Quando un mese volge al termine, qualche riflessione è d’obbligo. Non si tratta di una questione circoscritta, legata soltanto al mese di marzo e priva di altre implicazioni, ma è un’esigenza più sottile e profonda: è il naturale desiderio di afferrare almeno un frammento del tempo che scorre, di coglierne i silenziosi rivoli di senso per evitare che la fuga dei giorni sia vana.

Marzo si è comportato bene quest’anno, perché è stato coerente con sé stesso: incerto, precario, mutevole nel volto e nella condotta, alternando giorni miti a bruschi ritorni di freddo intenso. Adesso che il suo compito sta per terminare, ha deciso di vestire i panni dell’inverno per sorprenderci e forse – non saprei – anche per farsi ricordare. Eppure, i colori sono quelli della primavera e persino io li sento addosso:

In questi giorni mi sono accorta che la primavera risveglia in me la tendenza a sognare a occhi aperti, un fatto che non mi dispiace. Non mi accade durante le altre stagioni, neppure durante il mio amato autunno, e credo che sia una questione di sfumature, di colori. Credo che sia colpa del rosa intenso e delle sue declinazioni, dell’azzurro e del verde e del viola, dei toni freschi e chiari che richiamano le idee di giovinezza, innocenza, vitalità primigenia. E la responsabilità è anche dei fiori, dei giardini inondati da profumi intensi e generosi – dei giardini, certo, specialmente se in apparenza un po’ disordinati, perché a un giardino di primavera si addice la stessa gioiosa spontaneità di chi da poco tempo cammina in questo mondo.
E così io, invece di rifiutarlo, mi lascio andare a questo flusso e accolgo il mio io primaverile con fiducia, gratitudine e tanto affetto, assecondandolo e sognando a occhi aperti come una bambina o un’adolescente. È la stagione dei giardini e dei sogni, questa, e marzo, a dispetto delle sue follie, ne ha già tracciato tutti i contorni.





