lunedì 22 dicembre 2014

È bello ciò che qualcun altro stabilisce che è bello.

Mi sono preso la briga di tradurre l'infografica pubblicata dall’azienda di lingerie britannica Bluebella, realizzata in seguito un sondaggio in cui veniva chiesto agli intervistati come sarebbe dovuto essere il corpo umano perfetto, componendolo coi "pezzi" di attrici e modelle famose.
Com'era prevedibile, ci sono alcune significative differenze tra i modelli ideali di uomini e donne... ad ogni modo, ecco le donne-Frankestein "ideali" emerse.
Personalmente, il mio ideale si discosta da entrambi, anche se tra i due prediligo quello maschile.
Un esperimento che, una volta di più, conferma che non esiste una definizione univoca di bellezza. Particamente da sempre, esteti, filosofi, letterati ed artisti si sono interrogati sul concetto di bellezza, cercando di intrappolarla in suggestivi aforismi: Non è un labbro o un occhio quello che chiamiamo bellezza, ma la forza globale e il risultato finale di tutte le parti scriveva nel 700 il poeta inglese Alexander Pope, e Che cos’é la bellezza? Una convenzione, una moneta che ha corso solo in un dato tempo e in un dato luogo relativizzava Il drammaturgo norvegese Henrik Ibsen.
Di certo c'è che il mito della bellezza non è certo una prerogativa esclusiva della nostra epoca.
Quello che è rimasto costante nel tempo, è che l’ideale corporeo è spesso innaturale e – quindi – difficile da raggiungere: nel corso della storia le donne (non solo loro, ma soprattutto loro) si sono dovute sacrificare ed hanno sofferto per raggiungerlo.

E non serve scomodare la chirurgia estetica divenuta pratica quasi comune negli ultimi decenni: da sempre, le donne sono intervenute sul proprio corpo in modo anche estremo, sottoponendosi a vere e proprie torture pur di rientrare nei modelli estetici del momento. Dai busti di stecche di balena, in cui le donne del settecento e ottocento si strizzavano fino a spezzarsi le costole pur di avere un vitino di vespa ai bendaggi strettissimi che portarono milioni di genitori cinesi a rompere l’arco del piede delle proprie figlie al fine di ottenere la particolare e “aggraziata” andatura sinonimo di "bellezza"... almeno in quell'epoca e in quel luogo.
E se le donne giapponesi si coloravano il volto con polvere di riso per renderlo bianchissimo, contemporaneamente le dame del settecento europee usavano mettere finti nei e colorare di rosso acceso gli zigomi.

Un tempo in Europa le forme femminili morbide e abbondanti erano sinonimo di ricchezza: solo le donne ricche potevano permettersi il lusso di non lavorare e di mangiare in abbondanza. Quindi, solo donne del popolo e contadine erano magre perché mangiavano poco e lavoravano molto. E di certo saprete già che se eri abbronzato, un tempo, non eri attraente e sexy come adesso, ma solo un poveraccio che si rompeva il culo nei campi dalla mattina alla sera.
Status sociali che si trasformavano in canoni di bellezza.
E canoni di bellezza che erano (e sono) frutto di costrutti modellati e plasmati dalla società e dalla cultura del momento.

Ogni epoca storica ha avuto il suo modello di bellezza ideale, documentato dalle fonti letterarie e iconografiche (nell'ultimo secolo, fotografia e cinema ne sono i testimoni più importanti).
Il modo di rappresentarla e il suo ruolo simbolico sono cambiati nel corso dei secoli, di pari passo con il variare del gusto e con il diverso modo di concepire il ruolo della donna nella società. Modelli che continuano a cambiare, sotto i nostri occhi.

Guardate le donne qui sopra.
Ognuna ha rappresentato non solo un'epoca, ma un modello estetico a cui milioni di altre donne si sono ispirate. Consapevolmente o meno. Per puro divertimento o per restare "competitive" in società.
Può non piacere, può apparire sbagliato, ma è così che va e negarlo sarebbe un'ipocrisia.

Ipocrisia che scorgo, invece, nel neomovimento curvy.
Che è sintetizzato piuttosto bene in questo editoriale di Vanity Fair dello scorso novembre.

Dove si parte da presupposti validissimi e condivisibili (il rifiuto di adeguarsi a standard estetici di anoressia da passerella che viene propagandata ormai da quasi cinquant'anni) e si finisce con l'esaltare l'eccesso opposto, l'obesità.

Non insulterò la vostra intelligenza ricordandovi la sfilza di disagi e problemi di salute alle quali le donne (e gli uomini) sovrappeso vanno incontro ogni santo giorno, ma sono certo che coglierete anche voi la contraddizione insita nella foto qui sopra, diventata una delle immagini simbolo dell'orgoglio curvy.
Tutte donne visibilmente sovrappeso ma anche visibilmente fotoritoccate. Orgogliose dei propri chili in più ma aggrappate alla finzione fotografica (cellulite, pelle a buccia d’arancia, smagliature e imperfezioni sono stati accuratamente eliminati dal solito Photoshop) esattamente come le loro colleghe anoressiche e prive di ogni sensuale forma.

Ma non voglio soffermarmi troppo neanche su questo.
È forse sul potere che l'apparenza sta assumendo in questi tempi, forse come mai prima era accaduto.
In Rete spesso si trovano link del tipo "ecco l'attrice Tizia senza trucco!" o "ecco la cantante Caia prima del ritocco in Photoshop!", con la pubblicazione (e la fruizione) morbosa di immagini che dovrebbero restare "nascoste", perché veicolano qualcosa che oggi non è più di moda: la realtà.
Un tempo appannaggio dei professionisti dell'immagine, Photoshop oggi viene comunemente usato per ritoccare le foto delle vacanze, e a tutti sembra normale, perfettamente lecito, eliminare quei piccoli difetti che ci infastidiscono nell'immagine, che potrebbero infastidire il prossimo.
E con l'avvento degli smartphone e del mai troppo citato Facebook, non serve neanche più saper usare (e piratare) Photoshop: per meno di tre euro si può acquistare una app come FaceTune,e contraffare (anche se ora si dice migliorare) il proprio aspetto sulle centinaia, migliaia di selfie che ogni ora, ogni minuto, vanno a riempire le memorie degli iPhone (prima) e le pagine dei social network (subito poi).

La bellezza, quando è troppo faticosa o costosa da raggiungere, si fa digitale e veloce ed economica e illusoria.
E prima che qualcuno di voi inizi a scrollare la testa pensando "che tempi", vi ricordo che se ritoccare una vostra fotografia equivale a mentire, allora lo è anche indossare un Wonderbra, tingersi i capelli, depilarsi il petto, mettersi il fondotinta o anche solo un paio di tacchi alti.
Donne e uomini, proletari e divi del cinema, teenager e ultracinquantenni: nessuno è escluso.
Una volta di più, chi è senza peccato scagli il primo flacone di deodorante.
Buone feste a tutti.

sabato 13 dicembre 2014

5 motivi per cui non avreste dovuto perdervi Quadrophenia.


1. Perché è un viaggio cinquant’anni indietro in un’Inghilterra ancora conservatrice e pretatcheriana, filmata e fotografata con una precisione e una lucidità che pare che Roddam per girarlo abbia usato una macchina del tempo.

Ambienti, mezzi, costumi, trucco, fotografia. Mai una rappresentazione di un periodo storico del passato è stata portata sullo schermo in maniera tanto naturale, coerente e priva di artefatti visibili. Vi basti sapere che la scena clou del film – la ricostruzione dello scontro del 18 maggio 1964 tra Mods e Rockers sulla spiaggia (e per le strade) di Brighton – coinvolge qualcosa come duecento comparse... ed è una scena che pare uscita da un telegiornale dell'epoca.

Ma tutti i paradigmi dell'estetica Mod (i parka, gli scooter pluriaccessoriati, le dancefloor, la cura maniacale dei vestiti, i caschetti delle donne, le anfetamine come caramelle, la musica) sono presenti e hanno il loro spazio. Da solo, questo film riuscì a sollevare un'intera nuova generazione di Mod tardivi che all'epoca non erano neanche nati (inclusa tutta una serie di band ispirate al movimento Mod, quali, solo per citare quelle nate in Italia, gli Statuto di Torino, i Link Quartet di Piacenza e i Made a La Spezia).

La subcultura Mod è tuttora presente in Europa, in Nord America, in Australia e in Giappone e non sembra dare segni di cedimento.

E, sì... naturalmente anche il sottoscritto, una volta uscito dal cinema in quel lontano 1980, avrebbe voluto schiacciare un bottone e catapultarsi in quell'universo rabbioso, rutilante ed edonista che era l'Inghilterra giovanile dei primi anni sessanta.

2. Perché, anche se Frank Roddam non è mai riuscito a ripetersi e il resto della sua carriera da regista è costellata di robe imbarazzanti (La sposa promessa, coff coff), Quadrophenia è tuttora un perfetto equilibrio tra rigore documentaristico, storia di formazione, film musicale e dramma esistenziale. Non ha crolli di ritmo, è graziato da ottime interpretazioni e da un paio di azzeccati cameo (un giovanissimo Sting e un’ossigenata Toyah Wilcox), una fotografia "sporca" che ben si sposa coi numerosi piani sequenza e un discreto montaggio. In altre parole, è superiore al sessanta per cento della roba che potete trovare al cinema oggi.

3. Perché ha una colonna sonora che è più di una soundtrack.
È un inno, un urlo di una generazione intera, secondo alcuni la più grande opera rock mai scritta (detesto usare degli assoluti, ma nel caso di Quadrophenia ci siamo molto, molto vicini). E, nel caso lo ignoraste, è venuta prima la colonna sonora del film, con uno scarto di circa sei anni.
In origine era intento degli Who (ma soprattutto di Pete Townshend) creare un’opera imperniata sui quattro artisti stessi, considerato che il precedente (e straordinario) Tommy veniva generalmente identificato col solo Roger Daltrey. Tuttavia, presto il disco prese la strada che portò ad un personaggio centrale di fantasia che incarnasse – non soltanto le personalità dei singoli Who – ma anche tutte le frustrazioni e le illusioni di un adolescente in cerca di se stesso... che, detta così, sembra una roba banalotta e parecchio trita.
Ma che in Quadrophenia, prima ancora nel disco che nel film, assume una potenza e uno spessore tali che tuttora chiunque si cimenti in un’impresa simile ci si deve confrontare.
Ascoltare per credere (e basterebbe un pezzo come My Generation per capire davvero tutto).
.
4. Perché il protagonista, Phil Daniels, interpreta in maniera semplice, convincente e naturale la figura del Mod attorno a cui gira tutta la storia, donandogli sempre una misura umana, drammatica e fragile senza mai e dico mai scivolare nel patetico.
Il fatto che anche lui sia letteralmente sparito dalle scene dopo una prova d’attore come quella è per me tuttora un mistero.
Rivederlo inevitabilmente imbolsito come guest star nel clip di Parklife dei Blur mi ha stretto il cuore.

5. Perché, diciamocelo: i Mods erano, tipo, uno zigallione di volte più fighi di qualsiasi altra band giovanile possa mai essere venuta dopo di loro. Sul tipico scooter mod, un trionfo di cromature da quattro soldi e addobbati pacchianamente con dozzine di specchietti retrovisori dovevi sentirti un dio, e se sul sellino posteriore ti stava avvinghiata una biondina tinta in minigonna nera e stivali bianchi al ginocchio, allora un dio lo eri davvero (rispeditemi nel 1964, grazie).

E questo post si potrebbe pure chiudere qui.
Ma non sia mai detto che non cerchi di dare anche il mio abituale colpo alla botte dopo avervi incensato fino alla nausea quello che per me resta uno dei Dieci Film Imperdibili della Vita.

1) Quadrophenia è del 1979, e rivedendolo l'altra sera in sala non ho potuto fare a meno di notare come in alcune parti sia invecchiato peggio di altri film della sua epoca. Ma questa, probabilmente, è solo una paranoia mia.
2) Ai tempi della sua uscita nelle sale, gli ultimi trenta minuti, lasciati quasi completamente al commento sonoro degli Who, vennero sottotitolati, aiutando il sottoscritto (e immagino parecchi altri) alla comprensione della poetica di Townshend e compagni. Quei sottotitoli sono scomparsi da tempo fin dalle prime edizioni digitali in DVD (un po' come l'edizione di Blade Runner con la voce fuori campo oggi praticamente introvabile), ma la cosa peggiore in assoluto è che
3) Quadrophenia ha un nuovo doppiaggio, che, paragonato a quello diffuso al cinema nel 1978 (e probabilmente nelle VHS dell'epoca) è semplicemente vergo-gno-so.
Una roba che sembra amatoriale, dialoghi riscritti da zero banalizzati ed edulcorati, ed altri al limite del ridicolo.
Un trattamento che un film del genere non meritava e da imputarsi, con ogni probabilità, a chi dello spirito originario del film non fregava una mazza e non si è manco sforzato di capirlo.
Un vero, vero peccato.

mercoledì 24 settembre 2014

Dove, sei, papà?

Da buon ultimo, "scopro" il videoclip di Papaoutai, che quest'anno vince tutto, per quanto mi riguarda, in termini di regia, coreografie e scenografie. E persino la canzoncina non è male per niente.

Dedicato a mio padre, ovunque si trovi.

sabato 6 settembre 2014

Dance Dance Dance, Murakami.


Dance Dance Dance, di Haruki Murakami (1988)Editore: Einaudi
Pagine: 485
Prezzo: 13,50 euro

Appena finito, in circa un paio di settimane, Dance Dance Dance di Murakami, autore a me sconosciuto e che probabilmente sarebbe rimasto tale se Giulio, spinto forse da una delle misteriose "connessioni" di cui si parla nel libro non me l'avesse regalato.

E così Murakami è entrato nella mia vita, con una storia profondamente suggestiva, narrata in prima persona dalla prima all'ultima pagina da un giornalista freelance che racconta con dovizia di particolari (una delle abilità dell'autore, che riesce a infilarne a carrettate senza appesantire mai il racconto o rallentare il ritmo) una fase cruciale della sua vita, dove si mescolano ordinario con paranormale, crescita interiore e molteplici connessioni con persone che cambieranno la sua vita e il suo stesso modo di percepire la realtà e il suo io interiore.

Il che, detta così, sembra una roba banalotta ma la cosa migliore di Dance Dance Dance è il "come" piuttosto che il "cosa".
Murakami, scopro, è uno di quegli scrittori che padroneggia le parole in quella maniera quasi sovrannaturale da rendere affascinante la narrazione al punto da restarne catturati e coinvolti fino alla fine dell'incantesimo – che coincide con la fine del libro, in questo caso quasi cinquecento sostanziose pagine.


Quello che appare fin da subito evidente è che Murakami ha un modo di elaborare i sentimenti profondamente diverso da quello canonico occidentale, con un distacco solo apparente che invece è specchio di una cultura simile alla nostra solo in qualche manifestazione esteriore… ma in realtà separata da secoli di evoluzione e infinite sfumature che ce la rendono, di fatto, completamente aliena (i capitoli dove il protagonista ha a che fare con la polizia giapponese sono emblematici, a questo riguardo).

In tutto questo, il libro è pieno di metafore nascoste (che però non sono sottolineate grossolanamente e possono essere colte o ignorate, senza per questo inficiare la qualità del romanzo), un paio di invenzioni visive di grande potenza e intensità, digressioni che vanno dalla musica ai meccanismi della società capitalistica, riflessioni parallele sull'amicizia, il sesso e la morte… persino ricette di cucina. Ed è pure un romanzo giapponese fino al midollo.

Se non avete letto nulla di Murakami, questo è un ottimo titolo per approcciarsi alla sua prosa.
Potrà non piacervi, ma varrà comunque il tempo speso per leggerlo.
Lo trovate ormai in edizione economica ad un prezzo conveniente.
Consigliato.

mercoledì 27 agosto 2014

[Recensione] Under the skin


Potrei definire in vari modi questo film di Jonathan Glazer, uno, tra i tanti, che arriva al cinema dopo un'onorata carriera nell'ambiente degli spot pubblicitari: straniante, asettico, algido, minimale, criptico.
Ma l'aggettivo che meglio gli si confà è coraggioso.

Coraggioso perché rinuncia da subito a voler essere l'ennesimo filmetto di sci-fi estivo con la diva importante da mettere in cartellone (cosa che peraltro fa, ma che è del tutto ininfluente rispetto il resto dell'operazione).
Perché tutti i dialoghi del film, messi assieme non arrivano a dieci minuti.
Perché non cerca di empatizzare in alcun modo con lo spettatore, ponendolo di fronte a una serie di paesaggi scozzesi fotografati con lo stesso gelido distacco che deve provare la protagonista (una Johansson, una volta tanto, in parte) e nessun personaggio per cui parteggiare.
Perché persino la colonna sonora  (composta dalla giovanissima Dj Mica Levi) non è più che un commento in perenne bliico tra il perturbante e l'espressionista.
Perché non concede, non spiega, non consola.

Under the Skin resta fedele dalla prima all'ultima inquadratura alla cifra stilistica che Glazer ha scelto, distillando dal bel romanzo di Michel Faber un'ora e quarantacinque minuti dove potrete divertirvi a riconoscere le influenze di gente come Lynch, Cronenberg, Saul Bass o Kubrick, probabilmente senza raggiungerne mai le suggestioni... ma questo non significa che si tratti unicamente di un prodotto derivativo o dal sapore di già visto.

Glazer non piazza un singolo fotogramma che non abbia il suo senso e la sua ragion d'essere e si dichiara con la massima onestà fin dai primi minuti della pellicola, quindi, è abbastanza sterile stare a criticarlo.

In poche parole, se per voi la fantascienza si colloca all'estremo opposto di Transformers, troverete questo Under the skin buono.
Molto buono.

In uscita in questi giorni in Italia, già disponibile altrove da un bel pezzo.

martedì 19 agosto 2014

[Recensione] Zero Theorem

Presentato già l'anno scorso a Venezia, Zero Theorem è uno di quegli sfortunati prodotti cinematografici che faticano a trovare una strada nella labirintica e campanilistica distribuzione italiana, che, al momento in cui scrivo, non ha ancora definito una data d'uscita nel nostro Paese.
Altrove, è ormai già negli store in blu-ray e DVD, e chiunque aveva un minimo di interesse e un pelo di determinazione ha già trovato il modo di vederselo in edizione originale.
Io avevo l'interesse e la determinazione, e l'ho appena finito di vedere.
Queste che seguono sono le mie impressioni a caldo.

Zero Theorem non scontenterà i fan a oltranza di Terry Gilliam (e io non sono tra questi, venerando esclusivamente il Gilliam che dilaga nella sci-fi come nei due splendidi Brazil e L'Esercito delle dodici scimmie, entrambi tra i migliori film di fantascienza in cui potrete mai avere la fortuna di imbattervi), ma potrebbe lasciare tiepidi se non addirittura un poco delusi tutti gli altri.
Come me.
La sua cinematografia è presente in uno straordinario impianto visivo (un insieme di cyberpunk e neogotico di una ricchezza tale che se non prende un Oscar per le scenografie c'è da urlare allo scandalo), nei personaggi grotteschi al limite del caricaturale e nella presenza di un tema dominante oscuro e superiore che è motore di tutto il film (in Brazil era la società oligarchica ossessionata dal controllo dell'informazione, nell'Esercito la catastrofe biologica che generava circolarmente se stessa, qui è la ricerca della dimostrazione del Teorema Zero, che definirà priva di senso l'intera esistenza dell'universo).

E la prima mezz'ora di film sembra portare l'ultima creatura di Gilliam a sedere degnamente a fianco degli altri due capolavori con la sua firma: la società iperconnessa in cui si muove un immenso Christoph Waltz è iperrealistica, colorata, premonitrice, irridente: è una versione con gli steroidi della nostra – e da sola definisce il livello artistico di quello che stiamo guardando.

Peccato che da quel momento, il film si richiuda eccessivamente sul protagonista e, sostanzialmente, si autoconfini in un unico set, quello (mirabilmente fotografato e gravido di simbolismi) della chiesa dove si è isolato Waltz, dalla quale si affrancherà solo virtualmente (nell'altra, sola sequenza che mi ha riacceso il cuore)… e il Teorema Zero finisca fin troppo a fare da sfondo al rapporto tra lui e Mélanie Thierry (prima) e  Lucas Hedges (poi).

È come se i personaggi smettessero di essere funzionali alla storia e non viceversa, e se la cosa è voluta mi è piaciuta poco (ma potrebbe benissimo invece funzionare per qualcun altro di voi).
Per carità, resta un film di Gilliam al cento per cento e quindi di parecchie spanne superiore alla maggior parte della roba che possiate avere visto anche solo quest'anno, ma non è un film potente e compiuto come Brazil o l'Esercito.


Detto questo, se il doppiaggio italiano non lo massacrerà, potrebbe valere una seconda visione sul grande schermo – quando e se la distribuzione italiana si deciderà a lanciarlo nelle sale – perché, se Zero Theoreme concettualmente può sembrare un Pi-Greco il teorema del delirio di Aronofsky però fatto con un budget mille volte superiore, visivamente (l'ho già detto?) è imprenscindibile.
Visionario, stratificato, poetico.

domenica 10 agosto 2014

Le mie 10 applicazioni indispensabili su Mac.

Quando ci si siede davanti un computer che non è il nostro abituale di casa o dell'ufficio, anche solo per una breve sessione di lavoro o da un amico, può capitare di pensare: "ma come cacchio fai a vivere senza [nomesoftware]?", reprimendo la tentazione di cercarlo subito in Rete e installarlo senza manco chiedere il consenso al proprietario della macchina.

Ho pensato che una lista di applicazioni fondamentali potesse essere utile, escludendo naturalmente i grossi pacchetti software come Office o la Creative Suite, e magari copiarsi gli installer su una chiavetta USB da portarsi sempre appresso, ché non si sa mai.
Tenete presente che alcune sono legate strettamente all’uso che io faccio del Mac, altre invece sono utility che chiunque dovrebbe avere:


1) Skype (gratis)
Sapete tutti cos'è e a cosa serve.
Prima dell'acquisizione e della "cura" Microsoft, poi, era di un minimalismo e di una semplicità d'uso tali da renderlo uno dei software più amati e utilizzati in tutto il mondo, a ennesima riprova che queste ultime due caratteristiche sono e saranno sempre vincenti nella progettazione di una GUI.
Come forse vi sarete già accorti, recentemente tutte le vecchie versioni di Skype sono state bloccate "dall'alto", costringendovi a pensionare la gloriosa 2.8 e a scaricarvi la nuova 6.15... nonché, se siete utenti Mac e usavate ancora vecchie versioni di MacOS, ad aggiornare a Snow Leopard (ricordate il discorso su come si rendono forzatamente obsolete le vostre macchine? Ecco, questo è un caso esemplare).
Detto ciò, Skype è ancora un programmino insostituibile (in realtà ci sarebbe altra roba che fa più o meno le stesse cose e alcune anche meglio, ma Skype è ormai talmente diffuso che si fa prima ad abituarsi alle nuove relaese), richiede poca memoria, è più discreto della messaggeria di Facebook, se ne sta lì in un angolino senza chiedere troppo e, se lo usate anche sul tablet, ve lo trasforma a tutti gli effetti in un videotelefono a costo zero.
Se poi non vi piace la sua icona, ne trovate tante altre da scaricare. A me piacciono queste QUI.


2) PopChar (30 euro)
Lo uso dai tempi di System 7, e vi ho detto tutto.
Il software più semplice e meno invasivo che esista per la digitazione di tutti i caratteri "speciali" che possiate mai aver bisogno di inserire nella vostra vita. Dalle banali maiuscole accentate alle dieresi, gli accenti circonflessi, indicatori ordinali o i caratteri di alfabeti non italiani. Tutta roba che è già disponibile sulle vostre tastiere, solo che
a) dovete conoscere le complesse combinazioni di tasti che li attivano e
b) dovete comporle, facendo strane acrobazie con le dita.
Con PopChar basta un click nella minuscola "P" in alto nella barra del menù e avrete tutto disponibile in un attimo.
Io sto usando la 4.1.1 su Snow Leopard, ma sono state già rilasciate nuove versioni.


C'è più di un software per scaricare sul proprio hard disk un video pubblicato su YouTube, ma questo è il migliore in assoluto.
Tutto quello che viene chiesto all'utente è di incollare l'indirizzo web del video desiderato e di scegliere il formato in cui scaricarlo. Se vi imbattete spesso in video che volete conservare o trasferire nella library di un dispositivo portatile, MacX YouTube Downloader è lo strumento che fa per voi.

4) BitTorrent (gratis)
La rete BitTorrent è tra le più utilizzate per scaricare scambiare file. Esistono parecchi client per accedervi, ma BitTorrent è la più essenziale e affidabile.
Se vogliamo trovargli un difetto, è un poco esosa in termini di risorse di sistema e povera di opzioni, ma se siete utenti "basici" alla ricerca di un client P2P sicuro e garantito dall'ufficialità, BitTorrent è la scelta giusta.


5) VidConvert (7,99 dollari)
Converte qualsiasi formato video in un qualsiasi altro formato video.
Vi basta?
Metteteci che l'interfaccia è uno di quei rari connubi tra semplicità d'uso e completezza di opzioni, ed ecco che gli otto dollari della sua licenza vi appariranno un costo irrisorio.



6) VLC Player (gratis)
Difficile, veramente difficile trovare un file video che VLC non riesca a riprodurre. Io non ne ho ancora incontrato nessuno.
È il riproduttore multimediale più diffuso in circolazione, è gratuito, open-source, ha un mucchio di opzioni accessorie (ad esempio, per la gestione dei sottotitoli o il sincrono audio/video) che nasconde dietro un'interfaccia semplicissima, e potete comandarlo a distanza col telecomando incluso nel vostro Mac. Dimenticherete completamente il QuickTime Player.


7) SimplyUnRAR e SimplyRAR (gratis)

La prima è una minuscola utility che decomprime qualsiasi cosa con un semplice drag and drop.
La seconda fa l'inverso, con l'aggiunta che potete inserire una password a protezione dei vostri dati, il che la rende particolarmente adatta se avete bisogno di condividere dati criptati su piattaforme non-Mac. Da tenere sempre nel dock.


8) Dropbox (gratis)
Beh, davvero non sapete cos'è Dropbox? Ok, facciamo finta che siate nati stamattina. È un software che permette di caricare o copiare i vostri file su uno spazio virtuale on line, che sarà dunque accessibile da qualsiasi postazione con una connessione a Internet.
Questo significa che potete accedere ai vostri file non solo da qualsiasi computer, ma anche da dispositivi mobili, e renderli accessibili a chiunque vogliate, o caricarvi i contenuti del vostro blog (come sto facendo io, dopo aver constatato che ImageShack sono dei banditi).
Il tutto, gratis fino a 2GB, limite aumentabiile di 250 MB alla volta gratuitamente invitando altre persone. 


9) Save Screenie (gratis)
Una delle funzioni che amo ed uso di più di MacOS è quella di catturare delle istantanee dello schermo (o porzioni di esso) con una semplice combinazione di tasti.
Savescreenie aggiunge semplicemente quelle opzioni in più che Apple avrebbe dovuto integrare nel MacOS, e cioè la possibilità di scegliere in quale formato salvare la cattura dello schermo e la posizione di salvataggio (modificando quella di default, la scrivania).


10) Chipmunk (gratis)
Chipmunk serve a individuare i duplicati dei file sul vostro computer. E, badate bene, non si limita a trovarvi quelli con lo stesso nome (quello lo fa anche Spotlight), ma effettua una comparazione "byte per byte" e vi scova i file che sono effettivamente identici, anche se sono stati rinominati. Vi sembrerà una cazzata, ma la prima volta che l'ho lanciato, mi ha trovato quasi un gigabyte di file doppi, tripli e addirittura in quadruplice copia.

giovedì 7 agosto 2014

A proposito del nuovo Mac Pro.


L'altro giorno bazzicavo presso un Apple Store della capitale, e, senza essermelo realmente andato a cercare, ho visto per la prima volta dal vivo il nuovo Mac Pro.
Che poi è l'oggettino che vedete fotografato in questo post.
Sì, quello che, a dispetto di tutta la microelettronica high-end e la potenza di calcolo che Apple è riuscita a concentrare in uno spazio ridicolo – specie se confrontato al suo precedessore, il gigantesco Mac Pro col case d'alluminio ereditato dal G5 – sembra un cazzo di vaso di Ikea da nove euro e novanta.
E manco un vaso di design: un vaso cilindrico dai bordi smussati, e basta.
Niente nel suo aspetto suggerisce che si tratti di un calcolatore.
Il che, facendo qualche passo nel passato, non è necessariamente un male, anzi... altrimenti, staremmo ancora coi cassoni di plastica pressofusa della stragrande maggioranza dei PC Windows-based, che pure hanno conosciuto una loro evoluzione, specie nei modelli dichiaratamente orientati al gaming (e quindi a un target più giovanile e più sensibile a certe suggestioni estetiche che si sono tradotte in PC che assomigliavano a dei Transformers).
Apple, dal canto suo, lo sappiamo, ha sempre seguito la strada del minimalismo esasperato, a volte apparentemente sacrificando la funzionalità (come quando fece sparire il pulsante per l'espulsione manuale del CD) ma in realtà riuscendo a mandare in produzione macchine di un'eleganza formale rigorosa che riuscivano contemporaneamente ad adattarsi visivamente ad una grande varietà di ambienti e a mantenere inalterato il loto valore estetico nel tempo: in altre parole, diventavano vecchi molto, molto lentamente rispetto i loro concorrenti.

Con soluzioni estreme come il Power Macintosh Cube o l'iMac G4, Apple dimostrò che era possibile  produrre calcolatori all'avanguardia utilizzando forme inconsuete, e di questo bisogna riconoscerle il merito di aver dato impulso al design:Tutte le macchine che vedete qui sopra sono state dismesse da tempo, non obsolete nell'aspetto quanto nell'hardware, a sua volta reso sorpassato dal software, che, in definitiva, resta ancora la migliore arma in mano all'industria per favorire il turn-over del vostro computer (che, nel caso non ve ne foste accorti, funziona benissimo finché non si cerca di fargli fare qualcosa per cui non era progettato: fra girare l'ultimissima release di un sistema operativo o di un pacchetto software su una macchina concepita anni prima è come pretendere di far trainare una roulotte allo stesso mulo che fino a ieri portava a spasso senza problemi un carretto. Il mulo ci proverà e poi vi manderà a fare in culo, e avrà tutte le ragioni per farlo).
Ma non voglio divagare.
Restiamo sull'aspetto dei calcolatori domestici.
Un computer deve anche sembrare un computer?
Deve, cioè, corrispondere all'immagine mentale, al concetto che noi possediamo di un computer?
Quale immagine corrisponde alla parola "computer"?

La realtà è che queste "immagini mentali" variano non solo da persona a persona, ma – inevitabilmente – a seconda del periodo storico.
Negli anni cinquanta, i computer erano troppo grossi per essere trasportati, e si poteva vederli solo in televisione o in qualche film di fantascienza: grossi armadi metallici con bobine di nastro che giravano e lucine intermittenti. Con l'avvento del personal computer, alla fine degli anni settanta, quest'immagine mutò nei case di plastica dove la tastiera, la CPU e lo schermo (rigorosamente un tubo catodico a fosfori verdi) erano un unico blocco. Poi arrivò il Macintosh, i primi assemblati, i portatili, i netbook, e i computer sono finiti negli zainetti e nelle borse.
E ora?
Ora, Apple propone questo:

Un cilindro antracite con un'apertura circolare in cima, smussata.
Il vaso di cui dicevo.
E, se dalle fotografie ufficiali o in qualche render può anche sembrare attraente, beh, dal vivo non lo è.Che, torno a ripetere, assomiglia dannatamente a un vaso, o, ad essere cattivi, a un cestino per la carta straccia.
Non è nero, ma antracite. Lucidato a specchio, piuttosto pesante (il rivestimento esterno è di metallo), privo di qualsiasi dettaglio superficiale sul fronte (ammesso che un oggetto cilindrico abbia un fronte), con prese USB e Thunderbolt sul retro... ma anche il logo Apple e l'interruttore d'accensione sono "nascosti" sul retro, e mi chiedo il perché.

Il logo Apple è un brand importante, per alcuni un tratto distintivo determinante nella scelta di un prodotto, e "nasconderlo" sul retro mi sembra una mossa di marketing discutibile.
È vero che anche su due dei prodotti di punta di Cupertino (l'iPad e l'iPhone) il logo è posizionato sul retro, ma è una scelta dettata più che dalla pulizia formale dalla necessità di demandare al fronte del device tutto lo spazio possibile al display... ma nel caso del Mac Pro sul "fronte" c'è spazio in abbondanza. Perché nasconderlo sul retro?
Il pulsante d'accensione, oltre ad essere più facilmente azionabile sul fronte, può diventare elemento di design (è dal Powerbook Titanium che Apple ha adottato dei bellissimi pulsanti circolari in acciaio inossidabile), e inoltre aiuterebbe a chiarire la "funzione" dell'oggetto: difficilmente un vaso o un cestino hanno un pulsante.
Per finire, la finitura antracite lucida.
Che può piacere o meno, ma... perché?

Nella sua storia Apple, ha sempre unificato i materiali costruttivi dei suoi prodotti: negli anni ottanta, c'era la plastica beige, che, pur diventando sempre meno gialla con l'avvento dei nuovi modelli, era sostanzialmente lo stesso tipo di materiale: leggermente ruvido al tocco, con scarso appeal e difficile da pulire.
Tutto cambiò, e radicalmente, quando venne presentato il primo iMac nel 1998: la sua carrozzeria impiegava un nuovo tipo di plastica traslucida colorata, che incontrò così tanto successo da spingere non solo Apple a produrne di vari colori, ma da influenzare tutto il design industriale di quel periodo: nei negozi comparvero spillatrici, ferri da stiro, telefoni e qualsiasi altro oggetto di uso quotidiano possa venirvi in mentre realizzato in plastica traslucida e colorata.



Già nel 2000, tuttavia, Apple modificò il tiro e declinò tutta la sua linea produttiva in colore bianco.
Scoprì e brevettò un nuovo tipo di polimero simile al cristallo chiamato Antarctica e con quello carrozzò l'iPod, il nuovo iMac, i Powerbook e l'eMac.
Poi nel 2003 apparve il nuovo desktop destinato all'utenza pro che introdusse per la prima volta l'alluminio come materiale costruttivo: all'inizio, Apple se ne servì per differenziare le linee dei suoi prodotti (plastica bianca i consumer, alluminio i pro), ibridandoli nel MacMini (plastica bianca profilata di alluminio) e poi adottando unicamente e definitivamente l'alluminio per la linea desktop, iMac, portatili, MacMini e persino gli iPod.

Il case del nuovo Mac Pro è ricavato da un tronco di alluminio ritagliato in forma cilindrica che viene anodizzato e fresato e infine verniciato antracite lucidato a specchio, introducendo così un nuovo tipo di finitura inedito nei prodotti Apple (la cosa più simile che abbiamo avuto era l'iPod nero lucido di quinta generazione, e ancor meno i portatili nero opaco).
Una scelta che, non per fare il reazionario a tutti i costi, ma mi pare meno azzeccata che in passato... a meno che, naturalmente, Apple non abbia intenzione di presentare nel prossimo futuro una nuova linea di monitor e di portatili stampati nella stessa finitura antracite lucida, che di certo qualche designer si divertirà ad immaginare in qualche render fantasioso.

Io, tanto per cambiare, vado controcorrente e mi sono immaginato un MacPro in alluminio satinato e con le altre modifiche di cui vi dicevo (logo Apple e pulsante d'accensione sul fronte), che meglio si armonizza con gli attuali prodotti in alluminio... anche se, ora che lo guardo meglio, non mi sembra più un vaso, ma un dannato fusto di birra.
Niente, non c'è verso.
QUESTO resta ancora il migliore.

lunedì 28 luglio 2014

Pet Shop Boys live a Torino. Io c'ero.


Forti del loro linguaggio musicale ancora facilmente comprensibile e con un'immagine modernizzata e probabilmente un pelo sopra le righe ma sempre di gran classe, i Pet Shop Boys si ripropongono come uno dei pezzi forti al Traffic Festival di Torino. Eccoli salire sul palco, vecchi ma truccati e vestiti come esseri del prossimo secolo. Le luci giuste, i laser e le cortine fumogene possono cancellare le rughe. E anche le loro song più datate trovano una consonanza con i nostri tempi, mescolate senza soluzione di continuità coi pezzi del loro recentissimo album Electric.

Come primo brano attaccano Axis, un ode all'energia elettrica che riecheggia le pulsazioni ritmiche ed analogiche del miglior Giorgio Moroder d'annata. Neil Tennant ha un costume di scena che lo fa assomigliare a un assurdo istrice di metallo nero, e si conquista la folla che è arrivata in piazza San Carlo da tutta Italia in un nanosecondo. Me compreso.


Ibridano la recentissima Axis con One More Chance, indimenticata hit del 1987, senza strappi e senza scosse. Due pezzi separati da quasi trent'anni che convivono e rifluiscono nell'impianto da ventiduemila watt coperto da fogli di plastica perché nel frattempo la pioggia non ha ancora smesso di cadere, tiepida e indifferente.


Proseguono con Opportunities, l'immancabile satira al thatcherismo, al consumismo e agli yuppie che negli anni ottanta popolavano le strade, gli uffici, gli autobus, i pub e i dancefloor. Infilano due pezzi di seguito da Fundamental,  il loro album più politico e forse il più riuscito dell'ultimo decennio, Fugitive e
Integral. Ritornano a cazzeggiare con I Wouldn't Normally Do This Kind of Thing e dei bellissimi elmetti cromati cornuti che li rendono identici a qualche oscura divinità metallica che si muove in un bagno di luce color sangue.

Ancora pezzi senza tempo dagli anni ottanta come Suburbia (che parallelamente all'omonimo film di Spheeria canta con falsa allegria la violenza e lo squallore dei sobborghi di Los Angeles) e I'm Not Scared (che fece la fortuna degli Eighth Wonder e Patsy Kensit).
Cantori che hanno attraversato indenni quasi tre decenni di musica e di storia, Tennant e Lowe saltano senza perdere una battuta a Fluorescent del 2013 a West End Girls (scritto da Tennant sotto ispirazione del poema di T.S. Eliot, e primo successo mondiale dei Pet Shop Boys), a Somewhere , Leaving , Thursday, Love etc., I Get Excited, Rent, It's a Sin, Domino Dancing, Always on My Mind, Go West.

E dietro, ruotano scenografie fluorescenti, metallizzate, attraversate da aghi di raggi laser, ballerini con testa di teschi di bisonte, cabine di ferro e neon dove si  contorcono figuranti in doppio petto e maschere di pelliccia fluorescente.
Accanto a me è un delirio di gente che balla in verticale per lo scarso spazio a disposizione, agitando gli iPhone con la retroilluminazione settata a quindici e anche trenta secondi. C'è una ragazza giapponese in pantaloncini zuppa che ha conquistato un ambito posto attaccata alla transenna che urla come un'invasata. Ci sono gay dappertutto che ululano il loro amore per Neil Tennant, che non ha mai rilasciato in vita sua nessuna dichiarazione sul suo orientamento sessuale.

Che poi, per inciso, questa roba che la musica dovrebbe avere un orientamento sessuale non l'ho mai né capita né condivisa.
Se un artista è eterosessuale, deve piacere solo agli etero? E, analogamente, se è omosessuale dovrebbe piacere solo ai gay?
È una ghettizzazione banale e anche un po' imbecille. Io che sono etero e mi piacciono i Pet Shop Boys sono un'anomalia? Non dovrei essere qui stasera ma dopodomani a sbracciarmi, sotto il medesimo palco in piazza San Carlo, davanti i bicipiti sudati di Piero Pelù (che pure apprezzo ma per il quale non mi sono sobbarcato settecento chilometri su un treno ad alta velocità coi sedili che rivaleggiano per scomodità con quelli sistemati nelle sale d'attesa di un aeroporto qualsiasi a vostra scelta)?

E chiudo con un messaggio un po' polemico.
Così come la musica non ha sesso, neanche l'educazione ce l'ha.
Tu, ricchione che hai pogato come un forsennato per tutta l'ora e quaranta accanto a me sventolando il tuo cazzo di iPhone in direzione di Neil Tennant e cantando a squarciagola (stonando) tutte le canzoni strafottendotene di me che non ero lì per sentire i tuoi latrati, devi ritrovarti chiuso in ascensore con quattro skinhead omofobici per un weekend intero. What have I done to deserve this?

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