La stagione dei sogni

Quando un mese volge al termine, qualche riflessione è d’obbligo. Non si tratta di una questione circoscritta, legata soltanto al mese di marzo e priva di altre implicazioni, ma è un’esigenza più sottile e profonda: è il naturale desiderio di afferrare almeno un frammento del tempo che scorre, di coglierne i silenziosi rivoli di senso per evitare che la fuga dei giorni sia vana.

Marzo si è comportato bene quest’anno, perché è stato coerente con sé stesso: incerto, precario, mutevole nel volto e nella condotta, alternando giorni miti a bruschi ritorni di freddo intenso. Adesso che il suo compito sta per terminare, ha deciso di vestire i panni dell’inverno per sorprenderci e forse – non saprei – anche per farsi ricordare. Eppure, i colori sono quelli della primavera e persino io li sento addosso:

In questi giorni mi sono accorta che la primavera risveglia in me la tendenza a sognare a occhi aperti, un fatto che non mi dispiace. Non mi accade durante le altre stagioni, neppure durante il mio amato autunno, e credo che sia una questione di sfumature, di colori. Credo che sia colpa del rosa intenso e delle sue declinazioni, dell’azzurro e del verde e del viola, dei toni freschi e chiari che richiamano le idee di giovinezza, innocenza, vitalità primigenia. E la responsabilità è anche dei fiori, dei giardini inondati da profumi intensi e generosi – dei giardini, certo, specialmente se in apparenza un po’ disordinati, perché a un giardino di primavera si addice la stessa gioiosa spontaneità di chi da poco tempo cammina in questo mondo.

E così io, invece di rifiutarlo, mi lascio andare a questo flusso e accolgo il mio io primaverile con fiducia, gratitudine e tanto affetto, assecondandolo e sognando a occhi aperti come una bambina o un’adolescente. È la stagione dei giardini e dei sogni, questa, e marzo, a dispetto delle sue follie, ne ha già tracciato tutti i contorni.

Vecchi post e ricordi

Da un po’ di tempo sto pensando di voler ripubblicare ogni tanto, su questo blog, qualche vecchio post. È una decisione che non nasce a caso, ma da un fatto che mi colpisce e mi emoziona: quest’anno, a gennaio, Oltre il cancello ha compiuto diciannove anni d’età, un tempo davvero lunghissimo per un diario sul web.

Chi ha un po’ di confidenza con il faticoso lavoro della scrittura sa che questa è in perenne divenire, in costante evoluzione; e non mi riferisco soltanto allo stile, ma anche ai temi trattati, al particolare tono di voce impiegato per esporli, alla presenza o meno di un’intensa partecipazione emotiva, al peculiare intreccio dei pensieri che cambia in ragione dell’età. In sintesi, a tutto un insieme di fattori che sempre concorre alla creazione di uno scritto, lungo o breve che sia. Riproporre allora, di tanto in tanto, qualche vecchio post, è un modo per onorare il proprio passato, riconoscere la propria identità e permettere alle memorie di vivificare il presente.

Leggere e ripubblicare certi vecchi post è un esercizio interessante ed essenziale nella sua semplicità, un’esperienza che m’incuriosisce e mi emoziona, poiché mi consente di dialogare con la me stessa di tanti anni fa per comprendermi, ritrovarmi e riannodare i fili di discorsi interrotti o di memorie polverose, sottratte alla mia attenzione dall’implacabile scorrere del tempo.

E allora cominciamo. Oggi è il 9 marzo 2026. Scorrendo in fretta gli archivi del blog, mi soffermo sull’anno 2010 e trovo un post pubblicato proprio il 9 marzo, esattamente sedici anni fa. Il post mi colpisce perché è breve e dallo stile molto essenziale, quasi disadorno, come tanti post che pubblicavo in quel periodo. Era una scelta ben precisa, ponderata, che rispondeva al mio amore per la sintesi e al gusto per i frammenti, due passioni che peraltro conservo ancora, anche se adesso tendo a scrivere post più lunghi.

Ed ecco quel post, accompagnato dalla stessa immagine che usai quel giorno.

NEVE E SILENZIO

Il silenzio è profondo e insolito, nonostante l’ora. E quando il silenzio diventa così invadente da suscitare un brivido di smarrimento, significa che sta nevicando.
Oltre la finestra chiusa, il bianco illumina la notte. Una notte strana, se si pensa che è marzo. Una notte d’inverno con i fiocchi che cadono senza sosta, e la strada candida e vuota.
Domani mattina sarà gelo, fuori e dentro, e il cielo non avrà alcuna pietà.

Benvenuto marzo

Marzo è un passaggio, che lo si avverta o meno fuori e dentro di sé. È una transizione rilevante, che traccia una linea sottile, quasi invisibile ma potente, fra le stagioni fredde e quelle calde. Non è l’autunno che scivola muto fra le braccia dell’inverno, o la primavera che si fa da parte e lascia il palcoscenico all’estate: questi sono passaggi lievi, naturali, connessi da una continuità che non lascia spazio alla sorpresa. Marzo, invece, come settembre, ci prepara al nuovo, alle incognite, alle metamorfosi profonde.

Se faccio appello alla mia memoria, ammetto che, del mese di marzo, ho ricordi abbastanza confusi. L’ho amato molto durante l’infanzia e l’adolescenza perché recava con sé la promessa di giornate più dolci e azzurre, e la bellezza di lunghe passeggiate in compagnia a raccontare il presente e il domani, con la vivace freschezza della primavera nella mia mente ancora bambina. Rammento le fitte distese di violette nei prati e l’aria frizzante a risvegliare sogni, progetti e auspici. Era un passaggio vissuto con ottimismo e un po’ d’incoscienza, che a distanza di anni suscita sorrisi e tenerezza, ma anche tanta nostalgia, perché sappiamo che quello, in fondo, era il sale della vita.

Adesso, invece, osservo marzo con discreto interesse, un po’ di stanchezza e una briciola di sana diffidenza. Mi chiedo, come ogni anno, che cosa mi regalerà questo mese volubile e indefinito, e mi domando come sarà questa primavera, che cosa significherà per la mia vita. Ma forse è più saggio non porsi troppi interrogativi, forse è più saggio agire, muoversi, lasciarsi andare a questo flusso e coglierne le opportunità, perché rimuginare a lungo può condurre alla paralisi, all’inazione.

E ora, come da tradizione su questo blog, ci chiediamo come trascorrere al meglio questo mese buffo e capriccioso, infantile e sorprendente. Forse il segreto è semplice, quasi scontato: accoglierlo affettuosamente con i suoi pregi e i suoi difetti, ma non lasciarsi dominare dai suoi umori altalenanti. Approfittare dei giorni più miti per lunghe passeggiate nella natura, e tracciare qualche progetto da portare a compimento durante la primavera. Poche cose, lo so, ma l’esperienza mi ha insegnato che conviene cominciare senza presunzione ed eccessive pretese: è il primo passo a contare, il primo cauto motore silenzioso e defilato che può determinare i mutamenti più importanti.

Benvenuto aprile

Comincia oggi il mese che, più degli altri, racchiude l’essenza profonda della primavera. Aprile, pur essendo emotivamente instabile, non è dispettoso quanto marzo: è più dolce e più tenero, un bambino delicato e sensibile anche quando, piangendo e aggrottando la fronte, si veste di grigio perla in attesa di tornare rosa e azzurro.

Aprile non ha la fiera, maestosa sicurezza di maggio, ma sa incantarci con la grazia soave della sua luce morbida e con la benevolenza dei pomeriggi, che tornano a farci compagnia per molte ore e si arrendono alle ombre della sera con calma squisita, come a volerci rassicurare, come a volerci suggerire che la notte, d’ora in poi, non sarà più troppo scura.

Cominciano le prime, lunghe giornate da trascorrere all’aperto, mentre le stagioni fredde, con i loro preziosi insegnamenti, se ne vanno a riposare, felici di aver svolto egregiamente il loro compito.

Marzo: benvenuto fra noi

Inizia il mese di marzo e, insieme a lui, comincia anche una nuova stagione. Il passaggio è molto importante, poiché segna una trasformazione radicale, il dissolversi del periodo più freddo dell’anno e l’arrivo di altri cieli, altri colori, nuove armonie – l’aria tiepida, il vento gentile, la vita che riprende il suo corso.

Per me, marzo rappresenta l’infanzia che d’improvviso torna a visitarmi, il ricordo della gioia che provavo per la fine dell’inverno e la comparsa della primavera, l’inizio di un nuovo ciclo fatto di cieli azzurri e lunghe giornate all’aperto.

Anche ora, che finalmente apprezzo alcune caratteristiche dell’inverno, il sopraggiungere della nuova stagione risveglia in me alcune emozioni sopite, persino il desiderio di correre sui prati e di raccogliere fiori, come facevo da bambina.

Ma la primavera suscita in me anche sentimenti contrastanti, che fatico a spiegare: mi attrae e mi respinge nello stesso tempo, e, soprattutto, talvolta mi rende malinconica, perché sento che in buona parte non mi appartiene più, che non è più mia, che siamo quasi incompatibili. E poi non ho mai amato troppo i colpi di testa tipici di marzo, la sua inaffidabilità, i suoi continui sbalzi d’umore.

Però la primavera, quella meteorologica, è cominciata e allora apriamo le danze. Quali potrebbero essere i buoni propositi per questo buffo mese tanto pazzerello? Ricominciare a uscire regolarmente, ad esempio, e programmare qualche piccolo viaggio di piacere in campagna, in collina e in qualche città non molto lontana.

E a te piacciono marzo e la primavera?

Marzo: ricordi e suggestioni

Marzo è arrivato facendosi autunno, di pioggia e di vento tutto vestito. Ed è un mese lungo, senza punti fermi, indefinibile, eccentrico. Come sarà?

Da adolescente, marzo risvegliava in me l’entusiasmo per la vita rimasto sopito durante l’inverno. M’inebriava il pensiero della primavera imminente e di ciò che avrei potuto fare: le uscite con gli amici, ore e ore a raccontarci tutto e niente seduti sotto gli alberi e in mezzo ai fiori.

E il tepore delle giornate miti, i lunghi pomeriggi del sabato e della domenica che promettevano svaghi, capricci e tanti segreti da raccontare o da nascondere in base all’umore, anch’esso altalenante come il tempo di marzo. Io l’immaginavo così, la primavera:

Erano i colori dell’anima, le tinte delle fantasie, i toni dei desideri. E la pioggia, quando compariva inaspettata, mi sembrava un’ingiustizia, un’assurdità, un dispetto, e fremevo arrabbiata in attesa che finisse. Non la capivo, non ne comprendevo il senso, non ne scorgevo la delicata bellezza, la poesia della sua musica:

Adesso, che della pioggia primaverile apprezzo tutte le sfumature, come se fossero un arcobaleno di significati, mi guardo intorno disorientata e mi chiedo come sarà questo mese impavido e un po’ folle, e come sarò io, se saprò viverlo, se accetterò le sue lusinghe.

E poi: a chi piace marzo? C’è qualcuno che l’ha eletto a mese favorito? Temo che sia un poco impopolare, poverino, e che non abbia troppi ammiratori. Ma forse sbaglio.

Marzo inizia così

Marzo inizia così, l’inverno gelido e la neve a tenermi compagnia. Fra ottobre e la metà di febbraio ho viaggiato molto, rispettando gli orari dei treni e degli autobus che hanno reso possibili i miei spostamenti . A volte ho corso come una trottola impazzita, altre volte i taxi mi hanno salvata dalla stanchezza – di mattina presto e di sera tardi, col buio e il vuoto delle strade a farmi desiderare di tornare a casa in fretta. E, in questa girandola di spostamenti, affanni e coincidenze da rispettare, non ho potuto vivere l’autunno e l’inverno, periodi che richiedono presenza, attenzione, calma e lunghe ore da trascorrere in casa.

Ma, adesso che quell’intermezzo si è concluso, la stagione fredda sembra voler prolungare la sua presenza – quasi un regalo, un minuscolo dono per risarcirmi di ciò che ho perduto. Eppure avverto il desiderio di un mutamento, credo che la nuova stagione abbia il diritto di arrivare. La desidero e la temo, in realtà, perché il cambiamento è sempre un’incognita, uno strano groviglio di desideri e timori, di attese e delusioni, di momenti sereni e di battute d’arresto.

Però la voglio, la primavera; la voglio ingenua, frizzante, immatura e piena d’energia. Voglio rinascere anch’io, in fondo, e le desidero tutte davvero quelle tinte delicate, meravigliose, come di vita al suo principio: il verde, il lilla, il rosa e il celeste.

Tu sai di cosa parlo.

Di aprile e mutamenti

Come ho scritto altre volte, considero aprile un mese splendido, il paradigma perfetto, la vera essenza della stagione primaverile. Aprile, infatti, non conosce eccessi: è un adolescente ottimista e vivace che si affaccia all’esistenza con entusiasmo e, nello stesso tempo, un po’ di timidezza. Talvolta è impacciato, in qualche caso è capriccioso, emotivamente instabile come si addice alla sua giovinezza; ma la sua collera è di breve durata, i suoi pianti sono intermezzi senza furori. Aprile è mite e giocoso, allegro e ingenuo, generoso e aperto al mondo. E i suoi tanti colori hanno tutta la freschezza e la radiosità di chi è soltanto all’inizio della vita.

Il suo corrispettivo, durante l’autunno, è ottobre, anch’esso avvolto da innumerevoli sfumature, anch’esso dolce e cortese; ma ottobre è aprile ormai diventato maturo, aprile che ha perso per sempre la sua ingenuità e il suo infinito entusiasmo, per trasformarsi in un signore riflessivo e saggio, disincantato eppure sereno.

Questa mattina, quando sono uscita, aprile mi ha riservato una bellissima sorpresa: il parco sotto casa mia era davvero radioso, vibrante di luce nuova. Lo so, il paesaggio è sempre il medesimo, il piccolo parco è semplice e modesto, ma stamattina sembrava brillare al sole, felice di esserci:

Lo scorso 13 marzo, dopo la pioggia, la stessa, identica parte del parco era una fusione d’inverno e di primavera, un abbraccio fra le due stagioni:

Cogliere le difformità prodotte dal mutamento del paesaggio, avvenuto nell’arco di pochi giorni, è sempre emozionante, forse persino commovente. E riandare, con la memoria e le immagini, allo scorso gennaio diventa un’esigenza insopprimibile:

Verso la primavera

Di solito, quando l’inverno finisce, cambio la grafica del blog all’inizio di marzo. Ma quest’anno scelgo di farlo oggi, 27 febbraio, perché la nuova stagione sembra avanzare con sicurezza, come se la forza dell’inverno si fosse sfaldata bruscamente per ragioni ignote. Anche il vento improvviso, che infuria ora sulle strade, sembra uno dei tanti volti della primavera.

Mi chiedo allora come sarà. Spero che la stagione dei fiori possa dispiegare tutte le sue sfumature, che possa commuoverci con le sue incertezze e le sue ingenuità, che possa farci arrabbiare con i suoi scoppi d’ira inattesi e i suoi capricci ingiustificati; e mi auguro che riesca a trasmetterci la sua inesauribile vitalità, il suo costante ottimismo, le sue tante illusioni. Spero che la primavera sia, quest’anno, come un arcobaleno dopo la tempesta.

Giorni di marzo

Marzo ha rispettato il suo copione. Si è presentato sfavillante di luce e di azzurro, con mandorli e ciliegi in fiore; poi, d’improvviso, ci ha sorpresi con un vento impetuoso, crudele nella sua sfrontata prepotenza. E oggi, finalmente, un cielo grigio chiaro, sbiadito, insignificante acquerello, accompagna la pioggia che cade adagio – presenza muta e riservata -, mentre il freddo rimanda all’inverno o, forse, a certi giorni di ottobre stanchi e malinconici, ma premurosi, garbati, pieni di riguardo.

Intanto qualcuno passa in bicicletta, incurante del tempo; altri si affannano sulla strada, rassegnati, senza ombrello.