Verso la fine dell’anno

Sono giorni particolari, questi, giorni che hanno una vita propria, un colore indefinibile permeato dal senso dell’attesa, con il 2025 che volge al termine e suscita domande, interrogativi, sentimenti contrastanti.

Gli ultimi giorni dell’anno sono un tempo sospeso, quasi rarefatto, e spesso parlano al cuore più che alla ragione. Sono pervasi da un senso di mistero, da un caotico intreccio fra passato, presente e futuro molto difficile da sondare, perché a incontrarsi sono le memorie e gli auspici per ciò che verrà.

Gli auspici, già. Quando non si è più giovanissimi, cambiano forma e contenuto, si ridimensionano, ed è giusto così. Molte persone care sono scomparse, alcune amicizie sono andate perdute, certi progetti sono sfumati, tanti enigmi sono stati risolti; e, allora, all’avvicinarsi del nuovo anno speriamo di stare bene, cioè in buona salute, e di riuscire a risolvere i problemi che incontreremo. Speriamo, in breve, che il nuovo anno sia abbastanza clemente, perché i tempi degli auguri mirabolanti sono finiti.

Ma la quiete, la quiete è impagabile. Se il tempo dei facili entusiasmi si è concluso, emerge però la saggezza legata alla riflessione, alle scelte consapevoli e al piacere dell’intimità. È la gioia, calda e rassicurante, che nasce dall’aver chiuso tante porte, dall’aver cura di sé e del proprio valore, dall’aver assegnato a cose e persone il posto che spetta loro, senza finzioni e ipocrisie. E gli ultimi giorni dell’anno, giorni sospesi e in parte indecifrabili, diventano allora un intermezzo di pace, un conforto – la casa serena e luminosa e il gelo fuori, lontano da noi.

Caro aprile, ti scrivo

Quest’anno ti ho desiderato tanto, caro aprile, e il tuo arrivo mi riempie ora di gioia e di vita – una benedizione, un dono del cielo.

Ieri hai fatto capolino fra mille incertezze, un po’ timido e irrequieto, forse in ansia per il compito che ti attende. Perciò eri grigio e faticavi a parlare:

Ma oggi risplendi contento, lo sguardo incantato a scorgere il mondo, la meraviglia di esistere senza porti domande.

Sei tu la primavera, sei tu l’essenza della stagione più tenera, fragile e sensibile dell’anno. Tu sei la grazia soave che a ottobre si trasforma in raffinata eleganza, e a novembre si ammanta di struggente nostalgia.

A volte sei buffo, un po’ svogliato e dispettoso, un cucciolo smarrito in cerca d’attenzioni, ma non conosci cattiveria e sai farti perdonare. Tu sei rosa, lilla, verde chiaro e azzurro: sei un colore delicato e riposante, un abbraccio morbido, uno sguardo affettuoso e aperto.

Voglio avvertire il tepore dei tuoi giorni più allegri, e accogliere la mestizia improvvisa che talvolta ti afferra e ti rende sgomento – e io a guardare le lacrime della tua pioggia leggera senza stupirmi.

Caro aprile, regalaci tutto te stesso, generoso e privo di timori. Sappi che noi ti ameremo senza condizioni, che apprezzeremo tutte le tue sfumature e che ci sarai sempre tanto caro. Anche quando deciderai di fuggire per permettere a maggio d’incontrarci.

Buon anno, buon 2024

Sono stupita e sgomenta, perché mai mi sarei aspettata una malattia così lunga e debilitante. Per fortuna la febbre, con molte difficoltà, è sparita da alcuni giorni, ma mi sento spossata. Comunque, dopo tanto tempo questa mattina sono uscita e posso dire di essere quasi guarita.

Amo molto gli ultimi giorni dell’anno, attraversati da una quiete quasi irreale, da un’atmosfera di sogno e da tanti pensieri cangianti. Il freddo è quello delle grandi occasioni, quello dell’inverno puro che ti seduce senza colori, ma soltanto con la sua presenza:

E chissà quanti auspici, quante speranze, quanti sogni chiusi nel cassetto dei segreti. Come sarà il 2024? Che cosa ci regalerà? Sarà avido o generoso? Sarà dolce o prepotente? Sapremo sopportarlo o lo detesteremo? Non ci sono risposte.

Però gli auguri sì, quelli bisogna farli. E allora buona fine e buon principio. Buon anno nuovo, buon 2024 a chiunque passerà su questo blog.

Voglio l’inverno

Voglio l’inverno vero, l’inverno cupo e senza incertezze – chiudersi dentro, il freddo intollerabile e la lunga, lunghissima attesa. Voglio l’inverno e i giorni scuri, la meraviglia della nebbia al mattino – e uscire quando ancora fuori è notte e tutti sembrano dormire. Voglio l’inverno delle passeggiate solitarie, e le strade strette e le porte chiuse e nessuno alle finestre – e poi tornare a casa in fretta e pensare.

Voglio l’inverno severo ed esigente, quello dei colori freddi e del ghiaccio sul cuore.

Marzo e primavera

Cambiano in fretta, i colori. Basta affacciarsi a una finestra per cogliere tutta la fatica del passaggio, le tracce dell’inverno che non vogliono sparire, i rami spogli, quel marrone freddo che racconta storie di morte. Eppure, proprio lì accanto, altri colori, altri umori, la vita che ricomincia:

Basta uscire di mattina, il sole ancora incerto, il giorno che stenta a cominciare; ma il rosa e il bianco della primavera ci attendono per accompagnarci lungo il cammino:

E ogni anno è sempre la prima volta, sempre la stessa emozione, quel ricominciare fra incertezze e lampi di splendore, e quelle tinte fresche e generose – correre incontro al mondo con entusiasmo:

Adesso infuria il vento e ci costringe alla resa, chiusi in casa, in attesa che finisca. Ma si continua a sognare, a intravedere i giorni che saranno, l’azzurro sempre più intenso e il mistero della pioggia sottile sul verde brillante delle foglie – e il non sapere dove siamo, e il tornare indietro, e chiudersi in casa in attesa di tempi migliori.

Autunno, splendore e declino

Ciascuno ha il proprio autunno, quello che avverte dentro quando l’estate s’addormenta. L’autunno muta a seconda di chi se lo sente addosso, un abito viola che non si addice a tutti; l’autunno muta a seconda dei giorni, degli umori contingenti, dello sguardo che ci concedono gli altri passo dopo passo.

Allora l’autunno può essere sontuoso, da mille colori avvolto, come una tavola imbandita a festa – e broccati d’oro e porcellane dipinte a mano. Altre volte, l’autunno è l’appassire lento della vita, la luce sfinita che resiste a stento e la capacità di accettarla, quell’agonia, e quelle ombre tetre di saggezza infinita pervase.

Convivono, d’autunno, lo splendore e il declino, le gioie intense e le malinconie improvvise: è il mistero profondo dell’esistenza, capire che ci siamo e non dovremmo esserci, che l’equilibrio è instabile, che i rami prima o poi si spezzano.

Ciascuno ha il proprio autunno, l’autunno che muta di giorno in giorno. Ciascuno lo sogna di nascosto, agli angoli di strade vuote, soltanto da fantasmi popolate; ma non sa dirlo, no – non osa dirlo.

Un pensiero e un grazie

Sono giorni molto tristi, giorni di rabbia profonda. Gli incendi che hanno colpito e che continuano a colpire vaste aree del nostro Paese – e non solo – sono una ferita profonda, una catastrofe devastante. E la colpa è nostra, perché nella stragrande maggioranza dei casi sono roghi appiccati volontariamente dagli esseri umani, che si dimostrano ancora una volta i peggiori abitanti di questa povera Terra. Spesso, guardandomi intorno e vedendo le tante crudeltà di cui siamo responsabili, penso che se ci estinguessimo tutti in blocco il pianeta intero ne ricaverebbe un gran beneficio.

Ma poi mi sovviene un altro pensiero, e cioè che ogni tanto, su questa Terra martoriata, passano fugacemente anche persone di tutt’altro genere, persone che trascorrono la vita impegnandosi ad alleviare le sofferenze altrui, a testimoniare l’importanza e la necessità della pace, del rispetto, della tolleranza. E questo un po’ mi consola.

Grazie a Gino Strada, grazie di tutto.

Pioggia di luglio

La pioggia, e il suo canto sui tetti, e il suo crepitio frenetico sui vetri delle finestre stanche, è il passato che abbraccia il presente, il ritorno inatteso di altre strade e altri giorni, scomparsi, per sempre sfaldati oppure eterni – sarà il tempo a raccontarlo.

È che la pioggia estiva, e il cielo che d’un tratto si oscura, giustifica la nostra assenza, quell’esserci per forza, quel trovarsi dentro e fuori nello stesso istante, disorientati ma fermi.

È che la pioggia di luglio oltrepassa la tua essenza, e allora lo sai – diventa una certezza – che nulla conta se non quel sentire attraverso; e sono le gocce che cadono, e tu che non sai rispondere.

Il sabato

Finalmente sabato, dopo una settimana molto impegnativa, che mi ha impedito di aggiornare il blog. Provo molta simpatia per questa giornata: apprezzo il sabato perché è vivace, i negozi sono aperti e il centro storico si riempie di persone; nello stesso tempo, è un giorno che permette di assaporare il piacere della libertà.

Ma il sabato assume coloriture differenti a seconda delle stagioni. D’estate è spesso occasione per fuggire dalla città, alienante e ostile a causa del clima; ma così, il sabato perde quell’atmosfera luminosa e malinconica che sembra avvolgerlo durante l’autunno, quell’atmosfera che evoca pace e intimità, e che allude ad altri tempi – e sapori antichi, e noi che siamo fuori da questo mondo.

Adesso, a luglio, vincono il sole e l’impulso di fuggire, anche quando si resta immobili, come se non ci fosse un domani.

Sono giorni

Mentre il tempo passa, i colori di novembre si dispiegano in tutta la loro stupefacente bellezza: gli alberi sono vestiti di borgogna e di giallo, in contrasto con l’atmosfera spenta, sbiadita, evanescente che domina sulla città. Sono i giorni autunnali più intensi e misteriosi, questi; sono giorni che evocano profondità inconsuete e improvvisi abissi di solitudine. Ma sono anche i giorni dei ricordi, e degli scorci tranquilli, e della serenità che emerge orgogliosa dalle macerie; questi sono i giorni in cui finalmente chiudiamo innumerevoli porte, per trattenere soltanto l’essenziale.