venerdì 16 dicembre 2011

Graphic Wars!

Sono le sette di sera, sono seduto dietro la mia scrivania in agenzia e sto pensando che forse, per una volta, riuscirò ad uscire di qui ad un'ora decente... quando si affaccia il boss nella mia stanza.
"Aspetta ad andartene. Hai presente la convention di [nome gigantesco cliente]?"
Io (alzando un sopracciglio): “Quella che ci sarà tra due settimane, a ridosso di Natale?”
Boss: “Quella. Solo che non ci sarà tra due settimane, ma la prossima. Chiudono anticipatamente gli uffici e così dobbiamo consegnare le grafiche stasera allo stampatore
.
Io: “Ammiro sempre la disinvoltura con la quale dici dobbiamo quando in realtà sono io che devo farmi tutto il culo".
Boss: “Quale segno di buona volontà voglio offrirti un regalo: questo stagista
.
E introduce nella stanza un giovane grafico di belle speranze che abbiamo preso per essere iniziato ai segreti di questo ingrato mestiere.
Giovane Apprendista: “Che cosa ha detto?”
Boss: “È un buon lavoratore e ti servirà bene”.
Giovane Apprendista: “Non è possibile! Questo è il messaggio sbagliato!”
Io: “Ah, bene. Nuove acquisizioni. Sei un co.co.pro, non è vero?
Giovane Apprendista: “Sono Matteo
.
Io: “Rispondi solo "sì" o "no”.
Giovane Apprendista: “Oh be', sì”.
Io: “Bravo! Adesso usa la Forza!”
Giovane Apprendista: “?? In che senso??”
Io: “Dammi una mano a preparare 'ste cavolo di grafiche. Mi pareva troppo bello che erano le sette e il telefono non squillava più".


Dopo un po', si affaccia la centralinista e ci fa: "Noi andiamo a fare l'aperitivo. Venite con noi?"
Io: “No. Abbiamo da fare. E comunque, non ci sarei venuto in quel bar di fighetti con voialtri”.
Segretaria: Brutto idiota, presuntuoso, strapezzente e cafone!”
Io: “Chi è strapezzente?!!”
Sentiamo la porta sbattere e restiamo soli nell'agenzia.
Giovane Apprendista: “Iniziamo subito? Se posso usare il MacPro, dovremmo sbrigarcela in un paio d'ore…”
Io: “Non essere troppo fiero della meraviglia tecnologica che hai sulla scrivania, mio giovane apprendista. La velocità di un MacPro è insignificante in confronto alla potenza della Forza. Come prima cosa, assicuriamoci di avere sulla nostra email un brief che noi stamperemo, possibilmente in doppia copia, con nomi e date ben in evidenza”.
Il discepolo inizia a stampare le email e a spillarle diligentemente, mentre il maestro richiama dal suo hard disk numerosi documenti di Photoshop e di Illustrator.
Giovane Apprendista: “Ehmmm… ma com'è che avere un brief scritto è così importante?”
Io: “Perché il brief scritto dà sicurezza. Esso riempie tutti gli anfratti disponibili ed assicura la continuità tra te e il tuo posto di lavoro, attorno ad ogni layout grafico, fin dentro i desideri del cliente!”
Giovane Apprendista: “Ed è importante?”
Io: “Certo che sì. Senza il brief scritto c’è la paura. La paura porta alla rabbia, la rabbia all’odio e l’odio porta ad usare Windows”.
Giovane Apprendista: “…Ehmmm… pensavo che fosse “porta alla sofferenza”...
Io: “Perché usare Windows non è soffrire?”
Giovane Apprendista: “Uhmmm… Ok...”

I nuovi layout vengono lentamente preparati… quando, all’improvviso l'icona di Entourage nel dock a forma di Morte Nera inizia a saltellare.
Giovane Apprendista: “Aaaaaagh! Adesso che succede?”
Io: “Eccola, è un'email del perfido Darth Account!”
Giovane Apprendista: “Eh?”
Io: “Un account scemo e leccaculo che asseconda ogni ingiustificato capriccio del cliente e lo fa esaudire da noi grafici”.
Giovane Apprendista: “Ed è grave?”
Io: “No, se non ti lasci traviare dal Lato Oscuro e resisti alla sua richiesta di ingrandire ancora il logo”.
Apro l'email e leggo il suo contenuto.
”Hanno cambiato ancora la data della convention. Bisogna correggerla su tutti i materiali declinati. Inviti, cartelline, slide powerpoint, scenografie. Tutto”.
Giovane Apprendista: “Oh, no! Ora non usciremo di qui prima di mezzanotte!”
Io: “Così sicuro sei tu. Sempre per te non può essere fatto. Tu non senti ciò che dico!”
Giovane Apprendista: “Maestro, creare una grafica è una cosa: questo è del tutto diverso!”
Io: “No! Non diverso! Solo diverso in tua mente. Devi disimparare ciò che hai imparato”.
Giovane Apprendista: “D'accordo, ci proverò”.
Io: “No! Provare no. Fare! O non fare. Non c'è provare!”

In un gran aprire e chiudere di documenti e finestre, le correzioni vengono completate su tutte le declinazioni.
Giovane Apprendista: “Sento una vibrazione negativa nella Forza...
Io: “Per forza! Ti sei scordato di ri-tracciare tutte le font sui documenti che abbiamo corretto!”
Giovane Apprendista: “E dobbiamo ritracciarle tutte uno per uno? Non ci riesco, sono troppi!”
Io: “Il numero non conta. Guarda me, giudichi forse me dal numero degli zeri del mio stipendio? Non dovresti farlo infatti, perché mio alleato è la Forza, ed un potente alleato essa è! Illuminati noi siamo, non questo vile denaro!”
Giovane Apprendista: “Tu vuoi l'impossibile! Non posso crederci!”
Io (annuendo grave): “Ecco perché hai fallito”.

Dopo un'altra ora e mezza di attività mouse-Illustrator i pdf sono a posto.
Giovane Apprendista: “Ecco! Abbiamo finito!”
Io: “Aspetta... sento qualcosa... come se tanti file stessero gridando tutti insieme...
Giovane Apprendista (fissando il monitor): “Cacchio! MAILER-DAEMON!! Sono tornati indietro!! La loro casella di posta è piena!!!”
Io: “Non fidarti del computer, segui il tuo istinto...”
Giovane Apprendista: “Ehmmm… (controlla l'indirizzo email e si accorge che era sbagliato. Li rimanda a quello giusto e tutto arriva a destinazione”.
Giovane Apprendista: “Ehi! Ha funzionato!”

A questo punto lo stagista afferra il giubbotto e il casco e si avvia verso l'uscita.
Io: “Giovane apprendista…”
Lui si blocca e si volta a guardarmi.
Io: “Il boss non ti ha mai detto chi sarà il tuo capo per il resto del tuo stage da noi”.
Giovane Apprendista: “Mi ha detto abbastanza: che sarà (nome di altro art)”.
Io (con aria solenne): “No. Io sarò il tuo capo!”
Giovane Apprendista (impallidendo): “No! Non è vero! NON È POSSIBILE!”
Io: “Cerca dentro di te! Tu sai che è vero!”
Giovane Apprendista: “NOOOOOOOO!”

martedì 6 dicembre 2011

Il quaderno di Susan.

C'era una volta un'era buia, in cui, chiunque volesse far fare qualcosa al proprio PC, doveva imparare a memoria tutta una serie di criptici comandi e digitarli manualmente sulla tastiera.
Come, ad esempio:
Oggi, invece, abbiamo questo:
Cos'è accaduto?
È accaduto che a qualcuno, uno di quei "folli" che pensano di poter cambiare il mondo e alla fine ci riescono davvero, un bel giorno venne l'idea di interagire col computer utilizzando una metafora.
Al posto della riga di comando, immaginò una scrivania virtuale con foglietti dall'angolo piegato a rappresentare i file, cartelle a simboleggiare le directory e una freccina al posto del cursore lampeggiante.
Il tutto gestito con un nuovo oggetto grosso come una scatola di sigarette con un pulsante sopra: il mouse.

Anche se in parecchi pensano che la rivoluzione la portò in dote il Macintosh nel 1984, i concetti fondamentali alla base dell'interfaccia utente grafica (o GUI) fecero il loro debutto nel 1968 in una presentazione dello Stanford Research Institute, celebrata come la "madre di tutte le demo":
Le idee rivoluzionarie contenute in quella storica demo vennero ulteriormente sviluppate presso lo Xerox PARC, dove erano rimaste a prendere polvere… finché uno Steve Jobs ventiquattrenne, in un tour leggendario nel 1979 non vide quell'interfaccia grafica e ne rimase completamente folgorato.
"Ho pensato che fosse la cosa migliore che avessi mai visto in vita mia", disse Jobs in seguito. "Tutto quello che c'era in giro era sbagliato. Era ovvio per me che tutti i computer avrebbero funzionato in questo modo, prima o poi".

Jobs acquistò dalla Xerox la licenza d'uso della tecnologia di interfaccia grafica per una modesta quantità di azioni Apple…ma questo non è importante.
Importante è che il mouse e le icone erano uscite dai laboratori Xerox per arrivare a tutti.
Nessuno all'epoca, a parte Jobs (alla faccia di tutti quelli che ancor oggi dubitano del suo talento visionario) aveva coscienza della portata della rivoluzione che quell'evento avrebbe comportato nelle nostre vite quotidiane.

C'era un enorme mercato vergine fatto di artisti, musicisti, scrittori e altri creativi che non avrebbero mai padroneggiato l'arcana complessità di un'interfaccia a linea di comando o che non avrebbero potuto affrontare la spesa di una workstation che aspettava solo di essere conquistato.
Era la sfida di progettare un personal computer che "il resto di noi" non solo avrebbe acquistato, ma di cui si sarebbe innamorato.E una parte fondamentale in questa rivoluzione, la ebbe una giovane artista chiamata a far parte del team di sviluppo del primo Macintosh: Susan Kare.
Pittrice, un dottorato di ricerca in belle arti conseguito alla New York University, fu reclutata in Apple dal suo compagno di liceo Andy Hertzfeld, uno degli ingegneri che stava scrivendo il sistema operativo del Macintosh.

Il primo incarico di Kare fu lo sviluppo di font per il Macintosh. A quel tempo, i caratteri tipografici digitali erano a spaziatura fissa… il che significa che una stretta "i" o una larga "m" occupano lo stesso spazio in un'immaginaria griglia bitmap – un lascito delle vecchie macchine da scrivere, il cui rullo avanzava di uno spazio sempre uguale ogni volta che un'altra lettera veniva aggiunta con la pressione di un tasto.
Jobs era determinato ad usare qualcosa di meglio per il suo nuovo ed elegante computer, avendo fatto tesoro delle lezioni di calligrafia prese al Reed College dal monaco trappista Roberto Palladino, un discepolo del maestro calligrafo Lloyd Reynolds.
Per il Mac, Kare progettò il Chicago, la prima famiglia di font digitali a spaziatura proporzionale, pensato per funzionare nero su bianco come su una pagina di un libro... piuttosto che verde su nero come su uno schermo dei computer dell'epoca.


...da così...

...a così. Notate la differenza, vero?
Tutto questo era certo molto figo. Ma non era abbastanza.
Susan Kare fu chiamata a disegnare gli elementi di navigazione della GUI del Mac: in altre parole, le icone.

Quello che fece fu di acquistare per due dollari e mezzo un taccuino a quadretti dove potesse giocare con le forme e buttare giù le sue idee. Dove ogni quadrato sulla carta rappresentava un pixel sullo schermo.
Su quel quaderno, Susan disegnò il futuro.


Uno dei primissimi schizzi, realizzato con un pennarello rosa fluorescente, era un dito con un indice puntato, ed era pensato per il comando "incolla".



Poi disegnò un pennello intinto nella vernice



…un paio di forbici per il comando "taglia"...


…e una mano btimap, il progenitore di tutte le "mani" utilizzate ancora oggi come strumento di scorrimento in programmi come Adobe Photoshop, Illustrator o Quark Xpress.


…Un'icona per "stop"


…un simbolo di "pericolo"...



…e un paio di immagini bitmap che definivano lo stesso logo Apple .


Naturalmente, ci furono anche degli scarti e cose che rimasero lettera morta: come questo schizzo per un'icona per "rientro automatico", che più la guardo meno la capisco.


O come queste bizzarre icone pensate per un'istruzione di programmazione chiamata "salto".


Due icone per una funzione "debug" che non venne mai implementata nel MacOs.


Guardate le vostre tastiere per Macintosh: Susan rielaborò il simbolo di un castello visto dall'alto, comunemente utilizzato nei campeggi svedesi per indicare una destinazione turistica interessante, per definire il tasto Mela, o Command. Oggi la mela è scomparsa, ma il simbolo disegnato da Susan no.
Susan ha fatto di più che stilizzare oggetti reali: ha realizzato un lessico visivo universalmente comprensibile ed estremamente intuitivo.
Un processo simile a quello che ha portato, ad esempio, alla creazione dei segnali stradali.

Sono passati quasi trent'anni da quegli schizzi sul quaderno a quadretti di Susan, e l'hardware è diventato più veloce, più economico e più potente. I progettisti di interfacce si sono affrancati dall'esemplificazione estrema dettata da una rigida mappa di pixel bainchi o neri e ora abbiamo icone tridimensionali, multicolori e iperrealistiche che riempiono gli schermi dei nostri telefoni cellulari, tablet, televisori e navigatori satellitari.
Ma l'anima del lavoro di Susan Kare, ineffabile e disarmante nel suo design di qualità, sopravvive in tutti questi prodotti.

L'immagine sorridente del Mac felice ha salutato una generazione alla soglia di un mondo nuovo.
Un mondo, quello dove oggi vivete voi e me, che è iniziato da un quaderno a quadretti da due dollari e cinquanta.
E adesso vado, che voglio spegnere il Mac e andare a comprarne uno anch'io.

martedì 15 novembre 2011

Sulla pubblicità comparativa.

Immaginate di essere un'agenzia di pubblicità e di vedere entrare dalla vostra porta il boss del whisky Cutty Sark. Si siede davanti a voi e vi dice: "Devo battere il mio concorrente.
"Chi è il vostro concorrente?", chiedete voi.
"Chivas Regal".
"Porcatroia", pensate voi. Ma non lo dite. E prendete tempo.
E, dopo un tot, richiamate il boss di Cutty Sark. E gli mostrate un filmato di pochi secondi. Un'inquadratura della bottiglia del nemico. Vuota. E che viene riempita con il Cutty Sark. Appare una scritta in sovraimpressione: come migliorare una bottiglia di Chivas.
Applausi.

Questa è una pubblicità comparativa, a firma dell'agenzia Scali, McCabe & Sloves di New York.
Perfida, crudele, ironica. E spietata. La pubblicità comparativa mette a confronto due prodotti per uccidere l'avversario: negli Stati Uniti e in Gran Bretagna esiste da decenni, ma anche nella placida Svizzera e nella classica Grecia. Senza esclusione di colpi, anzi, con più gusto se sono sotto la cintura.
Fino a pochi anni fa, da noi era impossibile. Anni di appelli erano stati vani: meglio evitare, aveva sempre ribadito l'Istituto di Autodisciplina Pubblicitaria.
Come in Germania, in Belgio. Come in Sud Africa e in Paraguay.
L'articolo 15 dello Statuto vietava la pubblicità comparativa diretta in Italia.
C'è voluto più di un anno per accettare una direttiva comunitaria che le dava cittadinanza nell'Unione europea, ma dal 18 maggio 1999, anche da noi quest'arma diventava legale: basta con il generico "il nostro detersivo lava più bianco degli altri": si poteva passare ai duelli diretti.
Sia pure, come recita l'articolo 15, "leali", cioè senza denigrazione o discredito, con una comparazione che illustri vantaggi dei beni e servizi pubblicizzati ponendo a confronto obiettivamente caratteristiche essenziali di beni e servizi concorrenti... come avveniva già da tempo in Paesi come la Francia, il Portogallo, la Svezia o la Danimarca.

Il che significa che, a muoversi con intelligenza, ci si poteva anche togliere lo sfizio di infierire una bella, sana badilata di merda in faccia all'avversario.
Negli Stati Uniti il comparative advertising, che rappresenta oltre il 10% del mercato pubblicitario, è nato con questo spirito di frontiera.
Pepsi contro Coca Cola. Avis contro Hertz. Visa contro American Express, Ups contro Federal Express, Volvo contro BMW.
Il veleno, oltreoceano, è corso a fiumi su schermi tv e pagine di giornali, per il divertimento dei consumatori, ogni volta in attesa della nuova puntata della sfida diretta... e, perché no?, dei pubblicitari, liberi di inventare campagne senza freni inibitori.


E da noi?
Da noi c'è una visione miope, per la quale la pubblicità non dev'essere uno strumento ironico, espressivo e divertente ma solo e soltanto informazione: il che va anche bene, ma ci manca il coraggio per osare.
È vero, la legge pone precisi limiti di oggettività. Ma altrove, c'è chi ha saputo sfruttare al meglio quest'obbligo. Quando Mazda lanciò in Gran Bretagna la sua Hutchback, aveva solo l'1% del mercato Inglese.
Bastò che reclamizzasse l'auto paragonando il prezzo con quelle di altre quattro concorrenti: secco, asciutto e veritiero.
Conquistò immediatamente un clamoroso successo di vendite.

Ma chi ha fatto della comparativa ha fatto un'arte, sono state Pepsi e Coca Cola.
Bordata numero uno. Lungo viaggio in moto in un deserto torrido. Lui è uno tosto, ma il caldo lo ha completamente disidratato. Quando arriva nell'unica stazione di servizio nel raggio di cento miglia sognando una Pepsi, si trova davanti un benzinaio grasso e sudaticcio che gli mostra un frigorifero pieno di Coca Cola. Prendere o lasciare. Il giovanotto, bello come un modello a differenza dei bifolchi che intorno a lui sorseggiano Coke, ci pensa su un attimo e decide: fammi il pieno di benzina, dice. E va avanti fino al bar successivo.
Andò in onda anche in Italia, prima che fosse fermato dal Giurì della pubblicità: "Denigratoria".
Forse, ma deliziosa nella sua crudeltà.
Bordata numero due: gita di classe in un sito archeologico nel futuro. La scolaresca rumina snack e sorseggia lattine di Pepsi. Una ragazza si imbatte in una vecchia, impolverata ma inconfondibile bottiglietta di Coke.
"Che cos'è?" chiedono i ragazzi all'insegnante.
Il docente la solleva, la guarda attentamente, riflette. "Non ne ho la più pallida idea".
Bordata numero tre: viene chiamato addirittura Ray Charles, il cantante cieco, a rifiutare disgustato una lattina di Coca Cola. Non cercate di ingannarlo, anche lui sa riconoscere il gusto di una Pepsi.
E il concorrente? Per lo più, non risponde.

Ma la vigliaccheria non c'entra. Il fatto è che la comparativa è il sasso usato da Davide contro Golia: l'arma del piccolo che aggredisce il gigante.
E c'è chi lo fa con particolare eleganza: la catena alberghiera americana Ramada Inn per aggredire il gigante Holiday Inn ha usato il semplice – quanto definitivo – slogan Ramada's In, Holiday's Out. Una sola campagna ed è passata negli Stati Uniti dall'8 al 12% del mercato.
Un altro esempio? Nel 2006, BMW comprò delle pagine pubblicitarie sulle riviste specializzate del Sud Africa, nel quale si congratulava con Audi per aver vinto il titolo di auto dell'Anno in quel Paese. Il tutto firmato dalla BMW, vincitrice del titolo mondiale di auto dell'anno:
Audi non restò a guardare, e a stretto giro fece uscire sulle riviste un'altra pubblicità che recitava così:
A questo punto è entrato in gioco il terzo litigante, che , come da proverbio, gode:

Vi sento ancora chiedere: sì, ma da noi?
Da noi, ci siamo andati leggeri. Leggerissimi. A mia memoria, c'è stato lo "scontro" tra caffé Lavazza e Segafredo. A Tullio Solenghi (sostituito poi da Bonolis e Laurenti) e San Pietro che sorseggiavano il caffé in paradiso, è stato risposto con uno spot ambientato all'inferno, trasformato in un luogo piacevole proprio dal caffé.
Oppure quando Infostrada, oggi assorbita da Wind, mostrò un cane che per fare i suoi bisogni preferiva la colonnina verde a quella rossa della Telecom.
Due esempi talmente soft che passarono del tutto inosservati davanti al Giurì.
E poi, il silenzio. Più niente.
È vero anche che sono pochi i prodotti che possono vantare un plus incontrovertibile in termini di dati oggettivi e caratteristiche tecniche da usare contro i rivali.
Prezzi, optional e prestazioni delle auto. Memoria e potenza di un computer. O alimenti senza conservanti.
I creativi avrebbero dovuto scoprire i talloni d'Achille dei prodotti concorrenti (la comparazione pubblicitaria ammessa si basa sull'individuazione di una debolezza e non su una valutazione complessiva) e a questo punto, l'ironia, lo sberleffo, lo sfottò sarebbero diventate le armi decisive.
Ma in pochi si sono presi la briga di ricorrervi. Perché?
Un po' per la nostrana già citata mancanza di coraggio, un po' per la paura delle cause intentate dalle controparti. Gli studi legali più competenti in materia pubblicitaria promettono risarcimenti di milioni di euro per chi compara falsamente due prodotti.
Uno spauracchio davanti il quale parecchie agenzie hanno preferito orientarsi verso campagne più tradizionali, con buona pace di tutti.

Gli unici che continuano ad usare la pubblicità comparativa sono i politici. Sotto le elezioni ma anche no. Sparando a zero su ogni mossa dell'avversario in modo indiscriminato pur di screditarlo, in un gioco al massacro che ha avuto come unico risultato di perdere qualsiasi credibilità.
Chissà, forse i pubblicitari avevano previsto che sarebbe accaduto lo stesso anche parlando di detersivi e biscotti, e hanno furbescamente abbandonato un campo rischioso e dal rendimento incerto. Peccato.

lunedì 24 ottobre 2011

(soprav)Vivere da freelance - parte tre

(segue dai post precedenti)
Nonostante i segnali ricevuti, grossi come l'insegna al neon della Coin sul tetto dell'edificio, accettammo il lavoro e ci mettemmo di buona lena per costruire un preventivo credibile: indicare un unico prezzo finale è poco professionale, fa sembrare la cifra esagerata e il lavoro creativo poca cosa.
Così dividemmo, scomponemmo, scindemmo tutto nei passaggi chiave, usammo termini come "ideazione" e "progettazione" e alla fine arrivammo a un totale di dieci milioni di lire... una cifra che avevamo paura solo a pronunciare, ma solo per l'inesperienza che avevamo.
Alla fine, dopo mille ripensamenti, chiamammo il cliente per comunicargli la nostra cifra.
Ma prima di mostrargli il preventivo, gli dicemmo che volevamo capire se eravamo sulla stessa lunghezza d'onda, perché se lui pensava ad una cifra e noi un'altra allora era inutile mettersi a contrattare, avrebbe trovato di sicuro creativi che si vendevano per la somma che diceva lui.
Mi ero anche preparato la frasetta ad effetto: "In fondo, si può andare a Parigi anche con una Cinquecento, ma se uno vuole la BMW..."
Il paragone elementare serve molto spesso con questo tipo di clienti, e negli anni successivi me lo riciclai più di una volta.
Il tizio, infatti, ci spiazzò rispondendoci "So benissimo quanto sia decisivo il lavoro di un art e di un copy, per questo se mi chiedete dieci vi dò dieci, se mi chiedete venti vi dò venti".
Io e il mio copy ci affrettammo a rispondere con tutta la professionalità di cui eravamo capaci: "Bene, allora ne possiamo discutere perché siamo sulla stessa lunghezza d'onda, al prossimo incontro ti portiamo il preventivo".
Magari anche i Cartier veri si perdono le coroncine di carica, pensai.
Alla fine gli presentammo un preventivo di ventidue milioni, un po' di più dei suoi "venti", tanto per non far vedere che il prezzo lo aveva deciso lui.
Il tizio studiò il preventivo e lo accettò.
"È fatta" dissi al mio collega quando il tizio si allontanò per andare in bagno, "dò fuoco alla Y10 e mi compro la Golf nuova".
"Altro che Golf, io me ne vado alle Maldive con Francesca", aveva ridacchiato lui di rimando.
Altro che vivere del proprio stipendio, la strada era quella.
Però poi scattò un altro campanello d'allarme, che noi due facemmo finta di non sentire: eravamo troppo euforici.
Eravamo nella mia macchina, il cliente seduto accanto a me e dietro il mio collega.
A un certo punto, il tipo mi chiese se avevo il lettore CD nell'auto, perché aveva con sé giusto l'ultimo cd di Sting. Masterizzato. Si girò verso il mio collega e, strizzandogli l'occhio, facendogli "anche se non dovrei dirlo proprio a te".
All'inizio non capimmo, mica eravamo della Finanza. Ma lui si spiegò: "Sai, per via del copyright".
"Sì... beh, ma io sono un copywriter, non c'entro nulla col copyright"... iniziò il mio collega, mentre con un rapido sguardo attraverso lo specchietto retrovisore mi trasmise il primo, vero, gelido dubbio.
Sì, lo so, era abbastanza chiaro il soggetto: ma vorrei vedere voi, con ventidue milioni di buoni motivi a volerlo ammettere.
Non lo ammettemmo e ci mettemmo a lavorare su cinque proposte di campagna, contattammo un'illustratrice che ancora ci ha sul suo libro nero, pensammo, confrontammo, facemmo riunioni e a due giorni dalla consegna del lavoro – e a due giorni dal pagamento – il "Fantoni", indovinate?, si dileguò.
Uscì di scena poco alla volta, un po' piangendo miseria, un po' dicendosi imbarazzato, un po' scaricando la colpa sulla ex moglie – una new entry nei suoi racconti – diventata all'improvviso esosa di alimenti arretrati, un po' pigliandoci per il culo.
E quindi?
Lavoro fatto, ma non consegnato, cliente sparito.
Peccato, anche perché le idee erano buone e avrebbero avuto un buon impatto sul pubblico (un paio me le riciclai anni più tardi, così com'erano senza cambiare nulla tranne il logo).

Per fortuna, non è sempre così.
Quando clienti molto in vista (tipo le banche) vi commissionano lavori anche dai preventivi importanti, siete certamente più tutelati.
Ciò non significa che anche loro non cercheranno di abbassare la vostra parcella: e anche in questi casi professionalità e precisione dovranno essere la merce che venderete, senza eccezioni.
Abozzate un primo preventivo che ricalibrerete solo dopo aver visionato il lavoro, pretendete un rimborso spese nel caso in cui il lavoro non vada in porto, restate a disposizione per lievi modifiche e aggiustamenti se una delle proposte passa.
In ogni caso, non fate mai sconti: la vostra disponibilità potrebbe essere interpretata male. Il cliente potrebbe credere che avete gonfiato il primo prezzo... o che può insistere ogni volta per ottenere cifre più contenute.

venerdì 21 ottobre 2011

(soprav)Vivere da freelance - parte due.

Continua la mia veloce carrellata sul duro mondo del freelance.
Una volta fu un mio collega a propormi un lavoro extra, il primo freelance che mi capitava bello grosso e il primo che non dovevo fare da solo... perché era una campagna vera e serviva una coppia creativa al completo.
Io e il mio copy avremmo dovuto incontrare il cliente (uno che aveva conosciuto in palestra) per un aperitivo alle 21.
Il tempo faceva schifo. Diluviava e l'appuntamento era davanti Gusto.
Arrivammo in contemporanea: io parcheggiai la mia Y10 di seconda mano e l'altro una Volvo familiare da cui scese con l'ombrello aperto raggiungendo con veloci falcate l'interno del locale.
Io mi tirai sulla testa la cartella di pelle imitazione Prada per ripararmi alla meglio; il mio copy, invece, si inzuppò.
Dentro Gusto, superammo lo sbarramento dei camerieri che ci chiesero in coro se avevamo prenotato, facemmo le presentazioni e ci accomodammo a un tavolo.
Il tizio, sulla quarantina portati piuttosto bene, iniziò il suo spettacolo: ci tenne fino a mezzanotte e oltre a raccontarci del suo viaggio negli States, degli eventi che organizzava con università e college, della decisione di comperare casa lì, visto che metà della sua attività si svolgeva oltreoceano, e naturalmente scattò l'invito prima ancora di avercela, la casa in America.
Ci raccontò del suo passato da "giocatore scientifico" di casinò.
Si spacciò per sistemista che non aveva mai perso e che, giocando dieci milioni a sera, era sempre tornato a casa con non meno di sedici testoni, "un sessanta per cento di guadagno netto, avete un'idea?", tanto che ancora oggi diversi casinò gli vietavano l'ingresso e altri provavano ad offrirgli centinaia di milioni per avere il sistema in tasca e lui fuori dalle palle.
Ci confessò che, col socio, non avevano mai valutato ne' proposte ne' minacce.
Ci disse che amava quel mondo non tanto per i soldi, ma per le conoscenze e le amicizie che si facevano e che ora erano il nucleo della sua attività: citò con familiarità attori e calciatori, veline, registi e un paio di politici della maggioranza di governo dell'epoca.
Insomma, una specie di Manuel Fantoni, anche se con un pelo in più di classe.
Io ogni tanto guardavo il mio collega, chiedendomi quanto si stesse bevendo di quell'oceano di cazzate.
In cinque minuti, finalmente, il Fantoni ci parlò del nostro incarico e ci chiese il preventivo.
Era mezzanotte e mezza, ci alzammo e il nostro cliente, ora lo vedevo bene sotto un'alogena puntata su di lui, controllò il Cartier che portava al polso e a cui mancava una delle corone di carica. Esattamente come l'imitazione da venticinquemila lire che avevo comprato io a Porta Portese la domenica prima e a cui era caduta dopo mezza giornata.
"Scusi, ci fa il conto?", fece alla cameriera.
"Certo, ecco qua, sono 30.000 lire".
"Bene", sorrise lui, rivolto a noi "giusto diecimila a testa".
Scambiai una lunga occhiata col mio collega.

Da ricordare: quando una situazione puzza così tanto dall'inizio, non illudetevi che col tempo prenderà di violetta.
(continua)

giovedì 20 ottobre 2011

(soprav)Vivere da freelance - parte uno.

Ogni tanto mi chiedono se, in questo mestiere, renda più vendersi come freelance – e non aver del domani certezza – o cercare di accaparrarsi un posto più stabile possibile – e rassegnarsi a uno stipendio mensile magari non esaltante.
Naturalmente, non c'è una risposta sempre valida a questa domanda, ma essendomi fatto una certa esperienza in tutte e due le condizioni, qualche buon suggerimento mi sento di potervelo dare... anche se essendo poco incline a salire in cattedra e pontificare, preferisco spargerli qua e là in una breve serie di post a tema, a iniziare proprio da una delle più comune (e spesso ingrate) delle incarnazioni del graphic designer: il freelance che ha già un lavoro, ma cerca di arrotondare, o, magari, anche solo di vivere piuttosto che sopravvivere.

Quando i vostri amici o la vostra ragazza vi chiedono perché diavolo quando tornate a casa riaccendete il Mac e vi rimettete a lavorare, voi rispondete che è perché siete voi che scegliete il cliente, non avete un account con cui interagire (tra le palle), potete sfogare la vostra creatività repressa e avere quelle soddisfazioni che spesso non ottenete "sull'altro" lavoro.
I lavori freelance sono una boccata d'ossigeno, dite, anche a voi stessi. Un'iniezione d'estro. Sono la ciliegina su una torta che non c'è.
In realtà, il lavoro freelance si fa per i soldi.
Soldi extra non si rifiutano mai, specie se lavorate come co.co.pro e siete sottopagati.
E dato che in genere tutti sono sottopagati, tutti ricorrono a questi lavoretti. Il mio primo lavoro freelance me lo passò un amico di mio padre, lui ne aveva per le mani uno molto più grosso. Per me era comunque una gran figata: a conti fatti, mi ci pagavo l'assicurazione della moto per un anno intero.
All'inizio ero disponibile e pure un po' imbarazzato.
Disponibile perché temevo di perdere la commissione. E imbarazzato perché non sapevo quanto chiedere.
Qualunque cifra mi veniva in mente, un minuto dopo pensavo: "Non sarà troppo?"
Dall'altra parte, invece, avrebbero pagato bene il mio sudore, e per questo non erano loro i primi a farmi un'offerta. Io sparai basso per non uccidere nessuno e alla fine eravamo tutti soddisfatti.
Mi resi conto dopo un attimo che mi avrebbero pagato anche il doppio, però ormai era andata: era il mio primo free lance, lo feci quasi tutto di nascosto sul computer dell'agenzia durante le pause pranzo e tutto sommato non me l'ero cavata male. Un annuncio stampa, un po' di fotoritocco e un headline azzeccato mi avevano fruttato quasi quanto un mese di stipendio.
L'amico di mio padre mi raccomandò il pagamento in contanti alla consegna del lavoro, e questa era la parte più difficile, più del preventivo, più del lavoro stesso.
Le parti si studiano perché ognuno teme che l'altro possa dileguarsi col bottino.
Ci demmo appuntamento in un caffé del centro, un rapido scambio di buste, sorrisi un po' di circostanza e fu fatta. Con la promessa da parte mia di restare a disposizione per eventuali modifiche o aggiustamenti.
In seguito, le cose andarono anche meglio di così, come quella volta che vendetti un logo alla prima proposta, duemila euro per un pomeriggio di lavoro, ma anche decisamente peggio.
Dai casi disastrosi in cui ho lavorato per settimane tutti i weekend senza poi vedere un soldo a quelli semplicemente fastidiosi, dove i clienti mi telefonano sul lavoro chiedendomi modifiche più urgenti di una trasfusione di sangue e io mi metto a lavorare sul Mac dell'agenzia senza poter aspettare di farlo a casa. Usare il computer dell'ufficio per le proprie robe è una cosa che fanno tutti, presto o tardi... e ad alcuni mette più ansia che ad altri.
Poi anche questi guardano la loro busta paga, a fine mese. E dopo, si sentono autorizzati a tutto.
(continua)

martedì 19 luglio 2011

Elektra: Assassin


Recensire una graphic novel che ha fatto la sua prima comparsa in Italia nel 1990 può sembrare decisamente fuori tempo massimo.
Ma se siete su questo blog, evidentemente, non è perché è il più aggiornato sulla piazza in merito di fumetti, giusto?
Ma la vera ragione per cui questo post è tutt'altro che fuori tempo, è che opere come Elektra: Assassin non invecchiano mai. È un'opera talmente valida, sotto ogni punto di vista possibile da essere quello che alcuni definiscono un classico istantaneo.
E la pubblicazione della ristampa integrale (stavolta nel formato originale e con una nuova traduzione) da parte di panini Comics, mi regala l’occasione di poter parlare di uno dei più grandi talenti mai partoriti dal fumetto americano: Bill Sienkiewicz.

La prendo parecchio alla larga.
Erano i primi anni ‘90, il Batman di Burton al cinema aveva fatto sfracelli e aveva rilanciato il personaggio a fumetti con un effetto catapulta mai visto. Erano gli anni della Batmania, e molta gente che sapeva dell'esistenza del personaggio creato da Bob Kane negli anni quaranta ma non aveva mai comprato un suo albo, iniziava a entrare nelle fumetterie e a recuperare alcune tra le sue avventure "storiche".
Tra questi, c'ero anch'io.
All'epoca, era la Milano Libri a detenere i diritti di Batman per l'Italia, e sempre della Milano Libri era la rivista a fumetti Corto Maltese, una sorta di contenitore di storie di artisti di tutto il mondo che, in quel periodo, Batman o meno, stava vivendo una grande stagione sotto il profilo del fumetto.

Con un tempismo senza eugali, Corto Maltese ebbe la trovata di allegare, in due numeri consecutivi della rivista, due albi brossurati di Batman inediti in Italia che riscrivevano le sue origini, firmate da due talenti eccezionali come Frank Miller e Davide Mazzucchelli: si trattava di Year One, che – come immaginerete facilmente – andarono letteralmente a ruba.
Al sottoscritto, felice di essersi assicurato i suoi volumetti di Year One e sempre più immerso nel personaggio di Batman (cosa che lo portò, parecchi anni dopo, a indossarne persino il costume, ma questa è un'altra storia), restava in mano la rivista, che, di grande formato e stampata più che discretamente, gli permise di conoscere autori come Simon Bisley, Alan Moore, David Lloyd e Dave McKean, con opere come Watchmen, V for Vendetta e Black Orchid... tutti piccoli capolavori, destinati a un successo planetario solo molti anni più tardi grazie alle loro trasposizioni cinematografiche (ma, eccettuato il Batman di Burton, di film tratti dai fumetti all'inizio degli anni novanta neanche si parlava).

Tra le tante cose notevoli proposte da Corto Maltese, mi aveva colpito in particolare una storia pubblicata (sarebbe meglio dire spezzettata) in otto parti, disegnata in maniera stupefacente da tale Bill Sienkiewicz e scritta dall'autore la cui voce, in quegli anni, era praticamente la stessa di Dio, in ambito fumettaro: il mai troppo citato Frank Miller.
Ovviamente, si trattava di Elektra: Assassin.

Su Frank Miller, osannato per aver (re)introdotto atmosfere cupe ed adulte nel mondo dei supereroi nel suo Ritorno del Cavaliere Oscuro e futuro autore di Sin City, 300, Ronin e Give my Liberty non mi dilungherò troppo. Sienkiewicz, dalla sua, aveva già allineati sulla sua mensola un discreto numero di premi (tra cui il Kirby Award come miglior artista ottenuto nel 1983)... e avrebbe dovuto fare ulteriore spazio per lo Yellow Kid Award –la più alta onoreficienza europea in questo campo– ottenuto proprio grazie a Elektra: Assassin.

All’epoca, non ero ancora abbastanza esperto per capire quanto e come la tecnica di Sienkiewicz fosse straordinaria. L’unica cosa che mi era chiara è che questo tizio dal cognome difficile (americano di origini polacche) aveva abbastanza mestiere da permettersi di realizzare ora anatomie realistiche, ora grottesche e caricaturali senza spezzare mai la continuità grafica, che le sue tavole erano più simili a dei quadri e che la storia di Miller... beh, era semplicemente folle.

A voler semplificare, un thriller fantapolitico, praticamente privo di personaggi positivi, dove realtà, allucinazione e flashback si mescolano senza sosta, deformate e confuse ad arte da un continuo incrociarsi di flussi di coscienza... fino ad arrivare a una conclusione inquietante, molto critica - ma questo lo realizzai anni dopo - nei confronti dei governi repubblicani allora in carica.
Elektra: Assassin apparteneva a una scuola di disegno (ma anche narrativa) radicalmente diversa da quella dei supereroi di cui mi ero pasciuto fino a quel momento, e scoprii che mi prendeva. E alla grandissima.

Tempo un anno, e la Milano Libri raccolse la sua graphic novel in un bel volume tradotto da Stefano Negrini e dall'allora non indifferente prezzo di copertina di 36.000 lire... poi, Elektra Assassin sparisce dagli scaffali e dai cataloghi per qualcosa come vent'anni, prima di ottenere una meritata nuova edizione giusto in queste settimane (ma la nuova traduzione è parecchio più politically correct, e numerose espressioni un po' "ruvide", diciamo, sono state epurate).
Se vi trovate in libreria o in fumetteria, prendetelo in mano e sfogliatelo.
Dopo poche pagine dovreste cominciare a capire perché sto qua ad ammorbarvi.

Elektra: Assassin è assolutamente originale ancora oggi, e all'epoca in cui uscì poteva tranquillamente essere definito eversivo.
Starvi a descrivere la caratterizzazione dei personaggi, direttamente discendenti del lavoro di Tex Avery e Walt Disney, le sue tavole e gli sfondi figlie dell’espressionismo, dell’art decò, del collage e dell’astrattismo, infarcite di irriverenti citazioni di Klimt, Schiele, Warhol, e Hopper è limitativo.

Potete studiarvi quelle riprodotte in questo post, o prendere l’edizione 2011 della Panini Comics come l’occasione perfetta per conoscere il genio di Sienkiewicz, abbinato per la prima ed ultima volta a quello di un altro number One (e non importa quante puttanate abbia sfornato in seguito, prime tra tutte il seguito de Il Ritorno del Cavaliere Oscuro) come Frank Miller.

Elektra: Assassin è un acquisto obbligato per chiunque pensi di saperne di fumetto, per chiunque ami le storie ben raccontate e disegnate ancora meglio e... per chiunque, punto.

mercoledì 6 luglio 2011

[recensione] Falling Skies


Che io apprezzi la fantascienza non è un segreto per nessuno.
Che sia un genere che stia lentamente rialzando la testa in seguito qualche prodotto fortunato emerso in mare di prodotti horror e vampireschi è un fatto che non può che farmi piacere, anche se spesso non riesco ad apprezzare stile e contenuti di parecchia roba propinata al cinema e in televisione e della quale nessuno si ricorda più dopo poche settimane.
Ma, si sa, in periodi di magra anche un buon film come Moon appare un mezzo capolavoro, e si è disposti a masticare roba che ai bei tempi me la sarei vista giusto in videocassetta a noleggio quando tutte le altre opzioni fossero esaurite.

È per questo che, pur non aspettandomi eccessivamente da un prodotto "castrato" in partenza dai vincoli legati all'essere in primis serializzato e poi trasmesso in prima serata in un Paese come gli Stati Uniti, speravo di trovare in Falling Skies perlomeno qualcosa che potesse aiutarmi a far passare più velocemente il tempo in attesa della quarta stagione di Fringe… che al momento è la sola serie televisiva che mi intriga quanto basta da prendermi la briga di scaricarla e guardarla con regolarità.
E invece, dopo aver visto ieri sera le prime tre puntate (due doppiate vergognosamente in italiano su Fox e la terza in originale) e pur considerando le limitazioni di cui sopra, ho raggiunto la seguente conclusione: Falling Skies è una cagata.

Potete anche fidarvi di me e fermarvi qui, altrimenti, se avete qualche minuto, potete ascoltare le mie ragioni e risparmiarvi ore di visione insoddisfacente qualora aveste in programma di seguirla.

Qualcosa da guardare.Se fai una serie su un'invasione aliena, sarebbe il caso che tu gli alieni ogni tanto li metta in scena. Che va bene che gli alieni sono un pretesto per mostrarci l'ennesimo gruppetto di umani che interagisce tra loro – tra l'altro, ricalcando dinamiche e schemi che definire triti è un autentico complimento… ma visto che di fantascienza si tratta (seppur televisiva e con budget ridotto), prima di dare il primo ciak dovresti farti un ripasso di tutta la saga di Alien e magari di una buona serie tv come Visitors (quello del 1983, non lo scialbo remake di un paio d'anni fa).Un cast di un uomo solo.Non basta Noah Wyle per dare a una storia corale quell'atmosfera alla E.R. da dove proviene e che costituiva il cuore della serie.
Serve, se non vuoi puntare sull'originalità della storia o su effetti miliardari, un cast variegato, credibile e cazzuto come lo era quello di E.R. o, per restare a cose più recenti, quello di Lost.
E attorno Wyle, che tutto sommato non fa che interpretare se stesso e cioè senza spendersi troppo in termini di espressività, c'è una pletora di comprimari che, per come sono stati caratterizzati (e cioè all'acqua di rose) e per gli attori chiamati a interpretarli (volti così anonimi che te li sei dimenticati un attimo dopo che hai spento il televisore), non frega niente a nessuno. Puoi ucciderli anche in gruppo e continuerai a sgranocchiare patatine distrattamente cercando di ricordare dove hai parcheggiato la macchina stavolta.

La questione dei bambini e la retorica.Ok, lo ammetto, io ho un'avversione particolare per l'uso (e il termine è quanto mai appropriato) dei bambini nel cinema e alla tv.
Ai quali, non sempre ma spessissimo, viene affidato sempre lo stesso ruolo: quello di intenerire e riportare la narrazione a una dimensione più umana, suggerendo un'idea (ma sarebbe meglio dire uno stereotipo) di innocenza e di buoni sentimenti.
Se poi dietro le quinte c'è il buon vecchio zio Steve, non è solo un rischio: è una certezza.
Perché Falling Skies vede interrotta continuamente la tensione (quando riesce a metterne insieme una parvenza) da prolungati e stucchevoli siparietti che vorrebbero dare una caratterizzazione psicologica credibile alla serie ma non fanno altro che fare l'ennesima "scarpetta" nello stesso sugo della retorica e dei buoni sentimenti da prima serata in cui l'hanno già fatta centinaia di autori e registi mediocri e meno mediocri in innumerevoli prodotti televisivi e cinematografici. E il piatto, ormai, è pulito.

Inventati qualcosa (cazzo).Wells finì di scrivere il suo memorabile La Guerra dei Mondi nel 1897.
Da allora, abbiamo avuto una discreta serie di invasioni aliene dirette al nostro pianeta, da quelle platealmente demenziali coi pomodori assassini a quelle subdole degli ultracorpi fino alle operazioni militari in grande stile alla Independence Day o Skyline.
Mi rendo conto che il filone è stato già sfruttato fino all'osso, ma quello che rende buone molte di queste pellicole è la messa in scena e l'impianto, non la storia alla base. E in Falling Skies non c'è neanche una singola idea originale.
Il design degli alieni è una copia in economia dei gamberoni di District 9 ibridati con gli aracnidi di Starship Troopers. Gli ambienti e i mezzi della resistenza sono una fotocopia di quelli visti in "quei" cinque minuti del primo Terminator di Cameron, ma con più sapone e più bambini in giro. Wyle che stende l'alieno a mazzate è stato preceduto dal protagonista di Skyline e lo trascina di peso nella base come Will Smith in Independece Day. I ragazzini "controllati" dall'impianto alieno li abbiamo visti in Terrore dalla Sesta Luna (tratto a sua volta da un romanzo del maestro Robert A. Heinlein) e la scena iniziale proviene dall'Eternauta.
Altre suggestioni sono ritagliate spudoratamente dalla Guerra dei Mondi nelle sue varie incarnazioni cinematografiche e televisive, una delle quali porta proprio la firma di Spielberg.
Il contesto qualitativo non è basso, intendiamoci, ma gli ingredienti usati sono tutti molto comuni. Quindi, o introduci una variante narrativa forte e innovativa oppure hai tantissimi soldi da spendere e allora copri la pochezza delle idee con scenografie ed effetti mai visti prima… o lasci perdere.

Se il buongiorno si vede dal mattino…Se i colpi migliori te li devi sparare nelle prime puntate, Falling Skies ha già perso.
La prima è noiosa, la seconda brutta, la terza appena decente.
Non puoi sperare di fidelizzare una fetta di pubblico sufficiente ad arrivare a fine stagione con quello che ci hai fatto vedere in queste prime due ore. Proprio non puoi.

Detto questo, Falling Skies un indiscusso pregio ce l'ha: guardandola, ti fa capire perché Lost ha avuto il successo che ha avuto e ha creato un nuovo punto di riferimento per il genere. Chiunque si cimenti in operazioni del genere, deve giocoforza confrontarsi con la serie di J.J. Abrams, e guardando la fine che ha fatto FlashForward, tanto per fare il primo nome che mi viene, riconosco che è tutt'altro che semplice.
Magari la prossima.

lunedì 4 luglio 2011

Quattro Torri (recuerdos de Madrid).


Non ricordo, onestamente, che i grattacieli di NY mi abbiano mai procurato vertigini... ma il complesso delle Cuatro Torres, all'estremità nord del Paseo de la Castellana a Madrid al quale dedicai un pomeriggio dello scorso luglio, caldo e asciutto come un pezzo di ferro lasciato sotto il sole, sì.
Non sono altro che quattro palazzi che ospitano uffici e un albergo... eppure, mi hanno fatto un'impressione che nessun altro edificio mi aveva mai procurato.

Ogni volta che le guardo, tanto più che mi ci avvicino, muovono qualche corda nascosta dentro me, e una parte di me che neanche sapevo esistere, inizia  a vacillare e ad accendere segnali d'allarme.
Nessun giramento di testa... ma solo irrazionale, incontrollabile timore.
I giganti di vetro e cemento hanno personalità ben definite, e si spalleggiano, anche otticamente, a vicenda.
Sono disumani e taglienti.
Ostici e monolitici.
Ma hanno una loro sinistra bellezza, ed è quella che mi spinge ad avvicinarmici sempre di più.

All'inizio, immersi nella calura domenicale, sembrano far parte di qualche progetto ancora da completarsi, tanta è la mancanza di vita che li avvolge.
Gli giro intorno alla lontana, come si farebbe con un animale pericoloso, come si accostavano i proto-uomini al monolito in 2001. Cerco di scorgere un qualsiasi movimento umano dietro i cristalli azzurrati, ma non si muove niente.
E poi penso: non è l'idea di qualcuno che possa osservarmi da dietro i vetri che mi inquieta. È l'edificio stesso che mi osserva.
Cammino in uno scenario urbano privo di connotazioni, in pieno sole, accorgendomi di quanto le quattro torri cambiano in continuazione aspetto col variare del mio angolo di visuale.

Sembrano quattro complici che, se distogli loro lo sguardo anche per poco, si muovono e si accostano tra loro in maniera diversa, assumono configurazioni nuove, per bloccarsi di colpo quando alzo di nuovo lo sguardo su di loro.

Li aggiro, li fotografo, mi apposto a distanza su una collinetta di un parco che qualcuno ha voluto costruire proprio qui, popolato da corridori della domenica e occasionali passeggiatori.
Quindi decido di affrontarli di petto, e mi incammino deciso verso le loro fondamenta.
E scopro un habitat che sembra pensato per attirare l'uomo: gazebo d'alluminio e marmo nero, spianate di cemento con aiuole perfettamente curate, fontane geometriche e sculture, stendardi che sbattono furiosamente nell'aria surriscaldata del primo pomeriggio e che rompono il silenzio irreale.
Guardo uno dei giganti che svetta immenso sopra di me e mi viene – del tutto irrazionalmente – da pensare: è una trappola.
Ma se di trappola si tratta, sembra disattivata. Arrivo fino alla base dei giganti, appoggio le mani e la fronte alle grandi porte di vetro e sbircio dentro atri luminosi, ingressi regolati da lucenti tornelli elettronici, pavimenti lucidati a specchio, ascensori dalle porte levigate d'alluminio... e neanche la più risicata presenza umana.


Le altre tre torri si lasciano avvicinare con la stessa facilità, qualche altro mio simile è venuto qui a fare la sua passeggiata domenicale, un uomo con una piccola compatta digitale, due belle ragazze dalle gambe nude venute a parlare qui sotto sicure di non venire importunate.
Le mie scarpe non producono praticamente nessun rumore sulla spianata d'asfalto resa lucente dal sole – aliena da qualsiasi cicca di sigaretta o altri segni di passaggio umano – mentre, naso in aria, scatto le mie foto e socchiudo gli occhi per il riverbero e che le facce di vetro delle torri riflettono e moltiplicano.
Salvo sulla memory card tagli e prospettive e linee che nessuno mostra di Madrid, ma che io vi riporto qui, perché le guide possono anche far finta che questi giganti non esistano, ma ci sono... e osservano tutta Madrid come quattro sentinelle di vetro e acciaio.
E quando finalmente decido di andarmene, sento chiaramente al centro della schiena una lama d'attenzione tutta per me, fatta solo di aria e di immaginazione. Ma lucida e sgradevole come una vera.
 

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