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venerdì 12 giugno 2020
Lost, dal principio.
Qualche tempo dopo la trasmissione dell’ultimo, controverso episodio dell’ultima, controversa stagione di Lost, ci fu chi ipotizzò un sequel, un reboot, uno spin-off o comunque uno show connesso a una delle serie televisive di maggior successo di sempre, ma gli autori hanno sempre escluso questa possibilità.
Il co-creatore e produttore esecutivo Damon Lindelof dichiarò che "i personaggi originali non solo sono morti, ma ne abbiamo mostrato anche la loro esperienza post-morte", e non sarebbero potuti tornare in alcuna forma. Ma aggiunse anche che “ogni eventuale nuova versione di Lost dovrà presentare nuovi personaggi. Io e Carlton Cuse [produttore esecutivo] ci siamo sempre detti favorevoli a cose di questo tipo: Lost era più grande di noi e di J.J. C'è qualcosa di veramente eccitante nel fatto che George Lucas abbia venduto l'universo di Star Wars e ora le persone che sono cresciute da fan di quei film stiano facendo nuovi film. Forse la stessa cosa potrebbe accadere con Lost, in futuro."
E allora, che ne direste di un prequel?
La storia dell’Isola risale praticamente all’alba dei tempi. Da raccontare ce ne sarebbe, dalle vicissitudini di Jacob e di suo fratello di duemila anni fa al training di Richard Alpert nel 1800, all’insediamento delle forze armate americane negli anni cinquanta e a quello della Dharma negli anni settanta – usando magari qualche “comparsata” di lusso di qualcuno del vecchio cast.
Il titolo? Facile.
Il posteranno promozionale? Già pronto.
E qua mi fermo, perché sono un designer, e non uno sceneggiatore.
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giovedì 17 ottobre 2019
Ex Machina
Dimensioni originali, 1413x2000 pixel. Neanche troppi livelli.
Aver limitato parecchio la gamma tonale rispetto ad altre mie robe, a mio avviso, ha giovato.
Aver limitato parecchio la gamma tonale rispetto ad altre mie robe, a mio avviso, ha giovato.
domenica 1 settembre 2019
Idee per il settimo James Bond.
Parecchi mesi fa, alcune dichiarazioni di Daniel Craig che si era detto stanco del suo ruolo da agente 007 avevano causato un piccolo terremoto tra i fan (che l'avevano ormai accettato come nuovo volto per James Bond), per non parlare di MGM e Sony che vedevano rifiutare i100 milioni di dollari messi sul piatto per il rinnovo del contratto con l'attore britannico scaduto con l'ultimo Spectre (2015).
Abbiamo poi visto che Craig ha cambiato idea, e cinicamente potremmo concludere che, dopotutto, era solo una questione di alzare abbastanza il prezzo... ma nel frattempo, gli studios, tamponata – a suon di milioni – l'impellenza di assicurarsi i servizi di Craig, stanno già esaminando ogni possibilità per passare la staffetta a un successore: avrete letto di certo delle candidature di Chris Hemsworth, Tom Hughes, Idris Elba, Henry Cavill, Tom Hardy, Richard Madden, Tom Hiddleston.
Eppure, un paio di nomi non sono ancora stati fatti: il primo è quello di Jason Isaac, inglese di Liverpool classe 1963 – forse non proprio un giovanotto, ma appena cinque anni più vecchio di Craig, che comunque non è che stia invecchiando poi così bene.
Isaac ha il portamento, la faccia spietata ma seducente, il fisico.
E, se vogliamo, una certa continuità con l'immagine portata all'affermazione da Daniel Craig.
Ditemi se ho torto.
Abbiamo poi visto che Craig ha cambiato idea, e cinicamente potremmo concludere che, dopotutto, era solo una questione di alzare abbastanza il prezzo... ma nel frattempo, gli studios, tamponata – a suon di milioni – l'impellenza di assicurarsi i servizi di Craig, stanno già esaminando ogni possibilità per passare la staffetta a un successore: avrete letto di certo delle candidature di Chris Hemsworth, Tom Hughes, Idris Elba, Henry Cavill, Tom Hardy, Richard Madden, Tom Hiddleston.
Eppure, un paio di nomi non sono ancora stati fatti: il primo è quello di Jason Isaac, inglese di Liverpool classe 1963 – forse non proprio un giovanotto, ma appena cinque anni più vecchio di Craig, che comunque non è che stia invecchiando poi così bene.
Isaac ha il portamento, la faccia spietata ma seducente, il fisico.
E, se vogliamo, una certa continuità con l'immagine portata all'affermazione da Daniel Craig.
Ditemi se ho torto.
Il secondo nome, beh, è una mia boutade, poco più che una provocazione – dal momento che la tradizione impone che a interpretare James Bond debba necessariamente essere un attore britannico, ma a me l'ironia di Moore mi è sempre mancata, così come la sua scarsa propensione a prendersi sul serio, mutuata forse dagli anni passati sui set del Santo o di Attenti a Quei Due.
Che dite, Clooney – nazionalità americana a parte – non ce l'avreste visto bene come settimo 007?
mercoledì 28 agosto 2019
Idee per un remake di Forbidden Planet.
Io l'avversione di molti per i remake non la capisco.
Da sempre l'industria del cinema coi remake ci ha campato alla stragrande, fin dagli anni cinquanta quando hanno cominciato a riprendere pellicole degli anni trenta – e così è stato anche in tutti i decenni successivi (vado a memoria: il Nosferatu di Werner Herzog, Per un pugno di dollari di Sergio Leone, i 10 comandamenti, Angeli con la pistola – Frank Capra l'ha rifatto due volte, facendo il paio con Hitchcock con L’Uomo Che Sapeva Troppo – Scarface, Distretto 13, The Ring, L’esercito delle 12 scimmie, La Cosa... e una serie infinita di grossi titoli che potete ricavarvi da soli con un minimo di ricerca).
Certo, spesso i remake non vengono fuori troppo bene (la palma del peggiore la assegno senza esitare a quella porcheria inguardabile di Rollerball, ma anche i più recenti Nightmare o Pet Sematary non scherzano) ma, pensateci: un brutto remake non inficia in alcun modo l'originale. Anzi, semmai lo esalta, lo ripropone alle nuove generazioni, ne perpetua la memoria.
Detto questo, credo sia arrivata l'ora, dopo sessant'anni (e passa) di un bel remake de Il Pianeta Proibito. E ho un solo nome in testa per scriverlo e dirigerlo: David Fincher.
Ho buttato giù una locandina teaser, tanto per crederci di più... e già che c'ero, una bozza di cast.
E di mezzi. E di concept scenografici. Insomma, lo sapete: quando mi fisso una roba, mi faccio dei veri e propri film (ops).


sabato 24 agosto 2019
Aspettando Alien Awakening.
La saga prequel di Alien sarà ricordata (anche) per la sua travagliata storia produttiva.
Una volta di più, è una mera questione di quattrini che sta facendo spostare sempre più in là la data di uscita del terzo e ultimo tassello che dovrebbe fare idealmente da ponte al primo Alien, del 1979.
In rete potete trovare tutti i perché e i percome legati al banale ma determinante rapporto spese/ricavi, ma un intervento recente di Alan Horn (presidente della Walt Disney Studios – che ha di recente acquisito i diritti di Alien) al CinemaCon di Las Vegas dovrebbe avere dissipato i dubbi: Alien Awakening si farà.
Con buona pace di tutti quelli che si sentono più bravi di Ridley Scott (e sono tanti) e che lo hanno fortemente criticato per Prometheus, per non dire di tutti quelli che si sentono in qualche modo detentori della (sua – o almeno a metà col compianto O' Bannon) proprietà intellettuale di Alien, probbailmente ancora più numerosi dei primi e che lo hanno messo in croce per Covenant (che, se lo chiedete a me, è un cazzo di filmone che se non vi è piaciuto è solo e soltanto un problema vostro).
E a me, visto che non posso ibernarmi fino all'uscita nelle sale del film, non resta che dilettarmi con un teaser poster del film.
martedì 23 luglio 2019
Nessun albero è stato abbattuto per questo ritratto (3).
È David Bowman il vero odisseo di Kubrick, il navigatore che – per mari perigliosi – resterà il solo superstite della missione Discovery.
Guarda coi suoi (assieme glaciali ma umanissimi) occhi azzurri dentro l'unico occhio (come quello del Ciclope dell'Odissea) rosso di HAL cercando verità, senza sospettare il tradimento (possiamo progettare un dispositivo sicuro contro gli incendi e la stupidità, ma non possiamo progettarne uno che sia sicuro contro la malizia deliberata), fissandolo dritto nella sua anima artificiale... e senza poter immaginare che di lì a poco – è incredibile quanto ci metteranno gli eventi a precipitare – sarà costretto a procedere alla sua lobotomia, escludendo l'unica forma di coscienza rimasta a bordo della nave.
Bisogna restare soli per tuffarsi nell'abisso, sembra suggerirci Kubrick, e sordi al canto delle sirene: Bowman non può commuoversi alla canzoncina che HAL intona nei suoi ultimi secondi di consapevolezza, deve partire per un altro universo, libero dalle grettezze dell'io e dove la sua stessa pelle dovrà cambiare, consumata a ipervelocità in uno dei montaggi più magistrali della storia del cinema.
Per realizzare il ritratto di David Bowman ho usato le stesse tecniche che vi mostrai QUI, QUI e QUI.
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venerdì 28 giugno 2019
Inizio io.
Gaudì è l’ultimo degli antichi e il primo dei moderni.
Artefice ed eroe di un intero mondo composto – in percentuali sempre variabili – da intuito, ragione e ispirazione religiosa.
Un vero peccato che nessuno abbia ancora dedicato un film alla sua vita o – meglio ancora – una miniserie televisiva. Io, giusto per fare il mio, ho buttato giù questa locandina.
Ora manca solo qualcuno che scriva la serie, la giri, la produca e la metta su Netflix.
Artefice ed eroe di un intero mondo composto – in percentuali sempre variabili – da intuito, ragione e ispirazione religiosa.
Un vero peccato che nessuno abbia ancora dedicato un film alla sua vita o – meglio ancora – una miniserie televisiva. Io, giusto per fare il mio, ho buttato giù questa locandina.
Ora manca solo qualcuno che scriva la serie, la giri, la produca e la metta su Netflix.
domenica 15 ottobre 2017
La mia Suburra.
Arrivare secondi, certe volte, è come non arrivare per niente.
Ormai, questo l'ho capito.
Ora che la serie è uscita, posso almeno togliermi lo sfizio di mostrare i miei layout preparati per Suburra-La serie per Netflix.
Che, sì, sono arrivati secondi e quindi nessuno li vedrà mai.
Tranne voi.
Ormai, questo l'ho capito.
Ora che la serie è uscita, posso almeno togliermi lo sfizio di mostrare i miei layout preparati per Suburra-La serie per Netflix.
Che, sì, sono arrivati secondi e quindi nessuno li vedrà mai.
Tranne voi.
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martedì 29 agosto 2017
Nessun albero è stato abbattuto per questo ritratto (2).
Come vi avevo annunciato qualche giorno fa, proseguo la sperimentazione "fotografie che diventano ritratti con Photoshop e che quando uno glielo dice allora fanno aaaahhh beeehhh ma l'hai fatto con Photoshop".Sì, devo trovargli un nome più breve.
QUI trovate la foto originale.
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mercoledì 9 agosto 2017
Nessun albero è stato abbattuto per questo ritratto.
A una prima impressione, quello che vedete qui sopra può sembrare una buona riproduzione su carta della fotografia di George Mayer che vedete in fondo al post.
E in parte, è davvero così, perché alcune delle sue parti sono state effettivamente realizzate a mano, con una vera matita di vera grafite su vera carta, per quanto non riesco (ancora) a capire bene in che modo e secondo quale logica questo dovrebbe qualificare il ritratto qua sopra rispetto uno eseguito quasi interamente con Photoshop (come, in effetti, è).
Credo che esistano ancora parecchi pregiudizi secondo i quali, se una roba è fatta con l'ausilio di un computer e di un software, allora non vale nulla o – comunque – vale meno che se (la stessa persona, badate bene) l'avesse realizzata attraverso media tradizionali, come carta, matite, pennelli, eccetera.
Anche perché le mie ore di sbattimento sul Mac ce le ho investite, sappiatelo.
Domenica scorsa ho pubblicato la prima, e nei prossimi giorni ve ne farò vedere altre.
Se avete un'opinione in merito, mi farebbe piacere sentirla.
E in parte, è davvero così, perché alcune delle sue parti sono state effettivamente realizzate a mano, con una vera matita di vera grafite su vera carta, per quanto non riesco (ancora) a capire bene in che modo e secondo quale logica questo dovrebbe qualificare il ritratto qua sopra rispetto uno eseguito quasi interamente con Photoshop (come, in effetti, è).
Credo che esistano ancora parecchi pregiudizi secondo i quali, se una roba è fatta con l'ausilio di un computer e di un software, allora non vale nulla o – comunque – vale meno che se (la stessa persona, badate bene) l'avesse realizzata attraverso media tradizionali, come carta, matite, pennelli, eccetera.
Anche perché le mie ore di sbattimento sul Mac ce le ho investite, sappiatelo.
Domenica scorsa ho pubblicato la prima, e nei prossimi giorni ve ne farò vedere altre.
Se avete un'opinione in merito, mi farebbe piacere sentirla.

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domenica 6 agosto 2017
Quando vai così lontano che hai fatto tutto il giro.
Io con la matita in mano ci sono nato.
O, a voler essere precisi, con la penna biro. Blu.
Perché era quella che usavo per disegnare, di tutto, ovunque e in qualsiasi momento, almeno finché i miei insegnanti, intuito che forse possedevo un talento degno di essere affinato, non mi hanno iniziato al mondo delle belle arti, delle carte speciali, delle matite graduate, dei rapidograph, degli acquerelli e dei Caran d'Ache.
E, c'è poco da fare: se ti mettono in mano gli strumenti giusti, riesci a tirare fuori roba migliore. E con meno sforzo.
Per anni, anzi, per decenni, la matita faceva quello che volevo io.
Un'estensione della mia testa ancor prima che dei miei occhi. Uno degli strumenti espressivi più potenti che avessi. Se potevo pensarlo, se potevo immaginarlo, potevo disegnarlo.
Facile.
Poi arrivò il Mac, e cambiò tutto.
Non di colpo, certo. Photoshop doveva ancora essere inventato, ma quando uscì qualcuno capì – forse con un brivido – che non si sarebbe più tornati indietro.
Amai Photoshop immediatamente.
Era come mettere il turbo alla mia matita, era come dotarla di un mucchio di accessori rutilanti e scintillanti, era come riempire il serbatoio della mia testa di benzina ad alto numero di ottani.
Avviare Photoshop era come ingranare la prima su una Lamborghini e tenere il piede schiacciato sulla frizione pronti a schizzare avanti a velocità di fuga. Verso il futuro.
Nel corso degli anni novanta, cambiai più Mac e versioni di Photoshop che blocchi da disegno.
Nessuno era più interessato all'illustrazione tradizionale.
Sui miei hard disk si accumulavano gigabyte di livelli di robe digitali, e in qualche cassetto le mie matite – le Staedtler blu e nere, le koh-i-noor gialle e marroni – non avevano più bisogno che le facessi la punta.
Però, a volte si corre così veloce e così a lungo che si fa tutto il giro.
E ci si ritrova a fare finta di usare di nuovo quelle matite chiuse nel cassetto, su fogli di carta che non scadono e che non hanno bisogno di corrente elettrica o di aggiornamenti.
Da un po' sto lavorando a una mia vecchia fissa, lavorare delle fotografie fino a farle sembrare dei disegni.
Qualcosa che – ve lo posso assicurare – è parecchio meno facile di quanto possiate pensare.
Per oggi, però, posso dirmi soddisfatto.

O, a voler essere precisi, con la penna biro. Blu.
Perché era quella che usavo per disegnare, di tutto, ovunque e in qualsiasi momento, almeno finché i miei insegnanti, intuito che forse possedevo un talento degno di essere affinato, non mi hanno iniziato al mondo delle belle arti, delle carte speciali, delle matite graduate, dei rapidograph, degli acquerelli e dei Caran d'Ache.
E, c'è poco da fare: se ti mettono in mano gli strumenti giusti, riesci a tirare fuori roba migliore. E con meno sforzo.
Per anni, anzi, per decenni, la matita faceva quello che volevo io.
Un'estensione della mia testa ancor prima che dei miei occhi. Uno degli strumenti espressivi più potenti che avessi. Se potevo pensarlo, se potevo immaginarlo, potevo disegnarlo.
Facile.
Poi arrivò il Mac, e cambiò tutto.
Non di colpo, certo. Photoshop doveva ancora essere inventato, ma quando uscì qualcuno capì – forse con un brivido – che non si sarebbe più tornati indietro.
Amai Photoshop immediatamente.
Era come mettere il turbo alla mia matita, era come dotarla di un mucchio di accessori rutilanti e scintillanti, era come riempire il serbatoio della mia testa di benzina ad alto numero di ottani.
Avviare Photoshop era come ingranare la prima su una Lamborghini e tenere il piede schiacciato sulla frizione pronti a schizzare avanti a velocità di fuga. Verso il futuro.
Nel corso degli anni novanta, cambiai più Mac e versioni di Photoshop che blocchi da disegno.
Nessuno era più interessato all'illustrazione tradizionale.
Sui miei hard disk si accumulavano gigabyte di livelli di robe digitali, e in qualche cassetto le mie matite – le Staedtler blu e nere, le koh-i-noor gialle e marroni – non avevano più bisogno che le facessi la punta.
Però, a volte si corre così veloce e così a lungo che si fa tutto il giro.
E ci si ritrova a fare finta di usare di nuovo quelle matite chiuse nel cassetto, su fogli di carta che non scadono e che non hanno bisogno di corrente elettrica o di aggiornamenti.
Da un po' sto lavorando a una mia vecchia fissa, lavorare delle fotografie fino a farle sembrare dei disegni.
Qualcosa che – ve lo posso assicurare – è parecchio meno facile di quanto possiate pensare.
Per oggi, però, posso dirmi soddisfatto.

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mercoledì 12 aprile 2017
Razza Ventura
Mi capita spesso di illustrare copertine di libri, sia titoli commerciali che potete trovare sugli scaffali delle librerie, che di scrittori autoprodotte che hanno scelto la distribuzione su Kindle e iPad attraverso Amazon.
Molto meno spesso mi succede di finire io stesso in copertina, e non per via del mio già ipertrofico ego, ma per diretta richiesta dell’autore.
Ecco, Razza Ventura, il nuovo ebook di Alessandro Girola, oltre ad essere uno di quei racconti che vale davvero la pena di leggere con la stessa attenzione che si potrebbe dedicare a un buon saggio sulle SS Ahnenerbe, possiede questa insolita caratteristica.
Potete comparlo QUI.
Girola è intelligente, sarcastico, crudele, cinico, preciso, dettagliato e suggestivo.
Vale i vostri soldi e il vostro tempo.
p.s. Se poi vi piacerà da morire, come spero, QUI potete acquistare il primo volume.
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Alex Girola,
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Libri
lunedì 27 marzo 2017
Forever - solamente io e te (copertina)
Per il secondo volume del ciclo di Ivy (QUI potete leggere della genesi del primo), abbiamo vagliato con l'editore almeno un paio di idee diverse, finendo poi col decidere di andare sul sicuro e progettare una copertina fortemente imparentata con quella di Forever.
Diciamo che la sfida più grande è stata realizzare una copertina uguale in tutto e per tutto al primo volume (ambientazione distopica, stessi protagonisti e di nuovo visti di spalle) ma abbastanza diversa da non confondere il lettore da fargli pensare che si trattasse dello stesso romanzo.
Il risultato mi convince persino più di Forever, ma, se Amy Engel dovesse mettere in cantiere un terzo capitolo... ammetto che tirarne fuori una terza copertina non sarebbe la cosa più banale del mondo.
Il risultato mi convince persino più di Forever, ma, se Amy Engel dovesse mettere in cantiere un terzo capitolo... ammetto che tirarne fuori una terza copertina non sarebbe la cosa più banale del mondo.
domenica 26 marzo 2017
Luca Morandi design, la nuova corporate image.
Ogni tot anni (non fatelo troppo spesso, o passerete per schizofrenici), la vostra immagine aziendale va svecchiata/rinnovata/aggiornata.
Da poco, ho rimesso mano al design della mia corporate image, e vi posto qui i risultati.
Adesso è tutto riproducibile a un solo colore, o un colore più il nero, è tutto vettoriale e quindi con peso zero, e ha un aspetto austero quanto basta per resistere alle mode per un po'.
Ne riparliamo tra un quattro o cinque anni.
Da poco, ho rimesso mano al design della mia corporate image, e vi posto qui i risultati.
Adesso è tutto riproducibile a un solo colore, o un colore più il nero, è tutto vettoriale e quindi con peso zero, e ha un aspetto austero quanto basta per resistere alle mode per un po'.
Ne riparliamo tra un quattro o cinque anni.
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Professione: designer
giovedì 23 marzo 2017
Una ragazza bugiarda (copertina)
Giusto qualche giorno fa vi parlavo di come edizioni diverse dello stesso libro ricevono spesso copertine diverse a seconda del mercato a cui sono destinati, o, anche, se si guadagnano una ristampa in una nuova collana o in un nuovo formato.
A volte, quando si tratta di dare alle stampe un'opera tradotta, la casa editrice non possiede i diritti di riproduzione della copertina originale, e così ne commissiona all'artista di turno una completamente nuova, spesso molto simile... ma diversa.
Me lo avete visto fare QUI.
Quello di cui vi parlo oggi è un caso leggermente diverso: la commissione di una copertina quanto più possibile simile a un dato modello, ma... destinata ad un'altra opera.
Questo che vedete in alto è The Gift, un thriller psicologico della scrittrice inglese Louise Jensen.
È il modello a cui mi è stato chiesto di fare riferimento per realizzare un'illustrazione digitale partendo da zero, e quelli che vedete qui sotto sono alcuni degli step intermedi della mia lavorazione in Photoshop:
È il modello a cui mi è stato chiesto di fare riferimento per realizzare un'illustrazione digitale partendo da zero, e quelli che vedete qui sotto sono alcuni degli step intermedi della mia lavorazione in Photoshop:
Alla fine, con qualche minima modifica, la mia copertina viene approvata e utilizzata per una nuova opera editoriale, ed esce (giusto in questi giorni) nei negozi nella versione che vedete in apertura.
E, se state pensando che si tratti di un'operazione scorretta, sappiate che, in editoria, accade molto più spesso di quanto possiate immaginare: complice la crisi del settore, gli editori si ritrovano ad adottare soluzioni rapide ed economiche per contenere i costi. Metteteci che non esiste un archivio universale delle copertine, e che l’artista – o l'agenzia – che detengono i diritti di utilizzo di un’immagine possono vendere la stessa a diversi editori, ed ecco che i doppioni si moltiplicano sugli scaffali, anche se difficilmente andranno a coesistere nello stesso momento, considerato il periodo di turnover sempre più breve (ormai ampiamente inferiore ai sei mesi).E, sì, sono d'accordo con voi: non è un mondo perfetto.
Welcome to the real world.
domenica 12 febbraio 2017
La copertina di Wired che non abbiamo mai avuto.
Una base permanente sulla Luna? Nulla.
E sedici anni extra non sono bastati per colmare il gap tra fantasia e realtà.
Pazienza.
Mi consolo progettando la copertina per Wired di un universo parallelo, in cui tutto è andato esattamente come in 2001, e anch'io ho un motivo nuovo per guardare in alto.
Una stazione orbitante con equipaggio umano? Neanche.
Intelligenze artificiali? Acqua, acqua.
Ibernazione umana? Manco a parlarne.
Missione spaziale a lunga durata verso i pianeti esterni? Neanche l'ombra.
A quanto pare, Arthur Clarke e Stanley Kubrick, nel 1968, credevano che una trentina d'anni sarebbero bastati per cambiare il mondo così come ce lo mostrarono in 2001: Odissea nello spazio, e invece tutto quello che abbiamo sono l'iPhone, Internet e una montagna di droni con qualche decina di minuti di autonomia.E sedici anni extra non sono bastati per colmare il gap tra fantasia e realtà.
Pazienza.
Mi consolo progettando la copertina per Wired di un universo parallelo, in cui tutto è andato esattamente come in 2001, e anch'io ho un motivo nuovo per guardare in alto.
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