Il governo italiano ha sospeso gli aiuti ai palestinesi

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domenica 12 aprile 2026

La sofferenza di Emanuele Fiano


Venerdì è stato il giorno della passione di Emanuele Fiano, segretario nazionale di Sinistra per Israele: e se per caso vi stavate preoccupando di altre cose – stragi in Libano, Hormuz ancora chiuso, voli annullati, potremmo restare senza fertilizzante... ecco, sì, va bene, siamo evidentemente entrati in una crisi mondiale dalla quale forse non si uscirà senza una catastrofe, ma cerchiamo di mettere le cose in prospettiva. Venerdì Emanuele Fiano era molto preoccupato.

Per le centinaia di vittime civili in Libano

Ma no. 

Peraltro Israele ci ha prontamente fatto sapere che almeno la metà erano militanti di Hezbollah, quindi meritevoli di morte, e che per Israele un rapporto di una vittima innocente ogni vittima colpevole è assolutamente civile e degno dell'esercito più morale del mondo, per cui no, Emanuele Fiano non era preoccupato di questo.

Per la reputazione di Israele?

Perché questa idea che il mondo stia per andare in fiamme semplicemente perché Netanyahu ha convinto Trump che una guerra all'Iran era fattibile, e ora Netanyahu non può essere convinto che un cessate il fuoco è necessario – ecco, tutto questo pare stia incidendo negativamente sulla reputazione di Israele nel mondo, perlomeno così dice Jonathan Safran Froer e chi siamo noi per mettere in discussione la premessa di J. S. Froer – ovvero che Israele, prima di questa guerra, avesse ancora una reputazione da difendere. Verrebbe la voglia di supplicare gli obiettivi libanesi, i gazawi che patiscono la fame, i cisgiordani che vengono quotidianamente aggrediti e uccisi dai coloni: perché vi ostinate a farvi colpire? Non capite che così facendo, consentite a Israele di minare la propria reputazione? Non trovate ci sia dell'antisemitismo in tutto questo? Una situazione oggettivamente preoccupante: forse che Emanuele Fiano era preoccupato di questo?

No. 

Emanuele Fiano venerdì era molto preoccupato – mettetevi seduti – perché il PD milanese ha proposto in consiglio comunale di ritirare il gemellaggio tra Milano e Tel Aviv. Un gemellaggio, capite. Con Tel Aviv. Si può restare in un partito che si ritira da un gemellaggio?

 

Evidentemente si può, perché dopo una notte di "sofferenza", ha usato questa parola, Emanuele Fiano ha deciso di restare nel PD. Di ciò mi sembra necessario ringraziarlo, non solo a nome di tutto il partito, dei militanti e dei sostenitori, ma più in generale dell'umanità tutta, in nome della quale traggo il mio sospiro di sollievo. Sappiamo che l'angelo di Dio promise ad Abramo che avrebbe risparmiato Sodoma, se solo vi avesse trovato dieci uomini giusti; per come poi andarono le cose mi sembra evidente che non li trovò... ma chissà, forse grazie all'eroica sopportazione di Emanuele Fiano, il PD potrebbe essere risparmiato da un'analoga ira di Dio. 


Chi segue Fiano e Sinistra per Israele da un po', credo abbia ormai familiarizzato con la sofferenza di Emanuele Fiano. È un patimento storico, con radici profonde, che si rinnova ad ogni stagione. Fu nello scorso autunno, ad esempio, che Emanuele Fiano soffrì per le contestazioni ricevute durante un'assemblea all'università di Venezia. In quell'occasione il fior fiore dei cattedratici e degli opinionisti si mobilitarono per gridare: vergogna! Emanuele Fiano non è stato fatto entrare all'università!

Anche se in effetti nell'università c'era entrato.

Va bene – rispose il fior fiore –  ma è terribile questa cosa che non lo abbiano fatto parlare, no?

Certo che era terribile, anche se in effetti, Emanuele Fiano aveva assolutamente parlato. 

Va bene, però è terribile questa cosa che non lo abbiano fatto finire, che lo abbiano cacciato via, no?

Indubbiamente era terribile. Benché in effetti Fiano fosse rimasto finché gli inservienti non gli avevano chiesto, scusi, ci scusi, signore, l'università alle 19 chiude.


Chiunque altro di fronte a questa ennesima provocazione avrebbe ceduto, lasciando le aule in balia di chi doveva pulirle per il giorno dopo: chiunque altro, ma non Emanuele Fiano. "Non potevo accettare anche quella prevaricazione". L'episodio, spiegò, gli aveva ricordato quanto era successo a suo padre: davvero, subire una contestazione all'università gli aveva ricordato quando suo padre, dopo il 1938, avendo perso i diritti civili, non era più potuto entrare a scuola. E in effetti se ci pensate è più o meno la stessa situazione, no? Che differenza c'è tra essere contestati da un gruppo di studenti all'università e diventare un cittadino di serie B che non può più godere del diritto allo studio? Se lo chiedete a Emanuele Fiano, nessuna differenza: e quindi non chiedetemelo a me, magari mi verrebbe una risposta diversa e probabilmente, a questo punto, antisemita.  

Così insomma venerdì la sofferenza di Emanuele Fiano ha rischiato di traboccare, perché qualche membro del suo partito aveva osato proporre di ritirare un gemellaggio con Tel Aviv. Una città dove "centinaia di migliaia di persone hanno chiesto la fine della guerra"... ecco, se davvero l'hanno chiesta (e se davvero sono "centinaia di migliaia") si potrebbe quantomeno obiettare che non l'hanno proprio ottenuta: forse per Fiano è l'intenzione che conta – ma anche l'intenzione potrebbe incrinarsi, se a quelle "centinaia di migliaia" (facciamo decine di migliaia?) giungesse notizia che il comune di Milano ha sospeso un gemellaggio. 

Sono cose che succedono, no? Tu scendi in piazza per manifestare contro qualcosa che in coscienza ritieni sbagliato. Il tuo governo ti reprime, ti malmena persino, ma tu resisti... finché non giunge un messaggero con la ferale notizia: il Comune di Milano ha sospeso il gemellaggio! No.  

A quel punto puoi essere il telavivese più eroico, ma davvero, come si fa? Come si può lottare per un mondo migliore con la consapevolezza di non avere più il Comune di Milano al tuo fianco? Perlomeno questo mi sembra il ragionamento di Emanuele Fiano, il quale poi giustamente aggiunge: e allora perché non chiedete anche la sospensione del gemellaggio con San Pietroburgo? Già. Qualcuno a quel punto ha persino osato obiettare che il gemellaggio con San Pietroburgo è stato già sospeso: rilievo abbastanza indelicato, nei confronti di una persona che si sta impegnando con tutte le sue forze per difendere Israele con le armi retoriche che Israele suggerisce, la più popolare tra le quali in questi mesi è lo specchietto putiniano. Chiunque si permetta di criticare lo Stato Ebraico, anche solo di fischiarlo allo stadio, deve essere messo di fronte a un simile impietoso dispositivo: perché non hai fischiato altrettanto i russi? Ti abbiamo sentito, che li fischiavi più piano. Così fanno da anni, e mica si può pretendere che smettano così, d'un tratto, semplicemente perché non è così che funziona – che ne sappiamo alla fine noi di come funzionano le cose? Noi viviamo nel mondo reale, forse dovremmo accettare che Fiano è in un mondo diverso. 

Un mondo dove la reputazione di Israele conta più della nostra vita, di quella di chi ci sta intorno: un mondo dove Israele non solo ha diritto di esistere, ma ne ha molto più di noi. Un mondo dove il PD non è un partito di centrosinistra, votato da milioni di persone che si preoccupano della crisi medio-orientale e mondiale, e dell'escalation armata a cui il governo israeliano (non troppo osteggiato dall'opposizione israeliana) sta trascinando l'umanità, no: in questo mondo il PD ha un senso solo se Emanuele Fiano, vincendo una troppo giusta ripugnanza, continua a militarvi; portando in dote certo non un cospicuo pacchetto di voti (gli ebrei milanesi essendo poche migliaia, e quelli sionisti persino meno), ma quel quid arcano e imperscrutabile senza il quale davvero forse l'angelo di Dio potrebbe distruggerci, da un momento all'altro. Questo Emanuele Fiano non lo vuole – per ora – e per questo motivo dobbiamo essergli grati. A lui e agli altri nove giusti che devono pur esserci al mondo, oggi. 

Domani boh, vediamo. 

domenica 1 marzo 2026

Il fantasma dell'89

E così la guerra tra Russia e Ucraina ha compiuto quattro anni (più di dodici, in realtà, se teniamo conto del precedente periodo di bassa intensità). Si trattava, già pochi mesi dopo l'inizio dei combattimenti, del più grande conflitto europeo dal 1945: quattro anni dopo le stime che superano il milione di morti, per quanto non facilmente verificabili, sono del tutto plausibili. Se non è una guerra mondiale, è comunque una guerra enorme, che forse non riusciamo a comprendere, tanto è fuori scala rispetto ai conflitti a cui capita di interessarci (l'esatto opposto della Palestina, un inferno concentrato in territori di cui non riusciamo ad afferrare la piccolezza). È una guerra immensa e non ne vediamo la fine. Come avviene spesso in questi casi – abbiamo libri di Storia che ce lo raccontano – ogni proposta di cessare il fuoco viene interpretata dal nemico come un segno di debolezza: questo è vero per i russi, che continuano a mandare a monte ogni trattativa, ma lo è anche ad esempio per gli europei, che ancora giocano al rialzo: pochi giorni fa Kaja Kallas ha avanzato una serie di richieste che include il ritiro dei russi anche da Ossezia, Abcazia e Transnistria – richiesta ineccepibile dal punto di vista del diritto internazionale, ma insomma, a chi non riesci a sconfiggere su un fronte forse non dovresti chiedere di ritirarsi da altri tre. A complicare il quadro, la completa inaffidabilità di Trump; in mezzo, la sofferenza del popolo ucraino che in un qualche modo continua a resistere, sorprendendo molti osservatori e anche me, per quel che conta: e dire che Guicciardini l'avevo pur studiato

Da qualche parte ho intravisto un pezzo che dimostra che l'economia russa sia ormai entrata in una fase di crisi irreversibile. Un pezzo che probabilmente troverei più credibile se non ne avessi letto simili già 4 anni fa – dopodiché è pur vero che prima o poi, se prevedi morte e disperazione, ci azzecchi: è il trucco dei profeti da Isaia in giù. Non mi costa insomma molto credere che la Russia sia in crisi: tra l'altro anche i segnali sul fronte confermano un arretramento. Il passaggio logico che mi costa un po' fatica, mentre vedo che molti lo danno per scontato, è che per questo valeva la pena combattere (anzi per questo valeva la pena far combattere e morire un milione di ucraini), che questa specie di catastrofe sociale sia un obiettivo auspicabile per noi, nel medio-lungo termine. È un'idea che molti danno per scontata: se la società va in crisi, non può che seguirne una fase di rivolta che porterà a democrazia e libertà. È la stessa idea che ha portato gli USA a isolare Cuba e a complicare la situazione con l'Iran, eccetera. Non è un'idea illogica, anzi è per molti versi verosimile: ha soltanto il grosso difetto che non si è verificata praticamente mai. A Cuba il castrismo ha battuto ogni record di durata per un regime, in Iran (contrariamente alle attese) gli ayatollah non smollano, eccetera. Ma più in generale, fatevi venire in mente una nazione in cui il regime interno sia collassato perché una lunga guerra o un embargo internazionale avevano reso la vita molto più dura agli abitanti. A me non ne viene in mente nessuno, tanto che mi verrebbe da formulare l'ipotesi inversa: le guerre esterne possono aiutare una classe dirigente a cementare la propria posizione. 

Se comincio ad andare indietro arrivo a un decennio molto più promettente in cui i regimi sì, cadevano: cadde il Muro di Berlino, cadde l'apartheid; ma non caddero a causa di guerre esterne o di una situazione di embargo imposta con la forza. Allo stesso tempo credo che il mito fondativo dei regime changer sia proprio quell'89-95 in cui tutto è cambiato all'improvviso dopo decenni in cui sembrava che nulla potesse cambiare. Questo lo capisco – o forse lo proietto: è infatti possibile che il mio ostinato interesse per una disciplina arida di soddisfazioni come la politica internazionale sia stata causata dal medesimo imprinting: da qualche parte nella mia testa resiste una cellula convinta che tutto possa cambiare in meglio all'improvviso, nell'89 sembrava andare così e perché non dovrebbe ripetersi. 

Il guaio è che i regime changer hanno assorbito quegli avvenimenti come un mito, non li hanno studiati come un fatto storico: altrimenti non penserebbero di poter sostituire a un lungo processo di logoramento economico (nel caso dei Paesi del Comecon) una guerra di posizione; o a una lunga campagna internazionale di sensibilizzazione (come nel caso del Sudafrica) un embargo con qualche saltuario bombardamento e/o assassinio mirato. L'URSS non saltò perché era sotto pressione militare, anzi in quello specifico momento non lo era così tanto: stava cominciando timidamente ad aprirsi alle immagini di benessere che provenivano da ovest e forse furono quegli spiragli a rendere instabile la struttura. Con la Russia ci stiamo comportando nel modo diametralmente opposto: ci ha sfidato nell'unico campo in cui poteva farlo alla pari (lo sforzo bellico, le materie prime), e a questa sfida abbiamo risposto sullo stesso piano, come se non avessimo altri argomenti. Perché forse alla fine non li abbiamo, o se li abbiamo non li riconosciamo più.

***

Mentre meditavo queste cose, Trump ha ceduto – come sempre cedono gli uomini deboli – alle insistenze di Netanyahu, e il bombardamento dell'Iran è ricominciato. Di questo bombardamento Israele ha bisogno per prolungare all'infinito uno stato di crisi che ormai coincide con la sua stessa esistenza: siccome è ormai una nazione fondata sul genocidio, e il genocidio può essere giustificato soltanto in condizioni emergenziali, l'emergenza non può finire – perlomeno finché non sarà evacuato l'ultimo angolo di Cisgiordania. Ufficialmente l'attacco è "preventivo", ovvero basato sull'idea che un giorno gli iraniani potrebbero disporre di armamenti nucleari e potrebbero usarli (a differenza di ogni altra potenza nucleare fin qui), per scopi offensivi e non dissuasivi. Questo è l'argomento, salvo che non riescono a fingere di crederci neanche loro – se nemmeno Netanyahu nella sua fase più fanatica, seduto su un arsenale di trecento armi nucleari, si mette a usarle, possiamo pensare che lo faccia l'Iran quando ne avrà un paio? Si ripete qui il vecchio paradosso iracheno: gli iraniani non possono dimostrare di non possedere armi di distruzione di massa; l'onere della prova toccherebbe ai loro avversari. Così l'obiettivo si è spostato, in modo progressivo ma percepibile, all'idea del regime change. Si è molto insistito, nei mesi scorsi, sulle azioni repressive del regime: gli stessi organi che ostinatamente non vogliono credere ai conteggi delle vittime nella Striscia di Gaza (neanche quando vengono confermati da organi internazionali) hanno immediatamente preso per buona una cifra di 30000 vittime divulgata da un influencer. Si sono organizzati banchetti e presidi anti-ayatollah, da qualche armadio o caveau è stato ripescato un erede di Pahlevi, una tizia in Canada che si accendeva una sigaretta con una foto di Khamenei è diventata un simbolo per una frangia di attivisti/comunicatori che insistono sulla liberazione delle donne iraniane con un'ossessività tutta particolare – non vedono l'ora che si scappuccino, che si spoglino, anche se è inverno, non importa. Tutto questo evidentemente doveva prepararci al nuovo round di bombardamenti, che magari sarà più intenso di quello estivo ma soprattutto ha un fine diverso: ora si bombarda per provocare una rivoluzione. A parte questo, la strategia è la stessa: bombardamenti tattici (che inevitabilmente fanno vittime civili) e assassini mirati. A questo punto dovrebbe già essere stato eliminato Khamenei, che ci viene presentato come l'ennesimo tiranno solitario, e non la figura apicale di una struttura gerarchica ramificata e capillare, che morto un ayatollah ne nominerà un altro. E anche qui: vi viene in mente una dittatura che sia collassata su sé stessa perché veniva assassinato il leader? Il franchismo? Mah, vedremo. Non è insomma del tutto impossibile... ma se succedesse, è auspicabile? Una volta dimostrato che la democrazia si può esportare bombardando e assassinando, cosa ci tratterrebbe da bombardare e assassinare chiunque? Se oltre a essere rispettivamente un demente e un criminale, Trump e Netanyahu si rivelassero due statisti visionari, non credo che questa rivelazione sarebbe una buona notizia per il mondo intero. 

***

Più realisticamente, l'eliminazione di K. può essere il risultato minimo al quale Trump può appigliarsi per dichiarare che anche questa guerra lampo è vinta, e lasciare Netanyahu in sospeso per altri sei mesi. Con questo non voglio dire che un regime change eterodiretto non sia possibile. Un'opzione già sperimentata, che ha consentito di rovesciare concretamente un regime proprio nel Medio Oriente esiste, e prevede, dopo i bombardamenti, un'invasione da terra. È quello che è successo con la seconda guerra del Golfo – in sostanza l'invasione USA dell'Iraq – che è durata quasi nove anni e ha causato, secondo le stime internazionali, almeno un milione di morti civili. 

L'Iran è vasto il triplo dell'Iraq (con catene montuose che ostacolano l'intervento da terra) e popolato il doppio, quindi un'invasione di questo tipo non sembra una cosa che persino menti non esattamente lucide come quelle di Trump e Netanyahu possano prospettare seriamente. Trump, alla prima leva militare seria, ci perderebbe le elezioni (le ha vinte con un programma di disimpegno militare); l'IDF ha difficoltà a penetrare per qualche km in Libano senza spararsi nei piedi. 

Dove si capisce come stavolta il regime change più che un obiettivo sia una condizione sine qua non: la guerra prosegue soltanto se gli iraniani si rivoltano seriamente contro gli ayatollah. Il che può benissimo darsi, anche se fin qui non è successo: e il motivo per cui si bombarda è proprio che non è ancora successo – ma ecco: se bombardi di più succederà? I bombardamenti aumentano la disaffezione del popolo nei confronti del regime o aiutano il regime a compattare il consenso? Non lo so – anche l'esempio italiano del '43-45 mi sembra ormai scarsamente riutilizzabile – ma l'impressione è che più che il risultato di un calcolo, i bombardamenti siano l'espressione di un'insofferenza: Trump e Netanyahu non sanno più cosa fare, e qualcosa devono farlo (soprattutto N.). Il regime non crolla, hanno provato con qualche assassinio mirato e non crolla, poi con bombardamenti e comunque non crolla, poi ancora con bombardamenti e ancora non crolla, e ora che si fa? Si bombarda di nuovo, non perché stia dando l'impressione di funzionare, ma perché è l'unica opzione che hanno. Idee poche, missili tanti, avanti così. Fino a un disastro che prima o poi avverrà, perché tutto prima o poi avviene. È il trucco dei profeti, ricordate.

mercoledì 18 febbraio 2026

Dovevamo aspettarcela, l'inquisizione sionista


Non scriverò una riga per difendere Francesca Albanese dall'ennesimo attacco, organizzato dai soliti manipolatori professionisti. Non lo farò perché in tanti lo hanno già fatto, e comunque l'Albanese sa difendersi da sola. Stavolta più che mai la manipolazione è davanti agli occhi di tutti, il che ha già costretto qualcuno a tapparseli. Non importa più di tanto, non è di questo che dovremmo parlare.

Chi ci vuole far litigare sull'Albanese, oggi, combatte una battaglia di retroguardia, che ha poco a che vedere con la situazione palestinese, col genocidio palestinese e perfino con il lavoro di Francesca Albanese: i report che, fateci caso, non vengono messi in discussione e nemmeno citati. Questo malgrado siano potenzialmente il terreno più pericoloso, quello in cui si citano numeri e fatti, e si mettono per iscritto indizi non sempre dimostrabili. Eppure no, nessuno critica Francesca Albanese per il suo lavoro. Forse perché è inattaccabile? O comunque Israele e i suoi amici non hanno piacere che di questo lavoro si discuta. E invece di cosa dovremmo discutere? 

Di antisemitismo. Francesca Albanese viene messa sulla graticola per una frase che, se fosse mai stata pronunciata, definirebbe Israele come "nemico dell'umanità", è questo è antisemitismo e quindi non si può dire. I difensori dell'Albanese a questo punto obiettano – e giustamente – che lei quella frase non l'ha detta: che intendeva qualcosa di diverso. È assolutamente normale obiettare in questo modo a una simile accusa, e io farei lo stesso se mi fosse rivolta. Anzi: io ho fatto lo stesso ogni volta che mi è stata rivolta. Allo stesso tempo, mi chiedo se obiettando con troppa foga non facciamo per caso il gioco di chi ha deciso di spostare il problema su questo livello: da una discussione sul genocidio palestinese, a una discussione sulle parole che si possono usare. No, Francesca Albanese non intendeva dire una certa cosa. Ma anche se l'avesse detta, si sarebbe trattato di qualche brutta parola. Le brutte parole non stanno cacciando i palestinesi dalle loro case: i coloni invece lo fanno. Le brutte parole non stanno uccidendo palestinesi senza applicare la minima differenza tra civili e miliziani: l'esercito israeliano lo fa. Le brutte parole sono un problema? Il problema mi sembra piuttosto un'operazione di pulizia etnica condotta alla luce del sole, nell'imbarazzo dell'opinione pubblica mondiale, mentre i responsabili si lamentano perché qualcuno osa fischiare le loro insegne alle olimpiadi. Sono fatto così, tendo a giudicare i fatti, i risultati. Qualcun altro preferisce concentrarsi sulle intenzioni, e perseguitarci per cose che potrebbe averci sentito dire, abolendo ogni carità interpretativa e impedendoci di spiegarci meglio. Ci sono stati, nel passato, tribunali che funzionavano così. 

Niente di nuovo, tutto sommato. A chi periodicamente (retoricamente) si domanda come mai il conflitto israelo-palestinese attiri l'attenzione molto più di altri scenari di guerra, posso rispondere almeno per me: ci sono stati conflitti più sanguinosi, ma nessuno ha mai visto lo sfoggio di tanta propaganda, di tanta cattiva fede. Forse sono soltanto un appassionato di fenomeni linguistici, e questo tentativo incessante, secolare, di spostare l'attenzione dal sangue alla parola mi ipnotizza, per quanto maldestro come certe pubblicità che ti colonizzano il cervello proprio per quanto sono stupide. Israele viene sospettata di genocidio? Israele nemmeno ci prova, a smentire le accuse. Israele decide di vietare l'uso della parola "genocidio". E così via. E siccome dal peccato di parola al peccato di pensiero il passo è breve, molto presto trovi un debunker professionista pronto ad affermare che non ha nessuna importanza quel che Francesca Albanese scrive: perché anche se non ha detto certe cose, in fondo le pensa. Questa è l'inquisizione, né più né meno, e posso ancora scriverlo perché all'IHRA non hanno fatto i compiti e non hanno ancora pensato a inventare, dopo l'"holocaust inversion", l'"inquisition inversion". Questione di settimane, dopodiché non dubitiamo che anche il parlamento italiano si prostrerà supino di fronte all'esigenza più che mai sentita di introdurre un altro psicoreato, e prima ancora del parlamento, il governo di quella poveretta che non sa più ormai da che parte prostrarsi, che razza di mestiere si è scelta. Niente di nuovo: discutere con un sionista è sempre stato questa cosa esilarante. Riporti dei fatti, si arrabbia perché le tue parole, lette in un certo modo, significano che odi il suo popolo. E il suo popolo non si può odiare! Tutti gli altri sì, il suo no. È un tranello da quattro soldi – un attimo fa stavi parlando di fatti, ora stai parlando del fatto che non odi nessun popolo, ma chi se ne frega? Lasciali perdere, rimettiti a parlare dei fatti. 

Quella intorno alla figura di Francesca Albanese – non intorno al lavoro di Francesca Albanese – resta una battaglia di retroguardia. Chi ha perso sul terreno dell'informazione vorrebbe consolarsi col suo scalpo, e magari a un certo punto l'otterrà: per scoprire subito dopo di non aver ottenuto nulla. Quello che in tanti non capiscono, o non vogliono capire, è che Francesca Albanese non è la leader di un movimento: e questo malgrado un movimento esista e spesso la percepisca come tale. Malgrado anche lei, a volte, si comporti come tale. Francesca Albanese è la relatrice ONU sui territori occupati, il che la mette nella posizione (molto scomoda) di puntare il dito sul genocidio che sta avvenendo nei territori occupati. Lei cerca di farlo da più pedane possibile, in modi che potete trovare discutibili, ma che non cambiano la sostanza della situazione, e la situazione è un genocidio. Il giorno che l'Albanese fosse rimossa, lei finalmente potrebbe riaprire un conto negli USA e magari trovare un altro mestiere sicuramente più tranquillo e remunerato. Non smetterebbe all'improvviso di essere una figura apprezzata e detestata. Nel frattempo il genocidio resterà tale, e qualcun altro al suo posto si troverà nella posizione di denunciarlo. Non si può fare diversamente, la realtà quella è, non si cambia: si possono cambiare le parole, ma è un tentativo patetico e perdente. Avete vinto un pezzetto di terra, avete perso l'anima. È andata così, prendetevela pure con chi non riesce a distogliere gli occhi dal vostro sfacelo. 

venerdì 6 febbraio 2026

Un poliziotto isolato non è in trappola: è la trappola


– A Torino come sapete c'è stato un corteo, la polizia ha ferito diversi manifestanti (un manifestante invece ha ferito un poliziotto), e io non ne sto parlando perché, appena comincio, mi rendo conto di scrivere le stesse cose e ne ho pudore. Ma pare che sia un problema solo mio – questo pesantissimo archivio a destra che mi ricorda come tutto sia stato già riflettuto lungamente e invano. Altri non si fanno il problema, altri non hanno nessun pudore a premere un tasto – quei bei tasti sulle tastiere di una volta, ricordate? Sarà un F6 o un F7 – che evochi immediatamente le Bierre, Vallegiulia e Pasolini. Paragoni che erano insensati, stucchevoli e sballati venticinque anni fa – non sto esagerando, l'archivio non perdona: ventitré anni fa. E io dovrei vergognarmi perché mi viene in mente invece Genova 2001, e le due o tre cose che mi pare di aver capito allora? In mezzo ai dinosauri, anche il mammut può sentirsi giovanile.

Quando parlate delle BR, ma di cosa (cazzo) parlate? Cosa c'entravano le BR coi centri sociali? Nulla, ci stanno come minimo vent'anni di distanza. Le BR erano lo spauracchio quando eravate bambini? Ok, ma non lo siete più da un pezzo, non potevate studiare un po'? Lo studio anche a questo serve, a levarvi le paure. State continuando a usare i teoremi del nonno, quelli che non hanno mai dimostrato di funzionare nemmeno su un piano euclideo. Credete che nelle scuole e nelle università si annidino i cattivi maestri: non fu così per le BR, non era così nel 2001, non è così nemmeno oggi – fino a prova contraria. Pensate che una piazza aggressiva (una piazza che non si rassegni a prenderle soltanto) porti inevitabilmente alle BR: se fosse andata davvero così, perché dopo Genova nessuno si è dato al brigatismo? Proprio nessuno! Avete vent'anni a disposizione per capire quanto avete torto, perché non imparate niente mai? È sconfortante. 

– Bisognerebbe invece sforzarsi di notare che tutto cambia, e quasi mai in meglio; che anche situazioni che sono riuscite a mantenersi in equilibrio per venti, trent'anni, potrebbero però essere cambiate ogni volta in modo impercettibile, finché un giorno l'equilibrio non regge più. A me dispiace che Askatasuna sia stato sgomberato; sono sicuro che sia stato un luogo importante e formativo per molti torinesi – detto questo, se continuate a ragionare come vent'anni fa, il minimo che possa succedere è che qualcuno vi aspetti esattamente dove vi facevate intrappolare anche vent'anni fa: se siete prevedibili, qualcuno potrebbe pensare di sfruttare la cosa. Forse a qualcuno fate comodo così, fatevi venire il dubbio ogni tanto. Riporto un pezzo di comunicato:

Al termine della manifestazione, una parte del corteo ha deciso di proseguire in corso Regio Parco e un’altra parte, numericamente significativa, ha deviato in Corso Regina per avvicinarsi allo stabile di Askatasuna, oggi murato e devastato al suo interno dai vari distruttori in divisa. In corso Regina, l’apparato repressivo messo in campo dal governo Meloni e dal ministro Piantedosi ha risposto subito alla deviazione con una forza sproporzionata, scaricando centinaia di lacrimogeni sullo spezzone. Questa gestione muscolare, coerente con quanto visto nei giorni precedenti (quasi 800 fermi e identificazioni, intimidazioni, minacce), è stata però colta di sorpresa. Non si aspettavano che lo spezzone colpito reggesse l’urto, resistesse, avanzasse metro dopo metro, senza panico né tentennamenti con l’obiettivo di avvicinarsi a uno stabile che è stato strappato come uno scalpo dal governo per cancellare un pezzo di quella storia partigiana che ha caratterizzato da sempre Torino e che mai gli andata giù.  

Allora: questa roba è giocare alla guerra, e non funziona. Forse per vent'anni avete pensato che funzionasse, ma era un'illusione. Ve lo facevano fare soltanto nella misura in cui gli era comodo mostrare poliziotti feriti e qualche carrozzeria ammaccata. Non è un pezzo di storia partigiana, è una liturgia e voi non siete i sacerdoti; ogni tanto qualcuno di voi sarà l'agnello. 

– Penso a quello che succede in Minnesota: anche lì non è i manifestanti ogni tanto non perdano la pazienza – anche ad Alex Pretti qualche giorno prima era saltata – eppure lì è molto chiaro che l'ICE mena e i manifestanti le prendono. Per quanto sia inevitabile che qualcuno resista alle cariche, bisognerebbe fare questo sforzo di capire che il messaggio che deve passare è che i poliziotti le danno e i manifestanti le prendono, e non viceversa. Dare un martelletto in testa a un poliziotto significa dare una medaglia al poliziotto, qualcuno ancora non l'ha capito? Inoltre: se vedi un poliziotto isolato, non è in trappola lui; lui è la trappola.

– Se fai esattamente quello che la polizia vuole che tu faccia, tu in pratica stai prendendo ordini dalla polizia: accetta la cosa. Hai un bel da negare che esistano infiltrati: l'infiltrato sei tu, per forza stai negando. 

– Ogni tanto, l'ho spiegato, mi fisso su un relitto alla deriva, ad es. Parenzo. Parenzo a poche ore dagli scontri stava già chiedendo a qualcuno di dissociarsi. 

Poche ore prima aveva spiegato ai suoi follower che sì, effettivamente la cifra di 70000 morti palestinesi nella Striscia di Gaza, fornita dalle autorità di Gaza (e mai smentita da quelle israeliane), la cifra più volte denunciata come propaganda antisemita... e recentemente confermata da fonti anonime dell'IDF, non costituisce un genocidio, perché? Perché "Israele ha stimato" che tra quei 70000 c'erano più di 20000 terroristi, il che (secondo Israele) sarebbe un'ottima proporzione: non è genocidio se per ogni nemico uccidi un civile o un civile e mezzo.

È una logica aberrante che solo Israele ha il coraggio di reclamare – ma anche di questo si è già parlato: rimane da annotare la coincidenza. David Parenzo, che ci chiede di dissociarsi dal terribile fatto che un poliziotto ha passato qualche ora in un pronto soccorso, sta rivendicando il massacro di 70000 palestinesi, sta spiegando che è un massacro giusto, migliore di altri massacri commessi negli ultimi anni da eserciti meno morali di Israele. 

domenica 1 febbraio 2026

Gaza, l'elefante della Memoria


Onorevole Liliana Segre, 

le scrivo per ringraziarla delle parole che ha scelto di usare nel suo discorso al Quirinale, in occasione del Giorno delle Memoria, e per confessarle una perplessità.

Sono un insegnante che ha più o meno cominciato a lavorare quando il Giorno fu istituito, e condividendone profondamente le finalità non ho smesso di domandarmi quale fosse la chiave, la strategia migliore per far riflettere gli studenti sul fatto che "questo è stato". Anche se prima o poi, in 25 anni, fossi arrivato a delle conclusioni soddisfacenti, c'è da dire che i ragazzi cambiano, perciò nulla può essere dato per scontato. Nel frattempo il Giorno viveva una sua storia parallela sugli organi di informazione, che ogni anno sentivano la necessità di dedicarvi un po' di tempo e spazio. Rispetto a noi insegnanti tuttavia i giornalisti hanno questo problema, che non cambiano il loro pubblico da un anno all'altro; i loro lettori sono più o meno gli stessi e non sopporterebbero – come i nostri studenti – di farsi raccontare tutti gli anni le stesse cose. Occorre aggiungere qualcosa, è il medium che lo richiede: e in nove casi su dieci quel qualcosa è una polemica. Anche quando nessuno ne vedesse la necessità (che polemica si può imbastire sulla commemorazione della Shoah?), il giornalista comunque ne ha bisogno. Abbiamo quindi cominciato a leggere molto presto pensosi editoriali su quanto il Giorno della Memoria fosse diventato una commemorazione stanca, meccanica, ecc , insomma che col tempo vada incontro a forme di ritualizzazione che in effetti sono prevedibili e inevitabili; così come in effetti è possibile che a uno studente capiti di leggere più volte la stessa pagina, o guardare lo stesso film: ma nel frattempo stanno crescendo, e anche tornare agli stessi contenuti ha un valore formativo. 

Inoltre, siccome dopo un po' anche parlare di "stanchezza" è stancante (per fare un esempio, De Bortoli ne scrive da almeno 15 anni), i giornalisti hanno scoperto un'altra opzione: collegare il Giorno della Memoria all'attualità, che purtroppo non è mai avara di eventi tragici (anche se mai così tragici); e siccome quasi sempre questi collegamenti risultano inopportuni e fuorvianti, più spesso il giornalista decide di lamentarsi che qualcun altro li stia facendo; e quasi sempre quel qualcuno siamo noi insegnanti. Per fare un altro esempio, al Foglio da qualche anno in qua "boicottano" il Giorno della Memoria, nel senso che si danno il cambio a scrivere un editoriale sdegnato sul fatto che qualcuno osi parlare, durante il Giorno della Memoria, di altre questioni da loro non autorizzate: l'anno scorso fu Pierluigi Battista, quest'anno David Parenzo ma insomma i contenuti sono molto simili e battono sullo stesso tasto: come osiamo noi insegnanti paragonare Gaza alla Shoah? In entrambi i casi si dà infatti per scontato che noi insegnanti lo facciamo; addirittura Parenzo esordisce annunciando che le iniziative scolastiche che accostano Gaza al Giorno si stiano "moltiplicando", lasciandoci la curiosità di capire come abbia fatto ad accorgersene (setaccia i siti scolastici di tutta la penisola? o avrà un paio di contatti coi soliti licei di Milano o Roma?) e addirittura a notarne la moltiplicazione.

Per quanto mi riguarda, il 27 gennaio io preferisco parlare di Shoah e basta – magari bastasse un giorno solo per un evento tanto tragico e complesso. Non perché non trovi giusto collegarlo ad altri fatti storici, ma perché i collegamenti dovrebbero farli i ragazzi, coi loro tempi, e dopo aver approfondito un minimo gli argomenti da collegare. E confesso che dopo aver guardato per l'ennesima volta qualche scena di Schindler's List (dite quel che volete, con gli adolescenti continua ad avere l'impatto migliore) mi veniva in mente più il Minnesota che Gaza; semplicemente perché gli ultimi rastrellamenti ed eccidi che abbiamo visto sui social sono avvenuti lì. Se invece dopo un po' mi rimetto a pensare a Gaza, forse è proprio perché continuo a leggere voci più e meno autorevoli che insistono sul fatto che non ne dovrei parlare – e non ne sto nemmeno parlando! – ma loro insistono, forse non si ricordano di quel vecchio libro titolato Non pensare all'elefante

A questo punto, onorevole, noi insegnanti ci troviamo tra due fuochi: noiosi se continuiamo a parlare del passato, irrispettosi se ogni tanto proviamo a istituire confronti con presente (confronti che poi sono quelli che di solito chiediamo ai nostri studenti). Il resto dell'anno la cosa non presenta nessun problema: si può per esempio confrontare la schiavitù degli antichi con le condizioni di lavoro nel Terzo Mondo, si può riflettere sugli imperialismi del passato e su quelli contemporanei. Soltanto un giorno all'anno la cosa crea difficoltà e, ho la sensazione, soltanto un determinato accostamento, che da anni siamo ammoniti a non fare, con messaggi sempre più perentori: Gaza e la Shoah. Ecco, non saprei dirlo con maggiore chiarezza: Gaza è diventato l'elefante della Giornata della Memoria. Più ci viene chiesto di non pensarci, più è difficile evitarlo, così come diventa impossibile aggirare la domanda: perché proprio di Gaza non si dovrebbe parlare?

È in questa situazione, onorevole, che il suo discorso al Quirinale mi ha raggiunto come una ventata di aria fresca. "Si può parlare di Gaza nel Giorno della Memoria?", si è chiesta? E si è risposta:

"Certamente se ne può parlare... Il valore universale degli insegnamenti che derivano dalla Shoah ci porta a riflettere sempre sulle tragedie e i crimini che ancora dilagano nel mondo. Si può, si deve parlare di Gaza, di Iran di Ucraina, di Venezuela e di Sudan, e di tutto ciò che offende la dignità e chiama in causa la nostra responsabilità di cittadini di un mondo globale".

Non posso che ringraziarla per le parole, che fin qui sottoscrivo pienamente, ma le devo confessare la mia perplessità per quel che segue:

"Il problema è un altro: non si può usare Gaza contro il Giorno della Memoria. Tentare di oscurare o alimentare o lasciar correre ossessivi tentativi di banalizzazione di distorsione e di inversione della Shoah; non si può accettare che diventi occasione di una vendetta sulle vittime di allora".

Ecco, dunque: preso atto che banalizzare e distorcere è sempre sbagliato (ma è quasi inevitabile: cercheremo per quanto possiamo di banalizzare e distorcere il meno possibile), quello che non riesco a capire è la questione dell'"inversione", che sta invece diventando il punto cruciale. In Israele e negli USA "Holocaust Inversion" è ormai una frase fatta, e la stessa Francesca Albanese è stata ostracizzata precisamente con questa accusa. Non solo, ma il concetto di "Holocaust Inversion" è contenuto in uno dei punti della definizione di antisemitismo dell’Alleanza internazionale per la memoria dell’Olocausto (IHRA), che è il testo di riferimento del Ddl Romeo: là dove si ammonisce a non "fare paragoni tra la politica israeliana contemporanea e quella dei Nazisti". E dunque, se mi è lecito interpretare le sue parole: certo che si può parlare del massacro di Gaza nel giorno in cui si ricorda la Shoah: ma non si può assolutamente suggerire che gli israeliani di oggi si stiano comportando come i nazisti di allora. Ciò equivale a "inversione", e l'"inversione" è sbagliata. Non è che la cosa non abbia un senso – è evidente che ci siano differenze sensibili tra quello che successe allora e quanto sta succedendo oggi, però ecco, non riesco davvero a immaginare come potrei concretamente parlare di Gaza, in classe, durante una Giornata della Memoria, senza impedire che siano gli studenti stessi a notare, oltre alle differenze tra Shoah e Gaza, le similarità. Se non riesco io, a non pensare all'elefante, come posso chiedere di non pensarci ai miei ragazzi? Può darsi che un paragone simile, onorevole, non sia insufflato in loro da dieci, cento, mille educatori sediziosi; può darsi che semplicemente sorga spontaneo dal modo in cui si presentano i fatti: e una prova di questo potrebbe essere proprio il fatto che tanti sentano ancora la necessità di avvertirmi che no, non dovrei pensare a Gaza. Non solo io non posso impedirmi di farlo, ma evidentemente anche loro non ci riescono. 

Né mi posso immaginare appostato a un metaforico cancello, mentre spiego ai miei studenti quali paragoni sono buoni e giusti e quali no – onorevole, in franchezza, questa ha tutta un'aria di una trappola; e siccome non mi posso permettere di cascarci, il 27 continuerò a parlare di Shoah e soltanto di Shoah. Magari bastasse un giorno. E di giorni di scuola, comunque, ne ho duecento. 

Distinti saluti

un insegnante

mercoledì 28 gennaio 2026

Inginocchiarsi a Israele, tutti. Sempre. Ringraziando.


Presidente Meloni, le scrivo perché non capisco.

Ho letto che ha definito "inaccettabile" una cosa che è successa nella Palestina occupata. Com'è possibile che qualcosa che accade laggiù sia "inaccettabile"?

Non è vero, Presidente, che laggiù sono state uccise decine di migliaia di persone, perlopiù civili: assediate, bombardate e affamate da un esercito occupante in base a un principio di ritorsione sconosciuto al diritto internazionale? Non è vero che chi assedia, chi bombarda e chi affama, è un nostro riverito alleato, e che noi accettiamo tutto quello che fa? E se accettiamo tutto quello che fa, cosa ci può essere di peggio, cosa può esserci di "inaccettabile"?

In pratica sarebbe successo questo brutto fatto: due carabinieri stavano perlustrando una zona occupata per preparare la visita ufficiale di alcuni diplomatici UE, quando hanno incontrato un cittadino israeliano. Un riservista, a quanto pare. Armato – com'è la prassi, laggiù. E questo riservista avrebbe intimato loro di inginocchiarsi. Cosa che essi hanno fatto. Credo che lo avrei fatto anch'io, nei loro panni. 

Questo episodio, senz'altro sgradevole, lei ha deciso di considerarlo "inaccettabile", e io non capisco. Cioè, capisco quanto sia sgradevole (per due membri dell'Arma, poi!) doversi inginocchiare davanti a un tizio che in teoria, se le risoluzioni Onu fossero rispettate, non avrebbe nessun motivo di essere lì, né di essere armato. Anzi ci terrei ad aggiungere che sono solidale con loro, e condivido il loro senso di umiliazione. Ma a lei che ha una ben maggiore responsabilità – e dalla sua posizione, una migliore visione delle cose – non può sfuggire che a ordinare ai due carabinieri di inginocchiarsi era un cittadino israeliano. E quindi.

E quindi se un israeliano ci dà un ordine, presidente, noi ci permettiamo di discuterlo?

Addirittura di trovarlo "inaccettabile"?

Trovo la cosa incomprensibile, se non addirittura un po' antisemita – egregia presidente, io a questo punto avevo capito che qualsiasi cosa gli israeliani ci chiedono di fare, noi dobbiamo accettarla di buon grado e senza troppe discussioni. E inginocchiarsi un po', per quanto faticoso, non è certo la cosa più umiliante che ci chiedono di fare, anzi. 

Li stiamo armando, li stiamo spalleggiando. Se a Netanyahu venisse l'uzzo di venirla a trovare, benché tecnicamente sia un ricercato internazionale (e il mandato lo ha spiccato una corte a cui abbiamo aderito) noi lo proteggeremmo. Con le nostre forze dell'ordine, polizia e carabinieri, cosa possiamo fare di più compromettente che proteggere un criminale internazionale alla luce del sole? 

Ma se accettiamo questa cosa, presidente (e lei l'ha accettata!), che vuole che sia un inchino, al confronto?

Un inchino, presidente, non è che la plastica descrizione del nostro atteggiamento: noi siamo sempre inchinati a Israele. Qualunque cosa faccia, ci deve andare bene, anche quando danneggia noi e i nostri amici, ovvero sempre: qualsiasi loro desiderio è per noi un ordine. O sbaglio?

Presidente, in questi giorni in parlamento si discutono diverse proposte di legge, tutte più o meno dettate da associazioni di amici di Israele. In queste proposte si legge, molto chiaramente, che il diritto di parola in Italia non deve essere esercitato troppo liberamente, laddove confligga col ben più incontestabile diritto di Israele di fare ciò che vuole senza essere criticato. Un'eventuale critica allo Stato di Israele sarà da qui in poi considerata un atto di antisemitismo, ovvero (anche se ancora non si può dire, ma all'idea ormai ci stiamo abituando) un reato di pensiero. Queste proposte di legge – una delle quali è stata stilata da un suo vecchio compagno di partito – si basano tutte su una definizione di antisemitismo che è stata evidentemente rimaneggiata da alcuni amici di Israele, al punto che il risultato è un testo ridicolo, un'offesa al senso comune e all'intelligenza di chi lo legge: ma non importa. Davvero, tra l'intelligenza e la fedeltà a Israele non è che si possa scegliere: la mia sensazione per lo meno è che la scelta sia già stata fatta. E quindi, presidente.

Che problema sarà mai un inchino? Certo, se uno non è allenato può fare male alle giunture. Ma noi ormai siamo allenati, perlomeno da un punto di vista morale. Israele ci ordina, noi dobbiamo ubbidire. Sempre, e celermente. Questo pezzo che le scrivo, tra qualche mese non potrò più scriverlo, o sbaglio? Sbaglio a ritenere che un pezzo del genere possa essere considerato antisemita, e in quanto tale passibile di denuncia per psicoreato? In questo pezzo è suggerito che in Italia vi siano politici che antepongono ai nostri interessi nazionali quelli dello Stato di Israele, il che è ovvio ed evidente, ma è anche una nozione che non potrà più essere messa per iscritto, in quanto affermare qualcosa del genere (anche qualora sia evidente e conclamato) rientra nella definizione ormai accettata di antisemitismo: una definizione che dovrebbe fare accapponare la pelle di ogni giurista serio e coscienzioso, ma dobbiamo ormai accettare che la coscienza, la decenza, il diritto internazionale, i diritti civili, sono tutte cose che valgono fino a un certo punto. E che questo punto lo decide Israele, in qualsiasi momento. Perché scusi, eh:

Se un giorno Netanyahu le si presentasse a Palazzo Chigi e le domandasse di inginocchiarsi, non lo farebbe?

Se le chiedesse di prostrarsi al suo cospetto – come Aman al cospetto di Ester – non lo farebbe?

Non lo ha già fatto, in fondo? E perché dovrebbe smettere di farlo?

E perché non dovremmo farlo noi, ogni volta che un israeliano ci chiede di farlo, anzi ringraziando?

Presidente, vorrei metterla al corrente di alcune mie paure. Lei è più giovane, ma credo sia stata informata di quel periodo in cui la Repubblica Italiana, pur trovandosi a far parte della Nato in una delle posizioni più avanzate sullo scacchiere europeo, rischiava a ogni elezione che la maggioranza del parlamento fosse l'espressione di partiti comunisti e socialisti più vicini all'Unione Sovietica. Un paradosso molto pericoloso: come si risolse? Eh, forse ne ha sentito parlare: scoppiarono alcune bombe, dopodiché (anche per altri motivi) il rischio si ridimensionò. Storia vecchia, e speriamo archiviata. Ultimamente però ci troviamo in questa situazione: siamo una delle nazioni europee più vicine a Israele – e lo siamo anche per la sua propensione a inginocchiarsi; e però in Italia, più che in altri Paesi, ha preso forma un movimento di protesta nei confronti del governo Netannyahu e della sua politica (lo scrivo finché posso), genocida. Un altro paradosso abbastanza pericoloso, come si risolverà?

Gli israeliani ogni tanto, nella loro illuminata superiorità, ci avvertono: c'è un forte rischio di attentati. Ovviamente non da parte loro, figuriamoci. Qualche arabo pronto a rivendicare lo si trova sempre, non costano tanto. Però davvero, il rischio c'è, e ho il sospetto che lei se ne renda conto. E con lei tanti parlamentari che davvero a questa legge anti-antisemitismo ci tengono tanto. Accusarli di far parte di una lobby è così miope – cioè, certo che fanno parte di una lobby: ma è per il nostro bene. L'alternativa l'abbiamo già vista, no? Ma a questo punto.

A questo punto le chiedo per l'ultima volta: cosa c'è di "inaccettabile" in un inchino? Forse che non ci inchiniamo tutti i giorni? Forse che non si inchina il governo? Forse che non si inchina il parlamento? E allora è inaccettabile che si inchinino i carabinieri? Proprio loro, usi a obbedir tacendo e tutto il resto? Suvvia. 

Richiami l'ambasciatore, le chieda scusa, e se fa l'offeso le offra casa sua – forse che se un israeliano reclamasse casa sua, non gliela cederebbe ringraziando? Un antisemita non lo farebbe e lei, presidente, non vuol mica passare per antisemita, no?

Grazie per l'attenzione, e salute ai suoi padroni.

domenica 7 dicembre 2025

Tutti uguali davanti alla legge – ma davanti a Delrio?


Egregio onorevole Delrio,

credo che lei meriti almeno un po' di franchezza: chi le scrive questa lettera non la stima come politico, e soprattutto come legislatore. Anzi credo veramente che da questo punto di vista lei sia un disastro. A distanza ormai di dieci anni, se ogni tanto mi capita di pensare a un decreto approvato da un parlamento (e ahimè, sottoscritto dal Presidente della Repubblica) che contenga non soltanto caratteri di palese anticostituzionalità, ma un vero e proprio affronto al senso comune, a quella minima definizione di democrazia che impariamo tutti sui banchi di scuola quando sono ancora banchi molto piccoli, questa idea che i cittadini siano tutti uguali davanti alle legge, ecco: quando penso a una legge che nega questi minimi principi... mi viene sempre in mente il cosiddetto decreto Delrio, la legge 56 del 7/4/2014, e in particolare quell'asciuttissimo comma 19: "Il sindaco metropolitano è di diritto il sindaco del comune capoluogo". Così, con uno sbrigativo colpo di penna, lei aveva tolto a milioni di italiani il diritto di essere rappresentati dal loro sindaco "di aria vasta", per il semplice e allucinante motivo che non sono cittadini del comune capoluogo, ma di altri comuni che a lei evidentemente non interessavano: a lei e ai suoi colleghi che la appoggiarono in quella iniziativa riformatrice clamorosamente anticostituzionale, che la maggioranza dei cittadini bocciò sonoramente appena ebbe la possibilità di farlo: così che di tutto quel grande disegno restano soltanto, qua e là, certi decreti orribili, purtroppo ancora in vigore, quasi a ricordarci di quanto sia fragile la democrazia se lasciamo responsabilità legislative alle persone non adatte. 

Ecco: a dieci anni di distanza, onorevole, io devo confermare quell'impressione; magari è soltanto una coincidenza, ma nel momento in cui si è trattato di nuovo scrivere una proposta di legge orribile, che sfida il buon senso e la Costituzione – una proposta di legge che immagino nessuno dei suoi colleghi avesse troppa voglia di associare al proprio cognome e alla propria immagine pubblica – eccola di nuovo sul luogo del delitto, eccola di nuovo pronto a sobbarcarsi l'ennesima sfida a quell'articolo 3 della Costituzione che a questo punto forse davvero a lei non piace; sì, a volte è anche una questione di gusti. Glielo recito: "Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali". E a questo punto glielo chiedo – e chiedo a lei la medesima franchezza, per favore: cosa c'è davvero che non sopporta in questo articolo? Perché non perde l'occasione per ignorarlo, per sfidarlo, per offenderlo?

Ho letto in giro che la sua bozza anti-antisemitismo va inquadrata soprattutto in un più generale conflitto di correnti all'interno del partito in cui non ha rinunciato a militare, il PD: e in effetti la ricordo, pochi mesi fa, piuttosto insoddisfatto della direzione imposta dalla segretaria Elly Schlein: segretaria eletta in regolari primarie, i cui risultati promettenti da un punto di vista elettorale sono davanti agli occhi di tutti. Ma lasciamo stare per un attimo la guerra di bande, la tendenza quasi automatica dei centristi di quel partito a sabotarlo quando non riescono a controllarlo. Ci sono tanti modi per opporsi a un progetto politico che non si condivide: tanti modi che non prevedano di legare il proprio nome a un'altra legge orribile e incostituzionale, che assume come punto di partenza un documento ridicolo (la definizione IHRA sull'antisemitismo), da anni irriso da chiunque affronti seriamente la questione in ambito accademico e legislativo. Ma le voglio chiedere, onorevole: avrebbe davvero bisogno di consulenze accademiche, e del parere di persone che l'antisemitismo lo conoscono davvero non per interposta persona, per comprendere le gravi contraddizioni logiche di quella paginetta, un documento che magari all'inizio era stato stilato in buona fede, ma poi è stato visibilmente distorto, e le tracce di quella distorsione appaiono evidenti (si comincia parlando di ebrei, e si finisce proibendo tout court le critiche allo Stato di Israele)? Non si diventa legislatori per diritto di nascita o divino; lei qualche studio deve averlo pur fatto, un minimo di analisi del testo dovrebbe rientrare nelle sue competenze: come può aver letto quella definizione e averla presa per buona? E se davvero l'ha fatto, come può in coscienza ritenersi in grado di promuovere iniziative legislative? Davvero dobbiamo presumere che lei sia troppo ingenuo per rendersi conto della trappola in cui è caduto?

Egregio onorevole, tenterò di spiegarle perché la definizione IHRA è un testo sciocco che nessun adulto dovrebbe prendere come punto di riferimento per iniziative legislative. Farò appello, per l'occasione, persino alla sua fede cattolica, perché anche da questo punto di vista c'è qualcosa che non va; insomma, lei è d'accordo con l'antica idea che le persone debbano essere giudicate – se proprio le vogliamo giudicare –  per le loro azioni? Non per la loro religione, non per la loro "razza", non per condizioni sociali o idee le quali, se restassero semplicemente "idee", non farebbero male a nessuno? Ci crede a questa cosa che è uno dei punti di partenza della nostra cultura millenaria? 

Perché chi ha pervertito la definizione dell'IHRA non ci crede, e l'ha scritto nero su bianco in frasi molto semplici. Qualcuno in quella stanza era convinto dell'esistenza di singole persone e di uno Stato che non possono essere giudicati per le proprie azioni – gli altri sì, quelle persone e quello Stato, no. Si è ben guardato di definire meglio questo carattere di eccezionalità (perché quello Stato sì e gli altri no?), ma è chiarissimo che questa eccezionalità esiste nella Definizione, ed è quello che vuole ottenere chi promuove la Definizione. Pensi solo a questo comma, davvero molto semplice: per la definizione è antisemitico "fare paragoni tra la politica israeliana contemporanea e quella dei Nazisti". Lei lo legge e approva, ma certo, cosa c'è di più antisemitico di chiamare nazisti gli israeliani. Forse che io ho intenzione di paragonare Netanyahu a un nazista? No, onorevole, io non paragono Netanyahu a un nazista. Non ne ho bisogno, il nazismo è la risorsa dei polemisti senza fantasia. Ho così tante parole e argomenti per definire Netanyahu, che se le usassi qui ora tutte probabilmente sarebbe lei a implorarmi di dargli del nazista e farla finita. 


Ma sa che le dico? Lasciamo perdere Netanyahu. Lasciamo perdere qualsiasi riferimento alla "politica israeliana contemporanea". Fingiamo che non esista. Fingiamo che Israele sia il Paese più liberale del mondo, un Paese dove sia tutelata ogni scelta religiosa, politica ed esistenziale. Molti lo fanno già; fingiamo anche noi per amore di ipotesi. E immaginiamo che in questa nazione perfetta, faro delle nazioni, a un certo punto qualcuno voglia fondare un partito nazista. Perché no? Se tuteliamo ogni opinione, perché non potrebbe nascere un partito nazista anche tra Tel Aviv e Gerusalemme? Voglio specificare: un partito nazista vero, con le svastiche, le aquile, le SS, tutto il pacchetto. Un partito che se nascesse qui da noi, e le combinasse una sfilata sotto casa, lei stesso non potrebbe che esclamare: ma questi sono nazisti. Si tagliano anche i baffi quadrati, tutto. Ecco. Se succedesse a Reggio nell'Emilia (o a Chicago, Illinois) lei potrebbe esclamare pubblicamente: questi sono nazisti! Se poi andassero al governo, lei potrebbe denunciare: ma al governo ci sono i nazisti! Se poi perseguissero politiche coerenti col proprio programma elettorale (conquiste per acquisire "spazio vitale", minoranze in campi di sterminio), lei, finché riuscirebbe a parlare, confido che continuerebbe a protestare, insomma, ma questo è il nazismo! Ne sono sicuro. 

Se invece lo stesso partito vincesse le elezioni tra Tel Aviv e Gerusalemme, lei dovrebbe mordersi le labbra, perché la definizione IHRA lo considera antisemitismo. Se poi ottenessero una maggioranza alla Knesset, se le morderebbe ancora più forte, ma la definizione IHRA è pur sempre la definizione IHRA. Se infine cominciassero, non so, sempre per amore di ipotesi, ad allargare il proprio spazio vitale con offensive militari, a recintare le minoranze, ad affamarle e a bombardarle, lei dovrebbe continuare a stare zitto, perché chiamarli nazisti secondo la definizione IHRA è Holocaust inversion!, e l'Holocaust inversion è un peccato mortale di pensiero. Ora, lo capisce che qualcosa non va? La Definizione non dice semplicemente che paragonare un tale israeliano a un nazista è antisemita. Dice che sarà da qui in poi antisemitico "fare paragoni tra la politica israeliana contemporanea e quella dei Nazisti". Si rende conto a quanto era goffo chi ha lasciato nel testo finale quell'aggettivo, "contemporanea"? Perché davvero leggendo quella frase dobbiamo presumere che Israele non possa essere paragonato al nazismo qualsiasi cosa faccia, in qualsiasi momento storico. Chi ha scritto questa cosa stava semplicemente chiedendo una deroga a quel principio di buon senso per cui qualsiasi persona, e qualsiasi Stato, sarà giudicato per le proprie azioni. No, chi ha scritto questa riga della Definizione ci teneva a sancire che lo Stato di Israele non potrà essere paragonato al nazismo, mai. Gli altri sì, Israele no. Lasciamo perdere i motivi storici per cui questo paragone è più fastidioso di altri: qui non si tratta di un semplice fastidio, qui si tratta di stabilire un carattere di eccezionalità. C'è uno Stato che non può essere giudicato con i metri degli altri, uno Stato che non può essere mai paragonato agli altri. Non importa che azioni nel frattempo stia commettendo, e pensa un po' la coincidenza: ultimamente sta commettendo crimini di guerra conclamati. 

Egregio senatore, credo che basterebbe questo esempio a spiegare a una persona in buona fede perché la definizione è irricevibile, e perché nei fatti provochi molto più antisemitismo di quanto ne riesca a combattere. Purtroppo io a questo punto non la do affatto per scontata, la sua buona fede. Cordiali saluti, buon Natale e buon Anno, eccetera.

venerdì 24 ottobre 2025

I santi compianti da Maometto

I resti della Ka'ba di Najrân, il mausoleo dedicato alle vittime.

Poiché in questi mesi si è parlato un po' di genocidio – e a un certo punto sembrava un dibattito più semantico che giuridico – vi propongo stamane un piccolo esperimento mentale. Immaginate che un dittatore attacchi uno Stato sovrano, espugnandone la capitale e costringendo gli abitanti a convertirsi alla sua religione. Immaginate quindi che ventimila abitanti che rifiutano di convertirsi/assimilarsi siano condotti in un fossato (forse appositamente scavato), dove viene appiccato un fuoco. Ora, secondo voi, questo si potrebbe già definire genocidio? C'è senz'altro il proposito di eliminare non soltanto un popolo, ma la sua memoria (anche i resti degli anziani sarebbero stati tolti dalle tombe e gettati alle fiamme). E c'è un numero di vittime fuori scala, che parole come "massacro" o "strage" non sembrano riuscire a contenere: ventimila morti. Quindi, diciamo che è un genocidio?

Aggiungiamo ora un dettaglio importante: non sarebbe successo negli ultimi anni, bensì nel VI secolo dopo Cristo. Questo cambia forse la situazione? Stragi di massa del genere erano eventi eccezionali anche allora: questo in particolare è menzionato con sdegno da testimonianze bizantine, siriache e arabe: non è poi così frequente trovare episodi tanto variamente documentati in un quel secolo che almeno in Europa era parecchio buio. La strage sarebbe avvenuta a Najrân, al tempo una grande città yemenita (oggi è un capoluogo dell'Arabia Saudita). La religione che ventimila cittadini non volevano rinnegare era il cristianesimo, quindi, che ne dite: è un genocidio? Potrebbe davvero sembrarvi un genocidio.

Ma aggiungiamo un ulteriore dettaglio: a dare disposizioni affinché il fossato fosse scavato, affinché i cristiani vi fossero calati, affinché il fuoco fosse appiccato, sarebbe stato un re di... religione ebraica. E forse erano ebrei anche quelli che ehm, obbedivano agli ordini.

Quindi a questo punto che ne dite.

È ancora un genocidio? 

Beh forse no. 

Ma perché no?

Mi è venuto in mente questo esempio leggendo, l'altro giorno, un titolo del Post che recitava, testualmente: "il cessate il fuoco a Gaza regge, per ora, nonostante i bombardamenti israeliani". Che è insieme un titolo preciso (formalmente il cessate-il-fuoco regge) e paradossale: riuscireste a immaginare qualsiasi altra nazione che bombarda un nemico durante un cessate-il-fuoco senza destare sdegno e provocare l'immediato termine del cessate-il-fuoco? Senza neanche aggiungere che il nemico non ha di che difendersi, ed è perlopiù rappresentato da civili sfollati che non possono andare altrove. Lo facesse qualcun altro, staremmo veramente a spaccare il capello sulla definizione di genocidio? Ci sono molte vittime, c'è un deliberato proposito di spazzarne via cultura e memoria, e quali altre parole potremmo trovare per definirlo? Strage, massacro? Un massacro sistematico che va avanti da anni, e in particolare ha subito un'accelerazione sensibile negli ultimi due? E andiamo. Se sembra un genocidio, ha gli effetti di un genocidio, e viene perseguito con intenti manifestamente genocidi, io direi che è un genocidio. Poi magari si scoprirà che esageravo, ma non credo mi si rimprovererà la malafede. Nulla è più perdonabile dell'allarmismo di chi sorveglia una situazione oggettivamente rischiosa: a chi sta camminando su una grondaia si può ben dire Occhio che stai per sfracellarti a terra. Io rischio l'esagerazione terminologica, ma lui rischia di sfracellarsi a terra.

D'altro canto.

Vogliamo davvero accusare lo Stato ebraico di genocidio?



Una cosa che spesso dicono i sionisti (i quali, fateci caso, dicono più o meno le stesse quattro o cinque cose con infinite e spossanti variazioni; la propaganda non selezionando gli intelletti più originali), una cosa che spesso dicono i sionisti è: vi piacciono gli ebrei soltanto quando sono perseguitati. Dietro a questo semplicismo c'è una premessa oscena, ovvero: non vi piacciono più quando sono loro che perseguitano gli altri. No, perdio, perché dovrebbero piacerci gli ebrei che bombardano?, cioè ripigliatevi, i prepotenti non piacciono a nessuno indipendentemente da cultura, religione o etnia. Ci piace Ester quando trema di paura perché rischia la morte per salvare il suo popolo; non ci piace più quando manipola il marito affinché le dia il permesso di uccidere altri popoli. Non ci piace e non siamo obbligati a farcela piacere, checché vi abbiano raccontato i protestanti.   


24 ottobre: Santi Areta e Ruma, martiri di Najrân (Yemen, VI secolo)

Ora invece citerò il Corano, e non è neanche la prima volta. Nella Sura 85, il Profeta maledice certa gente "del fossato", "dal fuoco incessantemente attizzato, quando se ne stavano seduti accanto, testimoni di quel che facevano ai credenti. E non li tormentavano che per aver creduto in Dio [Allah], il Potente, il Degno di lode, colui al Quale appartiene la sovranità dei cieli e della terra". Secondo la maggior parte dei glossatori, i "credenti" bruciati nel fossato sarebbero i cristiani di Najrân, città nel nord dello Yemen, massacrati intorno al 524 (quindi un secolo prima che Maometto cominciasse la sua predicazione) per ordine di Dhu Nuwas, sovrano di Himyar. È interessante notare come Maometto li consideri già adoratori del vero Dio, e quindi martiri della fede. La penetrazione del cristianesimo nella parte più meridionale della penisola araba era il risultato di un'invasione/migrazione di etiopi giunti attraverso il Mar Rosso a cavallo tra V e VI secolo. Dopo avere espugnato con l'inganno Najrân, roccaforte etiope, Dhu Nuwas avrebbe destinato a un rogo di massa tutti gli abitanti che non rinnegavano la fede cristiana e abbracciavano la sua, che a quanto pare era l'ebraismo. 

Non sappiamo esattamente cosa ci facesse un sovrano ebreo in Arabia – ci sono diverse teorie, alcune affascinanti – ma un ebreo malvagio che fa massacrare i cristiani non è poi così facile da trovare sui libri di Storia (meno facile, per fare un esempio, di cristiani malvagi che massacrano ebrei), e forse questo è il motivo per cui il rogo del fossato ci è stato tramandato da tante fonti: oltre al riferimento sdegnato del Corano, abbiamo testi arabi, etiopi e bizantini, nonché la testimonianza del vescovo siriaco Simone. Quest'ultimo sostiene di avere assistito direttamente alla lettura di una lettera di Dhu Nuwas ad Al-Mundir, re di tutti gli arabi, in cui il tiranno si vantava di aver bruciato una città di cristiani e lo esortava a imitarlo: la sua lettera per molto tempo fu considerata autentica, anche se oggi si tende a considerarla un falso scritto qualche anno dopo, sotto l'imperatore Giustiniano, allo scopo di giustificare una persecuzione antiebraica, insomma un Protocollo molto ante litteram. Quel che è più sicuro è che lo sdegno per la strage provocò una coalizione di volenterosi tra bizantini ed etiopi del regno di Axum, i quali avrebbero più tardi sconfitto Dhu Nuwas.

Areta (Al-Harit), era uno dei notabili cristiani più importanti della città, e in quanto tale uno dei primi a essere gettato nel fossato (secondo altre fonti arabe, una fornace) con la moglie Ruma e le cinque figlie. Più tardi gli agiografi sentirono la necessità di aggiungere che con la sua bellezza Ruma aveva fatto perdere la testa a Dhu Nuwas, che nel tentativo (abbastanza rozzo) di convertirla e sedurla, le avrebbe ucciso le figlie davanti agli occhi. Con Ruma e Areta sarebbero morti bruciati altri 340 martiri, una stima piuttosto prudente, visto che persino per la media di quel secolo oscuro, la mattanza di Najrân era considerata dagli osservatori coevi qualcosa di assolutamente fuori scala. Yemeniti di origine etiope, Areta e Ruma sono resistiti nel martirologio romano malgrado fossero quasi sicuramente di confessione monofisita o miafisita, e dunque in teoria piuttosto eretici. E d'altro canto ti capitano nel calendario due santi africani bruciati in Arabia da uno sceicco che voleva convertirli all'ebraismo, e te li fai sfuggire? Ne ha parlato persino Maometto.

giovedì 16 ottobre 2025

Parlare di semiti è antisemita

[Questo pezzo è uscito sul Manifesto dell'11 ottobre].
Se a Gaza si è arrivati a una tregua, forse davvero è perché Trump sperava nel Nobel per la pace; un qualche merito lo avranno avuto anche i manifestanti che in tante parti del mondo sono riusciti a mantenere alta l'attenzione, e l'indignazione per quello che stava succedendo. Ora, un fatto singolare che ha stupito molti osservatori è che in Italia tra questi manifestanti vi siano molti studenti. Com'è possibile che un'intera generazione che fino a quel momento sembrava in pieno “letargo politico”, per dirla con Baricco, si sia ritrovata in prima fila con idee molto nette? Proprio mentre i media tradizionali (ma anche i social network) sembravano molto più interessati a riflettere la propaganda israeliana? Se devo essere sincero, non so come sia andata. Ma mentre mi interrogo sulla questione, la maggioranza di governo ha già trovato il colpevole: sono io. Cioè noi – insomma, gli insegnanti. Il teorema è elementare: dal momento che gli studenti non possono maturare idee proprie, e sicuramente non possono essere diventati propal leggendo i giornali, o guardando la tv, o scrollando i telefoni... devono per forza essere stati indottrinati a scuola, da diabolici insegnanti antisemiti. È l'opinione, evidentemente autorevole, del presidente del tempio ebraico di Monteverde, Riccardo Pacifici, che trovandosi qualche giorno fa a rendere conto del fatto che alcuni suoi correligionari adulti fossero usciti dalla sua sinagoga per picchiare degli studenti che manifestavano, avrebbe affermato: “Ci sono alcuni professori delinquenti che sobillano gli studenti”. Caso risolto, e anche la soluzione è semplice, talmente semplice che la sta presentando il senatore Gasparri: un disegno di legge “per il contrasto all’antisemitismo”. 

Questo disegno prevede che gli insegnanti e studenti partecipino d'ora in poi a “corsi annuali di formazione”... “al fine di favorire il dialogo tra generazioni, culture e religioni diverse”: insomma visto che gli anziani giornalisti filoisraeliani fin qui non sono riusciti a interessare gli studenti, non resta che obbligare questi ultimi ad ascoltare le loro concioni, grazie alle quali gli studenti impareranno a “contrastare le manifestazioni di antisemitismo, incluso l’antisionismo”. Viene messo così nero su bianco una volta per tutte che l'antisionismo è una forma di antisemitismo, un obiettivo a cui la macchina propagandistica israeliana tiene molto da sempre. Questi corsi di formazione annuale, chi li pagherà? Il senatore Gasparri ci ha pensato. “All’attuazione del presente articolo si provvede nei limiti delle risorse umane, finanziarie e strumentali disponibili a legislazione vigente”. Traduciamo: pagheranno le scuole con le risorse che hanno già; ne resteranno meno per organizzare altri corsi e visite d'istruzione. Dunque gli esperti che insegneranno agli studenti a non criticare Israele, li pagheranno gli stessi studenti.

L'altro strumento con cui Gasparri spera di stroncare l'antisionismo è la cara vecchia delazione, o per meglio dire “tempestiva segnalazione di atti a carattere razzista o antisemita nell’ambito scolastico e universitario”. Non solo chi si lasciasse sfuggire una critica a Israele si troverebbe accusato di un reato, ma il collega che non lo avesse segnalato rischia la sospensione dall'insegnamento per sei mesi. Tutto questo dopo che per anni ci siamo sentiti dire dai pedagoghi di area governativa quanto fosse importante recuperare l'autorevolezza della figura del Maestro, ebbene, no: c'è una cosa persino più importante dell'autorevolezza magistrale, ed è il buon nome di Israele: per evitare che sia infangato anche al Maestro tocca lavorare nel timore che gli studenti fraintendano un discorso e facciano rapporto. Si domanderà, lo stesso maestro, se non sia proprio il caso di saltare tutte quelle pagine di Storia che lasciano intendere come la relazione tra gli ebrei e la loro Terra Promessa non sia un destino divino, ma il risultato di una serie di circostanze umane, fin troppo umane – e se qualche studente capisce male e denuncia?, meglio saltare il capitolo intero.

Il decreto a firma Gasparri non fa che recepire la risoluzione del Parlamento europeo che chiedeva di adottare “l’integrale definizione operativa di antisemitismo approvata nell’Assemblea plenaria dell’Alleanza internazionale per la memoria dell’Olocausto” (IHRA). L'adozione di quella definizione fu in effetti un grande successo per la propaganda israeliana – sulla carta: perché nella pratica capita spesso che i propagandisti per eccesso di zelo si rovinino da soli. In particolare quella Definizione Operativa è un disastro, che con l'obiettivo evidente di estendere l'etichetta “antisemitismo” a qualsiasi critica nei confronti di qualsiasi cosa possano fare gli israeliani in qualsiasi situazione, finisce per denunciarsi da sola. Non ci sarebbe nemmeno bisogno del parere di tanti esperti, pure autorevoli che l'hanno già da anni demolita (persino un gruppo di accademici israeliani!), perché davvero: basta leggerla. Nella Definizione è scritto, tra l'altro, che è antisemitico anche soltanto “accusare i cittadini ebrei di essere più fedeli a Israele o a presunte priorità degli ebrei nel mondo che agli interessi della loro nazione”: dobbiamo insomma presumere che tutti i cittadini ebrei nel mondo, in qualsiasi momento e in qualsiasi periodo, non stiano anteponendo la fedeltà a Israele agli interessi di qualche altra nazione. Possibile? Vi immaginate se fosse vietato affermare che non tutti gli italiani mettono al primo posto l'Italia, ebbene per gli italiani di fede ebraica questo non si può più assolutamente sostenere: secondo la Definizione è già antisemitismo. 

Prendiamo un ebreo a caso, che so, Theodor Herzl. Per quanto potesse essere un buon suddito dell'Impero Austroungarico, senz'altro Herzl, mentre fondava il movimento sionista, manifestava l'esigenza di anteporre alla fedeltà per la propria nazione di provenienza un progetto diverso... ebbene, secondo la Definizione Operativa anche questa affermazione sarebbe già antisemita. In pratica non si potrebbe riconoscere ai sionisti di aver perseguito un progetto nazionale: se lo facciamo, non solo qualche studente potrebbe denunciarci per antisemitismo, ma qualche collega potrebbe essere sospeso perché non ci ha denunciato prima: insomma sarà opportuno saltare anche la pagina del manuale che parla di Herzl e della nascita del Sionismo. Non so se questo aiuterà gli studenti a diventare meno antisionisti, ma a questo punto non è più un problema mio. Vedetevela con Gasparri. 

mercoledì 8 ottobre 2025

Del non capire Francesca Albanese


Dai e dai, ce l'hanno fatta anche stavolta. Su un mare di gente, sono riusciti a distinguere uno striscione che galleggiava diffondendo un messaggio molto discutibile. A quel punto bastava mostrare soltanto quello striscione, spiegare che il mare avrebbe dovuto dissociarsi, e non c'era più bisogno di spiegare perché loro avevano fatto stare bene a stare in casa all'asciutto. 

(Certo, sarebbe stato meglio trovare qualche scena di guerriglia urbana, ma non se n'è visto un granché, anzi i casseur venivano isolati, quindi pazienza dai, meglio uno striscione che niente).

Lo slittamento, nell'ultimo anno, è stato così lento da apparire impercettibile, eppure c'è stato: ormai nessuno prova più a difendere Israele (e chi lo fa deve ricorrere a mezzi brutali, come Pacifici e i suoi amici). La maggior parte degli ex-difensori-di-Israele-a-ogni-costo non stanno più veramente difendendo Israele, quanto piuttosto sé stessi. Il mondo accusa Israele di genocidio, ebbene loro hanno qualche remora sull'utilizzo del termine. L'Italia sciopera e protesta con un'intensità che non si vedeva da decenni, e loro fanno presente che certi striscioni proprio no, non vanno bene; e anche Francesca Albanese dovrebbe comportarsi meglio. Ma anche nei suoi confronti, non riescono più a dire che è un agente di Hamas coi conti offshore (anche perché l'Albanese, si è scoperto, ha buoni avvocati). A un certo punto è diventata una questione di faccette, di vocina, di toni. I contenuti continuano a essere del tutto sconosciuti: la maggior parte dei criticanti non ha mai letto un suo report, non hanno nemmeno idea che lei ne abbia scritti. L'hanno identificata come il leader di un movimento che credono nato all'improvviso, e non capiscono perché lei da leader non si stia comportando: la vorrebbero in televisione a farsi bersagliare dai pupazzetti, e lei magari se la invitano ci va pure, ma non è il suo ruolo e si stanca subito, ha meglio da fare. Questo è molto frustrante.

Per i polemisti di destra, comunque, il copione è già scritto. Non ha nessuna importanza cosa dica o faccia: è una donna, quindi basta recuperare il canovaccio già adoperato con Boldrini, Bindi, Schlein, e tante altre. Un po' più complicata è la situazione per il centro cosiddetto liberale e filoisraeliano, ma qui apriamo una parentesi: ha davvero senso parlarne? Di chi scrive sul Foglio o Linkiesta, voglio dire, insomma, esistono ancora? A parte Guia Soncini, gli altri li legge davvero qualcuno? Non è che semplicemente sopravvivono (con fondi pubblici) come bersagli retorici, per far sembrare tutti gli altri un po' più svegli? Non lo so, magari nelle grandi città ci sono ancora fansclub, qualche socio ogni tanto mi si palesa sui social, non sono mai sicuro che non si tratti di un bot. Io sto in provincia e non riesco davvero più a immaginare quale abisso di alienazione possa condurre persone alfabetizzate a fidarsi di un Ferrara o di un Christian Rocca – ma fingiamo una volta in più che le loro opinioni abbiano una qualche rilevanza. Ecco, questi l'Albanese non sanno come prenderla. Non l'hanno capita all'inizio e non possono più capirla adesso – ciò equivarrebbe ad ammettere, appunto, che non hanno capito nulla fin qui, un suicidio professionale: gli opinionisti non possono rimangiarsi le loro opinioni, devono calare a picco con esse. In questi casi un disegno vale più di mille parole, il che ci permette di estrarre un significato interessante persino dalla vignettina del povero Bozzo: l'Albanese gli ricorda Olivia di Braccio di Ferro. Tutto qui, nessun accenno alle sue idee, al suo ruolo istituzionale, al modo in cui l'ha svolto, alle polemiche a cui ha partecipato, alle accuse gravissime che le sono state rivolte, alla persecuzione di cui è vittima: tutte cose che Bozzo magari ignora, probabilmente la considera un personaggio televisivo alla stregua di tanti, da liquidare con una caricatura.

Mesi fa, quando non era ancora al centro di un'attenzione ossessiva, fu Francesco Cundari, a proporre una formulazione che nell'ambiente piacque molto. Suggerì, Cundari, dall'alto del suo essere Cundari, che Francesca Albanese stava alla causa palestinese come Alessandro Orsini sta alla questione russo-ucraina. Ovvero.

Ovvero Cundari non sembrava in grado di distinguere un animaletto da talk italiano da un'esperta di diritto internazionale con un incarico alle Nazioni Unite. A volte mi domando se non siano, Cundari e compagnia, le vere vittime del grillismo. Se lo sono trovati davanti nei momento in cui dovevano diventare adulti, sviluppare un senso critico, emanciparsi dai maestri... e semplicemente si sono messi dietro una siepe davanti alla prima pagina del Fatto Quotidiano, scambiando i fondi di Travaglio per l'impero del Male. Il grillismo nel frattempo è sfumato, come qualsiasi altro fenomeno col tempo. Siamo tutti cresciuti, persino Di Battista è un po' cresciuto, ma loro sono restati lì, dietro la siepe, a impallinare obiettivi immaginari. Tanti anni fa qualcuno non solo decise che erano i primi della classe, ma li convinse di questa cosa: e nessun test invalsi è intervenuto a correggere questa autopercezione. Ora non importa quante pensose previsioni si siano rivelate errate, quanti granchi siano stati pescati, quanti riveriti maitre à penser si siano palesati per tromboni costipati; lo spettacolo deve andare avanti, e lo spettacolo si basa sull'assunto che i più intelligenti siano ancora loro. E veniamo a Guia Soncini, che intelligente lo sarebbe davvero – quel tanto che le basta per aver capito, da anni, che meno si sbilancia su Israele/Palestina, meglio è. Quando poi tutti ne parlano, quando non può proprio esimersi, la Soncini padroneggia diverse tattiche. Può mandare la palla in tribuna (Ci vuole labombatomica! Lo dicono tutti!) Può commentare la stessa clip di youtube che stanno commentando tutti (il siparietto tra l'Albanese e il sindaco di Reggio Emilia), dimostrando senza farci troppo caso di averla capita meglio di tutti: che io sappia è l'unica ad aver notato che l'Albanese è intervenuta non per criticare il sindaco, ma per difenderlo da un pubblico che lo fischiava. Può notare un dettaglio che magari non è neanche vero, ma è interessante (la "vocetta da Paperina"). Potrebbe forse descriverlo in maniera meno greve ("La vocetta da bisognosa della guida maschile è il modo in cui la donna al comando si accerta che a suo marito non caschi il cazzo"), ma forse è il suo modo di non spaventarci, di non sembrarci troppo intelligente: c'è chi fa la vocetta, c'è chi scrive le parolacce, ok. Persino la Soncini non riesce, comunque a vedere cos'è successo in questi giorni. Per la prima volta dopo anni i sindacati hanno manifestato coi cattolici, con i musulmani e con gli studenti: un blocco sociale sensibilmente diverso dai soliti, che ha mandato un po' in confusione il governo e che ha modificato irreparabilmente il quadro in cui viene descritta in Italia la questione di Gaza. E però la Soncini aveva un canovaccio troppo comodo per rinunciarvi – la gita in barca dei bianchi privilegiati esibizionisti che si illudono di salvare il mondo – e lo ha usato. Avrà finto di non vedere che la Flotilla è partita da Tunisi, aveva un nome arabo e radunava volontari da tutto il bacino del Mediterraneo – la barchetta che per poche migliaia di metri non è riuscita a spiaggiarsi sulla Striscia era turca.   

Almeno una volta ho lasciato scritto che assistere più o meno passivamente a tutti questi disastri mi fa sentire come il personaggio di John Hurt nei Cancelli del cielo. Questo è vero un po' per tutta la mia classe, e in particolare in questi giorni mi sembra vero per la Soncini, la più brava di tutti noi a raccontarcela. A chi se non a lei avremmo fatto leggere un discorso nella cerimonia del diploma – un discorso, ovviamente, bislacco e divagante che avrebbe preso in giro tutti, dopodiché i maschi se ne sarebbero andati a menarsi in girotondo.

Ovviamente quando la Confcoltivatori del Wyoming decide di sterminare i peones lui non è così d'accordo, ma nemmeno si preoccupa troppo del problema: dopodiché continua a fare battute del cazzo finché non si ritrova al centro esatto di un girotondo all'ultimo sangue, dalla parte sbagliata della barricata, anche se non gli viene nemmeno in mente di sparare. L'ultima cosa che dice è: l'anno scorso ero a Parigi, oh quanto amo Parigi (la penultima è: madò, quanti sono, mica potete farli fuori tutti).

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