Le quattro stagioni

(Questo è un post molto particolare, perché rappresenta il filo conduttore che lega tutti gli articoli del blog e, soprattutto, perché è in costante divenire: ogni volta che ne avverto il bisogno, aggiungo, tolgo, cambio, rifinisco e cesello le singole frasi, in un movimento che non conosce riposo. È un post in perenne mutamento, sempre vecchio e sempre nuovo)

Primavera: inizio, entusiasmo, semplicità

La primavera è il necessario inizio, perché tutto ha un principio, tutto comincia. E l’inizio è caos, è un’energia istintiva, scomposta, primordiale, un entusiasmo ingenuo e sfrenato, quello di chi corre veloce e senza meta, con l’ansia di guardarsi intorno e scoprire il nuovo.

La primavera è una strada tutta curve e un po’ sconnessa, un sentiero che si snoda incerto fra timori e curiosità, ansie e presunzioni. E poi osare e trattenersi, e andare avanti, e tornare bruscamente indietro, e piegarsi sgomenti sotto il peso dell’inesperienza.

A primavera le giornate serene d’improvviso si fanno cupe, dense di umori altalenanti; e il sole alto si ritrae di colpo a causa della pioggia, e il caldo e il freddo si rincorrono senza posa, senza direzione – come a non capire, come a non sapere.

E talvolta la voce trema, le guance si fanno di porpora, il pianto scoppia d’improvviso – e d’improvviso fugge via, perché il sereno torna sempre, a dispetto di ogni tempesta.

La primavera c’insegna il valore della semplicità. Lo fa con grazia commovente, con la tenerezza dei fiori di campo, dai colori freschi, vivi e un po’ ingenui, le tinte vibranti di chi si affaccia alla vita e ignora l’arte suprema di nascondersi, eludere, omettere.

Basta davvero poco per essere felici: il cielo terso, un bel campo verde, un albero rigoglioso, le margherite ovunque, il dolce ritmo della pioggia sottile sui tetti. Non occorre affannarsi a cercare lontano: la meraviglia è tutta lì, davanti ai nostri occhi.

Estate: superficialità, spensieratezza, eccesso

L’estate è un desiderio profondo, l’ansia di vivere cui non si sfugge, l’intensa, spudorata voglia di abbracciare il mondo e divertirsi, tralasciare doveri e imposizioni, amare e odiare nello stesso tempo.

È il giorno prepotente e torrido che vince sulla notte, il vivere randagio a scapito della permanenza, l’insofferenza alle regole, lo scherzo audace, la malizia e la follia di una serata magica.

L’estate è un fuoco, un fuoco intenso di passioni brucianti, il calore ardente sulla pelle fino a consumarci, la folle presunzione di sentirci immortali. È il desiderio di esagerare, assecondare il proprio egoismo, esibirsi senza pudori e ostentare, ostentare senza freni. L’estate è l’anima che fugge via e corre in vacanza, superficiale, disimpegnata, incostante – e basta, lasciatemi fare, non voglio ascoltarvi!

L’estate c’insegna il valore del mondo esterno e della fisicità: arriva il momento in cui bisogna uscire, abbandonare la casa, rifiutare la quiete e osare, correre, scontrarsi con la realtà, scottarsi. E non pensare troppo. È il tempo anarchico degli eccessi, la vita completamente folle innamorata di sé stessa, fanatica, crudele e arrogante. Una vita che non conosce sfumature.

Autunno: introspezione, mistero, complessità

Qualcosa comincia a cambiare, all’inizio in maniera inaspettata, improvvisa, quasi un fulmine a ciel sereno. Il mondo si è ormai svelato, con le sue luci abbaglianti, i colori vivaci, le infinite ambiguità e le tante pochezze; allora il fuoco dell’estate si ritrae, destinato a spegnersi adagio, giorno dopo giorno. La superficialità e gli ardori momentanei cominciano a dissolversi con calma, per lasciare spazio alla riflessione lenta, pacata ma decisiva.

S’intuisce che le stagioni precedenti non potevano proseguire, che il cielo sereno e il sole bollente spesso erano soltanto abbagli, e che forse non avevamo compreso tutto: forse ci eravamo illusi, forse eravamo stati troppo folli, troppo entusiasti.

L’autunno è ripiegarsi in sé stessi per capire, chiedere spiegazioni, porsi domande, coltivare dubbi, distinguere sfumature e differenze. È il piacere dell’introspezione, serena e malinconica al tempo stesso, ma senza troppe asprezze, senza severità.

L’autunno è uno stile di vita molto raffinato, un modo peculiare di abitare il mondo, un modo che s’impone a poco a poco: è l’eleganza dell’anima che finalmente intuisce, ma soffre in silenzio e gioisce senza clamori.

L’autunno è il senso profondo e arcano del mistero che ci avvolge. È la vita abbracciata stretta alla morte e sapere che forse non è tutto soltanto qui e ora, che forse potrebbe esserci altro, qualcosa che ignoriamo, qualcosa cui torneremo.

Il momento è solenne e richiede silenzio, raccoglimento, sobrietà: adesso cominciamo finalmente a chiudere alcune porte e ad apprezzare le ombre, la nebbia leggera, le inevitabili assenze, le interminabili distanze. Talvolta nostalgie e rimpianti invadono i nostri pensieri, ma sappiamo apprezzarli e rendiamo loro omaggio continuando il nostro cammino.

L’autunno c’insegna il valore della complessità. Dopo l’ebbrezza del mondo esterno, è indispensabile rientrare in sé stessi e soffermarsi a pensare, accettando i rischi che questo comporta. Pensare adagio, ma andando fino in fondo, passo dopo passo.

Inverno: severità, rigore, autosufficienza

Adesso giunge la svolta. Definitiva, inappellabile – un giudice severissimo. Con l’inverno tutto è compiuto: l’introspezione dell’autunno ha dato i suoi frutti, la comprensione è definitiva, le incertezze, le sfumature, le tinte più delicate e i dubbi sono scomparsi. Adesso lo sappiamo: ciò che si è realizzato doveva verificarsi, e ciò che non si è realizzato non poteva compiersi.

Il freddo è feroce, i giorni sono scuri e amari: è il momento di difendersi, di salvarsi a qualsiasi costo. Di essere spietati per non soccombere. Ma questo è anche il tempo della gioia, della felicità ritrovata fra le pareti domestiche, dell’intima soddisfazione che si prova nel rendersi conto di essere forti e persino di ghiaccio, se le circostanze lo richiedono.

L’inverno è rigore, severità, giudizio impietoso, decisione irrevocabile. Non si può più procrastinare. È il momento di bastare a sé stessi, di affilare le proprie armi, di vendicarsi, d’inventare strategie per uscire indenni dalla battaglia. E bisogna nascondersi, eludere, persino mentire, perché il nemico non deve trovarci, perché siamo noi a dover vincere – e certamente vinceremo.

Bisogna liberarsi di tutto ciò che è inutile, bisogna gettare via il superfluo e conservare solo l’essenziale, per camminare senza fardelli. Tutto è chiaro e affilato come una lama lucente bellissima e crudele, una lama che ci chiede di tagliare, tagliare subito e senza indugio. Ora le porte sono davvero tutte chiuse, sbarrate, e guai a chi osa avvicinarsi: sia maledetto per l’eternità chi ha voluto molestarci. E che mai, mai possa trovare un momento di pace.

L’inverno c’insegna il valore dell’autosufficienza, che è la condizione indispensabile per vivere bene, senza farsi troppo male, per essere sereni a dispetto di tutto. E perché soltanto così tornerà la primavera.

E tu che ne pensi?