
A scrivervi oggi sono proprio io, il mese di Ottobre, l’autunno nella sua fase intensa ma gentile. Alle mie spalle ho lasciato Settembre, fratello adorato, che ogni anno annuncia la nuova stagione restando ancora avvinto all’estate; quando arrivo io, invece, l’estate è costretta a ritirarsi silenziosa e a dormire di un sonno lungo e profondo.
Non sono sempre stato questo signore maturo che vedete ora. Molto tempo fa, in un’epoca remota che nessuno ricorda, io ero Aprile, un mese tenero, a volte impacciato, sensibile e generoso, ricco di colori freschi e vibranti. Ma il tempo che tutto trasforma, il tempo contro il quale nulla possiamo, mi ha reso ciò che sono ora, cristallizzandomi per l’eternità: io resterò Ottobre per sempre, fino al termine dei giorni, fino alla scomparsa di questo pianeta. Ma di Aprile conservo ancora la straordinaria ricchezza di sfumature, sia pure differenti, e l’animo cortese, che non permette mai troppa arroganza e smorza i toni quando si fanno violenti.
Sono complesso, lo so, io sono un enigma, in me racchiudo tutti gli umori, ma senza gli eccessi, le sproporzioni, le fastidiose esuberanze che appartengono ad altri mesi. Sono introverso eppure socievole, so essere allegro ma anche sconsolato e afflitto, sono informale ma rigoroso, sono elegante e raffinato, ma senza affettazione. Sono semplice eppure complicato.
E vi parlo, vi racconto, vi svelo segreti in modo inaspettato, di punto in bianco in un giorno di pioggia o mentre il vento sferza le finestre della vostra stanza. Io v’insegno a chiudere alcune porte, ad apprezzare gli spazi raccolti, a lasciare andare chi non merita attenzioni, a guardare il mondo con occhi differenti – una luce nuova, obliqua, fatta di ombre e amarezze e gioie tutte insieme.
Non parlo a voce alta, non grido, non vi terrorizzo: io sussurro, sussurro che la bellezza risiede nelle differenze, nelle screziature, nel verde che si fonde con il giallo e il borgogna e il rame, perché la vita – la vostra, di vita – è fatta di innumerevoli colori e chiaroscuri, capolavori imperfetti che sfuggono a qualsiasi tentativo di definizione.
Io suggerisco la quieta dignità del ritrarsi senza fare rumore, senza dare spiegazioni; vi consiglio il calore e il conforto dell’ambiente domestico, la tranquillità delle sere che invitano alle conversazioni, alla lettura, all’intimità e alla distanza, la distanza dalle lusinghe del mondo e dalle sue troppe inconsistenze.
Con me ha inizio la comprensione profonda di ciò che è stato, a volte amara, a volte struggente, ma inevitabile per proseguire il cammino. Non rivelo tutto, però, perché non è il mio compito farlo. Vi lascio alcuni dubbi, qualche sogno ancora intatto, nebbie sottili a impedire la vista di ciò che è oscuro e tagliente, anche perché sono troppo educato, troppo sensibile per spingermi oltre.
Ma il mio ruolo è decisivo perché vi preparo a nuove scoperte, a toni più cupi, alla furia del freddo che verrà – in breve, ai mesi che saranno dopo di me. E li saprete affrontare soltanto perché io vi accompagno lungo questo tratto di strada.













