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martedì 14 aprile 2026

La frana che non smette mai di muoversi



Articolo da Rivoluzione

Giovedì 2 aprile crolla il ponte sul Trigno lungo la Statale 16 in Molise dopo l’accumulo di pioggia straordinario dei giorni precedenti. Martedì 7 aprile si riattiva la frana nel Comune di Petacciato (Campobasso) danneggiando l’autostrada A14, spezzata in due, e deformando le rotaie della Ferrovia Adriatica.

Nel giro di una settimana la situazione logistica e infrastrutturale della zona sud adriatica è stata quasi completamente compromessa, mancando percorsi di viabilità alternativa. Inizia l’inferno del controesodo pasquale di molti lavoratori e studenti molisani e pugliesi, bloccati non solo in strada ma anche nelle stazioni a sud di Vasto.

La frana non rappresenta una novità geologica, ma un evento lungamente studiato e conosciuto, con oltre un secolo di attività, uno dei fronti franosi più lunghi d’Europa con un’estensione complessiva di 4 chilometri quadrati. Anche il ponte della Statale 16 era stato chiuso il giorno precedente al crollo. E pensare che sul ponte erano appena stati svolti lavori di manutenzione!

Tutti eventi prevedibili ma mai presi in considerazione. Si parla di una frana che non si fermerà nel breve periodo. È necessaria una soluzione radicale, come uno spostamento delle infrastrutture, che permetta di risolvere il problema nella sua totalità quando invece si sta già puntando a far tornare tutto alle condizioni di viabilità precedenti.

Servirebbero tra i 180  e i 500 milioni per spostare le infrastrutture su un percorso sicuro. Sembrano cifre esorbitanti, ma in realtà stridono con la realtà dei fondi disponibili. Ricordiamo che per il Ponte sullo Stretto sono stati stanziati 13,5 miliardi di euro.

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Fonte: 
Rivoluzione

Autore: 
Gloria Vinciguerra


Articolo tratto interamente da 
Rivoluzione.red


Il più allarmante degli attacchi dell'uomo...



"Il più allarmante degli attacchi dell'uomo all'ambiente è la contaminazione dell'aria, terra, fiumi e mari con materiali pericolosi e persino letali."

Rachel Carson



venerdì 10 aprile 2026

Oltre i confini del diritto: la mancanza di protezione per chi fugge dal clima


Articolo da Open Migration

Negli ultimi dieci anni quasi 265 milioni di sfollamenti sono stati causati da eventi climatici estremi, un fenomeno in rapida crescita e sempre più intrecciato con guerre e instabilità. Eppure, chi fugge da questi disastri resta intrappolato in un vuoto giuridico, senza uno status né tutele adeguate. Tra iniziative politiche ancora fragili e frontiere sempre più chiuse, la crisi climatica continua a produrre migrazioni invisibili che il diritto fatica a riconoscere e governare.

Campi che si trasformano in polvere, villaggi inghiottiti dal fango, isole che scompaiono con l’avanzare del mare. La crisi climatica non è solo una questione ambientale. L’esodo di milioni di persone si muove sulla sua spinta. Cresce più in fretta delle parole per riconoscerlo e del diritto per governarlo. Eppure resta per lo più invisibile.

L’Internal Displacement Monitoring Centre – riferimento globale per i dati sui movimenti forzati interni – ha contato poco meno di 265 milioni di sfollamenti scatenati da cataclismi nell’ultimo decennio. Significa 70mila persone in fuga ogni giorno. Pressappoco cinquanta al minuto.

Gli Stati Uniti, le Filippine e la Cina travolti da cicloni e tempeste. Il Brasile, come il Bangladesh, il Ciad o il Kazakistan, sommersi dalle inondazioni. Il Corno d’Africa affamato dalle siccità. In quasi 46 milioni hanno dovuto abbandonare case e vite, braccati dai disastri naturali che hanno investito 163 tra paesi e territori sparsi su questo nostro mondo, solo nel 2024.

Mai così tanti dal primo monitoraggio nel 2008, il doppio della media registrata nei quindici anni passati. Al 31 dicembre erano ancora almeno 9,8 milioni gli sfollati climatici. Un record pure questo, segnato nell’anno più bollente della storia. Senza contare tutti coloro che hanno scavalcato i confini, nel contesto di migrazioni sempre più multicausali.

Niente di meno all’orizzonte.

La violenza del clima si salda ogni anno più forte a quella delle armi. Si abbatte in modo sproporzionato sulle comunità più fragili del Pianeta – che poi sono anche quelle che meno hanno contribuito a generarla e poco o nulla ricevono dei finanziamenti globali per l’adattamento climatico. Moltiplica minacce, aggrava vulnerabilità.

Negli ultimi tre lustri è triplicata la lista dei paesi che hanno visto sommarsi e alimentarsi a vicenda sradicamenti provocati da entrambe le crisi, ormai permanenti e sovrapposte. Nel 2024, lo straziato Yemen ha conosciuto il più alto numero di movimenti forzati interni causati da eventi meteorologici estremi mai documentato nel Paese, mentre l’Afghanistan riconfermava il primato mondiale per la più ampia popolazione di sfollati interni da catastrofi climatiche.

I bisogni umanitari esplodono. I sistemi di accoglienza crollano: meno di dieci litri d’acqua al giorno devono oggi bastare ai sudanesi accampati nel Ciad inondato, ben al di sotto degli standard minimi di sopravvivenza.

Il secondo report No Escape di UNHCR restituisce un quadro inequivocabile. Un terzo di tutte le emergenze dichiarate dall’Agenzia nel 2024 era dovuto agli impatti degli shock climatici su popolazioni già sfollate da conflitti. A giugno 2025, tre quarti dei 117 milioni di sfollati da guerre, violenze e persecuzioni abitavano territori esposti a rischi climatici classificati come elevati o estremi.

Nei prossimi anni quasi tutti i campi profughi sulla Terra affronteranno un aumento eccezionale delle temperature. Per il 2050, quelli più caldi – tra Mali, Etiopia, Gambia, Eritrea e Senegal – potrebbero dover sopportare fino a 200 giorni l’anno di stress termico pericoloso per la salute e l’esistenza stessa dei milioni di uomini, donne e bambini costretti ad affollarli: molti sembrano destinati a diventare inabitabili.

Entro il 2040, potrebbero essere sessantacinque i paesi a estremo rischio climatico, la metà dilaniati da guerre e instabilità. Oggi sono tre. La rotta è chiara.

Ebbene, di fronte a tanto, chi è costretto a spostarsi per il clima resta ancora intrappolato in una zona grigia, tra le maglie del diritto internazionale. Senza status. Senza protezione. Persino senza nome.

Sono migranti? Sfollati? Forse. Rifugiati? Ma il “rifugiato climatico” giuridicamente non esiste. Le calamità naturali non sono contemplate dalla Convenzione di Ginevra. La furia del clima, da sola, non basta. Decine di termini coniati, nessuno universalmente accettato. Ed è tutto fuor che un dettaglio. Non a caso è in stallo ogni discussione sulla definizione di un qualche meccanismo giuridico vincolante a tutela di queste persone.

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Fonte: Open Migration

Autore: Clara Geraci

Licenza: Licenza Creative Commons
Quest'opera è distribuita con Licenza Creative Commons Attribuzione 4.0 Internazionale


Articolo tratto interamente da 
Open Migration


martedì 7 aprile 2026

Riparazioni in crescita: gli italiani riscoprono il valore della manutenzione



Articolo da Verdecologia

rifiuti e riparazioni – Ogni anno l’umanità produce tra i 2,1 e 2,3 miliardi di tonnellate di rifiuti solidi urbani e, senza interventi urgenti, le Nazioni Unite stimano che questa cifra potrebbe toccare i 3,8 miliardi di tonnellate entro il 20501. Dietro questi numeri ci sono anche oggetti che funzionano ancora o che potrebbero farlo con una semplice riparazione, come gli elettrodomestici e i dispositivi elettronici che, trasformati in rifiuti, nel 2024 hanno raggiunto le 358.138 tonnellate solo in Italia2. Un dato che racconta un’abitudine che la nuova Direttiva UE sul Diritto alla Riparazione (che l’Italia recepirà entro luglio 2026) punta a trasformare, rendendo la riparazione più conveniente e accessibile rispetto alla sostituzione.

In Italia domanda di riparazione sempre più concreta e diffusa

E gli italiani sembrano già muoversi in questa direzione. I dati ProntoPro, il marketplace di riferimento per i servizi professionali che mette in contatto domanda e offerta, raccontano infatti di una domanda di riparazione sempre più concreta e diffusa, soprattutto quando si parla di grandi elettrodomestici. Tra i servizi di riparazione, infatti, figurano in particolare quelli per lavatrici (13%), condizionatori (12,5%), lavastoviglie (12%), televisori (11,5%) e frigoriferi (9%). Un segnale che lungo lo Stivale si sta riscoprendo il valore della manutenzione, scegliendo di prolungare la vita degli oggetti piuttosto che sostituirli.

Nuovi volti della riparazione: dalle macchine da cucire ai mezzi sostenibili, passando per gli hobby

Se i servizi più richiesti raccontano le abitudini consolidate degli italiani, quelli in maggiore crescita offrono uno sguardo su come queste abitudini stiano evolvendo. Analizzando le richieste pervenute su ProntoPro.it tra marzo 2025 e febbraio 2026, a guidare la classifica della crescita è la riparazione delle macchine da cucire (+250% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente). Seguono la riparazione delle console videogiochi (+104%) e quella delle casse acustiche (+94%): due servizi che parlano di un approccio più maturo al mondo dell’elettronica di consumo, sempre più percepita come un investimento da preservare nel tempo.

Forte è anche la crescita dei servizi legati alla mobilità sostenibile: le richieste di riparazione per bici elettriche e biciclette tradizionali crescono rispettivamente dell’89% e dell’83% e nella stessa direzione va la riparazione dei monopattini elettrici (+11%), un segnale ancora in fase iniziale ma coerente con la crescente diffusione di questi mezzi nelle città italiane. In aumento anche le richieste per la riparazione dei giradischi, che crescono del 31%, a dimostrazione che il revival del vinile porta con sé anche una nuova attenzione alla cura e alla manutenzione degli strumenti analogici.

Mappa e calendario delle riparazioni: dove e quando gli italiani scelgono di riparare

A livello regionale, la Lombardia guida la classifica con il 26% del totale delle richieste di riparazione sulla piattaforma, seguita da Lazio (13%) ed Emilia-Romagna (9%). A pari merito con il 7% Piemonte, Veneto e Campania, mentre la Toscana chiude la Top 5 con il 6%: una distribuzione che riflette in larga parte il peso demografico di ciascun territorio. Ragionando però sull’incidenza delle richieste di riparazione sul totale dei servizi cercati in ciascuna provincia, il quadro cambia e c’è una provincia in cui la domanda di riparazioni ha un’incidenza particolarmente elevata: è Napoli la più sensibile, in particolare quando si tratta di aggiustare i televisori. Seguono Milano, prima per le richieste di riparazione condizionatori (complici le estati sempre più calde che rendono questo elettrodomestico irrinunciabile); Roma, dove si registra il dato più alto di riparazione lavastoviglie; Bologna, in testa per richieste legate alle lavatrici; e Torino. Fuori dalla top five spicca Bari, che guida la classifica per la riparazione dei frigoriferi.

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Fonte: Verdecologia

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Articolo tratto interamente da Verdecologia



Non sarà più lo stesso Paese: ecco come il clima stravolgerà l'Italia



Articolo da Ambientenonsolo

Entro la fine del secolo l’Italia, insieme a tutto il bacino del Mediterraneo, sarà interessata da un aumento generalizzato delle temperature e da una riduzione media delle precipitazioni. Ma a preoccupare non è solo il riscaldamento: secondo un nuovo studio di ENEA, il cambiamento climatico nel nostro Paese si manifesterà sempre più attraverso eventi estremi, con temporali intensi e alluvioni improvvise, soprattutto in autunno e in particolare sulle Alpi.

Lo studio si basa su proiezioni climatiche regionali ad altissima risoluzione – fino a 5 chilometri – che consentono di osservare con grande dettaglio gli impatti locali attesi da qui al 2100, superando i limiti dei modelli climatici globali a bassa risoluzione.

Una “lente di ingrandimento” sul clima futuro

«Abbiamo utilizzato proiezioni climatiche regionali ad altissima risoluzione che, come una lente di ingrandimento, permettono di conoscere con estrema precisione gli impatti attesi, soprattutto in relazione agli eventi estremi e ai fenomeni locali», spiega Maria Vittoria Struglia, coordinatrice dello studio e ricercatrice del Laboratorio ENEA Modelli e servizi climatici.

Questi strumenti, sottolinea Struglia, sono fondamentali non solo per descrivere il futuro clima italiano, ma anche per progettare strategie di adattamento mirate, capaci di tenere conto delle specificità territoriali e stagionali.

Il team di ricerca ha simulato sia il clima passato (1980–2014), per quantificare i cambiamenti già in atto, sia il clima futuro (2015–2100), utilizzando tre diversi scenari socioeconomici e climatici: da quello più virtuoso, in cui le politiche di sostenibilità sono centrali, fino a quello a più alto impatto, caratterizzato da una scarsa riduzione delle emissioni.

Temperature in forte aumento, soprattutto in montagna

I risultati mostrano un quadro chiaro: le temperature aumenteranno in tutte le stagioni e in tutte le aree del Paese. Nelle zone montuose, in particolare, l’aumento delle temperature estive potrebbe raggiungere fino a +4,5 °C nello scenario più severo, mentre in autunno si potrebbero registrare incrementi fino a +3,5 °C.

Si tratta di un riscaldamento molto marcato, che i modelli climatici globali non riescono a riprodurre con la stessa precisione, proprio a causa della loro risoluzione spaziale più grossolana.

Meno piogge, ma più violente

Sul fronte delle precipitazioni, il clima italiano tenderà a diventare complessivamente più secco, soprattutto in estate. Tuttavia, questa tendenza generale nasconde un paradosso sempre più evidente: diminuiscono le piogge medie, ma aumentano la frequenza e l’intensità degli eventi estremi.

Nei due scenari più critici, le simulazioni ENEA indicano un incremento significativo delle precipitazioni intense soprattutto nel Nord Italia e nelle aree alpine e subalpine. Alla fine del secolo, in inverno, l’intensità delle piogge potrebbe aumentare sulle Alpi occidentali, mentre diminuirebbe sulle Alpi orientali e nel Mezzogiorno, con cali particolarmente marcati sui rilievi della Sicilia.

In primavera il quadro è simile, ma con un aumento più diffuso dell’intensità delle precipitazioni estreme lungo tutto l’arco alpino. In estate, invece, si osserva una diminuzione generalizzata dell’intensità degli eventi estremi, soprattutto lungo le coste tirreniche. È però l’autunno la stagione più critica: nello scenario a più elevato impatto climatico si registra un aumento significativo delle piogge estreme su gran parte del territorio nazionale, con incrementi più marcati nelle aree già oggi più vulnerabili, come il Nord Italia.

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Fonte: Ambientenonsolo

Autore: Ambientenonsolo

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This work is licensed under Creative Commons Attribution-ShareAlike 4.0 International

Articolo tratto interamente da 
Ambientenonsolo


sabato 4 aprile 2026

Non chiamatelo solo maltempo: il dissesto idrogeologico ci sta mangiando l’Italia

L'Italia si sta riscoprendo, ancora una volta, incredibilmente fragile. Le immagini che arrivano da Abruzzo, Molise e Puglia in queste ore non sono solo cronaca di maltempo; sono il racconto di un territorio che sembra non avere più fiato. Strade che diventano fiumi di fango, scantinati allagati in pochi minuti e quella sensazione di impotenza che ti resta addosso quando guardi il cielo e speri solo che smetta di piovere.

Il simbolo di questo disastro è il crollo del ponte sul fiume Trigno, sulla Statale 16, al confine tra Abruzzo e Molise. Fa venire i brividi pensare a quel viadotto che cede all'improvviso, con il fiume in piena che trascina via tutto. Si cerca ancora Domenico, un uomo di 53 anni la cui auto è stata inghiottita dal fango e dalle acque; le ricerche dei sommozzatori continuano senza sosta, in una corsa contro il tempo e la speranza.

Non possiamo più permetterci di vivere nell'eterna emergenza. Serve un piano nazionale serio, altrimenti, ogni volta che il cielo si farà nero, resteremo qui con il fiato sospeso a chiederci chi sarà il prossimo a perdere tutto.



venerdì 13 marzo 2026

Vittoria per gli animali: la LAV ferma il "Piano di sterminio" della fauna selvatica



Comunicato da Lav

È una vittoria per la fauna selvatica, per la scienza e per la legalità

Noi di LAV con ENPA, WWF Italia, LIPU, OIPA, LEIDAA e LNDC Animal Protection annunciamo un’importante vittoria giudiziaria.

Con la sentenza pubblicata, il TAR Lazio ha annullato tre parti fondamentali del Piano straordinario per la gestione e il contenimento della fauna selvatica adottato dal Governo nel 2023.

Il Tribunale ha accolto il ricorso delle associazioni sospendendo disposizioni che avrebbero aperto la strada a interventi potenzialmente massivi, indiscriminati e in contrasto con il diritto nazionale ed europeo.

Il TAR ha dichiarato illegittimi punti in cui si impediva il ricorso ai metodi alternativi per alcune specie cd “parautoctone”, che venivano equiparate alle specie esotiche invasive, nonostante ciò sia contrario al diritto europeo e alla normativa nazionale.

Bocciata anche l’esclusione generalizzata dei principali divieti di tutela faunistica previsti dalle leggi nazionali ed europee che il Piano aveva indebitamente disattivato per le attività di controllo.
La sentenza conferma che tali divieti devono restare pienamente operativi.

Infine è stata dichiarata illegittima la possibilità per le Regioni di commissariare gli Enti parco regionali se non applicavano il Piano entro sei mesi: misura priva di base legislativa e lesiva dell’autonomia dei parchi.

Questa sentenza ristabilisce la centralità del diritto europeo, della selettività, della prevenzione e del ruolo degli Enti parco.

È una vittoria per la fauna selvatica, per la scienza e per la legalità e una sconfitta per le politiche antiscientifiche alla base delle forzature che hanno caratterizzato l’azione del Governo e del Parlamento, che ha già portato all’apertura della procedura d’infrazione INFR(2023)2187proprio su questo tema. 

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Pollice su e giù della settimana

 








mercoledì 11 marzo 2026

Fukushima 15 anni dopo



Articolo da Centro Studi Sereno Regis

Fukushima dopo 15 anni: convivere con i focolai radioattivi e lo stigma mentre il governo giapponese spinge per più reattori

Il Bollettino degli scienziati atomici iniziò le sue pubblicazioni nel 1945:  nacque come un’azione di emergenza, creata da scienziati che avvertivano l’immediata necessità di una presa di coscienza pubblica in seguito ai bombardamenti atomici di Hiroshima e Nagasaki. Uno degli obiettivi era quello di sollecitare i colleghi scienziati a contribuire alla definizione delle politiche nazionali e internazionali. Un secondo obiettivo era quello di aiutare l’opinione pubblica a comprendere il significato dei bombardamenti per l’umanità. Questi scienziati prevedevano che la bomba atomica sarebbe stata “solo il primo di molti pericolosi regali dal vaso di Pandora della scienza moderna”. E avevano perfettamente ragione.

Nel numero di Marzo 2026 il giornale ricorda il disastro avvenuto in Giappone nel 2011, quando in seguito a un devastante maremoto furono danneggiati alcuni reattori della centrale nucleare di Fukushima, dando avvio a una serie di conseguenze a cui ancora oggi non si riesce a porre rimedio.

In questo numero del Bollettino degli Scienziati Atomici si può leggere un’ interessante serie di notizie e considerazioni: invito lettori e lettrici a leggere l’articolo completo, che contiene anche molte fotografie, alcune scattate dall’autore dell’articolo, Thoma Bass.

Nuovo look per il nucleare civile in Giappone

Dopo il disastro di Fukushima, nel marzo 2022, nel giro di pochi mesi tutti i 54 reattori del paese vennero progressivamente spenti. L’atomo, che prima del disastro copriva circa un terzo della produzione elettrica nazionale, sembrava destinato a un declino irreversibile. Dopo 15 anni lo scenario è completamente mutato. Il 9 febbraio 2026 il Giappone ha riavviato l’Unità 6 della sua più grande centrale nucleare, la centrale nucleare di Kashiwazaki-Kariwa nella prefettura di Niigata, chiusa in seguito allo tsunami e all’incidente nucleare di Fukushima del 2011.

Con il ritorno a pieno regime del reattore, è probabile che il conseguente aumento della produzione nucleare sostituisca la produzione da fonti fossili, principalmente gas naturale, che rappresentava il 33% di tutta la produzione di energia elettrica del Giappone nel 2024. Con il riavvio, il Giappone ha ora 15 reattori nucleari operativi, con una capacità di generazione elettrica combinata di 33 gigawatt (GW). L’Unità 6 di Kashiwazaki-Kariwa è il primo reattore della Tokyo Electric Power Company (TEPCO) a riprendere le operazioni dopo che tutti gli altri erano stati chiusi per ispezioni di sicurezza obbligatorie e aggiornamenti di sicurezza a seguito dello tsunami e dell’incidente nucleare del 2011. I recentissimi blocchi alle forniture di combustibili fossili nello stretto di Hormuz rende più appetibile la conversione al nucleare.

A Fukushima tutto come prima?

Mentre il progetto energetico nucleare del Giappone riparte con decisione, continuano a essere pubblicate testimonianze della difficoltà o impossibilità di tornare alla normalità per alcune zone nell’area di Fukushima. Alcuni luoghi sono rimasti ‘congelati’ nella stessa situazione in cui erano stati abbandonati, altri ospitano adesso una fauna che potrebbe rendere problematica la convivenza con gli umani (orsi, cinghiali, scimmie). La presenza discontinua di tracce radioattive sconsiglia di concedere libera circolazione, soprattutto nelle foreste sui pendii a monte delle aree costiere, e di riprendere le coltivazioni di riso e gli allevamenti.

In alcune interviste riportate da Thomas Bass sul Bollettino degli Scienziati atomici (sopra citato) emergono situazioni critiche che  gli abitanti dell’area di Fukushima stanno imparando a convivere.  Per esempio stanno imparando a decontaminare le loro città e i loro campi. Stanno costruendo laboratori di ‘citizen science’ per controllare il loro cibo e monitorare i livelli di radiazioni. Compilano archivi e organizzano viaggi a Chernobyl per imparare da chi vive in altre zone di esclusione nucleare.

Ai Kimura è la direttrice di un Laboratorio, molto attrezzato e mantenuto soprattutto grazie a donazioni, per monitorare in modo indipendente la presenza di sostanze radioattive in campioni di acqua e di suolo  nel cibo e nei dintorni di scuole e parchi.

“Ci sentiamo traditi”, afferma Tadaaki Sawada, portavoce della Federazione delle Associazioni Cooperative della Pesca di Iwaki. “Il governo aveva promesso di consultarci. Avevano altre opzioni oltre a scaricare l’acqua nell’oceano, ma hanno continuato a farlo comunque”. Non possiamo più vendere il nostro pesce come facevamo prima. Finché il danno persiste, vogliamo essere risarciti”.

Tomoko Kobayashi sta mostrando l’asilo che frequentava da bambina. Con l’orologio fermo e i banchi dei bambini esattamente come erano l’11 marzo 2011, l’asilo si è conservato come memoriale del terremoto del Tohoku. Prima di riaprire la locanda tradizionale che gestiva prima del disastro, Tomoko (insieme a Takenori, suo marito) hanno radunato volontari da tutto il Giappone. Hanno pulito tutto e filtrato l’aria. Hanno aperto un laboratorio per testare le radiazioni del loro cibo, e poi a testare il cibo per tutti a Fukushima.

Ryoichi Sato, coltivatore di riso di nona generazione in una valle vicino a Fukushima Daiichi, ha avuto un’ottima annata nel 2025. Le risaie della sua valle non sono state gravemente colpite dal cesio. Dopo un’aratura profonda e l’applicazione di zeolite, potassio e abbondante materiale organico, Sato è tornato a coltivare riso e a venderlo commercialmente nel 2017. Tuttavia stima che il raccolto di riso a Fukushima sia solo il 60% di quello precedente.

Anche Haruo Ono ha avuto un anno positivo. Ha un nuovo peschereccio di 15 metri,  che parte dal porto di Shinchi, il porto più settentrionale di Fukushima. L’anno scorso il pescato è stato buono, ma Ono è ancora arrabbiato per il disastro di Fukushima. Parla con amarezza, quasi urlando di frustrazione, dello scarico di acqua radioattiva nell’oceano da parte della Tepco. “Lo stanno trattando come una fogna”, dice.

La “querelante n. 8” è una giovane donna affetta da cancro alla tiroide che ha intentato una causa contro la Tepco, chiedendo il risarcimento dei danni per l’esposizione alle radiazioni subite durante l’infanzia. La querelante n. 8 è il nome con cui viene identificata: deve rimanere anonima a causa delle minacce rivolte alle persone di Fukushima, in particolare alle donne malate di cancro, considerate personalmente pericolose e politicamente dannose per la reputazione del Giappone. Il cancro alla tiroide era raro nella prefettura di Fukushima, con un caso su un milione. Dopo cinque cicli di screening, il tasso di incidenza è ora di 400 casi su 380.000 persone, 1.000 volte superiore a quello precedente al disastro.

Nonostante i problemi non risolti e la persistente opposizione di molti giapponesi, secondo il governo in carica la sicurezza energetica deve essere considerata al pari della sicurezza militare: la risposta è l’energia nucleare, presentata come una fonte stabile e relativamente indipendente dalle turbolenze politico-economiche esterne.


Autore: Elena Camino

Licenza: Licenza Creative Commons

Articolo tratto interamente da 
Centro Studi Sereno Regis 

Photo credit Digital Globe, CC BY-SA 3.0, via Wikimedia Commons


sabato 28 febbraio 2026

Spinetta Marengo: fermare l'eterno per salvare il futuro



Articolo da Citta` Futura on-line

Dai veleni eterni alle macchine immortali: chi paga il prezzo del progresso?

C’è un bambino che cresce a Spinetta Marengo, una piccola frazione alla periferia di Alessandria. Va a scuola, gioca nel cortile, beve acqua dal rubinetto. Nel suo sangue, invisibili e inodori, si accumulano da anni i PFAS — i perfluoroalchilici, noti alla scienza come forever chemicals, sostanze chimiche eterne che non si degradano mai. Né nell’ambiente. Né nel corpo umano.

A pochi chilometri da quel cortile, lo stabilimento Syensqo — ex Solvay, ex Montedison — produce da decenni queste sostanze. L’unico impianto ancora attivo in Italia. Tra il 2007 e il 2023 ha emesso oltre 2.800 tonnellate di gas fluorurati, pari al 76% delle emissioni nazionali di quella categoria. Alcuni report giornalistici lo hanno definito il sito più contaminato da PFAS in Europa.

Ora spostiamo lo sguardo. In una fabbrica di Tokyo, un robot umanoide cammina lungo un corridoio, raccoglie un pacco, lo sistema su un nastro trasportatore. Si muove in uno spazio pensato per l’uomo: usa le nostre scale, apre le nostre porte, maneggia i nostri strumenti. Non è l’operaio che si adatta alla macchina. È la macchina che si adatta all’operaio.

Due immagini. Due idee opposte — apparentemente — di ciò che significa progresso. Eppure qualcosa le accomuna. Qualcosa che vale la pena esaminare con attenzione, e con urgenza.

Il corpo come contenitore del progresso

Tutta la storia industriale del Novecento è stata la storia di corpi umani costretti a sincronizzarsi con la macchina. Taylor cronometrava i gesti degli operai. Ford li trasformava in ingranaggi. Il corpo dell’uomo era una risorsa produttiva: misurabile, ottimizzabile, sostituibile.

A Spinetta Marengo questa logica ha assunto una forma ancora più radicale. I corpi dei cittadini non sono stati solo messi al servizio della produzione: sono diventati il contenitore involontario dei suoi scarti. I PFAS si depositano nei tessuti, nel sangue, nelle generazioni future. Il territorio è stato trattato come una risorsa sacrificabile. Il segreto industriale ha impedito per decenni alla popolazione di sapere cosa respirava, cosa beveva, cosa portava nel sangue. Solo un ricorso al TAR Piemonte ha strappato all’azienda e alla Provincia di Alessandria i dati che avrebbero dovuto essere pubblici da sempre.

Il robot umanoide nasce con una promessa opposta: liberare il corpo umano. Sottrarlo ai compiti pericolosi, ripetitivi, usuranti. La macchina va nei luoghi tossici. La macchina fa i movimenti logoranti. Il corpo dell’uomo smette di essere consumabile.

L’innovazione è sempre una scelta culturale

Marshall McLuhan diceva che il medium è il messaggio: ogni tecnologia porta con sé una filosofia implicita, un modo di vedere il mondo, una gerarchia di valori. I PFAS non erano inevitabili. Erano una scelta. Una scelta culturale prima ancora che industriale: il territorio come risorsa, la produzione come valore supremo, la salute dei cittadini come esternalità trascurabile.

La stampa di Gutenberg non ha solo diffuso libri: ha smantellato il monopolio culturale della Chiesa, ha reso possibile la Riforma protestante, ha reinventato il concetto di autorità. La rivoluzione industriale non ha solo creato fabbriche: ha ridisegnato la famiglia, il tempo, la città, l’identità di intere classi sociali. Ogni grande tecnologia è anche una grande trasformazione culturale. La questione è sempre la stessa: chi la governa, e nell’interesse di chi.

La politica assente: il vero veleno del nostro tempo

C’è un elemento che accomuna la vicenda di Spinetta Marengo e la rivoluzione in corso dei robot umanoidi, e che non riguarda né la chimica né l’ingegneria. Riguarda la politica. O meglio: la sua assenza.

Per decenni, mentre i PFAS si accumulavano nelle falde acquifere e nel sangue dei cittadini di Spinetta Marengo, la politica ha guardato altrove. Amministrazioni locali, regionali, nazionali hanno privilegiato i posti di lavoro garantiti dall’impianto, i gettiti fiscali, le convenienze elettorali. Hanno usato il segreto industriale come scudo. Hanno rimandato, minimizzato, taciuto. Non per ignoranza: per scelta. Una scelta di cui qualcuno dovrà rispondere — e non solo in sede penale.

Questo è il modello che rischiamo di ripetere con la robotizzazione. I governi di tutto il mondo stanno assistendo alla più rapida trasformazione del mercato del lavoro nella storia moderna — e la risposta politica è, nella maggior parte dei casi, il silenzio. Nessuna regolamentazione seria sull’automazione. Nessun piano strutturale per la riconversione professionale. Nessuna tassazione del lavoro robotico che possa finanziare la transizione sociale. Nessuna supervisione democratica sugli algoritmi che decideranno chi lavora e chi no.

I nostri governanti — con eccezioni rare e preziose — non sembrano rendersi conto di ciò che sta accadendo. O forse se ne rendono conto benissimo, e preferiscono non affrontarlo: perché regolamentare significa scontrarsi con i grandi capitali tecnologici, con le lobby industriali, con chi finanzia le campagne elettorali. È più comodo lasciare che il futuro accada da solo, e poi gestire l’emergenza quando esplode.

Ma le emergenze sociali, come quelle chimiche, non esplodono improvvisamente. Si accumulano. Silenziosamente. Per anni. E quando diventano visibili, il danno è già fatto. IbambinidiSpinetta Marengoporteranno iPFAS nel sanguepertuttala vita. Le comunità che perderanno il lavoro nella prossima decade non recupereranno quella perdita con la stessa velocità con cui i robot le avranno sostituite.

La politica non può continuare a inseguire il futuro quando è già passato. Deve anticiparlo. Deve scegliere. E deve assumersi la responsabilità di quelle scelte davanti ai propri cittadini. Questa è la funzione della democrazia. Questa è ciò che troppo spesso, oggi, non avviene.

I “PFAS sociali” della robotizzazione

I PFAS avvelenano lentamente, per accumulo, senza che la vittima se ne accorga subito. C’è qualcosa di inquietante nella somiglianza con certi meccanismi sociali che la robotizzazione massiva potrebbe innescare.

La disoccupazione strutturale derivante dalla sostituzione del lavoro umano con i robot rischia di funzionare allo stesso modo: un processo graduale, quasi invisibile, che impoverisce comunità intere prima che la politica riesca — o voglia — reagire. Il lavoro, in molte culture, non è solo reddito: è identità, appartenenza, dignità sociale. Toglierlo non produce solo disoccupazione: produce un vuoto di senso che nessun reddito universale può automaticamente colmare.

C’è poi la questione del potere. I robot umanoidi — Optimus di Tesla, Figure, Boston Dynamics, Agility Robotics — sono sviluppati da pochissime aziende con capitali enormi e nessuna reale supervisione democratica. Chi possiede i robot possiede la produzione. Gli algoritmi che li governano sono opachi e proprietari. La scatola nera tecnologica è il nuovo segreto industriale: diversa nella forma, identica nella funzione.

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Fonte: Citta` Futura on-line

Autore: Fabrizio Boschetto

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Articolo tratto interamente da Citta` Futura on-line


Il mare è di tutti: il caso Macari e la deriva delle nostre coste



Articolo da Ambientebio 

Un vero e proprio acquario vivente e balneabile. Le sorgenti fredde di acqua dolce che sgorgano in un mare incredibilmente cristallino. Per chi è stato a Macari, è una sensazione indimenticabile, che va protetta a tutti i costi. Oggi quel paradiso è minacciato. L’inquinamento costiero non è un problema astratto. È un danno che rientra nel quotidiano: acque meno balneabili, fondali impoveriti, fauna marina sotto stress, odori e schiume, alghe anomale, spiagge erose e più vulnerabili. E quando le coste diventano “merce”, aumenta anche la tolleranza verso scorciatoie e abusi. Dobbiamo unirci TUTTI contro questa scellerata PROPOSTA/PROMESSA di CEMENTIFICAZIONE e relativo depauperamento di uno dei tratti più belli e incontaminati del Nostro Paese.

Ma c’è un punto che spesso dimentichiamo: il mare non è “di qualcuno”. È di tutti.

In Italia spiagge, lido del mare, rade e porti rientrano nel demanio pubblico: sono beni che appartengono allo Stato e sono destinati all’uso della collettività (art. 822 c.c., richiamato anche in documenti parlamentari) e, per la parte marittima, sono definiti nel Codice della navigazione (art. 28 c. nav. – beni del demanio marittimo).

Questo significa una cosa semplice: non possono essere venduti come una proprietà privata. Possono però essere dati in uso tramite concessioni (stabilimenti, servizi, strutture turistiche), che dovrebbero restare compatibili con il pubblico uso e con la tutela dell’ambiente costiero.

Il mare ci fa bene. Non è solo una sensazione: l’ambiente marino può influenzare umore, stress e percezione di benessere. Basta guardarlo per attivare risposte positive nel cervello, e il contatto con l’acqua (anche con una semplice nuotata) porta benefici concreti.

Su Ambientebio abbiamo già raccontato questo legame in modo approfondito: una tecnica a base di alghe per stabilizzare le dune e accelerare la formazione del suolo, la storia di chi protegge il mare sul campo, progetti e campagne che portano attenzione sugli oceani. E, sul benessere mentale: guardare il mare può attivare uno stato di felicità nel cervello.

Il problema: quando la concessione diventa appropriazione

Nella pratica, la linea può diventare sottile. Dove la gestione privata funziona, offre servizi e ordine. Dove invece prevale la logica del “prendo tutto finché posso”, accade l’opposto:

  • occupazione eccessiva di arenili e accessi, con spiagge di fatto “chiuse” ai cittadini;
  • strutture fisse e non amovibili che cambiano il paesaggio e rendono il litorale più fragile;
  • pressione su acqua e fognature (soprattutto nei picchi estivi), con rischio di sversamenti e contaminazioni;
  • rifiuti, microplastiche, traffico e rumore che degradano ecosistemi già delicati (dune, praterie di posidonia, fondali costieri);
  • cementificazione e consumo di suolo su aree che dovrebbero restare cuscinetti naturali contro erosione e mareggiate.

In altre parole: il bene pubblico resta “scritto” nelle leggi, ma viene svuotato nella realtà. E quando il mare si degrada, perdiamo proprio ciò che lo rende prezioso: acqua pulita, biodiversità, paesaggio, salute.

Contaminazione e inquinamento: non è solo una questione “estetica”

L’inquinamento costiero non è un problema astratto. È un danno che rientra nel quotidiano: acque meno balneabili, fondali impoveriti, fauna marina sotto stress, odori e schiume, alghe anomale, spiagge erose e più vulnerabili. E quando le coste diventano “merce”, aumenta anche la tolleranza verso scorciatoie e abusi.

Per questo è utile ricordare alcune regole concrete di comportamento e tutela, soprattutto in spiaggia: il nostro decalogo per rispettare mare e ambiente.

Il caso Grecia: isole “incontaminate” e febbre del cemento per resort di lusso

Quello che sta accadendo in alcune isole greche mostra dove può arrivare un modello turistico senza freni. Nelle Cicladi, in più località, residenti e amministratori locali denunciano cantieri invasivi e costruzioni che “mordono” il territorio, alterando paesaggi iconici e risorse essenziali (come l’acqua).

Un esempio diventato simbolico è quello di Milos (spiaggia di Sarakiniko, la “moon beach”): la costruzione di un hotel di lusso ha scatenato proteste e pressioni, fino allo stop/contestazione del progetto e alle richieste di ripristino del paesaggio.

Queste dinamiche si intrecciano spesso con un turismo “VIP”, con isole trasformate in vetrine di esclusività: quando la destinazione diventa status symbol, il rischio è che il territorio venga trattato come scenografia (e non come ecosistema). Su Santorini, ad esempio, il tema dell’overtourism e dell’espansione edilizia è da anni oggetto di allarme pubblico. Il Guardian ha riportato l’allarme del sindaco su numeri e pressioni ormai difficili da sostenere.

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Fonte: Ambientebio

Autore: Gino Favola

  
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Articolo tratto interamente da Ambientebio 


venerdì 27 febbraio 2026

Ex Ilva, il Tribunale di Milano ordina lo stop

ILVA - Unità produttiva di Taranto - Italy - 25 Dec. 2007


Articolo da Cittadini reattivi

Il Tribunale di Milano, Sezione XV civile, con decreto del 25 febbraio 2026 ha disposto la sospensione dell’attività produttiva dell’area a caldo dello stabilimento ILVA di Taranto, a decorrere dal 24 agosto 2026. Il provvedimento interviene nel procedimento per azione inibitoria promosso da residenti del Comune di Taranto, (dieci Genitori Tarantini e un bambino ndr), e disapplica parzialmente l’Autorizzazione Integrata Ambientale (AIA 2025), ritenendo insufficienti alcune prescrizioni relative al monitoraggio delle polveri sottili, alla gestione delle emissioni diffuse, ai cosiddetti “wind days” e ad altri interventi di ambientalizzazione. Nel decreto viene richiamata espressamente la sentenza della Corte di Giustizia dell’Unione Europea del 25 giugno 2024 (causa C-626/22), che impone la sospensione dell’attività di impianti industriali in presenza di pericoli gravi e rilevanti per la salute e per l’ambiente. L’ordine di sospensione non è immediatamente esecutivo e potrà essere impugnato nei termini di legge. Il Tribunale ha inoltre previsto che la sospensione cesserà di avere effetto qualora le società presentino un’integrazione dell’AIA con tempi certi e ragionevolmente brevi per l’attuazione degli interventi ritenuti carenti. Il decreto è stato trasmesso alla Corte di Giustizia dell’Unione Europea. Per saperne di più leggi anche qui tutti gli articoli e le inchieste di Cittadini Reattivi su Taranto e da oggi sul nostro nuovo progetto [No] Zone di Sacrificio

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Autore: Rosy Battaglia 

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Articolo tratto interamente da Cittadini reattivi



martedì 24 febbraio 2026

La nostra Terra sta male!


"La nostra Terra sta male, è arrivata a 1 grado di surriscaldamento ed è come se avesse 38 di febbre. È sicuro che a breve arriverà a 39 gradi (2 gradi di surriscaldamento) e solo ed esclusivamente se corriamo da oggi seriamente ai ripari riusciremo a fare in modo che la sua febbre non aumenti ulteriormente. Se la situazione dovesse peggiorare raggiungeremmo 5 gradi di surriscaldamento. Una situazione disastrosa e irrecuperabile che penalizzerà i nostri figli e nipoti."

Luca Mercalli


martedì 17 febbraio 2026

Trump infligge un colpo senza precedenti alla politica climatica degli Stati Uniti eliminando i limiti alle emissioni



Articolo da Climática

Questo articolo è stato tradotto automaticamente. La traduzione rende il senso dell’articolo, tuttavia consigliamo di leggere il testo originale su Climática

Il colpo è stato duplice, legislativo ed esecutivo, poiché il presidente ha anche revocato le scoperte scientifiche che sostenevano l'azione per il clima e ha rimosso il potere del governo federale di regolamentare i gas serra. 

Donald Trump è determinato a smantellare tutte le politiche e i progressi climatici e ambientali durante il suo mandato. Attraverso una serie di ordini esecutivi e direttive amministrative firmati dallo Studio Ovale, il presidente degli Stati Uniti ha ufficialmente posto fine ai limiti federali sulle emissioni di gas serra. Inoltre, con una manovra legale senza precedenti, ha revocato l'autorità del governo statunitense di contrastare il cambiamento climatico.

La misura centrale di questa offensiva è la revoca del cosiddetto "endangering finding", il parere tecnico approvato nel 2009 dall'Agenzia per la protezione dell'ambiente (EPA) che classificava sei gas serra come una minaccia per la salute e il benessere pubblico.

Questa decisione elimina la base giuridica che consentiva al governo federale di regolamentare le emissioni di anidride carbonica e metano, tra gli altri inquinanti, ai sensi del Clean Air Act. Senza questo riconoscimento scientifico, l'EPA perde l'autorità legale di imporre limiti all'inquinamento causato da veicoli, centrali elettriche e dall'industria petrolifera e del gas.

"Il più grande atto di deregolamentazione della storia"

Durante la sua apparizione alla Roosevelt Hall, Trump ha definito la sentenza abrogata una "politica disastrosa dell'era Obama" che, secondo le sue parole, "ha danneggiato gravemente l'industria automobilistica americana e ha fatto aumentare enormemente i prezzi per i consumatori".

L'argomento centrale della Casa Bianca è puramente economico. Secondo i dati presentati dal presidente nel suo discorso, l'eliminazione di queste norme ridurrà il costo medio di un nuovo veicolo. "Con l'annuncio di oggi, le famiglie americane risparmieranno più di 2.400 dollari su un nuovo veicolo", ha affermato Trump, collegando – senza alcuna prova – le precedenti normative climatiche all'inflazione nel settore automobilistico.

L'amministratore dell'EPA Lee Zeldin, che ha accompagnato il presidente all'annuncio, ha confermato il cambio di rotta dell'agenzia: "Sotto la guida del presidente Trump, oggi l'EPA ha completato il più grande atto di deregolamentazione nella storia degli Stati Uniti d'America".

Fine degli standard di efficienza e dei veicoli elettrici

La misura ha effetti immediati sul settore. Ribaltando la premessa secondo cui la CO2 è un inquinante regolamentato, i mandati federali che promuovevano la produzione di veicoli elettrici e i rigorosi standard di efficienza energetica stabiliti dalla precedente amministrazione decadono automaticamente. Trump ha criticato esplicitamente quello che ha definito "l'imponente e costosissimo mandato sui veicoli elettrici", sottolineando che queste restrizioni sono state un fattore chiave negli aumenti dei prezzi.

Questa azione si aggiunge al ritiro degli Stati Uniti dall'accordo di Parigi e da tutti i forum globali, tra cui l' IPCC e l'IPBES, i due più grandi gruppi scientifici rispettivamente sul clima e sulla biodiversità.

Con la firma di questi nuovi ordini esecutivi, gli Stati Uniti diventano l'unica grande potenza occidentale a negare ufficialmente la validità degli studi scientifici che collegano le emissioni antropiche al riscaldamento globale, chiudendo di fatto la porta a qualsiasi azione federale sul clima per il resto del mandato. Mentre l'Unione Europea e la Cina stanno accelerando i loro investimenti in tecnologie verdi, gli Stati Uniti stanno optando per una ritirata verso la sovranità energetica basata sui combustibili fossili.

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Fonte: Climática

Autore: Climática

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