venerdì 12 ottobre 2012

6 clienti da evitare come la peste.

Diventare un libero professionista, o un fornitore di servizi di qualche tipo, è facile. Ottenerne profitti sufficienti a condurre un'esistenza decorosa, parecchio più difficile.
Voglio condividere con voi una delle lezioni apprese dall'esperienza di tanti anni spesi in questo mestiere: la redditività ha spesso molto più a che fare con l'evitare i clienti sbagliati che non trovare (e mantenere) un flusso costante di lavoro.

La buona notizia è che i clienti "sbagliati" in genere si presentano in forme ben definite e facilmente identificabili ad un occhio un pelo più esperto.

Ecco i sei clienti che dovreste perlomeno considerare di evitare come la peste, se il vostro obiettivo è non sprecare tempo, creatività e impegno e portare a casa il risultato (nella fattispecie, il compenso per quanto svolto). Tenete presente che il sottoscritto li ha incontrati tutti, e a più riprese, in alcuni casi sbattendoci le corna tanto forte che ancora  oggi me li ricordo piuttosto bene.

Sono pensati per la mia attività, ma si adattano facilmente a parecchie altre tipologie di lavoro, quindi potete continuare a leggere anche se non siete designer.


1) IL FURBACCHIONE.
Se siete un designer o ancora meglio uno sviluppatore web, è probabile che abbiate già incontrato il furbacchione.
Sembra essere spesso un cliente serio – e potrebbe benissimo esserlo – ma il primo indizio è abbastanza chiaro da decifrare: il furbacchione verrà da voi senza specifiche precise sul progetto, e prima di iniziare il lavoro vero e proprio, ci saranno un mucchio di sedute preliminari dove vi farà ogni tipo di domanda possibile sul tipo di strategia da adottare, gli scenari possibili, le tecnologie da impiegare, eccetera eccetera.
E visto che si tratta di sedute preliminari, naturalmente, non vedrete il becco d'un quattrino.
Una volta che l'avrete aiutato a capire di cosa ha bisogno, gratis, ovviamente, il furbacchione vi dirà che deve pensarci e promette di rifarsi presto vivo. In realtà, andrà avanti con il progetto per conto suo (o lo affiderà ad altri), dopo esser stato instradato dalla vostra esperienza.
Perché si dovrebbe evitare il Furbacchione: A meno che non riusciate a farvi pagare per la vostra consulenza in anticipo, il Furbacchione non solo vi farà perdere un mucchio tempo, ma tecnicamente vi avrà derubato. 
Se non avete scelta, come comportarsi con il Furbacchione: se esiste una chance che il Furbacchione vi commissioni effettivamente il lavoro, cercate di essere più vaghi possibile, fornite rassicurazioni generiche e promettete obiettivi dilazionati nel tempo. In genere, la richiesta di un anticipo del 30% fa dileguare all'istante questi personaggi.

2) IL MIMO.
La comunicazione è una parte cruciale di qualsiasi rapporto con il cliente, ed è una strada a doppio senso.
Una buona comunicazione tra voi e il cliente è un requisito fondamentale per il successo del progetto.
Col Mimo, la comunicazione è così difficile che, visto che i suoi discorsi sono frammentari, contraddittori e confusi, cercate di aggrapparvi a qualsiasi cosa per capire cosa diavolo vuole. Persino al suo gesticolare o alla sua mimica facciale. Richiedere un brief scritto non aiuterà, perché nessuno di costoro riesce a tradurre in concreto quello che esiste solo nella loro testa.
Perché si dovrebbe evitare il Mimo: Cercare di comunicare con un cliente che non è in grado di comunicare, è come cercare di aprirsi un varco in muro a testate: magari prima o poi ci riuscite, ma a un prezzo troppo alto. È anche un ottimo modo per sprecare un mucchio di tempo su un progetto che rischia di lasciare entrambe le parti deluse, allontanando contemporaneamente la speranza di riscuotere quanto pattuito.
Se non avete scelta, come comportarsi con il Mimo: non fatevi scrupolo di chiedere continue delucidazioni e chiarimenti sul progetto. Disegnate schizzi a penna e sottoponeteglieli per avere conferme o smentite sulla direzione da prendere. Fatevi approvare fasi intermedie del lavoro tramite email. Verba volant, scripta manent.

3) L'ILLUSO.
Molti designer freelance hanno conosciuto l'illuso. È il cliente che vuole, ad esempio, un sito che combina le caratteristiche di Facebook, YouTube, Flickr, Blogger e di qualsiasi altro sito diventato popolare a partire dal 1998, oppure di creare una campagna pubblicitaria che gli farà svuotare i magazzini in una settimana o dare alla sua attività un irresistibile impulso, eccetera eccetera.
In altre parole, l'illuso è un individuo che ha completamente perso il contatto con la realtà, e vorrebbe che voi realizziate l'impossibile... per di più in tempi ridotti e a prezzi stracciati.
Perché si dovrebbe evitare l'Illuso: Nessuno è mai stato capace di dare all'Illuso quello che si aspettava. Resterà invariabilmente deluso del vostro operato e, attaccandosi a mille e un cavillo, non vi darà un centesimo, complici le criminali leggi in materia nel nostro Paese. Fortunatamente, questo cliente è facile da individuare già a prima vista, e i professionisti più esperti lo dribblano con eleganza.
Se non avete scelta, come comportarsi con l'Illuso: disilludetelo fin dall'inizio. È uno di quei casi in cui la brutale sincerità paga. Qualora otteniate comunque la commissione, mettete tutto per iscritto. Vi metterà al riparo da contestazioni al momento di saldare il conto.

4) L'ANSIOSO.
I clienti meritano un certo livello di rispetto e attenzione, in particolare quando pagano.
Ma alcuni - gli Ansiosi - si aspettano un po' troppo. Probabilmente avete anche voi esperienza di questi clienti: inviano email a botte di cinque o sei ogni ora, telefonano più volte al giorno solo per sapere come procede il lavoro, e spesso pretendono di incontrarvi in inutili riunioni per fare "il punto della situazione".
Non conoscono orari e weekend, e, in alcuni casi, ve li ritroverete addirittura sotto casa e sarete costretti a tenere spento il cellulare per avere un po' di tregua.
Perché si dovrebbe evitare l'Ansioso: c'è una linea sottile che divide il cliente che desidera qualche update in corso d'opera e uno che non sarà mai abbastanza tranquillo da lasciarvi lavorare in pace. Quando vi imbattete nel secondo, di solito significa che spendere una quantità indecente di tempo non vi sarà comunque sufficiente a svolgere un buon lavoro, senza contare che potreste finire col trascurare altri clienti meno pressanti. 
Se non avete scelta, come comportarsi con l'Ansioso: stabilte un limite ragionevole oltre il quale essere contattati diventa una molestia. Usate un cellulare – o una SIM – esclusivamente per il lavoro, e spegnetelo senza rimorsi quando decidete di darvi alla vostra vita privata. Usate un'email solo per quel cliente e non dite mai dove abitate.

5) IL PROCRASTINATORE.
Tutti sperano di farsi un cosiddetto "portafoglio clienti", e cioè un certo numero di clienti fissi che non spariscono dopo una commessa lavorativa (pagata, s'intende), ma continuano a fornire un gettito costante di lavoro.
Il procrastinatore vi fornirà esattamente questo miraggio. Inizia a darvi del lavoro, poi altro lavoro, e poi altro ancora. Quando cominciate ad esigere i primi pagamenti, quello temporeggia e vi commissiona altra roba. Per non perdere il cliente, voi accettate e continuate a lavorare per lui, tenendo aggiornati i conti.
Perché si dovrebbe evitare il Procrastinatore: magari, ogni tanto, dopo mille insistenze, il Procrastinatore comincia a sganciare un primo acconto su quanto pattuito, ma nel frattempo voi siete diventati il suo schiavo e gli producete così tanto lavoro che anche se decideste di piantarlo in asso, quello ci avrà guadagnato cento e cento volte. 
Se non avete scelta, come comportarsi con il Procrastinatore: pretendete da subito pagamenti regolari e scadenziati, oppure fatevi saldare al compimento di ogni singolo progetto prima di mettervi a lavorare sul prossimo. Non fatevi scrupolo di raccontare balle. Dite che dovete aggiornare il vostro hardware o il parco software o che vi è arrivata una cartella di Equitalia.


6) lL TASCHE CUCITE.
Di certo, anche voi siete tra costoro che sperano di fare un buon affare ottenendo il massimo con la minima spesa possibile. E non c'è nulla di male in questo, ma il Tasche Cucite (parente abbastanza stretto del Procrastinatore) spinge questa filosofia ai massimi livelli.
Come il Procrastinatore, tende a modificare i termini degli accordi subito dopo che sono stati siglati, ma ponendo l'accento sui compensi, tentando di ritoccarli continuamente verso il basso o addirittura verso lo zero assoluto. I più abili Tasche Cucite sono persino capaci di farvi sentire in colpa se non siete disposti a lavorare fino a tarda notte o fare lavoro extra gratuitamente. La loro frase tipica è “già che stai facendo X, potresti anche aggiungere Y”.
Perché si dovrebbe evitare il Tasche Cucite: lavorare per clienti che cercano solo il miglior prezzo anziché per quelli che attribuiscono del valore al lavoro che fate non è mai un grande affare. Se accettate di farvi deprezzare una volta, quello lo farà per tutto il resto del vostro rapporto, e alla fine avrete l'impressione di sgobbare solo per arricchire qualcuno che non siete voi.
Se non avete scelta, come comportarsi con il Tasche Cucite: concedere un margine di trattativa al cliente è normale. L'essenziale, è saper dire di no di fronte una controproposta che sia inferiore, diciamo al 30% di quanto chiedete. Non mostratevi alla canna del gas neanche se lo siete davvero: il Tasche Cucite sa cogliere gli stati di necessità ed è bravissimo ad approfittarne.

giovedì 26 aprile 2012

Di Photoshop, della realtà e della verità.


La fotografia è verità.
Questa frase di Jean Luc Godard riassume la percezione che ha caratterizzato questa forma d'arte fin dalla sua invenzione, nel 1826.
Rispetto alla pittura, la fotografia è sempre stata considerata uno strumento che restituisce la realtà inalterata.
In realtà, la fotografia si è sempre basata sulla mistificazione.

Fin dalla prima fotografia (scattata da Nicéphore Niepce in un cortile francese) agli spettatori è sempre stato un punto di vista confezionato dall'artista.
Potrà anche non piacervi, ma questa è la prima fotografia della storia, o almeno quella ritenuta tale. E no, non c'era Christina Aguilera discinta sottomano, Purtroppo.

In ogni fase della procedura, dalla composizione alla stampa, i fotografi affermano la loro personale versione di ciò che è accaduto davanti l'obiettivo.
Illuminazione. Trucco. Inquadrature studiate. Modelli. Fino a ieri, questi strumenti erano utilizzati dai fotografi per ottenere un determinato impatto nell'immagine finale. Photoshop non è che l'ennesimo, definitivo strumento che va aggiungersi al loro arsenale.

Già durante la Guerra di Secessione americana si intimava ai fotografi di ritrarre l'una o l'altra parte in una luce più favorevole, e Stalin fece rimuovere interamente Trotsky da una fotografia allo scopo di allontanare il suo avversario da Lenin.

Trotski? Trotski chi?

Oggi l'utilizzo di Photoshop nel settore è onnipresente.
La tecnologia digitale viene utilizzata per la presentazione di qualsiasi immagine. È raro (e lo sarà sempre di più) imbattersi in una fotografia non ritoccata. Scattare le fotografie è solo metà della procedura: Photoshop è parte integrante del metodo di lavoro. Inoltre la sua trasformazione da strumento professionale a software di massa (quanti di voi là fuori possedete una copia pirata di Photoshop sul vostro hard disk pur senza essere professionisti del settore?) ha rappresentato una vera e propria pietra miliare nella democratizzazione della tecnologia.

E ora che chiunque possiede un computer e disponga di un filo di manualità e di buona volontà e ha scoperto la relativa facilità di ritoccare le foto di famiglia, ci si comincia ad interrogare sull'entità degli interventi utilizzati dai professionisti.

Da taluni, Photoshop viene considerato un'arma per ingannare la società... e in parecchi casi, questa gente ha le sue ragioni. Ma ritoccare una foto non significa necessariamente allungare di cinque centimetri la coscia di una modella per farla apparire più slanciata e migliorare così l'effetto dell'abito che indossa e che quando lo andiamo a comprare noi non ci fa quell'effetto da semidea. Può significare anche esaltare dei dettagli che un'esposizione sbagliata aveva mandato perduti, raddrizzare un'inquadratura sbilenca, correggere un taglio che includeva elementi di disturbo o inserire l'immagine di un prodotto.

La posizione di chi si oppone al ritocco delle immagini si ricollega, se vogliamo, all'idea modernista della fotografia "pura", in base alla quale l'immagine – caratterizzata da una veridicità e da una bellezza senza tempo – nasce in qualche modo "dentro" la macchina fotografia e non può e non deve essere ritoccata in seguito.

Potete essere d'accordo o meno con quest'idea dell'immagine intoccabile, ma sappiate che è un dilemma ben antecedente alla tecnologia digitale.

Nel corso della storia, molti prestigiosi fotografi hanno impiegato il fotoritocco a fini creativi. John Heartfield creava micidiali fotomontaggi satirici antinazisti e Man Ray si costruì un'intera carriera basata sulla tecnica di solarizzazione.

QUI trovate un breve tutorial su come replicare in Photoshop la tecnica che Ray inventò in camera oscura: stesso fine, strumenti diversi.
Heartfield e Ray non facevano altro che manipolare le immagini, esattamente come facciamo oggi con Photoshop. Chiunque riconoscerebbe che le loro tecniche ebbero effetti straordinariamente espressivi e illuminanti: eppure, all'epoca erano considerate eresie.

Naturalmente, esiste una differenza tra la fotografia artistica e il fotoritocco ai fini meramente estetici che tanto manda in bestia le femministe meno illuminate.
Gruppi come Bodywhys hanno messo in piedi campagne contro quella che considerano la rappresentazione irreale di modelli irraggiungibili: ciò che gli adolescenti vedono nelle fotografie pubblicitarie (ma anche non) non è l'immagine reale, quindi non devono tentare di imitarlo nella propria vita, sostengono.
Il che è un punto di vista sensato, ma, da sempre, la pubblicità è mistificazione, e non è un segreto. Onestamente, non bisogna essere troppo smaliziati per sapere che è la comunicazione pubblicitaria basa parecchi dei suoi meccanismi di persuasione sulla finzione.
Tanto più quando il trucco è talmente esasperato da renderlo impossibile da accostare con la realtà.

A volte i clienti vogliono esagerare deliberatamente. Nel 2000, o giù di lì, realizzai il calendario dell'ormai defunto gruppo delle Lollipop, e applicai, più per gioco che per altro, un effetto di sfocatura sulla pelle di una delle ragazze, fino a darle un effetto di plastica levigata. Alle Lollipop piacque così tanto che mi chiesero di applicarlo a tutte le fotografie del calendario.
Rughe? impefezioni? Occhiaie? Donne: è arrivato Photoshop. 

Forse esistono dei casi in cui il ritocco è eccessivo... ma generalmente, l'etica non c'entra nulla. Per noi è soltanto un lavoro.
A sentire altri miei colleghi, invece, l'impiego massiccio di Photoshop nella pubblicità ha eroso la fiducia del pubblico e sta influendo sulla sua capacità di distinguere tra realtà e finzione... e questo temo sia vero se riferito alla fotografia giornalistica. Se ormai parecchi di noi si rendono conto che la pubblicità dei prodotti di bellezza impieghi immagini pesantemente ritoccate (e qui, sì che servirebbe un limite), in altri campi non siamo affatto consapevoli dell'entità della manipolazione.

E quindi?
Qualcuno ha proposto l'introduzione di una filigrana digitale che segnala chiaramente a chi guarda che l'immagine è stata ritoccata. Un simbolo per distinguere, ad esempio sui giornali ma anche sul web, le immagini "autentiche" da quelle manipolate.

Ma quanti hanno interesse nel farlo? I giornali preferiscono che questo confine sia sfumato, per avere maggiore flessibilità nel layout. Il reparto fotografico di qualsiasi quotidiano si ritroverebbe con un grosso carico (e di responsabilità) di lavoro in più. Senza contare l'impatto che avrebbe sulla pubblicità: se ci abituassimo a fidarci solo delle immagini contrassegnate come reali, quale potrebbe essere il futuro delle campagne con fotografie ultra-ritoccate?

Una soluzione potrebbe consistere nel distorcere le immagini in modo talmente massiccio da lasciare solo un tenue legame con la realtà... e conquistare il pubblico proprio con al stranezza delle immagini digitali.
Noi pubblicitari utilizziamo ogni stimolo possibile per suscitare una reazione. Nel giro di pochissimi decenni, abbiamo condotto una vera e propria escalation di alterazioni digitali producendo immagini sempre più slegate dalla realtà... al fine di affascinare e stimolare reazioni inconscie che portano all'acquisto di beni o servizi.

E la psicologia ci ha aiutato in tutto questo. Ci ha suggerito che occhi grandi fanno apparire una donna vulnerabile, che una bocca piccola la fa sembrare carina.
Va bene, qui ho esagerato. Ma il concetto è questo.

Quasi nessuno, ormai, presenta la realtà in pubblicità, ma un'interpretazione riveduta e corretta: invita chi guarda ad entrare in un altro mondo, dove è tutto perfetto, coerente, funzionante.
Uno degli effetti collaterali indesiderati di questo modo di approcciarsi, è la convinzione crescente che tutto può essere realizzato in fase di post-produzione, a discapito dell'idea originaria alla base di uno scatto fotografico.
Mi è capitato di vedermi arrivare fotografie assolutamente ordinarie e di sentirmi chiedere di ambientarle in posti esotici. Alcune composizioni di questo tipo sono ridicole e tutt'altro che convincenti.
Senza contare che Photoshop viene spesso erroneamente considerato una facile scorciatoia per risparmiare denaro. Invece di commissionare un costoso servizio fotografico in esterni, ai designer viene chiesto di rielaborare immagini di repertorio acquistate sugli stock image un tanto al chilo.
Io sono il primo a riconoscere la comodità degli stock image... ma anche che possono ridurre la fotografia ad un supermarket, dove entri, ti fai un giro per le corsie, metti nel carrello quello che ti serve e poi passi in cassa.
E la professionalità? Un optional.
Le opportunità di lavoro? Drasticamente ridotte.

Come ogni altra tecnologia, l'impiego massivo di Photoshop ha aperto nuove strade ma ne ha chiuse altre.
Si può tornare indietro? Io non credo.
E anche: signora mia, ma allora dove andremo a finire?
In un mondo dove l'utilizzo di Photoshop sarà dato per scontato: esattamente come adesso diamo per scontato l'uso di Google per cercare qualsiasi cosa, pratica che ha rivoluzionato le nostre vite ancor più che cancellare gli occhi rossi da una fotografia.
Il fatto è che molte di queste polemiche sono legate al nostro concetto di "realtà" e "verità", e (giustamente) drizziamo le antenne ogni volta che appare una minaccia, reale o presunta, all'integrità di questi concetti.
Poi, dovremmo stabilire cos'è veramente la realtà o la verità... ma questa è materia per filosofi, e io, che sono solo un designer e neanche tra i più bravi, non ci addentro.

Buonanotte.

lunedì 19 marzo 2012

Quello che resta.

Mi aggiro nella sua stanza, senza sapere veramente dove mettere le mani.
Scrutando un ordine che agli occhi di chiunque altro, compresi i miei, è un disordine.
Un ammucchio caotico, stratificato nei decenni, ingiallito dal tempo e dal tabacco che si è lentamente bruciato qui dentro. Vorrei poter sentire ancora l'odore dolciastro della sua pipa: pare che gli odori siano molto evocativi, stimolano la parte rettile del nostro cervello e – del tutto all'improvviso – spalancano porte nella nostra memoria su momenti dimenticati eppure vissuti.
Ma non sento più niente. Solo la carta emana quel vago odore di vecchio, di consunto, di dimenticato. Gli oggetti sono qui per farci ricordare. Forse è la loro funzione più importante, e questo lo capiamo solo dopo: quando le persone non ci sono più, e restano solo le loro cose.
Ognuna da poter prendere in mano, avvicinare alla memoria e da cui tirare fuori qualcosa: un'immagine, una frase, una giornata. Forse in ogni cosa che abbiamo posseduto, toccato e vissuto resta una traccia di noi, un frammento, un alito. Un vaghissimo sentore che può ancora essere captato e riesumato da chi riesce a sintonizzarsi su quella frequenza morta.
E io mi sforzo di ascoltare.
Tra la polvere, le migliaia di righe dattiloscritte con la Olivetti, i quaderni riempiti con la stilografica con inchiostro blu, i collage con i ritagli di giornale col suo nome e la sua faccia, gli appunti, le agende, le poesie, i saggi, i milioni di parole uscite dalla sua testa e depositate sulla carta.
La sua eredità, la sua essenza, è tutta qui dentro, svuotata di qualsiasi altro senso che non sia dire a chi entra qui dentro: ecco chi ero, ecco cosa facevo, cosa cercavo, quello che ho scoperto.
La sua biblioteca, messa assieme volume per volume, giorno dopo giorno, anno dopo anno.
Freud e Jung la fanno da padroni, ma c'è anche praticamente ogni cosa scritta da Charcot, Breuer, Nietzsche, Adler, Stekel, Tausk, Spielrein.
Un viaggio attraverso la psiche umana durato una vita intera.
Inframezzato e contaminato dalla teologia, a sovvertire gli ordini, le teorie, a porre nuove domande. Tutte ordinatamente poste in bella grafia in questi quaderni che ripongo negli scatoloni, dopo averli sfogliati senza riuscirne ad afferrare il senso, così come non sono mai riuscito a fare in vita e – diciamolo – senza neanche provarci con sufficiente impegno.
Perché ci sono padri che seguono strade che non necessariamente i figli condividono o anche solo comprendono.
E restano un po' più soli.
Dietro i loro studi, le loro visioni, a perdersi nei loro labirinti personali.
Per tutto il tempo che è stato loro concesso.
Dove si trova adesso, tutta questa roba non serve più. È servita come un propellente ormai bruciato, come uno stadio del Saturno V che serve a portare in orbita gli astronauti e poi si stacca e va a perdersi nell'oceano.
Per lui, è arrivato il momento di ottenere qualcuna delle risposte alle sue domande.
A noi, a me, rimane la carta, l'inchiostro, la polvere, il suo nome stampato su mille pezzi di carta.
Rimangono fantasmi, voci, miraggi. Rimane il poco che siamo riusciti a trattenere, e che cambia e si trasforma giorno dopo giorno senza che neanche ce ne accorgiamo.
Di mio padre mi resta anche questa stanza. Che è più di quanto non abbiano tanti altri, immagino.
Per oggi, si chiude qui.

giovedì 15 marzo 2012

A proposito dei loghi sportivi.

Non starò a ripetervi (anche se di fatto, è quello che sto facendo) quanta importanza rivesta nella nostra società l'apparire.
E la presenza evocativa dei marchi in questo gioco ha un ruolo decisivo e ribadisce la dominanza del visivo sul verbale.
Uno dei vantaggi dei loghi è la loro efficacia di comunicazione negli eventi di portata internazionale, tanto che ormai molti simboli viaggiano in autonomia... cioè senza alcun supporto da parte del lettering.

Il marchio sportivo più universalmente noto è quello Nike: lo swoosh.
Non solo nell'ambito dello sport internazionale, ma anche in quell'economia culturale dei segni che domina lo scenario di cui dicevo in apertura.Avrete probabilmente già sentito la sua storia: disegnato nel 1972 da Carolyn Davidson, una studentessa che avrebbe ricevuto un compenso di ben 35 dollari, il logo Nike è impattante, gradevole, istantaneo, veloce, onomatopeico.
Il riferimento alla dea greca (l'ala, suo attributo uranico) si traduce concettualmente in vittoria, invincibilità, agonismo.
Già nel 1996 lo swoosh si liberò dalla sua componente linguistica: il lettering Nike.
Va detto anche la parola Nike, in uno scenario commerciale sempre più globalizzato, potrebbe prestarsi ad associazioni verbali scomode: ad esempio, dove naic o naichi (all'americana) ricordano insulti ed espressioni volgari.
Ma il vero traguardo, a mio avviso, è stato l'imporsi della forza di un simbolo pittografico rispetto un logotipo con una componente fonetica-linguistica, più efficace dal punto di vista della visibilità: lo stesso percorso che, già negli anni ottanta, adottò Apple con la perdita del lettering, e lo stesso effetto che producono altri simboli potenti e di natura non commerciale, come la croce, la svastica, la mezzaluna, la falce e il martello.
Per sua stessa natura, inoltre, il logo non si risolve quasi mai in un significato assolutamente certo… mantiene anzi un certo margine d'ambiguità, che può essere opportunamente riempito secondo le esigenze della strategia aziendale.
Chi può dire con certezza cos'è lo swoosh?
Cos'è esattamente il trifoglio dell'Adidas? E Asics, Arena, Diadora?
Nike, oltre l'ala della Dea offre altre letture possibili, suggerite dal dinamismo formale del simbolo: vi si può scorgere una traiettoria, un sorriso, un boomerang, e così via.

Asics, il cui logo fu disegnato da Masashi Uehara nel 1992, è l'acronimo di Anima Sana In Corpore Sano. Rappresenta una spirale o un vortice (un movimento inarrestabile che cresce e si autoalimenta), ma fa anche pensare all'ormai onnipresente chiocciola (@).

L'ambiguità semantica investe anche Arena: un paio d'ali, la sagoma di un uccello, le bracciate di un nuotatore, la stilizzazione di un'onda… tutte associazioni mentali che non impediscono di scorgervi la W di water e la V di vittoria.

Allo stesso modo Champion (disegnato nel 1919, progettista sconosciuto), se da una parte invoca la C di campione, dall'altra si risolve in un cerchio che rimanda all'idea tradizionale di ciclicità: e allora l'occhio, la palla, il sole, il mondo… fate voi.

Il triangolo Adidas disegnato da Peter Moore nel 1997 è la nuova versione del trifoglio disegnato nel 1949 dal fondatore Adi Dassler, e sembra alludere a una piramide o comunque a una figura solida ancorata alla terra: cosa che esprime un'idea di stabilità e di sicurezza, valori fondamentali nelle strategie Adidas. E le barrette fanno pensare a episodi di una progressione, alle linee del traguardo, ai tre posti vincenti del podio.

Diverso è il caso di Puma (azienda fondata peraltro dal fratello di Adi, Rudolf Dassler): la utilizzazione del puma salterino, ad opera di Lutz Backes risale al 1968 ed è spesso accompagnata dal lettering PUMA (maiuscolo e serrato). A differenza di molti altri, Puma possiede una densità figurativa alta: rimanda, cioè, ad un'immagine precisa (un puma o un altro felino), e dà vita contemporaneamente a una trama di associazioni mentali concatenate: forza, agilità, eleganza, mete lontane e difficili da raggiungere… e non manca qualcuno che vi intravede addirittura il logo Nike criptato.

Nella "guerra dei loghi" accade che diversi marchi, anche meno giovani di Nike e di acclamato prestigio internazionale (Reebook, Puma, Diadora, eccetera) possano finire per essere risemantizzati dal consumatore disattento come un'interpretazione del più celebre swoosh.
C'è chi l'ha visto nel felino stilizzato di Puma, o capovolto nel logo Reebok (che in realtà vorrebbe essere la utilizzazione di una gazzella africana), a completare la curva del logo Patrick, ruotato di novanta gradi nel logo SportZone o con una seconda punta in quello Diadora.La verità?
La verità è che i marchi sportivi tendono – in genere –ad assomigliarsi semplicemente perché giocano abbondantemente sulla stessa idea di dinamismo che graficamente (e percettivamente) ha una serie limitata di soluzioni.
In un'economia globale di segni – nella quale davvero pregnanti sono pochi – è facile arrivare a una guerra dei loghi, dove chi si distingue emerge e si guadagna visibilità e affezione, il che si traduce, una volta di più, in profitto.

giovedì 23 febbraio 2012

Uno alla volta.

Il ronzio dei servomotori del carro funebre.
I nodi delle cravatte degli impresari delle pompe funebri.
Petali che cadono dalle corone e che poi qualcun altro spazzerà via dal cemento del sagrato.
Chi scrive le scritte sui nastri delle corone? Usa un pennello intinto in vernice dorata e copia da un foglietto dettato al telefono?
Perché quello non ha la faccia abbastanza seria? A che sta pensando?
L'espressione di Gianni chiuso nella bara. La cravatta che gli ha scelto Massimo pescandola da un cassetto.
Io gli sto dietro e non accanto. Non l'ho mai visto coi capelli così corti.
Non sembra abbattuto. Dovrebbe sembrarlo? È quello che ci si aspetta da un figlio che ha appena perso suo padre?
Non devo neanche provarci a entrare, nella sua testa.
Il prete parla di vita e mai di morte, a differenza di quanto dice Celentano.
La vita che non finisce, e che si accorda col primo principio della termodinamica.
In questa chiesa ci sono persone fermamente convinte del contrario. Ma sono qui e ascoltano parole che devono suonargli come filastrocche vuote mandate a memoria.
Ma stanno tutti zitti perché è quello che ci si aspetta da loro e perché, alla vedova e ai figli, del credo altrui in questo momento interessa poco.
In questo momento, ognuno è solo.
Io sono solo mentre guardo il display del cellulare silenziato che si illumina di chiamate e di messaggi di persone vive che vogliono raggiungermi, e sono solo mentre cerco di raggiungere persone morte compiendo un'astrazione mentale.
La vedova ha gli occhiali scuri e i capelli di quel colore che si vede che è finto ma sai quanto gliene frega adesso del colore dei suoi capelli.
Lo portano via e io gli vado dietro, quasi gli corro dietro.
Non l'ho mai visto, non l'ho mai conosciuto, non gli ho mai neanche parlato per telefono, e adesso gli trotterello dietro finché non lo ricaricano a bordo del Mercedes blu notte lungo sei o sette metri.
Prima a braccia, poi a servomotori.
Un signore in un piumino grigio e occhi celesti mi chiede informazioni sul modello, la marca e le caratteristiche del carro funebre. Forse il mio completo nero lo trae in inganno e pensa che ne sia l'autista. Ha sulla faccia il sorriso di chi pensa che non gli servirà mai.
Rientro in chiesa dove Massimo è ancora dentro.
E ha un'espressione sul viso che non so decifrare ma neanche mi ci provo.
Ma è una specie di sorriso di deandreiana memoria e in questa mattina di sole ci sta davvero bene.

mercoledì 8 febbraio 2012

Un'emozione ti salverà.


Andrew Kim tempo fa ha compiuto alcune belle considerazioni sul design, partendo da Apple e dai suoi numerosi imitatori per poi arrivare a temi più stratificati che non il semplice aspetto delle cose.
Focalizzando lo sguardo sulla difficoltà – e talvolta, la completa incapacità – dell'industria di riversare nei suoi prodotti metafore d'uso logiche e e coerenti.
Ma pigliamola larga: in passato, la forma degli oggetti era dettata direttamente dalla funzione a cui questi assolvevano: la forchetta, ad esempio, ha i rebbi posizionati a una certa distanza l'uno dagli altri per poter infilzare comodamente il cibo. La sedia ha quattro gambe per sostenere correttamente il nostro peso e in modo equilibrato; un paio di cuffie ha due padiglioni e un archetto per far aderire due altoparlanti alle nostre orecchie, e così via. In parole povere, le cose sono correlazionate al reale, e come tali sono "oneste" in un mondo "analogico".


Forchette, sedie e cuffie sono facilmente comprensibili in termini di funzione: chi è chiamato a disegnarne, sa che il progetto sarà strettamente vincolato dalla funzione e dall'utilizzo, rendendo – apparentemente – difficile per un designer immaginare un prodotto dissimile da quello di un concorrente.
In realtà, considerando la grande varietà esistente nel design di forchette, sedie o cuffie (sono solo tre esempi) appare chiaro a tutti come l'aspetto di questi oggetti possa variare anche notevolmente, dal minimale all'appariscente... passando per il giocoso, l'opulento, il kitsch e parecchio, parecchio altro.



Ma le cose diventano diverse, almeno da qualche anno a questa parte, se si parla di telefoni cellulari. Tra gli anni novanta e i duemila, abbiamo assistito a una gran varietà di forme e soluzioni estetiche, nonostante i telefoni facessero tutti più o meno le stesse cose. Poi, nel gennaio 2007, arrivò l'iPhone, e tutto cambiò.
Nel giro di qualche mese, i telefoni hanno iniziato ad assomigliarsi tutti… o, meglio, ad assomigliare ad un iPhone.



Guardate l'immagine qui sopra. A sinistra, il connettore per iPhone e iPod che Apple ha introdotto nel 2003. A destra, quello Samsung (che in questo post sarà un po' al centro del mirino, ma non è certo la sola) commercializzato nel 2008.
In molti casi, a medesime richieste tecniche si supplisce con un design simile… ma, in questo caso, direi che c'è stato qualcosa più di una semplice ispirazione. O no?

Partendo dall'assunto che necessità simili portano a soluzioni estetiche simili, ogni paio di cuffie dovrebbe avere lo stesso aspetto: sono tutte dotate di due padiglioni e un arco di raccordo. Ma in realtà non si assomigliano tutte.
Ora, ognuno di noi ha le sue idee su come dovrebbe essere l'oggetto che desidera comprare, giusto? È anche una questione di identità. Di personalità.
E Samsung cosa mi propone? Il Galaxy S è chiaramente un'imitazione di un iPhone… sia nell'estetica che nell'interfaccia del sistema operativo, per finire con le fotografie ufficiali.




Poi, naturalmente, le differenze esistono, eccome. A livello di hardware e di usabili del sistema. Ma è innegabile che esista, da parte di Samsung, un approccio del tipo "voglio sembrare quello là".

Il risultato è che non c'è nessuna "anima" in un Samsung Galaxy. Non esprime niente di suo. Cellulari come il Sony Ericsson Xperia o il Nexus One dimostrano che uno smartphone non ha bisogno di assomigliare ad un iPhone. Tempo fa, Apple ha richiesto in sede legale che i tablet samsung adottassero un form factor diverso dall'iPad… e furono in parecchi a replicare indignati che era una richiesta arrogante e irragionevole. Voi dite? Osservate i profili laterali di alcuni tablet di recente produzione. Il Samsung è il solo facilmente confondibile con l'iPad.

E, sì, probabilmente è difficile fare un tablet che non assomigli a un iPad. Ma è esattamente questo il lavoro dei designer. E i consumatori hanno diritto di chiedere alternative estetiche. Si possono capire, naturalmente, le ragioni di di Samsung: imitano il prodotto leader di mercato. Ma Samsung possiede un enorme potenziale creativo. Il portatile NS310 progettato da Naoto Fukasawa, o il lettore DVD H-1080 che assomiglia ad un ciottolo (li vedete qui sotto) lo dimostrano.



Samsung è il secondo produttore di elettronica al mondo: produce di tutto. E non posso credere che non abbia al suo interno dei bravi designer. Se volesse, potrebbe costruire il miglior telefono al mondo.
Eppure, confrontato sullo stesso mercato, Samsung vende veno di Apple.
Perché?
Perché molti dei loro prodotti non hanno alcun valore emotivo.

La concorrenza è il modo più veloce di innovare.
È così che gli americani sono arrivati sulla luna. È così che abbiamo avuto automobili più sicure, più confortevoli e più economiche nei costi d'esercizio. È così che i computer sono diventati abbordabili praticamente per chiunque, dopo essere macchine che solo l'esercito o le grandi università potevano permettersi.
Insomma, voglio vedere qualcuno sfidare Apple. Ma non voglio vedere dei semplici cloni.

È difficile progettare qualcosa di nuovo, lo ammetto... e progettare un nuovo tipo di telefono è di certo più difficile che progettare una forchetta o una sedia.
E la tentazione di copiare chi vende di più è forte, ma significa anche smettere di innovare.
Il problema è che Apple è troppo brava a produrre oggetti.
A mio parere, un vero design minimalista ha senso solo se riveste un hardware di altissima qualità accoppiato a un software altrettanto buono.
Quando si copia un iPhone, si finisce solo per apparire come una cattiva imitazione, anche se il prodotto funziona comunque bene e – in alcuni casi – è addirittura tecnicamente più performante.
Il primo punto di forza di Apple è l'emozione che generano i suoi prodotti. Tutta la filosofia del suo brand si basa su quest'emozione.
Il design genera un'emozione.
Gli Applestore e il loro personale generano un'emozione.
Persino spacchettare i prodotti Apple genera un'emozione.


Io mi ricordo chiaramente la prima volta che usai un Mac o ascoltai musica col mio primo iPod, e non è per caso.
È frutto di una strategia e di una filosofia assolutamente geniale, che non si può improvvisare dall'oggi al domani.
C'è un surplus di offerta nel mercato dell'elettronica di consumo, e il solo modo di catturare i consumatori (o di sottrarli ad Apple) è puntare sull'impatto emotivo.
Una lezione che hanno capito molto bene, ad esempio, nell'industria automobilistica, rivestendo di connotati emozionali – e a volte persino sessuali – macchine con prestazioni, consumi e dimensioni praticamente identiche.

Quindi?
Quindi, ancora aspetto qualcuno che mi proponga un telefono "desiderabile" almeno quanto un iPhone. Mi piace abbastanza il Nokia N9, ma non al punto da spendere tutti i soldi al quale viene offerto.
Vorrei vedere diversità, l'emozione e lo spirito di innovazione che riesce a trasmettere Apple. Non mi interessano le imitazioni di iPhone. È di nuovo tempo di cambiare. È tempo di uscire sul mercato con qualcosa di diverso.


Quelli qui sotto sono solo alcuni dei concept che ho trovato in rete, e molti di essi li trovo assolutamente "desiderabili".
Ma ci sarà qualcuno che avrà il coraggio di metterli in produzione?

giovedì 26 gennaio 2012

[Re-brand] DC Comics.


Qualche giorno fa, la DC Comics, una delle più importanti e attive case editrici di fumetti al mondo, ha presentato il suo nuovo logo... suscitando tra designer, fumettari e anche tra chi non fregava nulla di design o di fumetti, un piccolo vespaio di polemiche.
E, visto che di design e di fumetti mi interesso pure io, eccomi a parlarne (come se non bastassero già i tanti che sulla Rete dicono la loro).

Come grafico professionista, parte del mio lavoro è quello di osservare il lavoro degli altri, per cercare di capire cosa funziona, cosa non va e ciò che è veramente spazzatura.
Le critiche sono una parte del processo creativo, come dicono quelli bravi… quindi diamo un'occhiata a questo nuovo logo DC.

Anche se non condivido questo trend, nel mondo aziendale l'aggiornamento di un logo ogni cinque anni è un evento sempre meno raro.
A volte, i cambiamenti sono così sottili che sfuggono alla maggior parte dei consumatori, e si parla di aggiustamenti: quanti di voi, ad esempio, si sono accorti che un paio d'anni fa il logo Peugeot è stato ristilizzato?

<La font è apparentemente la stessa, ma ora ha una spaziatura più ampia, la silhouette del leone si è fatta più aggressiva, è scomparsa la lingua dalle fauci, la coda è più piccola.
Altri ammodernamenti sono più marcati, ma sempre rispettosi delle origini: è il caso di Starbucks, che manteneva inalterato il suo logo da quarant'anni, o di Apple, che in vent'anni di storia ha solo perso la colorazione arcobaleno.

Occasionalmente, quando una società vuole essere vista in una luce completamente diversa o quando la sua attenzione si sposta da un settore specifico a un altro (o più ampio), il logo è oggetto di una completa rilettura.
Alcuni di essi, come il recente redesign del logo di Sky, sono un successo… altri, come il tentativo di rebrand di Gap, talmente sbeffeggiato da costringere l'azienda a tornare sui suoi passi, sono dei fallimenti completi.
E DC che strada ha scelto?
Quella del reboot totale.
E io cosa ne penso?
Che poteva andare anche peggio.

Cosa va... e cosa non va.
La prima cosa che mi colpisce è che è un logo abbastanza pulito, che credo possa funzionare piuttosto bene su tutti i media non cartacei, come un'homescreen, un dispositivo e-reader, un'animazione prima di un film… e credo che non sia affatto casuale, considerando che parecchia della produzione DC Comics si stia spostando sul digitale.

Non sono convinto che la "pagina che sta per essere voltata" stilizzata nella D funzioni così bene come i progettisti del logo probabilmente pensavano… personalmente, mi ricorda di più un adesivo mezzo scollato.
La C mi pare troppo coperta dalla D, ma richiama il concetto di "scoperta", di aspettativa. E se a una pagina voltata si voleva sottintendere, l'angolo tondo della D non è proprio il massimo.
Diciamo che alla base c'è un concetto interessante che è un po' inciampato nell'esecuzione.

Sul precedente logo non avevo un'opinione precisa… ma ora, osservandolo meglio, non riesco a non trovarlo privo di personalità (potrebbe andar bene per un dentifricio, un detersivo o anche per delle scarpe per bambini), e di certo il vecchio "bullet" creato da Milton Glaser aveva un fascino che il suo successore non ha mai avuto.
Ma non si può vivere sempre nel passato, giusto? Non ci sarà una nuova stagione di Lost. Non avremo mai più un nuovo film con Marylin Monroe o un nuovo disco dei Beatles. Sono andati. Finiti. E il "bullet " non apparirà mai più sulle copertine di un fumetto di Batman o di Superman: sic transit gloria.

Magari alcuni di voi noteranno che nemmeno il vecchio logo richiamava i fumetti in alcun modo: e avete ragione.
Ma, dando uno sguardo ai loghi di altre note case editrici di fumetti (qui sotto ho raccolto solo alcuni tra quelli circolanti in Italia, ma all'estero è la stessa solfa), non sembra essere una condizione imprenscindibile:
Non ci avevate mai fatto caso, vero? In effetti, il nuovo logo DC è, tra i tanti, quello che più cerca di avvicinarsi a ciò che rappresenta.

Poi abbiamo la font. È il Gotham, prodotto dalla fonderia digitale Hoefler & Frere-Jones (e, no, non ha niente a che vedere con Batman).
Che non sarebbe di per sé una brutta font, ma, per come è stata integrata col resto del logo, sembra più un'aggiunta dell'ultimo momento che non parte di un progetto coerente. Inoltre, nella sua declinazione Entertainment, il blocco di testo appare particolarmente squilibrato:

Quando un logo viene preso in antipatia, le somiglianze degradanti si sprecano.
La confezione di un preservativo che sta per essere aperto o un grande adesivo che viene scollato dal sedile di un water sono solo un paio di quelle che potete trovare in giro.

In conclusione?
In conclusione, non si tratta di un logo entusiasmante, ma neanche della cosa peggiore concepibile (vi invito nuovamente a guardare quelli della concorrenza).
Pur con i suoi limiti, il nuovo logo aziendale DC è pulito, moderno e funziona bene nelle applicazioni digitali… così come in una vasta gamma di prodotti in licenza (abbigliamento, giocattoli, alimentari) dove il logo appare come come detentore dei diritti.
Poi, certo, su ognuno avrà un impatto emotivo diverso… e sarà questo, come in parecchie altre cose, a contare.

Per aiutarvi a farvi un'idea vostra, ecco alcune declinazioni del logo.
Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...