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giovedì 28 dicembre 2017

Donny the drone.



L'intelligenza artificiale, inutile che ve lo dica, è una chimera tecnologica tuttora lontana, per quanto il termine venga ampiamente abusato dai media e dai pubblicitari.
Ma resta un tema talmente affascinante che continua a stimolare la fantasia di creativi, scrittori, futurologi e filmaker, come il bravissimo Mackenzie Sheppard che – sotto l'egidia di Dust, e tanto dovrebbe bastarvi – da una sceneggiatura di Andrew Miller dirige questo cortometraggio ispirato e degno del suo tempo, dove Donny, la prima macchina senziente del mondo, "sale" su un palco ad accettare il prestigioso premio di "Person of the Year", mentre un auditorium di umani si confronta con la sua storia emotiva e controversa.
E se pensate che il termine "emotiva" stoni nella stessa frase dove compare il termine "intelligenza artificiale" è perché non avete ancora guardato Donny the Drone.
È il racconto di una consapevolezza in divenire, di scoperta, di libero arbitrio, di come l'intelligenza conduca a risultati simili – non importa se sei organico o meccanico, di un'utopia che spaventa perché sovverte i nostri credo e i nostri schemi.
Merita dieci minuti del vostro tempo, insomma.

giovedì 18 maggio 2017

Alien Covenant. Due chiacchiere e quattro clip, senza spoiler.

Se volete leggere di Alien: Covenant, trovate pronte migliaia di recensioni belle che pronte sul web, molte delle quali scritte da haters dell’ultim’ora di Ridley Scott (o, almeno, da quando sono rimasti delusi da Prometheus e da allora non gli hanno perdonato più niente e anzi ce l’hanno sempre nel mirino, attaccando alla fine dei loro commenti sdegnati un “ormai s’è proprio rincoglionito” che ci sta sempre bene).
Naturalmente, troverete anche quelle degli entusiasti, e, una volta di più, potrete fare una media, o, meglio ancora, investire otto o nove euro (che altrimenti avreste speso in una birra servita in un bicchiere di plastica in un locale con la musica troppo alta) e andare a vedervelo nel cinema a voi più comodo e farvi un’opinione tutta vostra.
Tutto quello che posso fare io per voi è consigliarvi di guardarvi prima queste clip rilasciate da Fox (ve le ho raccolte in fondo a questo post), che non spoilerano assolutamente nulla ma che – forse – vi aiuteranno ad entrare un pelo in empatia con la crew della Covenant, che, questo lo devo proprio dire, il montaggio ha ridotto a facce e nomi di cui non vi ricorderete più non appena messo piede fuori dalla sala.
Se poi non vi fidate, e non volete vedere e/o leggere niente di anticipatorio prima di vedere il film, allora vi ripropongo un estratto del manoscritto privato “Teoria della propagazione aliena” del Dr. Waidslaw Orona, consigliere civile del Corpo Coloniale dei Marines. Scritto dopo gli accadimenti di Aliens: Scontro finale, ma pubblicato sulla Terra nel 1991 (paradossi temporali, che ci volete fare).
Ve lo accompagno con un paio di miei disegni d’epoca, roba tardi anni ottanta, ma ancora buona, a mio avviso.

Gli esseri umani soffrono di una peculiare nozione egocentrica riguardo la natura della vita. Diamo per scontato che altre forme di vita si debbano in qualche modo conformare ai nostri confortevoli standard logici e morali. Questo è, chiaramente, assurdo.
Ciò che chiamiamo “moralità” è una sottile membrana di principi arbitrari, facilmente ignorati quando fa comodo. Perché dovremmo aspettarci più da una forma di vita aliena che non da noi stessi?
Per limitarci ai fatti pratici, molto i quello che presumiamo di sapere sulla forma di vita aliena, sono congetture. Ad ogni modo, al di là delle teorie, esistono due fatti assoluti, ed inequivocabili:
1) non sono come noi.
2) non riusciremo mai a capirli fino in fondo.
A giudicare dal denso esoscheletro degli alieni e dalla loro rimarchevole adattabilità, dobbiamo presumere che il loro mondo-natale sia un ambiente arido e desolato.
Sappiamo, sulla base dell’incontro di Acheron, che gli alieni hanno una gerarchia basata sulla Regina. Sappiamo anche che formano degli alveari per proteggere i loro piccoli.
AD un certo punto, forse ciclicamente, la regina dell’alveare avverte il bisogno istintivo di creare nuove colonie e depone uova che più tardi saranno le larve-regina.
A giudicare dal leggendario “temperamento” degli alieni, è probabile che questa speciale colata di uova sia rimossa rapidamente dalla camera della refila e nascosta altrove.
Col passare del tempo, i fuchi provvedono a fornire dei corpi-ospite per le giovani regine.
Per molti della comunità scientifica, questa forma di parassitismo nel processo di crescita è l’aspetto più rivoltante dell’intera biologia aliena; per gli alieni è una cosa perfettamente naturale, come per noi dare un giocattolo a un bambino.
Il periodo di incubazione è relativamente corto: giorni, o persino ore. La nascita è un’ordalia di dolore e violenza. Appena le giovani regine emergono, avviene una battaglia per la supremazia: immaginate una specie dove il primo atto eseguito coscientemente è uccidere.
Eppure, anche ora esito a trarre implicazioni darwiniane da queste lotte: uccidere può essere semplicemente un modo, per le nuove regine, di definire la loro realtà.
Presto la nuova regina guida una schiera di fuchi lontano dal vecchio alveare. I fuchi sono gli schiavi della regina e non esiste nulla di più importante della costruzione del nuovo alveare. Se non sono disponibili materiali da costruzione naturali, forse altri elementi della colonia dovranno sostituirli.
Non bisognerebbe descrivere questo come un atto di cannibalismo, quanto come un rimarchevole e spietato pragmatismo.


Gli alieni non pensano in termini di sacrificio. L’alveare è tutto. Ciò fa sì che la morte per loro non abbia lo stesso significato che noi le diamo.
Tutti gli ecosistemi si basano su un delicato equilibrio. Questo è vero sia per il mondo natale degli alieni che per il nostro. Sul loro mondo, gli alieni avrebbero un gran numero di nemici naturali: qualcuno vivrebbe, qualcuno morirebbe, e la popolazione aliena sarebbe tenuta sotto controllo. I corpi dei morti verrebbero usati per rinforzare le pareti dell’alveare. Il ciclo continuerebbe. L’ecosistema andrebbe avanti.
L’infestazione aliena, violenta e incontrollabile, ha luogo quando le creature vengono rimosse dal loro habitat naturale. Possiamo solo provare a immaginare come questo sia potuto accadere. Forse fu milioni di anni fa. Forse solo decine. Il risultato finale è ciò che importa: in qualche modo, gli alieni vennero trapiantati su altri mondi.
Le creature non si preoccupano dei particolari degli ambienti che li circondano: essi sono interessati solo alle circostanze.
Laddove i nemici naturali spariscono, l’equilibrio si rompe: tutto quello che rimane sono le prede.
Noi uomini crediamo che la tecnologia ci abbia reso invincibili, che ci siamo evoluti al di là delle semplici nozioni di predatore e preda: semplicemente, non c’era motivo per cui l’equipaggio della Nostromo o della Sulaco (o i coloni di Acheron) dovessero pensarla diversamente. 
L’uomo non si era mai trovato troppo a suo agio nello spazio. Con tutte le nostre navi, tute ad atmosfera ed armi eravamo degli intrusi. 
Un ambiente ostile, selvaggina abbondante: gli alieni, invece, devono essersi sentiti totalmente a loro agio.
Gli uomini hanno confuso la comodità con la sopravvivenza. Per noi, esistere non è abbastanza: vogliamo una vita che sia anche ben equipaggiata. Gli alieni non hanno di queste pretese. Vivono in un mondo molto semplice: vivono per uccidere, uccidono per vivere. Per riprodursi.
E alla fine… sopravvivono.


giovedì 13 aprile 2017

Non il solito spot pubblicitario.

Ma quanto son belli gli spot pubblicitari che non ricorrono ai soliti stereotipi, fatti di famiglie felici che fanno colazione assieme in enormi cucine soleggiate, di medici in camice immacolato belli come modelli, di automobili che sfrecciano su strade panoramiche invariabilmente deserte?
Un mucchio.
Peccato che per vedere qualcosa che si allontani dagli schemi bisogna quasi sempre andarseli a cercare sul tubo perché in Italia tira una certa aria (non è sempre colpa dei pubblicitari, ma del mercato tutto), e sembra che solo e sempre gli altri facciano le cose nuove e diverse e coraggiose.
Oggi però mi è capitato tra i suggerimenti di YouTube uno spot, prodotto da alcuni illustri sconosciuti, girato per un’italianissima cooperativa di tassisti genovese, e tanto per scrupolo faccio partire il play.
E lo salvo subito tra i preferiti.
Perché l’idea è sì vecchia come il cucco, è vero che il collegamento col servizio pubblicizzato è praticamente inesistente e che la conclusione è becera e frettolosa… ma il taglio sci-fi citazionista, l’approccio scanzonato e la modella Pamelona-style me l’hanno fatto amare all’istante.

Se avete sessanta secondi liberi, non potete perderlo, e se arrivate persino a tre minuti, potete metterci dentro anche il backstage.

venerdì 23 ottobre 2015

Stammi vicino. Anzi, lontano.


Nel libro La dimensione nascosta, Edward Hall parla della distanza alla quale l'essere umano si sente a proprio agio con le altre persone.
E ci spiega che dipende da un mucchio di fattori.

Ad esempio, dalla cultura di appartenenza: europei e asiatici si tengono generalmente fuori dal raggio di azione del braccio col loro prossimo, mentre gli arabi se ne stanno gomito a gomito senza batter ciglio.
In alcune regioni dell’India, dove gli appartenenti alle diverse caste devono mantenere fra di loro una distanza rigidamente stabilita, gli individui della casta più bassa (i paria) devono tenersi a 39 metri dai bramini (la casta più elevata). Immagino che abbiano sviluppato un senso delle distanze misurate ad occhio straordinaria.
In ascensore, noi europei ci poniamo a cerchio e con la schiena appoggiata alle pareti (e ci fingiamo interessatissimi alla targhetta che riporta matricola e peso massimo), o fissiamo il pavimento come se ci vergognassimo di qualcosa, mentre gli americani si mettono in fila con la faccia rivolta alla porta. Vai a capire.

Sempre Hall, teorizzò una distanza fisica che istintivamente teniamo a seconda del nostro grado di intimità con qualcuno: ci teniamo a oltre un metro e fino a tre metri con i conoscenti, o gli insegnanti o un nostro superiore, ma questa distanza scende fino a 45 centimetri con gli amici e si riduce a zero solo col partner o con un familiare stretto.
Molti di noi si provano un vero e proprio disorientamento se si trovano ad essere salutati con un abbraccio, specie se provieniente da qualcuno non appartenente alla nostra "cerchia" di intimi. Se qualcuno si siede troppo vicino a  noi al cinema o al parco, se osserva uno scaffale al supermercato a pochi centimetri da noi. E così via.

Ed è proprio sulla distanza prossemica (la prossima volta che volete fare i fighi in pubblico, tirate pure fuori questo termine) che gioca la campagna sociale che vedete qua sotto, commissionata dal governo della Tasmania per sottolineare l'importanza di mantenere i conducenti delle auto a distanza di sicurezza dai ciclisti. Che, anche se dei ciclisti non ve frega niente e anzi vi stanno anche un po' sulle palle, guardatelo lo stesso perché spiega in pochi secondi quello che vi ho raccontato io finora, e molto meglio.

martedì 22 settembre 2015

Non giudicare troppo alla svelta.

"Non giudicare troppo alla svelta, noi non lo facciamo" è una campagna pubblicitaria per Ameriquest Mortgage, una finanziaria americana specializzata in prestiti per acquistare la prima casa. La campagna è stata creata dall'agenzia pubblicitaria DDB di Los Angeles, a firma del direttore creativo Helene Cote.
Lo slogan di Ameriquest serve ad assicurarvi che Ameriquest Mortgage prenderà sul serio qualsiasi richiesta di un mutuo per la casa, senza giudicarvi troppo frettolosamente.
Poteva venire fuori la solita roba istituzionale, noiosissima e patinata, e invece DDB ha avuto la geniale idea di girare questi spot, raccolti qui sotto in un unico video.
Valgono tutti il vostro tempo.

mercoledì 24 settembre 2014

Dove, sei, papà?

Da buon ultimo, "scopro" il videoclip di Papaoutai, che quest'anno vince tutto, per quanto mi riguarda, in termini di regia, coreografie e scenografie. E persino la canzoncina non è male per niente.

Dedicato a mio padre, ovunque si trovi.

mercoledì 28 agosto 2013

Scova i pericoli prima che si presentino.

C'è questa berlina Mercedes.
È quasi il 1900, e, sì, non dovrebbe esistere nemmeno la Mercedes, state zitti, non è importante.
La berlina fila come un silenzioso proiettile d'argento per il villaggio austriaco di Braunau am Inn, seguita dallo sguardo dei presenti.
A un certo punto, due ragazzine attraversano incaute.
Ma niente paura: la Mercedes Scova i pericoli prima che si presentino, almeno così recita lo spot. Un dispositivo anticollisione basato su sensori di prossimità blocca l'auto prima della tragedia.
O anche no.
Peccato che non si tratta di uno spot Mercedes, ma della tesi di laurea di Tobias Haase, Jan Mettler e Lydia Lohse, studenti dell’accademia del cinema di Ludwigsburg, in Germania.
E alla Mercedes non è piaciuto neanche un po'… chissà perché. 
Imperdibile.

venerdì 8 febbraio 2013

Figli delle macchine.

Negli anni settanta, un fricchettone fuori tempo massimo ci venne a raccontare che l'umanità discendeva dalle stelle.
Oggi esistono teorie che suffragano quella canzonetta che tutt'oggi procura il sostentamento del cantautore partenopeo, anche se ho il sospetto che pensasse a tutt'altro quando la compose... ma non è di questo che voglio parlarvi.
La storia ufficiale ci dice che prima è venuto l'Uomo e poi la sua figlia imperfetta, la Macchina.

Ma, se non fosse così?

Se in un passato talmente remoto da veder andata perduta ogni sua vestigia fossero state le macchine a popolare la Terra e queste – un infausto giorno – avessero deciso di creare l'Uomo?

La premessa narrativa è talmente originale che questo corto del regista italiano Alessio Fava, Project Genesis, realizzato con grande uso di stop motion ma soprattutto di sense of humor, sta facendo rapidamente il giro della Rete... e anch'io l'ho trovato degno di essere condiviso.

PS Una piccola chicca: QUI potete scaricare il manuale d'istruzioni di Human. Andrebbe letto anche solo per il capitolo 2, quello relativo allo scarico dei rifiuti organici.



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