Aprile, sia dolce il dormire

Aprile dolce dormire. Chi non conosce questo adagio popolare? È un detto famoso, che si riferisce a quel senso di spossatezza che colpisce molte persone in questo dolce periodo dell’anno, quando le giornate più lunghe e il tepore del clima sanciscono una rottura definitiva con la stagione precedente.

Anch’io appartengo alla schiera di coloro che, ad aprile, sono assaliti da una sorta di astenia, da un desiderio di dormire a lungo, profondamente, e, nel mio caso, da un senso di vuoto che fatico a spiegare. È un’indefinibile sensazione di assenza, un girare intorno a me stessa senza trovare un significato in ciò che faccio e sentendomi priva di una rotta, una guida, un riferimento – non so davvero cosa, tanto sono confusa.

È un dato di fatto: i mutamenti, anche quelli positivi, richiedono sempre uno sforzo, un riadattamento che passa attraverso una fase di incertezza, talvolta persino dolorosa. Si tratta di uno sconquasso, non ci sono dubbi, e mi colpisce che sia un mese come aprile, tenero e delicato, a creare questo piccolo terremoto che ci investe nel corpo e nella mente.

E in questo stato in cui mi sembra di oscillare fra la veglia e il sonno, il pensiero che stia per arrivare il lunedì, giorno detestato dalla maggior parte dei mortali, mi opprime e mi lascia quasi senza parole. Credo che aprile sia inadatto al lunedì, penso che non abbia nulla a che fare con questa giornata che sembra sempre troppo lunga, troppo monotona – troppo e basta.

Ma se continuo con questi toni rischio di straparlare, perché mi sento debole e, per così dire, in fase di assestamento; pertanto la finisco qui e auguro a chiunque passi sul blog una buona, nuova settimana di aprile.

Quando le giornate decidono per noi

Il giorno di Pasquetta è dedicato alle gite fuori porta, alle lunghe passeggiate nella natura e ai picnic all’aperto. Ma io, oggi, non ho fatto nulla di tutto questo: ho lasciato che la giornata fosse ciò che voleva essere, senza oppormi al suo ritmo e alla sua volontà. L’ho ascoltata e non me ne sono pentita.

Di mattina mi sono alzata con calma perché mi sentivo stanca, e ho scelto di accettare questo dato di fatto e di rendergli onore. Ho affrontato il rito della colazione con tranquillità, in modo molto diverso dal solito, come è bene che sia in un giorno di festa e quando si ha bisogno di ristoro.

Il sole tiepido e l’atmosfera primaverile mi invitavano a uscire, l’ammetto, ma la giornata evidentemente aveva altri piani, altri progetti, visto che neppure la tenera, commovente dolcezza del clima mi ha convinta a lasciare l’ambiente domestico. Ho pensato alla bellezza dei prati e dei fiori, che tanto mi rapisce, eppure no, non sono uscita. So che verranno altre occasioni, altri fine settimana soleggiati, altre feste.

È salutare riconoscere che siano certe giornate a decidere per noi, giornate che possiedono un’anima propria, invisibile ma reale, in grado di guidarci nel modo giusto e di condurci esattamente dove dobbiamo andare. Basta abbandonarsi al loro flusso, alla loro quieta presenza, e arrendersi senza opporre resistenza: è un’attenzione verso la propria autenticità e un gesto di cura potentissimo.

Benvenuto aprile

È arrivato mercoledì scorso, con il freddo nel cuore e il bel volto infantile tutto imbronciato. Aprile è comparso così, con un po’ d’inverno addosso e tante incertezze. Ma non mi stupisce, perché lui è l’essenza profonda della primavera, fatta di teneri splendori e inaspettati malcontenti.

Aprile è un mese che amo, ma che un poco mi turba e forse mi confonde: mi attraversa con delicatezza, mi regala sogni tinti di pallido rosa, ma, nello stesso tempo, mi avvolge in uno strano abbraccio, come se fosse un indefinibile senso di sospensione. È un non detto, un sospiro, una presenza lieve che resta in superficie, un tocco vellutato e rispettoso che vorrei afferrare e che, però, mi sfugge – come un desiderio che si realizza, ma solo in parte.

E allora che cos’è davvero aprile? Intanto, è il mese delle passeggiate all’aperto, più lunghe rispetto a quelle di marzo. Nei giorni di festa limpidi e tiepidi, è anche il mese delle gite fuori porta e del primo, intenso contatto con il mondo della natura: il verde dei prati si fa vibrante, i fiori ci accolgono con spontanea dolcezza e i giardini sono il romantico palcoscenico di intime conversazioni e piacevoli incontri.

Come trascorrere al meglio questo mese gentile ed emotivamente labile? Ogni persona ha le proprie insindacabili ricette, e va bene così. Però mi permetto un consiglio: ad aprile, lo spettacolo del pomeriggio che si spegne all’avanzare della sera è imperdibile, e vale la pena, almeno una volta, osservarlo, farlo proprio, lasciare che entri dentro di noi con fiducia. Forse quelli di aprile sono i tramonti più belli, perché l’affievolirsi del giorno unisce delicatezza e vitalità in un modo inspiegabile, quasi miracoloso.

Felice aprile, allora, e Buona Pasqua, buona festa di primavera.

La stagione dei sogni

Quando un mese volge al termine, qualche riflessione è d’obbligo. Non si tratta di una questione circoscritta, legata soltanto al mese di marzo e priva di altre implicazioni, ma è un’esigenza più sottile e profonda: è il naturale desiderio di afferrare almeno un frammento del tempo che scorre, di coglierne i silenziosi rivoli di senso per evitare che la fuga dei giorni sia vana.

Marzo si è comportato bene quest’anno, perché è stato coerente con sé stesso: incerto, precario, mutevole nel volto e nella condotta, alternando giorni miti a bruschi ritorni di freddo intenso. Adesso che il suo compito sta per terminare, ha deciso di vestire i panni dell’inverno per sorprenderci e forse – non saprei – anche per farsi ricordare. Eppure, i colori sono quelli della primavera e persino io li sento addosso:

In questi giorni mi sono accorta che la primavera risveglia in me la tendenza a sognare a occhi aperti, un fatto che non mi dispiace. Non mi accade durante le altre stagioni, neppure durante il mio amato autunno, e credo che sia una questione di sfumature, di colori. Credo che sia colpa del rosa intenso e delle sue declinazioni, dell’azzurro e del verde e del viola, dei toni freschi e chiari che richiamano le idee di giovinezza, innocenza, vitalità primigenia. E la responsabilità è anche dei fiori, dei giardini inondati da profumi intensi e generosi – dei giardini, certo, specialmente se in apparenza un po’ disordinati, perché a un giardino di primavera si addice la stessa gioiosa spontaneità di chi da poco tempo cammina in questo mondo.

E così io, invece di rifiutarlo, mi lascio andare a questo flusso e accolgo il mio io primaverile con fiducia, gratitudine e tanto affetto, assecondandolo e sognando a occhi aperti come una bambina o un’adolescente. È la stagione dei giardini e dei sogni, questa, e marzo, a dispetto delle sue follie, ne ha già tracciato tutti i contorni.

All’inizio di primavera

E no, non potevo lasciarmi sfuggire l’occasione: il cielo e l’atmosfera sembravano chiamarmi, sembravano quasi sussurrare il mio nome, e io, io non mi sottraggo mai a certi inviti. Sono uscita presto, allora, sono uscita dopo pranzo, ed è stata una breve passeggiata di un sabato pomeriggio all’inizio di primavera.

Non è accaduto nulla, eppure è accaduto tutto. Ho incontrato la bellezza morbida e il dolce mistero del principio, la vita quasi al suo cominciamento: il cielo grigio ma di luce dipinto, le fioriture bianche e rosa, gli alberi intorno ancora spogli – ciò che resta della triste poesia invernale, destinata a mutare voce, parole e melodie.

E poi il vento, freddo come se fosse ricordo d’autunno avvizzito, il vento messaggero di novità – la metamorfosi. Un garbuglio di luce e di passi stentati, un proseguire ansioso e incerto perché così è l’inizio, sempre ostico e tormentato, un sentiero tortuoso; ciò che fa la differenza è il desiderio di non retrocedere, di farsi coraggio, di accettare rischi e battute d’arresto. Proprio come la primavera bambina, tremante, curiosa e ricca di vitalità.

Vecchi post e ricordi

Da un po’ di tempo sto pensando di voler ripubblicare ogni tanto, su questo blog, qualche vecchio post. È una decisione che non nasce a caso, ma da un fatto che mi colpisce e mi emoziona: quest’anno, a gennaio, Oltre il cancello ha compiuto diciannove anni d’età, un tempo davvero lunghissimo per un diario sul web.

Chi ha un po’ di confidenza con il faticoso lavoro della scrittura sa che questa è in perenne divenire, in costante evoluzione; e non mi riferisco soltanto allo stile, ma anche ai temi trattati, al particolare tono di voce impiegato per esporli, alla presenza o meno di un’intensa partecipazione emotiva, al peculiare intreccio dei pensieri che cambia in ragione dell’età. In sintesi, a tutto un insieme di fattori che sempre concorre alla creazione di uno scritto, lungo o breve che sia. Riproporre allora, di tanto in tanto, qualche vecchio post, è un modo per onorare il proprio passato, riconoscere la propria identità e permettere alle memorie di vivificare il presente.

Leggere e ripubblicare certi vecchi post è un esercizio interessante ed essenziale nella sua semplicità, un’esperienza che m’incuriosisce e mi emoziona, poiché mi consente di dialogare con la me stessa di tanti anni fa per comprendermi, ritrovarmi e riannodare i fili di discorsi interrotti o di memorie polverose, sottratte alla mia attenzione dall’implacabile scorrere del tempo.

E allora cominciamo. Oggi è il 9 marzo 2026. Scorrendo in fretta gli archivi del blog, mi soffermo sull’anno 2010 e trovo un post pubblicato proprio il 9 marzo, esattamente sedici anni fa. Il post mi colpisce perché è breve e dallo stile molto essenziale, quasi disadorno, come tanti post che pubblicavo in quel periodo. Era una scelta ben precisa, ponderata, che rispondeva al mio amore per la sintesi e al gusto per i frammenti, due passioni che peraltro conservo ancora, anche se adesso tendo a scrivere post più lunghi.

Ed ecco quel post, accompagnato dalla stessa immagine che usai quel giorno.

NEVE E SILENZIO

Il silenzio è profondo e insolito, nonostante l’ora. E quando il silenzio diventa così invadente da suscitare un brivido di smarrimento, significa che sta nevicando.
Oltre la finestra chiusa, il bianco illumina la notte. Una notte strana, se si pensa che è marzo. Una notte d’inverno con i fiocchi che cadono senza sosta, e la strada candida e vuota.
Domani mattina sarà gelo, fuori e dentro, e il cielo non avrà alcuna pietà.

Benvenuto marzo

Marzo è un passaggio, che lo si avverta o meno fuori e dentro di sé. È una transizione rilevante, che traccia una linea sottile, quasi invisibile ma potente, fra le stagioni fredde e quelle calde. Non è l’autunno che scivola muto fra le braccia dell’inverno, o la primavera che si fa da parte e lascia il palcoscenico all’estate: questi sono passaggi lievi, naturali, connessi da una continuità che non lascia spazio alla sorpresa. Marzo, invece, come settembre, ci prepara al nuovo, alle incognite, alle metamorfosi profonde.

Se faccio appello alla mia memoria, ammetto che, del mese di marzo, ho ricordi abbastanza confusi. L’ho amato molto durante l’infanzia e l’adolescenza perché recava con sé la promessa di giornate più dolci e azzurre, e la bellezza di lunghe passeggiate in compagnia a raccontare il presente e il domani, con la vivace freschezza della primavera nella mia mente ancora bambina. Rammento le fitte distese di violette nei prati e l’aria frizzante a risvegliare sogni, progetti e auspici. Era un passaggio vissuto con ottimismo e un po’ d’incoscienza, che a distanza di anni suscita sorrisi e tenerezza, ma anche tanta nostalgia, perché sappiamo che quello, in fondo, era il sale della vita.

Adesso, invece, osservo marzo con discreto interesse, un po’ di stanchezza e una briciola di sana diffidenza. Mi chiedo, come ogni anno, che cosa mi regalerà questo mese volubile e indefinito, e mi domando come sarà questa primavera, che cosa significherà per la mia vita. Ma forse è più saggio non porsi troppi interrogativi, forse è più saggio agire, muoversi, lasciarsi andare a questo flusso e coglierne le opportunità, perché rimuginare a lungo può condurre alla paralisi, all’inazione.

E ora, come da tradizione su questo blog, ci chiediamo come trascorrere al meglio questo mese buffo e capriccioso, infantile e sorprendente. Forse il segreto è semplice, quasi scontato: accoglierlo affettuosamente con i suoi pregi e i suoi difetti, ma non lasciarsi dominare dai suoi umori altalenanti. Approfittare dei giorni più miti per lunghe passeggiate nella natura, e tracciare qualche progetto da portare a compimento durante la primavera. Poche cose, lo so, ma l’esperienza mi ha insegnato che conviene cominciare senza presunzione ed eccessive pretese: è il primo passo a contare, il primo cauto motore silenzioso e defilato che può determinare i mutamenti più importanti.

Sabato grasso e San Valentino

Il mio sabato – il giorno mio del cuore – è arrivato con il cielo di piombo e la pioggia e il fango sull’asfalto, a ricordare che febbraio, quando fa sul serio, è l’inverno dolente nella sua versione più torbida e oscura. Soltanto ieri, quasi per magia, il sole ha inondato il pomeriggio, e allora via a immaginare l’arrivo della primavera e a togliersi guanti e cappello per illudersi un po’, giusto qualche ora sfilacciata, sgualcita dalle corse e dai doveri quotidiani. Poi l’inverno è tornato e va bene così, perché il tempo del ritiro non deve mai finire troppo in fretta.

Adesso, mentre il pomeriggio scorre paziente e sorride nel vedermi così tranquilla, mi chiedo quanto durerà ancora questa stagione intensa e maledetta, da romanzo giallo e anime dannate, e so già con un po’ la rimpiangerò quando la primavera comincerà a farsi avanti timida ed esitante. Ma non è questo il momento, ora non bisogna pensare al passaggio che verrà; restiamo, invece, ancorati al presente stretto e al piccolo regalo che ogni anno ci elargisce febbraio: il 14 del mese è San Valentino, la festa degli innamorati.

Non ho mai provato grande interesse per questa ricorrenza di cartapesta, ma oggi San Valentino cade nel giorno di sabato grasso, al culmine dell’ultima settimana di Carnevale, e perciò penso che questa buffa coincidenza possa essere un’ottima scusa per inventarsi qualcosa, come una cenetta allegra, con una tavola colorata imbandita di leccornie, o una riunione informale casalinga, fatta di scherzi, chiacchiere leggere e tanto divertimento. Dipende tutto dal nostro umore e dai nostri desideri, perché anche un bel sabato invernale sereno e solitario, con cibi buoni, dolci pensieri e tanto calore domestico, è una benedizione.

Intanto buon fine settimana, buon sabato grasso e buon San Valentino.