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sabato 18 aprile 2026

Dicono che noi riusciamo a vivere senza troppa fatica...

"Dicono che noi riusciamo a vivere senza troppa fatica grazie soltanto all'automatismo che ci rende inconsapevoli di gran parte dei nostri movimenti. Per fare un sol passo, a quanto sembra, spostiamo un'infinità di muscoli e tuttavia, in virtù dell'automatismo, non ce ne rendiamo conto. Lo stesso avviene nei nostri rapporti con gli altri."

Alberto Moravia


La storia


"La storia non è un cammino dritto verso il progresso, ma un groviglio di sofferenze, di passi avanti e di cadute rovinose nel fango. Eppure, in quel fango, c’è sempre qualcuno che solleva la testa, che rifiuta di piegare la schiena davanti al padrone di turno. È quella scintilla di dignità, quella testardaggine nel non voler essere schiavi, che impedisce al mondo di precipitare nell'oscurità definitiva."

Valerio Evangelisti


73 giorni di schiavitù: 1 euro e 54 centesimi l’ora!


C’è una notizia che arriva dal Bresciano e che non può lasciarci indifferenti. Non è una questione di cronaca locale, è un pugno nello stomaco che riguarda tutti noi.

Un bracciante, un uomo arrivato qui con la speranza di un futuro, è stato intrappolato in un incubo durato 73 giorni consecutivi. Senza una domenica, senza un pomeriggio di riposo, senza un istante per respirare. Il tutto per la miseria di 1,54 euro l’ora.

Provate a pensarci mentre tenete in mano un calice di vino: 1,54 euro. Meno del prezzo di un caffè al banco per un’ora di fatica tra i filari.

Spesso pensiamo al caporalato come a qualcosa di lontano, un retaggio di terre distanti. E invece eccolo qui, nel cuore produttivo del Nord, mimetizzato tra le eccellenze del nostro Made in Italy. È un sistema che non si limita a pagare poco; si nutre del ricatto, della vulnerabilità e dell'invisibilità di chi non ha voce.

Non si può parlare di "eccellenza" se dietro un’etichetta c’è la schiavitù. La qualità di un prodotto deve passare necessariamente per la dignità di chi lo produce. Se il prezzo per la competitività è il calpestamento dei diritti umani più basilari, allora quel sistema è fallito.

Dobbiamo pretendere trasparenza. Dobbiamo chiederci quanto vale davvero quel vino che compriamo a poco prezzo o quel brand che punta tutto sul marketing ma chiude gli occhi sulla propria filiera.

Il lavoro nobilita l'uomo, dicono. Ma questo non è lavoro: è sfruttamento. E il silenzio, in questi casi, è solo un'altra forma di complicità.

Autore: Lupo rosso

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Nuove restrizioni al diritto di sciopero: il governo accelera




Articolo da
 La Città Futura


La longa manus dei padroni si serve della Commissione di Garanzia sugli Scioperi per limitare fortemente il diritto di sciopero nei servizi pubblici essenziali

Con la Deliberazione n. 26/88 dell’11 Marzo scorso la Commissione di Garanzia sugli Scioperi ha introdotto una nuova interpretazione della L. 146/1990, ritenendo “superate” tutte le precedenti letture. Dal momento che l’oggetto della questione è rappresentato dalla limitazione del diritto di sciopero nei servizi pubblici essenziali, la cui esecuzione è regolata proprio dalla Commissione, la Deliberazione ha non solo rilevanza giuridica ma potrà avere valore sia in sede processuale che di contrattazione sindacale.

Lo stratagemma dietro alla limitazione

In base alla Legge del 1990 sono ritenuti essenziali “l’approvvigionamento di energie, prodotti energetici, risorse naturali e beni di prima necessità, nonché la gestione e la manutenzione dei relativi impianti, limitatamente a quanto attiene alla sicurezza degli stessi”[1]. La Commissione di Garanzia ha adottato un’interpretazione estensiva del concetto di approvvigionamento, considerandolo comprensivo de “l’intero insieme delle attività finalizzate alla distribuzione dei beni elencati nella norma” [2], ossia dell’intero indotto logistico relativo alle attività essenziali, inclusi i servizi di immagazzinamento dei beni.

Al fine di giustificare questa posizione – a nostro avviso estremistica, dal punto di vista giurisprudenziale – la Commissione cita il CCNL Logistica, Trasporto merci e Spedizione, firmato da CGIL, CISL e UIL, secondo cui “la necessità di garantire il regolare approvvigionamento dei beni (…) comprende, oltre al trasporto, l’intera filiera logistica, dalla movimentazione al deposito, dalla custodia alla conservazione”[3]. Non per nulla, in una nota del 17 Marzo, la Commissione aveva rimarcato che “le parti sociali, con la sottoscrizione del CCNL Logistica, Trasporto merci e Spedizione, hanno autonomamente accolto tale posizione interpretativa”[4].

Includendo la logistica nell’ambito applicativo della norma si va affermando una logica politica che mira esplicitamente ad ampliare i settori giudicati ‘essenziali’ e per questo sottoposti a una norma anti sciopero come la 146 del ’90 (con tanto di successive modifiche che ne hanno inasprito l’impianto sanzionatorio e repressivo). E infatti la medesima logica viene estesa alla gran parte della filiera logistica, laddove la Commissione esplicita che la L. 146/1990 non potrà essere elusa nemmeno nel caso “l’azienda movimenti anche beni di altro tipo, neppure quando i soggetti proclamanti dichiarino che l’azione di sciopero non interesserà le attività aziendali finalizzate alla movimentazione dei beni essenziali”[5].

Precettare e reprimere

Pertanto d’ora in avanti sarà molto più semplice, per gli imprenditori logistici, richiedere un intervento della Commissione al fine di precettare il sindacato inosservante della norma oppure ottenere rapidamente l’intervento repressivo delle Forze dell’Ordine per rimuovere un picchetto davanti a un qualche magazzino, perché potranno più facilmente dimostrare che le proprie attività d’impresa facciano parte dei servizi pubblici essenziali, anche quando ciò non fosse affatto vero. Questo aspetto, inoltre, varrà anche per gli scioperi nazionali della logistica, dal momento che secondo la Commissione la nuova interpretazione normativa andrà applicata anche “quando l’astensione collettiva riguardi non singole aziende, ma l’intero settore della logistica”.[6]

Un evidente attacco al diritto di sciopero: profili di incostituzionalità

L’interpretazione della Commissione è a nostro avviso fuorviante – oltre che, in termini generali, incostituzionale –, in quanto contraddice la ratio originale della L. 146/1990, che era esplicitamente quella di bilanciare il diritto della popolazione ai servizi pubblici essenziali con l'eguale diritto, della stessa, a scioperare. La Legge difatti era stata scritta “Allo scopo di contemperare l'esercizio del diritto di sciopero con il godimento dei diritti della persona”[7] e ‘contemperare’ vuol dire ‘armonizzare’, ‘conciliare’ allo scopo di creare un equilibrio.

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Appalti, subappalti e salari al ribasso: l’ingranaggio che produce miseria



Articolo da World Politics Blog

Nel dibattito sullo sfruttamento del lavoro non basta denunciare i contratti pirata: occorre mettere in discussione appalti, subappalti, salari insufficienti, lavoro nero e filiere opache, per capire come il ribasso strutturale del costo del lavoro continui a produrre miseria e precarietà.

Basta non applicare i contratti pirata per scongiurare lo sfruttamento della forza lavoro?

E tutti i contratti siglati da Cgil, Cisl, Uil sono dignitosi e tali da garantire condizioni retributive accettabili e con effettivo potere di acquisto?

E per quale ragione negli appalti e nei subappalti troviamo contratti indecorosi, assenza di salario accessorio? E il lavoro nero, dopo tanti anni, è ancora al suo posto: qualcuno vuol spiegarci la ragione di questo fenomeno endemico?

Il problema è un altro: non si può parlare di salari senza rivedere le dinamiche contrattuali, i sistemi di calcolo dei rinnovi, senza smontare le norme in materia di immigrazione, modificando le regole statistiche per le quali bastano due giorni di lavoro all’anno per essere annoverati tra gli occupati.

Il lavoro nero è diffuso in varie regioni, esempi di caporalato ve ne sono anche al Nord e non solo nelle regioni meridionali, come si evince da articoli della stampa e inchieste della Magistratura; dovremmo comunque parlare degli organi ispettivi a corto di personale, della disattenzione cronica della medicina del lavoro, mai depotenziata come ai nostri giorni.

Siamo consapevoli di mettere troppa materia al fuoco, ma i vari aspetti del problema, sfruttamento della forza lavoro, si connettono con altre questioni.

Proviamo allora ad affrontare due soli argomenti.

I soggetti chiamati a presidiare legalità, vigilanza e rappresentanza possono svolgere appieno il loro compito?

In diversi casi hanno le mani legate, tra organici risicati e normative inadeguate; nel corso degli anni, poi, le norme che disciplinano salute e sicurezza sono state addolcite a favore della parte datoriale. Tuttavia, potremmo anche parlare della carenza di strumenti e di figure professionali negli apparati ispettivi; ove poi sono maggiormente radicati e ramificati appalti e subappalti, i bassi salari, le inadeguate tutele individuali e collettive sono più facili da reperire.

Spesso si fa riferimento ai contratti siglati dai sindacati rappresentativi, senza mai chiedersi se questi accordi siano rispondenti ai principi di equità e dignità; in presenza di contenziosi legali, il riferimento va all’art. 36 Cost., ossia al principio della retribuzione proporzionata e sufficiente ad assicurare al lavoratore e alla sua famiglia un’esistenza libera e dignitosa. Questo principio si scontra con i contratti siglati dai sindacati rappresentativi, che invece vanno, non sempre ma frequentemente, in direzione opposta.

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Articolo tratto interamente da World Politics Blog

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La (maledetta) stratificazione della classe operaia



Articolo da El Salto

Questo articolo è stato tradotto automaticamente. La traduzione rende il senso dell’articolo, tuttavia consigliamo di leggere il testo originale su El Salto

Gli strati superiori della classe operaia detengono il potere sugli strati inferiori e, proprio come qualsiasi altro strato superiore, possiedono il potere della narrazione e il privilegio dell'invisibilità.

Se esiste un concetto chiave per comprendere alcune delle lacune delle lotte operaie e del pensiero anticapitalista europeo, o meglio ancora, se esiste un concetto utile per prevenirle, questo è la stratificazione della classe operaia, che possiamo far risalire, in linea di massima, allo stesso Engels nel suo testo del 1845,  *La condizione della classe operaia in Inghilterra*. Non si tratta di un'invenzione postmoderna, bensì del fondamento stesso degli studi canonici per comprendere il funzionamento del capitalismo. Persino per coloro che insistono sullo slogan di "un'unica classe operaia", anche da questa prospettiva, la questione è ineludibile.

La stratificazione della classe lavoratrice è un meccanismo basilare, essenziale e intrinseco del capitalismo, concepito per dividerla e indebolirla. Come la divide? Introducendo al suo interno altri fattori di disuguaglianza. Il genere è uno di questi (i lavoratori sono sistematicamente diseguali anche come classe lavoratrice, ad esempio, in termini di divisione sessuale del lavoro, salari e accesso al diritto stesso al lavoro retribuito); la discriminazione razziale è un altro esempio, sebbene non esclusivo, con l'abisso della tratta degli schiavi che merita una menzione a parte; e la condizione dei lavoratori nativi rispetto agli stranieri (o outsider), anch'essa non esclusiva, tra le altre disuguaglianze. Come opera questa stratificazione? Concedendo più diritti ad alcuni all'interno della classe lavoratrice rispetto ad altri, costringendoci così alla competizione. Esistono innumerevoli esempi di queste pratiche, dagli scioperi dei minatori di Berguedà, in Catalogna, dove i datori di lavoro approfittarono delle migrazioni interne per sostituire i lavoratori organizzati, al caso emblematico degli scioperi dei minatori di carbone americani del 1873, in cui gli scioperanti bianchi americani furono rimpiazzati da americani razzializzati e migranti italiani: entrambi gruppi con un potere organizzativo e di resistenza di gran lunga inferiore, poiché partivano da situazioni persino peggiori di quelle dei minatori in sciopero, per quanto difficile possa sembrare. Saïd Bouamama, nella sua opera fondamentale * Dalle classi pericolose al nemico interno *, cita numerosi casi di questo tipo.

Il programma del Partito dei Lavoratori Francese, elaborato da Jules Guesde e Paul Lafargue nel 1883, descriveva lo sfruttamento capitalistico della manodopera immigrata: «Per derubare di più i lavoratori francesi, gli industriali francesi ricorrono ai lavoratori stranieri. I lavoratori stranieri (belgi, tedeschi, italiani, spagnoli), cacciati dai loro paesi dalla povertà [...] sono condannati ad accettare le condizioni del datore di lavoro e a lavorare per salari che i lavoratori locali rifiutano».

Mettere a tacere le disuguaglianze all'interno della classe lavoratrice non le fa scomparire perché, contrariamente allo slogan, la realtà continua a esistere, ostinatamente, per quanto non venga nominata.

Se non comprendiamo e non osserviamo questo meccanismo, non possiamo né comprendere né resistere al capitalismo. Mettere a tacere la disuguaglianza all'interno della classe operaia non la fa scomparire perché, contrariamente allo slogan, la realtà persiste, ostinatamente, per quanto rimanga inespressa. Come nel resto della struttura sociale, gli strati superiori della classe operaia esercitano potere sugli strati inferiori e, come ogni altro strato superiore, controllano la narrazione e godono del privilegio dell'invisibilità. E abusano di questo potere quando negano la stratificazione nell'unico caso in cui negarla li avvantaggia: quando si tratta di sottolineare che il sistema stesso ci divide all'interno della classe operaia e ci pone in situazioni di disuguaglianza al suo interno. Engels la chiamava "l'aristocrazia operaia". Eventuali lamentele, per favore, vanno indirizzate a lui.

La regolarizzazione della popolazione migrante è una buona notizia per l'intera classe lavoratrice, poiché ci rafforza come classe, garantendo a un maggior numero di lavoratori il diritto di organizzarsi e di resistere agli abusi.

Conoscere, comprendere e smettere di mettere a tacere questo meccanismo è essenziale per capire (e far capire agli altri) che la regolarizzazione della popolazione migrante, ad esempio, è una buona notizia per l'intera classe lavoratrice, poiché ci rafforza come classe, dando a più lavoratori il diritto di organizzarsi e resistere agli abusi.

E serve anche, se posso aggiungere, a comprendere la disuguaglianza intrinseca alle migrazioni interne del modello di sviluppo franchista. Sessant'anni dopo, c'è ancora chi cerca di impedirci di studiarle perché "ehi! i poveri erano ovunque". E sì, certo, ma tra un povero che emigra e uno che rimane a casa c'è disuguaglianza: erano tutti lavoratori, erano tutti poveri, ma solo alcuni erano, e come altri lo sono oggi, migranti.

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Fonte: El Salto

Autore: Brigitte Vasallo

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Articolo tratto interamente da El Salto


La lotta fratricida che ha distrutto il futuro del Sudan


Articolo da Valigia Blu

A Berlino, nel giorno del terzo anniversario della guerra, António Guterres ha rimesso il Sudan davanti a una realtà che la diplomazia continua a rincorrere senza riuscire a cambiarla. Nel videomessaggio inviato alla Conferenza internazionale umanitaria per il Sudan, il segretario generale delle Nazioni Unite ha definito il conflitto una tragedia che ha devastato un paese “di immense promesse”, ha chiesto un cessate il fuoco immediato, la fine delle interferenze esterne e un percorso politico civile e inclusivo. "Sono profondamente preoccupato dal fatto che armi e combattenti continuino ad affluire in Sudan, consentendo al conflitto di protrarsi e di estendersi in tutto il paese", ha detto Guterres. 

Tre anni dopo l’inizio della guerra, il Sudan entra così nel suo quarto anno senza una via d’uscita e con un costo umano sempre più pesante. In vaste aree del paese lo Stato non protegge, non cura, non garantisce più nemmeno l’accesso regolare a cibo, acqua, servizi essenziali e sicurezza. Fame, persecuzioni e violenza sessuale fanno parte del modo in cui questa guerra viene combattuta.

Lo scontro tra il capo delle Forze armate sudanesi Abdel Fattah al-Burhan e il leader delle Forze di Supporto Rapido Mohamed Hamdan Dagalo, detto Hemedti, è esploso apertamente nell’aprile 2023, dopo mesi di tensioni. I due avevano già guidato insieme il colpo di Stato del 2021 che aveva travolto il governo di transizione nato dopo la rimozione di Omar al-Bashir. Da allora il paese è precipitato in una guerra che non ha prodotto né una vittoria né uno sbocco politico, ma solo una devastazione sempre più profonda .L’esercito controlla gran parte dell’est del Sudan, mentre le RSF mantengono il Darfur e parti del sud-est; nel frattempo la guerra con i droni ha aperto un’ulteriore fase di escalation, con almeno 700 civili uccisi nel solo 2026 secondo le Nazioni Unite.

Il Darfur resta il luogo in cui questa devastazione mostra il suo volto più feroce. A febbraio, la missione indipendente istituita dal Consiglio ONU per i diritti umani ha parlato di “segni distintivi del genocidio” per quanto accaduto a El Fasher, capitale del Darfur Settentrionale, e ha scritto che l’intento genocidario è l’unica conclusione possibile" da trarre dal modello di uccisioni etnicamente mirate, violenza sessuale e distruzione sistematica contro le comunità non arabe, in particolare Zaghawa e Fur. Nell’ottobre 2025, durante la presa della città da parte delle RSF, almeno 6 mila persone sarebbero state uccise in tre giorni.

In questo contesto, donne e ragazze continuano a pagare un prezzo altissimo. 12 milioni di persone sono a rischio di violenza sessuale e di genere, secondo Medici Senza Frontiere. Per l’ONG questi attacchi sono aumentati di oltre il 350 per cento dall’inizio della guerra. Tra gennaio 2024 e novembre 2025, nelle strutture sostenute dall’organizzazione in Darfur, sono state curate almeno 3.396 sopravvissute e sopravvissuti a violenze sessuali; nel 97 per cento dei casi si trattava di donne e ragazze. Già nel 2024 Human Rights Watch aveva documentato il ricorso alla schiavitù sessuale da parte di combattenti delle Forze di Supporto Rapido.

Quasi il 75 per cento della popolazione ha bisogno di aiuti, mentre milioni di persone sopravvivono con un solo pasto al giorno, secondo un rapporto pubblicato nei giorni scorsi da un gruppo di ONG. In Sudan 33,7 milioni di persone necessitano di assistenza umanitaria e 14 milioni sono state costrette a lasciare la propria casa. Il piano umanitario per il 2026 stima che 28,9 milioni di persone si trovino in condizioni di insicurezza alimentare acuta. In alcune aree del Darfur Settentrionale e del Kordofan la carestia è già stata segnalata, mentre le organizzazioni umanitarie raccontano di persone costrette a nutrirsi di foglie o mangimi per animali.

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Fonte: Valigia Blu

Autore: 

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Articolo tratto interamente da Valigia Blu


Il 25 aprile spiegato ai più piccoli

 Un breve filmato sul 25 aprile per i più piccoli.


Video credit Maestro Mirko caricato su YouTube


L'ultimo inverno, un cortometraggio che mette in evidenza la resistenza femminile


Oggi voglio presentarvi un corto che mette in evidenza la resistenza femminile, durante la seconda guerra mondiale.
Il film è diretto da Piero Orlandi, selezionato nel 2013 per il concorso internazionale A Film For Peace Festival 2013. Il corto è stato realizzato con il patrocinio dell' Anpi e il sostegno dell'associazione Linea Gotica Tirrenica.

Trama

Marzo 1945, Irma giovane staffetta Partigiana assieme ad altri suoi compagni, sta attraversando le Alpi Apuane cercando di raggiungere il confine per consegnare importanti documenti agli Alleati. Vengono però sorpresi da una pattuglia tedesca lungo il percorso, lei riesce a salvarsi solo perché è rimasta indietro rispetto agli altri, che cadono nell'agguato. Ha inizio così una lunga fuga per riuscire a sopravvivere.

Credits:

Regia Piero Orlandi Sceneggiatura Piero Orlandi e Lorenzo Martinelli
Operatore Arnaldo Gabrini
Assistente alla regia Giuseppe Bruno
Montaggio Arnaldo Gabrini
Direttore della Fotografia Piero Orlandi
Assistente Operatore Fabio Martinelli
Fonico di presa diretta Matteo Bigini
Costumi Sartoria Versilia 44 Trucco Giusy Bugliani
Musica Luca Tommasi
Direttore di Produzione Guido Pucciarelli
Produzione Stika production


Cast Artistico:

Maria Selene Mosti
Partigiana Livia Ilenia Ridolfi
Partigiana Irma Eleonora Tognotti
Ufficiale Tedesco Lorenzo Martinelli



Link per la visione: https://vimeo.com/75620573 - licenza: Creative Commons

L'ultimo inverno from Arnaldo Gabrini on Vimeo.

Il silenzio fiorisce di Aleksandr Aleksandrovič Blok


Il silenzio fiorisce 

Qui il silenzio fiorisce movendo

il pesante vascello dell’anima,

e il vento, cane docile, lambisce

i giunchi appena incurvati.

Qui il desiderio in un’insenatura

vuota fa attraccare i suoi vascelli.

E in questa quiete è dolce non sapere

dei murmuri lontani della terra.

Qui a lievi immagini, a lievi pensieri

io consacro i miei versi,

e con un languido fruscío li accolgono

le armoniose correnti del fiume.

Abbassando le ciglia con languore,

voi, fanciulle, nei versi avete letto

come le gru da una pagina all’altra

siano volate nella lontananza.

Ed ogni suono era per voi allusione

e sonava ineffabile ogni verso.

Ed amavate nell’ampia largura

delle mie rime scorrevoli.

E ciascuna per sempre ha conosciuto

e non potrà dimenticare mai

come baciava, come s’avvinghiava,

come cantava l’acqua silenziosa.

Aleksandr Aleksandrovič Blok


Dipinto del giorno

 


Dalila di Gustave Moreau


Molte persone...


"Molte persone vedono in me una certa solarità, ma quando verrò fuori con i miei pezzi potrebbero scoprire che racconto un mondo sofferto, oscuro e a volte anche aggressivo."

Giusy Ferreri



Un essere umano...


"Un essere umano è parte di un tutto che chiamiamo 'universo', una parte limitata nel tempo e nello spazio. Sperimenta se stesso, i pensieri e le sensazioni come qualcosa di separato dal resto, in quella che è una specie di illusione ottica della coscienza.
Questa illusione è una sorte di prigione che ci limita ai nostri desideri personali e all'affetto per le poche persone che ci sono più vicine.
Il nostro compito è quello di liberarci da questa prigione, allargando in centri concentrici la nostra compassione per abbracciare tutte le creature viventi e tutta la natura nella sua bellezza".


Albert Einstein



Quel mattino...

“Quel mattino fu come se recuperassi se non proprio la felicità, per lo meno l’energia, un’energia che assomigliava molto al buonumore, un buonumore che assomigliava molto alla memoria.” 

Roberto Bolaño


venerdì 17 aprile 2026

Sera d'aprile di Antonia Pozzi



Sera d'aprile

Batte la luna soavemente
Di là dai vetri
Sul mio vaso di primule:
senza vederla la penso
come una grande primula anch’essa stupita
sola
nel prato azzurro del cielo.

Antonia Pozzi


E ci sono state mille cose che non ho scelto...


 

"E ci sono state mille cose che non ho scelto.

Che mi sono arrivate all'improvviso

e mi hanno trasformato la vita.

Cose buone e cattive che non stavo cercando,

sentieri che mi sono perso.

Una vita che non mi aspettavo.

E ho scelto almeno come viverla.

Ho scelto i sogni per decorarla,

la speranza di sostenerla,

il coraggio di affrontarla."

Rudyard Kipling


Citazione del giorno

 

"Più vivo, più sono convinto che questo pianeta sia usato da altri pianeti come manicomio dell'universo."

George Bernard Shaw


Committee to Protect Journalists (CPJ): l'UE deve sospendere l'accordo con Israele a causa delle violazioni a Gaza e in Cisgiordania



Articolo da CPJ

Questo articolo è stato tradotto automaticamente. La traduzione rende il senso dell’articolo, tuttavia consigliamo di leggere il testo originale su CPJ

Bruxelles, 17 aprile 2026 – I funzionari dell'Unione europea e i ministri degli esteri dovrebbero chiedere la sospensione totale o parziale dell'accordo di associazione UE-Israele durante il prossimo Consiglio Affari Esteri del 21 aprile, ha dichiarato venerdì il Comitato per la protezione dei giornalisti.

L'accordo definisce il quadro giuridico e istituzionale dell'UE per il dialogo politico e la cooperazione economica con Israele, includendo il rispetto dei diritti umani come elemento essenziale.

Israele ha messo in atto la più letale e deliberata operazione per uccidere e mettere a tacere i giornalisti che il CPJ abbia mai documentato. I giornalisti palestinesi vengono minacciati, presi di mira direttamente e assassinati dalle Forze di Difesa Israeliane, e vengono arbitrariamente detenuti e torturati come rappresaglia per il loro lavoro. Le infrastrutture mediatiche a Gaza vengono sistematicamente distrutte e la censura è stata inasprita in tutta la Cisgiordania, a Gerusalemme e in Israele, bloccando anche l'accesso indipendente dei media internazionali a Gaza. 

Una proposta formale avanzata dalla Commissione europea nel settembre 2025 per sospendere alcune disposizioni dell'accordo di associazione relative al commercio non ha ricevuto un sostegno sufficiente da parte degli Stati membri dell'UE. 

"L'Unione Europea non è riuscita a chiedere conto a Israele per aver messo a tacere i giornalisti e per aver violato il diritto internazionale", ha dichiarato Tom Gibson, vicedirettore per le attività di advocacy dell'UE. "I nostri appelli a sospendere l'accordo di associazione UE-Israele sono stati ignorati da alcuni Stati membri per troppo tempo. Ora è il momento di usare la leva unica dell'UE per garantire finalmente giustizia e responsabilità". 

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Fonte: CPJ

Autore: CPJ

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Articolo tratto interamente da CPJ


I prigionieri palestinesi vivono di speranza. La pena di morte in Israele mira a distruggerla



Articolo da Truthout

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Nella Giornata dei prigionieri palestinesi, la nuova legge sulla pena di morte non fa che acuire la dolorosa realtà di chi ha cari incarcerati.

Il 30 marzo 2026, il ministro israeliano della Sicurezza nazionale Itamar Ben-Gvir, con al dito una spilla dorata a forma di cappio, ha stappato una bottiglia di champagne brindando all'approvazione da parte della Knesset israeliana di una legge che rende la pena di morte la punizione predefinita per i palestinesi condannati per "attacchi terroristici", con il pretesto di "negare l'esistenza dello Stato di Israele".

Il disegno di legge, approvato con 62 voti a favore, 47 contrari e un'astensione, prevede l'esecuzione per impiccagione entro 90 giorni dalla condanna del condannato da parte dei tribunali militari israeliani. L'organizzazione israeliana per i diritti umani B'Tselem sottolinea che questi tribunali hanno un tasso di condanna del 96% per i palestinesi. Al contrario, gli ebrei israeliani condannati per gli stessi reati contro i palestinesi vengono processati nei tribunali civili, rischiando al massimo pene detentive o addirittura l'assoluzione.

Il fatto di sancire per legge questa differenza di rigore nelle sentenze rappresenta un'ulteriore forma di discriminazione etnica a livello nazionale, in cui due popolazioni – occupanti e occupati – che vivono sullo stesso territorio sono soggette a sistemi giudiziari nettamente differenti: civile e militare. Ciò costituisce una flagrante violazione dell'articolo 7 della Dichiarazione universale dei diritti umani , che afferma che "tutti sono uguali davanti alla legge".

Mohammad Diab, eminente esperto di politica di Gaza, scrittore e docente presso il dipartimento di giornalismo dell'Università Aperta di Al-Quds, sottolinea inoltre che, secondo il diritto internazionale, è illegale per una potenza occupante imporre nuove leggi nazionali sui territori occupati.

Tuttavia, questa legislazione non è solo un sintomo delle recenti e drammatiche escalation in corso in Palestina. Piuttosto, si inserisce in un quadro giuridico consolidato che risale al Mandato britannico per la Palestina.

Riflettendo sulla recente sentenza, Hekmat Yusuf, giornalista e scrittore politico di 43 anni, ha dichiarato a Truthout : "La storia testimonia metodi innegabili di uccisione arbitraria". Durante la grande intifada palestinese del 1936-1939, ha sottolineato Yusuf, il Mandato britannico per la Palestina "utilizzava le esecuzioni di palestinesi come strumento di deterrenza, proprio come gli israeliani giustificano oggi questa legge per dissuadere i palestinesi".

«Il paragone non riguarda il metodo, ma la filosofia stessa che lo sottende. Imporre accuse e pene giudiziarie massime diventa parte integrante della sottomissione e della punizione dei palestinesi», ha aggiunto Yusuf. «Da questo punto di vista, l'oppressore può cambiare, ma lo schema rimane lo stesso, e i palestinesi sono gli unici a pagarne il prezzo più alto».

Nel corso dell'ultimo secolo si è assistito a una tendenza globale verso l'abolizione della pena di morte e la salvaguardia del diritto alla vita, sancito dalle Convenzioni di Ginevra. Secondo Amnesty International, entro il 2017 ben 142 Paesi avevano abolito la pena di morte, per legge o nella pratica.

In Israele, l'ultima esecuzione di un non palestinese risale al 1962. Nel frattempo, l'uccisione dei palestinesi non si è mai fermata. Anzi, è diventata istituzionalizzata.

Oltre alle migliaia di vite spezzate durante due anni di genocidio, più di 9.000 palestinesi sono stati arrestati da Israele dal 2023. Hanno subito torture strazianti, isolamento, abusi sessuali, privazione di coperte, cibo e acqua potabile, e negligenza nell'assistenza medica nelle famigerate prigioni israeliane. Almeno 88 detenuti sono morti a causa di queste violenze.

"La legge israeliana sulla pena di morte non è un dettaglio passeggero in un gioco di interessi politici", ha dichiarato Diab a Truthout. "Riflette un momento pericoloso e intenzioni aberranti radicate nella mentalità e nella struttura dell'ordine politico israeliano, nonché nella visione degli estremisti di destra nei confronti dei palestinesi e della loro resistenza per la libertà".

«Nella sua forma attuale, la legge ha gravemente limitato la capacità dei tribunali militari di intervenire, sia mitigando la pena, sia ritardandone l'esecuzione, sia concedendo nuovi processi», ha aggiunto Diab. «Questa legge si sta intrecciando con la legge antiterrorismo, prevedendo chiaramente delle eccezioni per i coloni ebrei che commettono omicidi come stile di vita».

"Questo potrebbe aprire una piccola lacuna legale per l'Alta Corte, che potrebbe così annullare la legge o sospenderne l'attuazione", ha osservato.

La destra israeliana persegue da tempo questa legge. Fu proposta per la prima volta nel 2017 e poi di nuovo nel 2022. Nel 2023, Ben-Gvir, leader di Otzma Yehudit (Partito del Potere Ebraico), pose come condizione per l'ingresso del partito nella coalizione di governo di Benjamin Netanyahu l'approvazione della legge.

"Il contesto di questa legge risiede nel soddisfare le richieste della coalizione politica con l'estrema destra", ha spiegato Diab. "Il sangue palestinese è diventato la merce di scambio utilizzata per risolvere le rivendicazioni politiche israeliane".

"Israele ha approfittato di un mondo preoccupato dal caos in Medio Oriente per rendere pubblica e formalizzare questa legge", ha affermato Yusuf. "È importante sottolineare che ciò che un tempo era impossibile da dichiarare pubblicamente ora è reso possibile con il via libera ufficiale".

"Stiamo assistendo a un vero e proprio contraccolpo politico coloniale nella storia", ha aggiunto.

Anche il linguaggio stesso è tendenzioso, attentamente studiato per favorire un gruppo rispetto a un altro. Gli israeliani detenuti da Hamas vengono costantemente definiti "ostaggi", mentre i palestinesi arbitrariamente detenuti vengono etichettati come "prigionieri", come se ne fossero in qualche modo responsabili.

Per Naji Aljafarawi, ex detenuto rilasciato proprio il giorno in cui suo fratello, l'intrepido giornalista Saleh Aljafarawi, fu ucciso da bande sostenute da Israele, il significato di libertà si è sgretolato nel momento in cui ha appreso della morte del fratello.

"Qui a Gaza non c'è gioia pura", disse con angoscia.

"Non mi ha sorpreso che le forze israeliane abbiano legalizzato la legge sulla pena di morte", ha dichiarato Aljafarawi a Truthout . "Si tratta di un nemico crudele, sanguinario e tirannico".

Ha trascorso quasi due anni in detenzione in Israele, sopportando condizioni strazianti. "Allora credevamo che la morte fosse più misericordiosa che rimanere in vita ed essere torturati ogni giorno con metodi sempre diversi", ha ricordato Aljafarawi ripensando al periodo trascorso in prigione. "Ci dicevano: 'Non vi permetteremo di morire così facilmente. Non vi concederemo questo lusso. La morte è misericordia per voi. Vi spingeremo al limite, poi vi tireremo indietro'".

«Oltre alla tortura fisica, si trasforma in un sadico gioco psicologico», ha spiegato. «Io stesso ho sofferto, disperato e bisognoso di cure mediche adeguate. Solo quando sono caduto in coma, quando stavo morendo, mi hanno finalmente ricoverato in ospedale».

Ja'farawi non riesce a comprendere questa legge, né ad accettarla. Proseguì, con la voce rotta dall'emozione: "Ho pianto per giorni, pensando ai miei compagni ancora lì, che sognavano giorno e notte il momento della libertà, il giorno del ricongiungimento con le loro famiglie, il giorno in cui avrebbero finalmente potuto riabbracciare la terra di Gaza".

Aljafarawi ha riassunto la situazione in poche parole: "La speranza, la convinzione che ci sia una luce in fondo al tunnel, che la libertà alla fine arriverà, è l'ossigeno che li tiene in vita". Fece una pausa, poi aggiunse con voce tremante: "E per le loro famiglie, la speranza è l'anima che li sostiene. Ma ora, la speranza stessa viene uccisa".

Ola Jouher è la moglie di Jihad Abu Mrahil, detenuto da nove mesi, e madre di tre figli: Muhammad, morto a un mese di età; Jannah, deceduta per inalazione di gas tossici durante il genocidio; e Sham, che ora ha un anno e mezzo. "Mio marito è stato arrestato presso il controverso punto di distribuzione della Gaza Humanitarian Foundation, insieme ad altre cinque persone, quando si è avventurato fuori – come molti altri – per portarci del cibo, mentre la fame continua a imperversare", ha raccontato a Truthout.

Jouher ha perso la sua casa all'inizio del genocidio ed è stata sfollata innumerevoli volte; l'assenza del marito ha lasciato una ferita profonda e un peso enorme sulla coscienza. "Mia figlia conosce suo padre solo attraverso la sua foto sullo schermo", si è lamentata. "Continua a chiedere: 'È mio padre? Dov'è adesso?'"

Con voce tremante, Jouher ha continuato: "Essere solo, [fare] da padre e da madre a una bambina piccola, in mezzo a un genocidio, allo scoppio di malattie e alla carestia è estremamente difficile. Ma cerco di tenerla a galla."

La ricerca del marito da parte di Jouher è iniziata quando si è rivolta ad associazioni di sostegno ai prigionieri e per i diritti umani, nonché al Comitato Internazionale della Croce Rossa, per scoprire se fosse stato arrestato o ucciso dalle forze israeliane.

«Mi hanno raccontato che mio marito Jihad è stato sottoposto a torture: prima è stato internato nel carcere di Sde Teiman, poi trasferito in quello di Ashkelon e infine in quello di Al-Naqab, tutti tristemente noti», ha ricordato. «Ogni volta che sento i racconti degli ex detenuti su questi carceri, non riesco a chiudere occhio per giorni, per lo shock e la preoccupazione per mio marito».

Jouher teneva costantemente aggiornato il marito sulla crescita della figlia, sui suoi traguardi, sulle sue preoccupazioni e sulle sue difficoltà quotidiane. "Gli scrivevo sulla tela della tenda, piangendo, lamentandomi, brontolando e parlando come se lui fosse lì." Fece una pausa, poi con voce rotta disse: "La jihad è la mia anima, e quando l'ho perso, ho perso la mia anima."

Alla fine, Jouher si è messa in contatto con la Commissione palestinese per gli affari dei detenuti e degli ex detenuti, che ha cercato di assegnare un avvocato a suo marito, senza però riuscirci. Ciononostante, è riuscita a mandargli un messaggio: "Tua moglie e tua figlia sono vive".

«L'avvocato mi ha detto che Jihad era stato informato che la sua famiglia a Gaza era stata uccisa e, quando ha saputo la verità, non avrebbe potuto essere più felice», ha ricordato. «Mi ha chiesto di Sham, se avesse iniziato a camminare e a parlare».

Jouher ha condiviso senza esitazione il suo punto di vista sulla legge sulla pena di morte, affermando: "Non riesco a convincermi di essa, forse non ci proverei nemmeno. Ho un forte yaqin, una profonda convinzione, che Dio non ci abbandoni, né abbandoni loro né le loro famiglie".

«Solo pochi giorni fa sono andata al mercato a comprargli vestiti e le cose che gli piacciono, così che quando verrà rilasciato troverà tutto preparato con cura», ha aggiunto con pacato ottimismo. «Credo, nel profondo del mio cuore, che verrà liberato».

Jouher ha concluso il suo intervento esortando il mondo a rivolgere l'attenzione ai prigionieri palestinesi, a dare voce alle loro istanze e a difendere il loro inalienabile diritto alla vita.

Molte organizzazioni internazionali per i diritti umani, come Amnesty International, insieme a governi stranieri come il Regno Unito, la Francia, la Germania e l'Italia, oltre all'Autorità Palestinese, hanno chiesto l'abrogazione della legge israeliana, denunciandola come una legge brutale e razzista. Tuttavia, sia Yusuf che Diab esprimono la preoccupazione che questa legge possa essere il preludio a ulteriori violazioni da parte di Israele, più gravi e più aggressive.

Oggi, 17 aprile, si celebra la Giornata dei Prigionieri Palestinesi, in cui i palestinesi commemorano la memoria di coloro che sono detenuti nelle carceri israeliane e si battono per la loro libertà. Quest'anno, la nuova pena di morte in Israele pesa in modo particolare sulla comunità palestinese, mentre lottiamo per la liberazione dei nostri cari rinchiusi dietro le sbarre.

Questa legge non deve entrare in vigore. La speranza non deve essere giustiziata.

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Fonte: Truthout

Autore: Hend Salama Abo Helow

Articolo tratto interamente da Truthout