ne ho lette un po' e a memoria non mi sembra di aver mai trovato un caso in cui la violenza viene effettivamente consumata. Nei casi più realistici (come appunto quello di Pelagia) la vittima si salva con un sotterfugio e un gesto estremo; nella leggenda tipica è Dio stesso a intervenire, mediante miracoli più o meno spettacolari. Agnese e Lucia possono anche essere condannate al bordello; ne escono più pure che mai. Chi osa toccarle o anche solo guardarle finisce malissimo. Noi ovviamente siamo liberi di trovare tutto questo molto ingenuo; purché ogni tanto ci poniamo il problema: chi siamo, esattamente, noi?

Siamo esponenti di una civiltà che si vanta di curarsi della Verità più che dell'Ideologia; per cui, se qualche donna effettivamente è stata stuprata da un soldato, durante le persecuzioni di Diocleziano o anche millequattrocento anni dopo in un conflitto mondiale, ci piacerebbe esserne informati. Siccome è successo, riteniamo doveroso segnarcelo da qualche parte; magari dopo aver raccolto un po' di resoconti di questo genere riusciremmo anche a realizzare delle statistiche, scoprire chi violentava di più, eccetera eccetera. E mentre riflettiamo su queste cose, ecco che scoppia di nuovo una guerra, e intorno a noi un sacco di devoti della Verità comincia appunto a contare le violenze e gli stupri inflitti da una parte e dell'altra, senza lesinare i particolari. Alcuni di questi particolari dopo un po' risultano essere stati inventati ma è troppo tardi, c'è chi ormai li ha memorizzati e non smetterà più veramente di crederci. Insomma a guardarlo più da vicino, e in tempi di guerra, questo culto della Verità appare meno granitico di quanto sembrava; se gratti bene sotto le statistiche ci trovi di nuovo l'Ideologia. Niente di nuovo sotto il sole; chi combatte ha sempre messo in guardia i civili dal nemico bieco e stupratore; lo stesso nemico del resto molto spesso si rivela bieco e stupratore, la propaganda è una distorsione inevitabile in tempi di guerra,  e una guerra c'è sempre. 

Accettiamo la cosa; però mettiamo a verbale che gli agiografi non lavoravano così. Partendo da un presupposto che tutto sommato ancora condividiamo – la violenza sessuale è un crimine insopportabile – decidevano di cancellarlo. In una civiltà in cui la vittima di violenza sessuale sarebbe stata considerata meno pura, irrimediabilmente macchiata, se non addirittura connivente con il suo carnefice, gli agiografi preferivano scrivere che la vittima non era stata toccata; nemmeno in un bordello. Facevano un torto alla verosimiglianza e probabilmente alla stessa verità; nonché forse alla fantasia morbosa di qualche studioso; ma forse rispettavano le vittime molto più di quanto le stiamo rispettando noi, coi nostri referti, le nostre statistiche, i nostri video che dimostrano inoppugnabilmente che il nemico stupra più di noi. Forse le Marije non si sono salvate dalla violenza sessuale; magari non tutte e quattro. Ma avrebbero voluto risparmiarsi, e l'agiografo le ha risparmiate. Forse chi è davvero riuscita a saltare dalla finestra è morta sul colpo; ma non avrebbe voluto, e l'agiografo l'ha fatta morire in un altro modo. Cambia qualcosa? Per noi che non crediamo no, non cambia quasi nulla. Ma qualcuno ci crede: e per lui cambia tutto. 

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