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venerdì 12 giugno 2020
Lost, dal principio.
Qualche tempo dopo la trasmissione dell’ultimo, controverso episodio dell’ultima, controversa stagione di Lost, ci fu chi ipotizzò un sequel, un reboot, uno spin-off o comunque uno show connesso a una delle serie televisive di maggior successo di sempre, ma gli autori hanno sempre escluso questa possibilità.
Il co-creatore e produttore esecutivo Damon Lindelof dichiarò che "i personaggi originali non solo sono morti, ma ne abbiamo mostrato anche la loro esperienza post-morte", e non sarebbero potuti tornare in alcuna forma. Ma aggiunse anche che “ogni eventuale nuova versione di Lost dovrà presentare nuovi personaggi. Io e Carlton Cuse [produttore esecutivo] ci siamo sempre detti favorevoli a cose di questo tipo: Lost era più grande di noi e di J.J. C'è qualcosa di veramente eccitante nel fatto che George Lucas abbia venduto l'universo di Star Wars e ora le persone che sono cresciute da fan di quei film stiano facendo nuovi film. Forse la stessa cosa potrebbe accadere con Lost, in futuro."
E allora, che ne direste di un prequel?
La storia dell’Isola risale praticamente all’alba dei tempi. Da raccontare ce ne sarebbe, dalle vicissitudini di Jacob e di suo fratello di duemila anni fa al training di Richard Alpert nel 1800, all’insediamento delle forze armate americane negli anni cinquanta e a quello della Dharma negli anni settanta – usando magari qualche “comparsata” di lusso di qualcuno del vecchio cast.
Il titolo? Facile.
Il posteranno promozionale? Già pronto.
E qua mi fermo, perché sono un designer, e non uno sceneggiatore.
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venerdì 1 novembre 2019
5 ottimi motivi per recuperare Utopia.
Su questo blog non ne avevo che parlato di striscio.
Utopia è una serie britannica del 2013 ideata da Dennis Kelly, in cui mi imbattei per puro caso – ma ne venni immediatamente conquistato: due sole stagioni, la prima del tutto folgorante e crudele e una seconda più ripetitiva e, soprattutto, ordinaria (ma comunque di buon livello).
Ne ho appena terminato il rewatch, e ora che Amazon Prime è in procinto di lanciarne il suo remake (già anni fa ne fu pianificato uno, affidato a David Fincher e poi cancellato per volgari questioni di budget), mi sembra il momento giusto per spingere pure voi a recuperarla.
Perché dovreste farlo, in un panorama così affollato di prodotti televisivi reperibili con facilità?Vi dò cinque ottimi motivi.
2) La regia e la scrittura di Utopia sono sorprendentemente ispirate, non scendono mai a compromessi con facili moralismi e buoni sentimenti e catturano fin da subito l'attenzione dello spettatore, anche perché ogni stagione ha solo sei episodi e non c'è il tempo per perdersi in chiacchiere e reiterazioni. Utopia potrà farvi molte cose, ma di sicuro non vi annoierà.
Sapete da dove la serie parte, ma non avrete idea di dove andrà a parare – o meglio, quando crederete di saperlo, tutte le vostre convinzioni saranno sovvertite e sarete persino disposti a cambiare bandiera. Perché all'apparenza, Utopia si presenta come una sorta di thriller cospirazionista, ma presto vi renderete conto che vi spinge – inesorabile – a riflessioni filosofiche sull’uomo e sul suo ruolo su questo pianeta.
3) La fotografia si pone all'altro estremo delle robe desaturate così di moda nei primi anni duemila: potrebbe venirvi voglia di abbassare la luminosità dello schermo per attenuare il giallo e il verde acido che gli autori sono riusciti a infilare quasi dappertutto. Colori accesi, fluorescenti, un contrasto sublime alla violenza – fisica ma anche psicologica – delle vicende raccontate.
4) La colonna sonora è una roba ai confini dello sperimentalismo: voci umane campionate, fiati, sintetizzatori e percussioni arrangiati in un tappeto sonoro allucinato e personalissimo che è valso al suo autore – il cileno Cristobal Tapia De Veer, un RTS Craft & Design Award nella categoria miglior colonna sonora originale nel 2013.
Tanto per darvi un'idea, quello qua sotto è il tema principale di Utopia. C'è chi ne ha fatto la sua suoneria per il cellulare.
5) Tutta la storia parte da una graphic novel di grande potenza visiva che riunisce – già nel primo episodio – cinque dei protagonisti principali, e che finisce per diventare uno degli elementi cardine dell'intera serie. Le tavole di The Utopia Experiments furono commissionate da Channel 4 a Paul Miller, illustratore londinese di talento, si intravedono a più riprese ma sono talmente ben realizzate che ve le ho stanate e incollate qui sotto.
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domenica 21 luglio 2019
Picard, il nuovo trailer.
Una notizia buona e una cattiva: la buona è che è stato appena diffuso il nuovo trailer di Star Trek: Picard, la nuova serie prodotta da Amazon e CBS con protagonista Patrick Stewart nel ruolo dell'ex comandante dell'Enterprise.
La cattiva, è che il lancio è stato posticipato al 2020.
Prima di allora, ci restano questi bei poster promozionali e le immagini contenute nei due minuti e spicci del trailer, popolata di volti ben noti a qualsiasi fan di Star Trek come Brent Spiner (Data), Jonathan Frakes (William Riker), Marina Sirtis (Deanna Troi) e Jery Ryan (Sette di Nove) che hanno – prevedibilmente – messo letteralmente il turbo all'hype che già montava intorno la serie.
Che dire? Stewart ha la faccia giusta per un'operazione di questo tipo (sufficientemente iconica da far perdonare con la sua sola presenza eventuali soggetti fiacchi o falle di sceneggiatura), il macroverso di Star Trek è talmente ampio da poter campare anche solo di richiami e rimandi a questa o quella civiltà/personaggio/situazione, e il livello tecnico mi sembra altissimo come già lo è in Discovery.
Quindi direi che Picard è uno dei successi annunciati del prossimo anno, e personalmente, pur non essendo un fan sfegatato di The Next Generation (lo dico in due righe: gran bella epopea, col gigantesco merito di avere retto il confronto con la TOS, ma che risente di tutti i difetti delle produzioni televisive di quell'epoca) sono davvero curioso di guardarla.
La cattiva, è che il lancio è stato posticipato al 2020.
Prima di allora, ci restano questi bei poster promozionali e le immagini contenute nei due minuti e spicci del trailer, popolata di volti ben noti a qualsiasi fan di Star Trek come Brent Spiner (Data), Jonathan Frakes (William Riker), Marina Sirtis (Deanna Troi) e Jery Ryan (Sette di Nove) che hanno – prevedibilmente – messo letteralmente il turbo all'hype che già montava intorno la serie.
Che dire? Stewart ha la faccia giusta per un'operazione di questo tipo (sufficientemente iconica da far perdonare con la sua sola presenza eventuali soggetti fiacchi o falle di sceneggiatura), il macroverso di Star Trek è talmente ampio da poter campare anche solo di richiami e rimandi a questa o quella civiltà/personaggio/situazione, e il livello tecnico mi sembra altissimo come già lo è in Discovery.
Quindi direi che Picard è uno dei successi annunciati del prossimo anno, e personalmente, pur non essendo un fan sfegatato di The Next Generation (lo dico in due righe: gran bella epopea, col gigantesco merito di avere retto il confronto con la TOS, ma che risente di tutti i difetti delle produzioni televisive di quell'epoca) sono davvero curioso di guardarla.
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giovedì 18 luglio 2019
Max Headroom. 20 Minuti nel futuro.
Nel 1987, il termine cyberpunk (corrente letteraria e pseudoartistica in cui prosperava gente sconosciuta fino al giorno prima come William Gibson, Bruce Sterling o John Shirley) era sulla bocca di tutti... e Max Headroom, serie TV britannica scritta da Annabel Jankel e Rocky Morton sembrò arrivare al momento giusto nel posto giusto, promettendo di affrontare tematiche quali la registrazione delle coscienze umane su giganteschi mainframe, lo sfruttamento della pubblicità subliminale, la manipolazione massiva dell'informazione e – naturalmente – gli sviluppi imprevedibili dell'intelligenza artificiale.
Di fatto, la serie trasmessa da Channel 4 venne edulcorata già dal primo episodio (il pilot, 20 minutes into the future, venne completamente rigirato per la televisione) trasformandola in qualcosa più da tv dei ragazzi che altro... il protagonista Max Headroom che dava anche il titolo alla serie, una delle primissime creature digitali di fantasia che prendeva autocoscienza alla fine del primo episodio, si ridusse a parlare come un qualsiasi dj dell'epoca e divenne – suo malgrado ma neanche tanto – un'icona pop che venne sfruttata per video musicali e spot pubblicitari.
La fortuna di Max Headroom ebbe comunque breve durata: dopo due stagioni e soli quattordici episodi trasmessi, Channel 4 gettò la spugna davanti gli ascolti bassi e cancellò la serie, che non arrivò mai agli anni novanta. A guardarla oggi, sembra persino più ingenua di quanto già non apparisse all'epoca, ma il pilot originario – che trovate in coda a questo post – mantiene una sua forza espressiva, ha un cast strepitoso, effetti visivi dignitosi e una fotografia da videoclip anni ottanta (il che, detto così, può non sembrare un punto di forza, e invece).
Vorrei potervi dire che ne esiste una versione in digitale, ma niente da fare.
Esiste un cofanetto americano datato 2010, ma senza traccia audio italiana e difficile da trovare... quindi, nei miei dieci minuti liberi di oggi, mi sono divertito a progettare la copertina del blu-ray, che poi è quella che vedete in apertura.
Hai visto mai, tra tanta immondizia televisiva riportata in vita sugli scaffali, qualcuno si ricorda anche di Max Headroom.
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martedì 2 gennaio 2018
Black Mirror stagione 4, la recensione.
Che io sia – fin dalla sua primissima apparizione televisiva, nel remoto 2012 – un fan di Black Mirror, la serie scritta e fortemente voluta da Charlie Brooker che parlando della tecnologia (futura, ma anche presente) in realtà parla dell'uomo e delle sue miserie interiori, dovrebbe essere cosa nota.
Questo atteggiamento mi spinge ad avere sempre una grossa aspettativa ogni volta che ne viene annunciata e distribuita una nuova stagione.
È (probabilmente) per questo che non mi sono stracciato le vesti guardando i sei episodi appena trasmessi (per quanto, anche trasmessi sia un termine ormai desueto): ci troviamo di fronte un prodotto di qualità medio alta, più curato e ambizioso di tanta altra roba che potete trovare in giro in questo periodo... ma che, forse, da quando è passato nelle mani di Netflix ha visto americanizzarsi e smussare quella cattiveria che solo certe serie britanniche sanno avere.
Insomma, possibile che un filmetto come Monolith possa essere accostato a Black Mirror e diventarne – con qualche sapiente taglio di montaggio – un episodio perfettamente integrato nello spirito della serie?
Dispiace, perché ora non aspetterò più con impazienza la quinta season e questo ci renderà tutti meno preoccupati dei cambiamenti che il progresso tecnologico potrà avere nelle nostre vite reali, e velocizzeremo il processo... facendo diventare Black Mirror realtà ancora prima.
Ma vediamo gli episodi nel dettaglio (tranquilli, ci sono pochissimi o nessuno spoiler).
Crocodile, regia di John Hillcoat
scritto da Charlie Brooker
Un episodio che poteva svilupparsi in molti modi, e uno più creativo dell'altro, ma che, una volta imboccata una certa strada, non riesce più a scrollarsi di dosso l'aria di implausibilità della vicenda... eccettuato questo tiene abbastanza bene per tutti i 59 minuti della sua durata, che può vantare alcuni begli esterni islandesi e ottime scelte di casting.
La tecnologia che – una volta di più – porta fuori il peggio della natura umana stavolta è un rivelatore di ricordi, utilizzato nelle indagini di polizia ma anche dalle compagnie assicurative.
Partendo dall'assunto che tutti mentono – o, nella migliore delle ipotesi, omettono – una tecnologia del genere si rivela il classico rimedio peggiore del male.
Se si scava abbastanza a fondo, si finisce sempre per trovare qualcosa che, in ultima analisi, era meglio restasse sepolto, sembra urlare a gran voce questo episodio.
U.S.S. Callister, regia di Toby Haynes
scritto da Charlie Brooker
U.S.S. Callister porta intelligentemente lo spettatore a prendere un cambio di parti nel corso dell'episodio. Il dirigente nerd ai limiti dell'emarginazione sociale con cui è facile identificarsi all'inizio si trasforma in un sociopatico – abbastanza geniale da inventarsi una realtà virtuale costruita sul modello della sua serie televisiva di culto (un corrispettivo caricaturizzato di Star Trek) in cui poter interagire in una posizione di dominio assoluto sui suoi colleghi.
Svolgimento frizzante, presupposti tecnologici fuori scala anche per gli standard di Black Mirror, durata un pelo eccessiva (76 minuti), U.S.S. Callister va scadendo sempre più verso il finale, virando troppo verso i toni della commedia e perdendo di vista morale e toni di denuncia sociale.
Per contro, superbe e godibili tutte le interpretazioni, a iniziare da quella di Jesse Plemons (Breaking Bad) e di Cristin Milioti.
Hang the DJ, regia di Tim Van Patten
scritto da Charlie Brooker
In Hang the DJ vediamo una società in cui gli accoppiamenti sono decisi da un "sistema" che decide i partner e stabilisce, in anticipo, il tempo che durerà la relazione, ottenendo preziosi dati per assegnare, alla fine, il compagno o la compagna di vita perfetto.
È uno degli episodi più leggeri e con spunti comici, pur mantenendo il forte sottotesto distopico.
Il tema principale sembra essere la deresponsabilizzazione totale nel campo dei rapporti umani, affidata a un software che, almeno in apparenza, sembra agire per il nostro meglio.
La conclusione è solo una tra le possibili, neanche nuovissima e neppure particolarmente graffiante, ma non è un episodio spiacevole da guardare e solleva più di uno spunto di riflessione (del tipo: come condizionerebbe la nostra storia d'amore se ne sapessimo in anticipo la durata?).
Arkangel, regia di Jodie Foster
scritto da Charlie Brooker
Arkangel porta la firma illustre di Jodie Foster (che annovera nel suo curriculum una discreta ma poco nota attività da regista), ed è uno degli episodi più coinvolgenti dal punto di vista emotivo... anche se la Foster è abbastanza in gamba da riuscire a non prendere le parti di nessuno, e a filmare col giusto distacco la storia di una madre che, per un eccesso di protettività, installa nella figlia un dispositivo di tracciamento, un collegamento al suo nervo oculare (tutto quello che vede la bambina può essere visto da un tablet) e un filtro parentale che le oscura qualsiasi stimolo sensoriale esterno che possa alterare il suo stato di salute psicofisico.
Di nuovo, una tecnologia creata per il nostro bene (anche se bisognerebbe prima capire il bene di chi) che con un suo fin troppo facile abuso conduce a effetti inevitabilmente drammatici. L'episodio dura 52 minuti, ha una ridotta componente sci-fi (strumenti di controllo analoghi, anche se non così sofisticati, già esistono), non è esente da buchi di sceneggiatura (specie sul finale) ma l'intento degli autori è molto chiaro.
Metalhead, regia di David Slade
scritto da Charlie Brooker
Metalhead, oltre una fotografia ispirata in bianco e nero e un'ottima animazione di un segugio robotico, aggiunge poco o nulla al classico survival thriller: si svolge in un prossimo futuro dove qualcosa dev'essere andato parecchio storto (e di cui nulla ci viene detto) e dove, per praticamente tutti i quaranta minuti dell'episodio, Maxine Peake (The Village, La teoria del tutto) si carica sulle spalle il peso della narrazione, senza peraltro riuscire a empatizzare più di tanto con lo spettatore.
Rispetto gli altri episodi della serie, in Metalhead manca qualsiasi legame con la contemporaneità, le tematiche sociali e le metafore, e la rivelazione finale è troppo debole per tirarne su le sorti.
Poco interessante.
Black Museum, regia di Colm McCarthy
scritto da Charlie Brooker
È l'episodio più "nero" della stagione, è costruito su una struttura collaudata (e, tutto sommato, funzionale) e può contare su un paio di buone idee, anche se qua e là si va di riciclo (autocitazioni a parte, potrete intravedere come alcune delle tematiche affrontate fossero già state affrontate in passato nella serie). Girato con un budget contenuto, l'episodio cerca di rigirare il coltello e mostrare come l'uomo possa quasi invariabilmente diventare – se non essere – una creatura cattiva, sadica o, nella migliore delle ipotesi, egoista, e come la tecnologia non sia che un supporto, un vettore, un amplificatore di quella cattiveria.
In Black Museum non esistono vincitori o vinti, buoni o cattivi, è un disastro da qualunque parti ci si rigiri, sembra suggerire Brooker. Ottima la prova attoriale di Douglas Hodge, ma i fedeli delle serie britanniche ritroveranno anche una vecchia conoscenza già vista in Utopia.
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martedì 4 aprile 2017
Fortitude, la seconda (infame) stagione.
La prima stagione di Fortitude è una stagione autoconclusiva, di taglio mistery, gelida come la sua ambientazione, scritta come un horror senza diventarlo mai veramente, caratterizzata da bei personaggi e da ottime interpretazioni. Da regie ispirate e da una bella fotografia. Una serie che si conclude in una maniera compiuta e che non aveva bisogno di aggiungere altro.
Fu una delle belle sorprese della passata stagione televisiva, e ne parlai QUI.
Purtroppo, qualcuno ha pensato di girarne una seconda stagione.
La seconda stagione di Fortitude è una serie che gira a vuoto, priva di identità e tono, indecisa su quale strada prendere. Poteva continuare nel solco tracciato dalla stagione che l'ha preceduta o diventare tutt'altro.
E ha deciso di diventare tutt'altro.
Fin dal primo, brutto, episodio, mi sono ritrovato a chiedermi come fosse possibile che gli sceneggiatori si fossero sballati dello stesso, infame succo di renna (il succo di renna?) citato nella serie al punto da ammucchiare una tale quantità di scene e personaggi e dialoghi del tutto sgangherati, oltre ogni credibilità e privi della più piccola traccia di ispirazione che invece permeava la prima stagione, puntando invece fino all'ultimo centesimo sullo splatter gratuito e sul misticismo da due soldi.
Tuttavia, ho stretto i denti e mi sono imposto di guardare anche il secondo, e il terzo, e il quarto e infine il quinto episodio, continuando a chiedermi quando sarebbe arrivata la svolta che avrebbe restituito un senso alle mie ore spese nel seguire la serie.
Fatica inutile perché la svolta non c’è stata.
Mi sono peggio che annoiato. Me ne sono disinteressato. Ma tipo, al punto da iniziare a guardarla con l'avanti veloce del mySky nel giro di mezz'ora una volta che il decoder avesse finito di registrala tutta. Giusto per vedere l'entità dello scempio – ma senza farmene toccare più di tanto.
Sul serio, per quanto mi sia sforzato (esclusivamente in virtù di quanto ho amato la prima stagione), proprio non sono riuscito a salvare niente di questa stagione stagione di Fortitude.
Fatevi un favore, dimenticate questa robaccia e – io ve lo ripeto un’ultima volta – recuperate la prima e tenetevela stretta.
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giovedì 26 gennaio 2017
Le 15 serie TV del 2016 (in breve).
Di come e perché, per quello che mi riguarda, Westworld sia uscita trionfatrice dalle serie televisive del 2016, ho già scritto QUI, in occasione dell'assegnazione dei consueti Cyberluke Awards.
Naturalmente, per parlare di un vincitore, bisogna assaggiare un po' di tutto. Ho provato a iniziare a vedere parecchi nuovi prodotti cercando di farmi un'idea di dove e come sarebbero andati a parare già intorno alla terza-quarta puntata (la vita è breve e io spreco già troppo tempo), e alcuni di questi si sono fatti guardare fino alla fine (e sono tutti quelli oggetto di questo post).
Forse conoscete qualcuno di questi show, o magari altri ve li siete persi (e avrete fatto anche bene, non si può passare la vita attaccati davanti uno schermo televisivo), e leggere i miei commenti potrà aiutarvi a capire se c'è qualcosa che vale la pena recuperare o, magari, consigliare a qualcuno... o anche soltanto per conoscere le mie impressioni.
Visto a quante cose può servire un post come questo? E poi dicono che i blog non servono più. Tzé.
Mars, stagione autoconclusiva
6 episodi di 45 minuti (National Geographic)
National Geographic si lancia nel mondo delle TV series e lo fa a modo suo, proponendo il docu-drama, format che si incontra esattamente a metà tra documentario e fantascienza di conquista classica. Prese da sole, probabilmente le due cose non funzionerebbero altrettanto bene quanto riesce invece a fare questa serie che vive – più che delle interpretazioni e delle caratterizzazioni dei protagonisti – dei magnifici panorami marziani, della colonna sonora da brividi e degli interventi di scienziati, astronauti e biologi che ne costituiscono la vera spina dorsale.
Marseille, stagione Uno
10 episodi di 45 minuti (Netflix)
È stata liquidata dai più come l'House of Cards europea, con meno soldi e meno star nel cast.A me, che gli intrighi politici hanno sempre preso poco, ha catturato fin dal primo episodio. Va anche detto che senza la presenza di Depardieu, probabilmente non mi ci sarei mai accostato, ma tutto sommato non sono state ore sprecate (il vecchio leone riesce a riempire e bucare lo schermo).
11.22.63 stagione autoconclusiva
8 episodi di 60 minuti (Hulu)
La serie tratta dall'omonimo romanzo di Stephen King (il suo migliore, dopo The Dome, del nuovo, rinnovato corso dello scrittore) ne mutua pregi (l'idea di base davvero fulminante) e dIfetti (tutta la parte centrale che rallenta e si "siede" su se stessa) e conta tutta sulle spalle di James Franco per arrivare in buca... quindi, se non vi piace l'attore, lasciatela pure perdere.
The Man in the High Castle, stagione Due
10 episodi di 60 minuti (Amazon)
Non è riuscita neanche nel 2016 a diventare la serie dell'anno... anche se potenzialmente avrebbe potuto. Ma, nonostante il sempre più evidente scollamento dal romanzo di Dick, coi suoi personaggi superbamente tratteggiati, la cura maniacale di dettagli di scena, costumi, ambientazioni e scenografie e uno dei presupposti distopici più inquietanti immaginabili (la Germania nazista che vince la Seconda Guerra Mondiale e si spartisce gli stati Uniti con l'alleato Giappone) è una di quelle serie che dovete guardarvi per forza.
Timeless, stagione Uno
10 episodi di 45 minuti (NBC)
Prima che lo diciate voi: Timeless è una serie leggerina leggerina, senza pretese e senza grandi ambizioni, pensata, scritta e girata per fornire quarantacinque minuti di intrattenimento vecchia maniera: trama fortemente verticale, condizionata – forse – dall'essere fin troppo "americana" (ogni episodio si rifà a un accadimento della storia di quel Paese), senza troppo dispendio di mezzi (ma neanche così fastidiosamente al risparmio) e con un cast di protagonisti che fa simpatia fin dal primo episodio. E poi, ci sono i viaggi nel tempo, che a sbagliare con quelli è veramente difficile.
Non ci avrei scommesso, ma Timeless, che nel mio caso si è lasciata guardare più che volentieri, si è guadagnata pure una seconda stagione.
Dove sono i miei popcorn?
Non ci avrei scommesso, ma Timeless, che nel mio caso si è lasciata guardare più che volentieri, si è guadagnata pure una seconda stagione.
Dove sono i miei popcorn?
Daredevil, stagione due
13 episodi di 45 minuti (Netflix)
La serie cerca in ogni maniera di alzare l'asticella rispetto la prima, eccellente stagione (ne parlai QUI), riuscendoci solo a metà. In generale, trovo sia stata appensantita da un'eccessiva decompressione narrativa che ha impedito di decollare veramente, pur tratteggiando un Punisher finalmente all'altezza (Elektra finisce col fare la figura della comparsa, nonostante l'ampio minutaggio a lei riservato) e confezionando alcuni episodi assolutamente dirompenti. E, comunque la si voglia girare, rimane la migliore cosa tratta da un fumetto Marvel che sia mai stata mostrata in televisione.
Westworld stagione Uno
10 episodi di 60 minuti (HBO)
È all'altro estremo di Timeless: ambiziosa, pregna di spunti di riflessione, filosofica, strafiticata.
Una serie scritta e pensata per intrigare e far pensare (e discutere), che rifugge dalle facili spettacolarizzazioni (e, anzi, a tratti si prende il lusso di rallentare il ritmo a livelli soporiferi) riuscendo ad essere allo stesso tempo intrattenimento raffinato e di massa.
Una delle mie preferite dell'anno, complice anche un cast superlativo (immenso Hopkins, ma che ve lo dico a fare).
Le mie impressioni sulla season premiere le trovate QUI.
Una serie scritta e pensata per intrigare e far pensare (e discutere), che rifugge dalle facili spettacolarizzazioni (e, anzi, a tratti si prende il lusso di rallentare il ritmo a livelli soporiferi) riuscendo ad essere allo stesso tempo intrattenimento raffinato e di massa.
Una delle mie preferite dell'anno, complice anche un cast superlativo (immenso Hopkins, ma che ve lo dico a fare).
Le mie impressioni sulla season premiere le trovate QUI.
Colony, stagione Uno
10 episodi di 45 minuti (USA Network)
Passato semi-inosservato, Colony è uno show onesto e solido, che non scopre tutte le sue carte alla prima stagione, girato con evidenti limiti di budget ma prestazioni attoriali più che buone e scritto con grande, grande cura e attenzione allo spettatore, che non ha, letteralmente, il tempo di annoiarsi.Pensavo che dopo roba come Falling Skies o Revolution non avrei più voluto sentire neanche la puzza di family drama in una serie sci-fi, ma, sappiatelo, in Colony funziona alla grande.
QUI la recensione.
Humans, stagione due
8 episodi di 45 minuti (AMC)
È il bizzarro caso di un remake inglese di una serie (svedese) ampiamente inferiore all'originale, e difatti lo scorso anno l'avevo stroncata senza pensarci troppo. Eppure, quest'anno non ho resistito alla tentazione di buttare un'occhiata alla season two, che, altra bizzarria, è parecchio superiore alla prima, ha una sua dignità e, soprattutto, una sua identità distinta da Akta Manniskor (ad avercene di nuovi episodi...) che me l'ha fatta iniziare e finire piacevolmente in un paio di giorni.
Qualcuno si stava chiedendo che fine ha fatto Carrie-Ann Moss?
È qui dentro.
Qualcuno si stava chiedendo che fine ha fatto Carrie-Ann Moss?
È qui dentro.
Black Mirror, stagione tre
6 episodi di 60/88 minuti (Netflix)
Lo dico in fretta, così mi tolgo anche questo dente: Black Mirror è diventata un pelo meno cattiva e meno originale di come la ricordassi (al netto del letale Special White Christmas). I sei episodi sono piuttosto ben scritti e godono di una messa in scena di prima qualità, ma (a parte il primo, geniale Nosedive), quale per un motivo quale per un altro, mordono meno forte di uno qualsiasi degli episodi delle due stagioni precedenti.Tuttavia, anche solo come erede di The Twlight Zone, resta uno show di gran classe, e va assolutamente visto.
The OA, stagione Uno
8 episodi di 30/60 minuti (Netflix)
Non è una serie di fantascienza. Non è un dramma psicologico. Non è un mistery. Ma, a seconda di come la si guardi, lo è (anche). Ha una sceneggiatura a tratti bellissima e a tratti imbarazzante. Alcune sue puntate non arrivano alla mezz'ora, altre sono lunghe più del doppio. Mortifera. Gira spesso a vuoto. Eppure... eppure è una serie di grande fascino e potenza.Mai banale, coinvolgente (a modo suo), ma non per tutti. Fate un tentativo.
Stranger Things, stagione Uno
8 episodi di 50 minuti (Netflix)
Quasi tutti quelli che conosco e che l'hanno vista si sono stracciate le vesti per quest'operazione furbetta e ruffiana dalla prima all'ultima inquadratura e trovata scenica. Evidentemente, ha quel quid che è mancato a Super 8 ma che a me non ha colpito dove e come avrebbe dovuto nelle intenzioni degli autori.O magari, più semplicemente, sono diventato fin troppo vecchio anche per Stranger Things.
Detto questo, è un serial realizzato con grande mestiere, e se vi tocca le corde giuste, lo amerete alla follia.
Happyish, stagione unica
10 episodi di 30 minuti (Showtime)
È una serie adorabile. Scritta con rara intelligenza e messa in scena con maestria.E, dopo averla vista, non riuscirete più a pensare alla pubblicità e alle sue dinamiche con gli stessi occhi. Tanto humour sofisticato, ironia a badilate e interpretazioni eccezionali.
Non si è guadagnata una seconda stagione, quindi dovrete farvi bastare questa. Ma, arrivati in fondo (e ci arriverete in un attimo) vi troverete a volerne ancora. QUI trovate la recensione.
Gomorra, stagione due
12 episodi di 50 minuti (Sky Atlantic)
Dopo un anno in cui Sollima ha raccolto consensi unanimi con la prima Gomorra e ha mandato in sala Suburra, nel 2016 alza definitivamente la testa e ripete il miracolo confezionando una seconda stagione altrettanto solida, tesa e ad alto tasso emotivo, e tutto questo senza replicare quasi nulla della prima. Non solo la migliore serie italiana dell'anno, ma anche quella più spendibile oltreconfine.
Wayward Pines, stagione due
10 episodi di 45 minuti (Fox)
Il trucco alla The Village era ormai stato scoperto a metà della prima stagione, e onestamente, a sottrarre Matt Dillon dall'equazione, di appeal non ne resta poi tanto in questa second season, che ho seguito fino in fondo giusto per vedere se riservava un colpo di coda. Non c'è stato.
Vi direi di risparmiare il tempo ma se siete proprio nostalgici della prima stagione, fate un tentativo.Come ho fatto io.
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martedì 5 gennaio 2016
Cyberluke Awards... anzi, no (parte 4).

SERIE TELEVISIVE
Se ne sono accorti anche i sassi: mentre la tv generalista è sempre più bersagliata come anacronistica, ripetitiva e tarata su un pubblico catatonico, dall'altra parte abbiamo assistito, negli ultimi anni, a una crescita esponenziale che è partita dalle serie americane e – di fatto – ha liberato la televisione del senso di inferiorità nei confronti non solo del cinema, ma anche del teatro e della letteratura (non sono pochi a sostenere che parte della nuova letteratura oggi si esprima attraverso le serie tv).
La fruizione televisiva odierna ha creato un nuovo spartiacque tra le vecchie e le nuove generazioni: oggi, se vuoi vedere roba non inclusa nel palinsesto televisivo tradizionale, devi possedere un minimo di competenze informatiche e conoscere il significato di termini come streaming, torrent, on demand. Se solo dieci anni fa bisognava fare i salti mortali per vedere roba non trasmessa nel nostro paese e a una definizione ridicola, adesso Facebook inizia a riempirsi di commenti sull'ultimo episodio di Game of Thrones a pochi minuti dalla sua comparsa in Rete.
Eppure la tv tradizionale non sembra aver ancora del tutto recepito la rivoluzione in atto nel mondo mediatico. Sì, ci sono tentativi apprezzabili di uscire dagli schemi (Gomorra o Romanzo Criminale, molto peggio 1992, cucinato e servito come un telefilm anni 90)... ma la fiction tradizionale Rai è legata ancora a schemi vecchi e sorpassati, più teatrali che cinematografici. Non è quello il posto dove guardare, una volta di più, se si vuole capire dove sta andando l'intrattenimento.

Mai come quest'anno ho iniziato un numero così alto di nuove serie televisive, e quelle che mi ha proposto la tv satellitare le posso contare sulle dita di una mano.
Di fronte tanta offerta, essere selettivi è un imperativo.
Il mio tempo è prezioso (e dovrebbe esserlo anche il vostro) e quindi ho falcidiato senza pietà tutte quelle che non mi hanno convinto fin dall'inizio.
A cominciare da quelle derivate da franchise cinematografici di successo: Limitless, 12 Monkeys e Minority Report (tutte afflitte dagli stessi difetti: scrittura e taglio troppo televisivi, casting tirati via, produzioni al risparmio) per continuare con cose parecchio già viste come Dark Matter (in ritardo di dieci anni e oltre in termini di soluzioni visive e narrative), Sense 8 (è stato detto che è una serie che lavora nel lunghissimo termine, ma io ho trovato eccessivi i suoi tempi e, comunque, non sono riuscito ad andare oltre il terzo episodio) e Zoo (un bello spunto iniziale completamente sciupato da una messa in scena poverissima).
Heroes Reborn è stato, per quanto mi riguarda, un tentativo maldestro di rebootare il franchise: peccato.
Heroes Reborn è stato, per quanto mi riguarda, un tentativo maldestro di rebootare il franchise: peccato.
Alcune nuove serie mi sono piaciute con qualche riserva (Mr. Robot, per esempio, è partita alla stragrande per afflosciarsi in un final season confuso e già visto), altre le ho seguite fino alla fine più per inerzia che per altro (Humans, un remake di Akta Manniskor senza guizzi e con nemmeno un protagonista azzeccato, Extant che comunque sembra arrivato al capolinea e the Strain, che ci ha dato un pilot di primissima qualità e poi è scivolata lentamente nella noia).
Un paio di buone sorprese sono arrivate da Wayward Pines (che rialza la testa esattamente a metà stagione e prosegue dignitosamente fino alla fine) e da Fortitude (basterebbe Stanley Tucci a farvela guardare, ma la serie ha anche altri meriti), entrambe arrivate su Sky Atlantic.
D'altra parte, The last Panthers, la coproduzione franco-serba conclusasi pochi giorni fa proprio su Sky Atlantic, poteva essere ma non è stata (non basta desaturare a tutta manetta, bisognerebbe anche sviluppare tutto il materiale umano che c'è a disposizione).

Se altre serie hanno beneficiato di una relativa brevità (le tre puntate di Ascension e di Childshood End sono state un format che ha funzionato piuttosto bene e forse persino The Whispers si sarebbe salvato dal naufragio negli sbadigli), i dieci episodi di The Man in the High Castle sono volati via in un paio di pomeriggi: messa in scena di gran classe, Ridley Scott come coproduttore e un soggetto di Philip K. Dick potevano farne l'evento televisivo dell'anno, ma così non è stato.
Cosa non ha funzionato?
Personalmente, mi aspettavo seguisse maggiormente il solco tracciato dal romanzo distopico di Dick che l'ha generata, e invece, più o meno nella prima metà, la serie sembra prendere altre direzioni: il focus resta troppo sui rapporti tra i singoli personaggi, mentre la serie "respira" proprio quando si sposta su una visione più allargata della vicenda (il presupposto ucronico resta fin troppo sullo sfondo, forse anche a causa delle più ristrette possibilità del piccolo schermo).
E, sì, c'è un gran bel cliffhanger di fine stagione, ma sono solo gli ultimissimi minuti.
Quindi, chi resta da far salire sul podio?

Non ho dubbi: a mente fredda (ho finito di vederla già qualche mese fa), Daredevil si porta a casa a pieno diritto il titolo di migliore serie dell'anno.
Che, se non l'avete vista, sappiate che non è la solita serie a tema supereroistico.
Cioè, lo è incidentalmente. Ma è soprattutto una serie noir, scritta con intelligenza, misura e una quantità di ultraviolenza (mirabilmente coreografata) che non avete mai visto né mai vedrete in alcun cinecomic.
Che, se non l'avete vista, sappiate che non è la solita serie a tema supereroistico.
Cioè, lo è incidentalmente. Ma è soprattutto una serie noir, scritta con intelligenza, misura e una quantità di ultraviolenza (mirabilmente coreografata) che non avete mai visto né mai vedrete in alcun cinecomic.
Una serie caratterizzata da personaggi fantastici e interpretazioni ancora più fantastiche. Da regie ispirate e da una bella fotografia. Una serie che non sfigura, per toni e crudeltà, accanto al Batman di Nolan, per dire.
Questa prima stagione si conclude in una maniera perfetta e vi lascia addosso la voglia di vederne ancora, subito.
Se avete perso Daredevil, recuperatela. È il migliore consiglio che potrete tirare fuori da tutto questo post.
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giovedì 6 agosto 2015
Quattro serie TV per l'estate.
Un hacker sociopatico, degli androidi senzienti, una rivolta del mondo animale e una spora aliena fin troppo intelligente.
Il mondo delle serie TV non va mai in vacanza e avere una connessione veloce è la vera ancora di salvezza dei nostri tempi.
Ecco, rapidamente e in ordine sparso, con cosa inganno il tempo in questa rovente estate 2015.
Il mondo delle serie TV non va mai in vacanza e avere una connessione veloce è la vera ancora di salvezza dei nostri tempi.
Ecco, rapidamente e in ordine sparso, con cosa inganno il tempo in questa rovente estate 2015.

Mr. Robot - stagione 1 (USA Network)
Mr. Robot non ha nessuna idea veramente nuova, per certe cose è imprecisa e approssimativa e per altre banale e prevedibile.
Eppure, sostenuta dal volto incredibile di Rami Malek (talmente bravo da far sparire letteralmente la guest star Christian Slater sullo sfondo) e da una messa in essere di prim'ordine, è diventata una delle serie culto di quest'estate.
Datele una chance.

Humans - stagione 1 (AMC)
Una volta tanto, sono gli inglesi a fare un remake di una serie tv, e non viceversa.
E, indovinate?, gli viene fuori uno schifo.
Ad essere buoni, un mezzo schifo.
Di quel gioiellino che è stato Äkta Människor (o Real Humans, se preferite) resta in piedi l'idea di partenza e alcuni personaggi.
Il resto è la brutta copia di una fotocopia sbiadita della brutta copia dell'originale.
Confuso, incoerente, zoppicante, afflitto da scelte di casting mediocri e da un budget rasoterra, Humans non ha un solo istante in cui non fa rimpiangere (amaramente) l'originale.
Lasciatelo perdere.

Zoo - stagione 1 (CBS)
Il più figo di tutti gli scenari apocalittici del mondo (la rivolta di tutte le specie animali contro l'uomo) nella peggiore delle trasposizioni televisive possibili.
Girato con quattro spiccioli e anche meno, recitato di merda e scritto senza verve.
Continuo a vederlo sperando che migliori, ma tanto so già che non accadrà.
Grossa, grossa occasione sprecata.

Extant - stagione 2 (CBS)
Se non altro, c'è un certo impiego di mezzi, attenzione ai dettagli (e in uno show futuribile questo è sempre un bene) e una volontà precisa di raccontare qualcosa di diverso da quello visto nella prima (moscetta) stagione.
C'è la presenza aliena, c'è l'IA, c'è l'agenzia governativa cattiva, c'è il detective rude ma buono di cuore. E la Berry al centro della scena sempre, a imporre con le sue scelte produttive e la sua fisicità scenica, la firma sulla serie.
Convenzionale e a tratti soporifero, ma rimane sopra la linea di galleggiamento.
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