Articolo da Enciclopedia delle donne
“Parlano d’amore i tuli-tuli-tulipan...”
...un ritornello che la mia generazione ricorda a malapena;
chissà quelle successive. Eppure, lo interpretava il trio vocale più
celebre d’Italia tra gli anni Trenta e Quaranta del secolo scorso.
Me lo canticchiava mia madre quando ero bambino. L’allegria di
quelle note accendeva il mio immaginario infantile portandomi in Olanda,
paese d’origine del Trio Lescano, interprete della canzone. Allora, non
mi sfiorava neanche l’idea che anni dopo avrei fatto il cammino inverso
alle tre sorelle, trasferendomi nei Paesi Bassi.
Ascoltando quel motivetto, immaginavo campi di tulipani all’ombra
dei mulini a vento, mentre il piccolo Hans Brinker cercava di salvare
Haarlem con il suo dito nella diga. Immagini stereotipate, d’accordo,
probabilmente legate a storie riproposte dai libri di scuola e dalla RAI
degli anni Sessanta; comunque sia, quei ricordi sono sempre
accompagnati dal ritmo vivace della loro musica, che metteva di
buonumore seppure con una vaga nota nostalgica di sottofondo.
La storia del Trio Lescano è stata una storia singolare, ma
soprattutto è stata una storia di donne in una società patriarcale dove
gli uomini erano abituati a fidanzate, mogli, amanti e prostitute, ma
non a ragazze indipendenti che con tenacia e determinazione prendevano
in mano il loro futuro, senza l’aiuto né la supervisione di padri,
fidanzati o mariti.
Stiamo parlando dell’Italia e dell’Europa degli anni Trenta del
secolo scorso, gli anni immortalati con acute osservazioni sui costumi
italiani di quel periodo da Irene Brin, pseudonimo di Francesca Maria
Rossi, giornalista e scrittrice. In una delle sue cronache la
giornalista parlava di come il Trio Lescano rappresentasse uno dei
fenomeni musicali di quegli anni. 1
Non mi dilungherò su fatti e cronache della loro vita né sulle
loro qualità canore, se non per trarne spunto per questo articolo.
Vorrei considerare, invece, l’aspetto che maggiormente mi ha
interessato da adulto: la scalata tenace di tre giovani donne, sostenute
da una madre risoluta quanto loro che, nel periodo tra le due guerre,
s’inventarono una carriera come cantanti con tali determinazione e
disciplina da raggiungere in breve tempo la competenza necessaria per
ottenere il successo. Successo che superò ogni loro aspettativa.
"Cantavamo malino – mi dice Sandra (n.d.r.
Alexandra) – e non avevamo mai studiato la musica. Dubitavamo che al
pubblico italiano il genere potesse piacere. Le prove erano estenuanti.
Per chi non lo sapesse, nei primi tempi, venivamo in teatro alle 8 del
mattino, e provavamo, poi, sino alle 9 ore al giorno." 2
Innanzitutto, bisogna considerare che le tre sorelle
arrivarono in Italia in pieno regime fascista, straniere, accompagnate
da una madre ebrea e quindi loro stesse ‘nate’ ebree, senza un padre che
le tutelasse, senza legami familiari in Italia, e senza una rilevante
carriera artistica alle spalle di cui fare sfoggio, se non quella legata
alla danza acrobatica.
È quindi comprensibile che, soprattutto ai loro esordi in Italia,
si fossero presentate vantando un passato “artistico tra scuole di
danza a Parigi, madre cantante d’operetta, padre artista circense e di
tante tournée di successo internazionale”. Un’azione di marketing di sé
stesse che le tre sorelle furono abili a mettere in pratica.
Alexandrina (1910-1987), Judith (1913-1975?) e Catharina
(1919-1965) Leschan erano figlie d’arte, come a loro piaceva
raccontarsi. Il padre, Alexander Leschan era figlio di un ufficiale di
Artiglieria dell’esercito austro-ungarico che, deludendo le aspettative
paterne che volevano anche lui nelle truppe imperiali, lasciò casa e
genitori preferendo alle armi la vita del circo. Esordì come acrobata
poi, presumibilmente a causa di un incidente sul lavoro quando aveva già
circa cinquant’anni, fu costretto a reinventarsi la professione
abbandonando trapezi e funi, e continuando a lavorare come clown. Ci
sono altre tesi, invece, che lo vogliono clown fin dall’inizio della
carriera.
Alexander Leschan aveva sposato in seconde nozze Eva de Leeuwe,
un’olandese di religione ebraica che, stando alle sole dichiarazioni
delle figlie, era cantante d’operetta (non è stata rinvenuta alcuna
documentazione a riguardo). E in Olanda nacquero le tre figlie, la
maggiore a Gouda e le altre due a L’Aja. Purtroppo, dopo la morte del
tanto atteso figlio maschio, nato e deceduto a soli nove mesi durante
una tournée in Algeria, tra Eva e Alexander sorsero grandi dissapori. Fu
un grosso colpo che Alexander cercò di curare con l’alcol. Ma la
prostrazione e i litigi ebbero il sopravvento portandoli alla
separazione, e nel 1927 Alexander ritornò in Ungheria. E le quattro
donne rimasero sole.
Fin da bambine le due sorelle maggiori si erano esibite nel circo
come acrobate, e successivamente come ballerine in un gruppo di danza
moderna. La madre fu sempre al loro fianco stimolandole e sostenendole
in ogni momento della loro carriera, fungendo da manager e tenendo
dietro le scene i fili delle loro vite e le chiavi della cassa.
Riferendosi alla madre e ai principi morali secondo i quali le aveva
cresciute, Alexandra affermò in un’intervista:
“Noi la chiamavamo ‘il carabiniere’ e senza ‘il
carabiniere’ non si muoveva un passo: non siamo andate certo a letto con
quelli dell’EIAR, noi!” 3
Peraltro, furono due uomini a riconoscere il talento e la
forza delle Lescano, due uomini che ricoprirono un ruolo fondamentale
nella nascita di tre stelle nel firmamento musicale italiano: Enrico
Portino e Carlo Prato.
Nel 1929, mentre accompagnava le due figlie Alexandra e Judith
nella tournée con il gruppo di ballo olandese Ballet Dickson sulla
motonave Conte Verde diretta a Buenos Aires, Eva de Leeuwe incontrò
Enrico Portino e se ne innamorò. Eva ed Enrico iniziarono una relazione
che proseguì fino alla morte di lui nel 1936.
In seguito al loro incontro, Enrico Portino diventò l’impresario
di Alexandra e Judith, assistendo Eva nella gestione della carriera
delle ragazze. Al rientro dalla tournée in America Meridionale, Eva
formò “The Sundays Girls”, un gruppo di danza composto da sette
ballerine nel quale le sue due figlie brillavano di luce propria tanto
da indurla a sciogliere il gruppo per costituire il duo acrobatico
“Sunday Sisters”. E fu con questa formazione che Alexandra e Judith si
esibirono tra Europa e Medio Oriente nelle tournée organizzate da
Portino, ma sempre sotto l’occhio vigile della madre.
Nel 1935 Enrico Portino iniziò ad avere seri problemi di salute e
convinse Eva e le due ragazze a sospendere le tournée per stabilirsi in
Italia, a Torino, dove le due Leschan continuarono a esibirsi in numeri
di danza acrobatica.
Portino riuscì ad assistere solo ai primi, importanti passi del
trio e, dopo aver organizzato nel 1936 una breve tournée in Italia
Settentrionale, con l’appoggio del Quartetto Jazz Prato, morì
improvvisamente a Roma il 28 dicembre, quando la tournée era appena
iniziata.
L’altro uomo chiave per la svolta nella carriera delle Sunday
Sisters, fu il maestro Carlo Prato (1909-49) che, colpito dal loro
straordinario talento per il canto, consigliò a Eva de Leeuwe di far
venire a Torino anche la figlia minore Catharina, rimasta a studiare
all’Aja, per formare un trio vocale sull’onda dei trii americani come le
Boswell Sisters.
Interessanti al riguardo alcuni brani dall’articolo di Virgilio
Zanolla “Carlo Alberto Prato, il Pigmalione delle Lescano” dell’aprile
2011:
"A Torino incontrammo, quasi per caso, il Maestro
Carlo Prato, che ci sentì cantare ed ebbe l’idea di formare un
complesso vocale. Quando facemmo l’audizione all’EIAR, venimmo scartate
perché la nostra dizione non era piaciuta ai dirigenti e ci invitarono a
riprendere il nostro mestiere di ballerine. Ma poco tempo dopo fummo
invitate dalla Cetra per incidere il nostro primo disco. L’EIAR ci
richiamò. La nostra prima trasmissione venne fatta sotto la direzione
del Maestro Petralia." 4
"Il Maestro che inventò il Trio Lescano, Carlo
Prato, ci aveva insegnato a seguire una 'nostra' nota ed un 'nostro'
tono: ognuna di noi, quindi, seguiva un determinato modulo con risultati
evidentemente soddisfacenti per l’ascoltatore." 5
Il talento coniugato con la disciplina e l’indispensabile
pizzico di fortuna fece arrivare il successo, il grande successo. Durò
tuttavia meno di un decennio, fino al 1948, quando partirono per
l’Argentina. Inoltre, nel periodo italiano, interruppero la carriera per
circa due anni, eclissandosi al culmine della Seconda guerra mondiale,
quando l’applicazione delle leggi razziali del 1938 raggiunse il massimo
della sistematicità e della brutalità, in particolar modo dopo l’8
settembre 1943.
Negli anni successivi al loro arrivo a Torino (1936) proprio in
seguito all’introduzione delle leggi razziali (1938), le tre sorelle
avevano richiesto e ottenuto dal Ministero degli Interni del Regno
d’Italia una dichiarazione di non appartenenza alla razza ebraica con
una conseguente proroga di soggiorno (1939), poi la cittadinanza
italiana (1942) e infine l’iscrizione al partito fascista (1943). Quindi
per le tre sorelle, in teoria, l’inasprirsi delle leggi razziali non
avrebbe dovuto rappresentare un problema. Ma per Eva de Leeuwe sì. Eva,
di dichiarata religione ebraica, non aveva potuto ottenere lo stesso
status delle figlie, e nella primavera del 1942 si trasferì in gran
segreto in un paesino del Canavese.
Le vicende delle tre sorelle e della madre durante i due anni
precedenti la fine della Seconda guerra mondiale, sono nebulose e
coperte di mistero. Di quel periodo si sono raccontate e scritte anni
dopo storie al limite della leggenda, come il presunto arresto del trio
da parte dei nazi-fascisti nel bel mezzo di un loro spettacolo al
Grattacielo di Genova nel 1943, con l’accusa di spionaggio.
Nell’autunno del 1942 Eva de Leeuwe si nascose in una pensione
sulle montagne della Val D’Aosta non lontano dal confine svizzero.
All’inizio, le figlie la andarono a trovare di nascosto, ma verso la
fine del 1943 anche loro decisero di ritirarsi dalle scene e raggiungere
la madre, in attesa di tempi migliori.
Tornando al sodalizio tra madre e figlie che, forse
inconsapevolmente, fu un fattore fondamentale per il loro successo, è
interessante osservare come questo successo iniziò a vacillare con
l’avvento degli uomini, fidanzati o mariti che fossero, in quell’unione
tra sole donne.
Dalle interviste rilasciate da persone vicine al Trio in quegli
anni, tra cui quella di Maria Bria che sostituì Catharina nel 1946
prendendo il nome d’arte Maria Lescano, si legge che le sorelle avevano
avuto senz’altro numerosi pretendenti e magari delle brevi storie, ma
queste relazioni non avevano mai preso il sopravvento sui loro rapporti
di sorellanza e sulla loro carriera.
L’armonia ricevette un primo scossone quando Alessandra
s’innamorò di Vincenzo (detto Nino) Gallizio, conosciuto nel 1942
durante la messa in scena della rivista “Sogniamo insieme” del cui cast
facevano parte entrambi. Nino Gallizio, attore, probabilmente già
sposato, rimase legato ad Alessandra per una decina d’anni circa. Al
termine della guerra a poco a poco prese il posto di Eva de Leeuwe come
manager e impresario del trio, gestendo i loro affari e le loro finanze,
sembra in maniera non del tutto corretta e trasparente. Finché le
subentrò del tutto nel 1948, quando il trio venne scritturato per una
tournée in America Meridionale. Eva restò in Europa.
Alessandra amava Nino e non si rendeva conto che lui dissipava i
soldi guadagnati dal Trio giocando a carte o con le scommesse. Fu per
causa sua che Catharina, innamoratasi dell’antiquario Giulio Epicureo
col quale si fidanzò nel 1946, lasciò il Trio. Epicureo aveva confessato
a Catharina i suoi sospetti circa gli imbrogli del Gallizio,
convincendola ad abbandonare le scene. Le tre sorelle litigarono come
mai prima; si parlò addirittura di avvocati e cause in tribunale, ma
alla fine trovarono un accordo e si separarono. E Maria Bria si inserì
nel Trio sostituendo Catharina. Ma cinque anni dopo, a Caracas, anche
lei lasciò le due Lescano, sempre a causa del Gallizio, sebbene la
rottura avvenne ufficialmente con Alexandra.
"Successe questo: Gallizio, che era quello che
riscuoteva i compensi e si occupava di amministrare il denaro, non era
una persona specchiata. Sul contratto, aveva ingannato Giuditta e
perfino la stessa Alessandra, sua convivente: riscuoteva, in pratica,
una somma assai superiore a quanto a loro aveva detto, e ci faceva la
cresta. Era lui, inoltre, a pagare con una percentuale il lavoro di
Beiras, che era quello che si spendeva davvero a organizzarci le serate.
Capitò che, probabilmente, Beiras si accorse che certi conti non
tornavano, e Gallizio – che faceva poco o nulla, gli piaceva solo
bighellonare nei bar e giocare a carte o a dadi – fu costretto a dirgli
la verità, che la cifra del contratto era più alta davvero;
naturalmente, gli chiese anche di non dirlo alle ragazze." 6
E da questo ultimo scioglimento il Trio non si riprese più. Le
interviste più recenti, le varie biografie e le numerose notizie
consultabili sul sito Ricordando il Trio Lescano, ci raccontano che
l’epilogo del Trio non fu dei più brillanti.
Alexandra, dopo la rottura con Gallizio, si ritrovò in Venezuela
disoccupata e senza un soldo. Aiutata dalla conoscenza di diverse
lingue, s’inventò svariati lavori. Alloggiò nella pensione gestita dal
parmense Guido Franceschi, sposato, con il quale iniziò una relazione.
Si sposarono quando rientrarono in Italia, dopo che Franceschi rimase
vedovo, e vissero tra Parma e la Liguria. Alla morte di Guido
Franceschi, Alexandra si trasferì con l’anziana madre a Salsomaggiore in
un modesto appartamento dove morì nel 1987, quasi dimenticata.
Judith, dopo una storia durata quattro anni con Marcello
Cianfanelli, sassofonista nei complessi Eiar, nel 1944 s’innamorò di un
soldato americano, molto attraente. Purtroppo, negli ultimi mesi della
guerra, fu colpito da una bomba che lo mutilò orribilmente, facendogli
perdere braccia e gambe, e lasciando Judith lacerata dentro. Per anni
non si riprese dallo choc e sembra che fosse questo il motivo per il
quale si avvicinò all’alcol.
Non ebbe altre storie importanti praticamente fino allo
scioglimento del Trio, in Venezuela. Laggiù, nel 1955, conobbe un
petroliere di origini canadesi, si sposarono e si trasferirono a
Maracaibo. La morte di Judith, a tutt’oggi non documentata, si presume
sia avvenuta tra il 1975 e il 1977 in Venezuela a causa di un incidente
accaduto in mare.
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Fonte: Enciclopedia delle donne
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Articolo tratto interamente da Enciclopedia delle donne