sabato 28 dicembre 2013

[Recensione]Spaghetti Story


Spaghetti Story è un film indipendente italiano a basso budget (sì, più basso di quanto vi stiate immaginando in questo momento): niente major, Rai Cinema,  Medusa, Fandango e neanche i contributi ministeriali spesso erogati a sproposito per produzioni in stile fiction pensate già in origine per il passaggio televisivo.
Di solito, i film indipendenti soffrono di tutta una serie di limiti che ne pregiudicano la scrittura e il girato: ambizioni narrative limitate, pochi esterni, esiguo numero di attori e tutta una serie di espedienti più o meno efficaci per mascherarne le varie mancanze… invece la prima, bella sorpresa, è che Spaghetti Story riesce a sembrare – e in definitiva, ad essere – una piccola opera autoriale girata con tutti i mezzi necessari a raccontare una storia: ha una discreta qualità video (è stato girato con una Canon 5D Mark II e una lente da 50 mm), ha un cast azzeccatissimo, parecchie riprese in esterni (quasi completamente Roma e dintorni, anche se la precisa scelta di mantenere ridotta la profondità di campo impedisce di distinguere le location), ha dialoghi da antologia, ritmo, parecchie scene spassose e ti resta la voglia di vedere ancora i personaggi recitare.
Insomma, un altro pianeta rispetto i cinepanettoni di Parenti o Vanzina dai budget multimilionari e strapieni di attori noti che per pagarsi le tasse sulla seconda o terza o quarta casa si prestano a copioni scritti letteralmente col culo), ma anche parecchio distante dai Virzì o dai Verdone di turno che, chi prima chi dopo, si sono asserviti alle logiche di un certo mercato.

Ovvio che alcune imperfezioni ci sono e che, qualche volta, emergono i confini di una produzione limata fino all'osso… ma ricordo che in sala ci vengono propinati continuamente prodotti infinitamente peggiori, vergognosamente costosi e carichi di supponenza, e questo Spaghetti Story, se riuscirete a trovare una sala in cui è distribuito, vi divertirà e vi intratterrà il giusto e contemporaneamente incoraggerà un certo tipo di cinema che vuole e può coesistere con le realtà più altisonanti.
Insomma... dategli una chance.

giovedì 26 dicembre 2013

Penso, dunque esisto.


Gli astrofisici definiscono "singolarità" il punto in cui le leggi della fisica perdono ogni valore, come i fenomeni che si verificano al centro di un buco nero (nessun essere umano ne ha mai incontrato uno, ok, ma diciamo che la loro esistenza è matematicamente dimostrata, e questo dovrà bastarci, immagino).

Partendo da questa definizione, il matematico Vernor Vinge ha elaborato la teoria della "singolarità tecnologica", che rappresenta – semplificando – il momento in cui l'accelerazione del progresso scientifico porta a scoperte le cui implicazioni sconvolgono il nostro orizzonte teorico ed etico.
Vinge è un pelo ottimista e parte dall'assunto che entro venti o trent'anni raggiungeremo la tecnologia per creare macchine intelligenti, collocando in tal modo la singolarità esattamente in quel momento.
Attorno il concetto di singolarità possono ricondurre gli scritti di una cerchia di scienziati e filosofi della scienza, fra cui Raymond Kurtzweil, autore del saggio Singularity Is Near.

Cosa ci viene a raccontare Kurtzweil? Afferma che fra il 2020 e il 2070 sarà prodotto il primo computer intelligente come un uomo, ma già da diversi anni avremo elaboratori che tradurranno in tempo reale le nostre conversazioni telefoniche (proprio come il traduttore simultaneo di Star Trek). Nel caso stiate pensando che Kurtzweil sia l'ennesimo venditore di tecnobubbole come tanti ce ne sono che si danno arie e pubblicano saggi dall'aria seriosa, sappiate che è l'ingegnere che ha inventato l'OCR (Optical Character Recognition, cioè il sistema con il quale i computer riescono a "leggere" testi stampati) e altre "bazzecole" come il riconoscimento e la sintesi vocale (tecnologie, come Siri, che consentono al vostro smartphone di recepire comandi vocali), ed è d'accordo con Vinge nel prevedere la singolarità tra una ventina d'anni da ora.
Forse meno.

Perché vi parlo della singolarità? Perché mi piace portarvi per mano verso uno dei miei temi preferiti di sempre, l'intelligenza artificiale e le sue implicazioni sociologiche, etiche e filosofiche.
Un discorso affascinante quanto lunghissimo, in realtà, che meriterebbe ben altri spazi e altri luoghi che questo blog morente. 

Se vi va di approfondire un pelo di più l'argomento senza addentrarvi in testi ostici, potreste iniziare da questo Enigma: la strana vita di Alan Turing, italianissima biografia a fumetti pubblicata da Rizzoli Lizard giusto un anno fa, dove viene raccontata la vita del padre dell'Intelligenza Artificiale con i toni del racconto noir… enfatizzando punti della sua tormentata esistenza con degli elementi surreali o deformati in chiave fiabesca ma riuscendo a infilare una gran quantità di informazioni sul suo lavoro (non solo del teorema sulla computabilità e della macchina di Turing ma anche dei suoi ultimi studi sulla morfogenesi) senza mai annoiare ma, al contrario, fornendo a chi le legge la spinta per approfondire il tema dell'Intelligenza Artificiale (diffidate sempre di chi non lo scrive con le iniziali maiuscole).

I disegni di Tuono Pettinato possono non piacere (non sono certo il mio genere), ma va detto che ricreano bene l’attrito fra l'animo candido di Turing e la crudeltà e l'intolleranza nei confronti del diverso (Turing fu criminalizzato e arrestato per omosessualità, successivamente condannato alla castrazione chimica e morto suicida nel 1954).
Se vi perderete questo fumetto (io vi ho avvisati), c'è sempre The Imitation Game, il film di Morten Tyldum in uscita il prossimo anno dove Benedict Cumberbatch impersonerà Alan Turing. Prevedo  parecchie brutali semplificazioni (la sua figura è talmente complessa e sfaccettata da stare stretta in un biopic hollywoodiano), ma hai visto mai... diamogli una chance.

mercoledì 11 dicembre 2013

Cinquanta cose prima di andare.


Non so se ci avete fatto caso, ma qualche giorno fa è comparso, giusto qui nella colonnina di destra, un piccolo countdown che significa esattamente quello che c'è scritto: dal prossimo primo gennaio, sospendo a tempo indefinito gli aggiornamenti del blog.
In altre parole, lo chiudo.
I perché sono pochi, ma buoni. Se volete, ve li snocciolo, in ordine rigorosamente sparso:

- ho meno voglia di quando ho iniziato.

- quando inizio a scrivere un post, penso sempre più spesso: ma a qualcuno fregherà qualcosa di quello che sto per dire?

- credo di aver già detto tutto quello che mi sembrava importante. E anche parecchia altra roba meno importante, per non contare i post risibili che, a ragion veduta, erano importanti solo per me.

- sto dirottando altrove la mia attività lavorativa, e questo mi porta via una quantità di tempo incredibile. Tempo che naturalmente, sto sottraendo al blog. E non mi va di tenere in piedi un blog sciatto o con un post la settimana quando va bene.

Quindi, da qui al 31 dicembre, cercherò di mantenerlo aggiornato e curato a modino come spero di avere sempre fatto, dopodiché si chiude (e ne restano comunque altre centinaia di migliaia in giro, alcuni dei quali veramente ottimi e meritevoli di essere seguiti). Per quasi tutti sarà un evento inavvertibile, e ci mancherebbe pure che non fosse così.

Questo non vuol dire che non sia grato a voialtri che, chi silenziosamente, chi meno, mi abbia seguito finora: come ho già detto in tante altre occasioni, siete voi e siete sempre stati voi a dare un senso a tutto questo.
Quindi, grazie. Grazie davvero a tutti, nessuno escluso.

Poi, oh, a riaprire si fa sempre in tempo. Se ritrovo voglia, ispirazione, tempo, cose da dire che valgano la pena di essere dette.
Prima di lasciarci col consueto post del meglio di ogni anno (ma per quello dovrete aspettare il 30 o il 31), ho raccolto qui cinquanta cose che voglio ancora dirvi, che magari sarebbero potuti diventare altrettanti post o magari no, ma vedete, al massimo ci andavo avanti fino a febbraio.


1) Anche se l'ho già detto: sto cambiando lavoro.

2) Sì, resto più o meno nel mio campo. Che è quello di vendere fumo. Con un pelo di stile, si spera.

3) Sono preoccupato.

4) Ma sono pure ottimista, anche se in un modo strano che capisco solo io.

5) Non so se aggiornerò mai Photoshop.

6) Apple. Continuerò a guardare con attenzione la roba che fa uscire, ma non ho intenzione di comprare più niente col logo della mela se non tornerà ad innovare veramente.

7) Situazione politica italiana. Quest'anno, credo di aver capito delle cose. Tutte brutte.

8) Gli idioti, gli ipocriti e i rancorosi esisteranno sempre. Fino all'ultimo giorno dell'umanità. E finché non ci saranno leggi contro l'idiozia, l'ipocrisia e il rancore, dovremo tenerceli. Facciamocene una ragione.

9) Ho capito che sono negato per la cucina. Pazienza.

10) Continuerò a scrivere recensioni per fantascienza.com, almeno finché mi chiederanno di farlo.

11) Continua ad esistere anche il mio tumblr. Il sito, invece, è scaduto il dominio e non l'ho rinnovato. Ma io, non so perché, ho sempre creduto pochissimo nei siti web per promozione personale.

12) Mi piacerebbe, comunque, riaprire un sito web professionale. Chi vuole darmi una mano o anche solo qualche dritta si faccia vivo.

13) Ho iniziato a seguire Akta Manniskor (o Real Humans), è una serie svedese sugli androidi che si svolge ai giorni nostri. Sto solo all'episodio tre, ma me ne sono già innamorato.

14) Ho rivisto Johnny Mnemonic ed è invecchiato malissimo. Ma male male male.

15) Nell'agenda "cose da vedere nel 2014" ci va infilata assolutamente la seconda stagione di Utopia e la terza di Black MIrror. E magari la seconda de Les Revenants.

16) Sto considerando attentamente il car sharing.

17) Luigi, Enrico, Laura. Siete bravi e non ve la tirate. Cosa rara. Restate così.

18) Alex, Germano, Angelo, Davide. Ammiro quello che fate. Davvero. Non smettete.

19) Matteo, invece a te ti voglio bene. Sei migliore della maggior parte della gente che conosco.

20) Ho sempre più voglia di scrivere qualcosa che ancora non so cos'è. Ma so come.

21) Il 2013 non è stato poi così male. È che arrivati a dicembre, tutti gli anni sembrano brutti. Ma non è vero.

22) Le vie per l'inferno sono lastricate di buone intenzioni, dicono. Forse non sempre, ma qualche volta sicuramente.

23) Più osservo i miei gatti, più li invidio.

24) Facebook è un acquario. Non riesco ancora a scorgerne l'evoluzione. Forse non ne ha nessuna possibile, a parte il numero degli iscritti.

25) Se non i Google Glass, i suoi successori porteranno a un cambio di paradigma. Ci scommetto quello che volete.

26) Ho capito che il mondo si divide in chi è genitore (o lo è stato) e chi non lo è (o non lo è ancora). Tutte le altre divisioni sono poca cosa.

27) No, non sto per diventare padre.

28) Il 2014 potrebbe essere l'anno che torno a dare un pugno a qualcuno. In faccia. Forte.

29) Non capisco proprio quelli che preferiscono l'inverno all'estate. Sul serio, avete dei problemi.

30) Prima o poi, subìamo tutti uno scambio di ruoli. È solo questione di tempo.

31) C'è un sacco di gente che ragiona in modo diverso da me. Basta che mi stia alla larga e tutto continuerà ad andare bene.

32) Non so se mi urta più la domanda Cosa fai a capodanno o Cosa hai fatto a capodanno. Sto preparando delle risposte ad hoc. 

33) Non mi fido dei backup sui dvd, sugli hard disk e manco di quelli sul cloud. Continuo a pensare, in maniera retrograda se vi va, che bisogna stampare più roba possibile se la si vuole tramandare nel tempo.

34) La gente, là fuori, è cafona e quel che peggio è incoraggiata ad esserlo. In modi che ad elencarli adesso brucerei tutte le cinquanta cose da dire.

35) Il mio scooter dovrebbe avere la dannata retromarcia. Perché una cosa che pesa duecentoquaranta chili non deve avere la retromarcia?

36) Uno dei miei miti di gioventù era Victor Bergman.

37) La raccolta differenziata non salverà il mondo e nemmeno le lampadine a basso consumo. Non farò mai la raccolta differenziata. Ve lo scordate proprio.

38) C'è una richiesta di approvazione su Facebook che fa spavento.

39) Nel 2014 dovrei fare la parte del cattivo in una produzione parecchio promettente. E, a blog chiuso, non so come farò a farvelo sapere e a bullarmici.

40) Sempre nel 2014, sperimenterò la barba, dopo quasi vent'anni di viso glabro. Ho anche un modello, ma non ve lo dirò mai.

41) Non aprirò un account Twitter. Continuo a chiedermi perché qualcuno dovrebbe trovare interessanti i miei pensieri a botte di 160 caratteri.

42) Perché io non mi diverto a fare cose che sembra divertano molto le persone normali? Perché?

43) Ho concluso che sono più i libri che voglio rileggere che quelli che voglio leggere. È una cosa sbagliata?

44) Apro Facebook. Crostata alla Nutella in forno gnam gnam. Chiudo Facebook.

45) Se mi offrissero abbastanza soldi, farei la maggior parte delle cose che critico negli altri, non tutte ma alcune sì, e questo pensiero mi deprime.

46) È da quando sono piccolo che mi dicono che c'è crisi e che quest'anno, a Natale, solo regali utili. Ma andatevene affanculo.

47) A volte ho difficoltà a mandare subito affanculo la gente. Tentenno quel brevissimo lasso di tempo affinchè mi rompano il cazzo di nuovo.

48) Sappiate che Arianna è una santa dotata di una pazienza sovraumana.

49) Voglio bene a meno persone di una volta, ma il bene complessivo dovrebbe essere rimasto lo stesso (non vedo perché dovrebbe calare). A conti fatti, i superstiti ci hanno guadagnato.

50) Magari lo riapro, il blog, un giorno. Anzi, no.

mercoledì 13 novembre 2013

Il prossimo Mac OS. O anche no.


Magari siete tra quelli che hanno aggiornato il proprio iCoso a iOS7.
Magari no.
Magari ne siete entusiasti, magari vi lascia perplessi, magari vi fa cagare.
Io oscillo ancora tra gli ultimi e i penultimi, ma ammetto che, non volendomi prendere il disturbo di rallentare un device perfettamente performante come l'iPad 2 aggiornandolo all'ultima release, non posso parlarne con piena cognizione di causa.
Per ora, resto a guardare e a sentire cosa ne dice chi lo sta testando (da un bel pezzo, è l'utente ad essere diventato il vero beta tester, devo nominare Siri?, no, vero?)... e a osservare concept come quelli del designer Edgar Rios, che ha immaginato come potrebbe essere la prossima versione di Mac OS, se i criteri estetici introdotti con iOS7 (adozione dell'Helvetica Light, eliminazione di texture, riflessi e di qualsiasi accenno di scheumorfismo) venissero applicati anche al Macintosh.


A me, questo concept (per vedere meglio le immagini qui sopra, cliccateci sopra e scegliete Apri immagine in una nuova finestra) sembra abbastanza realistico, e continua a lasciarmi tra il perplesso e il freddino.

Ma a chi ipotizza che Apple stia pensando di portare la tecnologia ARM (oltre che elementi d'interfaccia) anche su portatili e desktop, rispondo che la vedo parecchio, parecchio lontana (non impossibile, il passaggio ai 64 bit è stato un passo importante anche in vista di questa possibilità)... iOS7 è un sistema giovane e necessiterà di aggiustare il tiro risolvendo vari problemi e andando incontro al feedback degli utenti; OSX, nella sua prossima incarnazione di Mavericks, avrà ancora l'aspetto che tutti conosciamo, e prima di vedere il lavoro di Ive anche sui desktop (che potrebbe, in effetti, assomigliare molto al concept di Rios) potrebbe volerci anche un altro intero anno.


Anche se suppongo che, arrivato alla versione 10.10, possa trattarsi dell'ultima incarnazione del Mac Os così come lo conosciamo, prima di arrivare a un futuro Mac OS XI (o come diavolo si chiamerà) che potrebbe assomigliare alle magnifiche, incasinatissime interfacce (tutte rigorosamente touch) che da anni ormai ci propina Hollywood. O anche no.

(immagini tratte da Avengers, Iron Man, Tron Legacy e Star Trek: Into Darkness).

martedì 12 novembre 2013

Menzogne digitali.


Ho già affrontato l'argomento QUI e QUI.
Tutto quello che vedete in televisione e sulla carta stampata è falso.... se per "falso" intendete qualsiasi cosa sia stata sottoposta a un processo di ritocco in postproduzione.
E, da almeno dieci anni, non esiste nessuna fotografia che non sia stata ritoccata prima di essere stampata (questo non dovrebbe valere per la fotografia cosiddetta giornalistica, dove le fotografie dovrebbero documentare la realtà senza distorsioni, ma vi assicuro che, in mancanza di una legislazione precisa e dell'assenza di organismi di controllo abilitati non è così) su riviste, libri, copertine di dischi, manifesti cinematografici, annunci pubblicitari... per tacere delle postproduzioni casalinghe con cui qualsiasi app da pochi centesimi può farvi credere delle/degli strafighe/i su Facebook.

È l'era della finzione digitale, lo sapete bene anche voi, proprio voi che, almeno una volta, avete ritoccato le vostre fotografie.
Fa parte di quelle menzogne socialmente accettate a cui non potete sfuggire.
Vi tingete i capelli? State mentendo.
Nascondete le rughe col fondotinta? State mentendo.
Vi mettete delle scarpe col rialzo, un reggiseno imbottito, delle spalline, una pancera? State ancora mentendo.
Che ci piaccia o meno, che lo ammettiamo o meno, ci sono modelli "ideali" ai quali, più o meno consapevolmente, cerchiamo di aderire.

Il vero problema è che questi modelli sono sempre più artefatti e ottenuti grazie alla cosmesi e alla chirurgia estetica (nel mondo reale) e alla postproduzione digitale (nel mondo di Internet e dei social network, ugualmente importante, almeno nella nostra epoca)... e proprio sugli eccessi di quest'ultima ha puntato il dito Global Democracy, che già nel 2011 ha iniziato un progetto per denunciare l'overdose di ritocco negli annunci pubblicitari.
Magari l'avete già visto, ma questo Body Evolution, che mostra in time-lapse la trasformazione di una donna "normale" in una irraggiungibile femme fatale (e si conclude con una proposta globale per incoraggiare le avvertenze obbligatorie quando negli spot pubblicitari il corpo umano è stato manipolato) potrà tirarvi un po' su se anche la vostra immagine allo specchio non vi sembra attraente come vorreste: nobody is perfect.

lunedì 28 ottobre 2013

10 leggende metropolitane sui graphic designer.


1) È UN LAVORO SEMPLICE E DIVERTENTE.
Se qualcuno vi chiede: "Cosa fai nella vita?" e voi gli rispondete: "il creativo", nove volte su dieci verrete squadrati con quello sguardo che significa "ma vai a lavorare, barbone". 
Se aggiustate il tiro e dichiarate che fate il grafico potreste sentirvi dire: "Ah, che figata! Deve essere divertente fare un lavoro rilassante e poco impegnativo".
Verità: lavorare al computer non è giocare. Molti non riescono neanche a concepirlo, ma è lavorare. A volte (a volte) capitano lavori divertenti. Ma sempre di lavoro si tratta. Il tempo libero è un'altra cosa (e che molti designer lo passino comunque davanti al computer, è un'altra faccenda).


2) I DESIGNER NON SEGUONO DELLE REGOLE PRECISE
Logica conseguenza del punto 1 è pensare che la progettazione grafica sia un lavoro per allegroni che non prendono troppo sul serio la loro professione. Un lavoro da fare senza ritmi forsennati, senza scadenze precise: un giorno sì, due no, dipende come ci si sveglia, prendendosi tutte le pause che si vogliono e smettendo solo quando non si ha più voglia di stare incollati al computer. Una specie di gioco.
Verità: Anche se fosse – e non lo è –  anche il più divertente dei giochi ha delle regole. Basta un paio di volte che le scadenze non vengono rispettate o che si consegni un lavoro approssimativo che la credibilità scende a zero e ci si ritrova senza clienti.


3) GRAZIE A INTERNET TUTTI POSSONO DIVENTARE GRAFICI.
È un link automatico che fanno in tanti: ho un computer, quindi posso fare il grafico. Su internet si trovano migliaia di tutorial, programmi, fotografie, clip art, template di ogni tipo, azioni precompilate per Photoshop, pennelli e font. Basta mettersi a cercare (sfruttando anche le ricerche altrui) e quindi mettersi a smanettare un po’ con Photoshop (o meglio una sua copia piratata) .
Verità: anche se parecchi di voi sanno rimuovere l’effetto occhi rossi dalle foto delle vacanze, o avete provato un'intera galleria filtri sulla foto della vostra ragazza (spacciandovi con lei per il novello Andy Warhol dell'era digitale), la brutta notizia è che aver seguito dei tutorial non basta a farvi dei designer.
Sono necessari preparazione, esperienza, gusto, passione, tecnica, metodo e tanta altra roba introvabile su Internet.


4) I GRAPHIC DESIGNER GUADAGNANO BENE.
Per un logo, che poi altro non è che un disegnetto tirato fuori in qualche pomeriggio di lavoro, si intascano anche cinquemila euro. Se poi si vuole anche il resto dell'immagine coordinata, come carta intestata, biglietti di visita e brochure aziendale, il totale può salire al doppio. Con un sito web ci paghi la rata del mutuo per tre mesi. Rivolgersi a un designer è come andare dal carrozziere o dal dentista.
Verità: i designer fanno la fame: letteralmente. 
A causa di molteplici fattori quali il crescere delle legioni di improvvisatori dell'ultimora (punto 3), il proliferare dei service di stampa che offrono gratis la progettazione se ci si rivolge a loro per la produzione e – mettiamocela dentro, che è inutile far finta che non ci sia – la crisi economica più lunga degli ultimi tempi, i designer lavorano poco e male, e guadagnano di conseguenza, con un inevitabile impoverimento della qualità (per il cliente) e del tenore di vita (del grafico).
È un continuo gioco al ribasso.


5) II GRAPHIC DESIGNER LEGGONO NEL PENSIERO
Accade, molto più spesso di quanto non immaginiate, che il cliente non sappia cosa vuole. Almeno fino alla prima presentazione, in cui dirà che ciò che avete prodotto non era quello che voleva. Fermo restando che non sa come spiegarvi quello che vuole, ma questa non è una sua responsabilità. I vostri poteri mentali da Jedi avrebbero dovuto fotografare all'istante le sue esigenze direttamente nel cervello.
Verità: probabilmente da parte nostra dovrebbe esserci un’attenzione maggiore nel chiedere informazioni, ma nessuno può entrare nella testa del committente. E anche se ci riuscisse, potrebbe trovare solo nebbia e indecisione. E allora accade che si producano loghi o campagne a oltranza fino a quando il cliente “vede la luce”. Produrre un lavoro perfetto al primo layout, azzeccando il pensiero nascosto nella mente del cliente, è praticamente impossibile.


6) I CLIENTI DANNO LIBERTÀ DI PROGETTAZIONE AL DESIGNER

I clienti si rivolgono a un professionista per fare quello che loro non sanno fare.
Per le loro prestazioni, gli corrispondono del denaro e gli fanno fare il loro lavoro in santa pace. È tutto molto semplice e anche molto logico.
Verità: la maggior parte delle volte i clienti hanno ha la convinzione che il nostro sia un mestiere che anche loro, volendo, potrebbero fare… oltre alle loro personali convinzioni in materia di grafica, naturalmente.
Un lavoro visto formarsi sullo schermo di un computer non dà l’idea della sua difficoltà, e non aiuta a riconoscerne il valore. Molti(ssimi) clienti, dal momento che sono loro a pagare, si sentono in pieno diritto di discutere ogni più piccolo dettaglio, e poco importa se si sarà cercato l’equilibrio, se si sarà scelto un font con criterio, se si è intervenuti da una parte e non su un'altra: se "lui" decide che vuole una porcata, alla fine bisognerà accontentarlo.
Per almeno tre motivi:
- insisterà finché non si fa come dice lui, quindi tanto vale assecondarlo fin dall'inizio
- non avrà mai né la sensibilità né la preparazione per capire che ciò che vuole è una porcata
- dovete finire di pagare il mutuo.


7) DISEGNARE CON LA TAVOLETTA È PIÙ FACILE CHE DISEGNARE CON LE MATITE.
Oggigiorno girano quelle straordinarie lavagnette magiche dove ci passi sopra una matita di plastica e sullo schermo si formano dei disegni incredibilmente belli, sfumati e colorati.
Grazie alla tecnologia, disegnare è diventato un gioco alla portata di tutti.
Verità: bisogna saper disegnare (banale, eh?). Se uno non sa tenere una matita in mano e non ha educato occhio e mente all’arte e al gusto estetico, utilizzare la tavoletta grafica o il mouse non gli faciliterà il lavoro. Tantomeno renderà il risultato più bello. 
E se volete una metafora idiota, provate a mettervi alla guida della monoposto di formula 1 più veloce in circolazione. Pensate davvero di vincere il Gran Premio alla vostra prima corsa?


8) IL GRAPHIC DESIGNER È ANCHE UN GENIO DELL'INFORMATICA.
C’è parecchia gente tuttora convinta che i designer sappiano anche progettare e gestire reti casalinghe e aziendali, smontare, assemblare e rimontare computer, sviluppare software e riparare stampanti inceppate, il tutto con una mano legata dietro la schiena.
A volte mi sento chiedere: «Tu che usi il computer, ho un problema…».
Verità: il fatto di saper guidare la macchina non fa di voi anche un meccanico, giusto?
La grafica e l’information technology sono due cose distinte.
Io ho difficoltà anche a usare il terminale di MacOSX.


9) I NEO DIPLOMATI DELLO IED TROVANO SUBITO LAVORO
Lo IED forma dei veri professionisti specializzati nel settore del design, della moda, della comunicazione e del management. Alla fine dei tre anni gli studenti hanno una preparazione che li rende competitivi ed appetibili per le aziende, traducendosi in impiego nel proprio ambito professionale a tempo di record.
Tutto da manuale.
Verità: Come diceva Robert De Niro in Ronin, “la mappa non è il territorio”.
Molti studenti delle scuole grafiche – anche se non tutti – hanno la presunzione (a volte tacitamente avallata da alcuni docenti) che una volta diplomati il mondo del lavoro li accoglierà a braccia aperte offrendogli un contratto a tempo indeterminato in una prestigiosa agenzia… salvo poi deprimersi al primo colloquio che si conclude col classico "le faremo sapere".
Ho esaminato studenti appena usciti dallo IED talmente in gamba che li avrei messi immediatamente al lavoro, ed altri che, non appena li si metteva alla prova su qualcosa di mai sperimentato, crollavano miseramente. In genere, erano gli stessi che invece di chiedermi “Di cosa si occupa l’agenzia?” volevano sapere che paga avrebbero ricevuto.




10) C’È UN TASTO O UN PLUG-IN CHE RISOLVE VELOCEMENTE TUTTE LE SITUAZIONI.
Questa è la mia preferita.
Capita che i clienti, a causa della loro ignoranza in materia, chiedano (pesco a caso):
- Non c’è un modo più semplice?
- Non si può fare più velocemente?
- Ho una foto ma è sfocata, possiamo renderla nitida?
- Quest’immagine è in bianco e nero, possiamo trasformarla a colori?
- Come la foto è troppo piccola per farci una copertina? Sullo schermo la vedo bella grande!
Verità: negli anni ho sentito richieste che voi umani non potete neanche immaginare. Soprattutto, la gente non capisce che per quanto si possa essere veloci, un computer (e la persona che lo usa) ha dei limiti tecnici oltre il quale non si può andare.
Altri limiti sono dettati semplicemente dal buon senso.
Un design ben fatto richiede tempo, duro lavoro e concentrazione.
Sì, ci sono filtri e qualche trucchetto che possono dare un look apparentemente accattivante a una foto… ma se volete un risultato professionale c’è molto da fare manualmente, senza l’ausilio di nessun plug-in.
Se vi imbattete in un lavoro strabiliante, non ci sono segreti o filtri magici: solo duro lavoro.

giovedì 24 ottobre 2013

Zerocalcare, Girola e De Matteo. Perché sì, perché no.


DODICI, di Zerocalcare
Editore: Bao Publishing
Pagine: 95
Prezzo: 13 euro

Perché sì:
- Perché è Zercalcare, e, per ora, è la stella più luminosa nel firmamento del fumetto italiano. Se la batte con Ortolani, ma dalla sua ha il fiato più lungo.
- Perché, rispetto le (sempre notevoli) storie bisettimanali che pubblica sul blog, i toni di Dodici sono più intimisti, caldi, introspettivi, e suscitano desiderio d'appartenenza anche a chi, a Rebibbia, non ha mai messo piede: perché a Rebibbia non succede mai nulla, ma, quando succede qualcosa, devi essere lì per viverlo. Un niente in un equilibrio fragilissimo.
- Perché le pagine del flusso di coscienza di Zero, anche se senza personaggi, disegnate con una grazia e raccontate con un ritmo slegate dal resto del volume, sono autentici stralci di poesia metropolitana.

Uno dei motivi per il quale Zerocalcare è un grande.
Perché no:
- Perché la gestione dei flashback era migliorabile.
- Perché il colore è del tutto superfluo. Da sempre, le cose di Zerocalcare funzionano alla grande anche solo in bianco e nero, e il  rosso (usato solo per le lingue e il sangue) non è un valore aggiunto, né, del resto, una scelta stilistica inedita.
- Perché i protagonisti veri sono il Secco e Katja, con Cinghiale a fare da contrappunto, e il personaggio di Zero resta sullo sfondo, riservandosi i (bellissimi) monologhi su Rebibbia di cui sopra. Persino all'Armadillo non sono che riservate due risicate vignette.

Vale il vostro tempo e i vostri soldi?
Assolutamente sì. Un Polpo alla gola penetrava, a suo modo, più a fondo, ma aveva una foliazione più che doppia per arrivare al vostro cuore.


VOX POPULI di Alessandro Girola
Racconto gratuito (QUI il download) in formato ePub e Mobi, 5000 parole circa
Prezzo: donazione volontaria

Perché sì:
- Perché le tematiche affrontate, pur trattandosi di un racconto di fantapolitica, sono quanto mai attuali e contengono molteplici riferimenti e metafore all'attuale momento politico italiano.
- Perché Girola non si perde troppo in chiacchiere e arriva presto al dunque, non prima di far entrare il lettore in atmosfera con poche ma efficaci immagini.


Uno stralcio del Girola-style. Parecchio asciutto. Un pelo troppo.
Perché no:
- Perché, costretti nei limiti del racconto breve, i personaggi non riescono ad essere mai tridimensionali.
- Perché, a livello di stile (sommario nelle ambientazioni e un po' approssimativo nella progressione emotiva del protagonista) non è una delle sue cose migliori.
Vale il vostro tempo e i vostri soldi?
Vox Populi lo si finisce in una mezz'ora, e la donazione è a vostra discrezione. Meglio di così.


TERMINAL SHOCK di Giovanni De Matteo
Romanzo breve (QUI il link dello store) in formato epub e mobi/kindle,135 pagine
Prezzo: 2,99 euro

Perché sì:
-Perché è un serio tentativo di produrre dell'hard sci-fi in casa nostra, senza compromessi ma con grosse (ok, gigantesche) ed eguali dosi di coraggio e di supponenza. 
- Perché contiene almeno un paio di ottime idee, più di un'intuizione visiva che non sfigurerebbe in nessuna grossa produzione hollywoodiana e qualche suggestione davvero efficace. 
-Perché la vicenda narrata conserva tutto il fascino di millemila storie simili già raccontate, portando con sé echi di Event Horizon, Sfera, la saga di Alien e, perché no, H.P. Lovecraft. E per moltissimi lettori (compreso il sottoscritto) questo potrebbe essere già sufficiente.


Lirico. Ma artificioso come le tette di Pamela Anderson.

Perché no: 
- Perché lo stile è quanto di più artificioso, ampolloso e supponente (eccola qui) possa capitarvi di trovare in un'opera di genere. Ne fanno soprattutto le spese, oltre che il ritmo (praticamente inesistente), l'empatia che riuscirete a provare (o meglio, a non provare) coi personaggi, ammesso che riusciate a distinguerli l'uno dall'altro. 
- Perché l'infodump, se normalmente vi dà fastidio, qui vi farà letteralmente secchi. L'overdose di dettagli pseudoscientifici è però spogliata di qualsiasi valore effettivamente informativo, visto che si tratta di un mucchio di tecnobubble che infestano – letteralmente – ogni paragrafo, procurando estraneità in chi legge e allungando (inutilmente, e questo è il vero problema) il brodo di decine di pagine. 
- Perché William Gibson (ma anche solo un onesto novellizzatore come Alan Dean Foster) sono parecchio lontani per naturalezza, eleganza e sense of wonder, tutte qualità che mancano a Terminal Shock.

Vale il vostro tempo e i vostri soldi?
Nì. Troppo lungo per essere un racconto, e troppo breve per definirsi un romanzo compiuto, vi porterà via comunque qualche ora che, in effetti, potreste dedicare a robe magari più classiche ma meglio riuscite. Il prezzo è comunque onesto per quello che offre.

mercoledì 16 ottobre 2013

Milano Doppelgänger


Milano Doppelgänger è un racconto horror, acquistabile sul Kindle Store di Amazon(QUI).
In genere, i racconti horror peccano quasi tutti di scarsa originalità, dovendosi rifare (non necessariamente ma molto, molto frequentemente) a una serie limitata di figure archetipiche quali gli zombie, i vampiri, i fantasmi, le mummie, le streghe, ancora gli zombie, i licantropi, i demoni, gli zombie (li ho già nominati?).
E gli zombie, naturalmente.

Tutte figure che influenzano in una certa misura la scrittura e lo svolgimento della vicenda, per quanto siano buone le intenzioni del romanziere di turno.
Tanti sono i sottogeneri quanti gli espedienti più o meno efficaci per cercare di raccontare qualcosa di nuovo e provocare un brivido in chi scrive: quindi, a seconda di come voi percepiate il genere horror,  molto pochi o, viceversa, più che abbastanza.
E il racconto di Alessandro Girola ha almeno due grossi pregi:
1) non parla di zombie
2) sembra venire da un altro mondo rispetto alla maggior parte della roba che si legge in giro – gratis o a pagamento non fa alcuna differenza – spacciata con supponenza e ambizioni da Stephen King del rione.

Milano Doppelgänger è un racconto davvero buono. Non eccezionale, ma buono sì. 
Nelle sue poche decine di pagine dispensa più inquietudine di quanta ne riesca una qualsiasi serie web, videogioco a tema horror o capitolo di Paranormal Acitivity scaricato illegalmente sui vostri PC.
Per molti versi piuttosto classico, è una storia piena di rimandi letterari (ancora Lovecraft e King, ma anche robe pescate dalla stessa produzione di Girola) e cinematografici (Polanski), raccontata senza enfasi artificiose, percorrendo un piano inclinato che fa scivolare il lettore senza fretta ma togliendogli un appiglio dietro l'altro in modo che non possa più rallentare la discesa verso il finale spogliato di ogni speranza.
Qualche imperfezione c'è (alcuni ambienti, per esempio, sono descritti un po' sommariamente) ma, in linea generale, si tratta di un'opera scritta con competenza, passione e che, a tratti, spaventa il giusto senza ricorrere a una sola goccia di sangue.

Costa una sciocchezza e – soprattutto – si merita un'ora del vostro tempo.
Consigliato.

Nota tecnica: chi ha un iPad o un tablet Android, può scaricare le applicazioni gratuite che permettono di leggere ebook acquistati sul Kindle Store su eReader non legati in alcun modo ad Amazon.
Nota personale: dopo averlo letto, ho concluso che la copertina che realizzai per Alex circa un anno fa, non rende giustizia ai toni del racconto. Magari ne preparo una nuova.

martedì 1 ottobre 2013

Su Agents of Shield e Superior Spiderman.

Agents of S.H.I.E.L.D.
Regai di  Joss Whedon
Ogni giovedì su ABC TV

Passabile.
Whedon ha confezionato un minestrone che pesca brutalmente, oltre che dall'universo abilmente messo in scena col campione di incassi The Avengers, da serie come Fringe, Firefly, CSI, A-Team e via dicendo.
Fa del suo meglio per evitare la (facile, lo riconosco) trappola degli stereotipi nel mettere assieme un cast di cui innamorarsi, ma ci riesce solo in parte. Se non fosse per la presenza carismatica dell'agente Phil Coulson, il resto della squadra si appiattirebbe sullo sfondo del collaudato (ma trito) schema del crime procedural ibridato col fantastico. 
La vera anima di The Agents of S.H.I.E.L.D.: l'attore americano Clark Gregg, classe 1962. Cosplay ideale per chi è un pelo stempiato e non gli va di impelagarsi con armature e mantelli.


E, ve lo dico subito: se significa che anche Agents of Shield andrà a infilarsi nel comodo binario del mostro/eroe settimanale, smetterò di seguirlo molto presto.
Qualche citazione nerd sparsa qua e là e il bel faccino di Chloe Bennet potrebbero non essere abbastanza per un pubblico sempre più esigente e che ormai inizia ad aver visto tutto nell'ambito della serializzazione televisiva… anche se sono curioso di vedere come risolveranno la "resurrezione" di Coulson (a mio avviso, le strade possibili sono due: o è un clone, o un Life Model Decoy, in entrambi i casi inconsapevoli di non essere il "vero" Coulson).
Vediamo come si evolve, per ora di certo non grido al miracolo.


The Bling Ring (2013)
di Sofia Coppola

Un film inutile, ridondante, di una superficialità indescrivibile e non meno condannabile anche se questa fosse voluta. 
Tre quarti del film (e approssimo per difetto) mostrano le incursioni di un gruppetto di adolescenti – apparentemente totalmente privi di senso morale – nelle ville dei VIP di Los Angeles lasciate incustodite durante i loro impegni mondani.
Senza la minima trovata o il più piccolo guizzo registico, quasi come quelle ricostruzioni che potete vedete su uno dei millemila canali tematici di Sky che, a posteriori, raccontano fatti di cronaca che possano stimolare la curiosità degli spettatori più inclini allo zapping da divano.
E se non si trattasse di fatti di cronaca realmente avvenuti, ci si alzerebbe dalla sedia alla prima scena dove i ladruncoli, tutti di buona famiglia e cresciuti al mito delle superstar 2.0 (incarnati alla perfezione da Paris Hilton, presa ripetutamente di mira), entrano nelle villone miliardarie usando la chiave lasciata sotto lo zerbino, accendono le luci, si provano vestiti e scarpe, si portano via tutto quello che vogliono, trovano al primo colpo (facile, sempre in una valigetta sotto il letto) migliaia di dollari in contanti, gioielli, Rolex, cocaina, un revolver carico… il tutto senza che scatti un allarme, senza l'ombra di una guardia giurata, un cane da guardia, una tagliola. Zero.
Le dimenticabili protagoniste della nuova "fatica" di Sofia Coppola. E, sì, sembra una qualsiasi foto presa da Facebook. E invece.

Superior Spider-Man n.1
Marvel Now- Panini
di Dan Slott, Ryan Stegman e Edgard Delgado

Come tanti altri fan di vecchia data, non volevo saperne della morte di Peter Parker (che lo avessero fatto secco nell'universo Ultimate e sostituito con un tredicenne di colore poteva anche starmi bene, da tempo quella dimensione ha smesso di essere una reale alternativa al macroverso Marvel tradizionale): la "trovata" di scambiare la sua mente con quella del morente dottor Octopus per lasciare in vita solo quest'ultimo, ma nel corpo di Peter – con tanto di poteri ma anche ricordi (e la promessa strappata in fin di vita di proseguire la sua missione di eroe e difensore dei deboli) mi è sembrata inizialmente poco più di un escamotage per introdurre una nuova prospettiva di un personaggio che, nel corso dei decenni, sembrava esserci stato raccontato in ogni condizione e sfumatura possibile, una chiave di lettura più cinica, noir, violenta e persino più naif.
Ma ero in fumetteria, e mi sono ritrovato in mano i numeri 15 e 16 della miniserie Spiderman il Vendicatore, e catturato (quella è sempre la prima cosa) dagli ottimi disegni di Paco Medina (e un altro applauso va al colorista digitale Dave Curiel), ho iniziato a leggere un paio di pagine.
E poi un'altra.
E un'altra.
E alla fine, li ho comprati entrambi, anche perché il tizio alla cassa mi stava guardando storto.
E ci ho messo dentro anche lo Spider-Man n. 600, che in Italia conclude ufficialmente la testata principale dedicata all'Uomo Ragno ma prosegue idealmente con Superior Spider-Man n.1.
E li ho letti tutti e quattro.
Di fila.
Funziona il nuovo corso?
Funziona.
E non mi piace ammetterlo.
Tanto per cominciare, è disegnato e colorato alla grande. 
Spiderman ha uno spessore e una vita" nelle vignette di Yost, Stegman e Camuncoli che non vedevo da un sacco di tempo.
E le tematiche, apparentemente banali sul cambio di status quo del ragno sono invece solide, cariche di pathos, non artificiose. Un fumetto sul rimettersi in gioco, sull'opportunità di concedere a qualcuno una seconda possibilità, sul rimescolamento delle certezze, sul guardarsi dall'esterno con occhi nuovi (letteralmente) e sullo scoprire che l'erba del vicino non è sempre più verde.
Se i fumetti supereroistici sono sempre stati tradizionalmente manichei nella divisione tra bene e male – buoni e  cattivi, bianchi e neri –  Superior Spider-Man spiega le sfumature di grigio.
Denso di simbolismi, dualità e giustapposizioni. 
Insomma, decisamente consigliato.

martedì 24 settembre 2013

10 loghi tridimensionali ben progettati.


Dopo l'abbuffata di effetti tridimensionali simulati, estrusioni, sfumature, ombre, riflessi vetrosi e mille altri accorgimenti grafici, il prossimo passo dovrà essere – quasi necessariamente – un ritorno al "piatto".

Un focalizzarsi sul colore e sulle forme pure per veicolare messaggi e mood. Ha iniziato, in sordina, Microsoft applicando questo concetto all'interfaccia della sua nuova versione di Windows e subito dopo a quella dei suoi Windows Phone, e, una volta tanto in scia, sta arrivando Apple che ha fatto piazza pulita di profondità simulate con il suo recentissimo iOS 7. 
Io non riesco a schierarmi da una sola delle due parti. Il nuovo trend "totally flat" non è, all'improvviso, l'unica scelta di stile possibile, per chi vuole creare un nuovo logo.
Aggiungere un elemento di profondità in un logo non significa che creare automaticamente qualcosa di datato… una volta di più, se si lavora bene, anche un logo tridimensionale può apparire moderno e perfettamente riuscito.

Un vantaggio di utilizzare la profondità nella progettazione è che, ora che la tendenza è quella di andare verso un'estetica più flat, i loghi così concepiti (e non semplicemente adattati) possono distinguersi più facilmente dagli altri: il che è uno dei primissimi requisiti da tenere conto nella progettazione di un logo.
Farsi notare e farsi ricordare.
Con qualsiasi mezzo.

Naturalmente, come la maggior parte del lavoro di progettazione, è più facile a dirsi che a farsi. Ci vuole fatica, pazienza, osservazione e molta pratica… per aiutarvi ad aggiungere profondità ai vostri loghi in modo realistico e naturale, voglio ispirarvi con i dieci loghi che usano tridimensionalità che attualmente sono in cima alle mie preferenze.
Utilizzano tutti almeno un elemento di profondità – alcuni in modo sottile, usando un pelo di ombra o uno smusso appena percettibile – mentre altri ricorrono al 3D in maniera molto più evidente, a volte utilizzando una vera e propria fuga prospettica.
Se ve ne piace uno in particolare, ditelo nei commenti.



Luce Clima


Stemford Institute of foreign Languages 


AST Design 


Applogix

Cube
2EM


Coder Evening


Copper


 Bear


Factory Business

lunedì 2 settembre 2013

[Recensione] The Dome

The Dome
Stephen King (2009)
Sperling & Kupfer, 1037 pagine
13 euro


L'avevo comprato praticamente appena uscito, e me l'ero trascinato dietro col suo peso non indifferente per un'intera vacanza senza neppure aprirlo. Probabilmente, intimidito dalla sua mole (con le sue oltre mille pagine è di uno dei più lunghi libri che King abbia mai scritto, forse è proprio il più lungo dopo It) e non del tutto convinto che fosse uscito dal tunnel in cui l'autore del Maine sembrava essere entrato con L'acchiappasogni (del 2001, ripetitivo, stanco e appena passabile), La casa del buio (del 2002, il cui connubio con Peter Straub ha fatto più male che bene al suo stile), Buick 8 (del 2003, praticamente un raccontino breve stiracchiato su 480 pagine) e il trascurabilissimo The Cell (del 2006, mollato, tipo, dopo 150 pagine faticosamente consumate chiedendomi che ne fosse stato del Re e dei suoi antichi fasti), che mi ha impedito, tra l'altro, di avvicinarmi al successivo Duma Key il cui unanime giudizio è che un finale affrettato, confuso e contraddittorio sciupa quello che di buono c'era stato per i tre quarti del romanzo.

Rientrato dalla vacanza, l'avevo tirato fuori dallo zainetto, fissato con un vago (molto vago) senso di colpa e l'avesso rimesso sullo scaffale, accanto ai suoi pluricelebrati colleghi di carta e colla.
Per lasciarcelo fino alla settimana scorsa, quando, spinto dalla visione della miniserie tv Under the Dome ispirata proprio al romanzo di King e portata anche sui domestici schermi da RaiDue oltre che dalle onde dello streaming, l'ho ripreso in mano, ho preso un gran sospiro e ho iniziato a leggere.
Per scoprire, con un misto di sollievo e di quella vaga esaltazione che credevo di avere definitivamente perso anni fa l'ultima volta che avevo preso in mano uno Stephen King del calibro di, fatemi dire, Cose Preziose o Il Gioco di Gerald, che The Dome è un romanzo di razza, autentico Stephen King al cento per cento senza edulcoranti, coloranti o conservanti.

The Dome segue la traccia già battuta da King con La nebbia, Le Creature del buio, L'Ombra dello Scorpione e lo stesso Cose Preziose affrontando un argomento spinoso come gli orrori che si nascondono nel cuore degli uomini, i loro meschini segreti, le umane debolezze, e quel piccolo, orrendo tumore nascosto in ciascuno di noi che, se all'esterno si verificano certe circostanze, cresce esponenzialmente e spazza via quanto c'è di ragionevole, caritatevole e moderato possa esserci in una qualsiasi società "civile".

L'incipit del romanzo è una cupola invisibile e indistruttibile che, in una soleggiata mattina estiva, isola dal mondo esterno una cittadina del Maine, Chester Hill. Niente entra, niente esce, per quanto si moltiplichino gli sforzi da ambo le parti.
Uno spunto improbabile tanto da farne un film coi Simpson ma con una carica suggestiva potentissima che King cavalca alla stragrande, usandola una volta di più come pretesto (o una cornice, se preferite) per suggerirci (di nuovo) che l'orrore, quello vero, va cercato dentro le nostre case, nei cassetti dei nostri comodini, nel buio delle cose non dette, nell'abisso delle pulsioni che mai raggiungono la luce.
In poche parole, The Dome è una nuova storia di mostri. I nostri.


Il libro è costruito in maniera egregia e con mano sicura, senza alcuna fretta (anche se, a differenza di altre sue opere dove, prima di venire al dunque, il lettore poteva sorbirsi anche centinaia di pagine preparatorie qui l'evento scatenante è descritto fin dal primo capitolo) e senza nessuna forzatura. 
I personaggi sono gli stessi che potete trovare in qualsiasi altro suo romanzo (l'eroe senza paura ma con le macchie, il malvagio che veste i panni dell'agnello, il puro di cuore ma pavido e via stereotipando) ma – e qui sta la magia che rende King un numero uno e non uno delle migliaia di wannabe – a renderli "veri" e non cliché su due gambe è la straordinaria qualità di scrittura di zio Steve, limpida, avvincente, solida e persino più ironica e sferzante del solito.

I difetti? Sostanzialmente, i classici che affliggono tutti (o quasi) i romanzi di King: un certo eccesso di prolissità (così, a spanne, un paio di centinaia di pagine si sarebbero potute sfoltire), una manciata di personaggi di troppo (e poco o nulla funzionali all'economia della storia) e un finale un pelo più affrettato di quanto avrebbe meritato.

Se avete cominciato a seguire il serial TV (di cui parlo QUI), approfittatene e recuperate in edizione economica The Dome. Probabilmente, a dispetto della sua foliazione, lo finirete molto prima che finisca la serie… ma di questo non dovete minimamente preoccuparvi, perché, fin da subito, quest'ultima prende direzioni e scelte narrative anche significativamente diverse, tanto da rendere i due prodotti complementari ed entrambi godibili, simili ma differenti.
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