giovedì 19 marzo 2009

Storie di grafici, 6 - Non sono stato io, è stato lui

Arrivo in studio abbastanza presto (si fa per dire), mi siedo davanti al Mac e comincio a controllare la posta elettronica e la situazione in generale.
Alle 10.05, ancora prima di essermi potuto sorbire il cappuccino mattutino, arriva l’account A.
Account A: “Ehmmmm... bisognerebbe fare delle modifiche al layout di nomeclientevergognosamentegrande”.
Io:”...e?...”
Account A: “Ehmmm... so che l’aveva fatto Gianluca, ma oggi non c’è...”
Io: “...e?...”
Account A: “Ehmmmmm... mi domandavo se non potessi farle tu...”
Io: “E perché dovrei?”
Account A: “Ehmmmmm... perché sappiamo che sei bravo...”
Io: “...e?...”
Account A: “Ehmmm... e perché in questo momento sei l’unico che può farci rispettare la scadenza.”
Io: (sospirando) “Mandami ‘ste modifiche, appena ho tempo le farò.”
Account A: “Ehmmmmm... veramente bisognava farle ieri...”
Io: (poco impressionato) “Se siete sopravvissuti fino a stamattina, immagino che sopravviverete ancora un po’.”
L’account se ne va non del tutto soddisfatta, ma se n’è appena andata che ne arriva un’altro, che chiamerò, nel rispetto della privacy, Account B.
Account B: (sventolando un fascio di fogli) “Ho bisogno che mi ristampi queste label con un carattere più grande, queste non si leggono bene”.
Io: (stendo la mano)
Account B: (mi dà le label)
Io: (senza parlare getto le label nel cestino)
Account B: (mi osserva esterefatto)
Io: “La lezione di oggi è: ‘sei un mio collega non il mio capo’. Fuori dai piedi.”
Account B: (esce senza proferire una parola)
Ritorna l’Account A.
Account A: “Ti ho mandato una mail...”
Io: “Ma per quale perverso motivo ogni volta che mi mandi un’email poi ti alzi dalla tua sedia e ti prendi il disturbo di farti il corridoio, entrare nella mia stanza e dirmi che mi hai mandato un’email, esponendoti ai miei peraltro giustificatissimi maltrattamenti verbali?”
Account A: “Ma... volevo solo essere sicura che...”
Io: “L’ho ricevuta. L’ho ricevuta. Ecco qua, Entourage ha fatto “ding” prima ancora che tu alzassi il culo dalla tua sedia.”
Account A: (ansiosa) “Vabbè... quanto ci metti?”
Io: “Quanto ci devo mettere. Fuori dalle balle, quando ho finito ti chiamo.”
Dopo un paio d’ore, ho fatto tutte le correzioni, ingrandito qua, rimpicciolito là, ritoccato qua, aggiunto là, tolto qua. Dò uno squillo ad Account A che controlli se va tutto bene.
Dopo un po’ arriva Account A.
Account A: “C’è qualche cosa che non va...”
Io:”Definisci ‘qualcosa che non va’.”
Account A: “Bè, per esempio questo testo contiene dei refusi che mi sembra di ricordare di avere già corretto...
Io: “Non l’ho letto. Ho solo copiato e incollato il file che mi hai mandato. (all’improvviso, sospettoso) Non è che mi hai mandato un vecchio file?”
Account A: (imbarazzata): “Beh... non lo so per certo...”
Io: “Come fai a dire che non lo sai per certo?”
Account A: “Ehmmmmm.... dunque...”
Io: “Non hai una pidocchiosa cronologia dei file che nomeclientevergognosamentegrande ti ha mandato?”
Account A: “non credo...”
Io: “Fammi capire... questa ca**o di brochure ci avete messo quattro mesi a svilupparla, con un fuori-budget e un fuori-tempo secco di un mese, e non c’è modo di risalire ad un fetentissimo file di testo corretto?”
Account A: “non era mio il cliente, era di Account C.”
Io: “E lei dov’è?”
Account A: “Ehmmmm... si sta occupando di un altro cliente.”
Io: “Forse è meglio che prima si occupi di questo, no?”
Account A: (sollevata al pensiero di poter scaricare la patata) “Vado a chiamarla.”
Dopo un po’, arrivano tutte e due.
Account C: “Qual è il problema?”
Io: “Domandalo a lei.”
Account A: “Secondo me, questo è un vecchio testo.”
Account C: “Vedo.”
Account A: “Non credi?”
Le due account guardano me.
Io: “Perché guardate me?”
Account C: “Beh, vorremmo la tua opinione”.
Io: “La mia opinione è questa brochure, che per inciso avrebbe dovuto essere finita già prima di Natale, è un ammasso di testo e tabelle senza nessuna coerenza grafica e priva di scopo. Le account dovrebbero essere sterilizzate per impedirne la riproduzione e il capo progetto eliminato fisicamente.”
Account C: “Veramente al cliente è piaciuta molto”.
Io: “Notoriamente i clienti sono privi di qualsivoglia gusto estetico, esattamente come gli esseri umani nascono privi di branchie.”
Account A: “Restiamo in tema... possiamo riavere il testo nuovo?”
Io: “Certo che no. Ci ho salvato sopra, dando per scontato che tu sapessi cosa stessi facendo quando mi hai mandato stamattina quel file di correzioni”.
Account A: “Cosa comporta?”
Io: “Solo una gran rottura di balle per me, a condizione che Account C abbia conservato il file di testo corretto da qualche parte “.
Account C: (con espressione corrucciata) “Non so con certezza...”
Io: “Ma non sei tu il capo progetto di ‘sta roba?”
Account C: “Sì, ma non ricordo tutti i dettagli...”
Account A: “Vabbé, se ne te occupi tu...” (si dilegua in un nanosecondo)
Account C: “Uhmmmmm... non potremmo controllare sulla posta elettronica di Gianluca?”
Io: “No.”
Account C: “E perché no?”
Io: “Vuoi un motivo? Te ne dò tre. Uno, non è compito mio ravanare tra le centinaia di email che Gianluca notoriamente non archivia in nessun modo e non butta mai niente, catene di sant’Antonio e offerte di Viagra in stock comprese. Due, l’account dell’email di Gianluca è protetto da password e io non conosco la password, e mi sembra anche logico, se no che cacchio di password sarebbe. Tre, Gianluca è in ferie e a quanto ne so, ha spento il cellulare.”
Account C: (visibilmente sofferente) “E allora che facciamo?”
Io: “Dico che il capo progetto sei tu. Tu sei il capo. Prendi una decisione.”
Account C: “È che non vorrei fare una figura del ca**o con nomeclientevergognosamentegrande.”
Io: “Mi stai forse per dire che la Tua Grande Decisione è telefonare a nomeclientevergognosamentegrande e implorare che ci rimandino il file di correzioni ammettendo così che non sappiamo fare il nostro lavoro e pregiudicandoci così commesse future? È questo che stai per dirmi?”
Account C: (sofferente al pensiero che ciò che sto paventando è la pura verità) “Beh... potrei dire che (account A) si è persa per sbaglio il file”...
Io: “Caspita, ottima politica! ‘Non sono stato io, è stato lui’. Sei nata per fare questo lavoro.”
Account C: “Senti, io... vado a parlare con (Account A).”
Io: “Come vuoi. Ma non vi venisse in mente, a voi due vipere, di stabilire di comune accordo che la colpa è dell’ufficio grafico, perché lo verrei a sapere e un attimo dopo sarei nella stanza di (nomeboss) a rovesciare una tonnellata di letame su di voi”.
Account C: (mi guarda come se le avessi letto nel pensiero) “Macché, figurati, ora penseremo a qualcosa”.
Io: “Sarebbe la prima volta in vita vostra”.
L’Account non mi risponde e se ne va ticchettando.
Esito della giornata: la brochure, la cui pubblicazione immediata sembrava questione di vita o di morte, è rimasta ferma un’ altra settimana. Anche dopo che Gianluca è tornato fresco fresco dalle ferie.
In compenso, le account A e B mi evitano ancora più di prima. Almeno questo.

mercoledì 4 marzo 2009

A proposito di percezioni...

Quello che vedete qua sopra è un interessante esperimento che dimostra quanto in profondità certi loghi e certe associazioni si siano fatti strada nella nostra mente, al punto che nessuno di noi, ormai, "legge" più il contenuto testuale di un logotipo, ma semplicemente lo "percepisce" come un insieme unico di forme e colori.
È una caratteristica tipica del nostro cervello, strettamente legata ai meccanismi che questo utilizza per codificare le informazioni e decodificarle quando siamo colpiti da un determinato stimolo.
Gran parte di questo lavoro viene compiuto in maniera del tutto automatica (la cosiddetta "memoria non consapevole"), ma le aree del cervello demandate alle funzioni superiori, situate nella corteccia (lo strato più esterno e più recente) mantengono sempre un livello di supervisione, anch'esso inconscio, ma che, se è il caso, fa scattare una specie di "allarme".
Esattamente il tipo di allarme che ci suggerisce che, leggendo "Ford" nel logotipo Ferrari, esiste un qualche tipo di discrepanza con un'immagine "campione" memorizzata in precedenza.
La percezione della realtà è, per molti versi, più interessante della realtà stessa.
E l'analisi di tali percezioni può raccontarci moltissimo su noi stessi.
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