All’inizio di primavera

E no, non potevo lasciarmi sfuggire l’occasione: il cielo e l’atmosfera sembravano chiamarmi, sembravano quasi sussurrare il mio nome, e io, io non mi sottraggo mai a certi inviti. Sono uscita presto, allora, sono uscita dopo pranzo, ed è stata una breve passeggiata di un sabato pomeriggio all’inizio di primavera.

Non è accaduto nulla, eppure è accaduto tutto. Ho incontrato la bellezza morbida e il dolce mistero del principio, la vita quasi al suo cominciamento: il cielo grigio ma di luce dipinto, le fioriture bianche e rosa, gli alberi intorno ancora spogli – ciò che resta della triste poesia invernale, destinata a mutare voce, parole e melodie.

E poi il vento, freddo come se fosse ricordo d’autunno avvizzito, il vento messaggero di novità – la metamorfosi. Un garbuglio di luce e di passi stentati, un proseguire ansioso e incerto perché così è l’inizio, sempre ostico e tormentato, un sentiero tortuoso; ciò che fa la differenza è il desiderio di non retrocedere, di farsi coraggio, di accettare rischi e battute d’arresto. Proprio come la primavera bambina, tremante, curiosa e ricca di vitalità.

Una domenica di novembre

Dopo una settimana fatta di viaggi, pendolarismo, corse affannose e tentativi di sopportare tutto e tutti con pazienza e fermezza, finalmente a casa e in santa, santissima pace, com’è giusto che sia.

Stamattina colazione lenta, ben diversa da quella cui sono abituata durante il resto della settimana, e poi una bella passeggiata tranquilla per dialogare con la dorata bellezza di novembre, un mese poetico, intelligente e affettuoso; infine, a coronamento di tanta armonia interiore, un buon pranzo. Nulla di memorabile, si dirà, ed è vero; ma, dopo tanti giorni frenetici, questa monotona normalità è un Paradiso.

Adesso, mentre sto scrivendo queste poche frasi, sono felice di scorgere il buio oltre la finestra della mia stanza, e accolgo con gratitudine la sera d’autunno che allunga le sue ombre a proteggerci. Non desidero altro se non abbandonarmi al flusso di emozioni, sentimenti e pensieri che questa domenica novembrina mi sta riservando; non voglio altro se non aderire con tutta me stessa al presente, a questi minuti, a questo tardo pomeriggio che sembra racchiudere in sé soltanto saggezza e calore.

Buona domenica sera a chiunque passi su questo blog.

Lettera da parte di Ottobre

A scrivervi oggi sono proprio io, il mese di Ottobre, l’autunno nella sua fase intensa ma gentile. Alle mie spalle ho lasciato Settembre, fratello adorato, che ogni anno annuncia la nuova stagione restando ancora avvinto all’estate; quando arrivo io, invece, l’estate è costretta a ritirarsi silenziosa e a dormire di un sonno lungo e profondo.

Non sono sempre stato questo signore maturo che vedete ora. Molto tempo fa, in un’epoca remota che nessuno ricorda, io ero Aprile, un mese tenero, a volte impacciato, sensibile e generoso, ricco di colori freschi e vibranti. Ma il tempo che tutto trasforma, il tempo contro il quale nulla possiamo, mi ha reso ciò che sono ora, cristallizzandomi per l’eternità: io resterò Ottobre per sempre, fino al termine dei giorni, fino alla scomparsa di questo pianeta. Ma di Aprile conservo ancora la straordinaria ricchezza di sfumature, sia pure differenti, e l’animo cortese, che non permette mai troppa arroganza e smorza i toni quando si fanno violenti.

Sono complesso, lo so, io sono un enigma, in me racchiudo tutti gli umori, ma senza gli eccessi, le sproporzioni, le fastidiose esuberanze che appartengono ad altri mesi. Sono introverso eppure socievole, so essere allegro ma anche sconsolato e afflitto, sono informale ma rigoroso, sono elegante e raffinato, ma senza affettazione. Sono semplice eppure complicato.

E vi parlo, vi racconto, vi svelo segreti in modo inaspettato, di punto in bianco in un giorno di pioggia o mentre il vento sferza le finestre della vostra stanza. Io v’insegno a chiudere alcune porte, ad apprezzare gli spazi raccolti, a lasciare andare chi non merita attenzioni, a guardare il mondo con occhi differenti – una luce nuova, obliqua, fatta di ombre e amarezze e gioie tutte insieme.

Non parlo a voce alta, non grido, non vi terrorizzo: io sussurro, sussurro che la bellezza risiede nelle differenze, nelle screziature, nel verde che si fonde con il giallo e il borgogna e il rame, perché la vita – la vostra, di vita – è fatta di innumerevoli colori e chiaroscuri, capolavori imperfetti che sfuggono a qualsiasi tentativo di definizione.

Io suggerisco la quieta dignità del ritrarsi senza fare rumore, senza dare spiegazioni; vi consiglio il calore e il conforto dell’ambiente domestico, la tranquillità delle sere che invitano alle conversazioni, alla lettura, all’intimità e alla distanza, la distanza dalle lusinghe del mondo e dalle sue troppe inconsistenze.

Con me ha inizio la comprensione profonda di ciò che è stato, a volte amara, a volte struggente, ma inevitabile per proseguire il cammino. Non rivelo tutto, però, perché non è il mio compito farlo. Vi lascio alcuni dubbi, qualche sogno ancora intatto, nebbie sottili a impedire la vista di ciò che è oscuro e tagliente, anche perché sono troppo educato, troppo sensibile per spingermi oltre.

Ma il mio ruolo è decisivo perché vi preparo a nuove scoperte, a toni più cupi, alla furia del freddo che verrà – in breve, ai mesi che saranno dopo di me. E li saprete affrontare soltanto perché io vi accompagno lungo questo tratto di strada.

La stagione dei giardini

Ma come si fa? Come si può resistere all’atmosfera, alle tinte, al clima della stagione primaverile? Come si possono conservare serietà, rigore e profondo senso del dovere quando a maggio tutto, intorno a noi, sembra cospirare per distrarci?

A primavera bisognerebbe fare spesso colazione in giardino, lasciandosi sopraffare dal verde e dal profumo dei fiori, in un abbraccio morbido e silenzioso con la stagione, che deve essere la vera protagonista dei momenti che trascorriamo all’aperto, una protagonista da rispettare, amare e comprendere:

Più che la stagione dei fiori, la primavera è per me la stagione dei giardini. In nessun altro momento dell’anno i giardini raggiungono tanta bellezza, uno splendore e una sinfonia di luci, ombre, aria tiepida e colori inebrianti che sembrano provenire da un Altrove remoto e sconosciuto:

È l’armonia fra dolcezza e vigore, tenerezza e vitalità, a rendere la primavera così ammaliante, un’armonia che scompare con l’arrivo dell’estate.

Io me ne vado

Io sono novembre ed eccomi qui a salutarti. Oggi me ne vado e voglio congedarmi come si deve.

Lo so, sono un mese complicato. Ho visto troppe cose, conosco il mondo – io sono saggio e assai prudente, io sono cupo e realista.

La mia bellezza è fatta di tramonti e mille sfumature, di nebbie fitte e cieli nuvolosi, di foglie morte e alberi dorati. Non voglio colpirti, non voglio sedurti d’un tratto e abbagliarti; io so avvolgerti adagio e poi abbracciarti, quando la stanchezza ti travolge e le memorie non ti danno tregua.

Io sono il confine che separa due regni, io sono il mistero e la notte profonda – e ti comprendo, non sai neppure quanto.

Tornerò fra un anno e sarà ancora come la prima volta.

Settimana di primavera

Ci auguriamo che sia così: una settimana d’intensa primavera, la primavera degli inizi, quella ancora bambina, inebriante di colori delicati e di sogni. È una bellezza fragile, quasi ultraterrena, e a lungo non sa resistere. Occorre ammirarla ora, adesso che il tempo suo si compie in un battito di ciglia, come dall’alba al tramonto – come lo spegnersi d’improvviso. E senza molestarla, perché a tanto splendore si deve solo rispetto – e silenzio, silenzio per ascoltare.

Di bellezza e saldi valori

Per non lasciarsi trascinare dal caos del mondo, dalla volgarità dilagante e dagli umori maligni delle persone moleste, bisogna cercare la bellezza e restare ancorati ai propri valori, ammesso che se ne abbiano.

Nei momenti di crisi, nei periodi complicati, il ricorso alla bellezza e ai nostri principi più profondi sono l’unico mezzo per salvarci. La bellezza è declinata in tanti modi e tocca a ciascuno di noi coglierla: i colori del tramonto, i fiori primaverili che sbocciano per lasciarsi ammirare, la pioggia sottile che sembra cantare, la rugiada del mattino, un buon libro, la musica di quel tempo lontano; e poi ascoltare il silenzio, scoprire sentieri nascosti, parlare alla luna, afferrare ciò che sfugge a molti. Chi ritiene che ciò significhi accontentarsi, non ha compreso nulla della vita.

Oltre alla bellezza, sono indispensabili i valori, quelli cui aggrapparsi quando infuria la tempesta, i principi nei quali crediamo e che danno un senso a tutti i gesti quotidiani: sono loro a definire in modo chiaro le cose che non faremmo mai, quelle che nessuno può obbligarci a fare. Se si è talmente forti e saggi da attraversare il mondo saldamente legati ai propri valori, si troverà sempre una via d’uscita.

La teoria del pascolo, i fatti, la vanga terapeutica e la bellezza

Come fare per vivere al meglio ogni giorno della nostra vita? Quali comportamenti adottare per non cadere nelle tante trappole che certuni amano disseminare sul nostro cammino? Cosa fare per cogliere i piccoli doni che il mondo ci offre ogni giorno? Che strategie adottare per diventare persone migliori? Non ho la bacchetta magica né so fare incantesimi, ma qualcosa posso scrivere. A modo mio, s’intende, ché si possono raccontare tante verità anche sorridendo.

La teoria del pascolo. No, non bisogna associarlo alle mucche, anche se loro, al pascolo, ci vanno davvero. La teoria del pascolo, da me elaborata in tempi non sospetti, prevede la necessità di mandare a pascolare in fretta, senza indugio, le persone negative. Mollarle, chiudere loro le porte in faccia, alzare altissimi muri inespugnabili.

Sembra banale, ma non lo è, perché gli esseri umani trascorrono buona parte della loro breve vita invischiati in rapporti terrificanti o mediocri o umilianti. Le ragioni sono tante e qui non mi ci soffermo; dico solo che, per un effetto combinato di educazione familiare, pressioni ambientali e mancata conoscenza dell’animo umano, tante persone, vittime di schemi disfunzionali, s’impantanano in amicizie, relazioni e matrimoni orripilanti. E sono persino convinte che vada bene così, che sia giusto lasciarsi manipolare e martoriare da soggetti sadici o malintenzionati o semplicemente insulsi.

Posso svelare un segreto? No, non è obbligatorio farsi rovinare la vita. Lo so, in tanti vi hanno detto che bisogna sopportare (soprattutto alle donne, lo dicono), a scuola alcuni vi hanno persino insegnato che bisogna stare al proprio posto (fini pedagogisti, sì) e mamma e papà, poi, non se ne parli, ché vi vogliono integratissimi e uguali a tutti gli altri. Ho semplificato e banalizzato molto, ovvio; ma mi sembra che il concetto sia chiaro. E c’è un problema: hanno torto marcio, tutti quanti.

La vita è breve e complicata e, in genere, si muore molto, molto male. Perciò non vi è alcuna ragione di sprecare la propria esistenza sopportando narcisisti patologici, sfruttatori di ogni risma, gente complessata che vuole scaricare le sue frustrazioni su di voi e casi umani assortiti. Sto esagerando? No, sono soltanto sincera e ho persino ragione. Perciò la teoria del pascolo, da associare sempre al rasoio di Occam, è una condizione fondamentale per vivere in modo sano, gratificante e dignitoso. Pertanto: muoversi in fretta, galoppare rapidamente e mandare al pascolo subito gli individui sopra descritti. Chiuderli fuori dalla propria esistenza, insomma.

I fatti, i fatti: soltanto i fatti contano. Tutti amiamo le belle parole, i sorrisi, le vocette languide e dolci. Peccato però che, a volte, dietro a questo miele seducente si nascondano serpenti a sonagli, manipolatori di ogni genere, persone con pessime intenzioni. Come riconoscere costoro? C’è un metodo infallibile: osservare la corrispondenza tra le parole e i fatti. Se le azioni sono in contrasto con le parole, deve scattare la teoria del pascolo, enunciata qui sopra.

Banalizzo al massimo per farmi comprendere: se Tizio mi fa un complimento ma, subito dopo, mi sferra un pugno, conta il pugno e non il complimento. Solo che la mente umana tende a selezionare l’idea che le suscita piacere, in questo caso il complimento. Semplifico ancora: Tizio fa un bel complimento a Caia, subito dopo le sferra un pugno e Caia, vittima di una dissonanza cognitiva, ossia in preda alla confusione, tende a giustificarlo o a perdonarlo perché la sua mente corre al bel complimento.

Questo meccanismo fa la gioia di tutti gli individui più meschini e disgustosi che esistono, e miete vittime ogni giorno. È in questo modo che si trascinano per anni rapporti tremendi o si cade vittime di truffatori di ogni genere. Ma davvero vogliamo lasciare che costoro prosperino? Ma davvero vogliamo regalare un minuto della nostra vita a gente simile? Ripeto: basta osservare se le parole corrispondono ai fatti. Perché la verità è che costoro si tradiscono sempre. Solo che bisogna avere il fegato – sì, il fegato – per ascoltarli bene e guardarli mentre agiscono. Realismo, razionalità e attenzione ai fatti ci salvano l’esistenza. Provare per credere.

La teoria della vanga terapeutica, ovvero: muovere le mani, please. Coltivare la mente è una condizione indispensabile per imparare a ragionare e quindi per muoversi bene nel mondo: se si può – non tutti possono – bisogna leggere, leggere, leggere e studiare. Però, nello stesso tempo, è opportuno dedicarsi sempre a qualche lavoro manuale, qualsiasi esso sia. Il lavoro manuale è un modo straordinario per restare ancorati alla realtà e per imparare a rispettare il prossimo.

Dedicarsi a un piccolo lavoro manuale significa arrivare a comprendere l’importanza di tutti i mestieri, anche i più umili, senza i quali questo mondo non potrebbe sussistere e certi soloni, chiusi nella torre d’avorio dei loro privilegi, non potrebbero neppure aprire la porta di casa ogni mattina. Inoltre, il lavoro manuale combatte l’apatia e quel particolare senso di rassegnazione che qualche volta ci pervade. Il lavoro manuale, poi, aumenta l’autostima, perché è bellissimo creare qualcosa con le proprie mani e vedere il prodotto finito. Un lavoro manuale si trova sempre: basta inventarselo. E sì, è davvero terapeutico.

Che la bellezza sia sempre con noi. È tutta una questione di sguardo, nulla più di questo. Ma bisogna saperlo usare e avere cuore per farlo. La bellezza è vicina a noi, sempre: un magnifico tramonto, un fiore che spunta in mezzo al fango, una strada dimenticata dai più, un cane o un gatto che giocano sull’erba, il mattino che compare adagio. E poi un libro, una spiaggia, le colline d’autunno e a primavera, qualche parola improvvisa a portare conforto, la luna d’estate, i luoghi della memoria. Ciascuno può afferrarla dove vuole, la bellezza; ma non si dica che è impossibile, perché dipende da noi.

Un pensiero

Un blog come questo, piccino e casalingo, disperso nell’immenso oceano di internet, ha un suo scopo, anch’esso molto modesto: dispensare un po’ di bellezza, declinata in tante forme. Bei colori, bei paesaggi, armonie di parole e di pensieri. Questo perché, ogni giorno, siamo soffocati da bruttezze di ogni tipo e volgarità e insipienza.

Dopo una settimana piena d’impegni, che purtroppo mi hanno tenuta lontana da questo blog, ricomincio a scrivere così, affermando il nostro bisogno di bellezza, di serenità, di dolcezza.

Guglielmo. E poi le rape, il castello, il bambino e i fiori

Come fare per trascorrere il nuovo anno con qualche consapevolezza in più? Quali strategie adottare per non rovinarsi troppo l’esistenza? Si possono evitare alcuni errori? Si può fare qualcosa di buono per sé e per gli altri?

Rivolgersi a Guglielmo, prego. Mai dimenticarlo: è la condizione indispensabile per camminare nel mondo senza commettere troppi errori. Ed è gratis, non si paga proprio: Guglielmo è disponibile con tutti e non pretende nulla in cambio. È stato lui a suggerirci di pensare alle soluzioni più semplici, senza moltiplicare gli enti all’infinito. Questo principio filosofico di primaria importanza può e deve essere usato nella vita di tutti i giorni, quella in cui sembra non accadere mai nulla e invece accade tutto: ebbene sì, il rasoietto di Occam funziona sempre, ci salva e c’impedisce di schiantarci contro troppi muri. Si scelgano sempre le risposte più semplici. Tizio ti offende? No, non è una strategia per conquistarti o per celare chissà che tormenti interiori: significa soltanto che ti disprezza e che devi tagliare la corda subito, se non vuoi perdere la tua serenità. Caio viene trovato in casa sua col cranio sfondato? No, non è stato un pazzo passato per caso o un extraterrestre, ma una persona conosciuta dalla vittima. Sempronio non ti cerca mai? Significa che non ti vuole. Il rasoio di Occam è formidabile, davvero. Procedere a colpi di rasoio vuol dire limitare i danni, limitarne tanti. E non è mica una cosa da poco, in questa valle di lacrime.

No! Per favore, le rape no! Non si cava sangue da una rapa, non c’è niente da fare. Se Asdrubale è cinico e anaffettivo, resterà tale fino all’ultimo e nulla potrà mai smuoverlo. Anzi, c’è il rischio che con l’età peggiori pure. Se Pupetta ti ha tradito dieci volte, ti tradirà anche l’undicesima volta. Se Agenore è tirchio come zio Paperone, non diventerà mai generoso, ma ti farà patire le pene dell’inferno finché morte non vi separi. Tradotto in corretto italiano: perché perdere tempo prezioso ed energie con persone mediocri o addirittura pessime? E perché cercare di attirare l’attenzione dei casi umani? Ce ne sono molti, di casi umani. E qualche domanda bisogna porsela se si va alla ricerca di soggetti simili, pensando di poterli cambiare. Non sarebbe più saggio disfarsi delle rape in fretta?

Il castello, signore e signori, il castello! C’è un momento giusto per aprirsi al mondo e c’è un momento giusto per chiudersi. Quando il freddo è eccessivo, quando la tempesta infuria, quando capita l’imprevedibile, bisogna difendersi e bisogna saperlo fare da soli o quasi. Il castello è un bellissimo simbolo di chiusura e di protezione. E, a volte, chiudersi in una fortezza è indispensabile, è l’unica garanzia di sopravvivenza.

Che il bambino sia sempre con noi. Ma sì, gli anni passano, è vero; dentro di noi, però, c’è sempre una parte un po’ bambina desiderosa di giocare e di scherzare e di combinare qualche marachella, proprio come ai vecchi tempi. Non bisogna vergognarsene e non è saggio reprimerla troppo, perché può regalarci gioia, creatività ed entusiasmo. Il nostro puer interiore, che ha bisogno di essere curato e protetto, coccolato e accudito, contribuisce alla nostra evoluzione e al nostro benessere.

Con un mazzo di fiori in mano. Sono meravigliosi, i fiori, tutti quanti. Sono simboli di bellezza, grazia, tenerezza, turbamento, fragilità, dolcezza. Ecco, per vivere bene occorrerebbe dispensare un po’ di fiori anche agli altri. Un bel gesto non guasta mai, un bel gesto fatto gratuitamente, senza attendersi nulla in cambio. Qualche volta bisognerebbe imparare a dare e non pretendere soltanto di ricevere: aiutare qualcuno in difficoltà, ascoltare, soccorrere, dire una parola buona, incoraggiare. Piccole cose, minuscole, eppure in grado di lasciare una traccia positiva e addirittura di mutare qualche destino. Ci si rifletta ogni tanto, giusto per dare un po’ di significato a questo passaggio stretto chiamato esistenza.