La stagione dei sogni

Quando un mese volge al termine, qualche riflessione è d’obbligo. Non si tratta di una questione circoscritta, legata soltanto al mese di marzo e priva di altre implicazioni, ma è un’esigenza più sottile e profonda: è il naturale desiderio di afferrare almeno un frammento del tempo che scorre, di coglierne i silenziosi rivoli di senso per evitare che la fuga dei giorni sia vana.

Marzo si è comportato bene quest’anno, perché è stato coerente con sé stesso: incerto, precario, mutevole nel volto e nella condotta, alternando giorni miti a bruschi ritorni di freddo intenso. Adesso che il suo compito sta per terminare, ha deciso di vestire i panni dell’inverno per sorprenderci e forse – non saprei – anche per farsi ricordare. Eppure, i colori sono quelli della primavera e persino io li sento addosso:

In questi giorni mi sono accorta che la primavera risveglia in me la tendenza a sognare a occhi aperti, un fatto che non mi dispiace. Non mi accade durante le altre stagioni, neppure durante il mio amato autunno, e credo che sia una questione di sfumature, di colori. Credo che sia colpa del rosa intenso e delle sue declinazioni, dell’azzurro e del verde e del viola, dei toni freschi e chiari che richiamano le idee di giovinezza, innocenza, vitalità primigenia. E la responsabilità è anche dei fiori, dei giardini inondati da profumi intensi e generosi – dei giardini, certo, specialmente se in apparenza un po’ disordinati, perché a un giardino di primavera si addice la stessa gioiosa spontaneità di chi da poco tempo cammina in questo mondo.

E così io, invece di rifiutarlo, mi lascio andare a questo flusso e accolgo il mio io primaverile con fiducia, gratitudine e tanto affetto, assecondandolo e sognando a occhi aperti come una bambina o un’adolescente. È la stagione dei giardini e dei sogni, questa, e marzo, a dispetto delle sue follie, ne ha già tracciato tutti i contorni.

All’inizio di primavera

E no, non potevo lasciarmi sfuggire l’occasione: il cielo e l’atmosfera sembravano chiamarmi, sembravano quasi sussurrare il mio nome, e io, io non mi sottraggo mai a certi inviti. Sono uscita presto, allora, sono uscita dopo pranzo, ed è stata una breve passeggiata di un sabato pomeriggio all’inizio di primavera.

Non è accaduto nulla, eppure è accaduto tutto. Ho incontrato la bellezza morbida e il dolce mistero del principio, la vita quasi al suo cominciamento: il cielo grigio ma di luce dipinto, le fioriture bianche e rosa, gli alberi intorno ancora spogli – ciò che resta della triste poesia invernale, destinata a mutare voce, parole e melodie.

E poi il vento, freddo come se fosse ricordo d’autunno avvizzito, il vento messaggero di novità – la metamorfosi. Un garbuglio di luce e di passi stentati, un proseguire ansioso e incerto perché così è l’inizio, sempre ostico e tormentato, un sentiero tortuoso; ciò che fa la differenza è il desiderio di non retrocedere, di farsi coraggio, di accettare rischi e battute d’arresto. Proprio come la primavera bambina, tremante, curiosa e ricca di vitalità.

Vecchi post e ricordi

Da un po’ di tempo sto pensando di voler ripubblicare ogni tanto, su questo blog, qualche vecchio post. È una decisione che non nasce a caso, ma da un fatto che mi colpisce e mi emoziona: quest’anno, a gennaio, Oltre il cancello ha compiuto diciannove anni d’età, un tempo davvero lunghissimo per un diario sul web.

Chi ha un po’ di confidenza con il faticoso lavoro della scrittura sa che questa è in perenne divenire, in costante evoluzione; e non mi riferisco soltanto allo stile, ma anche ai temi trattati, al particolare tono di voce impiegato per esporli, alla presenza o meno di un’intensa partecipazione emotiva, al peculiare intreccio dei pensieri che cambia in ragione dell’età. In sintesi, a tutto un insieme di fattori che sempre concorre alla creazione di uno scritto, lungo o breve che sia. Riproporre allora, di tanto in tanto, qualche vecchio post, è un modo per onorare il proprio passato, riconoscere la propria identità e permettere alle memorie di vivificare il presente.

Leggere e ripubblicare certi vecchi post è un esercizio interessante ed essenziale nella sua semplicità, un’esperienza che m’incuriosisce e mi emoziona, poiché mi consente di dialogare con la me stessa di tanti anni fa per comprendermi, ritrovarmi e riannodare i fili di discorsi interrotti o di memorie polverose, sottratte alla mia attenzione dall’implacabile scorrere del tempo.

E allora cominciamo. Oggi è il 9 marzo 2026. Scorrendo in fretta gli archivi del blog, mi soffermo sull’anno 2010 e trovo un post pubblicato proprio il 9 marzo, esattamente sedici anni fa. Il post mi colpisce perché è breve e dallo stile molto essenziale, quasi disadorno, come tanti post che pubblicavo in quel periodo. Era una scelta ben precisa, ponderata, che rispondeva al mio amore per la sintesi e al gusto per i frammenti, due passioni che peraltro conservo ancora, anche se adesso tendo a scrivere post più lunghi.

Ed ecco quel post, accompagnato dalla stessa immagine che usai quel giorno.

NEVE E SILENZIO

Il silenzio è profondo e insolito, nonostante l’ora. E quando il silenzio diventa così invadente da suscitare un brivido di smarrimento, significa che sta nevicando.
Oltre la finestra chiusa, il bianco illumina la notte. Una notte strana, se si pensa che è marzo. Una notte d’inverno con i fiocchi che cadono senza sosta, e la strada candida e vuota.
Domani mattina sarà gelo, fuori e dentro, e il cielo non avrà alcuna pietà.

Benvenuto marzo

Marzo è un passaggio, che lo si avverta o meno fuori e dentro di sé. È una transizione rilevante, che traccia una linea sottile, quasi invisibile ma potente, fra le stagioni fredde e quelle calde. Non è l’autunno che scivola muto fra le braccia dell’inverno, o la primavera che si fa da parte e lascia il palcoscenico all’estate: questi sono passaggi lievi, naturali, connessi da una continuità che non lascia spazio alla sorpresa. Marzo, invece, come settembre, ci prepara al nuovo, alle incognite, alle metamorfosi profonde.

Se faccio appello alla mia memoria, ammetto che, del mese di marzo, ho ricordi abbastanza confusi. L’ho amato molto durante l’infanzia e l’adolescenza perché recava con sé la promessa di giornate più dolci e azzurre, e la bellezza di lunghe passeggiate in compagnia a raccontare il presente e il domani, con la vivace freschezza della primavera nella mia mente ancora bambina. Rammento le fitte distese di violette nei prati e l’aria frizzante a risvegliare sogni, progetti e auspici. Era un passaggio vissuto con ottimismo e un po’ d’incoscienza, che a distanza di anni suscita sorrisi e tenerezza, ma anche tanta nostalgia, perché sappiamo che quello, in fondo, era il sale della vita.

Adesso, invece, osservo marzo con discreto interesse, un po’ di stanchezza e una briciola di sana diffidenza. Mi chiedo, come ogni anno, che cosa mi regalerà questo mese volubile e indefinito, e mi domando come sarà questa primavera, che cosa significherà per la mia vita. Ma forse è più saggio non porsi troppi interrogativi, forse è più saggio agire, muoversi, lasciarsi andare a questo flusso e coglierne le opportunità, perché rimuginare a lungo può condurre alla paralisi, all’inazione.

E ora, come da tradizione su questo blog, ci chiediamo come trascorrere al meglio questo mese buffo e capriccioso, infantile e sorprendente. Forse il segreto è semplice, quasi scontato: accoglierlo affettuosamente con i suoi pregi e i suoi difetti, ma non lasciarsi dominare dai suoi umori altalenanti. Approfittare dei giorni più miti per lunghe passeggiate nella natura, e tracciare qualche progetto da portare a compimento durante la primavera. Poche cose, lo so, ma l’esperienza mi ha insegnato che conviene cominciare senza presunzione ed eccessive pretese: è il primo passo a contare, il primo cauto motore silenzioso e defilato che può determinare i mutamenti più importanti.