Io e i centri commerciali siamo entità separate e incomunicabili: se posso, evito con cura maniacale di avvicinarmi anche solo con il pensiero a tali posti caotici e spersonalizzanti. Ma, ogni tanto, sono costretta a cedere e a raggiungere uno di questi luoghi infernali. E ieri mattina, domenica (sigh!), ho dovuto fare buon viso a cattivo gioco e sono partita.
Mi occorrevano un mouse per il mio portatile e un farmaco per mio padre. Visto che la giornata era piovosissima, umida e desolata, l’unica via possibile era andare in un posto chiuso e ben riparato prendendo un autobus a soli due passi da casa. La soluzione era facile e a portata di mano: autobus 5 e centro commerciale La Rotonda, che non frequentavo da molti mesi.
All’inizio, appena varcata la soglia di questo sito, sono entrata in farmacia; poi ho guardato qualche vetrina e sono andata da Euronics per il mouse; in seguito ho raggiunto il supermercato per dare un’occhiata veloce alla merce, giusto un passaggio rapidissimo, a volo di condor, perché lo spettacolo di quella marea umana dotata di carrelli ha suscitato in me un gran desiderio di fuga. Così, con agilità e invidiabile destrezza, ho afferrato due pacchetti di caffè Vergnano e ho raggiunto in gran fretta la cassa, per liberarmi quanto prima e tornarmene alla serena calma del mio ambiente domestico.
A occhio e croce, prevedo che tornerò alla Rotonda fra almeno sei mesi circa, considerando che, in media, la frequento due volte l’anno. Ed è comunque troppo. Sarò antipatica, ma è più forte di me: il centro commerciale no, non ce la posso fare!
Ottobre è scivolato via proprio come doveva. Se ne è andato sotto un cielo plumbeo, le foglie gialle e rosse umide di pioggia e quel profondo senso di sfacelo, abbracciato stretto all’esistenza, che non desta alcun timore – il miracolo di un mese dal fascino arcano. E adesso novembre è fra noi. Mentre sto scrivendo, qualche raggio di sole è comparso d’improvviso illuminando la mia stanza, come a voler salutare il mese che ci accompagnerà per trenta giorni.
Novembre è controverso, spesso poco amato. Non è difficile comprendere i motivi della sua scarsa popolarità: novembre ha il compito di condurci verso il gelo dell’inverno, con le ore di luce che si assottigliano giorno dopo giorno e le frequenti piogge, le nebbie, il fango sulle strade, il vento, la desolazione dei pomeriggi dal cielo tetro.
Eppure…
Eppure novembre è uno splendore, in un modo tutto particolare. Il suo linguaggio ignora le delicate allusioni di ottobre e si fa più chiaro, più diretto, anche se non del tutto, non completamente, poiché le parole aspre e taglienti appartengono soltanto all’inverno. Novembre è uno splendore perché conserva intense, calde sfumature anche se il buio avanza e il freddo si fa pungente, come a raccontarci che il bello e il buono sanno assumere tanti volti, innumerevoli fisionomie, e spetta a noi trovarli, comprenderli, adattarli all’esistenza.
Novembre comincia la sua avventura indossando gli abiti della festa, perché oggi è il giorno dedicato a tutti i Santi. Già il fatto che questo mese inizi in tal modo dovrebbe bastare a renderlo simpatico. Io amo molto il primo novembre perché inaugura la serie delle festività dei mesi freddi, che sono le mie favorite.
Quando le giornate si accorciano e il gelo ci costringe negli ambienti chiusi, le occasioni che invitano alla convivialità e all’allegria hanno il pregio di contrastare le atmosfere malinconiche e il freddo del mondo esterno, aiutandoci ad affrontarli con tanti bei pensieri, qualche speranza e un po’ di sano divertimento. Novembre, quindi, rappresenta uno spartiacque anche in questo senso, se consideriamo che l’ultima festività alle nostre spalle è Ferragosto, utile quanto un lampione spento di notte.
Cucinare senza fretta e con attenzione qualche buon piatto tipico di questo periodo, attardarsi un poco a tavola, dedicarsi ai propri passatempi preferiti, leggere, scrivere oppure chiacchierare con le persone che amiamo davvero, sono una delle benedizioni delle stagioni fredde, benedizioni che cominciano proprio con l’arrivo di novembre.
E adesso, come da tradizione su questo blog, è arrivato il momento felice della lista dei desideri. Cosa fare a novembre? Quali dovrebbero essere alcune delle nostre priorità? Nessuna riposta è definitiva, poiché i gusti e i desideri sono sempre soggettivi; ma lascio qualche idea poco impegnativa, qualche piccola suggestione che ha il sapore delle cose semplici e buone e casalinghe, quelle che apprezziamo dopo aver vissuto innumerevoli tempeste:
– leggere un buon romanzo poliziesco o giallo che dir si voglia, e anche più di uno. L’atmosfera novembrina è una compagna formidabile per immergersi fra intrighi, omicidi, personaggi ambigui e ambienti sinistri. Anche una storia di fantasmi è adatta a questo periodo.
– guardare qualche film della Hollywood che fu. Magari un bel noir o un thriller psicologico, per riscoprire altri mondi, altri modi d’intendere il cinema. In fondo novembre è anche il mese dei morti, dei ricordi struggenti, di chi, pur non essendo più qui in carne e ossa, resta comunque in mezzo a noi. Il passato c’insegna sempre qualcosa e ciò vale anche per il cinema, se ben fatto.
– lavorare a maglia, per chi lo sa fare o desidera imparare, oppure svolgere qualche altro lavoretto. Il lavoro manuale permette di rinforzare la concentrazione, favorire l’autostima e mantenere uno stretto legame con la realtà concreta. Chi svolge soltanto lavori intellettuali dovrebbe dedicare un po’ del suo tempo anche a qualche lavoro manuale.
– passeggiare adagio lungo un bel viale alberato mentre le foglie cadono e l’autunno compie i suoi ultimi, meravigliosi sforzi per mostrarci la straordinaria bellezza del lasciare andare, del mutare dentro e fuori, della necessità di accettare il compimento di ogni cosa. E ascoltare tutto in silenzio.
A scrivervi oggi sono proprio io, il mese di Ottobre, l’autunno nella sua fase intensa ma gentile. Alle mie spalle ho lasciato Settembre, fratello adorato, che ogni anno annuncia la nuova stagione restando ancora avvinto all’estate; quando arrivo io, invece, l’estate è costretta a ritirarsi silenziosa e a dormire di un sonno lungo e profondo.
Non sono sempre stato questo signore maturo che vedete ora. Molto tempo fa, in un’epoca remota che nessuno ricorda, io ero Aprile, un mese tenero, a volte impacciato, sensibile e generoso, ricco di colori freschi e vibranti. Ma il tempo che tutto trasforma, il tempo contro il quale nulla possiamo, mi ha reso ciò che sono ora, cristallizzandomi per l’eternità: io resterò Ottobre per sempre, fino al termine dei giorni, fino alla scomparsa di questo pianeta. Ma di Aprile conservo ancora la straordinaria ricchezza di sfumature, sia pure differenti, e l’animo cortese, che non permette mai troppa arroganza e smorza i toni quando si fanno violenti.
Sono complesso, lo so, io sono un enigma, in me racchiudo tutti gli umori, ma senza gli eccessi, le sproporzioni, le fastidiose esuberanze che appartengono ad altri mesi. Sono introverso eppure socievole, so essere allegro ma anche sconsolato e afflitto, sono informale ma rigoroso, sono elegante e raffinato, ma senza affettazione. Sono semplice eppure complicato.
E vi parlo, vi racconto, vi svelo segreti in modo inaspettato, di punto in bianco in un giorno di pioggia o mentre il vento sferza le finestre della vostra stanza. Io v’insegno a chiudere alcune porte, ad apprezzare gli spazi raccolti, a lasciare andare chi non merita attenzioni, a guardare il mondo con occhi differenti – una luce nuova, obliqua, fatta di ombre e amarezze e gioie tutte insieme.
Non parlo a voce alta, non grido, non vi terrorizzo: io sussurro, sussurro che la bellezza risiede nelle differenze, nelle screziature, nel verde che si fonde con il giallo e il borgogna e il rame, perché la vita – la vostra, di vita – è fatta di innumerevoli colori e chiaroscuri, capolavori imperfetti che sfuggono a qualsiasi tentativo di definizione.
Io suggerisco la quieta dignità del ritrarsi senza fare rumore, senza dare spiegazioni; vi consiglio il calore e il conforto dell’ambiente domestico, la tranquillità delle sere che invitano alle conversazioni, alla lettura, all’intimità e alla distanza, la distanza dalle lusinghe del mondo e dalle sue troppe inconsistenze.
Con me ha inizio la comprensione profonda di ciò che è stato, a volte amara, a volte struggente, ma inevitabile per proseguire il cammino. Non rivelo tutto, però, perché non è il mio compito farlo. Vi lascio alcuni dubbi, qualche sogno ancora intatto, nebbie sottili a impedire la vista di ciò che è oscuro e tagliente, anche perché sono troppo educato, troppo sensibile per spingermi oltre.
Ma il mio ruolo è decisivo perché vi preparo a nuove scoperte, a toni più cupi, alla furia del freddo che verrà – in breve, ai mesi che saranno dopo di me. E li saprete affrontare soltanto perché io vi accompagno lungo questo tratto di strada.
Oggi torna fra noi il mio grande, grandissimo amore: ottobre, il mese dei misteri e delle incomparabili armonie. Solenne, senza però essere cupo e severo, serio, ma anche dolce e affettuoso, ottobre arriva per accompagnarci in un viaggio fatto di consapevolezze, domande sussurrate a bassa voce e atmosfere sospese.
Se fosse una persona, lo definiremmo un vero Signore – con la esse maiuscola -, un essere umano raro, di squisita educazione, che si preoccupa di metterti a tuo agio in ogni occasione, che detesta l’idea di farti sentire fuori posto, che non si atteggia a forte con i deboli e a debole con i forti, che non vuole offenderti – e lo vedi che ti ho appena spiegato come riconoscere un Signore? Ottobre ignora qualsiasi forma di meschinità, anche nei giorni più aspri.
Le prime, intense, delicate brume, le nostalgie che affiorano sotto il cielo denso di pioggia e il lungo viaggio verso il compimento formano il volto elegante di ottobre.
Eppure, questo mese fatto di dissolvenze rappresenta anche la gioia della vita domestica dopo l’ebbrezza dell’estate, il calore dei momenti conviviali con le persone che amiamo, le emozioni che compaiono improvvise nelle stanze chiuse al crepuscolo, le passeggiate lungo i viali che cominciano a rivestirsi d’oro.
Quali sono gli insegnamenti di ottobre? Sono molti, preziosi come diamanti: siate cauti e cortesi, scegliete con cura le vostre parole per pronunciare verità senza ferire; apprezzate l’intimità della casa, le vecchie amicizie che resistono allo scorrere del tempo, la raffinata sobrietà del silenzio; sappiate ascoltare, sforzatevi di capire, abbracciate il mistero senza temerlo.
È il momento in cui tutte le sfumature dell’esistenza sono davanti ai nostri occhi – e anche nel cuore. Benvenuto fra noi, ottobre.
Ieri è arrivato settembre, che segna l’inizio dell’autunno meteorologico. Per l’autunno astronomico, invece, quest’anno dobbiamo attendere l’equinozio del 22 del mese. Con questi dati incontrovertibili il nostro animo irrequieto, in cerca di pace e serenità e dolcezza, si placa: finalmente la nuova stagione è qui.
Comincia settembre, che svolge sempre un compito molto gravoso: accompagnare l’estate alla porta senza offenderla e trasformare il paesaggio, i colori, le nostre emozioni, la nostra stessa vita. Quando compare settembre, il mio pensiero corre subito a marzo, che segna un altro passaggio importante, l’intermezzo fra le stagioni fredde e quelle calde. Ma l’affinità tra i due mesi termina qui, perché marzo non ha dentro di sé la delicatezza e la poesia di settembre. L’inizio della vita, infatti, è sempre un groviglio di sussulti, contrasti e capricci, di dolcezze e asperità, mentre il declinare di essa è uno smorzarsi a poco a poco, adagio, in un caldo abbraccio fatto di malinconia e gioia e consapevolezze.
Come ormai da tradizione su questo blog, all’inizio del mese ci piace immaginare una lista dei desideri, un insieme di piccoli gesti rituali che sanciscono l’arrivo del nuovo regalandogli un senso – un senso per ciascuno di noi, per la propria peculiare soggettività.
Suppongo che non tutte le persone qui presenti finiranno di leggere Piccole donne, come suggerisce la lista della foto, ma settembre si presta senz’altro a nuove letture, un po’ più impegnative rispetto a quelle del mese precedente, quando il desiderio di spensieratezza era legittimo e persino doveroso. Esiste un tempo giusto per ogni cosa e, se l’estate ci ricorda il valore della pura vita innamorata di sé stessa, il principio dell’autunno, con le sue ombre delicate eppure intense, ci avverte: occorre chiudere quella parentesi e dedicarsi ad altro.
In questo periodo, anche esplorare con calma un parco cittadino è un’ottima idea, perché il clima mite di settembre rende molto piacevoli le escursioni urbane. Aggiungerei anche, alla lista dei desideri, visitare un quartiere che si conosce appena, divertirsi con qualche piccola gita in campagna, aspettare il calare della sera in giardino o sul balcone e preparare buone focacce, almeno per chi ama cucinare.
E poi…
E poi aspettare un giorno di pioggia, la pioggia leggera e fitta di settembre, – il canto gentile del cielo che piange di nostalgia – , e sedersi davanti a una finestra in silenzio, a guardare questo spettacolo. Supremo, divino.
Qual è, invece, la tua lista dei desideri per questo mese di settembre? Che cosa ti aspetti da lui?
Ieri sera è accaduto, finalmente; ma è successo con grazia, adagio, con un andamento quieto che parlava di rispetto, eleganza, modi cortesi: la pioggia è arrivata calma, almeno all’inizio, e io mi sono chiusa in cucina ad ascoltare il mormorio delle gocce e quel silenzio, quel particolare silenzio che avvolge le serate estive quando la stagione mostra il suo primo, inevitabile cedimento, un attimo di debolezza, un’inconfessabile fragilità – le invisibili crepe celate sotto la patina del suo narcisismo.
Mi sono chiusa in cucina, dicevo, e non è stato un caso, un impulso del momento. Il fatto è che amo gli spazi piccoli, molto raccolti, come i gatti che amano rintanarsi nelle scatole, e la sala è troppo ampia per permettermi ciò che desidero: restare a sentire senza distrazioni e scoprirmi parte di quell’atmosfera tutta, di quel velo che delicatamente appanna il volto fiero dell’estate e annuncia, con toni dimessi, ciò che verrà.
D’improvviso, mentre la guardavo cadere, la pioggia è mutata, più intensa, più viva, meno timorosa, e il vento ha cominciato a sferzare alberi e case, per chiarire che non era un gioco, che quel temporale era una ferita, perché l’estate non è onnipotente e verrà un giorno in cui dovrà accettare i suoi limiti e andarsene. Non ora, non subito, ma accadrà.
E pensavo, ieri, mentre afferravo i discorsi di quel temporale, all’intima gioia, al calore che ci regalerà l’autunno, e alla ricchezza del suo linguaggio, fatto di preziosismi lessicali, di periodi lunghi e complessi, di narrazioni che richiedono maturità, attenzione, profondità e coraggio, la forza di accettare anche le ombre, le nostalgie che affiorano improvvise, gli enigmi forse irrisolvibili, la mestizia di certe sere che sembrano preludere all’infinito – dentro di noi, l’eterno.
Ma sappiamo che non è finita, che l’estate avrà modo di sorprenderci ancora, nel bene e nel male. A noi resta il compito di viverla.
E no, continuo a non comprenderne il senso, il valore: la festa di Ferragosto mi è completamente indifferente e, a dirla proprio tutta, suscita in me anche un po’ di fastidio e una leggera antipatia. Siamo già in ferie, fa caldo, tante persone sono in vacanza e, ovunque si trovino, non lavorano, per cui mi chiedo cosa dovremmo festeggiare. Ma sì, ne sono consapevole: è un affare economico che purtroppo travolge chi si sente in obbligo di celebrare, di muoversi, di non appartenere alla piccola o grande folla degli esclusi.
Non mi è mai piaciuto Ferragosto, a nessuna età, perché ho sempre avvertito la sua inconsistenza, il vuoto profondo sotto la sua superficie fatta di poveri lustrini a buon mercato, merce scadente venduta come se fosse oro prezioso. Ricordo che, quando trascorrevo quasi tutto questo mese in appennino, a Ferragosto restavo a casa, in giardino, evitando escursioni, gite e altro: non volevo scontrarmi con il traffico, le piccole folle chiassose giunte in montagna spinte dal desiderio di fare bisboccia, gli inevitabili eccessi che quasi sempre accompagnano chi desidera divertirsi a qualsiasi costo.
Però non voglio avere ragione, non pretendo che chiunque la pensi come me: molto dipende dal proprio temperamento, dalle esperienze di vita, dallo sguardo con il quale si osserva il mondo. Probabilmente esiste chi ama molto questa giornata e riesce ad attribuirle un senso, a viverla piacevolmente e con grande serenità. A costoro auguro di terminarla nel migliore dei modi possibili, considerando che sto scrivendo questo post alle 18:45, quando Ferragosto si sta lentamente avviando alla fine.
E mentre il quieto, lunghissimo pomeriggio sta camminando verso le prime ombre della sera, lascio l’immagine di una fresca pioggia estiva, un’immagine che vuole essere un auspicio, perché di pioggia e di respiro abbiamo bisogno: che arrivi tranquilla, che sia una pioggia delicata, un canto armonioso di vita e di speranza, una dolce musica ad accompagnare il tempo del riposo.
È arrivato oggi, svelto svelto, portando con sé uno strano clima novembrino, almeno qui: una pioggerellina sottile, quasi impalpabile, una fastidiosa umidità da brughiera inglese, un cielo grigio scuro che più triste non si può e un’atmosfera da thriller o da film noir anni Quaranta che sembra svuotarti l’anima. Si è presentato così, il mese di febbraio, e resta da chiedersi come proseguirà.
Un po’ lo conosciamo, è vero, e sappiamo che ha un carattere brusco e impulsivo. A volte, febbraio decide di non farci mancare nulla, e allora via con le nebbie gelide e fitte, le piogge disperate e la neve, per ribadire che lui è un mese invernale a tutti gli effetti e non ha nulla da invidiare al dispotico gennaio.
Poi d’improvviso capita che, qualche mattina, si desti di ottimo umore, e così il cielo si colora d’azzurro e l’aria diventa una tenera carezza, per raccontarci che fra poco sarà primavera.
Mi sono sempre chiesta se questo mese breve, monotono e dall’indole complicata piaccia a qualcuno. A te che leggi l’ardua risposta: ami febbraio o lo detesti?
Qualche giorno fa, in maniera inaspettata, sono stata avvolta dal silenzio di ottobre:
Si dirà che i silenzi sono sempre gli stessi, che nulla cambia fra un mese e l’altro. Ma è un errore, un fraintendimento: a ottobre l’assenza di voci assume una coloritura peculiare, soprattutto perché il ricordo dell’estate è ancora vivo – agosto, in fondo, era soltanto l’altro ieri.
Ma è bastata una svolta, entrare nel parco e sentire che tutto era mutato e che il silenzio, improvviso, profondo, solenne, raccontava l’essenza della nuova stagione.
È un silenzio che non ammette distrazioni, quello di ottobre, che pretende la nostra attenzione con serena fermezza:
È soltanto una strada cittadina catturata in fretta durante un mattino qualunque; eppure, il temperamento di ottobre è in ogni singolo dettaglio: le prime foglie gialle, poche, adagiate sull’asfalto, gli alberi ancora vestiti di verde, il cielo immalinconito e fragile, i viali umidi dalla pioggia.
La prima, autentica mattina d’autunno, con il cielo talmente incolore da sembrare assente, la pioggia a rallentare il traffico e le foglie ad abbracciare l’asfalto. Io mi sento un po’ smarrita, ma felice.