C’è
un bambino che cresce a Spinetta Marengo, una piccola frazione alla
periferia di Alessandria. Va a scuola, gioca nel cortile, beve acqua dal
rubinetto. Nel suo sangue, invisibili e inodori, si accumulano da anni i
PFAS — i perfluoroalchilici, noti alla scienza come forever chemicals, sostanze chimiche eterne che non si degradano mai. Né nell’ambiente. Né nel corpo umano.
A pochi chilometri da quel cortile, lo
stabilimento Syensqo — ex Solvay, ex Montedison — produce da decenni
queste sostanze. L’unico impianto ancora attivo in Italia. Tra il 2007 e
il 2023 ha emesso oltre 2.800 tonnellate di gas fluorurati, pari al 76%
delle emissioni nazionali di quella categoria. Alcuni report
giornalistici lo hanno definito il sito più contaminato da PFAS in
Europa.
Ora spostiamo lo sguardo. In una
fabbrica di Tokyo, un robot umanoide cammina lungo un corridoio,
raccoglie un pacco, lo sistema su un nastro trasportatore. Si muove in
uno spazio pensato per l’uomo: usa le nostre scale, apre le nostre
porte, maneggia i nostri strumenti. Non è l’operaio che si adatta alla
macchina. È la macchina che si adatta all’operaio.
Due immagini. Due idee opposte —
apparentemente — di ciò che significa progresso. Eppure qualcosa le
accomuna. Qualcosa che vale la pena esaminare con attenzione, e con
urgenza.
Il corpo come contenitore del progresso
Tutta la storia industriale del
Novecento è stata la storia di corpi umani costretti a sincronizzarsi
con la macchina. Taylor cronometrava i gesti degli operai. Ford li
trasformava in ingranaggi. Il corpo dell’uomo era una risorsa
produttiva: misurabile, ottimizzabile, sostituibile.
A Spinetta Marengo questa logica ha
assunto una forma ancora più radicale. I corpi dei cittadini non sono
stati solo messi al servizio della produzione: sono diventati il
contenitore involontario dei suoi scarti. I PFAS si depositano nei
tessuti, nel sangue, nelle generazioni future. Il territorio è stato
trattato come una risorsa sacrificabile. Il segreto industriale ha
impedito per decenni alla popolazione di sapere cosa respirava, cosa
beveva, cosa portava nel sangue. Solo un ricorso al TAR Piemonte ha
strappato all’azienda e alla Provincia di Alessandria i dati che
avrebbero dovuto essere pubblici da sempre.
Il robot umanoide nasce con una promessa
opposta: liberare il corpo umano. Sottrarlo ai compiti pericolosi,
ripetitivi, usuranti. La macchina va nei luoghi tossici. La macchina fa i
movimenti logoranti. Il corpo dell’uomo smette di essere consumabile.
L’innovazione è sempre una scelta culturale
Marshall McLuhan diceva che il medium è
il messaggio: ogni tecnologia porta con sé una filosofia implicita, un
modo di vedere il mondo, una gerarchia di valori. I PFAS non erano
inevitabili. Erano una scelta. Una scelta culturale prima ancora che
industriale: il territorio come risorsa, la produzione come valore
supremo, la salute dei cittadini come esternalità trascurabile.
La stampa di Gutenberg non ha solo
diffuso libri: ha smantellato il monopolio culturale della Chiesa, ha
reso possibile la Riforma protestante, ha reinventato il concetto di
autorità. La rivoluzione industriale non ha solo creato fabbriche: ha
ridisegnato la famiglia, il tempo, la città, l’identità di intere classi
sociali. Ogni grande tecnologia è anche una grande trasformazione
culturale. La questione è sempre la stessa: chi la governa, e
nell’interesse di chi.
La politica assente: il vero veleno del nostro tempo
C’è un elemento che accomuna la vicenda
di Spinetta Marengo e la rivoluzione in corso dei robot umanoidi, e che
non riguarda né la chimica né l’ingegneria. Riguarda la politica. O
meglio: la sua assenza.
Per decenni, mentre i PFAS si
accumulavano nelle falde acquifere e nel sangue dei cittadini di
Spinetta Marengo, la politica ha guardato altrove. Amministrazioni
locali, regionali, nazionali hanno privilegiato i posti di lavoro
garantiti dall’impianto, i gettiti fiscali, le convenienze elettorali.
Hanno usato il segreto industriale come scudo. Hanno rimandato,
minimizzato, taciuto. Non per ignoranza: per scelta. Una scelta di cui
qualcuno dovrà rispondere — e non solo in sede penale.
Questo è il modello che rischiamo di
ripetere con la robotizzazione. I governi di tutto il mondo stanno
assistendo alla più rapida trasformazione del mercato del lavoro nella
storia moderna — e la risposta politica è, nella maggior parte dei casi,
il silenzio. Nessuna regolamentazione seria sull’automazione. Nessun
piano strutturale per la riconversione professionale. Nessuna tassazione
del lavoro robotico che possa finanziare la transizione sociale.
Nessuna supervisione democratica sugli algoritmi che decideranno chi
lavora e chi no.
I nostri governanti — con eccezioni rare
e preziose — non sembrano rendersi conto di ciò che sta accadendo. O
forse se ne rendono conto benissimo, e preferiscono non affrontarlo:
perché regolamentare significa scontrarsi con i grandi capitali
tecnologici, con le lobby industriali, con chi finanzia le campagne
elettorali. È più comodo lasciare che il futuro accada da solo, e poi
gestire l’emergenza quando esplode.
Ma le emergenze sociali, come quelle
chimiche, non esplodono improvvisamente. Si accumulano. Silenziosamente.
Per anni. E quando diventano visibili, il danno è già fatto.
IbambinidiSpinetta Marengoporteranno iPFAS nel sanguepertuttala vita. Le
comunità che perderanno il lavoro nella prossima decade non
recupereranno quella perdita con la stessa velocità con cui i robot le
avranno sostituite.
La politica non può continuare a
inseguire il futuro quando è già passato. Deve anticiparlo. Deve
scegliere. E deve assumersi la responsabilità di quelle scelte davanti
ai propri cittadini. Questa è la funzione della democrazia. Questa è ciò
che troppo spesso, oggi, non avviene.
I “PFAS sociali” della robotizzazione
I PFAS avvelenano lentamente, per
accumulo, senza che la vittima se ne accorga subito. C’è qualcosa di
inquietante nella somiglianza con certi meccanismi sociali che la
robotizzazione massiva potrebbe innescare.
La disoccupazione strutturale derivante
dalla sostituzione del lavoro umano con i robot rischia di funzionare
allo stesso modo: un processo graduale, quasi invisibile, che
impoverisce comunità intere prima che la politica riesca — o voglia —
reagire. Il lavoro, in molte culture, non è solo reddito: è identità,
appartenenza, dignità sociale. Toglierlo non produce solo
disoccupazione: produce un vuoto di senso che nessun reddito universale
può automaticamente colmare.
C’è poi la questione del potere. I robot
umanoidi — Optimus di Tesla, Figure, Boston Dynamics, Agility Robotics —
sono sviluppati da pochissime aziende con capitali enormi e nessuna
reale supervisione democratica. Chi possiede i robot possiede la
produzione. Gli algoritmi che li governano sono opachi e proprietari. La
scatola nera tecnologica è il nuovo segreto industriale: diversa nella
forma, identica nella funzione.
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Fonte: Citta` Futura on-line
Autore: Fabrizio Boschetto
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Articolo tratto interamente da Citta` Futura on-line