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domenica 14 settembre 2025

Sette spade nel cuore

15 settembre: Beata Vergine Maria addolorata. 

Palermo

Oh madonnina dei dolori,
quanti dolori avete voi...
Oh madonnina dei dolori,
adesso vi racconto i miei.

Siamo alla fine del Cinquecento, quasi Millesei, in un bosco di lecci in Abruzzo. Un pastore si volta e scopre, su una pietra, una raffigurazione della Madonna trafitta da sette spade. Il fatto che fino a quel momento nessuno ci avesse fatto caso fa già pensare al miracolo: comunque la pietra viene trasportata nella chiesa più vicina. Il mattino dopo, però, i pastori la trovano di nuovo lì. All'inizio pensano a uno scherzo, ma siccome la cosa continua a ripetersi, presto le autorità si arrendono al volere della Madonna, che evidentemente chiede che un santuario sia costruito proprio nel bosco. Questo tipo di miracoli non è affatto infrequente, e di solito viene elaborato per spiegare l'esistenza di un luogo di culto, in questo caso il santuario di Colli. Anche l'iconografia della Madonna trafitta non può più di tanto sorprendere: era già da  tempo una delle patrone di Pescara. Però mi sembra una storia che meglio di altre illustra la devozione per la Madonna dei dolori: una cosa che appare all'improvviso anche se sembra esserci sempre stata, senza che nessuno sappia esattamente da dove viene. Una donna trafitta da sette spade non è un'immagine così usuale: qualcuno deve essersela inventata, in un certo momento e in un certo luogo: ma quando, e chi? Non si capisce. Alcune celebrazioni mariane sono il risultato di lunghi dibattiti dottrinali che coinvolgono scuole di intellettuali, finché la gerarchia non decide di pronunciarsi ufficialmente: è il caso dell'Immacolata, o dell'Assunzione, o della Madre di Dio. In altri casi potremmo dire che succede quasi il contrario: ci sono celebrazioni che restano in sordina per secoli, confinate in ambiti locali, che piano piano prendono piede senza che i teologi sappiano cosa pensare al riguardo: finché non arriviamo ai giorni nostri e nessuno veramente sa chi ha cominciato a venerare la Beata Vergine Maria Addolorata. 

Le sette spade rappresentano sette momenti in cui Maria deve avere sperimentato un forte dolore. Sono tutte ferite morali, oggi diremmo psicologiche: del resto la questione del dolore della Madonna era teologicamente spinosa. Se consideriamo il dolore fisico come una conseguenza del peccato originale (Adamo ed Eva nell'Eden non lo provavano?), restava da stabilire se la Madonne fosse stata concepita col peccato originale o senza – una questione che si sarebbe trascinata fino al 1870. Ma mentre i teologi dibattevano, e le autorità esitavano a prendere una posizione, i pastori adoravano una Madonna trafitta già da secoli. Dei sette dolori si comincia in effetti a parlare a un certo punto del Basso Medioevo; all'inizio la spada è una sola, quella prevista dall'anziano profeta Simeone durante la presentazione di Gesù al Tempio. "Egli è qui per la rovina e la risurrezione di molti in Israele, segno di contraddizione perché siano svelati i pensieri di molti cuori", avverte Simeone prendendo in braccio il bambino: e rivolgendosi a Maria soggiunge: "Anche a te una spada trafiggerà l'anima". Dunque almeno di una spada si parla nel Vangelo, dei quattro, più attento alle vicende interiori di Maria. Le spade però diventano presto cinque nell'elaborazione dei misteri del Rosario (contrapposti a cinque "Gaudi", ovvero momenti in cui Maria era stata felice). Non è un caso che a diffondere questa preghiera siano soprattutto i domenicani, da sempre militanti nella fazione 'maculista', ovvero contrari al concetto di Immacolata Concezione, devoti a una Maria un po' più umana e sofferente di quella venerata ad esempio dai francescani. A investire maggiormente sull'icona di Maria sofferente sarà però il terzo grande ordine religioso nato nel XIII secolo, ovvero i Servi di Maria. Questi ultimi sarebbero stati fondati da un gruppo di devoti benestanti fiorentini, ritiratisi sul Monte Senario, che avrebbero ricevuto istruzioni in merito da un'apparizione della Madonna in lacrime (all'inizio si chiamavano  Compagnia di Maria Addolorata). Nel loro stemma compaiono sette gigli che somigliano già a sette else di sette spade. Questa iconografia potrebbe avere ispirato qualcuno ad aumentare i misteri da cinque a sette, ma potrebbe essere stato il contrario: ovvero l'insistenza sui Sette Dolori potrebbe aver portato i cronisti a modellare la storia dell'Ordine affinché i primi fondatori risultassero esattamente sette – di loro non è che si sappia un granché: la diffusione dei Servi deve molto all'attività di un predicatore che proveniva dai domenicani, Pietro da Verona

CC BY-SA 4
Ma insomma, questi sette dolori, in cosa consistono? Il primo, già citato, è il dolore per la profezia di Simeone – immaginatevi la scena, un vecchio vi prende in braccio il bambino, gli fa un sacco di complimenti ma spiega anche che porterà caos e divisioni e che anche voi sarete trafitti da una spada. Poi c'è il dolore sperimentato durante la fuga in Egitto: sì, Maria di Nazareth è una profuga, ogni tanto vale la pena di ricordarlo. Il terzo dolore è quello sperimentato quando a dodici anni Gesù viene smarrito a Gerusalemme, e ritrovato soltanto dopo tre giorni, nel Tempio, in mezzo ai Dottori; se avete perso vostro figlio anche solo per cinque minuti al parco sapete bene che ci sono spade che bruciano meno. Seguono quattro momenti collegati alla Passione di Gesù, ma desunti dalle stesse tradizioni medievali da cui nasce la Via Crucis; poiché i vangeli dicono che Maria era presente alla Crocifissione, si dava per scontato che lo avesse visto sulla via del Calvario (quarto dolore), ai piedi della croce (quinto dolore), durante la deposizione (sesto) e la sepoltura (settimo). Anche qui, è impossibile capire se al numero di sette ci sia arrivati perché, contandoli accuratamente, i momenti in cui Maria sembrava soffrire erano proprio questi e non uno di meno, o se la sua vicenda sia stata stiracchiata perché la raffigurazione delle sette spade esisteva già e andava giustificata. Di solito, quando troviamo un'immagine diffusa e venerata in Paesi diversi, abbiamo la sensazione che sia molto antica, spesso più antica del cristianesimo. L'Addolorata, pure molto popolare, non dà la stessa sensazione. Ovvero: mentre molti altri avatar della Madonna sono evidenti rielaborazioni di miti pagani, da Iside ad Artemide, l'Addolorata è qualcosa di nuovo, secondo me; qualcosa che prima del cristianesimo non risultava (o forse era stato cancellato quasi del tutto, per rispuntare più tardi). 

L'idea di venerare una donna in quanto sofferente; di venerare la stessa sofferenza in forma di donna; se è esistito un culto del dolore nel mondo precristiano, è qualcosa che ha fatto perdere le sue tracce. Così questa festa un po' sottotraccia, che ai teologi secondo me non piace perché nasce dalla devozione popolare e confligge con dibattiti più importanti, è forse la festa mariana più originale, quella che ci spiega cos'è stato il cristianesimo per centinaia di generazioni di uomini e soprattutto di donne; una religione che metteva in primo piano il dolore, sia quello dell'uomo che quello della donna, su un piano quasi egualitario: a ogni ferita di Cristo ne corrisponde una nel cuore di Maria. È anche la celebrazione meno attuale, in un mondo dove il dolore è visto sempre di più come un errore da correggere – mentre alcune subculture che lo esaltano sono spesso portate avanti da donne


16 settembre: San Ninian (IV-V secolo), apostolo dei Pitti

A Whithorn, nel Galloway, insomma nella Scozia meridionale, c'è un rudere scoperchiato che potrebbe essere il primo edificio in muratura di tutta la Scozia. È quel che resta della Candida casa (in latino: "Bianca capanna"), un monastero sorto intorno alla prima chiesa scozzese, fatta costruire intorno al 397 dal protovescovo Ninian. Di lui ci parla Beda il Venerabile, vissuto quattro secoli dopo ma non era un contafrottole, prova ne è che non riferisce particolari miracoli: già solo avere eretto una chiesa in pietra in mezzo al Paese dei Pitti (chiamati così dai Romani per l'abitudine a dipingersi il volto e il corpo) era cosa encomiabile. Secondo Beda, Ninian era un britanno che aveva evangelizzato i Pitti, intitolando la prima diocesi scozzese al quasi coevo Martino di Tours; da questo asciutto resoconto gli agiografi successivi partiranno per ricamare una storia più elaborata in cui Ninian è figlio di un re cristiano che converte un re pagano, nonché discepolo di Martino che gli manda i suoi muratori di fiducia: si dà per scontato che i Pitti non sapessero mettere pietra su pietra. Gli storici però hanno la sensazione che questa primissima missione cristiana nelle terre oltre i valli romani abbia avuto un successo effimero; pesa sui Pitti la definizione che qualche decennio dopo affibbia loro San Patrizio d'Irlanda, ovvero "apostati". Il termine lascia intendere che qualcuno li avesse a un certo punto battezzati, ma che questa evangelizzazione fosse stata di breve durata. In ogni caso Ninian è riconosciuto e venerato come il primo vescovo scozzese; il monastero sorto intorno alla candida casa restò un importante centro culturale per tutto il medioevo e fu abbandonato soltanto dopo la riforma protestante.


17 settembre: Santa Ildegarda di Bingen (1098-1179), badessa, scrittrice, compositrice, mistica, teologa, botanica, diagnosta, naturopata, crittografa, mi sarò anche dimenticato qualcosa

Questo in realtà più che un pezzo su Santa Ildegarda è un appunto, lasciato qui perché è uno dei pochi posti dove non lo perderò, in pubblico affinché io mi senta più vincolato: prima o poi devo scrivere un pezzo vero su Santa Ildegarda. Devo rimediare a questa cosa piuttosto imbarazzante per cui avevo già un libro sui Santi a mio nome in libreria, quando una lettrice molto gentile mi chiese: ma non hai scritto niente su Santa Ildegarda, e io risposi eh? Santa Chi? Una monaca, del medioevo, molto apprezzata, ah no scusa, mai sentita nominare, sarà la classica visionaria dimenticata in qualche convento sperduto, aspetta che do un'occhiata e... sbraaang, è come se mi fosse piovuto in testa il Riesenkodex. 

Il Riesenkodex è un manoscritto in cui Santa Ildegarda, prima di morire all'augusta età di 81 anni, volle raccogliere tutto quello che aveva scritto: visioni, corali monofoniche, altre visioni, codici segreti, angelologie, senza risparmiare sulle miniature (non incluse però i trattati di erboristeria). Ne risultò un tomo di cm.45x30x15, dal peso di 15 kg, Santa Ildegarda non si risparmiava. In un certo senso è la Leonardo da Vinci del secolo XII: come Leonardo, non aveva fatto studi regolari (era entrata a 8 o 10 anni in un monastero benedettino femminile che non prevedeva l'istruzione accademica); come Leonardo, un po' se ne crucciava ma la cosa non le impediva di incuriosirsi e immischiarsi in ogni branca dello scibile umano. Rispetto a Leonardo non sapeva dipingere (in compenso era una compositrice di musica sacra notevolissima e innovatrice), per cui il rispetto del pubblico dovette guadagnarselo con le visioni mistiche. "Visione" è un termine che forse a lei non sarebbe piaciuto; perlomeno in una lettera molto tarda afferma di non essere mai caduta "in preda all'estasi", ma di aver sperimentato sin da bambina nella sua anima la visione del riflesso divino in tutte le anime del mondo: una specie di sesto senso con cui contemplava lucidamente ogni fenomeno dell'universo. La lucidità era indispensabile perché a mettere per iscritto le visioni si poteva anche rischiare processi per eresia, ma Ildegarda seppe muoversi bene, ottenendo abbastanza presto il favore di un papa al quale mandò il suo primo libro, nel quale non si riuscì a trovare nulla che contraddicesse le scritture: da lì in poi nessuno osò contrastarne gli interventi, e Ildegarda ne approfittò per fare a modo suo. Sin da giovane aveva dimostrato un carattere abbastanza caparbio; quando decise che doveva trasferire le sue monache in un altro monastero, e il vescovo non lo permetteva, si mise a letto e sfidò il vescovo a spostarla da lì. L'episodio è descritto come un miracolo, ma in controluce possiamo vederci un episodio di resistenza passiva: il vescovo poteva senz'altro ordinare a un paio di guardie di pigliarla per le gambe o i capelli, ma che figura ci avrebbe fatto con i fedeli che ormai la veneravano come santa? Un'altra volta riuscì a ottenere che un eretico restasse sepolto in terra consacrata, sostenendo che prima di morire si era riconciliato con Dio, e nessuno osò contraddirla. Ildegarda studiava, insegnava, addirittura predicava in giro per la Renania: non fece tantissimi tour, ma per una donna del XII secolo si trattava comunque di una situazione straordinaria. Dovunque la precedeva anche la fama di guaritrice, che si era guadagnata non invocando lo Spirito Santo a vanvera, ma studiando tutti i trattati di botanica e farmacopea che aveva potuto trovare, aggiungendoci l'esperienza maturata col tempo. Ildegarda, che a qualche femminista dà un po' fastidio perché nei suoi trattati accenna spesso all'inferiorità della sua condizione di donna non letterata (ma lo fa per dimostrare che lo Spirito parla anche attraverso gli umili), è invece diventata un personaggio di culto nell'area della medicina olistica e dell'erboristeria new age – un'area dalla quale cerco di tenermi il più lontano possibile, e questo spiega ma non scusa la mia ignoranza. È una cosa che mi dà un po' fastidio perché certo, senz'altro Ildegarda ragionava in termini di micro e macrocosmo, cercando nella natura i riflessi del corpo umano, praticando salassi e prescrivendo impacchi di pietre preziose che oggi sappiamo essere inutili se non dannosi. Lo faceva perché quella era la medicina più avanzata del tempo, ma se vivesse oggi sarebbe esperta di diagnostica e fisica delle particelle, non perderebbe tempo con i quattro stati delle materie – sì, mi rendo conto, è una proiezione che non ha senso. Ma prima o poi scriverò qualcosa di più sensato su Santa Ildegarda di Bingen, lo prometto. Se nel frattempo volesse pregare per me, ho un dolorino al ventre che non si spiega.

martedì 6 maggio 2025

La sirena di Sennara

La sirena di Zennor. 
6 maggio: Santa Sennara (VI secolo)

Partorire in generale non è semplice, ma forse non è mai stato difficile come per Santa Sennara, o Asenora, o Azenor, madre di San Budoc. Figlia del re di Brest, secondo una cronaca quattrocentesca sposò un feudatario che non doveva riservarle particolari attenzioni, dato che quando lei si trovò incinta la accusò di adulterio (ispirato dalla di lei matrigna), e la gettò nella Manica dentro una botte. 

Ora, questo è evidentemente un topos. (O un tropo. Gli americani a un certo punto hanno iniziato a dire tropo al posto di topos e ormai non c'è più modo di fermarli). I più sgamati avranno già in mente l'antecedente più illustre: Acrisio re di Argo, dopo essere stato informato dall'oracolo di Delfi che un suo eventuale nipotino lo avrebbe inevitabilmente ucciso, rinchiude la figlia Danae in una torre. Danae riesce comunque a restare incinta (potrebbe essere stato Zeus, trasformatosi in pioggia dorata; o il più plausibile zio Preto), e Acrisio la abbandona in mare in una cassa inchiodata. Vero è che in questa versione il piccolo Perseo, rinchiuso nella cassa con la madre, era già nato; ma quando finalmente approdano sulla spiaggia di Serifo, e un principe apre la cassa, è come se venisse al mondo di nuovo. Sennara invece partorisce in mare e approda con il figlioletto Budoc a Zennor, sulla punta estrema della Cornovaglia (proprio come Brest sta sull'estremità della Bretagna). È uno di quei luoghi in cui ti sembra finisca il mondo – come a Sagres, a Finisterre, o a Leuca – il che seleziona un certo tipo di abitanti. D.H. Lawrence ci andò ad abitare con la giovane moglie nel 1915, e forse perché amavano passeggiare nei pressi del promontorio, furono accusati dal controspionaggio di fare segnalazioni agli U-Boot: per quale altro motivo un buon borghese avrebbe dovuto trovarsi lì? Così lo fecero sloggiare – non prima che terminasse la stesura di Woman In Love. La leggenda potrebbe appartenere a un antichissimo sostrato indeuropeo, oppure essere arrivata nel medioevo per via letteraria: in ogni caso in Gran Bretagna ha lasciato al segno, di partorienti in zattera (o barile) ce n'è più d'una: così ad esempio viene alla luce Kentigern di Glasgow. La leggenda potrebbe essere nata per esorcizzare un ricordo traumatico: un'antica punizione per le donne adultere?    

Invece di diventare un guerriero eroico come Perseo, Budoc si farà monaco e poi tornerà in Bretagna a fare il vescovo. Sennara invece proseguirà per l'Irlanda dove si guadagnerà da vivere come lavandaia, ma dopo la morte sarà venerata in Bretagna dalle puerpere, che quando hanno poco latte vanno a bere dal pozzo santo di Languengar, nella parrocchia di Santa Sennara. In Cornovaglia viceversa è invocata dai pescatori. Zennor è l'ultimo toponimo inglese in ordine alfabetico, ma sappiamo che qualche secolo fa si chiamava Saint Senara. Secondo gli storici però fino al 1200 il santo venerato a Zennor era chiamato "Sanctus Sinar") ed era quindi di sesso maschile. Se le cose non fossero già abbastanza ambigue, la scultura più famosa del paese è una sirena intagliata sul fianco di un palco in legno di quercia. Non un granché dal punto di vista strettamente artistico, ma raffigurazioni così antiche di sirene in Cornovaglia non ci sono. Forse nemmeno in tutta l'Inghilterra. Il palco è quel che resta di un mobilio completamente scomparso dove probabilmente venivano ritratte altre creature marine; un'iconografia folkloristica che alla fine dell'Ottocento doveva sembrare davvero poco consona a un luogo di culto cristiano, e quindi fu rimossa. La sirena però è resistita, per un qualche motivo. Sembra spuntare dalle acque e porta con sé uno specchio ovale, come talvolta accade nei quadri ad Afrodite

La leggenda che ha ispirato non è molto originale. Nella chiesa di Saint Sennara ogni tanto si univa al coro una signora bionda e pallida, dalla voce particolarmente educata. Nessuno sapeva da dove venisse e come mai, anno dopo anno, non sembrava invecchiare. Quando il migliore corista di Zennor, Mathey Trewella, scomparve misteriosamente, qualcuno ricordò di averlo visto seguire la signora dopo la funzione religiosa; forse era curioso di capire dove abitasse. La signora non si fece più viva, ma qualche tempo dopo gli abitanti di Zennor sentirono parlare di una sirena che in una baia poco lontana era emersa per chiedere al capitano di una nave di rimuovere per favore l'ancora, che le ostruiva la porta di casa e le impediva di "prepararsi per andare a messa". (Il capitano, ipnotizzato dall'apparizione, aveva subito obbedito). Dedussero che si trattava della stessa signora pallida che ogni tanto veniva a unirsi al coro, e rabbrividirono perché, a differenza del capitano, erano pescatori da generazioni e sapevano che le sirene portano sfortuna. 

Sennara dunque è sia la madre che partorisce in mare, sia la figlia che nasce sulla spiaggia. O il figlio: non ha tutta questa importanza. L'importante è che a monte di questa leggenda, qualcuno si sia salvato da un naufragio: una donna in fuga, o il suo neonato. Questo ha commosso i principi, i pescatori e i contafrottole, e migliaia di anni dopo ancora ce lo raccontiamo: e pattugliamo i mari, perché succeda ancora. 

mercoledì 9 aprile 2025

Demetrio, o il Dio in incognito

Icona russa del XVIII sec.
9 aprile: San Demetrio di Tessalonica, mistero 

Demetrio è uno dei casi in cui più grande è il distacco tra quanto un santo è venerato e quanto è conosciuto, nel senso che pur essendo un santo molto importante (soprattutto nelle Chiese orientali, dove però la sua festa è in ottobre) non abbiamo idea di chi sia e di cos'abbia fatto o se se sia nemmeno mai esistito. In occidente la sua fama ebbe un'impennata durante le crociate, per cui la sua situazione è in qualche modo simile a quella di San Giorgio (col quale forma una coppia di combattenti vagamente simile ai soliti dioscuri): antichi soldati romani, che magari erano stati martirizzati proprio perché si rifiutavano di combattere per imperatori pagani, innalzati mille anni dopo come stendardi da soldati venuti ad ammazzare musulmani. Ma se di Giorgio qualcosa sappiamo, Demetrio non risulta nemmeno in una lista dei martiri di Tessalonica del terzo secolo: un dettaglio molto strano, dal momento che Tessalonica (oggi Salonicco) nel medioevo era il centro del suo culto: tanto che nei documenti curiali ci si lamentava che i tessalonicesi venerassero più Demetrio che Cristo. Come nel caso dell'altro santo popolarissimo nel Mediterraneo orientale, Nicola, un veicolo importante del culto era un olio miracoloso che in teoria sgorgava dai resti del santo; in teoria, perché questi resti non era possibile vederli. L'olio aveva ovviamente proprietà curative e non ci è dato sapere se la sua messa in commercio sia nata dalla popolarità del santo, o se viceversa il santo abbia avuto successo perché in effetti l'olio era buono.  

Giorgio e Demetrio sconfiggono un drago (monastero di Sumela, Trebisonda)

Nel Settecento i Bollandisti ipotizzano che il Demetrio di Salonicco sia lo stesso Demetrio di Sirmio (oggi Mitrovic in Bosnia): il che spiegherebbe come mai, malgrado un culto così importante, a Salonicco di resti veri e propri non ce ne fossero. Siccome si trattava di un santo soldato, per i Bollandisti era facile ipotizzare che il trasferimento del culto non avesse seguito la traslazione di un cadavere, ma lo spostamento di una legione da Sirmio a Tessalonica. A Sirmio per la verità Demetrio non faceva il soldato, ma il diacono: una volta trasferito nella nuova città avrebbe però perso la sua identità, mantenendo unicamente il ruolo di protettore dei soldati. L'ipotesi è convincente, ma non possiamo nemmeno accantonare la proposta avanzata nel 2000 da uno storico americano, David Woods, che fa notare come le uniche reliquie custodite a Salonicco non fossero ossa, com'era tipico, ma una sciarpa e un anello. È una combinazione di oggetti assai rara, per non dire unica: molto singolare quindi il fatto che una simile coppia di oggetti fosse menzionata dal poeta Prudenzio nel Peristephanon, associata a due martiri spagnoli, Emeterio e Chelidonio. Da cui un'ipotesi: e se i due oggetti fossero arrivati a Tessalonica dalla Spagna, magari portati dall'imperatore Teodosio durante i suoi soggiorni in città (379-380)? Le reliquie, custodite in un luogo sacro, sarebbero state rapidamente dimenticate e riscoperte trent'anni dopo da un prefetto dell'Illiria, Leonzio, che nei paraggi era guarito miracolosamente da un male e voleva capire quale santo lo aveva salvato (i maliziosi penseranno che voleva fondare un nuovo luogo di culto, o magari lanciare una sua linea di olio). Il ritrovamento delle reliquie da parte di Leonzio è documentato da ben due Passio: secondo Woods, Leonzio avrebbe potuto trovato il nome "Emetrius" e aver pensato che la D iniziale era andata cancellata, come doveva succedere spesso in quei secoli in cui la gente scriveva sulle pietre, sulla terracotta e altri materiali facilmente sbrecciabili. Avrebbe quindi deciso di portare anello e sciarpa in una chiesa che a Tessalonica esisteva già, ed era dedicata al Demetrio di Sirmio, contribuendo involontariamente a fondere l'immagine dei due santi. 

Questa è in assoluto la storia più interessante che sono riuscito a trovare su San Demetrio. In realtà stavo cercando qualcuno che si attentasse a collegare il santo con culto del dio Mitra, molto diffuso proprio negli stessi secoli (III e IV) e proprio in ambiente militare. Davo per scontato che ne avrei trovati, dopotutto Demetrio in bosniaco si dice proprio "Mitra" (e Sirmio oggi si chiama Sremska Mitrovica). Certo, c'è il solito problema che di Mitra sappiamo davvero poco, proprio come di San Demetrio. Non pochissimo, ma molto poco rispetto all'importanza che ebbe il culto negli stessi secoli in cui si stava diffondendo il cristianesimo. Veniva senz'altro da oriente (esiste un Mitra indù, dio solare degli affari; e un Mitra persiano, dio dell'amicizia e dei contratti), verso il primo secolo si diffonde nell'Impero, soprattutto nelle zone con alta concentrazione di accampamenti militari, com'è il caso dei Balcani. È ancora un Dio solare, ma più timido di Gesù: non cerca grandi folle, ma piccole comunità che praticano riti misterici di cui non sappiamo quasi niente. Sono comunità esclusivamente maschili, e questo forse fu l'aspetto che condannò il mitraismo, nel mentre che il cristianesimo si diffondeva offrendo alle ricche matrone un modo di rendersi protagoniste della gestione economica di intere comunità. Ci ha lasciato centinaia di mitrei, luoghi di culto dalla forma facilmente riconoscibile, sale rettangolari senza finestre in cui la comunità compiva le sue liturgie festeggiando ogni sette giorni il sole con un pasto rituale che, ammette lo stesso Tertulliano, ricordava parecchio il banchetto eucaristico dei cristiani. Il culto scompare all'improvviso a fine quarto secolo, quando proprio a Tessalonica l'imperatore Teodosio dichiara con un editto i non cristiani eretici e "dementes". Proprio per le sue caratteristiche misteriche, il mitraismo avrebbe potuto sopravvivere in clandestinità ancora per qualche generazione, anche tra i ranghi dell'esercito: per finire presto o tardi normalizzato, magari con l'istituzione di un Demetrius a nascondere quel che restava di un Deus Mitra. 

Mitra era di solito raffigurato nell'atto di uccidere un toro: una raffigurazione chiamata tauroctonia, in cui sono coinvolti anche un serpente, un cane (che bevono la ferita dal collo) e uno scorpione (attaccato ai testicoli). La tauroctonia probabilmente ha un significato astrologico: Toro, Scorpione, Cane Maggiore (o Cane Minore), e un non meglio precisato Serpente (l'Idra) rappresenterebbero le costellazioni in cui il sole transitava a partire dall'equinozio di primavera nell'era del Toro, più o meno 4000 anni fa; perché oggi, a causa della precessione degli equinozi, il sole passa dai Pesci (e verso il 2500 passerà dall'Acquario). Forse la Tauroctonia è lontanamente imparentata col tetramorfo che attraverso il libro di Daniele arriva al cristianesimo: la nube in cui compaiono un angelo, un vitello, un'aquila e un leone (in seguito identificati con gli evangelisti). San Demetrio purtroppo non compare mai nell'atto di uccidere un toro – un'immagine così avrebbe chiuso la questione, ma ormai anche se la vedessi penserei a un fake digitale. In ambito occidentale a volte trafigge con la lancia un uomo scuro di pelle, ma è un'iconografia chiaramente ispirata alle crociate e all'identificazione del nemico con il moro. Magari il moro ha preso il posto del toro (il cambio di iniziale funziona anche in latino: taurus, maurus). Quando il saggio cercava di metterci in guardia dal Demone dell'Analogia, credo si riferisse a questo tipo di coincidenze.

martedì 25 marzo 2025

Di santi assassini e pugnali

Beerk beeerk. 
26 marzo: San Bercario (VII secolo), abate assassinato

Se fino al terzo secolo per diventare santi occorreva, in sostanza, morire male – santità e martirio coincidevano – dal quarto in poi la categoria si apre a figure magari meno coraggiose, disposte a patire digiuni e solitudine ma non necessariamente torture e uccisioni: prima gli eremiti e poi i monaci. Eppure anche nei monasteri, questi luoghi in teoria lontani dal mondo e vicini a Dio, ogni tanto qualcuno moriva ammazzato. Abbiamo già visto come Benedetto, l'ispiratore della regola monastica più diffusa, dovette salvarsi da più di un attentato ai suoi danni, ed erano tutti organizzati da confratelli scontenti o invidiosi. Se le vicende di Benedetto possono apparire per lo più leggendarie, molto più concreto è il pugnale che due secoli dopo, nel monastero di Montier-en-Der (Champagne), trafigge a morte l'abate Bercario: lo ha maneggiato un suo confratello e figlioccio, Daguino, per vendicarsi di una punizione subita, in un giovedì santo. Bercario non dispone degli strumenti miracolosi di Benedetto: non può salvarsi la vita ma prima di chiudere gli occhi salva l'anima al suo assassino, perdonandolo. Oltre che per questo gesto magnanimo, Bercario è ricordato per avere fondato monasteri maschili e femminili nella valle della Marna, anche se proveniva dall'Aquitania. Ciononostante io non riesco a non immaginarmelo un po' scontroso e irruente, mentre rampogna il suo sottoposto. Dev'essere il potere dei nomi propri: siccome si chiama Bercario, io me lo immagino a berciare. Ovviamente mi sbaglio, perché "Bercario" deriva dal germanico Berachar, che ha qualcosa a che vedere con l'orso (ber) e con i soldati (hari). "Berciare" invece è un verbo italiano di etimo incerto, anche se è suggestiva l'idea che all'inizio fosse il verso dell'orso. (Berciario potrebbe comunque anche essere una variante di Bertario, che non ha un orso nella radice, ma l'aggettivo beraht, "celebre")


Foto di Benjamin Smith 
Abbazia di Brantôme. (Dordogna), 
statua di inizio Novecento. Sicario è il neonato.

26 marzo: San Sicario (VI secolo), vescovo inesistente di Lione

Sempre il 26 marzo alcuni martirologi ricordavano un vescovo di Lione, Sicario; senonché il nome sembrava più inverosimile di altri a Godfried Henschen. Quest'ultimo era il primo collaboratore di Jean Bolland, il gesuita che nel Seicento con gli Acta sanctorum trasforma l'agiografia in una disciplina storiografica. Henschen era persino più scrupoloso del maestro, e quando chiese di controllare davvero presso gli archivi della diocesi di Lione, saltò fuori che Sicario non c'era. Ora è vero che la gente dà ai figli i nomi più strani, anche nell'Alto Medioevo, quando le lingue germaniche si ritrovano improvvisamente a circolare in mezzo agli embrioni delle lingue neolatine; ma sicarius in latino vuol dire assassino, chi è chiamerebbe suo figlio così? Tra l'altro deriva proprio da sica, pugnale ricurvo di origine trace, il che mi ha fatto fantasticare, perché per Erodoto i traci avevano la lingua più antica del mondo: il Faraone che aveva fatto il solito esperimento di allevare dei neonati proibendo a tutti di parlare con loro, aveva a malincuore scoperto che essi crescendo parlavano in lingua trace, e non egiziana (quando Federico II rifece l'esperimento, i bambini morirono, dettaglio realistico che ci fa purtroppo dubitare che si tratti anche stavolta di una leggenda). 

Erodoto oggi probabilmente scriverebbe fake news su Atlantide per acchiappare i clic dei terrapiattisti, ma i Traci potrebbero davvero essere stati i primi indeuropei approdati in Europa. Così quando mi capita di vedere dei sikh in giro ho sempre pensato che il loro nome derivasse dal pugnale che gli adulti devono portare sempre con sé. Mi sbagliavo anche in questo caso, sikh in sanscrito significa "discepoli". Quanto al loro pugnale, che in ogni momento ricorda loro che devono essere disposti a combattere per la verità, si chiama kirpan.

Come aveva fatto un San Sicario a finire nei martitologi? Henschen, che di mestiere vagliava manoscritti slabbrati e scoloriti, supponeva che qualcuno avesse commesso un refuso scrivendo Sygarius in luogo di Syagrius, Siagrio, un nome molto più diffuso. Io aggiungo un dettaglio: magari l'agiografo aveva ancora in testa il nome "Bercarius", che aveva trascritto pochi paragrafi prima, tanto più che anche nella sua storia c'è un pugnale. Non capita anche a voi? Dovete scrivere "Siagrio", ma state pensando a "Bercario", e allora scrivete "Sicario". Dopodiché magari vi accorgete del refuso, ma a cancellarlo c'è il rischio di rovinare un intera pagina di pergamena, e poi chi lo sente l'abate. Tanto chi vuoi che vada a leggersi i santi minori del 26 marzo, che è sempre quaresima...

Qualche secolo più tardi, da qualche parte un bambino muore dopo il parto, appena in tempo per essere battezzato. Questo permette ai genitori la consolazione di seppellirlo in terra consacrata, come un piccolo santo: e siccome magari è nato e morto il 26 marzo, i genitori scelgono di chiamarlo Sicario: è un nome strano, ma se è sul calendario è ok. Nel frattempo magari il sintagma "sicaire" non suonava più così omicida, magari nell'uso comune era già stato sostituito da assassin che come è noto significa in arabo "dedito all'hashish", e deve il suo successo europeo alla leggenda del Veglio della Montagna, riportata da Marco Polo. Le ossa del piccolo giungono, attraverso i secoli, a Brantôme, un'abbazia in Dordogna che comincia a festeggiare un San Sicario il 2 maggio (la data della traslazione delle reliquie?) E siccome ogni santo reclama una sua leggenda, qualcuno ha immaginato che Carlo Magno avesse fatto dono all'abbazia delle ossa di un neonato caduto durante la strage degli innocenti. In seguito anche questa origine deve avere annoiato un predicatore in fissa con gli ebrei, ed ecco circolare la storia di un piccolo Sicario rapito e assassinato dagli ebrei: del resto è quel periodo dell'anno. E se nemmeno questa leggenda è abbastanza truculenta, nell'Enciclopedia della scienza proibita del 1990, Gremese Editore, robaccia da far impallidire Erodoto, si favoleggia di certe blasfeme "messe di San Sicario", celebrate da preti indegni e apostati in chiese abbandonate e sconsacrate della Guascogna, possibilmente infestate da pipistrelli e rane nel fonte battesimale. Lo scopo di queste celebrazioni sataniche sarebbe accorciare la vita della persona a cui vengono dedicate: così alla fine potrebbe averci messo più di mille anni, ma quell'errore di trascrizione ha veramente creato un Santo Assassino. E chissà cosa potrebbe nascere, tra un po', dagli errori che lascio in giro tutti i giorni.

giovedì 31 ottobre 2024

Il diavolo è il mio architetto

31 ottobre: San Volfango (924-994), vescovo di Ratisbona che fece costruire una chiesa al diavolo, ed esistono architetti peggiori. 


Michael Pacher

Volfango è uno dei santi più popolari della Germania cattolica, il che meriterebbe un discorso a parte, nel senso che la Germania cattolica mi sembra un corpo mutilato a cui non è stato concesso di evolversi; è una sensazione che dovrei verificare sul campo e non ne avrò mai il tempo, ma qui più che altrove mi sembra più facile imbattersi in leggende medievali che medievali sono rimaste: oggi sono buone da rivendere come aneddoti, o per valorizzare qualche sito turistico – ma la sensazione è che già nel Medioevo la loro funzione fosse la stessa. Il caso di Volfango è esemplare: si legge ad esempio un po' dappertutto che fu il vescovo che "fece costruire al diavolo una chiesa", anche se poi nessun sito in italiano riporta la leggenda per esteso. Si tratta in sostanza di una storia messa in giro per reclamizzare un santuario, da gente che Volfango non sapeva più nemmeno chi fosse: un nome sul calendario la cui vita si poteva riscrivere a piacere. Del Volfango storico, invece, cosa sappiamo? 

Rampollo di buona famiglia, Volfango rinnega gli studi brillanti, rinuncia a una cattedra episcopale a Treviri ed entra nel monastero di Einsiedeln. Ci resta sei anni e poi scopre una vocazione all'apostolato che lo porta in luoghi ancora selvaggi e non cristianizzati (la Boemia e la Pannonia che qualcuno comincia a chiamare Ungheria, in quanto gli Ungari vi si sono appena installati). Come missionario però Volfango non ottiene risultati apprezzabili, e così ripara in Baviera, dove gli viene offerta la cattedra di Ratisbona. Stavolta Volfango accetta, ma continua a vestirsi e comportarsi da monaco, rifuggendo le glorie del ministero. In una fase in cui i vescovi ragionano da feudatari e tendono ad accrescere i territori di loro competenza, Volfango si comporta nel modo opposto e acconsente a scorporare dalla sua diocesi l'enorme provincia della Boemia, "cosi che la Chiesa li rinvigorisca". Volfango insomma aveva capito che se siamo tutti utili, nessuno è necessario; e che da qualche parte in Boemia prima o poi sarebbe arrivato un evangelizzatore migliore di lui. 

Passato a miglior vita nel 994, nel giro di cinquant'anni Volfango era già stato canonizzato, dopodiché per un paio di secoli fu sostanzialmente dimenticato. La sua riscoperta è dovuta al progressivo affermarsi di un santuario presso un lago salisburghese, l'Abersee, che a un certo punto diventa Wolfgangsee. Probabilmente per dare lustro al santuario (o per reclamarlo come proprio) i monaci della vicina abbazia di Mondsee cominciano a sostenere che sia stato fondato da Volfango, durante un periodo di eremitaggio che non risulta dalle biografie. 

Volfango avrebbe scelto il luogo dove edificare la chiesa lanciando un'accetta dal monte soprastante – antico cerimoniale d'origine pagana. Da qui un proliferare di leggende non troppo originali; quando Dio gli chiede di edificare una chiesa da solo, Volf tira un pugno a una roccia dalla disperazione, o forse per spaccarsi la mano: ma Dio la sa più lunga e la roccia diventa gommosa. Volf allora decide di soddisfare la richiesta divina facendo un patto col diavolo, il che è abbastanza incoerente e veramente poco consono a un vescovo-monaco; comunque il diavolo in questione è il solito fesso disposto a costruire qualsiasi cosa in cambio dell'anima del primo cristiano che entri nell'edificio. Ma certo, dice Volf, e firma il contratto; poi esce a cacciare un lupo, lo traveste da pellegrino, e quando la chiesa è pronta lo fa entrare per primo. Il diavolo è talmente ghiotto di anime che si getta sul lupo senza accorgersi del travestimento, da cui una zuffa tremenda e da quella volta in poi il diavolo non ha costruito più chiese, che persino a Renzo Piano le fanno fare ma lui no, basta, non lo fregano più. Nei Paesi di lingua tedesca, Volfango è patrono di diverse categorie professionali, e soprattutto dei taglialegna, per via dell'accetta.


sabato 15 giugno 2024

Giulitta e il neonato parlante

16 giugno: Santa Giulitta e suo figlio San Quirico, entrambi martiri nel 303

Giulitta è una matrona che cerca di scappare da Iconio per evitare a sé stessa e al figlioletto Quirico la persecuzione anticristiana: ma Diocleziano ha spie dappertutto, e Giulitta viene rapidamente catturata. Un turpe governatore durante l'interrogatorio la minaccia e la blandisce tenendo in braccio il piccolo Quirico, che nella leggenda originaria avrebbe al massimo tre anni. Non solo Giulitta rifiuta di convertirsi, ma lo stesso Quirico miracolosamente prende la parola, esorta la madre a resistere e si professa pure lui cristiano. Il governatore, dalla rabbia, lo afferra per un piede e lo scaglia contro i gradini del tribunale, così forte che ne "schizzarono le tenere cervella". Il tutto davanti alla madre che da quel momento sarà ancor più risoluta a morire testimoniando la propria fede. Tramandata da una Passione redatta dal vescovo di Iconio di Licaonia (oggi in Turchia), la storia di Giulitta e del suo piccolo Quirino conobbe per tutto il medioevo un grande successo. Annotiamo una volta in più come nel medioevo un certo gusto per lo splatter si sia tramandato proprio grazie alle leggende di santi, che con la scusa di dettagliare l'efferatezza dei pagani consentivano agli autori di sfrenare le fantasie più violente. Detto questo, dietro a ogni fantasia c'è una possibile verità e non possiamo escludere che durante la persecuzione dioclezianea un bambino sia morto in un modo tanto orribile. Non è nemmeno impossibile che Quirico abbia detto qualche parola ispirata, in fondo a tre anni alcuni bambini ne sono capaci. Ma l'episodio ricalca evidentemente un tropo più antico: quello del neonato che all'improvviso si mette a parlare come un adulto.  

In Italia il neonato parlante più famoso è senz'altro quello che Sant'Antonio di Padova prende in grembo a Ferrara: è nato da pochi giorni e il padre non vuole riconoscerlo, accusando la moglie di adulterio. Antonio scongiura il neonato di indicare il padre, e il neonato prende miracolosamente parola per scagionare la madre. Non sappiamo se la leggenda sia nata per giustificare le tante immagini in cui Antonio teneva in braccio un bambino; la leggenda poi confligge con un'altra che identifica nel bambino lo stesso Gesù: Antonio lo avrebbe tenuto in grembo in una visione. 

Il diavolo scambia un neonato con un changeling,
in un polittico di Martino di Bartolomeo.

Nei miti celtici, i bambini che parlano sono i changeling, folletti che le fate hanno sostituito ai figli veri delle madri che non hanno fatto sufficiente guardia alla culla. Queste fate in certi casi preferiscono crescere figli umani; oppure non hanno latte e quindi devono servirsi di questo sotterfugio perché una madre umana nutra il loro figlio. Le leggende dicevano che erano più goffi dei bambini normali, e che parlavano sì, ma solo di nascosto: per sorprenderli servivano una serie di trucchi che variavano di regione in regione. 

Un'ipotesi è che la leggenda dei changeling servisse a spiegare il fenomeno dei bambini affetti da malattie genetiche, come la sindrome di Down. Definirli figli delle fate era un modo per prenderne le distanze, visto che presto o tardi sarebbero stati uccisi o abbandonati. Apparentemente, la leggenda di Giulitta e Quirico non ha niente in comune coi changeling: e però appena il bambino parla, il pagano malvagio lo afferra da un piede e lo scaglia via come una vita indegna di essere vissuta. Non è impossibile che nella storia venga riciclato un mito più antico, rovesciato polemicamente: la pratica di eliminare i bambini malati o deformi diventa una prova della malvagità dell'antico mondo pagano; ora il bambino che parla è un martire ed è degno di essere venerato come santo. 

giovedì 1 febbraio 2024

La festa della vergine, o anche no

2 febbraio:  Presentazione del Signore, già purificazione della Vergine, insomma Candelora


Candelora è una festa intrisa di misteri, o perlomeno così mi suggeriscono di cominciare il pezzo. Nessuno è veramente sicuro di quel che si dovrebbe festeggiare. Il popolo l'ha sempre chiamata così, dal rito della benedizione delle candele che si compie durante le celebrazioni, e che forse, dico forse, ha un'origine pre-cristiana, ma soprattutto pre-elettrica, ai tempi in cui le candele erano un oggetto diffusissimo e a tutti familiare. Nella Germania medievale era l'ultimo giorno in cui si accendevano per i lavori domestici: dal 3 febbraio ci si sarebbe dovuti arrangiare con la luce del sole, ancora bassa all'orizzonte ma ormai decisamente trionfante sulle tenebre. Forse la festa aveva un senso anche economico: così come a Pasqua ci si disfaceva degli agnelli di troppo, a Candelora si finivano i mozziconi di candela che non aveva senso conservare per l'anno seguente.  

A volte si collega candelora ai lupercalia, la festa del dio Luperco/Fauno, protettore delle greggi, che però cadeva a metà febbraio ed è già un rito di fecondità (che ha lasciato tracce in altre due feste: carnevale e San Valentino). Candelora somiglia più a un rito di purificazione. All'inizio di febbraio i Romani festeggiavano in effetti i februalia in onore di Giunone, che nell'occasione si sovrapponeva alla dea Febris o Februa, e assumeva una funzione purificatrice (februare = "purificare"). Questo ci fa sospettare che almeno in Occidente i cristiani abbiano sostituito Giunone con la solita Maria di Nazareth: per molto tempo in effetti Candelora fu ricordata nei calendari come la festa della Purificazione della Vergine. Oggi non più, ed è interessante cercare di capire il perché. 

Una delle cose più curiose del calendario cattolico è che non esiste una festa di Maria in quanto vergine. Maria è festeggiata tutti i mesi, per tantissimi motivi, ma mai per la sua verginità. Al massimo come "Beata Vergine Maria Regina" (22 agosto), ma anche in quel caso l'enfasi è sul concetto di regalità, che condivide col figlio (San Cristo Re). Il primo gennaio la celebriamo come Madre di Dio, a ferragosto come Assunta in cielo, l'8 dicembre come Immacolata Concezione, ovviamente nove mesi prima il suo compleanno (8 settembre). Il 12 settembre festeggiamo il suo Santissimo Nome, mentre il secondo sabato dopo la Pentecoste è dedicato al suo Immacolato Cuore. Senza contare i tanti altri anniversari dei giorni in cui è apparsa in questo o quel santuario, o ha fatto questo o quel miracolo. Ad esempio in ottobre ha vinto contro i Turchi a Lepanto, da cui la Madonna del Rosario. E in dicembre è apparsa agli aztechi, da cui la Madonna della Guadalupe. Insomma le occasioni non mancano, ma una festa della vergine in quanto vergine non c'è. Vuoi vedere che fosse Candelora? E perché non la festeggiamo più? 

In effetti la Purificazione della Vergine è sempre stato un concetto problematico: una contraddizione in termini. Il significato di "vergine" è molto oscillato nei secoli – il che vedremo è parte del problema – ma credo siamo tutti d'accordo sul fatto che contenga in sé un'idea di purezza. Dunque che bisogno avrebbe avuto, una vergine, di essere purificata? Nessun bisogno. Le stesse Scritture non ne parlano – come del resto non parlano di tanti altri dettagli che all'inizio non sembravano importanti e su cui nei secoli si sono combattute battaglie teologiche che oggi osserviamo perplessi. L'unico appiglio era il vangelo di Luca, che nel secondo capitolo sembra voler rassicurare sul fatto che la Sacra Famiglia stesse osservando tutti i precetti della legge ebraica: all'ottavo giorno della nascita Gesù viene circonciso, e "quando venne il tempo della purificazione secondo la Legge di Mosè", portato a Gerusalemme per essere "offerto al Signore". 

Presentazione di Gesù al tempio, Giovanni Bellini

Luca non dice quando sia nato Gesù – tra parentesi, è curioso che un cronista così attento al dettaglio non sia riuscito ad accedere un'informazione del genere: forse era una data che non si accordava con nessuna profezia e quindi ha preferito lasciarla perdere. Però se si decide, come fecero i cristiani a un certo punto, di festeggiarne il compleanno il terzo giorno dopo il solstizio d'inverno, i conti sembrano miracolosamente tornare: non solo la circoncisione viene a cadere proprio alle calende di Gennaio, ma anche la presentazione di Gesù al tempio arriverebbe proprio il due febbraio (sappiamo però che la festa oscillò nel calendario, e che fino al VI secolo si sovrapponeva ai lupercalia più che ai februalia). La legge di Mosè, che Luca cita senza avventurarsi in dettagli, prescrive appunto un appuntamento al tempio dopo quaranta giorni dalla nascita, e trentatré dalla circoncisione. 

Luca utilizza l'episodio per raccontare l'incontro della Famiglia con due profeti, Simeone e Anna, che confermano la natura messianica del neonato. In Oriente sin dall'inizio Candelora veniva chiamata Hypapante, "incontro", ed era associata appunto all'incontro con Simeone e Anna. Sappiamo che era una festa molto importante già nel V secolo, dal resoconto della pellegrina Egeria, che racconta come a Gerusalemme "si accendano tutte le lampade e i ceri, facendo così una luce grandissima". Il racconto di Luca però fa a pugni con quello di Matteo, secondo il quale la Famiglia sarebbe scappata immediatamente in Egitto dopo l'Epifania. Inoltre Luca, per quanto interessato a includere le liturgie ebraiche nella sua narrazione, non è che le conosca benissimo: la Famiglia doveva tornare al tempio non tanto per presentare il figlio, quanto perché la madre doveva sottoporsi a un rito di purificazione: nei quaranta giorni precedenti infatti era considerata impura, e sottoposta a una serie di limitazioni sociali (tra cui l'astensione dai rapporti). Maria non era però una madre come tutte le altre: di purificarsi non avrebbe avuto bisogno. O no? 

Vuoi vedere che in quei primi secoli Maria non fosse considerata una vergine 'vergine', e che 'vergine' fosse solo un modo iperbolico di alludere alla sua giovinezza, alla sua innocenza, così come se dico a una persona che è un angelo non intendo che gli sono spuntate le ali? Non sarebbe la prima volta che un'iperbole, un modo di dire, un errore, vengono male interpretati e diventano articoli di fede: sarebbe però il caso più spettacolare. L'errore qui lo avrebbero fatto i Settanta, leggendari traduttori della Bibbia dall'ebraico al Greco nel III secolo aC. La Lettera di Aristea racconta che fossero chiusi in settanta celle diverse, senza comunicazione; e nonostante ciò avrebbero prodotto settanta traduzioni assolutamente identiche. Se lo chiedete a me, faccio meno fatica a credere ad Adamo ed Eva e all'arca di Noè, comunque i Settanta traducendo una profezia di Isaia, scrivono che "una vergine (parthénos) concepirà e darà alla luce un figlio, e gli porrà il nome di Emanuele". Emanuele significa "Dio con noi": si tratta del Messia. Nell'originale greco però la vergine era "'almah", giovane donna: non necessariamente vergine. Da cui l'equivoco.

Ogni scusa è buona per rimettere questa foto

L'ossessione per la verginità fisica di Maria di Nazareth è in realtà un fenomeno relativamente moderno. Nei primi secoli la teologia era ancora abbastanza fluida, il che avrebbe consentito ai cristiani d'Occidente di immaginare un episodio in cui Maria viene purificata al tempio. Questo offriva un'occasione per riprendere la festa di Febris/Giunone purificatrice, cambiandone il significato, proprio come era successo il 25 dicembre con la festa del Sole Vincitore. È un'ipotesi. Quando poi cominciarono le guerre sulla natura del Cristo (solo umano, solo divino, più umano che divino, ecc.), a vincere fu un compromesso che, come molti compromessi, scontentava un po' tutti e soprattutto sfidava la verosimiglianza: Cristo era sia Dio sia uomo; in quanto uomo però era diverso da tutti gli altri, poiché privo di peccato originale. Nato da una donna, ma senza contributo dell'uomo, e soprattutto (ma questo nessuno osava metterlo nero su bianco) senza amplesso carnale: Maria non aveva avuto un rapporto sessuale con uno di quegli dei mascalzoni dell'Olimpo che si travestivano da uomini; in quel senso era da considerarsi vergine. Questo lasciava lo spazio ad altri interrogativi (ma era rimasta vergine anche dopo la nascita? Ed era nata con o senza il peccato originale?) che in millecinquecento anni poi i teologi si adoperarono a sbrigliare.

Nel frattempo non è che non ci siamo preoccupati di altre cose. In Francia hanno inventato le crêpes, il dolce tradizionale di Candelora. In Belgio i pancakes, un tipico caso di emulazione fallita ma comunque interessante. Da qualche parte in Germania si dava un'occhiata alla tana del riccio: se il sole era uscito da consentire all'erinaceida di proiettare la sua ombra, vi sarebbe stato un secondo inverno. Questa tradizione, trapiantata da immigrati tedeschi nel nuovo continente, avrebbe dato vita al Giorno della Marmotta: una celebrazione che ai miei coetanei è più familiare della Candelora.

La festa della purificazione della Vergine è resistita sul calendario fino al Concilio Vaticano II. La contraddizione in termini era risolta in modo abbastanza ragionevole: no, Maria non avrebbe avuto bisogno di purificarsi, ma c'era andata lo stesso perché la legge diceva così e le leggi vanno rispettate: non succede anche Gesù, pur concepito senza peccato originale, di farsi battezzare da Giovanni? Il catechismo di Pio X proponeva di leggere nell'episodio un "esempio di umiltà e obbedienza alla legge di Dio". La questione, come tutte quelle aventi a che fare col concetto di verginità della Madonna, a metà Novecento è stata insabbiata: nel Martirologio Romano non si legge più "Purificazione della Vergine", ma "Presentazione del Signore": insomma alla fine gli occidentali hanno dato ragione agli orientali, almeno su questo.

domenica 8 ottobre 2023

Tre Pelagie intorno al cuore

 8 ottobre: Sante Pelagie di Antiochia, di Gerusalemme, facciamo anche di Tarso


Per carità, non voglio insegnarvi il mestiere,
ma io avrei inserito il condannato a morte
prima di accendere il fuoco.

A volte è tutta una questione di nomi. Qualcuno decide che ti chiami in un modo, ad esempio Pelagia, e tempo un paio di secoli finisci sul calendario in un tal giorno, un giorno che non dice nulla della tua vita, ma è il giorno in cui hanno ucciso un'altra Pelagia e chi scrive i calendari le ha confuse, o semplicemente ha deciso che quello è il giorno in cui si festeggiano tutte le Pelagie e amen. Oggi appunto è il giorno delle tre Pelagie, anche se i lettori più sgamati ci aspettano già al varco per ricordarci che no, Pelagia di Tarso non si festeggia l'otto ottobre, bensì il 4 maggio. In effetti in Occidente è così, ma nei sinassari bizantini era ricordata anche lei nella data di oggi, come la piacente fidanzata del figlio di Diocleziano che convertendosi repentinamente al cristianesimo ne causa il suicidio; al che l'imperatore, divorato dalla rabbia, avrebbe dichiarato guerra a tutti i cristiani. Come ben sappiamo ne fu infatti il principale sterminatore: e lo sterminio sarebbe cominciato dalla stessa Pelagia di Tarso, che Diocleziano avrebbe fatta chiudere in un toro di Falaride. Cosa sia il toro di Falaride non devo certo spiegarlo a voi, egregi lettori ed ex studenti dei licei che il mondo intero ci invidia – fermi lì, non googlate, stavo scherzando, ve lo racconto in breve: è un leggendario strumento di supplizio, una delle idee più orrorifiche che ci siano arrivate dai cronisti antichi, tale da aver impressionato lo stesso Dante che lo menziona nell'Inferno. Ne parla per primo Diodoro Siculo: Falaride è il tiranno di Agrigento a cui l'inventore Perillo o Perileo sottopone il progetto di questo grande toro di bronzo in cui inserire i condannati a morte per arrostirli. Perileo ha pensato a tutto, compreso un sistema interno di amplificatori per trasformare le grida dei suppliziati nei versi di un toro, e un incensiere per evitare che l'odore di barbecue diventi eccessivamente acre. Falaride sembra intrigato dall'idea e dà a Perillo il via libera per costruirlo, ma quando il toro è pronto ordina che sia lo stesso Perillo a entrarci per il collaudo. Al termine del supplizio, disgustato da tanta crudeltà, fa gettare il toro in mare: ma ormai è troppo tardi, l'idea del toro ci è rimasta in testa e se ne resterà per sempre in qualche angolo, tra le storie d'orrore che non riusciamo dimenticare. Da quell'angolo la deve avere ripescata l'anonimo autore della passione di Pelagia di Tarso, per terminare una leggenda che sembra voler mettere assieme frammenti delle altre due Pelagie che si festeggiano oggi: una vergine suicida e una ballerina pentita.

Di tutta questa abbondanza di Pelagie l'ultima edizione del Martirologio Romano ricorda soltanto quella "ad Antiochia in Siria, vergine e martire, che san Giovanni Crisostomo esaltò con grandi lodi": riferimento più elusivo del solito, dal momento che l'omelia del Crisostomo descrive un vero e proprio suicidio volontario. Pelagia, quindicenne di nobili natali, riceve la visita di una pattuglia di soldati che sono venuti ad arrestarla su ordine del procuratore, con l'accusa di cristianesimo; li accoglie con la cortesia tipica dei martiri che stanno per essere tratti in carcere, chiedendo soltanto qualche minuto per cambiarsi d'abito; ma è solo un pretesto per salire al piano di sopra e buttarsi. Ecco, è precisamente il tipo di storia che il Martirologio Romano contemporaneo preferisce non riportare. Nei secoli successivi gli agiografi sentiranno sempre più l'esigenza di distinguere tra volontà di martirio e azioni suicidarie, evitando il più possibile di menzionare casi in cui è il santo stesso l'esecutore materiale del proprio martirio; la morte, per quanto invocata e desiderata, deve sempre giungere dalle mani di un nemico della fede. Il Crisostomo si fa meno problemi: dà per scontato che le torture in cui sarebbe incorsa la giovinetta ne avrebbero compromesso la verginità, e di fronte a un'eventualità del genere trova non solo giustificabile ma eroico il gesto di gettarsi da un terrazzo. E benché la situazione di partenza sia quella che abbiamo trovato in centinaia di leggende medievali (i miei lettori più sgamati avendo già compulsato centinaia di leggende medievali), l'episodio tratteggiato è molto più crudo e dà l'impressione di essere stato ispirato a un reale fatto di cronaca; il Crisostomo avrebbe potuto inventarsi le avventure di una di quelle sante infrangibili, che resistono a ogni tipo di tortura, e che non vengono violentate neanche quando le si getta in un bordello di marinai, ma non lo fa. Pelagia di Antiochia è solo una ragazza che se la vede brutta e compie un gesto disperato. 

Pelagia di Gerusalemme, viceversa, è un personaggio leggendario, se non già romanzesco. Anche di lei ci parla per la prima volta il Crisostomo (il che può aver causato la confusione), ma in un'altra predica e senza mai chiamarla per nome. La definisce senza mezzi termini una poco di buono, ballerina o commediante, insomma un'entraineuse che rovinava le famiglie e viveva con dissolutezza, pure lei ad Antiochia benché fosse di origine fenicia: del resto ormai abbiamo capito che la metropoli siriana era la Las Vegas del periodo: non sorprende che attirasse le artiste e performer più notevoli. Costei a un certo punto si era convertita, diventando una campionessa della fede e della penitenza quanto prima lo era del vizio, e aveva finito i suoi giorni in un umile monastero. Da questo soggetto, uno scrittore più tardo, tale Giacomo di cui non conosciamo nient'altro se non il nome (e anche di quello dubitiamo), compone una leggenda più movimentata in cui l'entraineuse viene convertita da un vescovo, Nonno, e si ritira in un eremo a Gerusalemme, nei pressi del Monte degli Ulivi, travestendosi da monaco per non attirare l'attenzione. Lo Pseudogiacomo chiama la sua eroina Pelagia, benché la sua storia difficilmente potesse conciliarsi con quella della vergine precipitata; è più probabile che avesse in mente la leggenda di Marina di Bitinia, che si era travestita anche lei da uomo per entrare in un monastero; del resto "Pelagia" in greco significa proprio "marina". 

Il personaggio più memorabile è il vescovo Nonno, persona di rinomata santità, che converte la meretrice. Era un vescovo di passaggio, ad Antiochia per un sinodo, e quando in mezzo a tanti pii colleghi la vede passare a cavallo di un asino "vestita d'oro soltanto" (ma nemmeno così tanto), è l'unico della compagnia a non nascondere la testa tra le mani o nel breviario. Nonno la ballerina la guarda, eccome: sia mentre sta passando, sia quando è già passata. Dopodiché, con l'innocenza dei santi, chiede ai colleghi: ma avete visto che roba? Gli altri vescovi non sanno cosa rispondere (anche perché in effetti non hanno visto molto). Nonno invece è talmente santo da poter guardare la ballerina senza indulgere nella concupiscenza ("ego valde delectatus sum, et placuit mihi pulchritudo ejus"); a colpirlo è soprattutto l'impegno con cui la professionista si trucca e si veste per piacere al suo pubblico ("quantas horas fecit in cubiculo suo haec mulier, lavans et componens se, cum omni sollicitudine animi et intentione ad spectaculum ornans se, ut corporali pulchritudini et ornatui nihil deesset"). E noi ministri della fede, si domanda Nonno, ci impegniamo altrettanto per raggiungere la sposa immortale che ci è promessa nell'Aldilà? Non è una domanda retorica, Nonno si chiede sinceramente se si impegna nell'apostolato tanto quanto Pelagia si impegna nel meretricio. Il narratore è testimone diretto di una notte di tormenti e preghiere, che culmina in un sogno; Nonno racconta di aver sognato una colomba nera di fuliggine appollaiata sull'angolo dell'altare maggiore. Dopo averla presa nelle sue mani, Nonno riesce a riportarla al candore originale. Convinto che il sogno sia di buon auspicio, Nonno arriva in chiesa e attacca con la migliore predica della sua vita. Quella domenica è talmente ispirato che convertirebbe i sassi, anzi converte la stessa Pelagia che si ferma fuori dalla porta ad ascoltarlo, e poi manda i suoi servitori a chiedere udienza. Nonno, abbiamo visto, è privo di ogni malizia ma non è stupido, e accetta di vederla soltanto davanti ai suoi colleghi, che testimonieranno della sincerità del pentimento. Una volta battezzata, Pelagia dona le sue ricchezze alla Chiesa e poi scompare; l'autore sostiene di averla ritrovata anni dopo in un eremo a Gerusalemme, nei pressi dell'orto degli Ulivi, riverita e rispettata dai locali che però la chiamano Pelagio e non sospettano minimamente che si tratti di una donna. In effetti è come se avesse smesso di esserlo. Come nel caso di Marina, lo svelamento avviene soltanto dopo la morte, quando altri monaci vengono a trattare il corpo con la mirra. Pelagia è patrona di tutte le donne bellissime che prima ci fanno perdere la testa e poi la mettono a posto prima di noi, sicché ci precedono pure nel Regno dei Cieli dove, se mai risulteremo nella lista per entrare, possiamo essere sicuri che non ci fileranno di striscio; Nonno invece è il patrono di quel tipo di persona che quando vede una trave nell'occhio del prossimo, pensa: però guarda com'è bravo lui a tenere la sua trave, che stile, che personalità, mentre io con la mia pagliuzza non mi so proprio gestire, son sempre lì che mi stropiccio gli occhi – And I have known the eyes already, known them all.

domenica 19 febbraio 2023

La barbuta crocifissa

20 febbraio: Santa Paola la barbuta, leggenda di Avila 

Crocefisso di Santa Wilgefortis
Museo diocesano di Graz
By Gugganij - Own work, CC BY-SA 3.0

Paola è una ragazza di Avila, Vecchia Castiglia, che si è consacrata a Dio. Un giovinastro che non è d'accordo cerca di importunarla: Paola si rifugia in una cappella e abbraccia il crocefisso, chiedendogli protezione. La protezione arriva nel modo più imprevisto: a Paola crescono all'improvviso barba e baffi. Il ragazzo, inorridito e ben poco incline alla genderfluidità, scappa effettivamente via. Paola è la variante castigliana di una figura leggendaria diffusa in tutta l'Europa cattolica (tranne che in Italia): la donna crocefissa e barbuta. Ce ne sono un po' dappertutto e sono conosciute in ogni Paese con un nome diverso: quello portoghese, Vilgeforte, deriva evidentemente dal latino Virgo Fortis: vergine forte, coraggiosa (in Inghilterra era chiamata Uncomber, "senza pena" anche per chi la invocava, a volte contro i dolori del parto).

Una donna con la barba, quindi, è considerata più forte di una donna senza, ancorché indesiderabile. Che i digiuni scombinati intrapresi da alcune mistiche nei conventi potessero causare squilibri ormonali con annesse complicazioni tricologiche non è del tutto implausibile, ma la leggenda non sembra alludere a questo, né agli ermafroditi degli antichi miti (nessuna vergine barbuta risale a prima del 1200). La vergine barbuta potrebbe invece essere una di quelle leggende che nascono da un equivoco iconografico, ovvero in quelle situazioni in cui a un certo punto alcuni fedeli si trovano davanti un'immagine sacra che non riescono bene a spiegarsi: in questo caso una donna barbuta e crocefissa.  Ma chi avrebbe mai crocefisso una donna barbuta, e perché? 

Il Volto Santo di Lucca
Di Joanbanjo - Opera propria, CC BY-SA 3.0

In questo caso l'equivoco potrebbe essere stato generato dalla circolazione di souvenir – sì, anche nel medioevo li fabbricavano e vendevano, ma nella maggior parte dei casi si trattava di riproduzioni di immagini sacre molto famose. Ad esempio i pellegrini che transitavano da Lucca (ed erano molti) avrebbero molto facilmente riportato a casa una piccola copia del Volto Santo, il crocefisso che è il vero simbolo della città, dall'origine piuttosto misteriosa. Secondo i lucchesi risaliva ai tempi di Gesù, e non era stato scolpito da mano umana: si tratterebbe invece di un'immagine acheropita, una copia 3D del corpo di Cristo ritrovata da San Nicodemo e in seguito salpata dalla Palestina su una nave senza marinai, e ritrovata presso il porto di Luni dai lucchesi. Per molto tempo abbiamo pensato che la leggenda coprisse un'origine orientale del crocefisso, che però resta tutta da dimostrare: lo stile è meno bizantino di quanto vorrebbe sembrare, e faceva propendere i critici per un rifacimento medievale di un oggetto più antico andato perduto. Nel 2020 un esame col carbonio14 ha messo in crisi questa ricostruzione: a quanto pare il Volto Santo è davvero un oggetto molto antico, risalente più o meno all'800. Può darsi che a quei tempi e in quei luoghi fosse normale scolpire un crocefisso completamente vestito dalla testa ai piedi, con una tunica dalle maniche lunghe: non ci sono rimasti molti crocefissi dello stesso periodo, mentre alcune immagini posteriori abbastanza simili sembrano proprio basate sul Volto di Lucca, che già prima del 1000 era diventato un'immagine molto famosa e diffusa. Perlomeno da questa parte delle Alpi, dove una riproduzione del Volto sarebbe stata facilmente interpretata come un crocefisso 'alla lucchese'. 

Nel resto d'Europa invece questa immagine, emersa dalle tasche di qualche pellegrino, lasciava perplessi: la tunica sembrava più adatta a un corpo femminile. Questo avrebbe stimolato il fiorire di leggende, tra cui si sarebbe imposta quella della figlia cristiana di un re pagano che non volendo sposare il suo promesso sposo (pagano) avrebbe pregato fino ad ottenere da Cristo quella barba necessaria a sventare il matrimonio – per essere poi crocefissa dal padre deluso e disgustato. Messa in questi termini, la storia ha avuto un discreto successo fino al Cinquecento, quando le forme più estrose della religiosità popolare sono state messe al bando sia dalla riforma protestante che dalla controriforma cattolica: anche se Vilgefortis (invocata anche contro i mariti violenti) ha resistito in qualche martirologio fino al Concilio Vaticano II, e ad Avila Santa Paola si venera ancora.

domenica 29 gennaio 2023

Il santo parricida e matricida

29 gennaio: San Giuliano l'Ospedaliere, parricida e matricida

Vi è mai capitato, tornando a casa tardi ragazzini, di pensare: quelli adesso mi ammazzano, mi aspettano dietro la porta e me ne danno finché – per cui girate la chiave nel modo più lento possibile, come ladri nella casa dei vostri genitori, ma dietro la porta non c'è nessuno, nessuno nemmeno in cucina, nessuno in salotto a sonnecchiare davanti alla tv, nessuno da nessuna parte e questo non era mai successo, al punto che vi spaventate e aprite pure la porta di camera loro, dov'è giusto che fossero, ma non era giusto per voi trovarli lì. Questa cosa, se ci riflettete, non ha senso: che i vostri genitori dividano un letto e un'intesa sessuale non solo è giusto, ma è il motivo stesso per cui voi siete al mondo a domandarvi: perché? Perché ciò che mi ha dato la vita mi mette tanto a disagio? 

Masolino da Panicale

Al giovane Giuliano, nobile cacciatore, un cervo ormai braccato avrebbe detto: Come osi inseguirmi, tu che ucciderai il padre e la madre? Sconvolto, Giuliano avrebbe abbandonato i genitori e la terra d'origine, non si sa nemmeno quale (in alcune versioni Ath, oggi in Belgio), peregrinando per monti e per valli fino a far carriera alla corte di un principe che ne apprezzava le corti cavalleresche, sposare una vedova e intitolarsi il di lei castello. Un mattino molto presto, tornando stanco da un viaggio di lavoro, Giuliano entra nella sua camera e nella penombra trova nel letto una persona in più. Già sicuro di avere scoperto un tradimento della moglie, non perde tempo ad accendere una candela e ammazza a fil di spada i due dormienti. Il lettore a questo punto ha già capito, ma Giuliano no: immaginate il suo sbigottimento quando uscendo dal castello vede giungergli incontro la moglie tutta contenta: hai visto chi ti è venuto a trovare? I tuoi genitori che ti hanno cercato in lungo e in largo perché li avevi abbandonati senza spiegare il motivo! Siccome erano molto stanchi li ho accomodati nella nostra camera e me ne sono venuta alla prima messa del mattino... ma perché sei così pallido? Giuliano, devastato dal compiersi del suo destino, decide su due piedi di abbandonare ogni suo avere e mendicare per il mondo. La moglie, che almeno secondo Iacopo di Varazze conosceva la profezia e (chioso io) forse un po' si sentiva colpevole di non aver allestito la camera degli ospiti, decide di accompagnarlo. Nelle loro peregrinazioni arrivano a un grande fiume che secondo gli abitanti di Macerata è il Potenza, ma più facilmente l'autore aveva in mente i grandi fiumi tra Reno e Senna, dove fondano un ospedale per i pellegrini che arrivavano lì dopo un guado evidentemente molto difficile. Molti anni dopo, quando un pellegrino assiderato bussa alla porta, Giuliano non esita a ospitarlo nel suo letto malgrado mostri i sintomi della lebbra. Si tratta in realtà di un angelo ben camuffato che annuncia a Giuliano e consorte il perdono di dio: la coppia morirà pochi giorni dopo. Si direbbe che per tornare nella grazia di Dio, Giuliano, che non aveva tollerato i genitori nel proprio letto, abbia dovuto accogliere nello stesso letto la malattia più orribile alla vista, il disfacimento della pelle e della carne. Non aveva accettato chi gli aveva dato la vita, doveva accettare chi gli dava la morte. È una storia ben strana e non sappiamo chi l'ha inventata.

La paginetta su questo Santo che Iacopo di Varazze infila nella sua Legenda aurea, in mezzo alle biografie di altri vescovi e martiri recanti lo stesso nome, diventa così popolare da 'mangiarsi' gli altri Giuliani – compreso ad esempio il patrono di Macerata, che nei primi secoli era un omonimo martire istriano. È una leggenda spuntata all'improvviso nel tardo medioevo (non se ne trovano tracce prima del XIII secolo), che sicuramente ricorda il mito di Edipo, ma sposta l'attenzione dal tabù dell'incesto al senso di disagio che possiamo provare nel sorprendere i nostri genitori a letto assieme. Flaubert troverà la leggenda su una vetrata della Cattedrale di Rouen e ci scriverà quel capolavoro di novella. Giuliano è un santo troppo leggendario per risultare nel Martirologio romano: la più comprensiva Bibliotheca Sanctorum lo ricorda il 29 gennaio, riprendendo la tradizione attestata da Iacopo di Varazze; a Macerata festeggiano il 31 agosto, prima di tornare al lavoro.

domenica 18 luglio 2021

Cinque leggende per sette fratelli

18 luglio – Santa Sinforosa e i suoi sette figli martiri (II secolo), leggenda

Sette figlioli sette, di pane e miele, a chi li do? Il 18 luglio si celebra il martirio di Sinforosa e dei suoi sette figli, ma io non ci credo molto: sette figli? Tutti martiri? Ma andiamo. Racconta un anonimo agiografo che l'imperatore Adriano voleva inaugurare una bella villa a Tivoli, ma l'oracolo gli disse: ma cosa pensi di inaugurare, non lo sai che la vedova Sinforosa e i suoi sette figli ogni giorno ci tormentano invocando il loro Dio? Convincila a sacrificare, allora sì che faremo tutto quello che vuoi. 

Felicita e i suoi sette figli (non li sta sgozzando in una volta sola: li esibisce con orgoglio
accanto alla spada, che è il simbolo del martirio). Dalle Cronache di Norimberga.  

Adriano non perse tempo ad arrestare i figli con la madre, che però di sacrificare ai falsi dei non voleva saperne. La torturarono, e niente: allora la buttarono nell'Aniene con una pietra al collo, magari presso la pittoresca cascata. E i fratelli? Adriano fece innalzare sette pali intorno al tempio di Ercole Vincitore, e siccome non capita tutti i giorni di avere sette vittime consanguinee, ne volle approfittare per uccidere tutti in un modo diverso: a Crescente fece tagliare la gola, a Giuliano pugnalare il petto, a Nemesio il cuore, a Primitivo l'ombelico, a Giustino la schiena, a Stratteo il fianco, mentre Eugenio fu segato in due. I corpi furono gettati in una fossa che divenne nota come la fossa dei sette biothanatos, parola greca che veniva usata sia per i suicidi che per i cristiani che sceglievano il martirio. Qualcuno però andò a recuperare i corpi e li seppellì sulla Tiburtina, a otto miglia da Roma. Il corpo della madre invece sarebbe stato sepolto fuori dalle mura di Tivoli. Così dice la leggenda, e io non credo a una parola: sette figli? 

Il Martirologio geronimiano (che malgrado il nome non fu scritto da Girolamo) conferma che erano sette, ma li chiama con nomi diversi. Invece ricorda sette fratelli che di nome fanno proprio Crescente, Giuliano, Nemesio, Primitivo, Giustino, Stratteo ed Eugenio, ma il 27 giugno. Può darsi che qualcuno a un certo punto si sia confuso. Può darsi che i sette non siano i figli di Sinforosa, che Sinforosa non abbia mai avuto sette figli (ognuno dei quali potrebbe rappresentare una patologia riguardante una parte del corpo, come secoli più tardi i quattordici ausiliatori). Può darsi che non sia nemmeno mai esistita, tanto è simile la sua storia a quella più diffusa di Santa Felicita. 

Santa Felicita (da non confondere con la serva di Perpetua) era una ricca vedova romana che fu accusata di cristianesimo ai tempi di Antonino Pio (il successore di Adriano). Siccome il prefetto non riusciva a farla confessare, decise di arrestare i figli Gennaro, Felice, Filippo, Silano, Alessandro, Vitale e Marziale, e di ucciderli ognuno con un supplizio diverso, finché non avrebbe ceduto. Non cedette e fu uccisa anche lei. Fu sepolta coi figli in una basilica sulla Salaria, e in suo onore furono dedicate chiese e monasteri ai Sette Fratelli o ai Sette Frati... ma probabilmente è un falso anche questo. Sette fratelli, sul serio? Condannati a morte da un imperatore famoso per la sua tolleranza (come del resto Adriano)? È una favola, e come tutte le favole assomiglia a un'altra. Per una volta sappiamo anche quale, e forse abbiamo addirittura il nome dell'autore. Giasone di Cirene. 

Antonio Ciseri, Il martirio
dei Maccabei (1863).
A parte il nome non è che sappiamo molto di lui. Visse nel secondo secolo avanti Cristo; malgrado il nome greco era un ebreo e molto fiero di esserlo, in un periodo in cui l'ebraismo era minacciato dalla diffusione della cultura ellenistica diffusasi anche in Giudea dopo le conquiste di Alessandro Magno; assistette non sappiamo quanto direttamente alla lunga resistenza armata degli ebrei contro i sovrani ellenisti della dinastia Seleucide, e la documentò in quattro libri... che però sono andati persi. Un altro autore però ne scrisse un compendio, che ha avuto la fortuna di essere stato compreso tra i libri della Bibbia cristiana (non ebraica) col nome di Secondo Libro dei Maccabei (dal nome dall'eroica famiglia giudaica che capeggiò la resistenza). È un libro paradossale, per come tratteggia un vero e proprio scontro di civiltà tra ellenisti e giudei, prendendo la parte dei secondi, ma utilizzando in modo sapiente e forbito la lingua e lo stile dei primi. Comunque nel settimo capitolo il compendiatore racconta la storia di sette eroici fratelli che non vollero mangiare carne di maiale, malgrado il tiranno Antioco IV li minacciasse di morte. Come seviziatore di innocenti, Antioco è più credibile di Adriano e Antonino: il suo soprannome ufficiale era Epifane (colui che si manifesta), ma ad Antiochia lo chiamavano anche Epimane (il matto). Era un grande stratega ma faceva scherzi incomprensibili, sognava di fare di Gerusalemme l'ennesima polis ellenistica, ma insomma il compendiatore racconta che avrebbe fatto mutilare e arrostire in padella i sette fratelli, davanti agli occhi della madre. La cosa toccante è che ognuno di loro, prima di farsi tagliare la lingua, la usa per rivendicare la fede nell'unico Dio e la certezza della vita eterna. È in sostanza una leggenda di martiri fatta e finita, scritta due secoli prima dell'avvento del cristianesimo. I fratelli sono tanto eroici che Antioco comincia a vacillare, e invita la madre a dissuadere dal martirio almeno il settimo: la madre finge di acconsentire, ma quando finalmente può parlare all'ultimogenito gli dice:

«Figlio, abbi pietà di me che ti ho portato in seno nove mesi, che ti ho allattato per tre anni, ti ho allevato, ti ho condotto a questa età e ti ho dato il nutrimento. Ti scongiuro, figlio, contempla il cielo e la terra, osserva quanto vi è in essi e sappi che Dio li ha fatti non da cose preesistenti; tale è anche l'origine del genere umano. Non temere questo carnefice ma, mostrandoti degno dei tuoi fratelli, accetta la morte, perché io ti possa riavere insieme con i tuoi fratelli nel giorno della misericordia».

I sette fratelli Govoni

Il figlio non se lo fa ripetere due volte e ottiene un martirio persino più doloroso dei fratelli maggiori; dopodiché Antioco, folle di rabbia, uccide anche la madre. Un episodio del genere, scritto evidentemente per spronare gli ebrei a resistere contro i prevaricatori, non poteva che esaltare i lettori cristiani dei secoli delle persecuzioni. A un certo punto la Chiesa di Roma rivendica di custodire le spoglie dei "Sette Santi Maccabei", in San Pietro in Vincoli. Probabilmente la gemmazione di nuove leggende sui sette fratelli nasce da qui, e dal fatto che molto spesso i racconti non si diffondevano in forma scritta e nemmeno orale, ma attraverso le immagini; sicché talvolta un predicatore poteva trovarsi sulle pareti o sulle vetrate la storia di sette fratelli morti ammazzati, e se non conosceva la storia dei Maccabei gli toccava improvvisare, magari ambientando la storia in una cornice più locale e interessante per gli ascoltatori, come nel caso di Tivoli. Alla fine gli elementi sono gli stessi: un imperatore stronzo, sette fratelli uccisi male, una madre che assiste e muore pure lei... e non è che dobbiamo crederci per forza. Se l'agiografo di Santa Sinforosa ha copiato quello di Santa Felicita che ha copiato il compendiatore di Giasone di Cirene, anche Giasone potrebbe avere ripreso la leggenda da qualche parte. Ormai lo abbiamo capito, no? Dove c'è un tiranno malvagio e sette fratelli uccisi, meglio diffidare. 

La famiglia Cervi

Mettiamo che tra qualche secolo ci sia ancora qualche storico curioso del nostro. Su che libri potrà mettere le mani? Probabilmente uno di quelli stampati in più copie, che ne so, il Sangue dei vinti di Giampaolo Pansa. Da bravo studioso non prenderà tutto per oro colato; ad esempio quando Pansa parla dei sette fratelli Govoni trucidati dagli uomini della Garibaldi ad Argelato, penserà: ma questo è un calco, figurati. Sette fratelli pestati a morte in una volta sola? Non la bevo, è chiaro che l'autore si è ispirato a una leggenda pre-esistente. Magari a quella dei Cervi, i sette fratelli di Campi Rossi di Gattatico, fucilati a Reggio Emilia. Oppure ai sette figli di Santa Sinforosa, o di Santa Felicita, o ai sette santi Maccabei (che non erano nemmeno Maccabei, ammesso che siano esistiti, e probabilmente no). Se c'è una cosa che ogni storico coscienzioso dovrebbe sapere, è che la mitologia può ispirarsi alla realtà, non il contrario: e quindi se mai sette fratelli furono uccisi, questo deve essere successo tantissimo tempo fa, di sicuro non al tempo dei nostri nonni. Sette fratelli? Impossibile. 

(In un documento della sezione fascista di Reggio Emilia c'è scritto proprio così: sotto la lista dei Cervi, un appunto: Sette fratelli? col punto interrogativo e sottolineato in rosso. Come a dire: ma davvero lo abbiamo fatto? Siamo noi la leggenda, siamo noi Adriano, Antonino, Antioco Epifane? Forse chi lo scrisse per un momento sentì che la realtà gli cedeva intorno, che la fantasia prendeva il sopravvento coi suoi demoni invisibili, inguardabili; e ne ebbe vertigine). 

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