lunedì 28 ottobre 2013

10 leggende metropolitane sui graphic designer.


1) È UN LAVORO SEMPLICE E DIVERTENTE.
Se qualcuno vi chiede: "Cosa fai nella vita?" e voi gli rispondete: "il creativo", nove volte su dieci verrete squadrati con quello sguardo che significa "ma vai a lavorare, barbone". 
Se aggiustate il tiro e dichiarate che fate il grafico potreste sentirvi dire: "Ah, che figata! Deve essere divertente fare un lavoro rilassante e poco impegnativo".
Verità: lavorare al computer non è giocare. Molti non riescono neanche a concepirlo, ma è lavorare. A volte (a volte) capitano lavori divertenti. Ma sempre di lavoro si tratta. Il tempo libero è un'altra cosa (e che molti designer lo passino comunque davanti al computer, è un'altra faccenda).


2) I DESIGNER NON SEGUONO DELLE REGOLE PRECISE
Logica conseguenza del punto 1 è pensare che la progettazione grafica sia un lavoro per allegroni che non prendono troppo sul serio la loro professione. Un lavoro da fare senza ritmi forsennati, senza scadenze precise: un giorno sì, due no, dipende come ci si sveglia, prendendosi tutte le pause che si vogliono e smettendo solo quando non si ha più voglia di stare incollati al computer. Una specie di gioco.
Verità: Anche se fosse – e non lo è –  anche il più divertente dei giochi ha delle regole. Basta un paio di volte che le scadenze non vengono rispettate o che si consegni un lavoro approssimativo che la credibilità scende a zero e ci si ritrova senza clienti.


3) GRAZIE A INTERNET TUTTI POSSONO DIVENTARE GRAFICI.
È un link automatico che fanno in tanti: ho un computer, quindi posso fare il grafico. Su internet si trovano migliaia di tutorial, programmi, fotografie, clip art, template di ogni tipo, azioni precompilate per Photoshop, pennelli e font. Basta mettersi a cercare (sfruttando anche le ricerche altrui) e quindi mettersi a smanettare un po’ con Photoshop (o meglio una sua copia piratata) .
Verità: anche se parecchi di voi sanno rimuovere l’effetto occhi rossi dalle foto delle vacanze, o avete provato un'intera galleria filtri sulla foto della vostra ragazza (spacciandovi con lei per il novello Andy Warhol dell'era digitale), la brutta notizia è che aver seguito dei tutorial non basta a farvi dei designer.
Sono necessari preparazione, esperienza, gusto, passione, tecnica, metodo e tanta altra roba introvabile su Internet.


4) I GRAPHIC DESIGNER GUADAGNANO BENE.
Per un logo, che poi altro non è che un disegnetto tirato fuori in qualche pomeriggio di lavoro, si intascano anche cinquemila euro. Se poi si vuole anche il resto dell'immagine coordinata, come carta intestata, biglietti di visita e brochure aziendale, il totale può salire al doppio. Con un sito web ci paghi la rata del mutuo per tre mesi. Rivolgersi a un designer è come andare dal carrozziere o dal dentista.
Verità: i designer fanno la fame: letteralmente. 
A causa di molteplici fattori quali il crescere delle legioni di improvvisatori dell'ultimora (punto 3), il proliferare dei service di stampa che offrono gratis la progettazione se ci si rivolge a loro per la produzione e – mettiamocela dentro, che è inutile far finta che non ci sia – la crisi economica più lunga degli ultimi tempi, i designer lavorano poco e male, e guadagnano di conseguenza, con un inevitabile impoverimento della qualità (per il cliente) e del tenore di vita (del grafico).
È un continuo gioco al ribasso.


5) II GRAPHIC DESIGNER LEGGONO NEL PENSIERO
Accade, molto più spesso di quanto non immaginiate, che il cliente non sappia cosa vuole. Almeno fino alla prima presentazione, in cui dirà che ciò che avete prodotto non era quello che voleva. Fermo restando che non sa come spiegarvi quello che vuole, ma questa non è una sua responsabilità. I vostri poteri mentali da Jedi avrebbero dovuto fotografare all'istante le sue esigenze direttamente nel cervello.
Verità: probabilmente da parte nostra dovrebbe esserci un’attenzione maggiore nel chiedere informazioni, ma nessuno può entrare nella testa del committente. E anche se ci riuscisse, potrebbe trovare solo nebbia e indecisione. E allora accade che si producano loghi o campagne a oltranza fino a quando il cliente “vede la luce”. Produrre un lavoro perfetto al primo layout, azzeccando il pensiero nascosto nella mente del cliente, è praticamente impossibile.


6) I CLIENTI DANNO LIBERTÀ DI PROGETTAZIONE AL DESIGNER

I clienti si rivolgono a un professionista per fare quello che loro non sanno fare.
Per le loro prestazioni, gli corrispondono del denaro e gli fanno fare il loro lavoro in santa pace. È tutto molto semplice e anche molto logico.
Verità: la maggior parte delle volte i clienti hanno ha la convinzione che il nostro sia un mestiere che anche loro, volendo, potrebbero fare… oltre alle loro personali convinzioni in materia di grafica, naturalmente.
Un lavoro visto formarsi sullo schermo di un computer non dà l’idea della sua difficoltà, e non aiuta a riconoscerne il valore. Molti(ssimi) clienti, dal momento che sono loro a pagare, si sentono in pieno diritto di discutere ogni più piccolo dettaglio, e poco importa se si sarà cercato l’equilibrio, se si sarà scelto un font con criterio, se si è intervenuti da una parte e non su un'altra: se "lui" decide che vuole una porcata, alla fine bisognerà accontentarlo.
Per almeno tre motivi:
- insisterà finché non si fa come dice lui, quindi tanto vale assecondarlo fin dall'inizio
- non avrà mai né la sensibilità né la preparazione per capire che ciò che vuole è una porcata
- dovete finire di pagare il mutuo.


7) DISEGNARE CON LA TAVOLETTA È PIÙ FACILE CHE DISEGNARE CON LE MATITE.
Oggigiorno girano quelle straordinarie lavagnette magiche dove ci passi sopra una matita di plastica e sullo schermo si formano dei disegni incredibilmente belli, sfumati e colorati.
Grazie alla tecnologia, disegnare è diventato un gioco alla portata di tutti.
Verità: bisogna saper disegnare (banale, eh?). Se uno non sa tenere una matita in mano e non ha educato occhio e mente all’arte e al gusto estetico, utilizzare la tavoletta grafica o il mouse non gli faciliterà il lavoro. Tantomeno renderà il risultato più bello. 
E se volete una metafora idiota, provate a mettervi alla guida della monoposto di formula 1 più veloce in circolazione. Pensate davvero di vincere il Gran Premio alla vostra prima corsa?


8) IL GRAPHIC DESIGNER È ANCHE UN GENIO DELL'INFORMATICA.
C’è parecchia gente tuttora convinta che i designer sappiano anche progettare e gestire reti casalinghe e aziendali, smontare, assemblare e rimontare computer, sviluppare software e riparare stampanti inceppate, il tutto con una mano legata dietro la schiena.
A volte mi sento chiedere: «Tu che usi il computer, ho un problema…».
Verità: il fatto di saper guidare la macchina non fa di voi anche un meccanico, giusto?
La grafica e l’information technology sono due cose distinte.
Io ho difficoltà anche a usare il terminale di MacOSX.


9) I NEO DIPLOMATI DELLO IED TROVANO SUBITO LAVORO
Lo IED forma dei veri professionisti specializzati nel settore del design, della moda, della comunicazione e del management. Alla fine dei tre anni gli studenti hanno una preparazione che li rende competitivi ed appetibili per le aziende, traducendosi in impiego nel proprio ambito professionale a tempo di record.
Tutto da manuale.
Verità: Come diceva Robert De Niro in Ronin, “la mappa non è il territorio”.
Molti studenti delle scuole grafiche – anche se non tutti – hanno la presunzione (a volte tacitamente avallata da alcuni docenti) che una volta diplomati il mondo del lavoro li accoglierà a braccia aperte offrendogli un contratto a tempo indeterminato in una prestigiosa agenzia… salvo poi deprimersi al primo colloquio che si conclude col classico "le faremo sapere".
Ho esaminato studenti appena usciti dallo IED talmente in gamba che li avrei messi immediatamente al lavoro, ed altri che, non appena li si metteva alla prova su qualcosa di mai sperimentato, crollavano miseramente. In genere, erano gli stessi che invece di chiedermi “Di cosa si occupa l’agenzia?” volevano sapere che paga avrebbero ricevuto.




10) C’È UN TASTO O UN PLUG-IN CHE RISOLVE VELOCEMENTE TUTTE LE SITUAZIONI.
Questa è la mia preferita.
Capita che i clienti, a causa della loro ignoranza in materia, chiedano (pesco a caso):
- Non c’è un modo più semplice?
- Non si può fare più velocemente?
- Ho una foto ma è sfocata, possiamo renderla nitida?
- Quest’immagine è in bianco e nero, possiamo trasformarla a colori?
- Come la foto è troppo piccola per farci una copertina? Sullo schermo la vedo bella grande!
Verità: negli anni ho sentito richieste che voi umani non potete neanche immaginare. Soprattutto, la gente non capisce che per quanto si possa essere veloci, un computer (e la persona che lo usa) ha dei limiti tecnici oltre il quale non si può andare.
Altri limiti sono dettati semplicemente dal buon senso.
Un design ben fatto richiede tempo, duro lavoro e concentrazione.
Sì, ci sono filtri e qualche trucchetto che possono dare un look apparentemente accattivante a una foto… ma se volete un risultato professionale c’è molto da fare manualmente, senza l’ausilio di nessun plug-in.
Se vi imbattete in un lavoro strabiliante, non ci sono segreti o filtri magici: solo duro lavoro.

giovedì 24 ottobre 2013

Zerocalcare, Girola e De Matteo. Perché sì, perché no.


DODICI, di Zerocalcare
Editore: Bao Publishing
Pagine: 95
Prezzo: 13 euro

Perché sì:
- Perché è Zercalcare, e, per ora, è la stella più luminosa nel firmamento del fumetto italiano. Se la batte con Ortolani, ma dalla sua ha il fiato più lungo.
- Perché, rispetto le (sempre notevoli) storie bisettimanali che pubblica sul blog, i toni di Dodici sono più intimisti, caldi, introspettivi, e suscitano desiderio d'appartenenza anche a chi, a Rebibbia, non ha mai messo piede: perché a Rebibbia non succede mai nulla, ma, quando succede qualcosa, devi essere lì per viverlo. Un niente in un equilibrio fragilissimo.
- Perché le pagine del flusso di coscienza di Zero, anche se senza personaggi, disegnate con una grazia e raccontate con un ritmo slegate dal resto del volume, sono autentici stralci di poesia metropolitana.

Uno dei motivi per il quale Zerocalcare è un grande.
Perché no:
- Perché la gestione dei flashback era migliorabile.
- Perché il colore è del tutto superfluo. Da sempre, le cose di Zerocalcare funzionano alla grande anche solo in bianco e nero, e il  rosso (usato solo per le lingue e il sangue) non è un valore aggiunto, né, del resto, una scelta stilistica inedita.
- Perché i protagonisti veri sono il Secco e Katja, con Cinghiale a fare da contrappunto, e il personaggio di Zero resta sullo sfondo, riservandosi i (bellissimi) monologhi su Rebibbia di cui sopra. Persino all'Armadillo non sono che riservate due risicate vignette.

Vale il vostro tempo e i vostri soldi?
Assolutamente sì. Un Polpo alla gola penetrava, a suo modo, più a fondo, ma aveva una foliazione più che doppia per arrivare al vostro cuore.


VOX POPULI di Alessandro Girola
Racconto gratuito (QUI il download) in formato ePub e Mobi, 5000 parole circa
Prezzo: donazione volontaria

Perché sì:
- Perché le tematiche affrontate, pur trattandosi di un racconto di fantapolitica, sono quanto mai attuali e contengono molteplici riferimenti e metafore all'attuale momento politico italiano.
- Perché Girola non si perde troppo in chiacchiere e arriva presto al dunque, non prima di far entrare il lettore in atmosfera con poche ma efficaci immagini.


Uno stralcio del Girola-style. Parecchio asciutto. Un pelo troppo.
Perché no:
- Perché, costretti nei limiti del racconto breve, i personaggi non riescono ad essere mai tridimensionali.
- Perché, a livello di stile (sommario nelle ambientazioni e un po' approssimativo nella progressione emotiva del protagonista) non è una delle sue cose migliori.
Vale il vostro tempo e i vostri soldi?
Vox Populi lo si finisce in una mezz'ora, e la donazione è a vostra discrezione. Meglio di così.


TERMINAL SHOCK di Giovanni De Matteo
Romanzo breve (QUI il link dello store) in formato epub e mobi/kindle,135 pagine
Prezzo: 2,99 euro

Perché sì:
-Perché è un serio tentativo di produrre dell'hard sci-fi in casa nostra, senza compromessi ma con grosse (ok, gigantesche) ed eguali dosi di coraggio e di supponenza. 
- Perché contiene almeno un paio di ottime idee, più di un'intuizione visiva che non sfigurerebbe in nessuna grossa produzione hollywoodiana e qualche suggestione davvero efficace. 
-Perché la vicenda narrata conserva tutto il fascino di millemila storie simili già raccontate, portando con sé echi di Event Horizon, Sfera, la saga di Alien e, perché no, H.P. Lovecraft. E per moltissimi lettori (compreso il sottoscritto) questo potrebbe essere già sufficiente.


Lirico. Ma artificioso come le tette di Pamela Anderson.

Perché no: 
- Perché lo stile è quanto di più artificioso, ampolloso e supponente (eccola qui) possa capitarvi di trovare in un'opera di genere. Ne fanno soprattutto le spese, oltre che il ritmo (praticamente inesistente), l'empatia che riuscirete a provare (o meglio, a non provare) coi personaggi, ammesso che riusciate a distinguerli l'uno dall'altro. 
- Perché l'infodump, se normalmente vi dà fastidio, qui vi farà letteralmente secchi. L'overdose di dettagli pseudoscientifici è però spogliata di qualsiasi valore effettivamente informativo, visto che si tratta di un mucchio di tecnobubble che infestano – letteralmente – ogni paragrafo, procurando estraneità in chi legge e allungando (inutilmente, e questo è il vero problema) il brodo di decine di pagine. 
- Perché William Gibson (ma anche solo un onesto novellizzatore come Alan Dean Foster) sono parecchio lontani per naturalezza, eleganza e sense of wonder, tutte qualità che mancano a Terminal Shock.

Vale il vostro tempo e i vostri soldi?
Nì. Troppo lungo per essere un racconto, e troppo breve per definirsi un romanzo compiuto, vi porterà via comunque qualche ora che, in effetti, potreste dedicare a robe magari più classiche ma meglio riuscite. Il prezzo è comunque onesto per quello che offre.

mercoledì 16 ottobre 2013

Milano Doppelgänger


Milano Doppelgänger è un racconto horror, acquistabile sul Kindle Store di Amazon(QUI).
In genere, i racconti horror peccano quasi tutti di scarsa originalità, dovendosi rifare (non necessariamente ma molto, molto frequentemente) a una serie limitata di figure archetipiche quali gli zombie, i vampiri, i fantasmi, le mummie, le streghe, ancora gli zombie, i licantropi, i demoni, gli zombie (li ho già nominati?).
E gli zombie, naturalmente.

Tutte figure che influenzano in una certa misura la scrittura e lo svolgimento della vicenda, per quanto siano buone le intenzioni del romanziere di turno.
Tanti sono i sottogeneri quanti gli espedienti più o meno efficaci per cercare di raccontare qualcosa di nuovo e provocare un brivido in chi scrive: quindi, a seconda di come voi percepiate il genere horror,  molto pochi o, viceversa, più che abbastanza.
E il racconto di Alessandro Girola ha almeno due grossi pregi:
1) non parla di zombie
2) sembra venire da un altro mondo rispetto alla maggior parte della roba che si legge in giro – gratis o a pagamento non fa alcuna differenza – spacciata con supponenza e ambizioni da Stephen King del rione.

Milano Doppelgänger è un racconto davvero buono. Non eccezionale, ma buono sì. 
Nelle sue poche decine di pagine dispensa più inquietudine di quanta ne riesca una qualsiasi serie web, videogioco a tema horror o capitolo di Paranormal Acitivity scaricato illegalmente sui vostri PC.
Per molti versi piuttosto classico, è una storia piena di rimandi letterari (ancora Lovecraft e King, ma anche robe pescate dalla stessa produzione di Girola) e cinematografici (Polanski), raccontata senza enfasi artificiose, percorrendo un piano inclinato che fa scivolare il lettore senza fretta ma togliendogli un appiglio dietro l'altro in modo che non possa più rallentare la discesa verso il finale spogliato di ogni speranza.
Qualche imperfezione c'è (alcuni ambienti, per esempio, sono descritti un po' sommariamente) ma, in linea generale, si tratta di un'opera scritta con competenza, passione e che, a tratti, spaventa il giusto senza ricorrere a una sola goccia di sangue.

Costa una sciocchezza e – soprattutto – si merita un'ora del vostro tempo.
Consigliato.

Nota tecnica: chi ha un iPad o un tablet Android, può scaricare le applicazioni gratuite che permettono di leggere ebook acquistati sul Kindle Store su eReader non legati in alcun modo ad Amazon.
Nota personale: dopo averlo letto, ho concluso che la copertina che realizzai per Alex circa un anno fa, non rende giustizia ai toni del racconto. Magari ne preparo una nuova.

martedì 1 ottobre 2013

Su Agents of Shield e Superior Spiderman.

Agents of S.H.I.E.L.D.
Regai di  Joss Whedon
Ogni giovedì su ABC TV

Passabile.
Whedon ha confezionato un minestrone che pesca brutalmente, oltre che dall'universo abilmente messo in scena col campione di incassi The Avengers, da serie come Fringe, Firefly, CSI, A-Team e via dicendo.
Fa del suo meglio per evitare la (facile, lo riconosco) trappola degli stereotipi nel mettere assieme un cast di cui innamorarsi, ma ci riesce solo in parte. Se non fosse per la presenza carismatica dell'agente Phil Coulson, il resto della squadra si appiattirebbe sullo sfondo del collaudato (ma trito) schema del crime procedural ibridato col fantastico. 
La vera anima di The Agents of S.H.I.E.L.D.: l'attore americano Clark Gregg, classe 1962. Cosplay ideale per chi è un pelo stempiato e non gli va di impelagarsi con armature e mantelli.


E, ve lo dico subito: se significa che anche Agents of Shield andrà a infilarsi nel comodo binario del mostro/eroe settimanale, smetterò di seguirlo molto presto.
Qualche citazione nerd sparsa qua e là e il bel faccino di Chloe Bennet potrebbero non essere abbastanza per un pubblico sempre più esigente e che ormai inizia ad aver visto tutto nell'ambito della serializzazione televisiva… anche se sono curioso di vedere come risolveranno la "resurrezione" di Coulson (a mio avviso, le strade possibili sono due: o è un clone, o un Life Model Decoy, in entrambi i casi inconsapevoli di non essere il "vero" Coulson).
Vediamo come si evolve, per ora di certo non grido al miracolo.


The Bling Ring (2013)
di Sofia Coppola

Un film inutile, ridondante, di una superficialità indescrivibile e non meno condannabile anche se questa fosse voluta. 
Tre quarti del film (e approssimo per difetto) mostrano le incursioni di un gruppetto di adolescenti – apparentemente totalmente privi di senso morale – nelle ville dei VIP di Los Angeles lasciate incustodite durante i loro impegni mondani.
Senza la minima trovata o il più piccolo guizzo registico, quasi come quelle ricostruzioni che potete vedete su uno dei millemila canali tematici di Sky che, a posteriori, raccontano fatti di cronaca che possano stimolare la curiosità degli spettatori più inclini allo zapping da divano.
E se non si trattasse di fatti di cronaca realmente avvenuti, ci si alzerebbe dalla sedia alla prima scena dove i ladruncoli, tutti di buona famiglia e cresciuti al mito delle superstar 2.0 (incarnati alla perfezione da Paris Hilton, presa ripetutamente di mira), entrano nelle villone miliardarie usando la chiave lasciata sotto lo zerbino, accendono le luci, si provano vestiti e scarpe, si portano via tutto quello che vogliono, trovano al primo colpo (facile, sempre in una valigetta sotto il letto) migliaia di dollari in contanti, gioielli, Rolex, cocaina, un revolver carico… il tutto senza che scatti un allarme, senza l'ombra di una guardia giurata, un cane da guardia, una tagliola. Zero.
Le dimenticabili protagoniste della nuova "fatica" di Sofia Coppola. E, sì, sembra una qualsiasi foto presa da Facebook. E invece.

Superior Spider-Man n.1
Marvel Now- Panini
di Dan Slott, Ryan Stegman e Edgard Delgado

Come tanti altri fan di vecchia data, non volevo saperne della morte di Peter Parker (che lo avessero fatto secco nell'universo Ultimate e sostituito con un tredicenne di colore poteva anche starmi bene, da tempo quella dimensione ha smesso di essere una reale alternativa al macroverso Marvel tradizionale): la "trovata" di scambiare la sua mente con quella del morente dottor Octopus per lasciare in vita solo quest'ultimo, ma nel corpo di Peter – con tanto di poteri ma anche ricordi (e la promessa strappata in fin di vita di proseguire la sua missione di eroe e difensore dei deboli) mi è sembrata inizialmente poco più di un escamotage per introdurre una nuova prospettiva di un personaggio che, nel corso dei decenni, sembrava esserci stato raccontato in ogni condizione e sfumatura possibile, una chiave di lettura più cinica, noir, violenta e persino più naif.
Ma ero in fumetteria, e mi sono ritrovato in mano i numeri 15 e 16 della miniserie Spiderman il Vendicatore, e catturato (quella è sempre la prima cosa) dagli ottimi disegni di Paco Medina (e un altro applauso va al colorista digitale Dave Curiel), ho iniziato a leggere un paio di pagine.
E poi un'altra.
E un'altra.
E alla fine, li ho comprati entrambi, anche perché il tizio alla cassa mi stava guardando storto.
E ci ho messo dentro anche lo Spider-Man n. 600, che in Italia conclude ufficialmente la testata principale dedicata all'Uomo Ragno ma prosegue idealmente con Superior Spider-Man n.1.
E li ho letti tutti e quattro.
Di fila.
Funziona il nuovo corso?
Funziona.
E non mi piace ammetterlo.
Tanto per cominciare, è disegnato e colorato alla grande. 
Spiderman ha uno spessore e una vita" nelle vignette di Yost, Stegman e Camuncoli che non vedevo da un sacco di tempo.
E le tematiche, apparentemente banali sul cambio di status quo del ragno sono invece solide, cariche di pathos, non artificiose. Un fumetto sul rimettersi in gioco, sull'opportunità di concedere a qualcuno una seconda possibilità, sul rimescolamento delle certezze, sul guardarsi dall'esterno con occhi nuovi (letteralmente) e sullo scoprire che l'erba del vicino non è sempre più verde.
Se i fumetti supereroistici sono sempre stati tradizionalmente manichei nella divisione tra bene e male – buoni e  cattivi, bianchi e neri –  Superior Spider-Man spiega le sfumature di grigio.
Denso di simbolismi, dualità e giustapposizioni. 
Insomma, decisamente consigliato.

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