Un breve filmato sul 25 aprile per i più piccoli.
sabato 18 aprile 2026
L'ultimo inverno, un cortometraggio che mette in evidenza la resistenza femminile
Oggi voglio presentarvi un corto che mette in evidenza la resistenza femminile, durante la seconda guerra mondiale.
Il film è diretto da Piero Orlandi, selezionato nel 2013 per il concorso internazionale A Film For Peace Festival 2013. Il corto è stato realizzato con il patrocinio dell' Anpi e il sostegno dell'associazione Linea Gotica Tirrenica.
Trama
Marzo 1945, Irma giovane staffetta Partigiana assieme ad altri suoi compagni, sta attraversando le Alpi Apuane cercando di raggiungere il confine per consegnare importanti documenti agli Alleati. Vengono però sorpresi da una pattuglia tedesca lungo il percorso, lei riesce a salvarsi solo perché è rimasta indietro rispetto agli altri, che cadono nell'agguato. Ha inizio così una lunga fuga per riuscire a sopravvivere.
Credits:
Regia Piero Orlandi Sceneggiatura Piero Orlandi e Lorenzo Martinelli
Operatore Arnaldo Gabrini
Assistente alla regia Giuseppe Bruno
Montaggio Arnaldo Gabrini
Direttore della Fotografia Piero Orlandi
Assistente Operatore Fabio Martinelli
Fonico di presa diretta Matteo Bigini
Costumi Sartoria Versilia 44 Trucco Giusy Bugliani
Musica Luca Tommasi
Direttore di Produzione Guido Pucciarelli
Produzione Stika production
Cast Artistico:
Maria Selene Mosti
Partigiana Livia Ilenia Ridolfi
Partigiana Irma Eleonora Tognotti
Ufficiale Tedesco Lorenzo Martinelli
Link per la visione: https://vimeo.com/75620573 - licenza: Creative Commons
L'ultimo inverno from Arnaldo Gabrini on Vimeo.
giovedì 16 aprile 2026
Resistenza: Gabriella degli Esposti
Articolo da Pasionaria.it
Chi è: Gabriella Degli Esposti, nome di battaglia Balella, coordinatrice partigiana della Quarta Zona, nata a Calcara di Crespellano (Bologna) nel 1912 e morta a San Cesario sul Panaro (Modena) nel 1944.
Cosa ha fatto: Gabriella Degli Esposti nacque in una famiglia contadina emiliana dalle idee socialiste. Casalinga e madre di due bambine, si sposò con Bruno Reverberi, mastro casaro comunista, tra i primi organizzatori del movimento partigiano locale. Col marito ha in comune idee e lotte, tanto da decidere di rendere disponibile la propria casa come base partigiana della Quarta Zona.
Ma Gabriella “Balella” scende anche in campo personalmente con azioni di sabotaggio e impegnandosi soprattutto nell’organizzazione dei primi Gruppi di Difesa della Donna (Gdd), il cui obiettivo è promuovere la Resistenza e offrire assistenza ai combattenti e alle loro famiglie. I Ggd furono un’organizzazione unitaria di donne che condividevano l’obiettivo comune della lotta al nazifascismo ma anche le lotte fondamentali per l’emancipazione femminile, non solo come ausiliarie ma come agenti attive e partecipi alla Resistenza, con ogni mezzo a loro disposizione.
Dal 13 al 29 luglio del 1944, grazie al lavoro d’esortazione dei Ggd, Balella – incinta del terzo figlio – guida un centinaio di donne in piazza, a Castelfranco Emilia, per manifestare contro la guerra e opporsi alla scarsità di alimenti. Viene individuata come responsabile della manifestazione e minacciata di morte.
Qualche mese dopo, il 13 dicembre, un reparto di SS e fascisti attuò un grande rastrellamento nella zona. La prima casa raggiunta è proprio quella di Gabriella Degli Esposti, che, fingendosi una sfollata, depista le SS. Dopo aver avvisato tutti i partigiani della zona del pericolo incombente, Balella affida la figlia più piccola a una sfollata e attende il ritorno dei nazisti, che – scoperto l’inganno – non tardano a giungere.
Gabriella viene strappata alla figlia più grande e interrogata: nega di sapere dove si trova il marito e di conoscere preziose informazioni e, nonostante la gravidanza, viene picchiata a sangue di fronte alla bambina. Portata via, per giorni interi verrà sottoposta a interrogatori serrati e torture atroci insieme ad altri antifascisti. Nessuno parla. Nel pomeriggio del 17 dicembre vengono tutti fucilati sul fiume Panaro e abbandonati nella neve che pian piano si adagia sui loro cadaveri.
Solo giorni dopo si viene a sapere dell’orrendo massacro celato dalla neve: nove uomini e una donna incinta barbaramente uccisi a fucilate. Lei, Gabriella Degli Esposti, orribilmente mutilata. Quel ventre in attesa, squarciato, il volto dissidente senza più gli occhi, i seni tagliati.
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Fonte: Pasionaria.it
Autore: Silvia Palmas
Licenza:

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Articolo tratto interamente da Pasionaria.it
Questo blog è antifascista!
Io non amo il fascismo e le dittature, se volete inserire un banner, vi ricordo questa iniziativa.
La Resistenza
"La Resistenza, non bisogna mai dimenticarlo, non si può ridurre alla sola azione armata, non è solo una storia militare, ma è stata una lunga catena di solidarietà tra uomini e donne che in modi diversi hanno dato il loro fondamentale contributo."
Iqbal Masih: la voce di un eroe bambino nella lotta contro il lavoro minorile

Iqbal Masih, nato il 1º gennaio 1983 a Muridke, Pakistan, è diventato un simbolo internazionale della lotta contro il lavoro minorile. La sua storia è quella di coraggio e determinazione, che ha ispirato e continua a ispirare milioni di persone in tutto il mondo.
Fin dalla tenera età di quattro anni, Iqbal fu costretto a lavorare in condizioni inumane in una fabbrica di tappeti, dove le lunghe ore e le dure condizioni di lavoro hanno impedito una buona crescita. Venduto da suo padre per meno di 8.20 dollari americani per saldare un debito, Iqbal ha vissuto una vita di schiavitù fino al suo coraggioso atto di ribellione nel 1992.
Dopo essere fuggito dalla fabbrica di tappeti, Iqbal si unì al Bonded Labour Liberation Front (BLLF), un'organizzazione che lottava per i diritti dei bambini lavoratori e che contribuì all'approvazione del Bonded Labor System Abolition Act nel Pakistan. La sua voce divenne sempre più forte e influente, portando alla chiusura di numerose fabbriche di tappeti e alla liberazione di migliaia di bambini dalla schiavitù.
Iqbal viaggiò in tutto il mondo, partecipando a diverse conferenze e sensibilizzando l'opinione pubblica sui diritti negati dei bambini lavoratori.
Tragicamente, la vita di Iqbal si concluse il 16 aprile 1995, quando fu assassinato a soli 12 anni. La sua morte ha scosso il mondo e ha rafforzato la determinazione di molti a continuare la lotta contro il lavoro minorile. In suo onore, molte scuole sono state dedicate a Iqbal, e la sua storia è stata raccontata in libri e film, assicurando che il suo spirito combattivo viva per sempre.
La storia di Iqbal Masih è un promemoria potente e doloroso che il lavoro minorile è una realtà crudele che ancora oggi affligge milioni di bambini in tutto il mondo. La sua vita e il suo sacrificio ci ricordano che ogni bambino merita l'opportunità di crescere, imparare e sognare in un ambiente sicuro e amorevole. La lotta di Iqbal non è stata vana; ha acceso una fiamma di speranza e cambiamento che continua a bruciare luminosa.
L'autore di questo post, si è riservato il diritto di restare in anonimato, quindi non verrà rivelata l'identità e la fonte.
mercoledì 15 aprile 2026
15 aprile 2019 – Un incendio divampa nella cattedrale di Notre-Dame a Parigi
Articolo da Wikipedia, l'enciclopedia libera
L'incendio della cattedrale di Notre-Dame è avvenuto nella cattedrale di Notre-Dame di Parigi tra il 15 ed il 16 aprile 2019.
L'evento ha provocato all'edificio danni significativi, tra cui la distruzione del tetto e della guglia e il crollo di alcune volte sottostanti, oltre al ferimento di due agenti di polizia e un vigile del fuoco intervenuti per spegnere il fuoco e a chiudere l'area.
La cattedrale di Notre-Dame de Paris è il più importante luogo di culto cattolico di Parigi ed uno dei più noti del mondo, nonché uno dei monumenti più famosi della capitale francese. Costruita tra il XII e il XIV secolo sull'Île de la Cité, nel cuore della città, è stata oggetto di importanti interventi e ricostruzioni nel XIX secolo[1].
La cattedrale non era mai stata precedentemente colpita da un incendio.[2] Negli spazi del sottotetto, soprannominato "la foresta" per la struttura molto intricata, non era mai stata portata la corrente elettrica proprio allo scopo di limitare il rischio di incendio.[3]
Lavori di restauro
Nel mese di aprile del 2019, da diversi mesi parte del monumento era in restauro, soprattutto per ripulire e consolidare la parte esterna della guglia (flèche, in francese), annerita dall'inquinamento, e una serie di sculture metalliche ossidate.[4]
Lo Stato aveva finanziato 2,5 milioni di euro per il restauro della flèche, una somma che Monsignor Patrick Chauvet, rettore della cattedrale all'epoca, aveva ritenuto insufficiente per coprire tutti i lavori di ristrutturazione[5].
Benjamin Mouton, responsabile dell'architettura dei sistemi di sicurezza della cattedrale dal 2000 al 2013, ha dichiarato che quando gli era stato affidato l'incarico non era mai stata svolta una valutazione dei rischi di incendio.
A causa della struttura del tetto, fu impossibile installare dei moderni sistemi antincendio e si decise di affidarsi a un sistema di sensori di fumo e di allarmi, nonché sulla presenza costante di addetti alla sorveglianza[6].
L'incendio è scoppiato alle 18:45 del giorno di lunedì 15 aprile 2019, all'inizio della Settimana Santa[7][8], ed ha avuto origine nel sottotetto alla base della flèche, progettata dall'architetto Viollet-le-Duc, composto da 500 tonnellate di legno e 250 tonnellate di piombo, che sormonta i transetti che lo attraversano e culmina a 93 metri.[9]
Secondo i vigili del fuoco, le fiamme si sono avviate su un ponteggio installato sul tetto dell'edificio.
Le fiamme si sono poi diffuse velocemente, raggiungendo l'intero tetto e distruggendo la struttura, la più antica di Parigi, costruita con il legno di 1.300 querce, 21 ettari di foresta, venendo domate solo dopo poco più di 15 ore.[10][11]
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Photo credit LeLaisserPasserA38, CC BY-SA 4.0, via Wikimedia Commons
domenica 12 aprile 2026
La Resistenza che molti fingono di non ricordare
C’è una parte d’Italia che continua a dare fastidio.
Non perché sia rumorosa o aggressiva, ma perché ci ricorda una cosa semplice e scomoda: la libertà non è arrivata da sola. E allora, per comodità o per pigrizia, molti preferiscono metterla da parte, come un capitolo che non serve più.
La Resistenza italiana non è fatta solo di nomi scolpiti sulle lapidi. È fatta di persone comuni, spesso invisibili, che decisero di non obbedire a un regime e a un’occupazione. Eppure oggi, in un Paese che si definisce “smemorato” quasi con orgoglio, quella storia viene trattata come un dettaglio, un fastidio, qualcosa da archiviare in fretta.
Si sente dire: “È passato tanto tempo”. Oppure: “Erano altri contesti”. O ancora: “Non serve più parlarne”. Comodo, no? Così nessuno deve ricordare che c’è stato chi ha rischiato tutto mentre altri hanno preferito guardare altrove.
La verità è che la Resistenza mette a disagio. Ricorda che la libertà richiede coraggio, responsabilità, scelte difficili. E questo, oggi, non piace a molti. Meglio ridurre tutto a una ricorrenza, a un mazzo di fiori, a un post di circostanza.
Ma la memoria non è un rituale. È un dovere civile. E se la dimentichiamo, non stiamo “superando il passato”. Stiamo solo lasciando spazio a chi quel passato vorrebbe riscriverlo.
La Resistenza non è un mito da museo. È un promemoria scomodo. Ed è proprio per questo che tanti preferiscono ignorarlo.
Autore: Spartaco
Immagine generata con intelligenza artificiale
L'ultima lettera di Giacomo Ulivi
Articolo da Ultime lettere di condannati a morte e di deportati della Resistenza italiana
Cari amici,
vi vorrei confessare innanzi tutto, che tre volte ho strappato e scritto questa
lettera. L’avevo iniziata con uno sguardo in giro, con un sincero rimpianto per le rovine
che ci circondano, ma, nel passare da questo argomento di cui desidero parlarvi, temevo
di apparire "falso", di inzuccherare con un patetico preambolo una pillola propagandistica.
E questa parola temo come un’offesa immeritata: non si tratta di propaganda ma di un esame
che vorrei fare con voi.
Invece dobbiamo guardare ed esaminare insieme: che cosa? Noi stessi. Per abituarci a
vedere in noi la parte di responsabilità che abbiamo dei nostri mali. Per riconoscere quan-
to da parte nostra si è fatto, per giungere ove siamo giunti. Non voglio sembrarvi un Savo-
narola che richiami il flagello. Vorrei che con me conveniste quanto ci sentiamo imprepara-
ti, e gravati di recenti errori, e pensassimo al fatto che tutto noi dobbiamo rifare. Tutto
dalle case alle ferrovie, dai porti alle centrali elettriche, dall’industria ai campi di grano.
Ma soprattutto, vedete, dobbiamo fare noi stessi: è la premessa per tutto il
resto. Mi chiederete: perché rifare noi stessi, in che senso? Ecco per esempio, quanti di
noi sperano nella fine di questi casi tremendi, per iniziare una laboriosa e quieta vita,
dedicata alla famiglia e al lavoro? Benissimo: è un sentimento generale, diffuso e soddi-
sfacente. Ma, credo, lavorare non basterà; e nel desiderio invincibile di "quiete", an-
che se laboriosa è il segno dell’errore. Perché in questo bisogno di quiete è il tentativo di allontanarsi il più possibile da ogni manifestazione politica. È il tremendo, il più
terribile, credetemi, risultato di un’opera di diseducazione ventennale, di diseducazione
o di educazione negativa, che martellando per vent’anni da ogni lato è riuscita ad inchio-
dare in molti di noi dei pregiudizi. Fondamentale quello della "sporcizia" della politica, che mi sembra sia stato ispirato per due vie. Tutti i giorni ci hanno detto che la politica è un lavoro di "specialisti".
Duro lavoro, che ha le sue esigenze: e queste esigenze, come ogni giorno si vedeva, era-
no stranamente consimili a quelle che stanno alla base dell’opera di qualunque ladro e gras-
satore. Teoria e pratica concorsero a distoglierci e ad allontanarci da ogni
attività politica. Comodo, eh? Lasciate fare a chi può e deve; voi lavorate e credete, que-
sto dicevano: e quello che facevano lo vediamo ora, che nella vita politica – se vita poli-
tica vuol dire soprattutto diretta partecipazione ai casi nostri - ci siamo stati scaraventati dagli eventi. Qui sta la nostra colpa, io credo: come mai, noi italiani, con tanti seco-
li di esperienza, usciti da un meraviglioso processo di liberazione, in cui non altri che i
nostri nonni dettero prova di qualità uniche in Europa, di un attaccamento alla cosa pubbli-
ca, il che vuol dire a sé stessi, senza esempio forse, abbiamo abdicato, lasciato ogni dirit-
to, di fronte a qualche vacua, rimbombante parola? Che cosa abbiamo creduto? Creduto gra-
zie al cielo niente ma in ogni modo ci siamo lasciati strappare di mano tutto, da una minoran-
za inadeguata, moralmente e intellettualmente.
Questa ci ha depredato, buttato in un’avventura senza fine; e questo è il lato più
"roseo", io credo: Il brutto è che le parole e gli atti di quella minoranza hanno
[Pagina 2]
La storia di Nicolina Soave
Articolo da Enciclopedia delle donne
Nicolina Soave nasce il 28 marzo 1926 a Santo Stefano Belbo. Suo padre, Antonio Soave, è un ex ferroviere della stazione di Porta Susa. Licenziato per non aver voluto prendere la tessera del fascio, torna nel Monferrato e si sposa con Alessandra Molinaris.
Nicolina cresce immersa nell’antifascismo. Antonio fa il cestaio in casa, e mentre lavora canta “bandiera rossa”, che la bambina impara in fretta. Sandra ha paura, corre a chiudere le finestre, teme che qualcuno, fuori, possa sentirli e denunciarli come sovversivi. La domenica si riunisce con due compagni a casa, e Sandra manda lei e il suo fratellino Francesco fuori, a fare le sentinelle.
Papà Toni esce poco di casa, forse perché schedato, forse perché ciò che si trova oltre il cortile di casa non è poi così bello. Nicolina prega Dio che il Duce muoia prima di suo padre, lo vede sempre più silenzioso, taciturno.
Quando arriva il 25 aprile 1943 pare rianimarsi, ma poco dopo perde le speranze. Il Regime sembra immortale, pare impossibile possa cadere.
Dopo l’8 settembre, casa Soave ospita due cugini Molinaris, Vincenzo e Paolo. Vincenzo salirà in collina col gruppo di Rocca, e prenderà come nome di battaglia Tom. Paolo opterà per la divisione badogliana di Poli (il comandante Nord di Fenoglio) e diventerà Orlando. Sarà Tom a presentarsi una sera a casa Soave con Giovanni Rocca Primo, capo della 78° brigata Devic, futuro comandante della IX Divisione Garibaldi Alarico Imerito. I rossi. Papà Toni si innamora di quei ragazzi, apre loro la casa che diventa un centro di ritrovo per ascoltare insieme Radio Londra. È in uno di questi ritrovi che si parla di una pistola che bisogna prelevare a Canelli e portare ai Caffi; le armi scarseggiano e anche una pistola è fondamentale per equipaggiare chi prende le vie della collina.
«Lo faccio io!» urla Nicolina, e quell’incarico che si è scelta non l’ha mai più lasciato. Ha solo diciassette anni.
Va a Canelli, prende la pistola, se la lega sotto la camicetta. Nel ritorno viene fermata a un posto di blocco fascista. I ragazzi la conoscono, si mettono a farle la corte. Lei sente la pistola sporgerle da sotto i vestiti. Riesce a liquidarli prima che la scoprano.
Da quel momento diventa la partigiana di Rocca, è a lui che risponde, da cui prende direttamente gli ordini. Porta armi, ragazzi, pacchetti di sigarette, messaggi. È brava, furba. Forse troppo.
I nazifascisti l’arrestano una prima volta nell’agosto 1944. Nicolina è con la sua amica Claudia Perini, sfollata da Genova per sfuggire ai bombardamenti, anche lei partigiana di Rocca. Vengono rilasciate dopo poco.
Con l’inizio dell’autunno le divisioni si rafforzano, si infoltiscono. La IX divisione si raggruppa in tre brigate principali, la 78, la 101, la 102. Dopo dure battaglie, con l’alleanza della II Divisione Langhe, riescono a liberare la zona del Monferrato e fondare la Repubblica. E per un mese quasi ci si scorda che ci sia la guerra. A meno fin quando Mirko, il ragazzo di cui si è innamorata, muore in un incidente in sidecar. Nicolina, per onorare la sua memoria, prende come nome di battaglia Mirka.
Nicolina e Claudia diventano le telefoniste di Santo Stefano, tengono i contatti con le altre città liberate. Quando i nazifascisti, il 2 dicembre, pongono fine alla Repubblica e cominciano a rastrellare la zona, le ragazze sono state schedate.
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Fonte: Enciclopedia delle donne
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Articolo tratto interamente da Enciclopedia delle donne
Libere sempre
"Libere sempre": il video-omaggio alle partigiane.
Ideato e prodotto dal Coordinamento donne ANPI.Libere sempre from ANPI on Vimeo.
Video credit ANPI caricato su Vimeo - licenza: Creative Commons
Che cos'è l'ANPI?"
Credits:
Infografica realizzata da Kiné soc. coop. per l'ANPI di Colle Val d'Elsa.
Video credit ANPI Colle Val d'Elsa caricato su YouTube - licenza: Creative Commons
sabato 11 aprile 2026
Lo Stretto di Hormuz, Porta del Grande Mare
Articolo da Tricontinental: Institute for Social Research
Questo articolo è stato tradotto automaticamente. La traduzione rende il senso dell’articolo, tuttavia consigliamo di leggere il testo originale su Tricontinental: Institute for Social Research
La guerra tra Stati Uniti e Israele contro l'Iran ha trasformato lo Stretto di Hormuz in un punto nevralgico per l'economia mondiale, con le conseguenze più gravi che ricadono non sulle nazioni potenti, ma su quelle più povere del Sud del mondo.
Cari amici,
Un saluto dalla redazione di Tricontinental: Istituto per la Ricerca Sociale.
Nota: Il 7 aprile, dopo la sua orribile minaccia genocida secondo cui "un'intera civiltà morirà stanotte", il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha accettato un cessate il fuoco provvisorio di due settimane, a quanto pare basato su una serie di proposte dell'Iran. A partire dall'8 aprile, il transito attraverso lo Stretto di Hormuz dovrebbe riprendere, sebbene i termini rimangano poco chiari. Ma il caos generato nello stretto dall'attacco israelo-americano persiste, e la minaccia che incombe sulla regione rimane. È necessaria una pace autentica e duratura, ma ciò che è stato annunciato il 7 aprile non è quella pace; è semplicemente una cessazione delle ostilità per due settimane.
Nel XIII secolo, il grande geografo arabo Yaqut al-Hamawi descrisse il Mar di Persia (فارس) come "un ramo del Grande Mare". Nel suo compendio, Mu'jem al-Buldaan (Dizionario dei Paesi), scrisse che attraverso il Mar di Persia sarebbero passate "le navi dell'India, dell'Oman e di Bassora". Hormuz non era il nome di quel mare, bensì di un "grande mercato commerciale a cui si rivolgevano i mercanti provenienti dall'India e da altre terre".
Secoli dopo, quelle acque sarebbero state chiamate Stretto di Hormuz: un passaggio di cinquantaquattro chilometri tra la penisola di Musandam, nel Sultanato dell'Oman, e la Repubblica islamica dell'Iran.
Lo stretto non è mai stato un punto geografico isolato. Faceva parte della rotta marittima che collegava il mondo arabo con il subcontinente indiano, l'arcipelago malese e, oltre, con la Cina. Per millenni, il commercio attraverso il vasto Oceano Indiano è stato fiorente e variegato: navi che trasportavano beni di lusso, come cannella e avorio, incrociavano quelle che trasportavano rifornimenti bellici, come cavalli e, in seguito, polvere da sparo. Nel corso dei secoli, lo Stretto di Hormuz è rimasto aperto sotto il dominio di diverse potenze: dai portoghesi nel XVI e all'inizio del XVII secolo, al dominio britannico nel Golfo dal XIX secolo al 1971 e, in epoca moderna, all'Oman e all'Iran. Le porte del Grande Mare non si sono chiuse nemmeno durante i periodi di conquista imperiale e di guerre regionali.
Quando il presidente degli Stati Uniti Donald Trump e il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu diedero inizio alla loro sconsiderata aggressione contro l'Iran il 28 febbraio, non vi fu alcuna interruzione del commercio attraverso lo stretto. Tutto era come era stato per secoli, con libero passaggio attraverso le acque per le merci – ora principalmente petrolio e gas naturale – che alimentano l'economia mondiale. A differenza di altri punti strategici come il Canale di Suez e il Canale di Panama, né l'Iran né l'Oman hanno mai richiesto pedaggi per il transito o per il mantenimento dell'ordine nello stretto.
Dopo l'inizio della guerra, e in modo più esplicito verso la fine di marzo, l'Iran ha limitato il traffico attraverso lo Stretto di Hormuz come rappresaglia per gli attacchi illegali statunitensi e israeliani contro civili e infrastrutture iraniane. Queste restrizioni includevano il divieto di passaggio per le navi collegate agli Stati Uniti, a Israele e ad altri paesi ostili; il coordinamento con le autorità iraniane per il transito; e tariffe simili a pedaggi per alcune navi, compresi i pagamenti in yuan cinesi. Inoltre, l'affondamento della IRIS Dena nell'Oceano Indiano da parte degli Stati Uniti e il sorvolo dello stretto da parte di missili hanno offerto alle compagnie assicurative l'opportunità di aumentare i premi, scoraggiando ulteriormente le navi dal transitare. Queste condizioni hanno causato un calo del traffico marittimo nello stretto di circa il 95%.
Per la prima volta nella storia conosciuta, lo Stretto di Hormuz – la porta d'accesso al Grande Mare – è virtualmente chiuso.
Dopo aver fallito nel rovesciare il governo iraniano, Trump ha suggerito che il nuovo obiettivo della guerra degli Stati Uniti contro l'Iran sia quello di "aprire" lo stretto; in altre parole, ripristinare lo status quo prebellico.
Oltre un quarto del commercio mondiale di petrolio via mare transita attraverso lo Stretto di Hormuz, e quasi il 90% di questo è destinato all'Asia (Cina, India, Giappone e Corea del Sud ne importano i tre quarti). L'interruzione del flusso di petrolio greggio, condensati di gas naturale e prodotti petroliferi raffinati non solo mette a dura prova questi paesi, ma ha un impatto diretto su ogni aspetto dell'economia globale. La Conferenza delle Nazioni Unite sul commercio e lo sviluppo (UNCTAD) afferma che "le conseguenti ripercussioni si estendono ben oltre la regione, influenzando i mercati energetici, il trasporto marittimo e le catene di approvvigionamento globali". Con l'aumento dei prezzi del gas naturale, aumentano anche i prezzi dei fertilizzanti azotati. Con l'aumento dei prezzi del petrolio e dei fertilizzanti, aumentano anche i prezzi dei prodotti alimentari, non solo nell'immediato, ma anche per anni a venire, a causa dell'impatto degli alti prezzi dei fertilizzanti sui cicli di coltivazione. Nel frattempo, i premi assicurativi sono aumentati del 300% e i rendimenti obbligazionari sono in crescita, rendendo il prestito molto più costoso. Questi dati suggeriscono un'imminente crisi nell'economia mondiale.
Il Fondo Monetario Internazionale (FMI) riferisce che "lo shock è globale, ma asimmetrico. I paesi importatori di energia sono più esposti degli esportatori, i paesi più poveri più di quelli più ricchi, e quelli con riserve esigue più di quelli con ampie riserve". Di conseguenza, all'inizio di marzo l'UNCTAD ha previsto che i paesi più poveri, gravati da un elevato servizio del debito, dovranno affrontare tensioni fiscali che aumenteranno la pressione sui "bilanci delle famiglie, potenzialmente intensificando le pressioni economiche e sociali e complicando i progressi verso lo sviluppo sostenibile".
Tutti questi paesi più poveri si trovano nel Sud del mondo.
Il sistema PortWatch del FMI consente di osservare in tempo reale come le interruzioni del trasporto marittimo, come quella nello Stretto di Hormuz, si ripercuotano a cascata sulle reti commerciali globali. L'elevata sensibilità dell'economia globale ai guasti puntiformi era già evidente nel 2021, quando la nave portacontainer Ever Given si incagliò nel Canale di Suez, bloccando il traffico per sei giorni e causando perdite a breve termine per quasi un miliardo di dollari, oltre a perdite ben maggiori a lungo termine dovute alle interruzioni della catena di approvvigionamento. La "Revisione del trasporto marittimo 2024" dell'UNCTAD aveva avvertito che diversi "punti critici" della catena di approvvigionamento globale erano già sottoposti a forti pressioni: il Canale di Panama a causa della siccità che aveva abbassato il livello dell'acqua; il corridoio Mar Rosso-Suez a causa del genocidio israeliano contro i palestinesi e delle rappresaglie dello Yemen contro Israele; e il Mar Nero a causa della guerra in Ucraina. Pertanto, sebbene il commercio marittimo sia cresciuto in volume negli ultimi anni, le rotte da cui dipende tale commercio sono diventate più vulnerabili, più costose e più esposte a guerre e interruzioni. Ancor prima che venissero imposte restrizioni nello Stretto di Hormuz, i punti strategici globali avevano già dimostrato quanto l'economia mondiale rimanga strutturalmente vulnerabile alla geografia dei conflitti.
L'ultimo giorno di marzo, il Segretario alla Guerra statunitense Pete Hegseth ha affermato che l'Iran aveva perso la guerra e che "c'è stato un cambio di regime". Tale retorica potrebbe segnalare un tentativo da parte di Washington di dichiarare vittoria e porre fine al conflitto. Ma, a prescindere dalla fine o meno della guerra tra Stati Uniti e Israele contro l'Iran, i danni economici che essa infligge alle nazioni più povere rimangono significativi. Per molte di queste nazioni, la guerra arriva dopo decenni di ristrutturazioni neoliberiste e cicli di austerità e debito. Poiché la guerra minaccia di spingere molte di queste nazioni sull'orlo del baratro, è necessaria una risposta internazionale coordinata. Non sappiamo se esista la volontà politica per un'azione di questo tipo. Tuttavia, come Tricontinental: Institute for Social Research, proponiamo una serie di possibili misure politiche – suddivise in quattro aree tematiche – per affrontare immediatamente l'impatto asimmetrico della guerra sull'Iran:
- Aumentare la liquidità finanziaria:
- Fornire accesso a linee di swap valutario, ad esempio tramite la Banca Popolare Cinese , per stabilizzare i tassi di cambio dei paesi dipendenti dalle importazioni.
- Fornire finanziamenti rapidi per potenziali shock della bilancia dei pagamenti attraverso le finestre di crisi delle banche multilaterali come la Banca Mondiale e la Banca Asiatica di Sviluppo.
- Ampliare i finanziamenti di emergenza del FMI ai Paesi del Sud del mondo attraverso il Rapid Credit Facility e il Rapid Financing Instrument , entrambi con erogazioni più rapide e di importo maggiore e, soprattutto, senza condizionalità.
- Reindirizzare i Diritti Speciali di Prelievo (DSP) non utilizzati del FMI – le riserve detenute dai paesi membri – dai paesi più ricchi alle economie vulnerabili.
- Sospendere temporaneamente i supplementi del FMI per ridurre i costi di finanziamento.
- Fornire margini di sicurezza per i prezzi dell'energia:
- Creare un fondo globale di stabilizzazione dei prezzi dei carburanti per sovvenzionare le importazioni di carburanti essenziali per i paesi a basso reddito.
- Coordinare il rilascio delle riserve strategiche di petrolio per stabilizzare il mercato e prevenire speculazioni e aumenti spropositati dei prezzi da parte delle aziende.
- Garantire corridoi di approvvigionamento energetico ai paesi meno sviluppati, che hanno un potere contrattuale limitato nei mercati del petrolio e del gas naturale.
- Prevedere un massiccio sussidio di emergenza per le energie rinnovabili e fuori rete, compreso il trasferimento tecnologico e la diversificazione dell'approvvigionamento regionale (attraverso gasdotti alternativi e sistemi di stoccaggio).
- Finanziare queste misure attraverso una tassa temporanea sugli extraprofitti delle società energetiche e misure anti-speculazione nei mercati delle materie prime.
- Sostenere e stabilizzare la logistica:
- Ridurre i picchi di prezzo causati dal panico, imponendo requisiti di trasparenza per i mercati dell'energia e dei trasporti marittimi.
- Ridurre i picchi di costo per le importazioni essenziali sovvenzionando l'assicurazione delle spedizioni per le rotte ad alto rischio.
- Compensare i maggiori costi di trasporto per i paesi più poveri implementando sistemi di perequazione delle tariffe di trasporto.
- Creare corsie preferenziali per le merci essenziali nei porti e attraverso i principali punti critici.
- Intervenire per stabilizzare i prezzi dei prodotti alimentari:
- Coprire l'aumento dei costi di importazione dei prodotti alimentari attraverso meccanismi di finanziamento di emergenza per l'importazione di alimenti, come proposto dal Fondo globale per il finanziamento delle importazioni alimentari dell'Organizzazione delle Nazioni Unite per l'alimentazione e l'agricoltura (FAO).
- Garantire l'accesso ai fertilizzanti creando una versione globale del meccanismo di distribuzione dei fertilizzanti della FAO e dell'Associazione internazionale dell'industria dei fertilizzanti .
- Sostituire la disciplina restrittiva delle esportazioni basata sul mercato con un coordinamento solidale tra i principali esportatori di prodotti alimentari, al fine di garantire un accesso preferenziale ai paesi vulnerabili.
- Fornire cibo e carburante a prezzi agevolati alle fasce più vulnerabili della popolazione attraverso i sistemi di distribuzione pubblica e, se necessario, introdurre il razionamento quantitativo per garantire l'accesso ai beni essenziali. Qualora la crisi si aggravasse, si dovrebbero inoltre valutare agevolazioni sul carburante per il trasporto pubblico e misure per scoraggiare l'uso dell'automobile privata.
Abbiamo elencato queste proposte per dimostrare che, anche all'interno del sistema attuale, esistono sempre vie per alleviare le sofferenze dei popoli delle nazioni più povere, causate da una guerra che non hanno né voluto né sostenuto. Anche se solo una parte di queste proposte venisse attuata, allevierebbe il peso che grava su miliardi di persone. Le condizioni per alleviare la sofferenza esistono nella nostra realtà; il fatto che non vengano utilizzate nella pratica è una scelta politica. È inoltre importante riconoscere che le istituzioni che potrebbero promuovere queste proposte sono nelle mani dei paesi del Nord del mondo, come l'Associazione Internazionale dell'Energia (controllata dall'Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico) e il FMI (in cui il Nord del mondo ha un potere di voto nove volte superiore a quello del Sud del mondo), oppure sono nelle mani di multinazionali del settore marittimo (come la compagnia danese Maersk e la compagnia svizzera MSC).
Resta da capire chi fornirebbe la leadership politica necessaria per attuare, o anche solo per promuovere, tali misure. Viviamo in un'epoca di pericoloso unilateralismo e il nuovo clima nel Sud del mondo non si è ancora istituzionalizzato. Un processo come i BRICS+, che include alcune delle nazioni più colpite dalla guerra al di fuori del Nord del mondo, possiede il peso politico e la portata economica per negoziare su questioni relative a carburante, fertilizzanti e cibo. Dato che l'Iran stesso è membro dei BRICS+ e, in linea di principio, disposto a garantire l'accesso commerciale al Sud del mondo, si profila all'orizzonte la possibilità di accordi basati sulla solidarietà, piuttosto che sul libero scambio.
Per secoli, la poesia persiana, da Jalal al-Din Muhammad Rumi (1207-1273) in poi, ha cercato risposte alle domande fondamentali della vita. I poeti persiani hanno meditato sulla sofferenza umana e immaginato che le soluzioni esistessero da qualche parte nei misteri della natura stessa. Nel ventesimo secolo, una delle grandi voci moderne di questa tradizione è stata quella del poeta e pittore iraniano Sohrab Sepehri (1928-1980). Nel suo volume Hajm-e sabz (Il volume verde, 1968), Sepehri ha una poesia intitolata Posht-e-Daryaha (Oltre i mari), che si apre con quel desiderio, simile a quello di Rumi, di svanire nell'etere:
Costruirò una barca
e la getterò in acqua,
e navigherò lontano da questa terra strana
dove nessuno risveglia gli eroi
nella radura dell'amore;
una barca senza reti
e un cuore senza desiderio di perle.
Continuerò a navigare
e non perderò il cuore per l'azzurro del mare,
né per le sirene
che emergono dall'acqua per gettare il fascino delle loro chiome
sulla splendente solitudine dei pescatori.…
Oltre i mari c'è una città
Dove le finestre sono aperte alle epifanie
I tetti sono abitati da piccioni
Che contemplano le fontane dell'Intelligenza Umana
Ogni bambino di dieci anni tiene in mano un ramo di conoscenza
Gli abitanti della città vedono in una fila di mattoni una fiamma,
O un sogno delicato;
La polvere può udire la musica dei tuoi sentimenti
Il battito d'ali di uccelli mitici è udibile nel vento
Oltre i mari c'è una città
Dove il Sole è spalancato come gli occhi di chi si alza presto
I poeti sono gli eredi dell'acqua, della saggezza e della luce
Oltre i mari c'è una città,
Quindi si dovrebbe costruire una barca.
Cordiali saluti,
Vijay
Fonte: Tricontinental: Institute for Social Research












