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giovedì 17 ottobre 2019

Ex Machina

Dimensioni originali, 1413x2000 pixel. Neanche troppi livelli.
Aver limitato parecchio la gamma tonale rispetto ad altre mie robe, a mio avviso, ha giovato.


domenica 1 settembre 2019

Idee per il settimo James Bond.

Parecchi mesi fa, alcune dichiarazioni di Daniel Craig che si era detto stanco del suo ruolo da agente 007 avevano causato un piccolo terremoto tra i fan (che l'avevano ormai accettato come nuovo volto per James Bond), per non parlare di MGM e Sony che vedevano rifiutare i100 milioni di dollari messi sul piatto per il rinnovo del contratto con l'attore britannico scaduto con l'ultimo Spectre (2015).

Abbiamo poi visto che Craig ha cambiato idea, e cinicamente potremmo concludere che, dopotutto, era solo una questione di alzare abbastanza il prezzo... ma nel frattempo, gli studios, tamponata – a suon di milioni – l'impellenza di assicurarsi i servizi di Craig, stanno già esaminando ogni possibilità per  passare la staffetta a un successore: avrete letto di certo delle candidature di Chris Hemsworth, Tom Hughes, Idris Elba, Henry Cavill, Tom Hardy, Richard Madden, Tom Hiddleston.

Eppure, un paio di nomi non sono ancora stati fatti: il primo è quello di Jason Isaac, inglese di Liverpool classe 1963 – forse non proprio un giovanotto, ma appena cinque anni più vecchio di Craig, che comunque non è che stia invecchiando poi così bene.
Isaac ha il portamento, la faccia spietata ma seducente, il fisico.
E, se vogliamo, una certa continuità con l'immagine portata all'affermazione da Daniel Craig.
Ditemi se ho torto.
Il secondo nome, beh, è una mia boutade, poco più che una provocazione – dal momento che la tradizione impone che a interpretare James Bond debba necessariamente essere un attore britannico, ma a me l'ironia di Moore mi è sempre mancata, così come la sua scarsa propensione a prendersi sul serio, mutuata forse dagli anni passati sui set del Santo o di Attenti a Quei Due
Che dite, Clooney – nazionalità americana a parte – non ce l'avreste visto bene come settimo 007?

martedì 23 luglio 2019

Nessun albero è stato abbattuto per questo ritratto (3).


È David Bowman il vero odisseo di Kubrick, il navigatore che – per mari perigliosi – resterà il solo superstite della missione Discovery.
Guarda coi suoi (assieme glaciali ma umanissimi) occhi azzurri dentro l'unico occhio (come quello del Ciclope dell'Odissea) rosso di HAL cercando verità, senza sospettare il tradimento (possiamo progettare un dispositivo sicuro contro gli incendi e la stupidità, ma non possiamo progettarne uno che sia sicuro contro la malizia deliberata), fissandolo dritto nella sua anima artificiale... e senza poter immaginare che di lì a poco – è incredibile quanto ci metteranno gli eventi a precipitare – sarà costretto a procedere alla sua lobotomia, escludendo l'unica forma di coscienza rimasta a bordo della nave.
Bisogna restare soli per tuffarsi nell'abisso, sembra suggerirci Kubrick, e sordi al canto delle sirene: Bowman non può commuoversi alla canzoncina che HAL intona nei suoi ultimi secondi di consapevolezza, deve partire per un altro universo, libero dalle grettezze dell'io e dove la sua stessa pelle dovrà cambiare, consumata a ipervelocità in uno dei montaggi più magistrali della storia del cinema.

Per realizzare il ritratto di David Bowman ho usato le stesse tecniche che vi mostrai QUI, QUI e QUI


martedì 29 agosto 2017

Nessun albero è stato abbattuto per questo ritratto (2).

Come vi avevo annunciato qualche giorno fa, proseguo la sperimentazione "fotografie che diventano ritratti con Photoshop e che quando uno glielo dice allora fanno aaaahhh beeehhh ma l'hai fatto con Photoshop".
Sì, devo trovargli un nome più breve.
QUI trovate la foto originale.

mercoledì 9 agosto 2017

Nessun albero è stato abbattuto per questo ritratto.

A una prima impressione, quello che vedete qui sopra può sembrare una buona riproduzione su carta della fotografia di George Mayer che vedete in fondo al post.
E in parte, è davvero così, perché alcune delle sue parti sono state effettivamente realizzate a mano, con una vera matita di vera grafite su vera carta, per quanto non riesco (ancora) a capire bene in che modo e secondo quale logica questo dovrebbe qualificare il ritratto qua sopra rispetto uno eseguito quasi interamente con Photoshop (come, in effetti, è).

Credo che esistano ancora parecchi pregiudizi secondo i quali, se una roba è fatta con l'ausilio di un computer e di un software, allora non vale nulla o – comunque – vale meno che se (la stessa persona, badate bene) l'avesse realizzata attraverso media tradizionali, come carta, matite, pennelli, eccetera.
Anche perché le mie ore di sbattimento sul Mac ce le ho investite, sappiatelo.

Domenica scorsa ho pubblicato la prima, e nei prossimi giorni ve ne farò vedere altre.
Se avete un'opinione in merito, mi farebbe piacere sentirla.

domenica 6 agosto 2017

Quando vai così lontano che hai fatto tutto il giro.

Io con la matita in mano ci sono nato.
O, a voler essere precisi, con la penna biro. Blu.
Perché era quella che usavo per disegnare, di tutto, ovunque e in qualsiasi momento, almeno finché i miei insegnanti, intuito che forse possedevo un talento degno di essere affinato, non mi hanno iniziato al mondo delle belle arti, delle carte speciali, delle matite graduate, dei rapidograph, degli acquerelli e dei Caran d'Ache.
E, c'è poco da fare: se ti mettono in mano gli strumenti giusti, riesci a tirare fuori roba migliore. E con meno sforzo.
Per anni, anzi, per decenni, la matita faceva quello che volevo io.
Un'estensione della mia testa ancor prima che dei miei occhi. Uno degli strumenti espressivi più potenti che avessi. Se potevo pensarlo, se potevo immaginarlo, potevo disegnarlo.
Facile.
Poi arrivò il Mac, e cambiò tutto.
Non di colpo, certo. Photoshop doveva ancora essere inventato, ma quando uscì qualcuno capì  – forse con un brivido – che non si sarebbe più tornati indietro.
Amai Photoshop immediatamente.
Era come mettere il turbo alla mia matita, era come dotarla di un mucchio di accessori rutilanti e scintillanti, era come riempire il serbatoio della mia testa di benzina ad alto numero di ottani.
Avviare Photoshop era come ingranare la prima su una Lamborghini e tenere il piede schiacciato sulla frizione pronti a schizzare avanti a velocità di fuga. Verso il futuro.
Nel corso degli anni novanta, cambiai più Mac e versioni di Photoshop che blocchi da disegno.
Nessuno era più interessato all'illustrazione tradizionale.
Sui miei hard disk si accumulavano gigabyte di livelli di robe digitali, e in qualche cassetto le mie matite – le Staedtler blu e nere, le koh-i-noor gialle e marroni – non avevano più bisogno che le facessi la punta.
Però, a volte si corre così veloce e così a lungo che si fa tutto il giro.
E ci si ritrova a fare finta di usare di nuovo quelle matite chiuse nel cassetto, su fogli di carta che non scadono e che non hanno bisogno di corrente elettrica o di aggiornamenti.
Da un po' sto lavorando a una mia vecchia fissa, lavorare delle fotografie fino a farle sembrare dei disegni.
Qualcosa che – ve lo posso assicurare – è parecchio meno facile di quanto possiate pensare.
Per oggi, però, posso dirmi soddisfatto.



giovedì 23 marzo 2017

Una ragazza bugiarda (copertina)


Giusto qualche giorno fa vi parlavo di come edizioni diverse dello stesso libro  ricevono  spesso copertine diverse a seconda del mercato a cui sono destinati, o, anche, se  si guadagnano una ristampa  in una nuova collana o in un nuovo formato.
A volte, quando si tratta di dare alle stampe un'opera tradotta, la casa editrice non possiede i diritti di riproduzione della copertina originale,  e così ne commissiona  all'artista di turno una  completamente nuova,  spesso molto simile... ma diversa.
Me lo avete visto fare QUI.
Quello  di cui vi parlo oggi è un caso leggermente diverso: la commissione di una  copertina quanto più possibile simile a un dato modello, ma... destinata ad un'altra opera.


Questo che vedete in alto è The Gift, un thriller psicologico  della scrittrice inglese Louise Jensen.
È il modello a cui  mi è stato chiesto di fare riferimento per  realizzare un'illustrazione digitale partendo da zero, e  quelli che vedete qui sotto sono alcuni degli step intermedi della mia lavorazione in  Photoshop:

Alla fine,  con qualche minima modifica,  la mia copertina viene approvata e  utilizzata  per  una nuova opera editoriale, ed esce (giusto in questi giorni) nei negozi nella versione che vedete in apertura.
E, se state pensando che  si tratti  di un'operazione  scorretta, sappiate che, in editoria, accade molto più spesso di quanto  possiate immaginare: complice la crisi del settore,  gli editori si ritrovano ad adottare soluzioni rapide ed economiche per contenere i costi. Metteteci che non esiste un archivio universale delle copertine, e che l’artista – o l'agenzia – che detengono i diritti di utilizzo di un’immagine possono vendere la stessa a diversi editori, ed ecco che i doppioni si moltiplicano  sugli scaffali, anche se difficilmente andranno a coesistere nello stesso momento, considerato il periodo di turnover sempre più breve (ormai ampiamente inferiore ai sei mesi).
E, sì, sono d'accordo con voi: non è un mondo perfetto.
Welcome to the real world.

lunedì 6 febbraio 2017

L'esercito dei 14 bambini (copertina)

A volte, le case editrici acquistano i diritti di riproduzione di un romanzo (o di un’altra opera letteraria) già pubblicato all’estero, pagano (o eseguono internamente) un lavoro di traduzione e ne fanno uscire un’edizione localizzata.
Quasi mai, però, acquistano anche i diritti di riproduzione della copertina: può accadere per indisponibilità degli stessi, o semplicemente perché l’editore pensa che una certa copertina funzioni meglio in un dato Paese piuttosto che un altro.
Niente di più facile, quindi, che esista una copertina diversa per ogni Paese dove viene tradotto e ripubblicato il libro. Qui sotto, potete vedere alcune di quelle usate per uno dei romanzi di Nick Hornby, uno degli autori più tradotti al mondo: noterete come abbiano poco o niente in comune tra loro, e quanto margine venga lasciato al gusto e alle intenzioni degli illustratori o degli uffici stampa.


Altre volte, invece, la richiesta che viene fatta al designer di turno è di progettare una copertina quanto più possibile simile a quella originale, che per un motivo qualsiasi non è disponibile (i diritti di riproduzione sono esclusivi, o sono troppo cari, eccetera): è il caso, ad esempio, del recente Cell di Stephen King, che per la sua edizione russa ha ricevuto un'illustrazione di copertina simile in ogni dettaglio, ma non identica:

Proprio per quest'ultimo tipo di operazione mi è stata commissionata la cover di una cover (uh uh uh) del primo dei romanzi della scrittrice americana Emmy Laybourne, che ha già al suo attivo sette titoli del ciclo  Monument 14, un post-apocalittico young adult che da anni, oltreoceano, si piazza regolarmente in classifica e che giusto in questi giorni potete trovare anche nelle nostre librerie.
Questa la copertina originaria:

La copertina dell'edizione italiana deve avere lo stesso mood, stessi colori, stesso numero di personaggi, stessa posa, eccetera... ma dovrò arrangiarmi e costruirmela da zero.
Qui sotto, vedete qualche fase della lavorazione, mentre in apertura vedete la versione così com'è andata in stampa e come trovate in libreria.
Tutto sommato, non me la sono cavata male, no?


mercoledì 30 novembre 2016

Le 10 regole della netiquette per Photoshop.


Se siete dei designer (ma anche se solo ogni tanto vi capita di ritoccare immagini o di crearne di vostre), di certo userete Photoshop, indubbiamente il più popolare e diffuso software di fotoritocco al mondo.
E a un certo punto della vostra carriera, vi sarà capitato di aprire un file .psd o un tiff non vostro… ed avere avuto l’impressione di aprire il cassetto della roba sporca del vostro coinquilino.
Ecco, ora pensate all’ultima volta che avete dovuto passare il file di Photoshop sul quale avete lavorato a qualcun altro: un collega, un cliente, uno stampatore, chiunque altro (e possono esserci svariati motivi perché l’eventualità si verifichi) e fatevi un esame di coscienza.
In che stato era quel file? Era un casino di livelli ammucchiati senza nome, duplicati inutili, senza nomenclatura e altri orrori assortiti?

Questo post fa per voi, voi che volete farvi una buona reputazione all'interno della comunità del design o cercare di smacchiare quella che già avete: dieci semplici regole di galateo Photoshop che dovreste sempre seguire.

1) Settate le preferenze prima di iniziare
Prima di aprire il vostro primo file di Photoshop, fatevi un bel giro nel menù Preferenze e perdeteci dieci minuti. Troverete preziosi opzioni per l’interpolazione delle immagini, sull’interfaccia, le modalità di visualizzazione e il comportamento di numerosi elementi del software. Se avete dei dubbi, sperimentate o consultate l’aiuto in rete. Non sarà tempo sprecato, ve lo assicuro.
Ricordate che molte delle modifiche che apporterete nei pannelli Preferenze richiedono il riavvio di Photoshop.



2) Nominate i livelli
Sì, potrà sembrarvi banale, e me l’avrete già sentito dire (ad esempio, QUI). Ma è un’esigenza che cresce proporzionalmente al numero di livelli presenti in un documento:  non c'è niente che rallenta di più il lavoro che cercare di identificare un dato livello tra dozzine e dozzine di Copia livello. 
Usate un nome descrittivo breve ma inequivocabile: “freccia”, “braccio destro”, “farfalla”, eccetera. 
Una volta nominati, organizzate i livelli in cartelle (o gruppi) – che andranno anch’esse nominate, ad esempio “nuvole” o “persone”; potrete così spostarli e visualizzarli tutti assieme con un solo click. Anche la possibilità di assegnare un colore alle cartelle o ai singoli livelli andrebbe sfruttata: ad esempio, colorare di giallo tutti i livelli contenti testo o di rosso tutti quelli con gli oggetti avanzati permette di identificarli nella palette livelli in un attimo. Bloccate i livelli di sfondo o altri elementi che devono restare nella stessa posizione: è facile, altrimenti, che vengano tagliati o spostati accidentalmente.
In ultimo, è sempre buona norma eliminare i livelli vuoti (per verificare se un livello è effettivamente vuoto premete Cmd + T). 

3) Nominate i file 
Stabilite per i vostri file una nomenclatura che funzioni non solo per voi, ma per chiunque altro: pensate sempre: “mia nonna lo capirebbe?”
Alzi la mano chi tra noi non ha mai denominato un file “nuovo”, “ok”, “final”, “def” eccetera eccetera. Lasciate perdere queste ottimistiche definizioni, e passate a qualcosa di più professionale come: Nome_tipo_formato_versione.
Cosa significa? Il nome del cliente è la prima cosa che dovreste scrivere per identificare la marca del file. Tipo illustra ciò per cui il file è destinato (banner, insegna, copertina, eccetera).
Formato indica le dimensioni, espresse in pixel se il file è destinato al web e in centimetri se destinato alla stampa. Infine Versione, che potete abbreviare in v2, v3, eccetera, potete applicarlo quando effettuate revisioni al file originale. E, nel caso ve lo chiediate, sì: è buona norma salvare i progressi in un nuovo file, in modo da non sovrascrivere le revisioni precedenti nel caso in cui occorre tornare sui propri passi (e succede, oh se succede).
Questo sistema di variabili nel nome del file si dimostra particolarmente utile nel tempo: in questo modo, anche ripescando lavori vecchi di mesi, sarà facile orizzontarsi.

4) Una sola maschera basta
Avete letto il punto 2? Avete raggruppato i livelli simili in cartelle? Se lo avete davvero fatto, vi sarete resi conto che non avete più bisogno di applicare dieci maschere diverse a dieci livelli: basta crearne una alla cartella, che avrà effetto su tutti i livelli contenuti in essa.
Prima di salvare il lavoro, agganciate tutte le maschere ai rispettivi livelli: magari le avevate sganciate per vostre esigenze particolari, ma chi riapre il vostro file potrebbe non avvedersene e spostare o ridimensionare erroneamente degli elementi (anche questo, capitato ben più di una volta).


5) Salvate sempre i vostri tracciati
Lo strumento penna per un designer è come la spada laser per un cavaliere Jedi. Più la usate, più potenti e abili diventerete. Quindi, una volta che avete fatto clic sull’ultimo e duecentesimo punto di ancoraggio del vostro tracciato di ritaglio, fate un paio di clic in più e salvatelo nella palette Tracciati. Non avete idea di quanto possa tornare utile un tracciato più avanti, lavorando quello stesso file.


6) Non distorcete il testo o le immagini
Mantenete sempre le proporzioni originali degli oggetti, tranne nei casi in cui volete intenzionalmente allungare alcuni elementi: anche in questo caso, la distorsione dev’essere minima (e lo stesso vale per le font: lavorate sul corpo, il kerning o l’interlinea, ma non distorcetele mai. Si vede lontano un chilometro ed è molto poco professionale).
Mai allungare pulsanti o forme vettoriali, specialmente quelli con angoli arrotondati.
Mai ricampionare eccessivamente verso l’alto file bitmap.
Mai mescolare nello stesso file elementi dalla definizione diversa.

7) Allineate gli elementi
Un tratto distintivo di un buon designer è la sua tendenza ad allineare le cose: agganciate i vostri elementi a una griglia (potete visualizzarla con Command + ,). Usate le guide. Tutto quello che è possibile allineare, allineatelo. Non fidatevi dei vostri occhi. Se serve, aumentate il fattore d’ingrandimento della vostra visualizzazione. 

8) Applicate gli effetti con misura
Resistete alla tentazione di applicare ogni tipo di effetto di livello (colore, ombra, smusso, bagliori eccetera) su ogni elemento del vostro disegno. Sono degli ausili al vostro design, e non il design. Applicare un rilievo e una texture metallica a una scritta non farà di voi un designer. 
Se state applicando lo stesso effetto su più di un livello, usate il comando copia / incolla stili di livello per garantire che gli effetti siano identici. Inoltre, tenete presente che di default è attiva l’opzione illuminazione globale, che aiuta a mantenere coerenza tra luci e ombre... ma considerate, se è il caso, di disattivarla se volete personalizzare un determinato effetto.


9) Rispettate l'ambiente di lavoro altrui.
Ognuno usa Photoshop in un modo diverso, e fa un uso diverso delle palette. Dopo un po’ che lavorate, saprete bene quelle che usate più spesso: sistematele come più vi sembrano comode, chiudete quelle che non usate mai o meno delle altre, e salvate la configurazione (Finestra > Area di Lavoro > Nuova area di lavoro). Potrete richiamarla in qualsiasi momento con un solo click.
Questo suggerimento è particolarmente utile se c'è più di utente che lavora con la stessa copia di Photoshop, e probabilmente fa un uso del programma diverso da voi. Quando voi avrete finito di lavorare, il vostro collega potrà semplicemente richiamare la sua area di lavoro: e se non ne avrà salvata una, tanto peggio per lui.


10) Ottimizzate i vostri file
Non è infrequente che file composti di molti livelli arrivino a pesare centinaia e centinaia di megabyte, rallentando il computer sia in fase di visualizzazione dell’anteprima, che di apertura e salvataggio. Per non parlare dello spazio che occupano su disco.
Il formato di salvataggio nativo di Photoshop non è il più efficiente in assoluto: il formato TIFF conserva la struttura del file a livelli e – a partire già da Photoshop CS3 – mantiene gli smart filters e gli smart objects (o oggetti vettoriali avanzati)... ma consente più opzioni, prima tra tutte l’algoritmo LZW, che consente una riduzione del peso direttamente proporzionale alle dimensioni del file, senza perdita di qualità (potete fidarvi, lo uso da vent'anni).
Osservate lo specchietto qui sopra e realizzate che potreste ridurre anche della metà il peso dei vostri file, a tutto vantaggio nella velocità di trasmissione e la facilità di archiviazione.

venerdì 2 settembre 2016

I sopravvissuti del volo 305 (copertina)

Trovate proprio in questi giorni in libreria il nuovo romanzo di A.G. Riddle, che forse vi è familiare per aver scritto la trilogia di Atlantis (Atlantis Genesi, Atlantis Secret e Atlantis Code).
I sopravvissuti del volo 305 (Departure in originale) è il suo nuovo thriller a sfondo fantascientifico, 20th Century Fox ne ha acquistato i diritti per una riduzione cinematografica e l'editore che lo pubblica nel nostro Paese mi ha chiesto di progettare una copertina per l'edizione italiana.
Come altre volte, per cominciare, dò un'occhiata all'edizione originale, che poi è quella che vedete qui sotto.
Il romanzo prende le mosse da un atterraggio di fortuna di un volo di linea nella campagna inglese, e un aeroplano che precipita è sempre un'immagine potente.
Ricorro a qualche immagine di stock e assemblo in Photoshop una prima immagine che non mi sembra tanto male, ed è la mia prima proposta all'editore:

La tavolozza colori e gli equilibri non dispiacciono, ma mi viene chiesto di enfatizzare l'aeroplano. Magari inclinandolo di più, magari facendolo apparire semplicemente più grande.

In questo come in innumerevoli altri casi, mantenere ogni elemento della vostra illustrazione su di un livello separato (meglio ancora se raggruppati in set di livelli, opportunamente nominati) è essenziale, se si vogliono apportare modifiche velocemente e senza perdere mai il controllo sulla composizione. Qui mi è bastato intervenire sul gruppo composto dall'aeroplano, le fiammate e la nuvola di detriti.
Tuttavia, il risultato non convince, e mi viene chiesto di cambiare completamente punto di vista: qualcosa ripreso dall'interno dell'aereo, magari una mano appoggiata a un oblò, da cui si intravede un fulmine saettare nel cielo. E, tanto per alzare la posta, mettiamo anche una bella crepa sul vetro.
Non male neanche questa, mi dicono. Ma, non sarebbe più inquietante – mi suggeriscono – mostrare questa scena dall'esterno? In modo che sia visibile una mano, magari insanguinata, premuta contro l'oblò? Darle un aspetto più platealmente horror?
Si può fare.
Lavoro un po' di Photoshop, stando attento, questa volta, a mantenere ben distinti i toni freddi della carlinga dell'aeroplano e quelli caldi dell'interno della cabina e presento questa nuova bozza:

Ci siamo quasi, mi dice l'editore. Ma se allargassimo la scena, zoomando all'indietro, a mostrare una grossa porzione d'aeroplano a riempire il resto dell'immagine?
Sì, in altre parole: una cosa come QUESTA?
Smonto tutto e riparto da zero. Trovo le immagini giuste, ritaglio, ridimensiono, rendo omogenea la scena e arrivo a questa:

Il mood è quello, non c'è dubbio. Ma l'immagine dovrebbe essere ancora più tetra, oscura, quasi una citazione del poster di The Eye. Solo un altra bozza, promesso.
E così arrivo a un bozzetto praticamente definitivo, questo:

Le modifiche apportate prima della pubblicazione sono minime. Cambia il colore dei caratteri usati per il titolo (un BigNoodle) e un dettaglio sulla fusoliera dell'aereo "impalla" un poco il logo della casa editrice, così lo sposto dove non dà fastidio.
Aggiungo i soliti altri elementi grafici (fotografia dell'autore, codice a barre, miniature di altre opere pubblicazioni), sinossi, biografia, prezzo, crediti in InDesign.
Ed è tutto.

venerdì 1 luglio 2016

Forever (copertina).

Questa copertina è stata realizzata un paio di mesi fa per una delle case editrici per cui lavoro.
Come altre volte, si trattava di copertinare una traduzione di un volume già popolare all'estero, in questo caso il primo di una serie di due, The book of Ivy   della scrittrice americana Amy Engel.
Anche questa volta, non era possibile usare le stesse immagini delle edizioni originali... che, per darvi un'idea, si presentano più o meno tutte così:

Una donna, in abito nuziale, che nasconde un coltello dietro la schiena, e quello che noi designer chiamiamo un "logo finestra": un'immagine, cioè, visibile attraverso una finestratura ritagliata dalle lettere che compongono una parola. È una soluzione che è stata intelligentemente adottata su entrambi i volumi della serie, per dare continuità e suggerire ai lettori che i due romanzi appartengono al medesimo universo narrativo:

Solo che la casa editrice che ha acquistato i diritti della saga di Ivy, ha deciso di assegnare un titolo diverso a The Book of Ivy, più facilmente pronunciabile nella nostra lingua, ma breve ed evocativo: Forever. E così, questo è stato il mio primo bozzetto:
Coerente, quindi, con le edizioni degli altri paesi (comprese quelle francesi e spagnole). Però, rispetto le altre, perdeva qualcosa del suo mordente originario. 
In particolare, trasmetteva poco o niente del fatto che, all'interno della storia, ci fosse anche molta azione (si tratta pur sempre di un titolo destinato a giovani lettrici, le stesse che seguono saghe cinematografiche come Hunger Games e Divergent), e così mi è stato detto di tentare quella strada, lavorando con qualche immagine di questo tipo:
Ne è venuto fuori questo composit, un'immagine che richiama la Katniss Everdeen di Hunger Games, uno scenario distopico, toni accesi.
Per il lettering ho scelto di usare un carattere "bastoni" che non fosse il solito Lato Condensed, e ho usato un BigNoodle:

L'editore ci pensa un po', poi chiede qualcosa di diverso. L'ambientazione è corretta, ma il personaggio della giovane arciere potrebbe non funzionare. Onestamente, non so neanche se c'è traccia di arcieri nel romanzo. E, no, nella sinossi non c'è scritto mica tutto.
Così rimetto mano alla copertina, trovo una fotografia che mi sembra buona e rimonto tutto:


E stavolta ci siamo, il mood è quello giusto, va bene che i personaggi siano di spalle, le proporzioni tra titolo e immagine sono corrette, e tutto quel rosso dopotutto non era una grande idea. Il solo problema è che la fotografia dei due modelli porterebbe tutto fuori budget (appartiene a un'agenzia mediamente più costosa), e devo arrangiarmi con qualcos'altro.
Così rimetto mano a Photoshop, cerco, scontorno, smonto, taglio, incollo e , alla fine, questo è il risultato: piace a tutti, approvato, in stampa.


Il lavoro è finito. Lavorare con gruppi ordinati di livelli separati in Photoshop permette di gestire agevolmente le proprie illustrazioni digitali, e realizzare un'immagine per la quarta di copertina è molto semplice. La fotografia dell'autrice, la biografia, la sinossi, titoli e codici vengono aggiunti e impaginati in InDesign. A parte, progetto una fascetta, che verrà stampata a parte e allestita al volume vero e proprio assieme la sua sovraccoperta morbida.
Sul contenuto delle fascette, magari, ne parliamo un'altra volta.

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