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giovedì 12 febbraio 2026

Un papa quasi re

11 febbraio: San Gregorio II, papa dal 715 al 731

Un diamante è per sempre,
Sutri è per gli Apostoli. 
Certi periodi storici hanno semplicemente avuto più successo che altri. L'Atene di Pericle, la Roma di Cesare, l'Inghilterra di Elisabetta, e così via. Non sono necessariamente periodi di gloria. Non è affatto detto che la gente vivesse meglio, allora, rispetto al millennio prima o al secolo dopo. Il motivo per cui hanno forato l'attenzione è molto più casuale di quanto amiamo ammettere. Ha a che vedere soprattutto con la quantità di fonti che ci sono arrivate – ma se ci sono arrivate forse è anche perché la gente preferiva rileggere informazioni su Cesare rispetto che su Filippo l'Arabo – insomma, è complicato. Però è quel che succede: quando pensiamo al passato, per lo più pensiamo a periodi abbastanza delimitati nello spazio e nel tempo.

Altri periodi non li conosce nessuno, tranne due o tre specialisti nei dipartimenti di Storia che ne parlano poco volentieri, con aria colpevole. Ci svegliassimo di colpo nell'ottavo secolo, ci ritroveremmo immediatamente smarriti – tanto per cominciare, nessuno ci darebbe informazioni precise sulla data, come accade a Troisi e Benigni in quel film. Era il Settecento-e-qualcosa dopo Cristo, sì, ma nessuno ancora ci dava importanza, questa mania di conteggiare gli anni a partire da un'ipotetica data di nascita di Gesù avrebbe attecchito trecento anni dopo. E comunque ci ritroveremmo immersi in un caleidoscopio linguistico abbastanza incomprensibile – ancora molto latino, ma frammisto a lingue germaniche ancora vive e non disciplinate dalla sintassi romanza, un po' di greco nei porti, e qua e là qualche dialetto dell'Asia profonda. A un certo punto capiremmo probabilmente di trovarci nell'Alto Medioevo, ma dove? quando? Persino i nomi dei popoli non combaciano. Quella che noi chiamiamo Italia, per alcuni è la Tuscia, per altri la Longobardia; molta gente parla dialetti germanici, ma a volte li chiamano ancora Unni, benché di Unni veri ormai non ce ne sia più in giro da un pezzo; a Ravenna ci sono i Romani, ovvero i Greci, insomma i Bizantini, ma nessuno li chiama così (nessuno li ha mai chiamati così). E a Roma? A Roma c'è Gregorio II, un grande papa. E allora perché non ne abbiamo mai sentito parlare? Ma certi secoli sono fatti così, sui manuali scolastici scorrono veloci come se non vi fosse successo nulla di rilevante. E invece tutto cambia continuamente, un po' per volta. Quando viene nominato, Gregorio è ancora tutto sommato un emissario dell'imperatore di Costantinopoli, che gli riconosce la massima autorevolezza in campo religioso, ma si aspetta anche che obbedisca ai suoi editti. Quando morì, quindici anni dopo, nel suo letto, dopo aver scampato a diversi tentativi di farlo fuori, Gregorio era un'autorità anche temporale: ai suoi successori lasciava un'entità che cominciava davvero ad assomigliare a uno Stato Pontificio. Anche se le cose sono un po' più complesse (sono sempre più complesse). 

Gregorio era il suo nome di battesimo, non sentì il bisogno di cambiarlo. Veniva da una famiglia romana abbastanza importante (i Savelli) e interruppe una serie di papi provenienti dall'Impero d'Oriente. È probabile comunque che la sua nomina fosse inizialmente gradita all'imperatore: Gregorio era conosciuto a corte, avendo accompagnato a Costantinopoli il suo predecessore, papa Costantino, che vi si era recato per dirimere definitivamente la questione del Concilio Quinisesto – una specie di coda burocratica degli ultimi due concili ecumenici, appunto il Quinto e il Sesto, che l'imperatore Giustiniano II aveva convocato nel 692 senza darsi troppa pena di invitare qualcuno da Roma o in generale dall'Occidente. Questo aveva portato a scontri anche aspri tra papato e impero, che vent'anni dopo erano tutt'altro che sopiti. Tra le altre cose, nei canoni del Quinisesto si cominciava a sentire una certa diffidenza orientale nei confronti delle immagini, che i romani non capivano: si proibiva ad esempio di raffigurare Gesù come agnello, il che in realtà stimolava gli artisti a rappresentazione più realistiche e meno simboliche, ma a Roma all'agnello di Dio erano affezionati. Nell'occasione, comunque, Gregorio dovette dare sfoggio di doti diplomatiche che dovettero essere apprezzate, dal momento che fu eletto papa già all'indomani della morte di Costantino. Il giorno prima non era nemmeno sacerdote, ma appena un suddiacono. Se però a Bisanzio credevano di avere trovato una pedina manovrabile, il seguito della partita li avrebbe smentiti.

La scacchiera per altro era complessa come può accadere a metà di certe partite convolute. Perlomeno all'inizio Gregorio poteva avere la sensazione di distinguere i Neri dai Bianchi, i barbari (per lo più Longobardi) dai Romani – ma i pezzi erano completamente mescolati, i territori controllati dagli amici sparsi lungo i porti e collegati via terra da sentieri sempre meno controllabili; i nemici, sparsi nei territori interni, apparentemente inarrestabili ma a veder bene bloccati da faide interne che li stavano già dividendo. Gregorio intuiva che la situazione poteva degenerare e che Roma aveva bisogno di nuove mura, o almeno di restaurare le vecchie: non ci riuscì del tutto, ma forse si conquistò la fiducia degli abitanti, che l'avrebbero poi difeso meglio dei mattoni. La prima crisi arrivò nel 718, quando il duca longobardo di Benevento, Romualdo, riuscì a impadronirsi di alcune città bizantine, tra cui la rocca di Cuma. Gregorio di Cuma aveva bisogno; probabilmente rappresentava una proprietà fondiaria che la Curia non si poteva permettere di perdere; ma le autorità bizantine che avrebbero dovuto restituirgliela non erano in grado di aiutarlo granché: la stessa Costantinopoli era assediata dagli arabi: e benché le cronache attestano che Cuma fu riconquistata dal duca bizantino di Napoli, Giovanni, sappiamo anche che Gregorio per riaverla dovette corrispondere 70 libbre d'oro, non a Giovanni, ma ai  Longobardi di Benevento. Può darsi che siano vere entrambe le cose; Gregorio nell'occasione potrebbe aver capito che una vittoria militare non cambia necessariamente i rapporti di forza; che i Longobardi prima o poi sarebbero tornati e che oltre a Cuma valeva la pena di ottenere la loro amicizia.

Di lì a poco in effetti gli amici ufficiali – i bizantini – sarebbero diventati particolarmente esosi. Leone III Isaurico, dopo avere sconfitto gli assedianti arabi a prezzo di innumerevoli sacrifici, aveva infatti deciso che una parte importante di questi sacrifici li avrebbero pagati i sudditi italiani. Ne risultò una rivolta fiscale capeggiata proprio dal papa, il quale nell'occasione inventò un concetto destinato ad avere una grande fortuna: le tasse degli italici avrebbero dovuto servire a finanziare opere e servizi nel territorio italico – oggi lo chiamiamo federalismo fiscale, ed è buffo pensare che sia venuto in mente a un romano. Leone come la prese? In modo abbastanza sportivo, per la media degli imperatori bizantini. Scrisse ai più importanti funzionari – l'esarca di Ravenna, il duca di Roma, e altri – chiedendo se per caso non si trovava un modo di ucciderlo. La congiura fallì miseramente: gli esecutori materiali furono condannati a morte, il duca – che di Roma era il comandante militare – si diede alla fuga. Quando l'esarca, qualche anno più tardi, tentò di inviare a Roma un nuovo duca a destituire Gregorio, la sconfitta bizantina fu ancora più pesante, perché per l'occasione la città fu difesa non solo dai suoi abitanti, ma dagli stessi Longobardi di Spoleto e di altri ducati. Gregorio si era sostanzialmente reso indipendente dai bizantini, forse più di quanto lo desiderasse perché in coscienza continuava a considerare Roma come una parte dell'impero, e Leone come il suo legittimo imperatore. 

Leone dal canto suo però non faceva molto per venirgli incontro, anzi. Nel 726 emise i primi editti iconoclastici, che vietavano il culto delle immagini. Una frattura importante con la cultura cristiana del tempo, che è stata lungamente interpretata: Leone probabilmente intendeva ribadire il primato della sua figura, e magari impadronirsi delle ricchezze dei santuari che avevano prosperato grazie alla popolarità di questa o quell'icona; ma l'iconoclastia veniva anche incontro alla sensibilità dei sudditi arabi ed ebrei che Leone aveva obbligato per legge a convertirsi, se non nel cuore, almeno nelle apparenze. In Italia, di nuovo, la situazione era molto diversa, e l'iconoclastia dette un colpo fatale a un'autorità già molto labile. A Ravenna l'esarca fu linciato; a Roma una seconda congiura ducale contro il papa si risolse con la messa a morte di tutti i congiurati, duca incluso. Nel frattempo alcune città, come Sutri, si devolvevano liberamente ai Longobardi, che da barbari senzadio erano diventati, all'improvviso, i difensori delle immagini sacre. Non è chiaro quanto pesò l'autorità di Gregorio in questa rivolta che contagiò rapidamente tutti i domini bizantini della penisola; di sicuro si oppose con veemenza alle misure iconoclastiche, denunciandole apertamente come eretiche. Ma quando gli insorti cominciarono a parlare di eleggere un nuovo imperatore e di mandarlo in testa a un esercito a Costantinopoli, fece capire che no, non era il caso. Si dice che temesse i Longobardi, ma coi Longobardi Gregorio continuava a discutere, e ormai doveva trovarli più ragionevoli dei Bizantini; tanto che nel 729 riuscì a ottenere da re Liutprando la restituzione di Sutri. 

L'atto è noto come "donazione di Sutri", ed è un momento fondamentale per la storia dello Stato Pontificio, perché Sutri non viene restituita all'impero Romano, ma donata "al patrimonio degli apostoli Pietro e Paolo". Forse per la prima volta veniva messo nero su bianco che un territorio non apparteneva a un imperatore, ma alla Chiesa. Con la sua generosità, Liutprando dimostrava di aver capito quanto fosse utile avere Gregorio dalla sua parte. Era il re della Longobardia settentrionale (maior): il suo obiettivo non era qualche castello nel Lazio, ma il controllo della Langobardia minor: dei ducati centromeridionali, Spoleto e Benevento, fino a quel momento i più fedeli alleati del papa. Il papa da parte sua si trovava a sventare l'ennesima congiura bizantina nei suoi confronti, stavolta ordita dall'eunuco Eutichio che a quanto pare era stato nominato duca di Napoli con la missione prioritaria di farlo fuori. Siccome anche stavolta l'attentato andò a monte, Eutichio provò con la diplomazia, proponendo a Liutprando di puntare su Spoleto e Benevento; l'imperatore, prometteva, avrebbe riconosciuto la sua sovranità su quei territori. In cambio però Liutprando doveva passare da Roma e deporre quel papa riottoso. Liutprando non declinò la proposta: ma invece di scendere subito a Roma, prese la via larga, sottomise Spoleto e Benevento e solo a quel punto si mise in strada verso la città a cui tutte le strade portano. 

In un qualche modo, Gregorio riuscì a salvarsi anche stavolta. Le cronache lo dipingono come un novello Leone Magno, che disarmato affronta un Liutprando/Attila e lo convince con la forza della persuasione cristiana. Se anche in quel caso qualche libbra d'oro cambiò proprietario, non ci è dato saperlo; fatto sta che il re longobardo visitò la tomba degli Apostoli da pellegrino e non da conquistatore, ottenendo in questo modo il riconoscimento della sua autorità regale non solo dall'imperatore ma anche dal papa. Gregorio non era stato spodestato, ma anche il suo rapporto con Costantinopoli sembrava migliorato: addirittura fu lui a inviare un esercito contro un tale Tiberio Petasio che a Monterano si era proclamato imperatore, e a inviare la testa di tale Tiberio Petasio a Costantinopoli. Da quel momento Leone III sospese ufficialmente i tentativi di ucciderlo, e anzi in un qualche modo accettò il fatto che a Roma il potere temporale fosse ormai nelle mani di un papa. Dal canto suo, Gregorio non cedette sul fronte delle icone, anzi si rifiutò di riconoscere la nomina del nuovo patriarca iconoclasta di Costantinopoli, Anastasio. È ricordato anche come il papa che permise l'evangelizzazione dei Frisoni, avendo lui autorizzato la missione (non troppo fortunata) di Bonifacio di Magonza. Morì nel 731, lasciando una città e una Chiesa un po' più sicure di come le aveva trovate. 

domenica 18 maggio 2025

Il primo dei Giovanni

18 maggio: San Giovanni I papa e martire (V-VI secolo)

Una cosa che abbiamo scoperto con papa Francesco è che i nomi dei papi non sono necessariamente seguiti da un numero ordinale: anche se qualcuno cominciò subito a chiamarlo "Francesco Primo", in quell'occasione si chiarì che un papa diventa "Primo" nei documenti soltanto quando qualcuno assume lo stesso nome: fino a quel momento "primo" è un'aggiunta inutile e i papi ne fanno a meno. Ciò è vero in generale per i sovrani, ma in particolare per i pontefici, che in quanto vicari di Cristo (ossia facenti funzione, finché non torna) devono sempre contemplare la possibilità di non essere i primi, bensì gli ultimi: "Vegliate, perché non sapete il giorno e l'ora" (Matteo 25,13). Se poi vogliamo essere davvero pignoli, Albino Luciani scelse di chiamarsi Giovanni Paolo Primo: ma forse nei pochi giorni del suo pontificato non fece in tempo ad accorgersi di violare una consuetudine. 

Ecco perché, per dire, Pietro si chiama Pietro e basta: siccome nessuno ancora se l'è sentita di chiamarsi Pietro II, per ora il primo papa non ha bisogno di ordinali. Per contro, il nome di gran lunga preferito dai pontefici è Giovanni e non sorprende, vista la quantità di santi omonimi. Quanti papi Giovanni abbiamo avuto? Non esattamente ventitré, anche se il prossimo sarebbe il ventiquattresimo. Il computo cominciò a ingarbugliarsi nel decimo secolo, quando succedeva non infrequentemente che due o più prelati fossero eletti pontefici da gruppi di potere in guerra tra loro; di solito a chi vince rimane il titolo di papa, mentre quello che perde viene classificato come "antipapa" ed escluso dal conteggio. Ad esempio Giovanni XVI (997-998) fu dichiarato antipapa, ma due secoli dopo: nel frattempo i suoi successori avevano già preso i numerali successivi fino al XIX. I tentativi di correggere l'errore, come talvolta accade in questi casi, portarono a errori ancora più grandi, per cui ad esempio nessun papa si è mai imposto il nome di Giovanni XX: il che ha fornito a qualche contrafrottole il pretesto per lanciare la leggenda della papessa. Col tempo gli errori diventano consuetudini, tradizioni, e infine legge: per cui nel 1958 Angelo Giuseppe Roncalli mise un punto probabilmente definitivo alla questione, scegliendo il numerale XXIII anche se era soltanto il ventunesimo papa ufficiale a chiamarsi Giovanni. Ma il primo a chiamarsi Giovanni (e non Giovanni Primo, almeno in vita), quando visse, e che papa fu?

Fu un papa sfortunato. Visse tra la fine del quinto e l'inizio di quel sesto secolo che tanti disastri avrebbe portato in Italia. (Sì, per quattrocento e più anni nessun papa si chiamò così). Giovanni era il suo nome di battesimo: a quei tempi i pontefici non ne sceglievano uno nuovo. Fu un papa sfortunato, a cui riuscì di morire martire in un periodo in cui la Chiesa non era affatto perseguitata, e non per difendere la propria fede, come ci si aspetta dai martiri. A Giovanni I capitò di dover difendere i fedeli di un'altra confessione religiosa: gli ariani. Non lo fece spontaneamente – diciamo pure che fu costretto da Teodorico, re ostrogoto – ma ci provò. Meglio però fornire un po' di contesto. 

Se abbiamo passato il 500, sappiamo che l'impero d'occidente è formalmente caduto anche se non molti se ne rendono conto: tutto sommato la situazione ora è più stabile che negli anni anteriori alla Caduta. Un imperatore c'è ancora – a Costantinopoli – mentre in Italia Teodorico amministra il suo potere con una certa abilità. Riconosce il superiore prestigio dell'imperatore d'oriente, ma ci tiene a non passare per un semplice vassallo, termine che peraltro ancora non esisteva. Le dispute religiose sono un sintomo di una certa tensione tra due comunità che Teodorico vuol fare collaborare: i latini per lo più aderiscono al credo ortodosso del Concilio di Nicea, che nel 325 aveva rigettato come eretiche le idee del predicatore egiziano Ario; i barbari per contro sono fieramente ariani e hanno un loro clero che Teodorico controlla più direttamente – da cui il sospetto che la vera tensione tra arianesimo e ortodossia sia politica e non dottrinale; il clero ariano è controllato o controllabile dagli ostrogoti; quello ortodosso mantiene una notevole autonomia.

I tentativi di mantenere una pax religiosa in Italia sono ostacolati dalle iniziative dell'imperatore Giustino, che a Costantinopoli sta trattando gli ariani con sempre maggiore intransigenza. Con un editto li ha obbligati a cedere chiese e altri immobili agli ortodossi; ha altresì proibito agli ariani ufficialmente convertiti (spesso con la forza) di tornare alla loro fede originale. È chiaro che a Roma e in Italia in generale i vescovi ortodossi vedono con sempre maggior simpatia questo imperatore che tratta gli eretici col pugno duro, e questo per Teodorico è un problema: la Chiesa nicena rischia di diventare la quinta colonna dei costantinopolitani il giorno che preparassero l'invasione dell'Italia. Non era un ragionamento così paranoide: l'invasione ci sarebbe stata, anche se dovremo attendere il nipote di Giustino, Giustiniano. Per sventare la guerra di religione che si delinea all'orizzonte, l'astuto Teodorico decide di inviare a Costantinopoli una delegazione composta proprio dagli stessi vescovi di credo ortodosso: tra questi Giovanni, che se non è ancora considerato il capo indiscusso della Chiesa, siede comunque sulla cattedra più prestigiosa di tutto l'Occidente. 

Giovanni deve chiedere all'imperatore tolleranza per gli eretici. Non sappiamo quanto la cosa gli ripugni, ma non ha scelta: se la missione fallisce, Teodorico minaccia di trattare gli ortodossi d'Italia come Giustino tratta gli ariani: conversioni forzate, requisizione dei beni. A Costantinopoli, Giovanni è accolto con gli onori che si devono al primo tra i patriarchi: gli viene riconosciuto persino il privilegio di celebrare la messa di Pasqua nella cattedrale di Santa Sofia, in latino! per molti fedeli dev'essere stato uno choc. Non è affatto strano che questo dettaglio sia ancora oggi trattenuto nell'edizione più recente del Martirologio Romano ("fu il primo tra i Romani Pontefici a celebrare in quella Chiesa il sacrificio pasquale"): si tratta in effetti di un precedente prezioso per chiunque voglia ricordare almeno un caso in cui il clero ortodosso abbia riconosciuto il primato del vescovo di Roma.  

Chissà se mentre diceva Messa in quella che al tempo era la cattedrale più famosa del mondo (ma sarebbe stata distrutta durante la grande rivolta del 535), Giovanni si rendeva conto di vivere il massimo momento di gloria prima della disgrazia. In effetti, al di là dei pubblici riconoscimenti, la missione diplomatica non ottiene molto. L'anziano Giovanni fa quel che può e qualche vaga promessa da Giustino la ottiene: ma quando torna a Roma scopre che non è abbastanza, Teodorico è scontento e lo fa imprigionare. Già provato dal lungo viaggio, Giovanni si spegne in carcere il 18 maggio del 526; dopo di lui fu eletto papa Felice IV, e dopo Felice, Bonifacio II. Alla morte di quest'ultimo, sulla Cattedra salirà un certo Mercurio di Proietto, che decide contestualmente di cambiare nome, non trovando "Mercurio" appropriato per un papa. Si chiamerà Giovanni anche lui, Giovanni II; e da quel momento papa Giovanni è diventato Giovanni I, che si festeggia oggi. 

mercoledì 30 aprile 2025

Dalle stalle al sacro soglio

30 aprile: San Pio V (1504-1572), pontefice e inquisitore

C'è chi scambia la democrazia per una semplice questione di pari opportunità: ovvero l'importante è che a tutti sia data la possibilità di comandare, dopodiché vediamo chi se la merita – qualcuno ci crede davvero a questa cosa, non sono tutti lacchè del potente di turno (o impiegati nella sua Fondazione), qualcuno è in buona fede. A costoro bisogna purtroppo far notare che sono proprio gli umili, appena gli dai tutto il potere, a usarlo in modo più feroce: che se il Novecento è stato il secolo terribile che è stato, ciò è successo proprio perché una maggior mobilità sociale ha consentito di raggiungere posizioni di potere a gente che in altri periodi storici non avrebbe conosciuto altro destino che zappare la terra: i genitori di Stalin erano contadini, quelli di Mao pure (anche se forse se la cavavano un po' meglio), il padre di Mussolini era un fabbro, quello di Hitler un doganiere. In altri secoli il fenomeno era meno osservabile, ma già evidente: Pio V ad esempio (al secolo Antonio Ghislieri, nato a Bosco Marengo, oggi provincia di Alessandria) era di famiglia umilissima, anche se in seguito pensò di nobilitarsi acquisendo lo stemma nobiliare di un'omonima casata bolognese decaduta ma nobile: nel sedicesimo secolo nessuno ancora rivendicava di venire dalla campagna. Eppure furono soltanto le sue facoltà intellettuali e la sua voglia di studiare a consentirgli di trovare protettori e sponsor che gli permisero di fare carriera nei frati domenicani, all'università di Pavia e poi nell'Inquisizione: finché dopo aver patito qualche incomprensione col papa Pio IV che lo aveva mandato a fare il vescovo a Mondovì, non riuscì a farsi eleggere suo successore al conclave del 1566. 

Ghisleri partecipò al conclave quasi per caso: l'ostilità di Pio IV era ormai evidente. Forse a trattenerlo a Roma fu davvero la notizia che i mobili che aveva spedito a Mondovì erano andati perduti; inoltre lo stato di salute non era tale da raccomandargli di mettersi in strada, e così scelse di restare a Roma a suo rischio e pericolo: dopodiché ad ammalarsi e morire fu il papa, e Ghisleri entrò in conclave benché malaticcio: che molto spesso è un vantaggio. In quel momento gli tornò utile il dossier che da decenni stava raccogliendo su uno dei cardinali più papabili, il cardinal Morone, vescovo di Modena e più illustre rappresentante di una fazione che, se non cercava il dialogo coi protestanti, perlomeno non riteneva necessario imprigionarli e torturarli; e per questo motivo era stato lui stesso prima espulso dall'Inquisizione e poi imprigionato, durante il pontificato di Paolo IV – un papa talmente intransigente che anche Ghisileri in quel periodo aveva rischiato di cadere in disgrazia. Alla morte di Paolo IV Morone era stato riabilitato, al punto che Pio IV lo aveva inviato a Trento a dirigere le ultime sessioni del concilio. Si trattava dunque di un ottimo candidato al Soglio, che dopo due pontificati molto intransigenti avrebbe potuto dare una svolta dialogante, tanto più che il lungo processo intentato contro di lui si era risolto con una completa assoluzione che ne metteva nero su bianco la condotta integerrima, eppure... eppure in qualche armadio doveva esserci ancora uno scheletro; Ghisleri lo aveva trovato e al momento giusto probabilmente lo usò. (Non sappiamo di cosa si trattasse: a quel punto i conclave si facevano sul serio a porte chiuse, tuttora se ci sono verbali vengono bruciati). Un altro grande papabile era ovviamente Carlo Borromeo. Filippo di Spagna lo spingeva apertamente; ma Carlo preferiva regnare a Milano che diventare una pedina degli spagnoli a Roma; fu lui a proporre Ghisleri. Tra i due c'era stima e concordanza di vedute, eppure all'inizio la nomina sembrò un ripiego; il cardinale aveva una brutta cera, tipica dei papi di transizione. Dopo l'incoronazione, come a volte accade, la salute migliorò. Non fu comunque un papato lungo: appena otto anni. Ma si può dire che lasciarono il segno. 

Oltre a scomunicare la regina Elisabetta, spronare il re di Spagna e la regina di Scozia all'invasione dell'Inghilterra, il re di Francia a farla finita con gli Ugonotti, l'imperatore a una maggiore intransigenza coi luterani, il re di Sicilia a eliminare i Valdesi di Calabria, Pio V sciolse la confraternita degli Umiliati e decise di confinare gli ebrei di Roma in un quartiere che sul modello veneziano prese il nome di ghetto, obbligandoli ad ascoltare regolarmente le prediche dei suoi confratelli domenicani: una tortura che secondo i suoi disegni avrebbe presto portato alla conversione dell'intera comunità (e in effetti è difficile capire come non sia successo: se non è la prova dell'esistenza di un Dio, diciamo che è un forte indizio in tal senso). Ma il massimo successo nella sua carriera di fomentatore di stragi religiose è sicuramente la battaglia navale di Lepanto del 1571, da lui fortemente voluta anche se bisogna riconoscergli che l'espansionismo ottomano nel Mediterraneo era una minaccia reale. Siccome all'indomani della vittoria l'ammiraglio genovese Andrea Doria se ne attribuiva il merito grazie alla sua finta ritirata – mentre per i veneziani non era stata affatto una finta – Pio V risolse la questione attribuendo il merito della vittoria all'intercessione della Madonna e ai fedeli che l'avevano sollecitata in tal senso con la preghiera più efficace, forse perché la più assillante: la mitragliatrice delle preghiere, il Santo Rosario. Un po' di gloria ricadde comunque su di lui, tanto che quando morì, l'anno successivo, a causa di una prostatite che forse trovava indecente curarsi, cominciò a spargersi la voce che fosse un santo. Il che non era affatto scontato, anzi, dopo il secolo IX i papi venerati come santi erano piuttosto rari; il più recente, Celestino V, era morto quasi trecento anni prima ed era comunque un papa decisamente irregolare, morto dimissionario e probabilmente fatto ammazzare dal pontefice che gli era subentrato. Anche dopo Ghisleri, per trovare un papa canonizzato dobbiamo aspettare Pio X, già nel secolo scorso (Pio IX per ora è soltanto beato). Su di lui si raccontavano miracoli che gli agiografi moderni omettono, o registrano con un certo fastidio, eppure per secoli furono discretamente popolari. Il più famoso era il crocefisso avvelenato; un non precisato eretico infatti aveva ben pensato di avvelenare i piedi del crocefisso a cui Pio V rivolgeva le preghiere della sera, ben sapendo che dopo la preghiera era solito dargli un bacetto. Doveva trattarsi di un eretico veramente esperto della vita privata del papa, un eretico che aveva le chiavi di camera sua, insomma non è difficile capire perché la Bibliotheca Sanctorum, dopo aver dedicato a Pio V quattro fitte pagine, ammette l'episodio soltanto alla voce iconografia, senza spiegarci quando sia successo e chi sia il mandante. Comunque la leggenda dice che il crocefisso, piuttosto di avvelenare il Santo Padre, avrebbe spostato i piedi: e quindi se trovate un quadro in cui un pontefice cerca di dare un bacino a un crocefisso coi piedi storti, non potete sbagliarvi: anche il quadro che ho riportato qua sopra, che sembra fatto da un'AI, invece è un Giovanni Capretti originale, di inizio Settecento. 

L'episodio riecheggia alla lontana l'attentato di cui fu vittima Borromeo a Milano. E come nel caso di Borromeo, bisogna ammettere che isolare il mandante è abbastanza difficile. Avrebbe potuto essere chiunque, un protestante o un cardinale estromesso dai giochi o un ebreo inferocito perché costretto ad ascoltare le prediche dei domenicani. Un turco, un ugonotto, un umiliato, Pio V aveva nemici in tutte le direzioni, e non se ne curava. Era figlio di pastori piemontesi e non faceva sconti a nessuno.

martedì 29 aprile 2025

Il papa del buonsenso


Faccio un paio di esempi, che forse non vogliono dire nulla. Qualche anno fa, ve la ricorderete, ci fu una crisi pandemica. Molti intellettuali non erano progettati per capirla. Benché esistessero precedenti storici, non si erano dati la pena di studiarli, né avevano l'umiltà di ascoltare gli epidemiologi. Venutisi a trovare in una situazione di emergenza, senza avere nulla di interessante da dire, cominciarono a girare in tondo, che è una cosa che fanno anche le formiche quando perdono la pista. Nulla sapevano, se non di non sapere: ma a differenza del vecchio greco che lo considerava un punto di partenza, per molti si trattava di un arrivo. Avevano studiato tutta la vita, e costruito carriere prestigiose, per arrivare al punto in cui non ci stavano capendo nulla; ne conseguiva che il loro non-capir-nulla-nel-mondo doveva essere un faro per gli altri poveri mortali, che avrebbero dovuto seguire il loro esempio e capirne nulla come loro, mentre invece qualcosa lo capivano, ad esempio mettevano le mascherine. Ebbene, questo era molto sospetto, probabilmente l'indizio di una deriva totalitaria. La gente cominciava a morire, ma loro ne dubitavano, se non altro perché dubitare era l'unica cosa che gli riusciva bene. I governi cominciarono a varare misure di contenimento, che loro si misero a criticare: non perché avessero argomenti, ma per istinto: se il governo vara qualcosa, l'intellettuale avrà bene il dovere di criticarlo, no? Altrimenti che ci sta a fare, insomma. I cittadini accettavano quelle norme, ebbene questo era uno scandalo, il risultato di un indottrinamento, un vero regresso per un popolo che si riduceva a gregge. Il gregge in effetti stava salvando la vita anche a loro. Scuole e bar restavano chiusi, e gli industriali cominciarono a fremere proprio quando questi intellettuali si trovavano sulla pista adatta per dar voce al loro malcontento: le scuole andavano riaperte il prima possibile, non era vero che erano luoghi di contagio, una specialista mondiale lo aveva dimostrato con una lettera a una rivista scientifica ripresa dal Corriere ecc. ecc. E nel frattempo, il papa?

Il papa nel frattempo aveva celebrato una messa praticamente da solo, in una piazza deserta, in mondovisione. Il messaggio era passato forte e chiaro, e qualcuno ancora non glielo perdona: state a casa, manteniamo le distanze, portiamo pazienza. Il papa ne sapeva di più? In realtà no, il papa stava reagendo come reagì la maggior parte di noi, seguendo un buon senso abbastanza mediano: l'epidemia esisteva, le misure di contenimento avevano dimostrato di funzionare, e la maggior parte di noi le seguì. Il papa era con la maggior parte di noi. 

Poi arrivò il vaccino, così presto che di nuovo molti intellettuali restarono spiazzati. Il governo aveva fretta di riaprire, e quindi trovò il modo di forzare lavoratori e studenti a vaccinarsi. E si videro gli stessi intellettuali che avevano caldeggiato la riapertura delle scuole improvvisamente contrari a questi modi bruschi che ledevano la libertà individuale, ecc. ecc. Non erano contrari ai vaccini, ma finirono rapidamente sugli scudi dei novax. Il papa nel frattempo che diceva? Che vaccinarsi era un atto di amore – e qualcuno ancora non gliel'ha perdonato. La maggior parte delle persone si vaccinò, non certo perché glielo chiedeva il papa: ma perché la pensava come lui. Il papa era con la maggior parte di noi.

Una volta – tanto tempo fa – esisteva il cosiddetto centro moderato. Esisteva sul serio, non era quella terra di nessuno su cui si aggirano personaggi disperati coi loro partiti personali. Era una realtà solida, perlopiù democristiana, con un po' di laici ai bordi. Parlava attraverso quotidiani a grande tiratura, affidati a stimati opinionisti sempre molto compassati ed equidistanti, mai troppo polemici. Tutto questo è talmente finito che la maggior parte dei miei coetanei non sa nemmeno di rimpiangerlo. Oggi il centro è il luogo della radicalizzazione, della psicosi, della paranoia. Il pannellismo ha infettato il doroteismo, con risultati devastanti. Gente che sperava di continuare a intascare un po' di soldi semplicemente ripetendo per altri quarant'anni "Due popoli due Stati" ogni volta che un popolo massacrava l'altro, adesso si ritrova a dover difendere un genocidio: e in teoria sono i moderati. Gente che semplicemente si preoccupava di pensarla come gli americani, ora dovrebbe pensarla come Trump e non ha ancora capito come gestire la cosa. Alcuni si sono caricati a molla tre anni fa, quando la parola d'ordine era difendere i confini dell'Ucraina: nel frattempo questi confini sono completamente saltati, Putin non solo si è preso il Donbass ma anche un bel pezzo di Washington, ma loro sono ancora in una specie di jungla personale, convinti che l'anno prossimo si sfonda sul Dnepr, magari i carri armati ce li mette l'UE. 

Nel frattempo, il papa? Il papa magari nell'occasione non trovò le parole più adatte. Devo dirlo: non era così bravo a trovarle, non credo passerà alla Storia per le sue doti oratorie. Del resto il concetto era spinoso: bisognava trovare un modo per dire, senza offendere i combattenti che difendevano il loro Paese, che in Ucraina era fallita una politica di logoramento della Nato: una politica probabilmente basata sull'assunto che i russi non avrebbero reagito militarmente a una situazione che pure percepivano come provocatoria. Invece hanno reagito, e il risultato è davanti agli occhi di tutti. Ora è la Nato ad aver dimostrato la propria impotenza, perché mentre i reparti russi oltrepassavano i confini, quelli Nato non si spostavano di un centimetro, limitandosi a... il papa usò il termine "abbaiare". La Nato era andata ad "abbaiare alla porta della Russia". Una metafora abbastanza cruda, e imprecisa. Ma efficace. Il papa ne sapeva più degli strateghi occidentali? Il papa ne sapeva quanto ciascuno di noi, e tutto sommato anche in quell'occasione diede voce a quello che pensa la maggioranza di noi. Qualcuno non gliel'ha perdonato: a una certa ora in tv vanno tanti vecchi opinionisti a masticare amaro su questo papa che non difendeva l'Occidente.  

Quanto a me, devo ammetterlo: non ho fatto i compiti – e sì che i segnali c'erano tutti, ma forse è un destino di noi cresciuti negli anni Ottanta: non riusciamo ad abituarci che ogni tot anni muoia ancora un papa. Non ho letto le encicliche, non sono nella posizione adatta per esaminare la sua eredità pastorale. Quello che posso notare, è che è stato un papa ragionevole: che in un qualche modo riusciva sempre a trovarsi con la maggior parte di noi. Quella che una volta si chiamava maggioranza silenziosa, e che lo sarebbe molto più oggi che i giornali sono in mano a vecchi arnesi impazziti che un anno tifano per la pandemia e l'anno dopo per il genocidio, vegliardi convinti di poter muovere guerra a chiunque e chissachì. Alfieri di un capitalismo sfrenato e paranoide che intravede nelle masse dei poveri una minaccia da reprimere, laddove Francesco li vede ancora come li vediamo noi: persone bisognose che la collettività ha il dovere di aiutare. Ho qualche motivo per ritenere che anche il prossimo papa resterà a presidiare il settore della ragionevolezza, se non altro perché è lì che c'è più spazio. Nemmeno Ratzinger è mai stato davvero il papa tradizionalista e occidentalista che molti stupidi amano pensare: e del resto, un papa tradizionalista e occidentalista che margini avrebbe? Si farebbe immediatamente rubare la scena da personaggi come aa presidente del consiglio e i suoi volonterosi portavoce. 

Poi certo, c'è sempre l'opzione "papa nero" (o asiatico, sarebbe comunque uno choc), che confonderebbe un sacco di osservatori, perché sarebbe allo stesso tempo più tradizionalista e meno occidentale. Il che ci fornirebbe almeno un'occasione di notare chi si inginocchierebbe perché prova davvero un attaccamento emotivo e intellettuale per l'universalismo della Chiesa cattolica, e chi davanti a una faccia di un altro colore proprio non ce la farebbe. Ma tutto sommato si vede già adesso. 

sabato 26 aprile 2025

Nessuno è necessario (nemmeno Pascasio)

26 aprile: San Pascasio Radberto, abate dimissionario di Corbie (790-860). 

Corbie qualche secolo dopo. 

San Pascasio un giorno si stancò di far l'abate. Si dimise, e lasciò il monastero benedettino di Corbie che lui stesso aveva fondato. Probabilmente fu a causa di Carlo il Calvo, re dei Franchi occidentali, che a questo punto aveva più di un motivo per non essere contento di quello che succedeva a Corbie. Era il monastero dove aveva deciso di rinchiudere un suo cugino omonimo: orbene, questo Carlo era scomparso, a Corbie nessuno l'aveva più visto, e l'abate Pascasio in tutto questo? L'abate Pascasio era uno dei più grandi intellettuali del secolo IX e preferiva discutere di eucarestia e mariologia in elaborati carteggi con gli abati suoi pari, invece di tener d'occhio i monaci coatti. Il Carlo che si era dato alla macchia era figlio di Pipino d'Aquitania, un nome che non vi dice niente perché a scuola vi hanno insegnato che Ludovico il Pio aveva diviso l'Impero in tre parti per tre figli: Lotario, Carlo il Calvo e Ludovico il Germanico. Ma indovinate: le cose sono un po' più complesse, Ludovico si sposò due volte ed ebbe quattro figli maschi (più altri illegittimi, perché per quanto Pio non disdegnava le concubine). Pipino d'Aquitania era addirittura il secondogenito e aveva regnato in Aquitania; ma una serie di liti con fratelli e fratellastri ne avevano di molto ridotto il regno a favore, appunto, del più giovane Carlo il Calvo. Il figlio che avrebbe dovuto restare confinato a Corbie aveva qualche titolo per rivendicare i territori del padre, e in effetti sappiamo che una volta scappato tentò davvero di organizzare una rivolta, che però non ebbe successo. Poi ci fu il caso di Ivo, un altro monaco di buona famiglia, che al contrario del Carlo fuggitivo, a Corbie voleva restarci: e quando Pascasio lo cacciò per indegnità, andò a lamentarsi dal re, che gli diede ragione: fu la goccia che ne fece traboccare la pazienza. Pascasio convocò i suoi monaci e li informò che l'indegno era lui, e per qualche tempo si ritirò in un altro monastero (St.-Riquier), dove finalmente poté dedicare il suo tempo agli amati studi, difendere la tesi della verginità di Maria post-partum e dimostrare la presenza della carne di Cristo nell'eucarestia: non i due argomenti che mi avvicinano di più a San Pascasio. Ma ho voluto lo stesso scrivere di lui: perché?

Chissà se capita a volte anche a voi, di mettervi a scrivere qualcosa e di scoprire, dopo qualche minuto/ora, che è una cosa che avete scritto già. Ad esempio, questo pezzo comincia così: San Pascasio un giorno si stancò. Sono sicuro di avere già scritto qualcosa del genere. Magari non proprio le esatte parole: sicuramente non il nome del santo (auguri a tutti i Pascasio). Ma qualcosa vorrà pur dire, se tra migliaia di santi mi capita sempre più spesso di pescare quelli che si stancano. Quelli che abbandonano ruoli di responsabilità nelle abbazie, o non vogliono essere eletti vescovi, e non dev'essere sempre stata una manifestazione di falsa modestia: la storia della Chiesa è davvero molto ricca di personaggi così. Chissà se c'entra per qualcosa il fatto che si tratti di una grande gerarchia affidata per secoli a secondogeniti e terzogeniti. Gente che in famiglia non era stata abituata a comandare. Non è il caso di San Pascasio, che era stato trovato neonato sui gradini del monastero femminile di Soissons. Non è nemmeno il mio caso, eppure mi ci ritrovo sempre più spesso. Come dico ai miei colleghi, quando si comincia a parlare di pensione, io non credo di poterci arrivare sui miei piedi: non dico che la mia professione sia tra le più faticose, e allo stesso tempo non posso immaginare di fare le stesse cose che facci adesso tra quindici anni: o mi succede qualcosa (a tanti miei colleghi con qualche anno in più sta succedendo qualcosa), o devo cominciare in un qualche modo a tirare i remi in barca. Rifiutare gli incarichi nuovi (questo è facile), rinunciare a quelli che ho già (molto meno facile), convocare i colleghi e spiegare che non sono capace di fare quello che sto facendo, anche se magari non è del tutto vero: ma comunque tra qualche anno lo sarà. In fin dei conti nessuno è necessario, no?

Oggi seppelliscono papa Francesco, probabilmente il pontefice migliore che potevo attendermi in questi anni così complicati. Pure non posso impedirmi di pensare che avrebbe potuto avere una vita un po' più lunga e serena se invece di lavorare fino all'ultimo giorno della sua vita, avesse abdicato per tempo, come coraggiosamente fece il suo predecessore che tanto meno mi era simpatico. Perché non l'ha fatto? Come tutte le scelte che pertengono alla coscienza di un individuo, non lo sapremo veramente mai (può darsi non lo sapesse nemmeno lui). Credo che l'umana vanità di regnare fino alla fine di un Giubileo abbia giocato un ruolo molto relativo; inoltre Francesco non sembrava condividere l'attesa messianica di un Giovanni Paolo II. Può persino darsi che la manfrina dei sedevacantisti abbia suggerito alla Curia di evitare un ulteriore papa emerito, e questo sarebbe l'unico risultato che hanno ottenuto quei fanatici repellenti: costringere un brav'uomo, anziano e malato a lavorare fino alla morte. Ma nell'occasione ho scoperto che molti, non sono tra i cattolici, sono ancora molto legati all'idea wojtyliana del papa che deve restare papa a oltranza, fino all'ultimo respiro; e che il gesto coraggioso di Ratzinger (il più importante del suo papato, secondo me) non è stato affatto recepito. Eppure davvero nessuno è necessario, nemmeno il papa, anzi lui dovrebbe essere uno dei più sostituibili: non è un Profeta in stretto contatto con Dio; è un vicario, un facente funzione, non capisco che problema c'è se a un certo punto rimette il suo incarico e si ritira anche lui in un monastero più tranquillo. Il clero cattolico, a cui tanti addebitano la responsabilità di millenni di società patriarcale, è un'organizzazione che per sopravvivere ha dovuto stemperare la sua componente patriarcale al punto da rinunciare al primo orgoglio del maschio, che è la prole (o forse la virilità: in ogni caso il clero ha rinunciato a entrambe). È una gerarchia di anziani, ma a questo punto le possibilità che un papa anziano possa trascorrere mesi o anni in situazioni in cui non è più in grado di intendere e volere sono sempre più alte.

Di Pascasio, che le monache avevano battezzato Radberto, si racconta che da giovane "condusse una vita dissoluta" finché non rimase "disgustato dai piaceri mondani", e non decise di entrare in un monastero e assumere il nome latino di Pascasio, più adatto a intestare i trattati di teologia. Non si capisce però con quali fondi Radberto possa avere condotto quella vita dissoluta che in effetti è un topos di tante vite di santi e governanti – tutti però nobili o comunque di famiglia abbastanza facoltosa da potersi garantire di vivere un po' di rendita, laddove Radberto era un trovatello. Chi ha infilato il topos nell'agiografia di San Pascasio non si è posto il problema. Gli interessava evitare l'impressione che Radberto/Pascasio non avesse mai conosciuto, del mondo, altro che una manciata di chiostri: una giovinezza dissoluta rende sempre il santo un po' più interessante. E magari voleva suggerirci che i suoi problemi con Ivo, anche lui monaco gaudente e riottoso, siano i tipici problemi del padre che riconosce nei vizi del figlio i suoi: quelli con cui sta lottando da una vita, e magari proprio quando sembra vittorioso, ecco che li ritrova in una versione più giovane di sé stesso, a dimostrargli che una vita sola non basta. 

Magari un giorno qualcuno si metterà a leggere questo blog, che un minimo di valore come testimonianza storica lo avrà, no? Voglio dire, vent'anni di paginette qualche cosa l'avranno trattenuta. Questa persona non scoprirà molto di me, di quello che mi è successo per interi anni di vita. Non ne ho parlato mai molto e a un certo punto ho proprio smesso. Avrà lo stesso una forte sensazione di conoscermi, perché anche se ho scritto di Beatles o di San Pascasio, tutto quello che ho scritto in un qualche modo mi somiglia: e in particolare questi frati e monaci recalcitranti, che non vorrebbero più sorvegliare né giudicare, non perché sia faticoso (a volte è faticoso): ma perché non sono bravi, sul serio, non era il loro mestiere, non avrebbero mai dovuto nemmeno cominciare.

sabato 19 aprile 2025

Il papa verso lo scisma

19 aprile: Leone IX (1002-1054)

Lo scisma più annoso, quello che non si è ricomposto ancora dopo secoli di tentativi, ha motivi più storici che dogmatici: cristiani di rito latino e cristiani di riti orientali (greco o slavo) hanno sempre avuto qualche difficoltà a capirsi, ma questo non aveva impedito loro di sentirsi parte di una stessa Chiesa... fino a quando? Sui libri di Storia trovate di solito una data, 1054 (a volte 1055). Ma cosa successe in quell'anno, di così irreparabile, tra Roma e Costantinopoli? Chi sono insomma i responsabili di questo strappo che non si è più ricucito, e che tuttora sanguina ogni volta che si riapre un fronte in Europa, nei Balcani come in Ucraina? Il patriarca di Costantinopoli nel 1054 era Michele Cerulario: e a Roma chi c'era? In teoria Leone IX, ma ecco: è difficile capire come siano andate le cose. È molto più facile notare come generazioni di storici e agiografi abbiano tentato di sminuire le responsabilità di questo papa che è venerato come un santo e ammirato come un grande riformatore; per cui attribuirgli uno scisma sembrava forse indelicato.  

Quando un papa sceglie, tra tanti nomi, Leone, di solito ci si aspetta che dia battaglia, e Brunone dei conti di Egisheim-Dagsburg ci provò, anche se alla fine non si può dire che ne vinse. Parente neanche troppo lontano dell'imperatore Corrado II, Brunone in quanto terzogenito era destinato alla carriera ecclesiastica, che non significava necessariamente passare la vita sui breviari. Ad esempio: per conquistarsi il titolo di vescovo della sua Toul, in Lorena, Brunone si mise a 24 anni a capo di un contingente di cavalieri teutonici che accompagnarono Corrado in una campagna in alta Italia. La responsabilità della missione sarebbe spettata al vescovo in carica, troppo anziano: Brunone era già il suo vice e se ne prese carico, in attesa di sostituirlo anche sulla cattedra. Questo precoce successo militare avrebbe segnato il suo destino, per più di un motivo. È probabile che Brunone nell'occasione si sia fatto un'opinione di sé che non sarebbe riuscito nei fatti a dimostrare: per prima cosa, un condottiero vincente – ma è destino dei condottieri continuare a vincere finché non perdono. Nell'occasione potrebbe anche essersi infiltrata nella sua coscienza quell'idea che noi postmoderni chiamiamo meritocrazia: la convinzione che ai posti di comando dovrebbero starci quelli che se lo meritano. Il che sarebbe ineccepibile, senonché molto spesso a parlare di meritocrazia è gente, fateci caso, con un cognome illustre: e arciconvinta di meritarselo. Brunone era figlio di conti (che gli avevano dato un nome che richiamasse quello di altri famosi prelati), parente di imperatori: se non avesse combattuto qualche battaglia a 24 anni sarebbe diventato vescovo comunque; magari un po' più tardi, ma lo richiedeva il suo lignaggio. E però era convinto di esserselo conquistato sul campo, non come certi vescovi a cui la cattedra gliela pagava papà perché si sistemassero, seguendo una pratica che la Chiesa ufficialmente denigrava. Tale pratica era chiamata “simonia”,  dal nome di quel Simone Mago che negli Atti degli Apostoli, invidioso dei miracoli praticati dai cristiani, aveva offerto denaro a Pietro affinché lo ammettesse tra gli apostoli. 

Per Brunone, che apparteneva a un movimento di riforma della Chiesa che si irradiava soprattutto dai monasteri cluniacensi, la simonia era uno scandalo che andava rimosso ad ogni costo, e non è nemmeno così necessario calarsi nella mentalità rigorista di un vescovo del secolo XI per condividerne i motivi: una Chiesa che metteva all’asta i ruoli apicali sarebbe stata inevitabilmente gestita da figli di papà solo raramente, e casualmente, competenti e meritevoli. E allo stesso tempo, non era la simonia un fenomeno inevitabile, in una società che considerava la carriera ecclesiastica come appannaggio delle famiglie più nobili, un modo di tenere impegnati i secondi o terzogeniti senza frazionare più di tanto l’asse ereditario? Da questi rampolli delle grandi famiglie ci si aspettava comunque che contribuissero alla gloria delle loro diocesi con donazioni di beni immobili, terre in beneficio e chiese monumentali, per cui davvero: c’era così tanta differenza tra Brunone e certi vescovi che per diventarlo cominciavano a pagare in anticipo? A distanza di secoli io non ci vedo tantissima differenza, ma capisco quanto fosse vitale per Brunone notarla e farla notare. Ad esempio, quando il vecchio vescovo di Toul passò a miglior vita, l'imperatore voleva investire Brunone senza tanti complimenti, ma quest'ultimo obiettò che la diocesi di Toul era soggetta a quella di Treviri, e che quindi la nomina spettava all'arcivescovo di colà. Giunto a Treviri, però Brunone scoprì che l'arcivescovo lo avrebbe nominato soltanto in seguito a un giuramento di fedeltà che non era previsto dal diritto canonico, sicché alla fine B. riuscì nell'impresa di litigare sia con l'imperatore sia con l'arcivescovo – ovvero con entrambe le autorità che dovevano designarlo. Così almeno scriveva il biografo ufficiale di Leone, mentre il papa era ancora in vita, ma guardando alle date qualcosa non va: tutto questo doppio braccio di ferro tra imperatore e arcivescovo dovrebbe essersi risolto (a favore di Brunone) in meno di due mesi, che in un secolo in cui le informazioni viaggiavano a cavallo passavano in un soffio. È probabile che le resistenze di Brunone siano state ingigantite dal biografo per dimostrare l’alto senso che aveva il futuro Papa per l’autonomia della Chiesa e le prerogative della sua carica, nonché per mascherare un’evidenza: nel giro di cinquanta giorni il vescovo designato dall’imperatore era già in cattedra, con tanti saluti all’autonomia della Chiesa e le prerogative eccetera. Da cui un sospetto: forse tutta la retorica antisimoniaca era funzionale all’affermazione di una nuova gerarchia selezionata direttamente dall’imperatore.

Vent’anni dopo la manfrina si ripeté, stavolta intorno al Soglio di Roma. Alla morte di papà Damaso II, l’imperatore (che ora era Enrico III, figlio di Corrado) non si diede nemmeno la pena di scendere in Italia: convocò una dieta a Worms e nominò Brunone. Brunone obiettò ovviamente che non era degno, ma soprattutto che la nomina spettava al clero romano e persino al popolo: dopodiché arrivò a Roma, vestito da umile pellegrino – ma accompagnato dal fior fiore dei riformisti, tra cui Ugo di Cluny e un giovane Ildebrando di Soana che da qui in poi sarebbe stato l’eminenza grigia dei pontefici riformisti, finché non sarebbe diventato papa lui stesso col nome di Gregorio VII. L’elezione fu una semplice ratifica della designazione imperiale, dopodiché Brunone (da qui in poi Leone) procedette a sorprendere i romani con atteggiamenti che ricordano, alla lontana, quelli di un’altro Papa venuto da lontano, Giovanni Paolo II: considerandosi, più che vescovo dell’Urbe, capo della Chiesa universale (o almeno imperiale), Leone si mise in viaggio e in sei anni di pontificato, si è calcolato che a Roma abbia trascorso soltanto qualche manciata di mesi. Ovunque andava, Leone convocava sinodi che servivano soprattutto a sollevare dai loro incarico i vescovi simoniaci – da sostituire ovviamente con uomini di fiducia di Leone e dell’imperatore. Ma forse perché la simonia non era sempre così facile da dimostrare, sempre più spesso nell’obiettivo di Leone e dei suoi collaboratori c’era un altro fenomeno, il Nicolaismo: l’abitudine di molti prelati a convivere con donne, dalle quali avevano persino bambini. Una plateale violazione dei voti sacerdotali (che però ci avevano messo secoli a essere formalizzati: e a Oriente i sacerdoti si sposavano tranquillamente) ma anche una seria minaccia all’unità patrimoniale della Chiesa. Non sempre le cose andavano lisce: a Mantova durante il sinodo del 1053 scoppiò un tumulto, animato a quanto pare dai servi dei vescovi convocati: vescovi evidentemente molto legati ai loro comportamenti simoniaci e alle loro concubine, sicché Leone dovette lasciare la città senza riuscire a punire nemmeno i colpevoli. 

Ma i veri problemi – che gli furono fatali – Leone li incontrò nel Meridione, dove nell'equilibrio già molto relativo tra ducati longobardi, arabi di Sicilia e Bizantini si erano inseriti con una certa prepotenza i Normanni. I papi li avevano appoggiati – in funzione antiaraba – ma ora cominciavano a temere il loro espansionismo. Leone IX decise di contrastarli proprio nel momento in cui, sul piano dottrinale, era ai ferri corti con i loro avversari: i Bizantini. Da questi ultimi Leone pretendeva, oltre al riconoscimento del primato di Roma (che in linea teorica il patriarca Michele Cerulario non avrebbe potuto discutere) anche la restituzione delle diocesi della Sicilia e del meridione, che dopo secoli di dominio bizantino erano passate al rito greco: e piuttosto di cederle il Cerulario era disposto a rivangare le vecchie polemiche di secoli prima, il filioque e la comunione coi pani azzimi, insomma tutti i pretesti che tornavano utili per minacciare uno scisma. Un politico più astuto forse avrebbe a questo punto sostenuto i Normanni in funzione antibizantina, ma Leone IX forse non lo era, per cui lo si ritrovò ad allearsi coi Bizantini che non riconoscevano la sua autorità spirituale contro i Normanni che invece la riconoscevano; una contraddizione che si sarebbe risolta se almeno Leone avesse vinto, ma prevedibilmente successe il contrario. Dalla Germania, Enrico III si limitò a mandare un contingente di cavalieri, ma non ritenne necessaria la sua presenza. Così toccò a Leone condurre l'esercito: spettacolo inconsueto anche nel medioevo. I Normanni riuscirono a sorprenderlo prima che si potesse riunire con gli alleati Bizantini e lo fecero prigioniero, che è sempre un fatto increscioso per un pontefice: e se anche tutte le fonti dicono che fu trattato con tutti gli onori, e liberato in meno di un anno, è pur vero che di lì a poco morì, ad appena 52 anni e alla vigilia dello scisma d'oriente. Nel frattempo, in effetti, il cardinale che Leone aveva inviato per trovare un compromesso col Cerulario (Umberto di Silva Candida) ottenne il risultato opposto: Umberto e Michele si scomunicarono a vicenda, decretando ufficialmente uno scisma che dura tuttora. A quel punto però Leone era già morto da qualche mese, il che ha dato ai teologi qualche argomento per sostenere che la scomunica impartita da Umberto non avesse più valore legale. Eppure lo scisma c'è, nessuno è più riuscito a risanarlo.

venerdì 20 dicembre 2024

Zefirino e la Trinità

20 dicembre: San Zeffirino o Zefirino, papa dal 198 al 217.


In alcuni periodi Zef(f)irino è stato considerato un martire: una festa di Zefirino "papa e martire" in agosto è resistita nel calendario romano fino alla revisione del 1969. Può darsi che una leggenda andata perduta lo considerasse vittima delle persecuzioni che ripresero verso la fine del regno dell'imperatore Settimio Severo. Ma siccome per tutte le altre fonti risulta spirato serenamente, al termine del pontificato più lungo del terzo secolo, e addirittura sepolto nel nuovo cimitero sulla via Appia che i cristiani avevano avuto il permesso di comprare, il termine "martire" doveva avere creato imbarazzo già a qualche cronista antico. 

Il titolo, dice la Wikipedia inglese, se lo sarebbe comunque meritato per gli sforzi e i dolori patiti nel condurre la Chiesa di Roma per quasi vent'anni: un lungo periodo in cui forse non vi furono persecuzioni (quella di Settimio Severo potrebbe veramente essere stata poco più che una crisi diplomatica, risolta con un compromesso e senza molte vittime) ma uno scontro estenuante tra correnti teologiche nel quale anche gli esperti faticano a raccapezzarsi: e tra questi esperti pare non vi fosse Zeffirino. Da millenni pesa su di lui l'epiteto affibbiatogli dall'autore di un Trattato contro tutte le eresie, che lo definisce senza mezzi termini "ignorante", "illetterato" e "inesperto dei provvedimenti ecclesiastici". Chi abbia scritto questo Trattato non lo sappiamo con certezza, ma per accusare di inesperienza il titolare di un pontificato ventennale bisogna veramente credersi chissà chi, così un po' tutti pensiamo che l'abbia scritto Sant'Ippolito – chi altri a Roma poteva avere una così alta concezione di sé stesso? Ippolito in effetti era un teologo raffinato che stava già partecipando alla disputa teologica del secolo: la questione trinitaria. Si trattava di una questione spinosissima – Dio è uno solo o sono tre? – che Ippolito era convinto di poter risolvere con la pura speculazione filosofica; dal suo studio dove immaginava di dialogare coi dottori della Chiesa, Ippolito doveva guardare con un certo disprezzo ai compromessi a cui scendevano gli uomini delle istituzioni come Zefirino e il suo braccio destro, l'usuraio bancarottiere Callisto. 

A sua discolpa, Zefirino doveva destreggiarsi in una situazione in cui veri e propri dogmi non c'erano, col rischio ricorrente di lasciarsi andare ad affermazioni che in seguito avrebbero potuto essere interpretate come eresie. Che Dio fosse uno e trino non era affatto chiaro, nel 200, e se dobbiamo essere onesti non lo è nemmeno adesso. Certo, leggendo le Scritture risulta abbastanza evidente che Gesù Cristo non sia il Dio dell'Antico Testamento; se quest'ultimo è il Creatore, Gesù più volte lo chiama "Padre" (anche sulla croce) e ribadisce di essere sceso sulla terra per una missione di riconciliazione. Non solo, ma lo stesso Gesù avvertiva che dopo la sua dipartita, il Padre avrebbe inviato agli apostoli uno "Spirito" che li avrebbe sorretti e ispirati. Dunque Dio è Padre, Figlio e Spirito; e allo stesso tempo è anche Uno Solo. L'ipotesi di tre Dei diversi, magari parenti, è da escludere nel modo più reciso; contrastava non solo con l'orgoglioso monoteismo dei cristiani di origine ebraica, ma anche col monismo propugnato dai filosofi neoplatonici che negli stessi anni stanno conquistando l'egemonia culturale nel mondo pagano. Dunque un solo Dio, diviso in tre... in tre cosa? manifestazioni? sostanze? persone? Se uno è Padre, significa che all'inizio c'era soltanto Lui, e poi ha creato gli altri due? Ma in tal caso non potrebbe essere veramente un Dio solo, ecc. La questione era abbastanza complessa e non sarebbe stata definita dogmaticamente che nel 325: nel frattempo chi aveva incarichi istituzionali, come Zefirino, navigava a vista cercando di non scontentare nessuno, né di sbilanciarsi con affermazioni troppo recise (un po' come quando chiedono alla Schlein del campo largo, a voi non viene la nausea?) 

Nel frattempo si sviluppavano diverse scuole di pensiero che i vincitori del dibattito avrebbero in seguito definito eresie: gli adozionisti monarchiani, ad esempio, erano così affezionati all'idea che Dio fosse Uno che credevano che Gesù fosse nato uomo e fosse stato "adottato" da Dio dopo il battesimo. All'estremità opposta, i modalisti/patripassiani consideravano Gesù soltanto un "modo" di essere di Dio Padre, che quindi aveva patito personalmente sulla croce. Può risultare difficile immaginare che i cristiani del II secolo litigassero intorno a definizioni così complesse. Non si può escludere a priori che il dibattito coinvolgesse anche il popolo minuto (come nota Gregorio di Nissa, un secolo più tardi, scrivendo dalla Cappadocia: vuoi sapere quanto costa una pagnotta, ti rispondono: “Il Padre è il maggiore, e il figlio gli è soggetto”). Ma dobbiamo ricordare che ogni dibattito è un iceberg. Immaginate di atterrare oggi sulla Terra, e di assistere senza preconcetti a un litigio tra un interista e uno juventino. Di calcio sapreste molto poco, ma dal fervore con cui i due argomentano, e dalla dovizia di episodi che citano, potreste dedurre di trovarvi davanti a due esperti, due studiosi che hanno dedicato anni di studio alla materia. Deducete quindi che si tratti in primo luogo di una disputa dottrinale sul giuoco, sulla sua filosofia e le sue regole, e in un certo senso è così: ma sotto c'è anche dell'altro; materiale meno astratto e quindi meno facile da immaginare per chi arriva da lontano. Ci sono storie complicate e intrecciate, la secolare rivalità tra due sensi di appartenenza, rancori mal sopiti, a volte persino coscienza di classe: di tutto questo stanno litigando, l'interista e lo juventino, e magari anche di beghe personali che col calcio non c'entrano niente. Così probabilmente i monarchisti e i modalisti rappresentavano milieu sociali e visioni del mondo che ormai non riusciamo più a definire; perché ai cronisti del tempo interessava più la dimensione dottrinale che la composizione sociale dei gruppi che lottavano per affermare la propria prominenza. Inoltre, non ci parlano quasi mai di soldi.

Ed è un vero peccato, perché di soldi ne giravano. Intellettuali come Ippolito potevano anche permettersi di non preoccuparsene, ma queste nuove religioni monoteiste stavano diventando un business interessante. Sin dall'inizio il cristianesimo aveva funzionato mediante le collette dei fedeli più abbienti, ai quali veniva già chiesto di meritarsi la Grazia con le opere di bene; nelle grandi città in cui si concentravano grandi masse di schiavi e semischiavi, la Chiesa aveva assunto rapidamente un ruolo assistenziale a cui nessun altra istituzione si sobbarcava. Dobbiamo ipotizzare che le comunità religiose avessero ormai cospicui patrimoni da gestire: questo spiega il successo di personaggi ambigui come Callisto, che da usuraio diventerà il successore di Zefirino, con grande scandalo di Ippolito; ma spiega anche il proliferare di confessioni religiose alternative, che col pretesto non riconoscersi in una determinata dottrina, consentivano ad altri personaggi di tagliare fette importanti da una torta sempre più grossa. In fondo bastava convincere i fedeli più facoltosi di essere i veri possessori della realtà rivelata; se ci pensate è un trucco che funziona da millenni. 

Il caso più eclatante in quegli anni era il Montanismo, una setta nata verso il 150 dalla predicazione del greco Montano e di altre due profetesse, che si ritenevano in comunicazione con lo Spirito Santo. Di Montano si dice che fosse molto ricco e che avesse conquistato così i suoi fedeli; ma potrebbe essere un caso di inversione causa/effetto, ovvero Montano avrebbe potuto diventare molto più ricco proprio grazie al seguito che aveva saputo conquistarsi. Con le sue rivelazioni choc sulla solita fine del mondo, il montanismo riuscì a irretire anche un vecchio baluardo dell'ortodossia come Tertulliano, e per molto tempo non fu considerato un'eresia: a Roma fu Zeffirino a condannarlo. Quanto agli adozionisti, il loro leader romano era un cambiavalute, Teodoto il Cuoiaio: sembra proprio che le organizzazioni religiose attirassero i faccendieri esperti in gestione della liquidità. A tal proposito Eusebio di Cesarea racconta del pentimento di un chierico, il confessore Natalio, che Teodoto aveva portato dalla sua parte offrendogli l'incarico di vescovo adozionista. Molto più del titolo, a convincere Natalio doveva essere stato lo stipendio mensile previsto da Teodoto: 150 denari d'argento, sei volte la paga di un legionario. Eppure non bastarono a sedare il senso di colpa di Natalio, che continuava a sognare Gesù che lo rimproverava, finché gli angeli non lo flagellarono per una notte intera, convincendolo ad andare a chiedere perdono a Zeffirino. 

Il quale Zeffirino, dovendosi barcamenare tra tante fazioni, non era così ansioso di districare il problema trinitario: messo alle strette, ammetteva di riconoscere un solo Dio, il "Signore Gesù Cristo". Ovviamente per i modalisti questa affermazione suonava come una pericolosa concessione ai monarchiani, e viceversa. Il dibattito sarebbe durato ben oltre la morte di Zeffirino, anzi fu proprio la successiva elezione di Callisto a causare il primo vero scisma perché Ippolito, indignato, decise di fondare una Chiesa tutta sua di cui si autonominò papa. A riportare l'unità tra i cristiani di Roma sarebbero state paradossalmente le persecuzioni degli anni Venti e Trenta, durante le quali Ippolito si ritrovò condannato alla stessa miniera del papa in carica, Ponziano: in quell'occasione i due si riconciliarono ufficialmente e chiesero ai rispettivi seguaci di fare altrettanto.

lunedì 14 ottobre 2024

Il papa che fece chiasso in sinagoga

Catacombe di San Callisto, sull'Appia Antica

14 ottobre: San Callisto papa e martire (III secolo), che una volta piantò un casino in sinagoga per farsi arrestare

Come recita il titolo, oggi è la festa di San Callisto papa, che un giorno entrò in una sinagoga e in mezzo agli ebrei che pregavano si mise a schiamazzare. Secondo i Philosophumena di Ippolito lo fece proprio per farsi portare via dalle guardie, il che ci pone un problema: possiamo dar retta a Ippolito? Probabilmente non quando parla dei suoi rivali, e Callisto era esattamente questo.

La sfortuna di Callisto è che molto di quello che sappiamo di lui ci è tramandato da persone che lo disprezzavano: Tertulliano, Ippolito. Non è affatto escluso che fosse un buon papa, il secondo a essere venerato come martire dopo Pietro, lasciando alla città un cimitero che porta il suo nome e la basilica di Santa Maria a Trastevere. Ma diventò papa ai tempi di Ippolito, e questo Ippolito non glielo poteva perdonare; lui si sentiva molto più degno del ruolo, al punto che fondò davvero una Chiesa personale, se ne nominò pontefice scrivendo nei Philosophumena che il vero papa era lui, e che i seguaci di Callisto avrebbero dovuto essere chiamati callistiani. La biografia del papa che Ippolito traccia nel nono volume del suo trattato è insomma da prendere con le molle; Ippolito aveva tutto l'interesse a farlo passare come un maneggione intrigante, "dedito al male e pieno di risorse per l'errore". E però è difficile trovare un senso alle peripezie che descrive; si intuisce che molte informazioni importanti Ippolito le ha taciute, o addirittura non le ha capite. 

Per Ippolito, Callisto nasce schiavo (e siccome non menziona nessuna conversione, deduciamo che era cristiano di famiglia). Cristiano era anche il suo padrone, tal Carpoforo, che a Callisto aveva assegnato un capitale da amministrare. Callisto lo aveva usato per creare un istituto di credito in una "piscina publica", Ippolito la chiama così. Lo considerava però un pessimo banchiere che a un certo punto aveva perso tutto, o almeno messo in giro questa voce, prima di imbarcarsi per cercare di sfuggire ai creditori, Carpoforo in primis. Quest'ultimo però si era precipitato al porto ed era riuscito ad arrivare prima che la nave partisse; ne era seguita una scena piuttosto patetica in cui Callisto si era buttato in acqua, ma era stato prontamente ripescato – perlomeno, quella che descrive Ippolito è una scena imbarazzante, ma va' a sapere se le cose andarono davvero così. 

Invece di punire il suo schiavo in quanto fuggitivo, come avrebbe avuto l'incontestabile diritto di fare, Carpoforo si sarebbe lasciato facilmente convincere dagli altri creditori a liberare Callisto, affinché recuperasse i capitali che magari aveva occultato. Ippolito però disprezza troppo Callisto per ritenerlo un banchiere fraudolento: secondo lui Callisto era semplicemente un incapace, che aveva perso tutti i soldi e cercava solo un modo per farsi ammazzare. Così un giorno lasciò detto che andava da qualche cliente insolvente e invece entrò nella sinagoga di Roma disturbando gli ebrei che stavano pregando, un reato grave. Questo lascia davvero perplessi, ma dal punto di vista storico ci dice una cosa interessante: nel Duecento, un secolo prima l'Editto di Milano, la convivenza tra diverse fedi religiose a Roma era già codificata al punto che uno dei sistemi più celeri per farsi condannare da un magistrato romano era andare a infastidire gli ebrei nel loro luogo di culto. 

Ippolito non spiega che tipo di offese Callisto avesse lanciato agli ebrei; quel che ci fa capire è che la sua condotta era indifendibile, così che quando Callisto davanti al giudice si definì cristiano, Carpoforo, che era ancora il suo padrone, negò recisamente la circostanza. 

Qualche storico non ha perso tempo a ipotizzare che Callisto avesse fatto affari con la comunità ebraica, e che la sua furia fosse quella di un finanziatore convinto di essersi fatto fregare; Ippolito, uomo di cultura e digiuno di economia, queste cose non le capiva o non voleva che si capissero. In ogni caso, interrompere una cerimonia in un luogo di culto nel terzo secolo era un crimine punibile coi lavori forzati, se Callisto si ritrovò in una miniera in Sardegna. Qui sarebbe rimasto qualche anno, fino al provvidenziale intervento di Marcia, concubina cristiana dell'imperatore Commodo, che volendo approfittare della sua posizione per fare qualcosa di buono aveva compilato una lista di prigionieri cristiani da riscattare. Ippolito ci tiene a farci sapere che Callisto non era nella lista – un usuraio fallito, a chi poteva mai mancare in città? – ma che riuscì lo stesso a entrarci facendo una gran piazzata all'emissario di Marcia. Tornato a Roma, Callisto in breve sarebbe riuscito a riguadagnare una posizione importante, come capita a certi manigoldi che non importa quante ne facciano, dopo un po' te li ritrovi in tv a spiegarti la vita e il successo. 

In particolare papa Zefirino lo avrebbe nominato amministratore della catacomba dove venivano sepolti i cristiani di Roma, e che proprio qui viene nominata, per la prima volta, cemiterium. Callisto avrebbe anche approfittato della sua posizione per istillare nel papa quelle idee eretiche, modaliste e ispirate alla predicazione dell'eresiarca Sabellio, che in seguito avrebbero convinto Ippolito della necessità di staccarsi dalla Chiesa di Roma. Si capisce leggendo che Ippolito deve assolutamente convincerci di questo, e allontanarci il più possibile dal sospetto che tanta rabbia contro Callisto derivi dal fatto che alla morte di Zefirino, a prenderne il posto fu Callisto e non lui. Persino Ippolito però deve ammettere che, una volta divenuto papa, Callisto non scomunicò lui, ma Sabellio: e allora cosa scrive? Scrive che lo fece "perché aveva paura di me", "nella speranza di placare le accuse delle Chiese nei suoi confronti". E però noi sappiamo che le "Chiese" accettarono di buon grado la nomina di Callisto, e che solo un pugno di fedeli seguì Ippolito. Per cui ci è facile immaginare che la biografia sconcertante scritta dal suo avversario nasconda un percorso più dignitoso. 

Anche il fatto che Callisto avesse fatto carriera prestando denaro non significava necessariamente che fosse un maneggione. Sappiamo che la Chiesa, come altre comunità religiose, svolgeva una funzione di previdenza sociale sempre più importante, e quindi accanto a ministri e predicatori il ruolo degli amministratori era tutt'altro che occasionale o periferico. Questa cosa un teologo come Ippolito forse davvero non la capiva, o comunque aveva deciso di non farcela capire. Un altro motivo di scandalo era la sua determinazione a riaccogliere nella comunità i peccatori pentiti, compresi gli apostati – forse, da bancarottiere, comprendeva l'importanza di dare a tutti una seconda possibilità. Ippolito non ci racconta della morte di Callisto, il che ci fa sospettare che sia morto davvero martire durante le persecuzioni dei Severi (secondo una leggenda, gettato in un pozzo); perché se invece fosse morto in qualche meno eroico, sicuramente ce l'avrebbe raccontato.

giovedì 10 ottobre 2024

Nessuno si aspettava Giovanni XXIII

11 ottobre: Sant'Angelo Giuseppe Roncalli, che per soli cinque anni fu Giovanni XXIII e la Chiesa non è più stata la stessa


Forse stasera non ho così voglia di scrivere una vita di Giovanni XXIII, abbiate pazienza. Invece qualche settimana fa passavo da Brescia, il che c'entra assai poco perché Giovanni XXIII è nato in provincia di Bergamo. Ma io invece passavo da Brescia e dopo un po' mi sono accorto che c'era il gay pride, che a BS a quanto pare cade in settembre. Così, non avendo niente di speciale da fare, ci siamo fatti un pezzo di gay pride, che forse non ne avevo mai fatto uno (per pigrizia più che per omofobia, ma soprattutto perché di solito cadono in giugno e puzzo di sudore solo a pensarci). Mi è sembrata una festa tranquillissima, salvo che ogni tanto c'era della gente in tenuta sadomaso, i quali poi erano i più tranquilli di tutti. C'erano tutte le classiche cose del corteo generalista, compresi i radicali che non riescono a stare al loro posto, prendono le scorciatoie, cercano la rissa, ecc., tutto veramente regolare. Più in là c'era il classico soundsystem techno con le drag queen che sarebbe stata l'unica cosa che i giornalisti avrebbero ritenuto necessario fotografare, ma noi stavamo verso la coda, dietro un furgoncino che metteva musica più allegra e a un certo punto le ragazze che ballavano sul furgone si sono fermate e una ha detto: "questa la dobbiamo cantare tutteeeeeee!", e ha fatto partire, ha fatto partire

Ti ringrazio mio Signore e non ho più paura, perché

con la tua mano nella mano degli amici miei,

cammino con la gente della mia città

e non mi sento più solo.

E si sono messi a cantare tutte, tutti, tranne effettivamente me che non ci riuscivo per via di un rospo in gola e alcune lacrime.

Immagino di dover spiegare. Ti ringrazio mio Signore è un canto di chiesa, di quelli che si fanno con la chitarra. Io a dire il vero l'ho suonato anche con l'organo, a messa. Ma più spesso con la chitarra: l'ho fatta lenta e in Do alle messe dei vecchi, l'ho fatta veloce e in Re alle messe dei giovani. L'ho fatta ai matrimoni e (spero di non averla fatta ai) funerali, l'ho suonata e l'ho cantata e poi un giorno me la sono dimenticata e per ricordarmela dovevo capitare, di tutti i posti al mondo, al gay pride di Brescia. Cantavano tutti. Può darsi che si tratti del peculiare ecosistema di una città che ormai è tra le più progressiste in Italia (senza aver smesso un attimo di essere democristiana: è il resto d'Italia che ha fatto diversi passi indietro). Ma alla fine questo è il tipo di canzone che cantavo quando crescevo in una parrocchia, negli anni Ottanta. Magari mentre questionavo col parroco o polemizzavo con il nuovo catechismo di Wojtyla. Nel frattempo cantavamo

Amatevi l'un l'altro come Lui ho amato noi,

e siate per sempre suoi amici.

E quello che farete al più piccolo tra voi,

credete, l'avete fatto a Lui.

Ed era l'unica cosa su cui fosse necessario essere d'accordo. La Chiesa in cui credevo era questa cosa qui, e non era nuovissima, ma neanche tanto vecchia: aveva l'età delle Seicento che ancora si vedevano in giro. Le preghiere erano tutte nuove, belle traduzioni dal latino degli anni Sessanta, in un italiano semplice ed elegante. I discorsi erano ancora relativamente contemporanei. Era una Chiesa moderna e non si vergognava di esserlo. A farla uscire dal guscio, a dare perlomeno la prima martellata, era stato un certo Angelo Giuseppe Roncalli, che tutto sembrava tranne un rivoluzionario. Ma sono i migliori, col tempo l'ho capito. 

Tra tanti aneddoti si racconta che Monsignor Roncalli, quand'era ancora patriarca di Venezia, visitò il palazzo vescovile di Lodi e vide un quadro che ritraeva un papa. Quando chiese che papa fosse, si sentì rispondere: Giovanni XXIII; al che obiettò, forse scherzosamente, che non si trattava di un papa ufficiale, bensì di un antipapa. Che però aveva avuto l'indubbio merito di indire il concilio di Costanza, un passo decisivo nella riconciliazione dello scisma avignonese: e però pur sempre un antipapa. O no? Forse la questione non era chiara, del resto tra tutti i nomi dei papi, "Giovanni" è il più utilizzato e anche il più problematico, tanto che tuttora non risulta un Giovanni XX omologato. Forse proprio per evitare l'imbarazzo di decidere se il XXIII era stato un papa o no, dal quindicesimo secolo in poi i papi avevano smesso di chiamarsi Giovanni. Fino al 1959, quando Pio XII morì e Roncalli arrivò per il conclave a Roma, in un'atmosfera di basso impero (un prelato aveva venduto ai giornali le foto del papa morto en déshabillé). Sapeva di avere qualche chance, per vari motivi, non ultimo la sua anzianità: già da qualche anno i cardinali mormoravano che dopo il lungo papato di Pio XII ne serviva uno più breve, di transizione. Però a ben vedere tra i cardinali ce n'erano tanti persino più anziani di lui.


Roncalli aveva il vantaggio di essere italiano (il suo principale competitor fu un patriarca armeno), e tra gli italiani, il più cosmopolita: è un dettaglio può sfuggire, ma prima di arrivare a Venezia Roncalli aveva avuto una carriera più diplomatica che pastorale, da nunzio apostolico in Bulgaria (dove era riuscito a impedire molte deportazioni verso i lager), in Turchia e in Francia (dov'era riuscito a salvare la cattedra a molti vescovi che avevano collaborato coi nazisti). Una virtù dei diplomatici è proprio quella di saper nascondere la propria personalità, così che nel conclave del 1959 Roncalli risultava uno dei candidati più interessanti proprio perché nessuno lo conosceva veramente: sembrava affidabile, e rassegnato a durare poco. Assumendo il nome di Giovanni e il numerale XXIII risolse un problema, irrisorio ma indicativo: proprio perché aveva poco tempo a disposizione, forse Giovanni voleva utilizzarlo per risolvere problemi, pendenze. E a proposito di pendenze, c'era un Concilio che aspettava di essere concluso ormai da novant'anni, quando gli italiani avevano conquistato Roma interrompendone definitivamente le sessioni

Pio XII, che aveva avuto molto tempo per affrontare la pratica, aveva convocato una commissione che aveva lavorato per tre anni prima di giungere alla conclusione che Santità, il concilio era meglio non convocarlo, non chiuderlo, lasciare tutto così, aspettare, non si sapeva neanche più esattamente cosa, chi. Lo scoprimmo nel 1959: il mondo stava aspettando papa Giovanni, che invece di concludere il Concilio Vaticano I decise di indirne un secondo. La Chiesa che conosciamo oggi, quella in cui qualcuno di noi è cresciuto litigando e schitarrando, deve probabilmente a questa decisione la sua sopravvivenza nella società. Roncalli aveva poco tempo e lo usò, oltre che per stravolgere la Chiesa, per creare l'icona del papa contemporaneo, quello che si frappone tra i potenti della terra chiedendo pace, che scrive le encicliche rivolgendosi non ai cristiani ma a tutti gli uomini "di buona volontà" (anzi, le fa scrivere ai suoi collaboratori: Giovanni XXIII non credeva giusto nascondere il gioco di squadra e a volte lo rivendicava). Il papa buono che abbraccia i bambini, che fa un'improvvisata all'ospedale e lo scambiano per Babbo Natale, per via dell'ermellino rosso. Quello che tutti dopo di lui hanno cercato di reinterpretare, tranne Ratzinger, Ratzinger no, ermellino rosso a parte.

Giovanni XXIII è il patrono di tutte le persone che passano la vita a sopportare diplomaticamente il prossimo, ingoiando magoni e andando avanti, perché sognano di arrivare un giorno sul trono più alto e quel giorno faranno quello che vogliono, tirando giù il mondo se è necessario: questo non succede ovviamente quasi mai, ma quando succede è fantastico, gloria a Giovanni XXIII.

L'amore non ha prezzo, non misura ciò che dà

l'amore, confini non ne ha.

Rit.: Ti ringrazio mio Signore, e non ho più paura, perché...

martedì 13 agosto 2024

Un papa e il suo antipapa (in miniera)

13 agosto: Ponziano papa e Ippolito antipapa (III secolo)

San'Ippolito si fa un selfie (Antonio del Ceraiolo)

Di solito vengono definiti "antipapi" quei papi che in seguito non sono vengono più considerati tali, per cui l'eventuale conclave che li ha eletti viene considerato nullo, il loro nome eliminato dai documenti e ignorato dalla numerazione progressiva. Siccome la storia la scrivono abitualmente i vincitori, gli antipapi quasi sempre fanno una cattiva fine: uccisi o esiliati – qualcuno è riuscito a dimettersi pacificamente, ma è difficile farlo quando ti sei convinto di essere il papa. 

Il caso di Ippolito di Roma è abbastanza diverso: del resto è considerato il primo antipapa della Storia. È anche uno dei due antipapi che è stato considerato santo. Benché venga definito "di Roma", Ippolito proveniva forse dall'Asia minore. Qualche cronista lo definisce vescovo, anche se non è chiaro di che. Senz'altro era un personaggio di grande cultura e dotato di una certa verve polemica; come altri scrittori cristiani del tempo, la sfogava contro gli eretici, nei quali amava rintracciare le radici provenienti dalla cultura filosofica greca, anche per il gusto di sfoggiare la stessa cultura, mentre la censurava. Nella sua foga dialettica Ippolito non guardava in faccia a nessuno e a un certo punto accusò lo stesso papa, Zefirino, di intelligenza coi modalisti. 

I modalisti pensavano che Padre e Figlio fossero solo due "modi" di essere dell'unico Dio. Zefirino forse era tiepido nei loro confronti, ma Ippolito lo considerava "privo d'istruzione", insomma non abbastanza colto per capire la loro eresia e prenderne le distanze. Ippolito sentiva la necessità di un pontefice più dotato intellettualmente, e aveva anche in mente il candidato ideale: sé stesso. 

Invece alla morte di Zefirino (217) l'incarico passò a Callisto, un presule fautore di una linea morbida coi modalisti, ma soprattutto un maneggione con almeno una bancarotta alle spalle. Da come ne scrive, capiamo che Ippolito non riusciva a darsi pace del fatto che un tizio nato schiavo, che aveva fatto carriera amministrando i fondi del padrone (e perdendoli) fosse diventato il capo della comunità cristiana in città. Oggi sappiamo che nel terzo secolo la Chiesa aveva ormai acquisito una funzione sociale: oltre a predicare il ritorno di Cristo, presbiteri e diaconi raccoglievano fondi presso i membri più facoltosi e li ridistribuivano a chi aveva bisogno non solo di parole di vita eterna, ma anche di cure mediche o assegni di invalidità. È probabile insomma che i fondi che Callisto amministrava fossero quelli della comunità, e che questo gli avesse consentito di far carriera meglio di un teologo. 

Ippolito però questa dimensione del problema non la vedeva, o non voleva vederla: scandalizzato da una nomina che riteneva così poco meritocratica, provocò il primo scisma occidentale rifiutandosi di accettare il nuovo papa, e affermando anzi che il nuovo pontefice autentico era lui. Qualcuno gli dovette dar retta (non sappiamo quanti) perché lo scisma sarebbe durato per 18 anni, fino al 235. Nel frattempo sul Soglio ufficiale si succedettero Callisto, Urbano I e Ponziano. Durante il pontificato di quest'ultimo l'imperatore Massimino il Trace diede il via a una nuova persecuzione anticristiana, tanto che Ponziano, catturato e condannato, decise di dimettersi: ed è il primo papa ad averlo fatto, ufficialmente (delle dimissioni di Clemente non abbiamo informazioni sicure). Può darsi che la decisione sia stata influenzata dal fatto che in città esisteva una Chiesa alternativa, ovvero quella retta da Ippolito, che avrebbe potuto a quel punto reclamare il titolo; in tal caso si trattò di una precauzione inutile, perché anche Ippolito fu arrestato e condannato. 

Il papa e il suo antipapa sarebbero stati condannati "ad metalla", ovvero ai lavori forzati in una miniera sarda, dove si sarebbero incontrati. Può darsi che Ippolito abbia trovato in Ponziano un interlocutore più degno – dopotutto proveniva da famiglia nobilissima, a differenza di Callisto. Oppure fu il duro lavoro in miniera che permise a entrambi di guardare alle controversia teologica da una più giusta prospettiva, ma insomma la leggenda dice che prima di trovare insieme il martirio, Ippolito e Ponziano si sarebbero riappacificati e avrebbero chiesto ai rispettivi discepoli di fare altrettanto. Il primo scisma d'occidente si sarebbe dunque risolto in miniera, lasciandoci il sospetto di quanti altri scismi si sarebbero potuti risolvere così: i vescovi non si mettono d'accordo sul filioque? Ad metalla! C'è un papa ad Avignone e uno a Roma, qual è quello giusto? Mandiamoli entrambi in miniera! Lutero ce l'ha con Tetzel, chi avrà ragione? Ne discutano in miniera, e così via. 

domenica 28 luglio 2024

Il papa che fissò la Pasqua

28 luglio: San Vittore I, il papa che ha fissato la Pasqua (si fa per dire) (II secolo)

Palazzo Altieri 

Sapete quando cadrà la prossima Pasqua? Bisogna sempre controllare sull'agenda. Vi ricordate quand'è stata Pasqua l'ultima volta? No, è una festa mobile. Vi rendete conto del disagio che crea questa cosa, quanti problemi nella pianificazione dei calendari scolastici e non solo, quanta confusione e tempo perso, e il tempo è denaro eccetera? Di chi è la colpa di tutto questo, a chi dovremmo teoricamente chiedere i danni? Papa Vittore I, rarissimo esempio di pontefice romano di origine africana, ha una parte rilevante di responsabilità; anche se non ha deciso niente da solo. Al massimo decise che la questione andava risolta una volta per tutte, perché già allora molte diocesi orientali festeggiavano in una data diversa da quella romana e non mi sento neanche di dare loro torto: la data romana è un disastro

Secondo la tradizione infatti la Pasqua deve sempre cadere di domenica, e fin qui non sarebbe un grosso problema – se Vittore o un altro papa avesse fissato, per dire, la seconda domenica di aprile, avremo un range di 7 giorni, un po' come i bank holidays anglosassoni. Ma dev'essere la prima domenica dopo un plenilunio, e ovviamente non un plenilunio qualsiasi: quello dopo l'equinozio di primavera. Quest'ultimo, grazie al cielo, per i Romani era un giorno fisso del calendario solare: il 21 marzo (oggi in effetti ammettiamo l'oscillazione causata dall'inserimento del giorno bisestile, ma i Romani erano gente pratica). Quanto al plenilunio, quello arriva ogni 28 giorni e mezzo, per cui abbiamo un'oscillazione di 28,5 giorni più un'altra oscillazione di sette giorni il che rende il calcolo della Pasqua romana un discreto disastro, che se non altro ha stimolato la creatività dei matematici che cercavano di calcolarlo in anticipo visto che il cielo non è sempre così limpido e la luna così visibile. 

Ai tempi di Vittore, sotto l'imperatore Commodo che tollerava i cristiani perché era cristiana la sua concubina preferita (Marcia), l'uso romano era diffuso in quasi tutte le comunità. L'eccezione era costituita da alcune diocesi orientali che festeggiavano la Pasqua nello stesso giorno della Pesach ebraica, ovvero il 14 del mese ebraico di Nisan: da cui la definizione di quartodecimani. Ora, non è che il calcolo della Pesach fosse molto più semplice: il calendario ebraico è lunisolare, c'è comunque un'oscillazione di quasi un mese. I quartodecimani difendevano la loro tradizione associandola a personaggi autorevoli come Policarpo di Smirne e lo stesso Giovanni evangelista, e fino a papa Vittore avevano goduto di una certa tolleranza. Vittore prese la questione di petto: chiese di convocare sinodi in tutte le province, e quando la maggioranza si pronunciò per l'uso romano, considerò l'opzione di scomunicare i quartodecimani: se probabilmente non lo fece, fu per l'intervento mediatore di Ireneo di Lione

La questione continuò a trascinarsi per qualche decennio, però nell'occasione Vittore dimostrò di considerarsi, se non già il capo della Chiesa, senza dubbio un primo tra pari: quello che promuove le discussioni, riconosce le decisioni della maggioranza e mette in riga le minoranze. Per questo motivo è stato definito il "primo Papa", cioè il primo vescovo di Roma ad aver assunto un atteggiamento pontificale che più tardi sarebbe stato messo più volte in discussione – specie quando Roma smise di essere il centro dell'Impero. 

Vittore morì a quanto pare martire quando ricominciarono le persecuzioni. Fu dopo la morte di Commodo, vittima di una congiura a cui aveva preso parte la sua concubina (Marcia). Quanto alla data della Pasqua, quasi duemila anni dopo se ne discute ancora: anche se l'uso quartodecimano sembrava ormai estinto già ai tempi del Concilio di Nicea, gli ortodossi osservano ancora il calendario giuliano mentre a partire dal XVI secolo i cattolici sono passati al gregoriano. Qualche anno fa papa Francesco propose di trovare una data comune, poi non se n'è più parlato e comunque sarebbe sempre una data mobile. Io ho una proposta molto più semplice: aboliamo le vacanze di Pasqua (manteniamo solo pasquetta, che è un lunedì e non intralcia più di tanto), sostituiamole con dieci giorni di vacanze di primavera fissi, dal 20 aprile al primo maggio. Sarebbe tutto molto più semplice, davvero. 

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