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sabato 18 aprile 2026

73 giorni di schiavitù: 1 euro e 54 centesimi l’ora!


C’è una notizia che arriva dal Bresciano e che non può lasciarci indifferenti. Non è una questione di cronaca locale, è un pugno nello stomaco che riguarda tutti noi.

Un bracciante, un uomo arrivato qui con la speranza di un futuro, è stato intrappolato in un incubo durato 73 giorni consecutivi. Senza una domenica, senza un pomeriggio di riposo, senza un istante per respirare. Il tutto per la miseria di 1,54 euro l’ora.

Provate a pensarci mentre tenete in mano un calice di vino: 1,54 euro. Meno del prezzo di un caffè al banco per un’ora di fatica tra i filari.

Spesso pensiamo al caporalato come a qualcosa di lontano, un retaggio di terre distanti. E invece eccolo qui, nel cuore produttivo del Nord, mimetizzato tra le eccellenze del nostro Made in Italy. È un sistema che non si limita a pagare poco; si nutre del ricatto, della vulnerabilità e dell'invisibilità di chi non ha voce.

Non si può parlare di "eccellenza" se dietro un’etichetta c’è la schiavitù. La qualità di un prodotto deve passare necessariamente per la dignità di chi lo produce. Se il prezzo per la competitività è il calpestamento dei diritti umani più basilari, allora quel sistema è fallito.

Dobbiamo pretendere trasparenza. Dobbiamo chiederci quanto vale davvero quel vino che compriamo a poco prezzo o quel brand che punta tutto sul marketing ma chiude gli occhi sulla propria filiera.

Il lavoro nobilita l'uomo, dicono. Ma questo non è lavoro: è sfruttamento. E il silenzio, in questi casi, è solo un'altra forma di complicità.

Autore: Lupo rosso

Licenza: pubblicato e concesso su richiesta dell'autore

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Immagine generata con intelligenza artificiale


Nuove restrizioni al diritto di sciopero: il governo accelera




Articolo da
 La Città Futura


La longa manus dei padroni si serve della Commissione di Garanzia sugli Scioperi per limitare fortemente il diritto di sciopero nei servizi pubblici essenziali

Con la Deliberazione n. 26/88 dell’11 Marzo scorso la Commissione di Garanzia sugli Scioperi ha introdotto una nuova interpretazione della L. 146/1990, ritenendo “superate” tutte le precedenti letture. Dal momento che l’oggetto della questione è rappresentato dalla limitazione del diritto di sciopero nei servizi pubblici essenziali, la cui esecuzione è regolata proprio dalla Commissione, la Deliberazione ha non solo rilevanza giuridica ma potrà avere valore sia in sede processuale che di contrattazione sindacale.

Lo stratagemma dietro alla limitazione

In base alla Legge del 1990 sono ritenuti essenziali “l’approvvigionamento di energie, prodotti energetici, risorse naturali e beni di prima necessità, nonché la gestione e la manutenzione dei relativi impianti, limitatamente a quanto attiene alla sicurezza degli stessi”[1]. La Commissione di Garanzia ha adottato un’interpretazione estensiva del concetto di approvvigionamento, considerandolo comprensivo de “l’intero insieme delle attività finalizzate alla distribuzione dei beni elencati nella norma” [2], ossia dell’intero indotto logistico relativo alle attività essenziali, inclusi i servizi di immagazzinamento dei beni.

Al fine di giustificare questa posizione – a nostro avviso estremistica, dal punto di vista giurisprudenziale – la Commissione cita il CCNL Logistica, Trasporto merci e Spedizione, firmato da CGIL, CISL e UIL, secondo cui “la necessità di garantire il regolare approvvigionamento dei beni (…) comprende, oltre al trasporto, l’intera filiera logistica, dalla movimentazione al deposito, dalla custodia alla conservazione”[3]. Non per nulla, in una nota del 17 Marzo, la Commissione aveva rimarcato che “le parti sociali, con la sottoscrizione del CCNL Logistica, Trasporto merci e Spedizione, hanno autonomamente accolto tale posizione interpretativa”[4].

Includendo la logistica nell’ambito applicativo della norma si va affermando una logica politica che mira esplicitamente ad ampliare i settori giudicati ‘essenziali’ e per questo sottoposti a una norma anti sciopero come la 146 del ’90 (con tanto di successive modifiche che ne hanno inasprito l’impianto sanzionatorio e repressivo). E infatti la medesima logica viene estesa alla gran parte della filiera logistica, laddove la Commissione esplicita che la L. 146/1990 non potrà essere elusa nemmeno nel caso “l’azienda movimenti anche beni di altro tipo, neppure quando i soggetti proclamanti dichiarino che l’azione di sciopero non interesserà le attività aziendali finalizzate alla movimentazione dei beni essenziali”[5].

Precettare e reprimere

Pertanto d’ora in avanti sarà molto più semplice, per gli imprenditori logistici, richiedere un intervento della Commissione al fine di precettare il sindacato inosservante della norma oppure ottenere rapidamente l’intervento repressivo delle Forze dell’Ordine per rimuovere un picchetto davanti a un qualche magazzino, perché potranno più facilmente dimostrare che le proprie attività d’impresa facciano parte dei servizi pubblici essenziali, anche quando ciò non fosse affatto vero. Questo aspetto, inoltre, varrà anche per gli scioperi nazionali della logistica, dal momento che secondo la Commissione la nuova interpretazione normativa andrà applicata anche “quando l’astensione collettiva riguardi non singole aziende, ma l’intero settore della logistica”.[6]

Un evidente attacco al diritto di sciopero: profili di incostituzionalità

L’interpretazione della Commissione è a nostro avviso fuorviante – oltre che, in termini generali, incostituzionale –, in quanto contraddice la ratio originale della L. 146/1990, che era esplicitamente quella di bilanciare il diritto della popolazione ai servizi pubblici essenziali con l'eguale diritto, della stessa, a scioperare. La Legge difatti era stata scritta “Allo scopo di contemperare l'esercizio del diritto di sciopero con il godimento dei diritti della persona”[7] e ‘contemperare’ vuol dire ‘armonizzare’, ‘conciliare’ allo scopo di creare un equilibrio.

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Articolo tratto interamente da La Città Futura 

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Appalti, subappalti e salari al ribasso: l’ingranaggio che produce miseria



Articolo da World Politics Blog

Nel dibattito sullo sfruttamento del lavoro non basta denunciare i contratti pirata: occorre mettere in discussione appalti, subappalti, salari insufficienti, lavoro nero e filiere opache, per capire come il ribasso strutturale del costo del lavoro continui a produrre miseria e precarietà.

Basta non applicare i contratti pirata per scongiurare lo sfruttamento della forza lavoro?

E tutti i contratti siglati da Cgil, Cisl, Uil sono dignitosi e tali da garantire condizioni retributive accettabili e con effettivo potere di acquisto?

E per quale ragione negli appalti e nei subappalti troviamo contratti indecorosi, assenza di salario accessorio? E il lavoro nero, dopo tanti anni, è ancora al suo posto: qualcuno vuol spiegarci la ragione di questo fenomeno endemico?

Il problema è un altro: non si può parlare di salari senza rivedere le dinamiche contrattuali, i sistemi di calcolo dei rinnovi, senza smontare le norme in materia di immigrazione, modificando le regole statistiche per le quali bastano due giorni di lavoro all’anno per essere annoverati tra gli occupati.

Il lavoro nero è diffuso in varie regioni, esempi di caporalato ve ne sono anche al Nord e non solo nelle regioni meridionali, come si evince da articoli della stampa e inchieste della Magistratura; dovremmo comunque parlare degli organi ispettivi a corto di personale, della disattenzione cronica della medicina del lavoro, mai depotenziata come ai nostri giorni.

Siamo consapevoli di mettere troppa materia al fuoco, ma i vari aspetti del problema, sfruttamento della forza lavoro, si connettono con altre questioni.

Proviamo allora ad affrontare due soli argomenti.

I soggetti chiamati a presidiare legalità, vigilanza e rappresentanza possono svolgere appieno il loro compito?

In diversi casi hanno le mani legate, tra organici risicati e normative inadeguate; nel corso degli anni, poi, le norme che disciplinano salute e sicurezza sono state addolcite a favore della parte datoriale. Tuttavia, potremmo anche parlare della carenza di strumenti e di figure professionali negli apparati ispettivi; ove poi sono maggiormente radicati e ramificati appalti e subappalti, i bassi salari, le inadeguate tutele individuali e collettive sono più facili da reperire.

Spesso si fa riferimento ai contratti siglati dai sindacati rappresentativi, senza mai chiedersi se questi accordi siano rispondenti ai principi di equità e dignità; in presenza di contenziosi legali, il riferimento va all’art. 36 Cost., ossia al principio della retribuzione proporzionata e sufficiente ad assicurare al lavoratore e alla sua famiglia un’esistenza libera e dignitosa. Questo principio si scontra con i contratti siglati dai sindacati rappresentativi, che invece vanno, non sempre ma frequentemente, in direzione opposta.

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Articolo tratto interamente da World Politics Blog

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La (maledetta) stratificazione della classe operaia



Articolo da El Salto

Questo articolo è stato tradotto automaticamente. La traduzione rende il senso dell’articolo, tuttavia consigliamo di leggere il testo originale su El Salto

Gli strati superiori della classe operaia detengono il potere sugli strati inferiori e, proprio come qualsiasi altro strato superiore, possiedono il potere della narrazione e il privilegio dell'invisibilità.

Se esiste un concetto chiave per comprendere alcune delle lacune delle lotte operaie e del pensiero anticapitalista europeo, o meglio ancora, se esiste un concetto utile per prevenirle, questo è la stratificazione della classe operaia, che possiamo far risalire, in linea di massima, allo stesso Engels nel suo testo del 1845,  *La condizione della classe operaia in Inghilterra*. Non si tratta di un'invenzione postmoderna, bensì del fondamento stesso degli studi canonici per comprendere il funzionamento del capitalismo. Persino per coloro che insistono sullo slogan di "un'unica classe operaia", anche da questa prospettiva, la questione è ineludibile.

La stratificazione della classe lavoratrice è un meccanismo basilare, essenziale e intrinseco del capitalismo, concepito per dividerla e indebolirla. Come la divide? Introducendo al suo interno altri fattori di disuguaglianza. Il genere è uno di questi (i lavoratori sono sistematicamente diseguali anche come classe lavoratrice, ad esempio, in termini di divisione sessuale del lavoro, salari e accesso al diritto stesso al lavoro retribuito); la discriminazione razziale è un altro esempio, sebbene non esclusivo, con l'abisso della tratta degli schiavi che merita una menzione a parte; e la condizione dei lavoratori nativi rispetto agli stranieri (o outsider), anch'essa non esclusiva, tra le altre disuguaglianze. Come opera questa stratificazione? Concedendo più diritti ad alcuni all'interno della classe lavoratrice rispetto ad altri, costringendoci così alla competizione. Esistono innumerevoli esempi di queste pratiche, dagli scioperi dei minatori di Berguedà, in Catalogna, dove i datori di lavoro approfittarono delle migrazioni interne per sostituire i lavoratori organizzati, al caso emblematico degli scioperi dei minatori di carbone americani del 1873, in cui gli scioperanti bianchi americani furono rimpiazzati da americani razzializzati e migranti italiani: entrambi gruppi con un potere organizzativo e di resistenza di gran lunga inferiore, poiché partivano da situazioni persino peggiori di quelle dei minatori in sciopero, per quanto difficile possa sembrare. Saïd Bouamama, nella sua opera fondamentale * Dalle classi pericolose al nemico interno *, cita numerosi casi di questo tipo.

Il programma del Partito dei Lavoratori Francese, elaborato da Jules Guesde e Paul Lafargue nel 1883, descriveva lo sfruttamento capitalistico della manodopera immigrata: «Per derubare di più i lavoratori francesi, gli industriali francesi ricorrono ai lavoratori stranieri. I lavoratori stranieri (belgi, tedeschi, italiani, spagnoli), cacciati dai loro paesi dalla povertà [...] sono condannati ad accettare le condizioni del datore di lavoro e a lavorare per salari che i lavoratori locali rifiutano».

Mettere a tacere le disuguaglianze all'interno della classe lavoratrice non le fa scomparire perché, contrariamente allo slogan, la realtà continua a esistere, ostinatamente, per quanto non venga nominata.

Se non comprendiamo e non osserviamo questo meccanismo, non possiamo né comprendere né resistere al capitalismo. Mettere a tacere la disuguaglianza all'interno della classe operaia non la fa scomparire perché, contrariamente allo slogan, la realtà persiste, ostinatamente, per quanto rimanga inespressa. Come nel resto della struttura sociale, gli strati superiori della classe operaia esercitano potere sugli strati inferiori e, come ogni altro strato superiore, controllano la narrazione e godono del privilegio dell'invisibilità. E abusano di questo potere quando negano la stratificazione nell'unico caso in cui negarla li avvantaggia: quando si tratta di sottolineare che il sistema stesso ci divide all'interno della classe operaia e ci pone in situazioni di disuguaglianza al suo interno. Engels la chiamava "l'aristocrazia operaia". Eventuali lamentele, per favore, vanno indirizzate a lui.

La regolarizzazione della popolazione migrante è una buona notizia per l'intera classe lavoratrice, poiché ci rafforza come classe, garantendo a un maggior numero di lavoratori il diritto di organizzarsi e di resistere agli abusi.

Conoscere, comprendere e smettere di mettere a tacere questo meccanismo è essenziale per capire (e far capire agli altri) che la regolarizzazione della popolazione migrante, ad esempio, è una buona notizia per l'intera classe lavoratrice, poiché ci rafforza come classe, dando a più lavoratori il diritto di organizzarsi e resistere agli abusi.

E serve anche, se posso aggiungere, a comprendere la disuguaglianza intrinseca alle migrazioni interne del modello di sviluppo franchista. Sessant'anni dopo, c'è ancora chi cerca di impedirci di studiarle perché "ehi! i poveri erano ovunque". E sì, certo, ma tra un povero che emigra e uno che rimane a casa c'è disuguaglianza: erano tutti lavoratori, erano tutti poveri, ma solo alcuni erano, e come altri lo sono oggi, migranti.

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Fonte: El Salto

Autore: Brigitte Vasallo

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Articolo tratto interamente da El Salto


La lotta fratricida che ha distrutto il futuro del Sudan


Articolo da Valigia Blu

A Berlino, nel giorno del terzo anniversario della guerra, António Guterres ha rimesso il Sudan davanti a una realtà che la diplomazia continua a rincorrere senza riuscire a cambiarla. Nel videomessaggio inviato alla Conferenza internazionale umanitaria per il Sudan, il segretario generale delle Nazioni Unite ha definito il conflitto una tragedia che ha devastato un paese “di immense promesse”, ha chiesto un cessate il fuoco immediato, la fine delle interferenze esterne e un percorso politico civile e inclusivo. "Sono profondamente preoccupato dal fatto che armi e combattenti continuino ad affluire in Sudan, consentendo al conflitto di protrarsi e di estendersi in tutto il paese", ha detto Guterres. 

Tre anni dopo l’inizio della guerra, il Sudan entra così nel suo quarto anno senza una via d’uscita e con un costo umano sempre più pesante. In vaste aree del paese lo Stato non protegge, non cura, non garantisce più nemmeno l’accesso regolare a cibo, acqua, servizi essenziali e sicurezza. Fame, persecuzioni e violenza sessuale fanno parte del modo in cui questa guerra viene combattuta.

Lo scontro tra il capo delle Forze armate sudanesi Abdel Fattah al-Burhan e il leader delle Forze di Supporto Rapido Mohamed Hamdan Dagalo, detto Hemedti, è esploso apertamente nell’aprile 2023, dopo mesi di tensioni. I due avevano già guidato insieme il colpo di Stato del 2021 che aveva travolto il governo di transizione nato dopo la rimozione di Omar al-Bashir. Da allora il paese è precipitato in una guerra che non ha prodotto né una vittoria né uno sbocco politico, ma solo una devastazione sempre più profonda .L’esercito controlla gran parte dell’est del Sudan, mentre le RSF mantengono il Darfur e parti del sud-est; nel frattempo la guerra con i droni ha aperto un’ulteriore fase di escalation, con almeno 700 civili uccisi nel solo 2026 secondo le Nazioni Unite.

Il Darfur resta il luogo in cui questa devastazione mostra il suo volto più feroce. A febbraio, la missione indipendente istituita dal Consiglio ONU per i diritti umani ha parlato di “segni distintivi del genocidio” per quanto accaduto a El Fasher, capitale del Darfur Settentrionale, e ha scritto che l’intento genocidario è l’unica conclusione possibile" da trarre dal modello di uccisioni etnicamente mirate, violenza sessuale e distruzione sistematica contro le comunità non arabe, in particolare Zaghawa e Fur. Nell’ottobre 2025, durante la presa della città da parte delle RSF, almeno 6 mila persone sarebbero state uccise in tre giorni.

In questo contesto, donne e ragazze continuano a pagare un prezzo altissimo. 12 milioni di persone sono a rischio di violenza sessuale e di genere, secondo Medici Senza Frontiere. Per l’ONG questi attacchi sono aumentati di oltre il 350 per cento dall’inizio della guerra. Tra gennaio 2024 e novembre 2025, nelle strutture sostenute dall’organizzazione in Darfur, sono state curate almeno 3.396 sopravvissute e sopravvissuti a violenze sessuali; nel 97 per cento dei casi si trattava di donne e ragazze. Già nel 2024 Human Rights Watch aveva documentato il ricorso alla schiavitù sessuale da parte di combattenti delle Forze di Supporto Rapido.

Quasi il 75 per cento della popolazione ha bisogno di aiuti, mentre milioni di persone sopravvivono con un solo pasto al giorno, secondo un rapporto pubblicato nei giorni scorsi da un gruppo di ONG. In Sudan 33,7 milioni di persone necessitano di assistenza umanitaria e 14 milioni sono state costrette a lasciare la propria casa. Il piano umanitario per il 2026 stima che 28,9 milioni di persone si trovino in condizioni di insicurezza alimentare acuta. In alcune aree del Darfur Settentrionale e del Kordofan la carestia è già stata segnalata, mentre le organizzazioni umanitarie raccontano di persone costrette a nutrirsi di foglie o mangimi per animali.

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Fonte: Valigia Blu

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Articolo tratto interamente da Valigia Blu


venerdì 17 aprile 2026

I prigionieri palestinesi vivono di speranza. La pena di morte in Israele mira a distruggerla



Articolo da Truthout

Questo articolo è stato tradotto automaticamente. La traduzione rende il senso dell’articolo, tuttavia consigliamo di leggere il testo originale su Truthout

Nella Giornata dei prigionieri palestinesi, la nuova legge sulla pena di morte non fa che acuire la dolorosa realtà di chi ha cari incarcerati.

Il 30 marzo 2026, il ministro israeliano della Sicurezza nazionale Itamar Ben-Gvir, con al dito una spilla dorata a forma di cappio, ha stappato una bottiglia di champagne brindando all'approvazione da parte della Knesset israeliana di una legge che rende la pena di morte la punizione predefinita per i palestinesi condannati per "attacchi terroristici", con il pretesto di "negare l'esistenza dello Stato di Israele".

Il disegno di legge, approvato con 62 voti a favore, 47 contrari e un'astensione, prevede l'esecuzione per impiccagione entro 90 giorni dalla condanna del condannato da parte dei tribunali militari israeliani. L'organizzazione israeliana per i diritti umani B'Tselem sottolinea che questi tribunali hanno un tasso di condanna del 96% per i palestinesi. Al contrario, gli ebrei israeliani condannati per gli stessi reati contro i palestinesi vengono processati nei tribunali civili, rischiando al massimo pene detentive o addirittura l'assoluzione.

Il fatto di sancire per legge questa differenza di rigore nelle sentenze rappresenta un'ulteriore forma di discriminazione etnica a livello nazionale, in cui due popolazioni – occupanti e occupati – che vivono sullo stesso territorio sono soggette a sistemi giudiziari nettamente differenti: civile e militare. Ciò costituisce una flagrante violazione dell'articolo 7 della Dichiarazione universale dei diritti umani , che afferma che "tutti sono uguali davanti alla legge".

Mohammad Diab, eminente esperto di politica di Gaza, scrittore e docente presso il dipartimento di giornalismo dell'Università Aperta di Al-Quds, sottolinea inoltre che, secondo il diritto internazionale, è illegale per una potenza occupante imporre nuove leggi nazionali sui territori occupati.

Tuttavia, questa legislazione non è solo un sintomo delle recenti e drammatiche escalation in corso in Palestina. Piuttosto, si inserisce in un quadro giuridico consolidato che risale al Mandato britannico per la Palestina.

Riflettendo sulla recente sentenza, Hekmat Yusuf, giornalista e scrittore politico di 43 anni, ha dichiarato a Truthout : "La storia testimonia metodi innegabili di uccisione arbitraria". Durante la grande intifada palestinese del 1936-1939, ha sottolineato Yusuf, il Mandato britannico per la Palestina "utilizzava le esecuzioni di palestinesi come strumento di deterrenza, proprio come gli israeliani giustificano oggi questa legge per dissuadere i palestinesi".

«Il paragone non riguarda il metodo, ma la filosofia stessa che lo sottende. Imporre accuse e pene giudiziarie massime diventa parte integrante della sottomissione e della punizione dei palestinesi», ha aggiunto Yusuf. «Da questo punto di vista, l'oppressore può cambiare, ma lo schema rimane lo stesso, e i palestinesi sono gli unici a pagarne il prezzo più alto».

Nel corso dell'ultimo secolo si è assistito a una tendenza globale verso l'abolizione della pena di morte e la salvaguardia del diritto alla vita, sancito dalle Convenzioni di Ginevra. Secondo Amnesty International, entro il 2017 ben 142 Paesi avevano abolito la pena di morte, per legge o nella pratica.

In Israele, l'ultima esecuzione di un non palestinese risale al 1962. Nel frattempo, l'uccisione dei palestinesi non si è mai fermata. Anzi, è diventata istituzionalizzata.

Oltre alle migliaia di vite spezzate durante due anni di genocidio, più di 9.000 palestinesi sono stati arrestati da Israele dal 2023. Hanno subito torture strazianti, isolamento, abusi sessuali, privazione di coperte, cibo e acqua potabile, e negligenza nell'assistenza medica nelle famigerate prigioni israeliane. Almeno 88 detenuti sono morti a causa di queste violenze.

"La legge israeliana sulla pena di morte non è un dettaglio passeggero in un gioco di interessi politici", ha dichiarato Diab a Truthout. "Riflette un momento pericoloso e intenzioni aberranti radicate nella mentalità e nella struttura dell'ordine politico israeliano, nonché nella visione degli estremisti di destra nei confronti dei palestinesi e della loro resistenza per la libertà".

«Nella sua forma attuale, la legge ha gravemente limitato la capacità dei tribunali militari di intervenire, sia mitigando la pena, sia ritardandone l'esecuzione, sia concedendo nuovi processi», ha aggiunto Diab. «Questa legge si sta intrecciando con la legge antiterrorismo, prevedendo chiaramente delle eccezioni per i coloni ebrei che commettono omicidi come stile di vita».

"Questo potrebbe aprire una piccola lacuna legale per l'Alta Corte, che potrebbe così annullare la legge o sospenderne l'attuazione", ha osservato.

La destra israeliana persegue da tempo questa legge. Fu proposta per la prima volta nel 2017 e poi di nuovo nel 2022. Nel 2023, Ben-Gvir, leader di Otzma Yehudit (Partito del Potere Ebraico), pose come condizione per l'ingresso del partito nella coalizione di governo di Benjamin Netanyahu l'approvazione della legge.

"Il contesto di questa legge risiede nel soddisfare le richieste della coalizione politica con l'estrema destra", ha spiegato Diab. "Il sangue palestinese è diventato la merce di scambio utilizzata per risolvere le rivendicazioni politiche israeliane".

"Israele ha approfittato di un mondo preoccupato dal caos in Medio Oriente per rendere pubblica e formalizzare questa legge", ha affermato Yusuf. "È importante sottolineare che ciò che un tempo era impossibile da dichiarare pubblicamente ora è reso possibile con il via libera ufficiale".

"Stiamo assistendo a un vero e proprio contraccolpo politico coloniale nella storia", ha aggiunto.

Anche il linguaggio stesso è tendenzioso, attentamente studiato per favorire un gruppo rispetto a un altro. Gli israeliani detenuti da Hamas vengono costantemente definiti "ostaggi", mentre i palestinesi arbitrariamente detenuti vengono etichettati come "prigionieri", come se ne fossero in qualche modo responsabili.

Per Naji Aljafarawi, ex detenuto rilasciato proprio il giorno in cui suo fratello, l'intrepido giornalista Saleh Aljafarawi, fu ucciso da bande sostenute da Israele, il significato di libertà si è sgretolato nel momento in cui ha appreso della morte del fratello.

"Qui a Gaza non c'è gioia pura", disse con angoscia.

"Non mi ha sorpreso che le forze israeliane abbiano legalizzato la legge sulla pena di morte", ha dichiarato Aljafarawi a Truthout . "Si tratta di un nemico crudele, sanguinario e tirannico".

Ha trascorso quasi due anni in detenzione in Israele, sopportando condizioni strazianti. "Allora credevamo che la morte fosse più misericordiosa che rimanere in vita ed essere torturati ogni giorno con metodi sempre diversi", ha ricordato Aljafarawi ripensando al periodo trascorso in prigione. "Ci dicevano: 'Non vi permetteremo di morire così facilmente. Non vi concederemo questo lusso. La morte è misericordia per voi. Vi spingeremo al limite, poi vi tireremo indietro'".

«Oltre alla tortura fisica, si trasforma in un sadico gioco psicologico», ha spiegato. «Io stesso ho sofferto, disperato e bisognoso di cure mediche adeguate. Solo quando sono caduto in coma, quando stavo morendo, mi hanno finalmente ricoverato in ospedale».

Ja'farawi non riesce a comprendere questa legge, né ad accettarla. Proseguì, con la voce rotta dall'emozione: "Ho pianto per giorni, pensando ai miei compagni ancora lì, che sognavano giorno e notte il momento della libertà, il giorno del ricongiungimento con le loro famiglie, il giorno in cui avrebbero finalmente potuto riabbracciare la terra di Gaza".

Aljafarawi ha riassunto la situazione in poche parole: "La speranza, la convinzione che ci sia una luce in fondo al tunnel, che la libertà alla fine arriverà, è l'ossigeno che li tiene in vita". Fece una pausa, poi aggiunse con voce tremante: "E per le loro famiglie, la speranza è l'anima che li sostiene. Ma ora, la speranza stessa viene uccisa".

Ola Jouher è la moglie di Jihad Abu Mrahil, detenuto da nove mesi, e madre di tre figli: Muhammad, morto a un mese di età; Jannah, deceduta per inalazione di gas tossici durante il genocidio; e Sham, che ora ha un anno e mezzo. "Mio marito è stato arrestato presso il controverso punto di distribuzione della Gaza Humanitarian Foundation, insieme ad altre cinque persone, quando si è avventurato fuori – come molti altri – per portarci del cibo, mentre la fame continua a imperversare", ha raccontato a Truthout.

Jouher ha perso la sua casa all'inizio del genocidio ed è stata sfollata innumerevoli volte; l'assenza del marito ha lasciato una ferita profonda e un peso enorme sulla coscienza. "Mia figlia conosce suo padre solo attraverso la sua foto sullo schermo", si è lamentata. "Continua a chiedere: 'È mio padre? Dov'è adesso?'"

Con voce tremante, Jouher ha continuato: "Essere solo, [fare] da padre e da madre a una bambina piccola, in mezzo a un genocidio, allo scoppio di malattie e alla carestia è estremamente difficile. Ma cerco di tenerla a galla."

La ricerca del marito da parte di Jouher è iniziata quando si è rivolta ad associazioni di sostegno ai prigionieri e per i diritti umani, nonché al Comitato Internazionale della Croce Rossa, per scoprire se fosse stato arrestato o ucciso dalle forze israeliane.

«Mi hanno raccontato che mio marito Jihad è stato sottoposto a torture: prima è stato internato nel carcere di Sde Teiman, poi trasferito in quello di Ashkelon e infine in quello di Al-Naqab, tutti tristemente noti», ha ricordato. «Ogni volta che sento i racconti degli ex detenuti su questi carceri, non riesco a chiudere occhio per giorni, per lo shock e la preoccupazione per mio marito».

Jouher teneva costantemente aggiornato il marito sulla crescita della figlia, sui suoi traguardi, sulle sue preoccupazioni e sulle sue difficoltà quotidiane. "Gli scrivevo sulla tela della tenda, piangendo, lamentandomi, brontolando e parlando come se lui fosse lì." Fece una pausa, poi con voce rotta disse: "La jihad è la mia anima, e quando l'ho perso, ho perso la mia anima."

Alla fine, Jouher si è messa in contatto con la Commissione palestinese per gli affari dei detenuti e degli ex detenuti, che ha cercato di assegnare un avvocato a suo marito, senza però riuscirci. Ciononostante, è riuscita a mandargli un messaggio: "Tua moglie e tua figlia sono vive".

«L'avvocato mi ha detto che Jihad era stato informato che la sua famiglia a Gaza era stata uccisa e, quando ha saputo la verità, non avrebbe potuto essere più felice», ha ricordato. «Mi ha chiesto di Sham, se avesse iniziato a camminare e a parlare».

Jouher ha condiviso senza esitazione il suo punto di vista sulla legge sulla pena di morte, affermando: "Non riesco a convincermi di essa, forse non ci proverei nemmeno. Ho un forte yaqin, una profonda convinzione, che Dio non ci abbandoni, né abbandoni loro né le loro famiglie".

«Solo pochi giorni fa sono andata al mercato a comprargli vestiti e le cose che gli piacciono, così che quando verrà rilasciato troverà tutto preparato con cura», ha aggiunto con pacato ottimismo. «Credo, nel profondo del mio cuore, che verrà liberato».

Jouher ha concluso il suo intervento esortando il mondo a rivolgere l'attenzione ai prigionieri palestinesi, a dare voce alle loro istanze e a difendere il loro inalienabile diritto alla vita.

Molte organizzazioni internazionali per i diritti umani, come Amnesty International, insieme a governi stranieri come il Regno Unito, la Francia, la Germania e l'Italia, oltre all'Autorità Palestinese, hanno chiesto l'abrogazione della legge israeliana, denunciandola come una legge brutale e razzista. Tuttavia, sia Yusuf che Diab esprimono la preoccupazione che questa legge possa essere il preludio a ulteriori violazioni da parte di Israele, più gravi e più aggressive.

Oggi, 17 aprile, si celebra la Giornata dei Prigionieri Palestinesi, in cui i palestinesi commemorano la memoria di coloro che sono detenuti nelle carceri israeliane e si battono per la loro libertà. Quest'anno, la nuova pena di morte in Israele pesa in modo particolare sulla comunità palestinese, mentre lottiamo per la liberazione dei nostri cari rinchiusi dietro le sbarre.

Questa legge non deve entrare in vigore. La speranza non deve essere giustiziata.

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Fonte: Truthout

Autore: Hend Salama Abo Helow

Articolo tratto interamente da Truthout


Lavoro al massimo, salari al minimo: il paradosso lombardo




Articolo da Effimera

In questo contributo, Roberto Romano, con l’ausilio di dati reali (e non immaginari), smonta alcune consolidate credenze sul ruolo della Lombardia come motore d’Italia, mettendo in evidenza come negli ultimi 20 anni la regione più ricca d’Italia si sia avviata verso un declino economico e sociale. In primo luogo la regione risente di un evidente calo demografico che riduce le potenzialità di crescita e di benessere. Il problema potrebbe essere mitigato solo da una diversa politica migratoria che faccia perno sul lavoro migrante regolare, valorizzato come fattore di potenziamento economico e non come fattore di dumping sociale e salariale in condizioni di clandestinità. Inoltre, l’aumento del divario nella crescita economica tra Italia e Lombardia nei confronti dell’Europa viene spesso imputato alla mancanza di investimenti. I dati dicono il contrario. Ciò che conta non è infatti la quantità ma la qualità. Una qualità che, a livello lombardo, viene compromessa da una minor spesa in R&S ma soprattutto dal fatto che la domanda di beni di investimento si traduce per il 50% in importazioni dall’estero. È il risultato dello scarrucolamento della produzione italiana verso processi di “de-specializzazione” produttiva o verso produzioni a basso valore aggiunto – che invece vengono rappresentate dalla retorica di governo come il futuro della nostra economia (il Made in Italy). In questo quadro, non può quindi stupire il calo dei salari reali, la stagnazione della produttività, il persistere della precarietà e l’emergere del lavoro “povero”. C’è poco da stare allegri.

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Il problema dei problemi: la demografia

La crisi internazionale in corso solleva questioni che vanno oltre i confini delle economie regionali italiane. Eppure, alcuni governatori del Nord continuano a insistere sulla presunta forza e capacità di resilienza dei loro territori. Questo costringe il sindacato e la politica a confrontarsi con problemi reali, per i quali è difficile trovare un interlocutore disponibile a costruire un progetto serio.

Non è la prima volta che la narrazione proposta dai governatori del Nord Italia si scontra con i dati. Ribadire con chiarezza le difficoltà in cui versano queste economie serve almeno a delineare alcune riflessioni sui problemi strutturali che le attraversano. Inoltre, spesso l’Europa viene evocata non come un parametro ideale con cui misurarsi, ma come un brand dietro cui nascondere i tanti ritardi che, nel tempo, hanno frenato la crescita economica, sociale e democratica del Paese.

Oltre alle performance economiche insoddisfacenti, c’è un altro elemento critico: la persistente e socialmente ingiustificata resistenza all’immigrazione da parte di questi stessi governatori. Con questo atteggiamento, si sottovaluta quanto il tema demografico sia ormai diventato un vincolo strutturale per la riproduzione del capitale e, di conseguenza, per il mantenimento dello stato sociale e dei servizi essenziali. Non si tratta solo dell’invecchiamento della popolazione, fenomeno ampiamente noto, ma della contrazione della popolazione in età da lavoro. È proprio quella fascia di popolazione, infatti, a costituire la base fiscale e reddituale che finanzia la crescita economica, le finanze pubbliche e i trasferimenti alle regioni. Quando la popolazione potenzialmente attiva si riduce, viene a mancare la base stessa dell’accumulazione capitalistica e, con essa, la possibilità di riprodurre il capitale.

Tra il 2000 e il 2025, la forza lavoro potenziale in Lombardia è scesa dal 69% al 64% della popolazione totale. In Italia, nello stesso periodo, è passata dal 67% al 63%. In altre parole, si comprime la domanda aggregata, mettendo a rischio la crescita del PIL e, con essa, gli investimenti. È un fenomeno noto, ma costantemente rimosso dalla politica e dalla narrazione securitaria del centrodestra. In realtà, la contrazione della forza lavoro potenziale pregiudica crescita, investimenti e domanda interna. Se c’è una prima e drammatica questione di politica economica e sociale da affrontare, questa è proprio la demografia: un tema rimosso dal dibattito politico e forse anche da quello sindacale, ma decisivo per qualsiasi progetto di sostenibilità e cambiamento.

In sintesi, la minore crescita delle regioni del Nord rispetto alla media europea è certamente legata alla loro specializzazione produttiva, ma ha anche una radice strutturale profonda: la demografia, che condiziona e limita nel tempo le prospettive di crescita e di investimento.

Crescita economica coerente

Prima di analizzare le altre variabili che condizionano la crescita, è utile osservare l’andamento del PIL lombardo – considerando consumi, investimenti e spesa pubblica – confrontandolo con quello dell’Europa a 27 tra il 2000 e il 2025, incluse le proiezioni per il 2026 e il 2027 fornite da Eurostat. Il dato è fin troppo evidente e non sorprende chi scrive: né l’Italia né la Lombardia sono allineate alla traiettoria di crescita europea.

Non si tratta di un fenomeno limitato a un periodo particolare, ma di una persistente minore crescita che avrebbe dovuto far interrogare non solo chi governa le regioni del Nord, ma anche le rappresentanze del capitale, la politica e, credo, gli stessi sindacati. Spesso il sindacato ha sollevato il problema di questo ritardo strutturale rispetto all’Europa, ma non è riuscito a trasformare la “de-europeizzazione” della regione in una questione capace di mettere in seria discussione la stessa sostenibilità sistemica della Lombardia. Sono state condotte ricerche importanti, anche su commissione della CGIL, ma non sembrano aver smosso più di tanto chi quelle informazioni le aveva a disposizione. Il punto non è la denuncia, ma la necessità di comprendere un fenomeno – quello della de-europeizzazione – che colpisce con la stessa intensità anche il Veneto.

Tutta colpa degli investimenti?

In Italia, e in particolare tra le cosiddette parti sociali, inclusa quella padronale, emerge spesso una spiegazione logora e, per chi scrive, fastidiosa: la presunta carenza di investimenti, che impedirebbe all’Italia e alla Lombardia di crescere come l’Europa. Da un lato, ci si lamenta dei mancati incentivi pubblici, come se gli investimenti fossero una funzione dei soli sussidi statali invece che delle aspettative di mercato – una regressione intellettuale che dovrebbe far rabbrividire i fautori del libero mercato. Dall’altro, si evita accuratamente un’analisi puntuale della serie storica degli investimenti.

Senza scomodare l’algebra, ricordo solo che la correlazione tra investimenti e PIL è per definizione molto alta: in Italia e in Lombardia raggiunge 0,9. Tuttavia, la correlazione tra produzione di macchinari (interna) e investimenti totali è solo 0,5. In altre parole, senza voler stabilire un nesso causale definitivo, la domanda di beni di investimento da parte delle imprese viene soddisfatta solo in minima parte dalla produzione nazionale o lombarda. Per ogni euro investito dalle imprese, mediamente 0,50 centesimi si traducono in importazioni. È importante sottolineare che questo fenomeno non riguarda solo l’industria manifatturiera, ma anche il settore delle costruzioni, che nell’immaginario collettivo si crede immune da questa dinamica. Chi ha studiato a fondo l’esperienza del cosiddetto “Superbonus 110%” sa bene che quell’incentivo non è riuscito a creare una filiera produttiva nazionale degna di questo nome.

Se osserviamo l’andamento degli investimenti a prezzi costanti tra il 2000 e il 2025, con proiezione al 2027 sempre di Eurostat, vediamo che essi sono indubbiamente calati tra la crisi dei subprime e il periodo immediatamente precedente il Covid. Tuttavia, nell’arco temporale complessivo, possiamo affermare che la dinamica degli investimenti italiani e lombardi è in qualche modo riuscita a tenere il passo con quella europea. Forse si poteva fare di più e meglio, ma il nodo centrale è un altro: come mai l’andamento degli investimenti non è riuscito a sostenere adeguatamente la crescita del PIL?

La risposta sta proprio nella correlazione di 0,5 tra produzione interna di macchinari e investimenti. Questo dato spiega perché gli investimenti, dal punto di vista tecnico, non potessero sostenere la crescita locale: la parte più nobile degli investimenti, quella che incorpora ricerca e sviluppo, veniva (e viene) importata da altri Paesi. Sostenere che “servono più investimenti” per favorire la crescita significa immaginare l’economia come un semplice sistema idraulico. Alcuni ricercatori cadono in questa semplificazione, ma la struttura economica è fortunatamente molto più complessa. Talvolta vale la pena studiare come essa “lavora” realmente, piuttosto che cercare di piegarla a una teoria precostituita.

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Fonte: Effimera

Autore: Roberto Romano

Licenza: Copyleft 

Articolo tratto interamente da Effimera 

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Troppi limiti allo sciopero: l’Italia fuori dagli standard europei



Comunicato da USB

Il Comitato Europeo per i Diritti Sociali ha riconosciuto che la legge 146/90, che disciplina l'esercizio del diritto di sciopero in Italia, viola la Carta Sociale Europea.

Una bocciatura che arriva dopo il ricorso presentato da USB nel 2022 e resa pubblica lo scorso 13 marzo: ad essere messi sotto accusa sono l'obbligo di comunicare la durata dell'astensione in anticipo, l'eccessiva quantità di settori definiti essenziali, l'abuso del sistema delle franchigie e della rarefazione degli scioperi. Norme che rendono meno efficace il ricorso allo sciopero, sbilanciando i rapporti di forza a sfavore di chi lavora e ponendo un'evidente questione di democrazia nel Paese.

La definizione di servizi essenziali giuridicamente riconosciuta a livello internazionale è quella dell'Organizzazione Internazionale del Lavoro, che indica quelle attività la cui interruzione metterebbe in pericolo la vita, la sicurezza personale o la salute di una parte o dell'intera popolazione. La legge italiana estende questa definizione a settori come i trasporti, la scuola, i servizi doganali… perfino al settore bancario e a quello assicurativo! La logistica, inoltre, è stata aggiunta recentemente tramite una comunicazione della Commissione di Garanzia sul diritto di sciopero, guarda caso lo scorso 11 marzo.

Adesso è finalmente possibile rivendicare un pieno diritto di sciopero in Italia, con il Governo e il Parlamento che devono adattarsi alle indicazioni europee, ma l'azione della Commissione di Garanzia sembra andare nella direzione diametralmente opposta.

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giovedì 16 aprile 2026

La gioia di vivere, ovvero come continuare a resistere



Articolo da Desinformémonos

Questo articolo è stato tradotto automaticamente. La traduzione rende il senso dell’articolo, tuttavia consigliamo di leggere il testo originale su Desinformémonos

L'alba sorge nel centro dell'Avana. Un raggio di luce filtra dalla finestra e illumina il volto di Rogelio, un ex combattente internazionalista reduce dalla guerra in Angola. Fuori, uno stormo di gracchi si raduna, gracchiando, sul più grande albero di via Estrella. Proprio accanto all'albero, al numero 555, si trova la casa di riposo per anziani chiamata "Gioia di Vivere".

Ogni mattina, Odalys Pozos, un'assistente sociale, accoglie i quaranta anziani residenti con una voce roca e potente che riecheggia nel corridoio e nelle stanze del centro. Lei e Lazarito, l'addetto alle pulizie, sistemano le sedie nello stretto corridoio. Una volta che tutti sono seduti, apre il calendario e legge loro gli eventi storici del giorno. Poi passa alla lettura delle notizie locali, nazionali e internazionali. Successivamente, cerca di farli ridere con delle barzellette per tirarli su di morale e continua con degli indovinelli. Infine, tira fuori il dizionario "per farli pensare e affinare la mente", dice.

Prima del caffè e del pane del mattino, gli anziani si dispongono in cerchio e l'istruttore di ginnastica li guida attraverso esercizi per braccia, fianchi e muscoli. Al bar, Rosa Maria, un'insegnante in pensione, mostra a Irina, professoressa e ricercatrice all'Università di Milano, testi e poesie che le aveva promesso per un libro. Insieme, esaminano la squisita calligrafia delle "poesie d'amore", che saranno accompagnate da foto della loro giovinezza.

Tra risate e silenzi, la giornata scorre. Óscar Amel ha trovato un'oasi nel centro diurno, un luogo dove la sua vita stava lentamente svanendo tra solitudine e depressione. Ora, dice che frequentare il centro ha ridato un senso alla sua vita, e ne è persino diventato presidente con voto unanime. Sta anche scrivendo un'autobiografia che sarà presto pubblicata. La vita di Óscar si è intrecciata con quella di altre 39 persone che sono diventate la sua famiglia allargata.

Mentre aspettano il pranzo, alcuni giocano a domino, altri chiacchierano, condividono ricordi, parlano delle loro necessità urgenti, dei loro acciacchi e ridono quando raccontano qualche bravata giovanile. Prima di andarsene, Odalys consiglia loro di tornare a casa in orario, prima del blackout previsto tra le 16:30 e le 17:00, ma non si sa mai, e riserva loro una piccola sorpresa. Si mette in mezzo al corridoio in modo che tutti possano sentirla: "Ascoltate bene, nonni, ascoltate attentamente. Mercoledì ci sarà un piccolo ritrovo, o una festa, avete capito? Ci sarà del rum, ma solo un po' per non ubriacarvi, e riceveremo il regalo che aspettiamo da anni: un altoparlante e un microfono per il karaoke". Tutti applaudono; sembrano felici. Il giorno prima, un gruppo di persone aveva portato loro dei vestiti e del gelato al cioccolato.

Il motivo dei blackout

Sono le undici del mattino e il blackout continua. Ci sta mettendo più tempo del previsto, ma è normale che le interruzioni varino a seconda della regione e delle priorità. Sebbene si stia lavorando per ripristinare completamente la fornitura di energia elettrica, ci vorrà del tempo. La crisi viene paragonata a una guerra, poiché gli ordini e le minacce di bloccare le consegne di petrolio provengono dagli Stati Uniti.

Alla fine di gennaio, il pedofilo squilibrato che occupava la Casa Bianca minacciò il governo messicano di imporre dazi doganali se avesse continuato a inviare petrolio a Cuba. Temendo ritorsioni, il Messico confermò pubblicamente l'8 febbraio di aver interrotto le spedizioni. Giorni prima, il Venezuela aveva inviato a Cuba una comunicazione devastante e concisa: le forniture erano state interrotte e gli accordi bilaterali annullati. Nei giorni successivi, iniziò il ritorno in massa dei medici cubani di stanza in tutto il Venezuela. È chiaro che l'obiettivo di questo attacco chirurgico era duplice: prendere il controllo del petrolio venezuelano e strangolare Cuba.

In questo contesto, il presidente Díaz-Canel, intervenendo alla televisione nazionale, ha dichiarato francamente e senza mezzi termini: "Vivremo tempi difficili". Tra le possibilità c'è l'"Opzione Zero", una strategia di emergenza attuata da Fidel Castro negli anni '90, nota come Periodo Speciale in Tempo di Pace. Sacrifici, austerità e ancora sacrifici. Il popolo cubano lo sa già e lo ha vissuto.

Mentre tutto ciò accade all'Avana, sono in corso colloqui anche con il governo degli Stati Uniti. In Messico, in America Latina e in Europa si stanno organizzando campagne di solidarietà. I ​​cubani residenti a Città del Messico hanno allestito una tenda nello Zócalo per ricevere aiuti alimentari, soprattutto medicinali. Campagne simili si stanno organizzando anche in altri stati, e una parte della Flottiglia Umanitaria partirà da Puerto Progreso con un carico di cibo.

Gestire le limitate risorse di carburante è complesso, ma ci sono priorità fondamentali da affrontare, come gli ospedali e le scuole primarie e secondarie. Le università stanno tenendo lezioni a distanza, come già fatto durante la pandemia di COVID-19, sfruttando al massimo le poche ore di elettricità disponibili. Ma gli ospedali sono essenziali.

L'Istituto Nazionale del Cancro e l'Ospedale Hermanos Amejeiras, specializzato in interventi di cardiochirurgia, hanno la fornitura di energia elettrica suddivisa per area, alcuni addirittura dotati di generatori e, in alcuni casi, di pannelli solari: "È fondamentale; non ci si può permettere che manchi la corrente nel bel mezzo di un intervento a cuore aperto, o di qualsiasi altro intervento chirurgico, anche non di grande entità", mi dice un medico in attesa dell'autobus sulla 23esima Avenida, di fronte al cinema Yara. Anche i poliambulatori soffrono a causa dei blackout, essendo situati in zone residenziali, ma hanno ricevuto l'ordine di non chiudere; è vitale assistere le persone, soprattutto i bambini e gli anziani, in questi momenti critici.

La festa

Nel quartiere Vedado, sulla 23esima strada, tra l'8esima e la 12esima, Irina, un'insegnante, e Mirco, uno studente milanese in scambio accademico a Cuba, si affannano a procurarsi le provviste per la festa dei nonni di lei. Trovano rum e soda senza problemi, ma che dire del ghiaccio? Il benedetto ghiaccio è introvabile. I frigoriferi sono senza corrente (ovviamente) e, oltre ad essere vuoti, sono caldi. Il conducente di un triciclo elettrico (un triciclo a batteria) dice loro di conoscere un negozio con un generatore. "Lì avranno sicuramente il ghiaccio", esclama entusiasta mentre l'insegnante e lo studente salgono sul triciclo, di origine cinese ma assemblato a Cuba.

C'è il ghiaccio! Compriamo due sacchi, c'è il rum, c'è la soda, c'è un piccolo altoparlante che funziona bene con le batterie ricaricabili, e c'è una dannata crisi, ma ce ne dimenticheremo per un po', perché la musica risuonerà nel corridoio e in tutta la casa.

Sono le due del pomeriggio e i nonni aspettano con impazienza.

Mirco e un incisore che ha disegnato le copertine dei prossimi libri si recano sul retro di un piccolo patio per servire bicchieri di rum, ghiaccio e qualcosa che sembra Coca-Cola ma non lo è. Un preoccupato Odalys chiede se a qualcuno degli anziani sia stato sconsigliato di bere per motivi medici, e tutti gridano: "Noooo!". I bicchieri vengono distribuiti, l'altoparlante viene acceso e compaiono diverse chiavette USB: qualcuno sa chi le ha portate.

Rosa María, quella delle "Poesie d'amore", inizia a ballare con discrezione e delicatezza. Improvvisamente, si leva un mormorio, come il ronzio di un colibrì cubano. Il mormorio cresce e qualcuno grida: "Zenaida, Zenaida, Zenaida, balla, balla!". E noi ci giriamo per vederla nel suo angolo. Ai tempi d'oro, Zenaida era una ballerina e showgirl al famoso Tropicana, nel '62. Ride, con gli occhi che le si increspano. Alza le mani e muove il busto. Non può ballare a causa di cadute che le hanno fratturato il femore. Ma la musica continua a suonare e forse è questo che le dà la forza di alzarsi. Con cautela, afferra le stampelle e tenta qualche passo tra gli applausi, ma il suo slancio e il suo sforzo durano poco e si siede. La ringraziano e si prendono cura di lei.

Quando l'occasione lo richiede, i cubani sanno essere anche cerimoniosi e formali. È il momento per l'insegnante Irina di presentare alcuni estratti dai libri. Legge ad alta voce un brano dal libro di Óscar Amel, la cui vita è cambiata dopo l'arrivo al rifugio, e tutti applaudono. Presenta poi alcuni estratti dal libro di Rosa María, che includerà foto della sua giovinezza in cui appare davvero bellissima. Infine, viene svelata la copertina di *Memorie della guerra in Angola*, con le testimonianze di Rolando e di un altro Óscar, quest'ultimo ex membro delle Forze Armate Rivoluzionarie, ma entrambi si identificano più come internazionalisti e sono orgogliosi di aver partecipato alla lotta di liberazione angolana.

Sono le cinque del pomeriggio e tutti si affrettano perché i nonni possano tornare a casa. Improvvisamente si annuvola, qualche goccia cade da una nuvola di passaggio, e poi torna il sole. Odalys li raduna in cerchio e saluta i nonni con la sua voce roca e forte. Ripete il ritornello quotidiano: "Qual è la casa più bella di tutta l'Avana Centrale?". I nonni rispondono:

“La gioia di vivere!” “Quale?” “La gioia di vivere!” Tutti applaudono ed escono in fila, facendo attenzione a non spostare né il busto di Martí, che è installato in modo fragile su una colonna, né la bandiera che si trova nell'angolo dell'ingresso.

Tutti se ne vanno. La casa è vuota. Là fuori, la guerra contro il popolo cubano continuerà sotto forma di blackout e oscurità a causa della mancanza di benzina. Qui, la gioia di vivere dei nonni è e sarà una forma di resistenza.

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Fonte: Desinformémonos

Autore: Alfredo López Casanova

Licenza: Copyleft 


Articolo tratto interamente da Desinformémonos